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"Cina e Italia, i due volti della crescita possibile", di Fabrizio Galimberti

L’ideogramma cinese per il nome “Italia” è “il Paese delle idee”. Si tratta senz’altro di un complimento, chino su un passato glorioso. Un passato che i sempre più numerosi turisti cinesi in visita alle nostre città d’arte sanno apprezzare. Come scrisse G.K. Chesterton nel suo saggio “St. Francis of Assisi”, è da annotare «il curioso fatto che circa tre quarti dei più grandi uomini che siano mai vissuti vennero da quelle piccole città» dell’Italia dal Duecento al Cinquecento, da San Francesco a Caterina da Siena, da Leonardo a Michelangelo a Dante a Tiziano…
Ma quale immagine dell’Italia vive oggi nel conscio e nell’inconscio della Cina? Quella di un Paese mediocre che si aggrappa a un passato glorioso? La Cina e l’Italia sembrano oggi le due lame di una forbice: la lama superiore, quella cinese, si impenna verso l’alto in una tumultuosa ascesa di produzione e di domanda; la lama inferiore – l’Italia – piega verso il basso, con un Pil che scende a lustri addietro (a livello di Pil per abitante). Ma le lame possono ancora tagliare? Certamente sì. Pochi giorni fa a Milano la Italy-China Foundation, presieduta da Cesare Romiti, ha siglato un accordo con la Bank of China per creare servizi finanziari rivolti alle piccole e medie imprese (Pmi) dei due Paesi. Come ha detto il rappresentante cinese, le complementarità fra i due apparati produttivi sono forti: il basso costo del lavoro in Cina (ormai non così basso come prima ma ancora una frazione di quello italiano) si può ben sposare all’eccellenza tecnologica di tante realtà produttive della penisola, creando un situazione “win-win”.
La missione di Matteo Renzi in Asia e segnatamente in Cina ha meno avventura e meno ambizioni di quelle di Marco Polo e di Matteo Ricci. Ma è importante, per ragioni sia sostanziali che simboliche. Il simbolo è quello di un Paese che vuole scrollarsi di dosso la prostrazione di decenni, e, anche se la Cina ha il problema opposto – come rallentare una crescita troppo forte? – rappresenta, nel bene e nel male, un dinamismo che noi abbiamo perso.

O che forse abbiamo ritrovato in quel confuso laboratorio istituzionale che incornicia la politica italiana, ma non in una società e in un’economia che, accanto a barlumi di speranza, vede ancora poca voglia di spendere e molta voglia di attendere.
Le ragioni sostanziali sono più mondane. Quando si parla di Cina i superlativi si sprecano. Quest’anno vedrà probabilmente il sorpasso degli Stati Uniti (in termini di parità di potere d’acquisto) sul podio della più grande economia del mondo. Un ritorno che non sorprende affatto dato che per la maggior parte del secondo millennio l’economia cinese già occupava quel posto. E i fondamentali sono ancora dalla parte della Cina: fino a non molto tempo fa i sottoccupati nelle campagne cinesi erano pari all’intera forza-lavoro americana. La Cina ha problemi formidabili – i passaggi dalle campagne alle città moltiplicano la necessità di infrastrutture ancora insufficienti, l’inquinamento non è più sopportato da una popolazione alla quale il “panem et circenses” non basta più… – ma ha altrettanto formidabili capacità di intervento: la situazione di finanza pubblica è sana e lascia spazio a politiche di supporto, mentre il capitale umano continua a migliorare in qualità e quantità.
I rapporti economici con la Cina sono fortunatamente passati dall’antagonismo (copia dei nostri prodotti, concorrenza sleale, dumping…) alla collaborazione. «Se non puoi batterli, unisciti a loro», dice un vecchio detto. E sono ormai molti gli episodi di insediamenti italiani in Cina e cinesi in Italia. Il costo del lavoro è importante, ma non è la sola variabile che conta. La Canon giapponese qualche anno fa fece i conti e si accorse che qualsiasi prodotto per il quale il costo del lavoro era superiore al 5% del costo totale, conveniva farlo in Cina; ma gli “stepper” usati nella fotolitografia per stampare semiconduttori avevano un costo del lavoro di solo il 2% e quindi rimasero in Giappone. Questo esempio estremo sottolinea tuttavia l’importanza della qualità e dell’innovazione nelle decisioni di insediamento. Decisioni che vanno nei due sensi: ci sono stati investimenti del Celeste impero in Italia che illustrano i vantaggi per i cinesi di avvalersi dei nostri vantaggi competitivi (qualità e innovazione) per fare della penisola una testa di ponte per il mercato europeo.
Il Presidente del consiglio Matteo Renzi ha una grande occasione e un’immensa platea per presentare un’Italia che vuole far leva sulle prodezze dei suoi settori di punta in un Paese come la Cina dove una classe media in continua crescita andrà ad apprezzare un Made in Italy che, malgrado la crisi, non ha perso colpi. Ma, al di là degli aspetti mercantili, c’è una storia millenaria da riannodare lungo le tradizioni e le culture di una nuova “via della seta”.

Il SOle 24 Ore 12.06.14

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Onori e complimenti: Renzi alla prova cinese

Xi Jinping è allegro e lo accoglie come un ospite di riguardo. Non è un dettaglio. Il presidente della Cina di solito sceglie cosa comunicare con molta ponderazione e se per l’arrivo del capo del governo italiano ci tiene a congratularsi per le riforme annunciate da Renzi, aggiunge che ama il nostro Paese, che è «il primo» che preferisce visitare «da turista», che ha già visto Roma, Firenze, Sorrento, Pisa e Napoli e la Sicilia e ora vuole un altro elenco di città italiane in cui recarsi, la nostra diplomazia non può che gongolare.
In piazza Tienanmen per l’arrivo del presidente del Consiglio italiano c’è la sincronia dei colpi di cannone, un picchetto d’onore che comprende soldatesse, scelte anche in base all’estetica, dunque molto carine, una novità del protocollo cinese, un body language con il primo ministro Li Keqiang in qualche modo ostentato, segnali che lo staff di Renzi nota e rimarca, vista la proverbiale rigidità dei politici formati alla scuola del governo di Pechino.
A margine degli accordi commerciali, di una ventina di intese che coinvolgono le nostre imprese (anche nei protocolli di marketing del potente portale Alibabà), della prima sessione di un Business forum che vede il massimo delle nostre aziende che qui hanno interessi commerciali o finanziari discutere di progetti futuri con gli omologhi di Pechino (il presidente degli italiani è Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica), l’atmosfera dell’agenda istituzionale di Renzi è all’insegna dell’apertura di credito. Ci sono margini e spazi da recuperare, per l’Italia, l’accoglienza riservata al nostro premier è di buon auspicio.
Ma non solo, Xi Jinping si dice sicuro che l’Expo di Milano sarà «un evento spettacolare» (la Cina parteciperà con tre padiglioni), firma un accordo di cooperazione strategica per i prossimi tre anni con il governo italiano, «i nostri Paesi sono tradizionalmente amici» rimarca, fa persino gli auguri alla nazionale italiana per l’esordio ai mondiali di calcio in Brasile, manda i suoi saluti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, conosciuto durante le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia.
Renzi da parte sua offre meno colore ma non meno rispetto, sottolineando con umiltà che «da voi dobbiamo imparare la capacità di programmazione e di realizzazione». Agli incontri ufficiali partecipa anche il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, che sottolinea come «in Cina è quasi impossibile fornire e vendere se non si hanno basi produttive qui. Le imprese devono fare il loro mestiere rischiando, certo in una cornice realistica e quindi il governo deve realizzare un piano sistema paese molto forte che coinvolga le imprese ma anche le banche».
Fra gli accordi siglati da segnalare quello dell’Enel, con due intese con China Huaneng Group e China National Nuclear Corporation, due aziende cinesi leader nel settore elettrico. I contratti prevedono una cooperazione scientifica e tecnologica, nello sviluppo di progetti elettrici da fonti energetiche convenzionali e rinnovabili, nonché nella gestione di carbon assets e carbon strategy. Francesco Starace, l’ad di Enel, ha anche siglato un memorandum of understanding con Qiu Jiangang, vicepresidente di China national nuclear corporation, l’azienda statale responsabile di tutti gli aspetti dei programmi nucleari cinesi. L’intesa traccia il quadro per lo scambio di informazioni e di best practice relative allo sviluppo, progettazione, costruzione, gestione e manutenzione di centrali nucleari.
M. Gal.

Il COrriere della Sera 12.06.14

"Andare all’asilo fa bene alla pagella", di Francesca Borgonovi, ricercatrice Ocse-Pisa

Numerosi studi mostrano che la scuola dell’infanzia può promuovere l’apprendimento e il benessere dei bambini, con conseguenze di lungo termine sulle loro capacità di interazione con gli altri, di perseguire obiettivi con successo e, in alcuni casi, sulle capacità cognitive. Lo studio Ocse Pisa mostra che gli studenti 15enni che dichiarano di essere andati alla scuola dell’infanzia per più di un anno hanno risultati scolastici migliori dei loro coetanei che hanno dichiarato di non essere mai andati alla scuola dell’infanzia. In media, tra i Paesi Ocse, nel 2012 la differenza nel punteggio in matematica era di 53 punti, che equivale alla differenza di punteggio che risulta dall’essere andati a scuola un anno in più. In Italia la differenza di punteggio è ancora maggiore ed equivalente a 63 punti Pisa. In parte questa differenza riflette il fatto che gli studenti socio-economicamente svantaggiati tendono ad avere tassi di partecipazione inferiori: la differenza di punteggio scende infatti in media a 31 punti (e in Italia a 52 punti) quando si considerano studenti che provengono da contesti socio-economici simili. Se è vero che in Italia solo una minoranza dichiara di non essere mai andato alla scuola dell’infanzia – il 4% degli studenti contro una media Ocse del 7% – gli studenti che provengono da un contesto socio-economico svantaggiato tendono ad avere tassi di partecipazione inferiori: mentre il 90% degli studenti con avvantaggiati dichiara di aver partecipato per più di un anno alla scuola dell’infanzia, l’84% degli studenti meno fortunati ha preso parte ad attività di questo tipo.

La scuola d’infanzia aiuta i nuovi immigrati ad integrarsi e a imparare per tempo la lingua del nuovo Paese. Questo significa che molti degli studenti che potrebbero trarre un maggior beneficio dalla partecipazione a programmi quali la scuola dell’infanzia, al momento non prendono parte a questo importante ambiente di formazione e socializzazione. In Italia la proporzione degli studenti con un background d’immigrazione è cresciuta rapidamente tra il 2003 e il 2012. I nuovi immigrati sono generalmente molto più svantaggiati rispetto agli immigrati già stabiliti nel Paese e rispetto agli studenti senza un background di immigrazione. La barriera linguistica che molti di questi studenti devono affrontare è altresì un ostacolo all’apprendimento. La scuola dell’infanzia può essere un mezzo molto efficace per aiutare questi ragazzi e le loro famiglie ad essere pronti per un contesto scolastico e fare in modo che non si ritrovino ad iniziare la scuola con un gap considerevole rispetto agli altri studenti. Sarebbe quindi opportuno investire nella scuola dell’infanzia e mettere in atto strategie che permettano a tutti i bambini di partecipare, abbattendo le barriere che ancora impediscono ad alcune famiglie di beneficiare di un’attività che può permettere loro di iniziare un percorso scolastico al pari con gli altri bambini e che può inoltre facilitare il lavoro degli operatori della scuola.

Il Corriere della Sera 12.06.14

"I 700 giorni di Zeinat la farmacista di Homs che sfidò la guerra con i libri e il digiuno", di Alberto Stabile

È sopravvissuta all’assedio di Homs mangiando piantine e leggendo libri e ripetendosi, per farsi coraggio, «domani finirà ». Invece, il supplizio medievale di Zeinat Akhras, una farmacista di 65 anni, e dei suoi due fratelli, Anas e Ayman, commercianti, è andato avanti per 700 interminabili giorni, quanto è durato l’assedio degli antichi quartieri cristiani di Homs da parte dell’esercito siriano, per stanare i ribelli che vi si erano asserragliati.
Durante tutto questo tempo, per non deprimersi, Zeinat ha persino rinunciato a guardarsi allo specchio per non vedere il fantasma, tutto pelle ed ossa, in cui s’era ridotta. E ancora oggi, un mese dopo la fine del blocco, Zeinat pesa soltanto 38 chili, appena quattro in più dei 34 che pesava alla fine dell’assedio, e 20 in meno rispetto ai 58 chili dell’inizio della guerra.
Ma il suo spirito non ha ceduto. Non quando ha visto il suo universo restringersi terribilmente fino a comprendere soltanto la cucina e il soggiorno della sua casa. Né quando, a furia di sfamare i ribelli, le provviste accumulate per tempo si erano esaurite e non restava che mangiare le erbe che il fratello Ayman raccoglieva di nascosto in un cimitero. E neanche quando, avendo osato uscire di casa, e non è successo che sei volte in quasi due anni, Zeinat aveva visto il suo quartiere un tempo risonante di vita, ridotto a una tragica quinta ricoperta di macerie.
Borghesi e cristiani, gli Akhras sono stati tra i pochissimi, non più di un centinaio di persone, ci è stato detto qualche giorno fa da altri sopravvissuti, a rimanere nella città vecchia di Homs, anche dopo che, agli inizi del 2012, l’esercito fedele ad Assad aveva sigillato i quartieri cristiani nel tentativo di indurre alla resa i ribelli che vi si erano trincerati. Ed erano rimasti, questi civili, per paura che le loro case venissero occupate dai rivoltosi e di conseguenza distrutte dai bombardamenti delle forze lealiste.
All’inizio, racconta Zeinat all’agenzia Associated Press , la situazione sembrava tollerabile. Le provviste ammassate al primo piano della casa di famiglia, un edificio ottomano dalla facciata policroma di pietre bianche e nere, nel quartiere di Al Majaal, abbondavano: riso, fagioli, frutta secca, farina e gasolio. «I ribelli venivano a chiedere cibo senza neanche spianare le armi. Bussavano ed entravano. Non ci minacciavano perché sapevano che a casa nostra avrebbero trovato da mangiare».
Ma a poco a poco le scorte vanno esaurendosi. Un giorno gli oppositori armati del regime, fra le cui file cominciano le diserzioni, arrivano, costringono Zeinat a restare in cucina e si portano via tutto quello che possono, lasciando solo un po’ olio, tè e qualche spezia. Poi, finiscono anche quelli.
Ma la voglia di sopravvivere rimane. Mentre Zeinat si preoccupava di tenere la casa in ordine, Ayman esce per controllare se la farmacia di famiglia e il negozio di abbigliamento non fossero stati saccheggiati (lo saranno a un certo punto) e per cercare qualcosa da mangiare. Vale a dire un po’ di cicoria, o di malva, o di dente di leone, trovati in qualche aiola risparmiata dalle macerie e, negli ultimi mesi, al cimitero.
Zeinat s’ingegna a cucinare le verdure, ma il cibo è scarso, monotono e amaro. «Sapevo che stavo perdendo peso, mi sentivo come se stessi facendo una dieta che non avevo mai voluto fare. Il mio corpo era diventato quello di una bambina». La giornata dura dall’alba al tramonto, perché non c’è corrente elettrica, e viene scandita dalle esplosioni «a cui si fa preso l’abitudine». Cercare di non pensare, è l’unico espediente per estraniare il cervello dall’orrore. I libri in questo caso aiutano. Zeinat legge e rilegge la Bibbia e alcune vite di santi.
Abituati a proteggere la loro condizione di minoranza precaria, i cristiani della vecchia Homs resistono, mentre attorno la città è in fiamme. Un giorno, bussa il prete della vicina chiesa di Mar Elia e chiede di poter nascondere a casa degli Akhras il piccolo tesoro della chiesa: icone, antiche scatole, i libri della comunità che, così, verranno salvati.
Il momento peggiore è quando, a dicembre, Anas, che è malato di cancro, si aggrava e viene evacuato con un convoglio umanitario delle Nazioni Unite. Morirà 20 giorni dopo. «Mi mancano i miei fratelli — dice Zeinat — , eravamo sei maschi e sei femmine, mi manca mia madre che è morta alla fine del 2011».
Zeinat vive gli ultimi mesi dell’assedio in una sorta di permanente allucinazione. I ribelli, alla fine, hanno trovato modo di ritirarsi da Homs con un accordo dell’ultima ora. L’assedio è finito, ma Zeinat non se ne rende conto. Glielo dice un soldato, una mattina che è uscita dal suo bunker. Lei non sa cosa rispondere, è affamata, chiede un pezzo di pane. Il soldato gli dà una pita. «La mangiai tutta », ricorda. «Mi è sembrata buona come un dolce».

La Repubblica 12.06.14

"Lavoro, la vera svolta", di Cesare Damiano

La delega del governo sul lavoro è il completamento della revisione normativa iniziata con il decreto approvato di recente dal Parlamento. Al convegno dei giovani industriali, il ministro Poletti ha dichiarato che la delega verrà approvata entro la fine dell’anno. E ha indicato anche una scansione temporale: entro luglio terminerà la discussione al Senato e da settembre inizierà quella alla Camera. Come sempre siamo interessati, prima che ai tempi, ai contenuti e siamo convinti che sia necessario innovare il mercato del lavoro tenendo nel giusto equilibrio le ragioni dell’impresa con quelle dei lavoratori. Per noi non é più accettabile, però, la filosofia della deregolazione continua e della derogabilità di leggi e di contratti che ha caratterizzato la stagione dei governi di centrodestra. Abbiamo svolto in quegli anni, come forza di opposizione, una importante azione difensiva riducendo il danno e ponendo argini contro gli eccessi della precarizzazione. Adesso questa strategia non è più sufficiente e la De- lega dovrà essere l’occasione per consolida- re le nostre proposte sulla buona flessibilità e per la qualità e la stabilità del lavoro, soprattutto quello dei giovani. Lo diciamo nella convinzione del fallimento delle politiche che hanno basato la crescita dell’occupazione e lo sviluppo del Paese sulla rincorsa ai bassi salari, sulla precarietà e sulla segmentazione del mercato del lavoro. Occorre una svolta.

I temi fondamentali che costituiscono l’architettura della Delega sono sostanzialmente questi: il contratto di inserimento a tempo indeterminato; gli ammortizzatori sociali; il compenso orario minimo; la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro; i servizi per l’impiego. Per quanto riguarda il contratto di inserimento noi siamo favorevoli e non solo in termini sperimentali: abbiamo presentato una proposta di legge con contenuti analoghi già nella scorsa legislatura, prima firmataria il ministro Madia. L’esperienza di questi anni ci fa dire che l’incentivo legato al pe- riodo di prova, previsto da sei mesi a tre anni, deve essere erogato al datore di lavoro soltanto se, al termine, il contratto viene trasformato a tempo indeterminato. In caso di licenzia- mento durante la prova, va garantito al lavoratore un congruo indennizzo economico. Infine, riteniamo che il passaggio alla stabilità comporti la piena tutela dell’Articolo 18 per i neo assunti, sia per quanto riguarda il licenziamento senza giusta causa, sia nel caso di discriminazione.

Sugli ammortizzatori sociali occorre fondare la riforma su due pilastri: da un lato la cassa integrazione ordinaria e straordinaria pagata dalle imprese e dai lavoratori, che mantiene il rapporto di lavoro con l’azienda; dall’altro, l’indennità di disoccupazione che interviene per tutelare chi non ha più il lavoro. Questa distinzione, che sembra ovvia, serve per chiarire il fatto che se dovessimo tradurre in lavoratori licenziati il miliardo di ore di cassa integrazione che si consuma ogni anno dal 2008, dovremmo aggiungere agli attuali disoccupati altre 500.000 perso- ne: una vera bomba sociale. È positivo il fatto che il governo voglia estendere gli ammortizzatori sociali anche ai lavoratori precari, non bisogna però dimenticare il variegato mondo del lavoro autonomo e delle professioni, completamente assente in questo provvedimento.

Il terzo punto è quello del compenso ora- rio minimo: non siamo favorevoli al fatto che possa sostituire le retribuzioni minime dei contratti nazionali di lavoro, ma può essere un utile strumento in casi particolari. Pensiamo che un compenso orario minimo debba essere stabilito: per i lavoratori a progetto, come é già stato fatto positivamente nel con- tratto delle telecomunicazioni; per i voucher, se non vogliamo che si trasformino in una comoda copertura per il lavoro irregolare, quello stesso che dovrebbero combattere (quindi, come dice la Delega, è necessaria una piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati con l’indicazione del costo orario); per consentire il calcolo standard del costo del lavoro da scorporare dal massimo ribasso degli appalti. Ci batteremo per questi obiettivi.

Il quarto punto é relativo alla tutela della maternità ed alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Ci paiono particolarmente condivisibili due punti proposti dal governo: l’estensione graduale della indennità di maternità a tutte le categorie di donne lavoratrici e, per le madri che hanno un rapporto di lavoro para-subordinato, il diritto alla prestazione assistenziale anche nel caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro.

Infine, per quanto riguarda i Centri per l’Impiego vorremmo suggerire, oltre alla razionalizzazione degli incentivi all’assunzione ed all’autoimprenditorialitá, anche la definizione di due obiettivi a nostro avviso strategici: il primo riguarda la stabilizzazione dei circa 10.000 addetti che in tutta Italia si occupano dell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Il secondo, é quello di adeguare l’organico dei Centri agli standard europei: in Germania gli addetti alle politiche attive del lavoro sono circa 130.000 e in Gran Bretagna 90.000. Se vogliamo far parte della Rete europea dei servizi per l’impiego non possiamo disporre di una struttura inadeguata: diamoci l’obiettivo di portare gli addetti ad almeno 50.000 unità, anche utilizzando la mobilità nel settore pubblico accompagnata da appositi corsi di formazione e di riqualificazione.

L’Unità 12.06.14

"Dalla Finanza ai servizi segreti la cordata dei Pollari boys", di Carlo Bonini

Nell’arco di soli sette giorni, cadono nel disonore dell’accusa di corruzione due generali di corpo d’armata: Emilio Spaziante e Vito Bardi. Il secondo succeduto al primo a settembre scorso nell’incarico di Comandante in seconda del Corpo, il più alto gradino di carriera. Nell’arco di sette giorni, dal saccheggio del Mose al baratto napoletano sulle verifiche fiscali, si ripropone la saga nera di una congrega di altissimi ufficiali e del loro ramificato sistema di relazioni che ha trasformato le guardie in ladri e i ladri in guardie.
Spaziante, come Bardi, sono oggi i campioni e l’esito di una stagione che ha il suo atto fondativo alla fine degli anni ‘90. Quando un brillante e giovane ufficiale di nome Nicolò Pollari stringe un patto che è insieme di fedeltà e potere con un gruppo di altrettanto giovani ufficiali, per lo più gravitanti nel II Reparto del Comando Generale (l’Intelligence del Corpo), e la cui posta in palio è prendersi la Guardia di Finanza. Pollari è tanto ambizioso quanto politicamente spregiudicato. Comincia flirtando con un pezzo dell’ex Pci, si lega a quel Lorenzo Necci nelle cui Ferrovie parcheggia i più fedeli e funzionali tra i suoi ufficiali, ma è lesto a comprendere che la stagione del trionfo Berlusconiano (2001) offre un’opportunità irripetibile. Diventare il cardine di un Sistema che è, insieme, di potere e ricatto e in cui la Guardia di Finanza è braccio politicamente orientato del Presidente del Consiglio (Berlusconi) e del suo ministro dell’Economia (Tremonti). Pollari va dunque al Sismi e, al Comando generale, il suo delfino Emilio Spaziante (che per altro ha comandato il II Reparto) ne diventa fedele ventriloquo.
Il Servizio segreto militare e la Guardia di Finanza diventano vasi perfettamente comunicanti che garantiscono agli ufficiali che hanno prestato giuramento di fedeltà alla cordata di entrare e uscire dai due apparati. Accumulando potere, informazioni, capacità di ricatto. Spaziante, per dirne una, dai Servizi va e viene due volte (al Side prima, da capo reparto, al Cesis, poi, da vicedirettore). Ai Servizi transita Mario Forchetti (nel 2010 è capo dell’intelligence economica dell’Aise) dopo essere stato, da generale di divisione, comandante della Guardia di Finanza in Lombardia. Ai Servizi va Andrea Di Capua, ufficiale il cui fratello, Marco (oggi direttore vicario dell’Agenzia delle Entrate e in predicato di succedere a Befera), è nei pensieri di Pollari esattamente come in quelli di Spaziante e Tremonti. Non fosse altro perché, nella vicenda della maxi evasione di “Bell” (mancato versamento di imposte sui 2 miliardi di plusvalenza nella cessione di Telecom), da direttore generale dell’accertamento dell’Agenzia delle entrate, il suo ufficio, sulla scorta di due perizie, ha concluso per l’impossibilità di dimostrare i presupposti di diritto che consentirebbero di pretendere da Bell il maltolto.
La consorteria in alta uniforme ha un centro di gravità politico, la Lombardia e il ministro forzaleghista che esprime (Tremonti), un meccanismo interno di cooptazione che agli ufficiali che giurano fedeltà assicura un percorso di carriera rapido e irreversibile perché “dopato” dal riconoscimento abnorme di encomi che assicurano l’automaticità degli avanzamenti. Tra il 2003 e il 2007, da comandante generale (l’ultimo non espresso dal Corpo), ne è custode Roberto Speciale, il generale fellone che consegna se stesso alla storia del Corpo anche per aver costretto i baschi verdi a umilianti ponti aerei per il trasporto di spigole che allietino le sue vacanze nelle Dolomiti. Il “doping” di Speciale (il Pdl lo ricompenserà con un seggio in Parlamento) consegna definitivamente il vertice del Corpo e le sue più prestigiose articolazioni di comando a un network che conta ufficiali quali Mario Forchetti, Vito Bardi, Michele Adinolfi, Walter Cretella Lombardo, Vincenzo Delle Femmine, Walter Manzon.
Su ognuno di questi ufficiali si posa la mano benedicente di Tremonti e il nullaosta della sua cinghia di trasmissione con il Comando Generale, Marco Milanese. Ognuno di questi ufficiali finisce, a partire dal 2011, e a diverso titolo, nel radar delle Procure italiane. Con una costante. Il sospetto di aver quantomeno commerciato in informazioni privilegiate in vicende cruciali dove potere politico e potere economico si sono contaminati torcendo le regole del mercato. Bardi e Adinolfi rimangono impigliati nelle intercettazioni dell’inchiesta P4. Di Manzon sappiamo dagli atti del Mose. Delle Femmine (già vicecapo di gabinetto di Tremonti) finisce nelle carte dell’inchiesta Bpm per i suoi rapporti con Massimo Ponzellini e il suo spicciafaccende Antonio Cannalire (l’uno e l’altro accusati di associazione a delinquere). Walter Cretella Lombardo, sopravvissuto all’inchiesta “Why not” di De Magistris, finisce stritolato a Napoli dall’accusa di corruzione.
Il baratto tra la cordata della doppia obbedienza e Tremonti ha ragioni solide. Spaziante, oltre a un flusso di informazioni privilegiate, assicura al ministro che presto sarà possibile liberarsi (cancellandoli) dei Nuclei speciali di polizia valutaria, i reparti di eccellenza che sfuggono al controllo gerarchico dei comandi provinciali e regionali e indagano sui grandi evasori, sulle banche. Gli stessi di cui, una volta su due, lo studio Tremonti cura gli aspetti fiscali. In cambio, gli ufficiali che hanno giurato obbedienza hanno carta bianca. A meno che (è il caso di Michele Adinolfi) non si mettano in testa di giocare in proprio per il Comando soffiando all’orecchio di Berlusconi.
Nel 2011 la cordata era data appunto per morta. Ma lei non si è mai data per vinta. Ancora il 5 settembre 2013, Spaziante poteva cedere il suo ufficio di Comandante in seconda a Vito Bardi godendo dell’enfatico e pubblico ringraziamento del Comandante generale e suo dichiarato avversario Saverio Capolupo. «A mio nome e a nome di tutta la Guardia di Finanza esprimo i più sentiti ringraziamenti per l’opera prestata dal generale Spaziante».

La Repubblica 12.06.14

#terremotoemilia #alluvionemodena: ancora passi avanti

Oggi pomeriggio, se non avessi avuto solo pochi minuti per intervenire in discussione generale alla Camera sul decreto legge n. 74, avrei esposto alcune valutazioni che vi metto in calce in modo esteso.
” Il decreto che stiamo esaminando viene sinteticamente definito come il decreto Alluvione Modena. Ma questa definizione è corretta a metà, perché solo il primo articolo è interamente dedicato agli interventi in favore delle popolazioni modenesi che nel giro di 24 mesi sono state colpite da un terremoto rovinoso, da una tromba d’aria, poi da un’imponente alluvione e infine da un’altra tromba d’aria: una coincidenza straordinaria di eventi calamitosi, abbattutisi su un’area relativamente circoscritta, mai verificatasi prima nella storia repubblicana, di fronte alla quale il governo ha dato una risposta tempestiva, positiva e concreta, nella consapevolezza – non scontata – che lo Stato debba assumere misure straordinarie di fronte a situazioni eccezionali.
Bene, molto bene, quindi, i 210 milioni di risorse vere destinate al ritorno alla normalità di coloro i quali hanno subito prima i danni del terremoto e poi quelli dell’alluvione. Sono stati mesi molto duri, quelli vissuti dalle comunità di Bastiglia e Bomporto per citare i due comuni più colpiti: ma ora comincia a vedersi la luce alla fine del tunnel, grazie alle diposizioni di questo decreto, che ha già permesso al commissario delegato, cioè il presidente della Regione ER, Vasco Errani, di assumere le ordinanze per erogare i contributi necessari per il ritorno alle normali condizioni di vita e di lavoro. Un testimonianza di questo mutato contesto sono gli applausi tributati ai sindaci di Bomporto e Bastiglia all’assemblea cittadina convocata, la settimana scorsa, per illustrare le ordinanze regionali: non tutto è risolto, ne siamo consapevoli, ma potremmo dire che abbiamo svoltato verso la fase della ripresa e soprattutto, ci si è concretamente impegnati per non lasciare indietro nessuno.
Dicevo, che se il primo articolo è dedicato agli eventi modenesi – e nel merito delle disposizioni qui contenute si soffermeranno altri colleghi – è altresì vero che il secondo riguarda l’operatività del Fondo per le emergenze nazionali.
Il decreto, quindi, ha un respiro ben più ampio rispetto alla denominazione corrente e soprattutto è in grado – e ancor di più lo è dopo l’approvazione di alcuni emendamenti durante l’esame in sede referente in Commissione – di rendere più efficiente il nostro sistema di prevenzione e di protezione civile.
E’ stato opportuno e giusto istituire a suo tempo un fondo unico in cui trovare immediatamente le risorse per fare fronte a situazioni di emergenza determinate da calamità naturali o connesse con l’attività dell’uomo, per chiudere con la lunga epoca della affannosa ricerca delle risorse necessarie. Perché la cosa funzioni però, quel fondo deve avere sempre una adeguata disponibilità finanziaria: è con questo proposito che sono state assunte determinate decisioni in legge di stabilità e che nel decreto che stiamo esaminando si è previsto, in particolare, la revoca e la rassegnazione al Fondo stesso di risorse già destinate ad affrontar calamità naturali ma che non sono state utilizzate: in altre parole si tratta di rimettere in circolo risorse che sono in standby e che in questo modo vanno a rimpinguare il Fondo.
Risorse che, grazie al lavoro di commissione, sommano a 100 milioni, che così possono essere assegnate per affrontare la prima fase di quelle emergenze che la protezione civile ha già esaminato favorevolmente, come l’alluvione di Senigallia, per citare l’ultimo esempio nefasto.
La proficua interlocuzione tra le forze politiche presenti in commissione – che hanno lavorato con spirito unitario – ed il governo ha portato poi alla approvazione di altri emendamenti che consentono, ad esempio, il finanziamento delle reti di monitoraggio per la prevenzione, cioè i diversi sistemi di allerta che avranno una maggiore operatività per dare il primo allarme, consentendo così di salvare vite umane. Ancora, la commissione si è espressa favorevolmente a due nuove norme tese al rifinanziamento, con 50 milioni, del fondo regionale per affrontare le emergenze e al recupero, regione per regione, delle risorse non spese per reinvestirle a favore di nuove situazioni emergenziali.
L’articolo 2 del decreto in parola, grazie a questo attento lavoro di modifica, esce rafforzato, a reale vantaggio dei territori e delle popolazioni locali coinvolte da eventi calamitosi.
Da modenese, posso testimoniare per esperienza diretta dell’impatto benefico dell’efficacia degli interventi durante un’emergenza non solo per salvare persone e cose ma per cementare il senso di appartenenza ad una comunità nazionale. E’ nella fase della fragilità e della paura che misuriamo con inusitata sensibilità il nostro sentirci parte di uno Stato e la sua capacità di dispiegare concretamente interventi di solidarietà nazionale.
Purtroppo il nostro Paese patisce ancora dell’assenza di una legge nazionale sulle emergenze e sulla ricostruzione seguenti a catastrofi. Tale assenza, come ho già avuto modo di dire in questa stessa aula qualche mese fa, determina un ingiustificato contraccolpo sui diritti dei cittadini colpiti da rovinose calamità naturali: nella stessa identica sorte di avere perso tutto o quasi tutto, ebbene, questi cittadini non godono – alla luce dei fatti – degli stessi livelli di tutela e di ristoro, che dipendono dalle mutevoli scelte politiche, dai cambi di governo, dalle diverse valutazioni degli organismi tecnici, come la Ragioneria dello Stato.
Ed è alla rappresentazione di alcuni esempi di questa asimmetria che vorrei dedicare la seconda parte del mio intervento. Esempi tratti dall’esperienza diretta dall’emergenza e dalla ricostruzione del terremoto del maggio 2012, che ha travolto le province di MO, RE, BO, FE, MN e RO.
Farò due esempi, entrambi connessi al delicato tema della fiscalità. Al netto di quanto dispone la normativa europea, è un fatto che nei confronti di territori terremotati sono state applicate, nel tempo, normative sempre più restrittive e poco solidaristiche, fino al sisma del maggio 2012, in occasione del quale, oltre alla consueta sospensione fiscale di sei mesi, nulla è stato disposto. Credo di non sbagliarmi nel dire che ai terremotati di E-R, Lombardia e Vento nessuna agevolazione fiscale è stata disposta, nonostante le pressanti e costanti richieste dei rappresentanti territoriali e nazionali, se non la possibilità – per le imprese danneggiate – di accedere un mutuo per provvedere al pagamento dei tributi, dei contributi e dei premi sospesi del periodo giugno 2012 – dicembre 2013. Stiamo parlando delle imprese che hanno avuto il capannone danneggiato o distrutto e patito pesanti danni diretti al reddito e sono le stesse imprese che hanno anticipato le risorse per ripristinare l’attività produttiva e per garantire i livelli occupazionali.
E’ evidente che in questo contesto molte aziende non sono ancora in grado di ripagare le rate del mutuo, ora che da 8 mesi hanno ricominciato a versare le imposte e i contributi. Ecco perché, nel precedente decreto legge 4 fu approvato, con il concorso di tutte le forze politiche, un emendamento che nelle intenzioni del legislatore prorogava di due anni la restituzione del mutuo.
E’ cronaca di questi giorni che tale intenzione, espressa in questa aula così come in dichiarazioni pubbliche, sia stata travisata dall’accordo tra ABI e CdP che ha interpretato la norma come una rimodulazione del piano di ammortamento, da attivare dal 1 di luglio.
Come legislatori non abbiamo cambiato opinione pertanto abbiamo lavorato unanimemente in commissione referente per una nuova norma che prevede la concessione, a domanda, della proroga di 12 mesi per pagare la prima rata e per dare quindi un reale sollievo alle imprese che oltre al terremoto devono affrontare le insidie della burocrazia. Con questa norma, interveniamo per la quinta volta sull’argomento: è facile capire che così non si può più procedere ed è altrettanto facile capire che stiamo pagando – a caro prezzo – l’assenza di una normativa nazionale che ci renda finalmente tutti uguali davanti alle avversità.
C’è poi un’altra questione, cui vorrei accennare e che riguarda l’ipotesi, da tempo perseguita, di istituire una zona franca urbana in alcuni circoscritti territori colpiti dal sisma del 2012. La proposta non è estemporanea, ma è stata mutuata dall’esperienza dell’Aquila, avviata con decreto ministeriale del settembre 2012, cioè 3 anni dopo il sisma che colpì l’Abruzzo e tre mesi dopo quello emiliano, veneto, lombardo.
Riprendersi dagli effetti di un terremoto devastante non è facile, perché le onde del sisma rompono le strutture materiali insieme a quelle filiere invisibili – produttive e sociali – che tengono insieme una comunità. Ecco perché la ricostruzione è opera lenta e non si conclude con la sola riedificazione degli edifici. Ed ecco perché come PD avevamo presentato per la discussione in commissione un emendamento sulla costituzione di ZFU a favore delle micro imprese con sede nei centri storici dei comuni più colpiti dal sisma: una misura per dare respiro al commercio, al terziario e all’artigianato che fa faticosamente impresa dopo il terremoto e al contempo tiene vivo il centro storico, cioè la porzione urbana più rappresentativa e simbolica di una comunità.
L’esito a questa nostra proposta è stato negativo. Aggiungo, per ora. Perché se rinunciamo a discuterne in questa sede per consentire una rapidissima approvazione del decreto, riteniamo tuttavia che sia doveroso nei confronti dei terremotati del sisma 2012 spiegare le ragioni del diniego, che invece non ci fu per analoghe situazioni, e altrettanto doveroso sia istituire un tavolo tecnico che ponderi attentamente la proposta.
Ma non voglio chiudere con una nota negativa poiché ritengo che questo decreto sia molto buono, grazie a norme positive ed efficaci. Come l’inclusione, tra le disposizioni previste per gli alluvionati modenesi, dei danneggiati dalla tromba d’aria e dalla straordinaria grandinata, per estensione e per intensità, che il 30 aprile ha chirurgicamente colpito la stessa identica area travolta dalla rotta del Secchia di gennaio scorso. Si tratta di eventi climatici eccezionali, che hanno determinato la perdita di produzione degli impianti arborei (frutteti e vigneti) nonché alle stesse strutture di difesa. In questa area la produzione cerealicola e frutticola (pere e vite, in particolare lambrusco) è stata compromessa con perdite stimate dal 30 al 50%, mentre le aree destinate a seminativi sono ancora oggi impraticabili a causa del ristagno e del sedimento lasciato dall’alluvione. Le imprese agricole quindi devono far fronte alle spese necessarie per il ripristino dei danni subiti, ma non possono contare sulle entrate che mancheranno per la distruzione del raccolto futuro.
Una situazione drammatica, alla quale si dà una prima risposta positiva con le disposizioni contenute in questo decreto che, per rispetto di chi vive già ora i disagi prodotti da calamità naturali e per tutela dell’intera popolazione italiana, riteniamo debba essere velocemente convertito in legge.

"Berlinguer oltre il compromesso storico", di Piero Folena

Il trentennale della morte è già stato un’occasione molto importante per meditare sull’opera di Enrico Berlinguer. A Walter Veltroni occorre riconoscere il merito di aver costruito, col film di cui è stato regista e col libro che ha seguito quella produzione, un evento popolare, di memoria collettiva. Tuttavia Veltroni, in compagnia di molti altri, compie un’operazione revisionistica a senso unico, dando quasi l’impressione di voler iscrivere Enrico Berlinguer al Partito Democratico, venticinque anni prima della sua fondazione; identificando il leader del Pci col solo compromesso storico, e dipingendo la sua ultima stagione -salvo che per la questione morale- come un ripiega mento settario.
Proprio sulla questione morale -nelle ore degli scandali del Mose e dell’Expo, e del coinvolgimento di settori dello stesso Pd in questi scandali- occorrerebbe prima di tutto riflettere: e domandarsi quanto la personalizzazione estrema della politica del tempo presente (coi costi che comporta) e il venir meno di un’etica condivisa abbiano aperto la strada ad una nuova tragica degenerazione della politica. Chissà che parole avrebbe usato Berlinguer a fronte di scandali come questi!

Per me il 30° anniversario della morte di Enrico Berlinguer, è l’occasione per tornare sulla questione morale e il rinnovamento della politica, che ho sempre considerato la più importante eredità che ci ha lasciato questo grandissimo leader del ‘900. Ne I ragazzi di Berlinguer (Dalai editore) ho cercato di ricostruire le ragioni per le quali un’intera generazione divenne comunista: perché Enrico Berlinguer era segretario, e incarnava, con la sua sobrietà, col suo stile di vita, con la sua accurata ricerca di parole sempre dense di significato, un’idea di politica alternativa rispetto a quella arrogante che tra- smetteva il Potere, soprattutto quel Potere che agli inizi degli anni 80, col pentapartito, strinse una gabbia sulla società e sul suo bisogno di libertà e di protagonismo. Tutti ricordano la sua magistrale intervista a Eugenio Scalfari.

Non si può avere una visione edulcorata o buonista di Enrico Berlinguer. Egli fu osteggiato -dalla stessa definizione di «questione morale» alla proposta di un radicale rinnovamento del Partito e della politica fino alla linea dell’alternativa democratica- da una parte del Partito, custode di un’idea più tradizionale dell’organizzazione politica, più diffidente rispetto all’interlocuzione coi movimenti -a partire da quello femminista fino al nuovo ambientalismo che allora cominciava a prendere forma- e con le tematiche innovative di cui essi erano portatori.

La Fgci degli anni 80 accompagnò prima queste scelte di Enrico Berlinguer e poi, dopo l’84, raccolse l’eredità di questo suo lascito. Di quegli ultimi cinque anni della vita di Berlinguer, tra il ’79, fine dell’unità nazionale e la sua scomparsa a Padova -davanti ai miei occhi, giovanissimo segretario cittadino del Pci-, rimarrà certamente la storia del duro scontro con Bettino Craxi e di quello che poi sarà chiamato l’ «antisocialismo» di Berlinguer. Né vi è dubbio che Berlinguer resistette ad una trasformazione in senso socialdemocratico del Partito: ma questo avvenne non in nome di dogmi del passato, ma di una ricerca aperta sui problemi del mondo, e proprio sul socialismo.

In realtà con questa parte del pensiero e dell’opera di Berlinguer non si sono fatti i conti. È passata l’idea, nella vulgata degli anni ’90, poi nel momento della fondazione del Partito Democratico e sopratttutto nelle celebrazioni di oggi, che l’unico Berlinguer da rivendicare fosse quello del compromesso storico e dell’incontro, mai compiuto, con Aldo Moro. Vorrei dire che si è un po’ abusato del vezzo tipico della sinistra italiana di tirare la storia alle proprie contingenti convenienze. Intendiamoci. Vedo una relazione tra il compromesso storico e la questione morale: non chiedo che si faccia un’operazione speculare a quella compiuta nell’ultimo ventennio. La relazione, tuttavia, non sta nella pro- posta di alleanze politiche; sta nei contenuti della politica e nei caratteri della società nuova per cui Berlinguer intendeva operare: un diverso modo di consumare e produrre («perché, cosa, come pro- durre»), anticipando la grande questione ecologica, il rifiuto della violenza e della guerra come soluzione dei problemi, una nuova idea della libertà delle donne, un uso umano delle nuove tecnologie, un’ idea diversa della politica. Su questi punti Berlinguer propose un riorientamento del programma fondamentale del Pci, che così faceva sue tante istanze provenienti dal pensiero religioso, soprattutto di quello cristiano sociale, e da una critica umanistica al capitalismo. Berlinguer, già nel corso del periodo in cui si venne logorando la stagione della solidarietà nazionale, cominciò a guardare con occhi nuovi a quello che si muoveva fuori dal Partito e dalla politica. Chissà se davvero, come hanno scritto alcuni suoi biografi, le folle oceaniche di giovani sotto le Botteghe Oscure che nel 1977 contestavano aspramente il Pci, non furono la scintilla di questa riflessione nuova.

Proprio oggi, quando il Partito Democratico è impegnato in una transizione politica, ed esplode una nuova questione morale che, goccia dopo goccia, è stata scavata trasversalmente nel ventennio berlusconiano del conflitto di interessi e della privatizzazione della politica, si tratta di riflettere sulla lezione di Berlinguer: sulla necessità di aprirsi alla società, al mondo del lavoro, e di connettere la transizione politica alla transizione sociale. Questa è l’epoca in cui un diverso modo di produrre e di consumare si impone come necessità non di un’élite, ma sentita a livello popolare, e soprattutto giovanile. È l’unica via d’uscita alla gravissima crisi iniziata nel 2008. Se in onestà si deve fare l’identikit di una parte dei militanti grillini -non certo del loro leader populista-, si trova soprattutto questa idea alternativa di organizzazione della società e della vita, e questo vale ancor più per i comitati e i movimenti che stanno ponendo all’ordine del giorno il tema dei beni comuni, a partire da quello dell’acqua.

Ma più delle parole per Berlinguer contavano i gesti e gli atti. Oggi la sua figura appare agli antipodi di quella del leader vincente, anche nello schiera- mento progressista: furbo, aggressivo, ipermediatico, un po’ guascone. Chissà se non sia molto più grande un comunicatore che non ha un’overdose quotidiana da video, ma che quando parla, tocca i cuori, fa riflettere, lascia il segno. C’è una sola figura contemporanea che, pur meno timida e più espansiva di Berlinguer, sembra incarnare un analogo stile di vita: Papa Bergoglio. Francesco fa della questione morale, nella Chiesa e fuori di essa, non un’arma di demagogia, ma la sferzata per dimostrare col buon esempio che si può esercitare il Potere con la minuscola, in modo sobrio, umile, «mode- sto» (della modestia che caratterizza il vero democratico, come scriveva Albert Camus). Occorre un Partito Democratico meno arrogante quando esercita il Potere, meno schiacciato sul Palazzo e più aperto e ricettivo nella società. E con Francesco, Berlinguer coltivava una passione per il Santo di Assisi, fino a portare tutto il Pci -e a spingere la nostra Fgci- alla testa del movimento contro il riarmo nucleare e per la pace. «Il folle Francesco», dice ad Assisi Enrico Berlinguer, si batte per per convincere i potenti a non fare la guerra: l’utopia dell’uscita dalla guerra nella storia -nell’epoca delle armi nucleari, chimiche, batteriologiche, ipertecnologiche- è uno dei grandissimi lasciti, il più francescano, di Berlinguer. La lezione che ci lascia Enrico Berlinguer sulla questione morale, sul rinnovamento della politica e sulla necessità di mettere al cen- tro i contenuti e le idee forti -i «pensieri lunghi»- può aiutarci davvero molto in questa stagione difficile.

L’Unità 11.06.14