Latest Posts

«La notte bianca per illuminare la scuola», di Giovanni Belfiori

Venerdì 8 aprile a Bologna, Milano, Torino e Napoli un evento grande per passione e organizzazione: l’Italia dice sì al futuro, e guarda oltre i tagli, le denigrazioni, le battute infelici di un ministro e un governo capaci solo di demolire. La scuola pubblica può rinascere, e il PD vuole raccogliere idee e contributi per cambiare insieme

Astiosamente il governo continua il suo tentativo di demolizione della scuola pubblica, ma con caparbietà il mondo della scuola resiste. Resiste e progetta il futuro, un futuro assai prossimo, dove il bilancio dell’istruzione non sia considerato una spesa di cui, bene o male, non si può fare a meno, ma un investimento vero, di cui vantarsi, perché è la scuola la nostra assicurazione per il presente e per l’avvenire.

Un altro tassello della nostra ‘resistenza’ lo incaselleremo venerdì 8 aprile quando a Bologna (dove sarà presente il segretario Pd Bersani), Napoli, Milano e Torino metteremo in piazza problemi e sogni, prospettive e idee del mondo della scuola. In queste quattro città -e nelle altre che si vorranno unire- dalle 20 fino a tarda ora, andrà in scena un girotondo di interventi di artisti, intellettuali, politici, e le voci della scuola -insegnanti, studenti, genitori- perché è l’Italia intera a non rassegnarsi, a volere tenacemente guardare oltre.

L’intera serata sarà trasmessa da Youdem Tv, i contributi e gli interventi saranno pubblicati nel blog questa nostra pagina e in quella Facebook Area Scuola PD. Nei prossimi giorni pubblicheremo maggiori dettagli sul programma della Notte Bianca. Per ora segnaliamo le videochat (sono già online quelle con Mariangela Bastico, Giovanni Bachelet e Manuela Ghizzoni) che sono online sul blog e su YouDem Tv.

da www.partitodemocratico.it

Via libera al fisco regionale. Il PD si astiene in Commissione Bicamerale

La Bicamerale per il federalismo fiscale ha approvato oggi pomeriggio il parere di maggioranza sul decreto legislativo in materia di fisco regionale. Quindici i voti a favore (Pdl, Lega e Svp), dieci gli astenuti (il Pd). Quattro i voti contrari. Il Pd ha deciso l’astensione perché il governo ha accettato le modifiche proposte dal partito, mettendo un freno alle imposte e prevedendo di ridare elle regioni i fondi tagliati fin qui.

Il governo “ha visto la nostra serietà”, ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. “ Ora si fermi, perché la parte sul federalismo comunale non sta in piedi. E il federalismo sta crescendo come un albero storto. Si fermi dunque e apra una riflessione. Se non lo fa, noi ci prenderemo la nostra libertà”.

Davide Zoggia, responsabile Enti locali del Partito democratico, ha così commentato l’esito del voto: “Abbiamo limitato i danni fatti da governo e Lega, ma il federalismo vero è altra cosa rispetto a ciò che partorirà una maggioranza sempre più lontana dai problemi degli italiani. L’impianto generale purtroppo, nonostante i nostri interventi continua, per colpa della Lega, ad essere inadeguato e in alcune parti dannoso per i cittadini. Grazie al lavoro fatto nella Bicamerale il Pd è almeno riuscito a contenere i tagli effettuati con la legge 78 dello scorso luglio facendo reintrodurre risorse per servizi fondamentali alla collettività. A questo punto sarebbe saggio che il governo riconsiderasse anche l’assetto del federalismo municipale e consentisse di correggerne le tante incongruenze presenti”.

Oggi c’è stato anche l’incontro tra il governo e la conferenza delle regioni, incontro che si è concluso positivamente. “Il Governo rispetta tutti i punti dell’accordo del 16 dicembre e ciò è indubbiamente il frutto di un lavoro lungo, complesso e faticoso portato avanti dalle Regioni. Un impegno che ha seguito un filo logico coerente sin dal varo della manovra estiva, quando abbiamo sostenuto che con i tagli imposti dalla finanziaria il federalismo fiscale non sta in piedi” ha dichiarato il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani.

“In sostanza – ha proseguito Errani – sono riconosciuti i 425 milioni di euro aggiuntivi per coprire i tagli al Trasporto Pubblico Locale, risorse da considerarsi fuori dal Patto di Stabilità e quindi spendibili. E’ stabilita la fiscalizzazione del Trasporto Pubblico Locale a partire dal gennaio del 2012. Sono rivisti per le Regioni che rispettano il Patto di Stabilità i tagli previsti dalla stessa manovra estiva. Scelte fondamentali per poter avviare il percorso del federalismo fiscale. D’ora in avanti potremo verificare davvero la possibilità reale, nell’ambito dello scenario del federalismo fiscale, di poter garantire servizi fondamentali per i cittadini, senza aumentare le tasse. Ciò naturalmente richiede un coordinamento con le norme previste dal decreto sul federalismo municipale per superarne i limiti, sviluppando opportunità per i territori. Va anche considerato – conclude Errani – che sono stati accolti e finiranno poi nel testo relativo al federalismo fiscale regionale una serie di importanti emendamenti, relativi ai fondi di perequazione, alla manovrabilità dell’addizionale IRPEF, che non dovrà comportare aggravio fiscale e che dovrà partire dal 2013, ai meccanismi di garanzia della copertura finanziaria a fronte di minori gettiti”.

da partitodemocratico.it

******

«Federalismo, stavolta il Pd ci sta», di Raffaella Cascioli
Sul nuovo fisco regionale il governo accetta correzioni importanti: Errani soddisfatto, i democratici
si astengono
Nella complessa partita sul federalismo regionale, che si è di fatto conclusa ieri con il voto in bicameralina, è possibile individuare più di un giocatore determinante. A cominciare dalle regioni, che sono riuscite ad inchiodare Tremonti al rispetto dell’accordo raggiunto a dicembre sul trasporto pubblico locale.
Importante anche il ruolo svolto dal Pd che si è visto recepire negli ultimi giorni molte delle modifiche proposte. Fino al recepimento, impensabile fino a qualche settimana fa, della clausola di salvaguardia e del congelamento delle addizionali regionali Irpef. Con la speranza che, per questa via, il governo debba avviare un ripensamento del decreto sulla fiscalità municipale.
E così, al termine di una giornata fitta di incontri e di trattative, è arrivato nel pomeriggio il via libera a un decreto sulla fiscalità regionale sul quale si è registrata l’astensione del Pd e il voto contrario di Idv e rappresentanti del Terzo polo ad eccezione di Linda Lanzillotta, non presente al momento della votazione ma contraria a un provvedimento che a suo dire «è un regalo alla Lega». I dieci parlamentari del Pd in bicameralina hanno deciso l’astensione a maggioranza dopo che in mattinata si era svolta una riunione alla presenza del segretario Pier Luigi Bersani nel corso della quale si era preso atto che Calderoli aveva accolto molte proposte del Pd avanzate dal relatore di minoranza Francesco Boccia. Una riunione nel corso della quale si erano stilate alcune condizioni che sono state accolte dal governo al punto da determinare l’astensione del Pd.
Nel corso dell’incontro erano emerse alcune perplessità – espresse da Antonello Soro e da altri – sul tipo di condotta politica da tenere circa l’opportunità di astenersi rispetto a un voto contrario. Perplessità che non disconoscevano i miglioramenti ottenuti dal Pd ma che facevano pesare le disparità territoriali e le distorsioni della fiscalità comunale. Alla fine si è optato per un’astensione condizionata al recepimento di alcuni paletti. Nell’occasione il vicesegretario Enrico Letta aveva insistito sul fatto che si sarebbe fatto un grosso sbaglio configurando «tutti i passaggi parlamentari come l’ultima occasione cruciale per dare la spallata».
In realtà il primo via libera al decreto è arrivato in mattinata dal presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che a nome dei governatori ha annunciato il rispetto da parte del governo di tutti i punti dell’accordo di dicembre con particolare attenzione ai 452 milioni di euro aggiuntivi promessi per coprire i tagli al trasporto pubblico locale. «Si apre ora una fase molto importante per tutti – ha spiegato Errani – Vedremo se le intenzioni sul federalismo fiscale saranno realmente concrete».
Determinante alla configurazione dell’impianto finanziario del decreto è stato il Pd, che è riuscito a incassare molte delle modifiche proposte tra cui l’introduzione della cosiddetta “clausola di salvaguardia” per evitare l’aumento della pressione fiscale a seguito dei tagli operati con la manovra del 2010. I democratici hanno chiesto ed ottenuto il congelamento al 2013 della addizionali regionali Irpef, evitando fra l’altro la balcanizzazione dell’imposta visto che la successiva maggiorazione non troverà applicazione sui redditi del primo scaglione.
Ed ancora il Pd ha avuto soddisfazione anche sul fondo perequativo e sulla definizione dei fabbisogni standard. «Sono state recepite le nostre condizioni – ha spiegato il vicepresidente della bicameralina Marco Causi – a questo punto dobbiamo chiedere al governo per coerenza di riscrivere il decreto sulla fiscalità comunale». In serata il capogruppo Pd alla camera Dario Franceschini ha parlato di un ottimo lavoro di squadra nel Pd «che ha portato a un sostanziale miglioramento del testo», mentre Bersani ha esortato il governo a prendere una pausa di riflessione sul progetto generale del federalismo che rischia di crescere storto.

da www.europaquotidiano.it

******

Sì alla clausola di salvaguardia sui tagli del 2012

Nato per accorpare tre distinti decreti (fisco regionale, provinciale e costi standard), il provvedimento approvato ieri in bicamerale si è arricchito di giorno in giorno di nuovi contenuti. L’ultimo ieri quando il Governo ha deciso di inserire, su pressing di Pd e governatori, la «clausola di salvaguardia» sui tagli imposti alle regioni dalla manovra estiva un anno fa.

Il punto si farà l’anno prossimo. In modo da arrivare all’anno “zero” del fisco regionale, il 2013, con idee e conti più chiari. Se le condizioni finanziarie lo permetteranno, non si terrà conto della sforbiciata da 4,5 miliardi contenuta nel Dl 78 del 2010. Altrimenti sarà un tavolo formato da esecutivo e governatori a proporre «modifiche o adeguamenti al fine di assicurare la congruità delle risorse» nonché il loro ammontare rispetto «alle funzioni svolte». Affidando alla legge di stabilità il compito di indicare come e dove intervenire per rimpinguare le casse o ridurre i compiti da svolgere.
Modifiche dell’ultim’ora a parte, l’impalcatura del Dlgs è quella concordata gomito a gomito col Pd la settimana scorsa. Le Regioni avranno in dote un’addizionale Irpef formata da una parte fissa e una variabile: la prima sarà fissata all’inizio allo 0,9% ma è probabile che dal 2013 salga almeno di un altro punto visto che dovrà compensare l’addio alla compartecipazione regionale all’accisa sulla benzina che, dice la relazione tecnica del Governo, vale 1,7 miliardi; la parte variabile sarà dello 0,5% nel 2013 (su tutte le fasce di reddito) per salire all’1,1% nel 2014 e al 2,1% nel 2015 (escluso chi guadagna meno di 15mila euro).

In aggiunta i governatori avranno anche una compartecipazione all’Iva territoriale (all’inizio del 44,7% ma rivista a partire dal 2013) e i 30 miliardi dell’intera Irap. Che, a partire dalla stessa data, potrà anche essere ridotta fino a zero ma non da chi ha aumentato l’addizionale Irpef oltre l’1,4 per cento. Il menu delle risorse che dal 2013 sostituiranno i trasferimenti statali sarà completato da sei tributi minori che erano erariali e saranno regionali, dagli introiti della lotta all’evasione e dalle quote del fondo perequativo. Perequazione che permetterà il finanziamento al 100% dei livelli essenziali delle prestazioni nelle funzioni fondamentali (sanità, scuola, assistenza e trasporto locale) calcolati a costi standard. Nelle altre materie si punterà a ridurre del 75% le differenze tra territori ricchi e poveri.
Per la sanità, infine, il copione della vigilia è stato rispettato alla lettera. Regioni benchmark saranno le 3 scelte politicamente in una rosa delle 5 migliori (nessuna sotto piano di rientro): una del Nord, una del Centro, una del Sud, con almeno una realtà «di piccola dimensione geografica». Anno di partenza sarà il 2013 e i conti si faranno sulla base dei bilanci del 2011.

Nessuna concessione al Sud sul reclamato «indice di deprivazione» per il riparto delle risorse – che continuerà ad avvenire in base alla «popolazione pesata» per età – anzi il riconoscimento che la regione migliore non potrà avere meno finanziamenti di quelli del 2012. Per la sanità ci saranno però «interventi strutturali» per colmare i gap infrastrutturali che hanno effetti sui costi delle prestazioni: riguarderanno il Sud e le aree montane o le piccole isole. Le «carenze strutturali» saranno misurate sulla base di «specifici indicatori socio-economici ambientali» di disagio, tutti da definire. E in ogni caso si terrà conto dei fondi per gli interventi straordinari per l’edilizia sanitaria, in vigore dal 1988, che proprio al Sud sono stati dilapidati o poco e male impiegati.

Non mancano infine per la sanità le «osservazioni» accolte dal Governo. Come i premi per chi pagherà al meglio beni e servizi con le centrali d’acquisto e le sanzioni per chi non lo farà. Beni e servizi per cui si punta a dettagliati «prezzi di riferimento». Mentre per la farmaceutica si chiede che il Ssn eroghi gratis solo quelli prescritti dai medici «secondo la quantità» e le «dosi». Un film che forse vedremo con le prossime manovre.
(Eu. B. e R. Tu.)
Il Sole 24 Ore 25.03.11

«Così le 'ndrine cercano un varco in banca», di Nicola Borzi

Non solo le banche, ma anche i professionisti sono in prima linea nella guerra contro la criminalità organizzata. Lo dimostrano le indagini contro la ‘ndrangheta della Procura di Milano. Nei piani delle ‘ndrine per mettere le mani sulla ricostruzione dell’Aquila e l’Expo ricorrono i nomi di un istituto di credito pressoché sconosciuto – FlashBank –, di uno noto, Banca Arner Italia, e di un sindaco di Fastweb. Le 416 pagine dell’ordinanza firmata il 6 luglio scorso dal Gip Giuseppe Gennari sull’inchiesta dei pm Boccassini, Dolci, Storari e Cecchelli per l’operazione “Tenacia” spiegano la tentata scalata della Perego General Contractor alla Cosbau. Il provvedimento, che ha portato a cinque arresti per l’accusa di associazione mafiosa, falso in bilancio e altri reati, secondo l’accusa mostra come la criminalità “aggancia” intermediari inconsapevoli per il ruolo d’interfaccia con il credito.
Perego General Contractor, sorta sulla preesistente Perego Strade, era tra le maggiori imprese di movimento terra in Lombardia. Salvatore Strangio, boss di San Luca, secondo gli inquirenti ne «acquisiva per conto delle ‘ndrine di Platì e Natile di Careri la gestione e il controllo». Il tutto grazie a Ivano Perego che secondo i Pm «acconsentiva e favoriva l’ingresso di Strangio; ne chiedeva l’intervento per indurre i concorrenti a ritirare le offerte; intratteneva rapporti privilegiati con esponenti politici e pubblici dipendenti per ottenere l’aggiudicazione di commesse, affinché la Perego fosse favorita nei rapporti con la pubblica amministrazione; organizzava lo smaltimento illecito di rifiuti, anche tossici». Per i magistrati, Andrea Pavone «favoriva l’ingresso in Perego di Strangio; suo diretto referente, si occupava di operazioni finanziarie, non andate a buon fine, acquisizione di partecipazioni in aziende».
Nel 2009 la Perego tenta la scalata a Cosbau, impresa trentina di costruzioni e lavori pubblici appaltatrice di interventi per la ricostruzione dell’Aquila. Ma le cosche, attraverso agganci politici, preparavano già la mossa successiva: infiltrare la Perego nei lavori per l’Expo. Nelle indagini, FlashBank e Banca Arner appaiono come i canali attraverso i quali la ‘ndrangheta tentava di far passare i capitali illeciti necessari all’operazione.
Il 17 giugno 2009 Pavone telefona a Strangio. Pavone: «Sabato viene a casa mia a pranzo e sabato firmiamo già l’accordo… Sia l’amministratore delegato, che Walter Di Rita, quello della Flash…». Strangio: «Tu sei l’unico… raro e solo». Pavone: «Sono partito stamattina alle sei con Bontempelli da Agrate, alle otto e venti ero alla Cosbau. Ho detto: signori sabato firmiamo. Poi me ne sono tornato». Strangio: «Hanno accettato tutto?». Pavone: «Gli ho detto la verità. Mauro Bontempelli sta andando dall’Arner Bank a vedere se ci fanno da fronting, perché lui è il presidente del collegio sindacale. Se la Arner ci fa da fronting, le banche vedono che è entrata un’altra banca». Strangio: «Minchia…». Pavone: «Un po’ più soldi… Poi domani vado a Torino… lì a Londra… vediamo per venerdì di chiudere il quadro».
Gli inquirenti annotano: «Il passaggio è di estrema importanza per la comprensione delle dinamiche dell’organizzazione criminale, perché dimostra inequivocabilmente che tutta l’iniziativa che Pavone porta avanti in Cosbau è sponsorizzata e appoggiata da Strangio e dunque dai calabresi».
Chi è Mauro Bontempelli? Commercialista, titolare di un avviato studio milanese di consulenza amministrativa, fiscale e tributaria, è stato in politica come presidente del Consiglio di Zona 7 a Milano. Fece rumore una sua dichiarazione al Corriere della Sera che il 2 novembre 2000 riportava le denunce contro il “pizzo” dei commercianti di Baggio: «Nessuno ha mai parlato di racket o di pizzo. Il nostro non è un quartiere dormitorio: ci sono droga e prostituzione, ma non siamo al Bronx». Ha lavorato alla stesura del codice etico della Provincia di Milano ed è presidente del collegio sindacale di Core, il Consorzio recuperi energetici che brucia i rifiuti dei Comuni di Sesto San Giovanni, Cologno Monzese, Pioltello, Segrate e Cormano.
In Borsa, Bontempelli è stato consigliere di Isagro, società di agrofarmaci, sindaco supplente di Fullsix, gruppo di comunicazione integrata, carica che oggi riveste in Fastweb. È sindaco di Sintesi Global Asset Management, finita nell’operazione “Tenacia” come depositaria di quote di Perego General Contractor. È stato sindaco anche di Banca Arner Italia, prima che il 4 agosto 2008 questa finisse in amministrazione straordinaria e i suoi organi venissero sciolti dal ministero dell’Economia.
Secondo Bontempelli, però, i suoi rapporti con la Perego furono sempre inconsapevoli della presenza delle ‘ndrine. Il suo legale specifica che il commercialista, senza avere alcun rapporto con Flash Bank, viaggiò con Pavone solo per ricevere una presentazione sommaria di Cosbau e documenti contabili in base ai quali suggerì a Pavone di rivolgersi a una società di revisione. Durante il viaggio, è la versione di Bontempelli, Pavone gli chiese se avesse contatti col mondo bancario per reperire finanziamenti. Bontempelli rispose che il suo unico contatto era con Arner, di cui era stato sindaco, e che avrebbe provato a sentire – senza alcun impegno alla prima occasione – se la banca effettuava tali operazioni. «Ma il contatto non si concretizzò e non vi fu alcun seguito», sostiene. Fra l’altro, a giugno 2009 Bontempelli non era più né sindaco né presidente del collegio sindacale, già sciolto dal ministero. Dunque Pavone e Strangio esprimevano congetture del tutto irrealistiche sulle capacità di “introduzione” del commercialista.
Ma nel mirino non c’era solo Banca Arner. Il 18 giugno 2009, da Londra, Pavone chiama Walter Di Rita, dirigente di FlashBank, sorta come Safibo nel 1986 e nel 2004 acquisita al 100% da Cassa di risparmio di Chieti. Pavone: «Un italiano che è qua a Norwich c’ha 20 milioni su Centrobanca… va bene?! Te li porta su Flash… Ha un certificato di deposito di 20 milioni di Centrobanca… Ma io te la do per fatta… Gli ho spiegato il progetto Cosbau, ho detto: “I soldi sono i miei… sai ci tengo… Porti alla Flash… Ti fai dare un fido dalla Flash e ti fai la tua operazione Cosbau tranquillamente”». A oggi, nessun esponente dei due istituti risulta indagato. Né De Rita, che realizzò inconsapevolmente alcune operazioni per conto di Pavone, né Bontempelli. Tuttavia proprio su «carenze di organizzazione, controlli interni e gestione del credito» da parte di CariChieti una doppia ispezione della Banca d’Italia nei mesi scorsi ha mosso rilievi che hanno portato alla risoluzione consensuale del rapporto con il direttore generale Francesco Di Tizio.

da www.ilsole24ore.com

«Quando la giustizia è alle dipendenze del governo», di Nadia Urbinati

La battaglia sulla giustizia è un capitolo importante di una grande mutazione in corso nel nostro Paese che riguarda l´equilibrio delle forze sociali in generale e, per conseguenza, dei poteri dello Stato. Si tratta di un processo comprovabile di erosione dell´eguaglianza economica e di cittadinanza, con dati che mettono in luce l´aumento della povertà e la diseguaglianza tra i cittadini di influire sulle scelte politiche. Vista dal versante delle istituzioni, questa grande mutazione tocca l´ordine costituzionale che ci ha accompagnato in questi ultimi sessant´anni per riequilibrarlo in un senso che è più decisionista. Si tratta di una battaglia tutta da combattere e non conclusa e che impegna in forme e modi diversi chi opera nelle istituzioni. I magistrati hanno espresso come sappiamo giudizi fortemente negativi sulla proposta di riforma della giustizia, tanto che l´Associazione nazionale magistrati ha proclamato una “mobilitazione diffusa” denunciando i nodi nevralgici del testo Alfano: la separazione delle carriere, lo sdoppiamento del Csm e le norme sulla obbligatorietà dell´azione penale. Se il perno della nostra Costituzione è l´indipendenza della magistratura, il perno di questa riforma è la restrizione dell´indipendenza. Si tratta di una differenza notevole che può avere implicazioni gravi per i diritti di noi tutti. Insieme all´autonomia del potere giudiziario, infatti, la proposta di riforma mette in discussione quel delicato meccanismo di pesi e contrappesi sul quale si regge il governo della legge e la certezza dei nostri diritti di fronte al potere costituito.
La direzione impressa dal governo dimostra di essere in forte tensione con quella liberale, ribadita tra l´altro a livello comunitario con pronunciamenti via via più espliciti nel corso degli anni. È questo il caso del protocollo di Copenhagen del 1993, con il quale il Consiglio europeo, nella prospettiva dell´allargamento ai Paesi dell´Est, fece espresso riferimento all´autonomia dell´ordinamento giudiziario come condizione dell´allargamento. Tra i parametri di Copenhagen, quelli politici comprendono sia la democrazia e il primato del diritto che i diritti dell´uomo e la tutela delle minoranze. La democrazia e il primato del diritto sono esemplificati attraverso una serie di fattori tra i quali l´organizzazione e il funzionamento del Parlamento, del potere esecutivo e del potere giudiziario. La democrazia quindi non è solo voto popolare e opinione della maggioranza ma l´intero ordinamento. Circa il potere giudiziario, questo è definito in ragione della sua indipendenza dagli altri poteri sulla base di alcuni indici: il ruolo del governo nella nomina e nella progressione in carriera dei magistrati e l´esistenza di un organo di autogoverno della magistratura. L´Europa unita ha cioè sviluppato nel corso della sua storia una vera e propria teorica dello stato democratico nel quale vige il primato del diritto, e ha infine prodotto parametri di misurazione e verifica delle condizioni che fanno di uno stato democratico uno stato più o meno coerente con i principi dello stato di diritto. Se la riforma Alfano fosse approvata, come si collocherebbe l´Italia rispetto a questi parametri comunitari?
Alla base del costituzionalismo moderno vi sono una visione pessimista della natura umana e un profondo desiderio di proteggere la libertà. Da un lato l´accettazione del fatto che proprio perché non siamo santi abbiamo bisogno di governo; dall´altro l´idea che occorra fare in modo che chi governa sia messo nell´impossibilità di agire d´arbitrio. Come limitare il potere? Affidandosi non alla virtù, ci insegna Montesquieu, la quale non riesce a moderare se stessa, ma alla logica dei pesi e contrappesi, la quale da un lato presume che chi fa le leggi (o ha il potere di imporre obbedienza) ha tutto l´interesse a farle a suo vantaggio, e dall´altro cerca la soluzione a questo rischio fuori della volontà degli attori. Come Ulisse si fece legare per resistere al canto delle Sirene poiché sapeva di non potersi fidare della sua virtù, così il legislatore volle mettere i limiti del potere fuori della volontà di chi lo esercita. Questa è la logica vincente che ci hanno lasciato in eredità i padri fondatori del costituzionalismo. Una logica che ha usato la libertà come espediente di stabilità perché ha diviso il potere in modo tale che ogni sua parte fosse equipollente e capace di resistere alle pressione dell´altra. Così i Federalisti americani: «Alla base di quella separazione e distinzione dei vari poteri che viene in un certo caso ammessa da tutti come essenziale garanzia di libertà, è la necessaria autonomia di volere di ciascun potere, cosicché i membri di ciascun settore intervengano il meno possibile nella nomina dei membri degli altri settori».
Il meccanismo dell´equilibrio dinamico dei pesi e contrappesi ha per obiettivo quello di far sì che nessun potere dello Stato sia come un Ulisse slegato. Centrale è che il potere giudiziario (dal quale dipende la nostra libertà) resti un potere separato e autonomo, che il giudizio non sia costola della volontà, che non diventi in nessuna sua parte – per esempio il pubblico ministero- un organo alle dipendenze del Governo (del ministero dell´Interni, come era nello Statuto albertino). Ma lo sbilanciamento dei poteri è la logica che muove la proposta Alfano. C´è da chiedersi quale vantaggio ricaverebbe il cittadino da una riforma il cui esito è che una parte del lavoro della giustizia operi alle dipendenze più o meno dirette del governo.

da la Repubblica

"Dossier Cdr Tg1 contro Minzolini: «Usa tecniche di disinformazione»"

Un ‘libro bianco del Cdr uscente del Tg1 sulla direzione Minzolini, un dossier su quelle che sono definite «raffinate tecniche di disinformazione».

Il dossier è stato presentato oggi con una conferenza stampa tenuta nella sede nazionale della Fnsi dal Cdr uscente (Alessandra Mancuso, Alessandro Gaeta e Claudio Pistola, quest’ultimo da poco uscito dall’azienda per raggiunti limiti di età) e dall’Usigrai, presenti gli stessi vertici del sindacato dei giornalisti, il presidente Roberto Natale e il segretario Franco Siddi, oltre al segretario dell’Usigrai, Carlo Verna. Il dossier – è stato annunciato – sarà presentato alla Direzione Relazioni Industriali e alla Direzione Risorse Umane dell’azienda di viale Mazzini in occasione della riunione della commissione paritetica Rai-Usigrai in programma il 6 aprile.

Il dossier messo a punto dal Cdr uscente della testata ammiraglia della Rai parte dall’insediamento di Minzolini alla direzione (giugno 2009) ed arriva ai giorni nostri. In conferenza stampa è stata distribuita la parte relativa a gennaio 2011. Alessandra Mancuso ha definito l’elenco puntiglioso relativo a gennaio di quest’anno «solo uno spaccato di quanto avvenuto in tutto questo tempo».

Ha parlato di «gioco di squadra tra Tg1 e testate come Panorama, Il Giornale, Libero, Kalispera» con cui è stato portato e viene portato «un costante attacco agli altri». Per la componente del Cdr uscente «il Tg1 è schierato». Ha sostenuto come ad esempio nel Rubygate «le indiscrezioni, così definite dal Tg1, non vengono mai raccontate, a differenza invece di quelle per la casa di Montecarlo»; la politica «è ridotta a ‘pastone’, a panino»; sono state fatte «campagne contro il presidente della Regione Sicilia Lombardo e gli sprechi in Sicilia, però nulla si dice su ‘parentopolì a Roma».

E ancora: c’è come un ‘silenziatore’ sulle «posizioni critiche del governo», come pure sono «silenzate» le proteste delle donne, il caso Fiat, la Cei e il Vaticano, «specie quando la Cei prende posizione sul Rubygate», ed anche «quando si toccano i temi dell’economia». Inoltre «è sparito il diritto di replica». Sulla stessa linea anche gli altri componenti del Cdr uscente. Claudio Pistola ha sottolineato «la fatica enorme negli incontri con Minzolini, con la sua pervicacia nel non calarsi nel servizio pubblico» ed ha parlato anche di «pesante responsabilità della direzione nel suo complesso, e questo sorprende perchè alcuni dello staff vengono da una lunga esperienza al Tg1».

Nel suo intervento il segretario nazionale della Fnsi ha ricordato come «Minzolini abbia introdotto la stagione degli editoriali. Di per sè non sono contestabili sul piano della forma, mentre diventa problematico se gli editoriali anticipano o posticipano o addirittura censurano notizie prim’ancora che queste avvengano o si conoscano».

Siddi ha parlato di «giornalisti mortificati dalla scelta di impaginazione. Una sofferenza che si riflette nel rapporto con il pubblico e con i colleghi, alcuni dei quali in fuga dalla testata». Il segretario della Fnsi ha parlato anche di «volontà ritorsive che continuano» e «quando s’intimidisce il giornalista s’impoverisce l’informazione. Per il sindacato parlare contro un giornalista è sempre difficile. Chiediamo che i giornalisti che pongono elementi di discussione non siano considerate figure di disturbo».

Siddi ha definito la vicenda Tg1 «una questione molto delicata, è diventata questione di legalità. La sfera dei direttori non può essere fatta di atti di arroganza, atti illegittimi»..

«L’unica faziosità che c’è al Tg1 è il cdr dimissionario, e lo dimostra il risultato delle elezioni con cui è stato votato il nuovo cdr. Così Augusto Minzolini nel replicare seccamente al cdr uscente che oggi ha presentato in conferenza stampa un ‘libro biancò sull’attuale direzione della testata ammiraglia Rai.

da www.unita.it

Economia, Bersani scrive a Tremonti e sfida il governo

Il PD manda al ministro dell’economia il piano alternativo per la crescita

Il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, ha inviato oggi pomeriggio al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, il Progetto alternativo per la crescita elaborato dal Pd come contributo al programma nazionale di riforme e discusso con le parti sociali. “Le politiche economiche restrittive adottate o proposte negli ultimi mesi dalla Presidenza del Consiglio Europeo e dalla Presidenza della Commissione rischiano di non aiutare la crescita dell’economia e di avere anche effetti disgregativi sulla coesione sociale” ha scritto Bersani nella lettera, sottolineando come la vera condizione del risanamento finanziario sia la crescita dell’economia. “Le politiche adottate dal governo italiano, al pari di quelle realizzate da altri paesi governati dal centrodestra, come abbiamo detto molte volte, rischiano di avere un analogo effetto sul nostro paese, già provato dalla crisi”.
“Noi – ha scritto Bersani – crediamo che sia urgente un radicale mutamento della politica economica per costituire saldi legami tra sviluppo economico, equità sociale e riequilibrio territoriale e, per questa via, creare adeguate condizioni generali di benessere materiale, di progresso civile, di democrazia effettiva. Fisco, occupazione, politica industriale, liberalizzazioni, politica energetica: tutto deve concorrere a rimettere il paese sui binari della crescita a livello nazionale. Un piano europeo di investimenti per l’occupazione e l’innovazione finanziato con eurobonds può essere invece il volano che sostiene la ripresa europea, insieme alle iniziative per affrontare in modo innovativo il problema del debito, senza limitarsi a brandire la ghigliottina sulle prestazioni del welfare”.
“Il cambio di impostazione – ha proseguito Bersani – deve prendere le mosse dall’interpretazione della crisi, che non va considerata un fenomeno temporaneo, ma un passaggio di fase, una “grande transizione” geo-politica, economica, demografica, nella quale la diseguaglianza nella distribuzione del reddito rappresenta una delle cause di fondo che frenano lo sviluppo. Di fronte a questa situazione e in vista della presentazione all’Ue del Piano nazionale delle riforme, il Partito Democratico ha elaborato un piano alternativo per la crescita sulla base delle proposte discusse nelle tre assemblee nazionali programmatiche svolte dal Pd, dei contributi giunti da alcuni centri studi e da un gruppo di giovani economisti, oltre che dei suggerimenti raccolti nell’incontro con le parti sociali svoltosi lunedì 21 marzo”.
“Le trasmetto dunque il testo del nostro piano alternativo per la crescita. Mi auguro – ha concluso il segretario del Pd, sfidando il governo al confronto sulla politica economica – che il governo sia in grado di discuterne, affrontando finalmente il problema della politica economica in un pubblico confronto nella sede parlamentare. Noi mettiamo a disposizione le nostre proposte, pronti a recepire idee e contributi per il bene del Paese. Contiamo che il governo sappia fare altrettanto”.

da www.partitodemocratico.it

Libia, l'Aula di Montecitorio vota la risoluzione del Pd

Il documento presentato da Pd, Idv e Terzo polo è stato approvato dalla Camera con 547 sì, 10 voti contrari
e 29 astenuti. A favore anche la maggioranza.

Dopo il dibattito di ieri al Senato, oggi il tema dell’intervento in Libia è stato discusso dalla Camera dei Deputati. Massimo D’Alema è intervenuto a spiegare le ragioni del Partito democratico nel sostenere la propria linea e le differenze tra la risoluzione del Pd, in linea con le decisioni dell’ONU, e la risoluzione della maggioranza, che invece comprende anche indicazioni imposte dalla Lega e che nulla hanno a che vedere con la risoluzione 1973 dell’ONU. Alla fine del dibattito la Camera ha approvato sia la risoluzione della maggioranza sia quella dell’opposizione, in particolare con 547 sì, 10 voti contrari e 29 astenuti.

Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani aprendo i lavori del Forum sulla Pubblica amministrazione del Pd ha così commentato il voto dell’Aula: “Nelle votazioni alla Camera sulle risoluzioni sulla crisi libica è avvenuto un fatto singolare, unico: il documento delle opposizioni unite ha avuto 200 voti in piú del documento di maggioranza”. “Mi è stato chiesto perchè non abbiamo sostenuto il documento di maggioranza – ha proseguito – perchè in una situazione del genere bisogna che quel che diciamo lo si possa capire ovunque, all’Onu, in Europa, a Bengasi. Non possiamo presentarci con una documentessa di 5 pagine aggiustata per i problemi o le miserie della maggioranza”. Bersani, che ha rivendicato la “linea chiara” dell’opposizione, ha anche criticato l’assenza del presidente del Consiglio in aula oggi alla Camera: “Un’umiliazione. Nel mondo viene interpretato come un messaggio ambiguo. Un nuovo elemento di debolezza, e l’Italia ha perso posizioni. Noi, invece -ha sottolineato Bersani- lavoriamo perchè l’Italia abbia la sua voce con dignitá. Non siamo bellicisti, andiamo lì per evitare il massacro. Tutto il resto si risolve con la democrazia”. “Lunedì in direzione dirò che l’Italia nella sostanza non ha un governo, quindi aumentano le responsabilitá del Pd. Questo è l’asse su cui ci attrezzeremo nella battaglia politica e nella proposta”.

Ieri il Partito democratico non ha votato in Senato la risoluzione sulla Libia che copriva le divisioni del centrodestra. Sebbene il testo abbia incluso quello presentato dal PD i senatori sono usciti dall’Aula confermando la decisione presa al termine della riunione del Coordinamento del PD , annunciata dal segretario Pier Luigi Bersani: “Non siamo interessati ad argomentazioni e correzioni di documenti che servano a coprire le miserie di una maggioranza e di un governo non sono in grado di esprimere una posizione univoca e hanno mostrato al mondo di essere in stato confusionale”.
Prima il Senato ha approvato la risoluzione del PD sulla missione in Libia, con la maggioranza che non ha partecipato alle votazioni.
La risoluzione ha ha ottenuto 127 voti favorevoli, cinque astenuti e nessun voto contrario. Pdl e e Lega non hanno preso parte al voto.
Il documento ripropone il testo approvato in modo bipartisan (con l’assenza di Lega e Idv) venerdì scorso dalle commissioni Esteri di Camera e Senato:
«Il Senato della Repubblica valutata positivamente la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1973 del 17 marzo 2011; impegna il Governo: ad adottare ogni iniziativa per assicurare la protezione delle popolazioni della regione, nello scrupoloso rispetto della risoluzione 1973 e delle relative prescrizioni; ad adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare che l’Italia partecipi attivamente con gli altri Paesi disponibili, ovvero nell’ambito delle organizzazioni internazionali di cui il paese è parte, alla piena attuazione della risoluzione n. 1973 ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto pericolo di attacco, ivi compresa la concessione in uso di basi sul territorio nazionale; a tenere costantemente informato il Parlamento.»
Un testo firmato da Finocchiaro, Zanda, Latorre, Casson, Legnini, Pegorer, Gasbarri, Ceccanti, Giaretta, Incostante,Tonini, Cabras, Scanu, Pinotti, Livi Bacci, Marcenaro, Marinaro, Marini, Micheloni, Amati, Crisafulli, Del Vecchio, Negri.

Il voto è stato motivato così da Anna Finocchiaro: “L’intervento dell’Italia in Libia è necessario ed è legale. Necessario per ottenere la cessazione delle violenze, degli attacchi e degli abusi ai danni dei civili e degli oppositori politici. Oppositori politici e non fazioni ribelli come è scritto nella risoluzione della Pdl – Lega. L’intervento è legale perché assistito dalle due risoluzioni Onu. La nostra posizione è stata fin dall’inizio chiara, coerente e lineare. Da ieri abbiamo insistito, senza successo, affinché ci fosse Berlusconi in Parlamento. Ma Berlusconi rifugge l’Aula e ogni contatto e fa gaffe come quella di oggi pomeriggio quando, mentre io chiedevo di votare a favore delle dichiarazioni del Ministro Frattini, lui tuonava contro opposizione. E’ veramente grottesco. Noi abbiamo presentato la nostra risoluzione che ripropone il testo della risoluzione dell’Onu. Siamo obbligati a ripresentare questa risoluzione. Perchè, purtroppo, non è contenuta nella risoluzione del Pdl e della Lega. Siamo costretti a proporre quel testo per rafforzare il ruolo dell’Italia nelle istituzioni internazionali e anche nelle relazioni col futuro governo libico. La risoluzione della maggioranza indebolisce la posizione dell’Italia e quindi il Pd non la voterà. Non la voteremo perchè è ambigua sulle motivazioni dell’intervento. Perchè è mistificatoria del testo dell’accordo preso nel consiglio dei ministri esteri, che non prevedeva, come scrive la risoluzione della maggioranza, il blocco navale per fermare clandestini. Tant’è che il Ministro Frattini, in Aula, ha dovuto smentirla e ha chiesto si integrasse con la risoluzione del gruppo del Pd. Pdl e Lega, con questa risoluzione, rimpannucciano la maggioranza ma indeboliscono l’ l’Italia, senza assumersi la responsabilità della complessità delle questioni di oggi e del futuro. Non consentiremo che la grande questione degli asilanti e dei profughi venga trattata con i metodi con cui la Lega usa trattare le questioni dell’immigrazione. Per tutti questi motivi non votiamo la mozione della maggioranza”.

“Pier Luigi Bersani ha duramente criticato l’assenza del premier Silvio Berlusconi in Aula in Senato: “Vergognoso se il presidente del Consiglio non si presentasse in Parlamento. Chiediamo se Berlusconi intende invocare il legittimo impedimento anche in questo caso”.
Sarebbe il caso che “Berlusconi ci metta la faccia su quello che l’Italia ha da dire in una situazione così delicata”. La posizione politica del PD sulla Libia non cambia di una virgola. “La nostra linea è semplice – ha spiegato Bersani – chiara e unanimemente condivisa. Noi siamo pronti a sostenere un ruolo dell’Italia nella crisi libica entro i limiti della risoluzione Onu che prevede un intervento per bloccare i massacri e impedire a Gheddafi di bombardare il suo popolo”. “Di lì in poi – ha concluso il leader democratico – dovrà esserci spazio per un’iniziativa politica diplomatica che incoraggi una transizione rispetto alla quale Gheddafi non può essere l’interlocutore della comunità internazionale. Chiediamo che questa posizione venga approvata dal Parlamento”.Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del PD lasciando la riunione del Coordinamento spiegava: “Sosteniamo convinti la risoluzione delle Nazioni Unite ma non la gestione che la Francia ne sta facendo. E poi occorre assolutamente un’azione umanitaria”.

Dichiarazione di voto finale del gruppo PD pronunciata da Massimo D’Alema sulla Comunicazioni del Governo sulla crisi libica.

Signor Presidente, signori del Governo, colleghi deputati,
il Partito Democratico sostiene, e ha sostenuto fin dal primo momento, l’iniziativa internazionale e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che hanno garantito, forse in modo tardivo ma necessario ed inevitabile, un intervento della comunità internazionale nella crisi libica.
D’altro canto, siamo stati noi, le forze di opposizione, che di fronte alla polemica assenza da parte di settori della maggioranza, che è stata qui rivendicata dall’onorevole Reguzzoni, abbiamo provveduto nelle prime ore dell’intervento ad assicurare al Governo il sostegno parlamentare nelle Commissioni Affari esteri e Difesa (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Siamo noi a sostenere qui la risoluzione che, in modo più ampio e meno condizionato, sostiene l’azione del Governo e conferisce al Governo quell’ampio mandato che un Governo deve avere in una crisi di questo genere. Strano paradosso, mentre la maggioranza vuole imporre vincoli, alcuni dei quali sono cervellotici all’azione di Governo, è l’opposizione che chiede che l’Italia si impegni in modo pieno e senza riserve nell’azione internazionale. Lo dico perché, signor Ministro, in un intervento di cui condivido molti aspetti, il suo, ella ha rivolto un appello giusto a non dividersi, a non indebolire il Paese, salvo che, probabilmente, il suo sguardo doveva essere rivolto altrove, e non ai banchi dell’opposizione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). La scelta dell’uso della forza è una scelta difficile, una scelta drammatica, una scelta che suscita turbamento ben comprensibile in tanta parte dell’opinione pubblica, ma è una scelta questa volta necessaria. Bene ha detto il Capo dello Stato, che ha saputo rappresentare anche in questa drammatica vicenda i sentimenti e i valori che uniscono gli italiani, che noi non siamo in guerra ma aderiamo alla necessità di quell’uso legale della forza che è previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. D’altro canto anche chi abbia a cuore le ragioni più profonde del pacifismo e della non violenza non può non pensare a che cosa sarebbe accaduto se la coalizione internazionale non avesse fermato i carri armati di Gheddafi alle soglie di Bengasi o non avesse messo a tacere l’artiglieria che martellava Misurata uccidendo i civili; dunque la forza, in questo caso, anche se comporta un prezzo, ha dall’altra parte il numero delle vite salvate che bisogna pure considerare nel bilancio doloroso di questi giorni.
Certo, noi sappiamo che fermare il massacro, fermare l’offensiva dell’esercito, dell’aviazione e dei carri armati contro un popolo in rivolta non è la soluzione della crisi, né la risoluzione autorizza ad occupare la Libia, a liberarla e a cambiare il regime, e noi siamo fermamente convinti che si debba agire nell’ambito della legalità e dei limiti della risoluzione n. 1973.
Quella che si apre, dunque, è una vicenda complessa, una crisi dall’esito incerto, nel corso della quale occorrerà misurare insieme l’uso della forza e la capacità di iniziativa politica. Si tratta di una crisi nella quale sarà fondamentale la coesione politica di una coalizione che, purtroppo – ed è qui motivo di preoccupazione – sin dal primo momento, è apparsa divisa, non unita nelle finalità né nei mezzi. Diciamoci la verità, in questa vicenda emerge una debolezza dell’Europa.
Onorevole Reguzzoni, sono d’accordo quando lei dice che l’Europa non dovrebbe lasciare l’Italia sola di fronte all’emergenza dei profughi. Nel vertice dei leader progressisti europei, qualche giorno fa, abbiamo approvato un documento di solidarietà verso l’Italia, dove si chiede agli altri Paesi europei di fare la loro parte. Purtroppo, oggi prevale l’Europa conservatrice, l’Europa degli egoismi, l’Europa delle leghe, e quando vince l’Europa delle leghe, ce n’è sempre una che è più a nord di noi, c’è poco da fare (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Credo sia assai preoccupante l’irrisolto nodo del comando e controllo della missione, irrisolto della NATO, e credo, caro Ministro Frattini, che purtroppo anche l’Italia abbia contribuito alla confusione che è in corso, e non mi riferisco soltanto – come hanno fatto altri esponenti dell’esposizione, giustamente – alla ridda delle dichiarazioni contraddittorie: i nostri ragazzi sono pronti a colpire, ci ha annunciato il Ministro della difesa, ma il Presidente del Consiglio ha assicurato che non lo faranno mai; tra gli immigrati vi sono infiltrati terroristi, ha detto il Ministro dell’interno, ma il Ministro degli esteri non ritiene che sia così.
Sinceramente, credo che, oltre questo, vi sia qualche interrogativo ancora più di fondo. La NATO: cosa ha fatto o detto il Presidente del Consiglio al vertice di Parigi? Prima che cominciassero le operazioni militari, avevamo il diritto e il dovere, in quanto siamo il Paese più esposto, di chiedere chiarezza, prima di cominciare. Che cosa ha fatto lì il Presidente del Consiglio? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Guardando alle prospettive: la prospettiva è quella di una transizione democratica, oltre Gheddafi, come lei ha giustamente detto, o è quella di una mediazione con Gheddafi, a cui accenna oggi il Presidente del Consiglio? Vi è grande confusione, che sconcerta i nostri alleati e che indebolisce il ruolo dell’Italia.
Credo che l’assenza qui del Presidente del Consiglio non sia solo l’ennesima scortesia verso il Parlamento, ma è l’espressione simbolica di una assenza di guida politica, dell’assenza di una guida politica autorevole, credibile sul piano internazionale (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Quanto paghiamo questa assenza in un momento in cui cambia epoca, un moto democratico sconvolgere il Mediterraneo, mette in crisi politiche tradizionali e spinge tutti noi ad una riflessione critica ed autocritica, perché l’Europa, tutti noi, abbiamo, forse per troppo tempo, pensato che i regimi autoritari fossero la migliore garanzia per il petrolio, per contenere l’immigrazione e per contenere l’islamismo.
Direi che questa impostazione pesa ancora moltissimo sulla politica attuale del Governo italiano. Ma tutto ciò è sbagliato. L’unica vera garanzia di libertà economica e di contenimento dell’estremismo è la democrazia. Bisognerebbe cambiare tutti. Ci può addolorare la disinvoltura della Francia, ma la Francia si è messa su questa lunghezza d’onda. E l’Italia dove è? Ciò che accade è una grande opportunità per il nostro Paese, ma bisogna avere il coraggio di mettersi con la propria forza, con la propria politica, con la propria intelligenza dalla parte della democrazia e dei popoli che lottano per cambiare.
L’Italia di oggi purtroppo non riesce a farlo. Troppe paure la condizionano, troppi vincoli con il passato ne indeboliscono l’immagine. Ecco perché noi temiamo che si perda una grande opportunità. Ecco perché oggi non solo ci facciamo carico di una responsabilità per il Paese ma dall’opposizione cerchiamo di lanciare un messaggio nel Mediterraneo: c’è un’altra Italia che ha capito che bisogna cambiare e che è dalla parte della speranza e della libertà.

da www.partitodemocratico.it