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"Perché l'Italia non cresce", di Fabrizio Galimberti

«Giudica un uomo dalle sue domande piuttosto che dalle sue risposte», disse Voltaire. E oggi non c’è domanda più importante di questa: perché l’Italia non cresce? Perché quando le cose vanno male da noi vanno peggio e quando vanno bene da noi vanno meno bene? Perché negli ultimi quarant’anni siamo cresciuti meno delle altre aree del mondo, sia quelle lontane che quelle vicine? Perché questo divario di crescita si è ancora allargato negli ultimi anni?

Non c’è domanda più importante, si è detto. Ed è una domanda che dobbiamo porci, insistentemente e ossessivamente, anche se non avessimo le risposte. Perché è la domanda giusta da fare, perché la crescita è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per risolvere i problemi: con la crescita possiamo affrontarli, senza crescita tutto si aggrava.
Di fronte a questa domanda sono possibili diverse risposte. Sbarazziamo dapprima il campo dalle risposte sbagliate: alcuni mettono la testa nella sabbia, o dicendo che le cifre non sono vere, o rifugiandosi in uno sterile “moralismo economico”: noi siamo formiche e gli altri crescono di più perché spendono e spandono come cicale. Quasi che un divario che dura da quarant’anni possa essere spiegato in termini di mezze verità o mezze bugie. Né il divario può essere spiegato in termini di partigianeria politica: quale che sia il colore del governo pro-tempore l’economia italiana ha continuato ad arrancare.

No, ci sono ragioni profonde e strutturali, che affondano le radici nell’humus della società, negli snodi e nelle giunture che presiedono al funzionamento del nostro sistema produttivo. Un sistema produttivo che, come giustamente celebrato da tanti laudatori delle nostre imprese, ci offre tanti esempi di successi e di primazie, tante nicchie di eccellenza, tante figure di duro e ostinato lavoro, tanti innovatori che «si alzano con le allodole e si coricano con le civette». Perché, allora, questo celebrato materiale umano, questo sapere produttivo, questa lunga linfa che risale alle prodezze artigianali delle città-stato del Medioevo non riesce a “fare sistema”, a innestare – e, soprattutto, a mantenere nel tempo – un processo autonomo di crescita? Un “fare sistema” che è tanto più necessario in questi anni, quando la concorrenza dei paesi low cost rende di tanto più importante la capacità di un paese di antica industrializzazione di competere nell’arena internazionale con un efficace connubio di pubblico e privato.

Un primo indizio sta nell’osservare che un buon terreno non basta. L’humus può essere fertile e ricco ma rimane vero che migliore è il terreno, più gramigna produce a non coltivarlo. E il “coltivarlo” non è solo compito degli imprenditori. Il sistema produttivo italiano ha due facce: una sottoposta a una feroce concorrenza internazionale, e un’altra che, preoccupata della battuta di George Orwell – «il problema con la concorrenza è che qualcuno vince…» – cerca di proteggersi da questo “problema” con connivenze interne ed esterne. Ma il “coltivarlo”, in quella mezzadria fra pubblico e privato che è l’economia di mercato, rimane compito precipuo dell’operatore pubblico. L’atmosfera culturale che deve respirare invece un’impresa italiana è ben esemplificata da una frase di Winston Churchill: «Molti vedono l’impresa come una vacca da mungere, altri come un nemico da abbattere. Io la vedo per quello che è: un cavallo robusto che tira una carretta molto, molto pesante». Il ruolo dello Stato dovrebbe essere quello di lubrificare le ruote della carretta e spianare le strade che deve percorrere. Invece molto spesso in Italia i governi, come accade in questi giorni con il caso Lactalis-Parmalat, si preoccupano più di questioni nominalistiche di onore nazionale, come se il passaporto dei proprietari contasse di più di quelle bravure imprenditoriali e di quelle dotazioni infrastrutturali che sole determinano le convenienze delle localizzazioni produttive.

Il problema principale dell’economia italiana e della sua scarsa crescita sta insomma nei sospetti e nelle incapacità a collaborare che avvelenano i rapporti fra pubblico e privato. Come disse John Maynard Keynes, la politica economica non dovrebbe essere qualcosa che sradica una pianta, ma che la guida lentamente a crescere in una direzione diversa. Di quella “guida”, a parte le velleità di una “politica industriale” non degna di quel nome, non vi è traccia. E la politica in Italia è più una politique politicienne che si guarda l’ombelico che una politica alta preoccupata di creare le condizioni di base per il fiorire dell’intrapresa.
Sì, ma – potrebbero obiettare alcuni – non è forse vero che in Italia l’intrapresa fiorisce con una creazione netta di imprese alta e continua? Ma è proprio questa prolifica natalità che sottolinea il contrasto fra la voglia sfrenata di fare e le soffocanti difficoltà del continuare. Confronti internazionali suggeriscono che la natalità delle imprese in Italia può essere alta come altrove, ma le imprese non devono solo nascere: devono crescere. E, per esempio, a parità di natalità, le imprese che rimangono dopo cinque o dieci anni sono meno e meno grandi che altrove. Piccolo è bello ma nano non è bello: non si può rimanere piccoli per sempre. Le imprese nascono ma poi si trovano ad affrontare un ambiente ostile: o si rifugiano nel sommerso o stentano a crescere.

Il ruolo dello Stato va molto al di là di una “politica industriale” (termine sospetto che spesso si risolve in una soluzione alla ricerca di un problema). Il ruolo principale dell’operatore pubblico è quello di creare due tipi di infrastrutture: una dotazione infrastrutturale fisica che è specialmente importante in Italia, dove la conformazione orografica e le peculiarità idrogeologiche richiedono forti spese in opere pubbliche; e una “infrastruttura regolatoria” che si scrolli di dosso le tante incrostazioni borboniche che appesantiscono di adempimenti burocratici e fiscali la vita delle imprese. In Italia la “riforma della pubblica amministrazione” è stata spesso avviata con grandi annunci, una riforma “orizzontale” che avrebbe bisogno, per produrre effetti, di una continuità amministrativa e di un pungolo politico che vengono negati dall’instabilità dei governi. Sarebbe più produttivo, invece, un approccio verticale volto a creare “isole di eccellenza” per particolari compiti, “isole” che possano poi agire da lievito per altre procedure.

Il Sole 24 Ore 24.03.11

"I conti del raìs. La lista segreta", di Federico Fubini

Esiste presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu una notifica che intende risparmiare ai libici il destino toccato, fra gli altri, ai cittadini di Panama, della Nigeria o di Haiti. Una costante tiene insieme questi popoli così diversi: al termine di paurose dittature, hanno perso il filo di certi conti bancari in precedenza controllati dal regime. In quei casi erano fondi depredati da tiranni come Sani Abacha, Manuel Noriega o François Duvalier. Stavolta in gioco c’è il patrimonio della Banca di Libia: oltre cento miliardi di dollari da tutelare perché restino ai libici se e quando Muammar Gheddafi non sarà più il leader di quel che resta della Jamahiria. La lista è depositata al Palazzo di Vetro da prima che il Consiglio di sicurezza desse il via ai bombardamenti. Da tempo era chiaro che i dettagli in quel pezzo di carta un giorno potrebbero tornare utili: in futuro nessuno in Libia o fuori potrà dire che le cose stavano diversamente, che quei soldi non sono libici, o non sono mai esistiti. Si tratta di una precauzione non da poco. Non lo è, perché ciò che emerge dal documento è il profilo di uno Stato finanziariamente molto più robusto di quanto gli analisti immaginassero fino a qui. Che la Libyan Investment Authority (Lia) gestisse circa 60 miliardi di dollari in investimenti esteri era in effetti ormai chiaro. Ciò che non si sapeva, è che quella somma non costituisce neppure la metà delle riserve ufficiali di Tripoli. Molto più di quanto detiene la Lia resta nei conti che la Banca di Libia, l’istituto centrale del Paese, ha distribuito presso decine di importanti banche private occidentali. Il patrimonio della Banca di Libia ammonta in totale a 102,9 miliardi di dollari. Di questi 2,4 sono depositati presso il Fondo monetario internazionale a copertura quota libica nell’organismo di Washington. Altri 17 miliardi di dollari sono poi denaro in teoria del fondo sovrano, la Lia, ma depositato presso conti a nome della banca centrale. Il resto del patrimonio, circa 85 miliardi di dollari, appartiene poi tutto direttamente all’istituto centrale. Da un paio di settimane queste somme in realtà sono congelate per legge sia in Europa che negli Stati Uniti, benché in teoria ancora in febbraio su certi conti potrebbero esserci stati movimenti. Ma si tratta comunque di un patrimonio determinante nella battaglia per la Libia: su quella ricchezza un futuro governo che dovesse emergere dopo Gheddafi potrà fondare la rinascita del Paese, magari grazie a un grosso programma di welfare e nuove infrastrutture (che molte imprese occidentali faranno la fila per costruire). Secondo osservatori del sistema finanziario la Banca di Libia negli anni sembra aver gestito con accortezza le proprie riserve, senza concentrare il rischio in alcun Paese. Così in Italia risultano depositati in totale 9,86 miliardi di dollari, di cui 4,7 miliardi in titoli e investimenti di portafoglio, con il resto concentrato in strumenti monetari (ossia, in denaro liquido). Gli istituti presso i quali la Banca di Libia avrebbe aperto delle posizioni sono principalmente Intesa Sanpaolo e Unicredit, oltre alla Banca d’Italia. A queste somme vanno aggiunte poi le partecipazioni libiche in Unicredit, Finmeccanica o Eni, anch’esse congelate da un paio di settimane. Benché l’Italia sia il principale partner commerciale della Libia, sul piano finanziario Tripoli ha puntato ancora di più sulla City di Londra. In Gran Bretagna risultano concentrati 14,4 miliardi di dollari della banca centrale, anche qui distribuiti in tutti i principali istituti: i conti sono aperti presso Hsbc, Barclays, Lloyd e anche presso la Bank of England. Anche in Francia l’esposizione è sostanziale e superiore a quella accumulata in Italia. E anche in questo caso emerge un’attenta distribuzione delle riserve fra le varie grandi banche del Paese: fra queste la Banque de France, Bnp Paribas, Société Générale e Crédit Agricole. Non risultano invece posizioni in Svizzera, probabilmente perché smobilizzate dopo che Hannibal Gheddafi, figlio del Raìs, venne arrestato nel 2008 in un hotel di Ginevra per aver malmenato la moglie. La banca centrale di Tripoli non ha invece avuto dubbi nell’aprire un conto in banca negli Stati Uniti: si trova presso la Bank of New York Mellon, istituto specializzato in attività di deposito per investitori di tutto il mondo. Resta poi la parte oggi forse più rilevante del patrimonio della banca centrale, quella in oro. Le riserve in lingotti arrivano almeno a 143 tonnellate, pari a circa 6,5 miliardi di dollari ai valori attuali, e sono fondamentali in questa guerra perché restano la sola porzione del tesoro oggi davvero nelle mani di Gheddafi. Quell’oro non è stipato nelle banche svizzere o in quelle inglesi: è nei caveau sotto i palazzi di Tripoli. Il colonnello può ancora farlo vendere in Chad o in Niger per finanziare la guerra e stipendiare i mercenari. Ma agli uomini di finanza che lo hanno incontrato, Gheddafi non è mai parso così interessato al denaro: solo quanto basta per bombardare i propri cittadini pur di non cedere loro un solo dollaro.

Il Corriere della Sera 24.03.11

"Grandi manovre sull’università La disfida per la guida dei rettori", di Lorenzo Salvia

Continuità o alternativa? I due fronti dopo le dimissioni di Decleva. «È come quando si sceglie la città che si prende le prossime Olimpiadi» , dice il rettore di una grande università italiana, quasi sussurrando al telefonino. E il paragone non è un complimento: «Per le Olimpiadi, il voto del Gabon vale come quello degli Stati Uniti. Per il presidente della conferenza dei rettori il voto di una piccola universitucola fondata cinque anni fa ha l’identico peso di quello un ateneo grande e con una storia secolare» . Una testa, un voto: e allora? «Il rischio è tutti vadano a caccia del voto del Gabon e dei suoi fratelli» . Proprio quello che sta già accadendo. Fra due settimane i rettori italiani sceglieranno il loro nuovo presidente. Enrico Decleva, Magnifico della Statale di Milano, lascia con qualche mese di anticipo la poltrona che occupa dal 2008. Come in ogni elezione che si rispetti il bivio è quello di sempre: continuità o cambiamento? Non si tratta di una discussione filosofica, però. La Crui, così si chiama la Conferenza dei rettori che li riunisce, ed il suo presidente, sono stati criticati da una parte consistente del mondo accademico per avere fatto troppo poco in questi mesi difficili per gli atenei italiani. E cioè per aver accettato senza colpo ferire la riforma Gelmini e il taglio dei finanziamenti pubblici, mentre gli studenti scendevano in piazza e i ricercatori salivano sui tetti. Anche a questo è dovuto l’addio anticipato di Decleva. E proprio per questo la corsa al voto «del Gabon e dei suoi fratelli» diventa ancora più importante. Il primo messaggio nella casella postale dei rettori italiani è arrivato il 19 marzo. A scrivere è Marco Mancini, rettore dell’Università della Tuscia, Viterbo. La voce girava già da mesi ma con quattro cartelle indirizzate ai «cari colleghi» Mancini esce allo scoperto e si candida ufficialmente alla poltrona di presidente. Il suo nome è quello della continuità. È vero che Mancini è stato molto vicino ai Comunisti italiani, al punto che nel 2006 Oliviero Diliberto fece pubblicamente il suo nome come ministro o sottosegretario del governo Prodi. Ma è anche vero che questo apprezzato professore di Glottologia è stato il braccio destro di Decleva proprio nella Crui, dove ancora adesso ha il ruolo di segretario generale. Continuità, quindi, e non è un caso che Mancini apra le sue 4 cartelle di autocandidatura con un ringraziamento a Decleva tutt’altro che formale per il lavoro «faticoso e particolarmente ingrato» , sempre «disinteressato e proficuo» . Sul suo nome arriva subito l’appoggio delle università non statali, firmato da Giovanni Puglisi, rettore dello Iulm di Milano. Ma qualche mugugno c’è per una scelta che alcuni giudicano «troppo in continuità» . E a spegnerlo non basta un’altra comunicazione, stavolta informale. Ad affiancare Mancini ci potrebbe essere, come segretario generale, Stefano Paleari, giovane rettore di Bergamo (giovane per gli standard italiani, ha 46 anni), non sempre d’accordo con la linea tenuta dalla Crui in questi mesi. I mugugni si trasformano in un fitto scambio di mail tra una parte de Magnifici chiamati al voto fra due settimane. E l’operazione cavallo alternativo prende corpo due giorni fa quando gli 81 grandi elettori ricevono un altro messaggio. È la candidatura di Attilio Mastino, rettore di Sassari, che si presenta in modo decisamente meno felpato rispetto al suo avversario. Dice Mastino, ordinario di Storia romana, che «negli ultimi anni l’università italiana ha subito un attacco mediatico telecomandato» , che la risposta è stata «inadeguata, deludente, debolissima» . Ma soprattutto scrive che il «grido del vasto e significativo movimento di protesta del dicembre scorso non è stato raccolto dalla Crui» . Mastino è il rettore che ha appoggiato con più decisione la protesta contro la riforma Gelmini e i tagli della Finanziaria. E il suo è un attacco durissimo alla linea morbida di questi mesi. Una poltrona per due: e adesso chi sarà più bravo a conquistare il voto «del Gabon e dei suoi fratelli» ? In realtà il parlamentino dei rettori ricorda molto il parlamentino della politica. E molto dipenderà da cosa farà il cosiddetto asse del Sud. Un altro scambio di messaggi ha unito le forze dei rettori degli atenei meridionali, che lamentano un trattamento di favore per i colleghi del Nord. Non hanno un candidato ufficiale anche se circola il nome di Giovanni Latorre, Magnifico dell’Università della Calabria. Ma sembra più un nome di bandiera, lanciato nella mischia in attesa degli eventi. Per spostare i voti verso chi prometterà di più alla causa del Mezzogiorno.

IL Corriere della Sera 24.03.11

"Un premier sotto ricatto", di Massimo Giannini

Un presidente del Consiglio sotto ricatto. Un governo a responsabilità e a sovranità limitata. Da qualunque parte la si osservi, l´Italia offre di sé un´immagine da fine Impero. Sul palcoscenico vediamo la tragedia della guerra e i grandi orrori della dittatura gheddafiana. Nel retropalco, al riparo dagli sguardi di un´opinione pubblica confusa e disinformata, non vediamo la commedia della destra e i piccoli orrori della «democratura» berlusconiana. La «promozione» di Saverio Romano a ministro è l´ultimo insulto al buon senso politico e alla dignità istituzionale. L´emendamento sulla prescrizione breve per gli incensurati è l´ennesimo schiaffo allo Stato di diritto.Ciò che è accaduto ieri al Quirinale è la prova, insieme, della debolezza e della sfrontatezza del presidente del Consiglio. Berlusconi paga a caro prezzo la vergognosa «campagna acquisti» che in questi mesi gli ha consentito prima di evitare il tracollo al voto di sfiducia del 14 dicembre, poi di puntellare la maggioranza dopo la fuoriuscita dei futuristi di Gianfranco Fini. La sparuta pattuglia dei cosiddetti «responsabili», assoldati tra le anime perse dei «disponibili» di Transatlantico, gli ha presentato il conto: i nostri voti alla Camera, in cambio di poltrone di governo e di sottogoverno. Esposto a questo ricatto pubblico subito in Parlamento (che si somma ai ricatti privati patiti sul Rubygate) il premier non si è potuto tirare indietro. A costo di imbarcare, al dicastero dell´Agricoltura, un deputato chiacchierato sul quale pende un´inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa.
Non è la prima volta che Berlusconi mette in squadra ministri discutibili, sul piano politico e giudiziario. Volendo, si potrebbe partire da lui stesso. Se si allarga lo sguardo, tornano in mente il plurindagato Cesare Previti ministro della Giustizia, sul quale pose il veto Scalfaro nel maggio 1994, e poi il plurinquisito Aldo Brancher ministro per l´attuazione del federalismo, sul cui pretestuoso «legittimo impedimento» pose il veto Napolitano nel giugno 2010. Ma stavolta c´è di più e di peggio. Da un lato, appunto, c´è la sottomissione a un truce ricatto, che la dice lunga sulla condizione di «minorità» di questa maggioranza: si è dotata di un fragile argine numerico, ma non dispone più di un solido margine politico.
Dall´altro lato, c´è la sfida alle istituzioni. La scorsa settimana, nel primo incontro al Quirinale sul rimpasto, il presidente della Repubblica aveva già segnalato al Cavaliere che l´eventuale proposta di Romano ministro sarebbe stato un problema serio, viste le pesantissime ipotesi di reato che tuttora pendono sul personaggio in questione, per il quale esiste una richiesta di archiviazione ma sul quale il gip non si è ancora pronunciato. Ancora l´altro ieri sera, Napolitano aveva ripetuto a Gianni Letta che se il premier non avesse desistito dal suo intendimento, il Capo dello Stato avrebbe accettato la sua proposta perché non esistono «impedimenti giuridico-formali» tali da giustificare un diniego, ma non avrebbe rinunciato a rendere pubbliche le sue «perplessità politico-istituzionali» sulla nomina.
Nonostante questi avvertimenti, il presidente del Consiglio è andato fino in fondo. E ha costretto il Colle a un atto clamoroso e irrituale: un comunicato ufficiale in cui si auspica un rapido chiarimento sulla posizione processuale del neo-ministro, in relazione alle «gravi imputazioni» che lo riguardano. Un episodio che non ha precedenti. La presunzione di innocenza è una garanzia costitutiva di ogni Stato liberale. Ma che credibilità può avere un governo in cui, dal presidente del Consiglio in giù, è un contino viavai di indagati, inquisiti, processati? E fino a che punto può spingersi il cinismo politico di un premier, che pur di galleggiare fino alla fine della legislatura, è pronto a sottoscrivere qualunque «patto», anche il più scellerato, solo per salvare se stesso e il suo governo?
In questa logica, perversa e irresponsabile, rientra anche la questione della giustizia. Quanto è accaduto tre giorni fa in commissione, alla Camera, è l´ennesimo scandalo della democrazia. L´emendamento al disegno di legge sul processo breve, presentato dal carneade pidiellino Maurizio Paniz (il patetico Cirami di questa sedicesima legislatura) abbatte i tempi della prescrizione per gli incensurati. Più ancora di quelle che l´hanno preceduta, è una norma tagliata a misura per i bisogni processuali del Cavaliere. Grazie a questo trucco legislativo, il processo Mills decadrà prima dell´estate, e il premier sfuggirà ad una probabile condanna. La vergogna non è tanto la «cosa in sé»: di misure ad personam il Cavaliere se n´è fatte approvare ben 38, in diciassette anni di avventura politica.
Il vero scandalo è nella menzogna eletta a metodo di governo. Solo tre settimane fa, nel quadro della controffensiva politico-mediatica orchestrata da Berlusconi e dalla Struttura Delta, il governo aveva spacciato al Paese la sua «storica riforma della giustizia». Vendendola agli italiani, al capo dello Stato e all´opposizione come una «svolta di sistema», che per la prima volta non avrebbe contenuto norme atte ad incidere «sui processi in corso». Quindi mai più giustizia ad uso personale, mai più leggi ad personam. Un mossa astuta, propagandata e camuffata con tutti i mezzi del network informativo e televisivo di cui il premier può disporre. Una mossa che aveva accecato i soliti «addetti al dialogo» del Pd. Avevamo scritto che quella non era affatto una «riforma storica», ma una «controriforma incostituzionale». Avevamo scritto che prima di andare a vedere cosa c´era nella mano visibile del Cavaliere, bisognava capire cosa c´era in quella nascosta dietro alla sua schiena. Ora lo sappiamo. È l´ultima conferma che in Italia, finché c´è Berlusconi, la legge non sarà mai uguale per tutti. Noi l´abbiamo capito da un pezzo. Ora speriamo che l´abbiano capito anche le anime belle del centrosinistra.

La Repubblica 24.03.11

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“Romano, strappo di Berlusconi il Quirinale: firma con riserve. Promosso all´Agricoltura il deputato indagato per mafia”, di Carmelo Lopapa

Via al mini- rimpasto: Galan passa ai Beni Culturali al posto di Sandro Bondi. Il blitz va a segno in poche ore. Il premier Berlusconi la spunta sulle resistenze del Quirinale, ha un impegno da rispettare. Saverio Romano diventa ministro della Repubblica. All´Agricoltura, al posto di Giancarlo Galan dirottato ai Beni culturali lasciati da Sandro Bondi. Ma l´accelerazione del mini rimpasto crea un incidente diplomatico senza precedenti che rasenta il conflitto istituzionale. E raggela ancora una volta i rapporti tra Palazzo Chigi e il Colle.
La Presidenza, con una nota, prende le distanze da quella nomina, giudicata inopportuna per via dell´inchiesta ancora aperta a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Se ne assume piena responsabilità il premier. Nel colloquio di dieci minuti che Berlusconi, accompagnato da Gianni Letta, ottiene con Napolitano prima del giuramento, il capo del governo illustra la moratoria sul nucleare varata in Consiglio dei ministri. Ma soprattutto insiste sulla nomina di Romano, si dice certo della sua innocenza, garantisce per lui, confida nell´imminente archiviazione. E poi, un ulteriore rinvio avrebbe messo a rischio in una fase così critica la tenuta del governo. Napolitano ne prende atto. Il giuramento può avere inizio. Il leader del Pid si presenta in sala della Pendola con moglie e il figlio Antonio. Lo presenta al presidente: «È al primo anno di giurisprudenza». «Ha già superato il padre in altezza» commenta il capo dello Stato. Sorrisi, firma, brindisi di rito. Ma mentre Berlusconi, Letta e Romano scendono dal Colle, dagli uffici del Quirinale parte la nota che gela il premier. Napolitano non pone un veto – unico precedente Scalfaro nel ‘94 su Previti alla Giustizia – ma conferma di aver assunto informazioni «sul procedimento a carico del ministro per gravi imputazioni». E le «riserve sull´opportunità politico-istituzionale» nascono dal fatto che il gip «non ha accolto la richiesta di archiviazione della Procura». Ma in assenza di «impedimenti giuridico-formali» si procede, in attesa «che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l´effettiva posizione» del ministro. Messaggio chiaro: il Colle avrebbe preferito attendere il pronunciamento del gip, per altro atteso per il primo aprile. Ma Berlusconi non avrebbe potuto indugiare un giorno di più. Già ieri mattina i Responsabili lo hanno fatto penare, Belcastro e Cesario si sono presentati in giunta per le Autorizzazioni con due ore di ritardo, solo a ridosso del voto sul conflitto di attribuzioni sul caso Ruby, in concomitanza con la notizia della nomina di Romano. Il gruppo dei 29 è rimasto in fibrillazione tutto il giorno. Rasserenato in parte dal Cavaliere nel corso della cena di festeggiamento per il nuovo ministro: altro incontro fissato per martedì per mettere a punto i nuovi incarichi di governo.
Berlusconi apprende con stupore della nota quirinalizia. Ancora peggio Romano. Si dice «amareggiato», convinto che «non corrisponde al reale pensiero del capo dello Stato». Per di più «inesatta: perché non sono imputato, ma solo indagato». Il Colle ribatte ancora piccato, negando di aver attribuito quella qualifica. Alle 22 un terzo intervento per precisare che quelle riserve sul leader Pid erano state espresse «nei modi e nei tempi istituzionali dovuti», per cui il governo ne era a conoscenza. È un nuovo muro contro muro. Di Pietro condivide i rilievi di Napolitano ma lo attacca: «Ci saremmo aspettati che non controfirmasse la nomina». Per il Pd, Berlusconi «ha dovuto sottostare a un vero e proprio ricatto». Dal finiano Granata l´affonda più pesante: «Quando Maroni porterà in Consiglio dei ministri la proposta di scioglimento per mafia del Comune di Belmonte Mezzagno (paese di origine di Romano, ndr) cosa farà il neo ministro indagato per mafia, difenderà il sindaco che è suo zio?». Interpellato a Varese sulle perplessità del Quirinale, il ministro dell´Interno taglia corto: «Non ho niente da dire».

La Repubblica 24.03.11

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Sì alla nomina, poi la stoccata gelo tra Napolitano e premier sui “guai” del neo ministro, di Francesco Bei e Umberto Rosso

Il Cavaliere: senza questa scelta governo in crisi. Berlusconi aveva garantito: tutti casi chiusi. E sapeva che il Colle avrebbe “esternato”. Una settimana fa il capo dello Stato aveva manifestato le sue perplessità su Romano. «Presidente, mi assumo io la responsabilità politica della proposta: questa nomina è necessaria per l´equilibrio e la stabilità del governo». Silvio Berlusconi ha deciso di forzare la mano a Napolitano. Così, in un teso colloquio alla presenza di Gianni Letta, mentre fuori dalla porta aspetta trepidante Saverio Romano accompagnato dalla moglie e dal figlio dicianovenne, si consuma l´ultimo strappo tra palazzo Chigi e il Quirinale.
Perché Napolitano non si dà affatto per vinto, anzi ci tiene a ribadire che le sue «perplessità politico-istituzionali» restano intatte, esattamente come erano state già comunicate nei giorni scorsi a Palazzo Chigi. È infatti da tempo, almeno dalla visita del premier al Colle di una settimana, che va avanti questo braccio di ferro sotterraneo sul nome del ministro dell´Agricoltura. Una nomina che Napolitano ritiene quantomeno inopportuna finché non si sarà definitivamente chiarita la posizione del politico siciliano davanti al Gip.
Ma per Berlusconi il tempo stringe. I Responsabili, dilaniati al loro interno su chi deve andare al governo e chi resterà a bocca asciutta, su una cosa sono invece tutti d´accordo: il premier deve accettarli al tavolo, altrimenti lo faranno saltare. A cominciare dalla giustizia, il terreno scelto per le azioni di guerriglia. Il Cavaliere sa di avere il coltello alla gola: a Montecitorio ieri si votava in giunta sul conflitto d´attribuzione e tra poco dovrà pronunciarsi l´Aula. I Responsabili, come si è visto, sono determinanti. Così come sull´emendamento Paniz sulla prescrizione breve, che salverà Berlusconi da una condanna al processo Mills. Non c´è più tempo per esitazioni e per dare ascolto ai richiami del Colle alla «prudenza». Il Cavaliere vede a rischio la stessa tenuta della maggioranza e, con questa minaccia, si presenta al Quirinale: «Senza la nomina di Romano non posso escludere una crisi di governo».
È una forzatura evidente, perché non è il Colle a dover risolvere i problemi della maggioranza. «I decreti di nomina dei ministri – si fa notare al Quirinale – si firmano valutandone tutti i requisiti». Quello di Berlusconi è un diktat per mettere Napolitano con le spalle al muro: ingoiare il rospo Romano per evitare le elezioni. Il capo dello Stato non può che prendere atto della decisione del Cavaliere di andare avanti comunque ma, poco prima di entrare nella sala della Pendola per il giuramento del neo-ministro, annuncia al premier e a Letta l´intenzione di rendere pubbliche le sue riserve. È l´ultima carta che gli resta in mano.
Come promesso, l´inchiostro del decreto di nomina non si è ancora asciugato che già le agenzie di stampa battono i flash sul comunicato del Quirinale. Lasciando solo al premier il peso di una scelta ritenuta azzardata. Perché spingersi fino a rifiutare la nomina, come pretendevano i dipietristi (e anche molti del Pd e di Fli, pur senza dirlo apertamente), non è stato ritenuto possibile. Già la scelta di formalizzare le proprie obiezioni in una nota pubblica è stata una decisione sofferta, ma dal Colle si fa presente che non sussistevano le ragioni giuridiche e formali per arrivare ad una aperta rottura istituzionale con il governo.
Dal Quirinale erano comunque partiti diversi segnali di grande preoccupazione indirizzati a Palazzo Chigi sui procedimenti aperti. Tanto da spingere Saverio Romano al contropiede: lunedì ha fatto arrivare a Gianni Letta tutto il fascicolo giudiziario che lo riguarda. Un faldone che deve aver soddisfatto il sottosegretario, che infatti ha provveduto a inviarlo a Donato Marra, il segretario generale del Quirinale, accompagnandolo da una nota autografa. Come a dire: per noi è pulito. Anche Berlusconi, pressato da Alfano e Schifani, due grandi sponsor del neo ministro, garantiva che «tutti i casi sono chiusi. Su Romano non c´è nulla». Il clima rilassato della cerimonia del giuramento deve poi aver convinto i presenti che l´annuncio di Napolitano – renderò pubbliche le mie perplessità – forse non andava preso alla lettera. Il capo dello Stato tratta amabilmente il neoministro e la moglie, indica il figlio e si lascia andare a una battuta: «Che giovanotto, è più alto di lei!». Cortesie umane, scambiate da Berlusconi e Romano per un´accettazione della nomina. E invece no, dopo poco arriva la doccia fredda.
Ora, dopo il blitz e la rampogna del Quirinale, Berlusconi mastica amaro. «Siamo diventati una repubblica presidenziale – si lamenta il premier con i fedelissimi – ormai Napolitano ci mette sotto tutela». Eppure non una parola viene pronunciata contro Napolitano, né dal Cavaliere né dai suoi, nonostante l´ira consumata in privato. «Non possiamo andare allo scontro totale con il Quirinale – spiega il premier – altrimenti offriamo il pretesto a Fini e Casini per buttarsi nelle braccia del Pd e lanciare la Santa Alleanza contro il sottoscritto».

La Repubblica 24.03.11

Scuola, 917 docenti in meno e 4300 alunni in più in Toscana

Allarme cattedre confermato dai dati ufficiali. Il direttore dell’Ufficio scolastico regionale Angela Palamone ha comunicato che saranno 917 i posti del personale docente in menoper il prossimo anno scolastico in Toscana. Secondo le indicazioni ministeriali la ripartizione prevede 3 posti in meno nella scuola dell’infanzia, 498 nella primaria, 24 nella media e 392 sulle superiori. Ma il direttore frena. «È ancora tutto in fase di elaborazione – dice Palamone-ho riunito gli uffici lunedì, stanno facendo la mappa delle scuole, poi riunirò i sindacati e parlerò con gli enti locali». Prima sarà definito l’organico delle scuole primarie, in seguito quello degli istituti di secondo grado. «Cerchiamo di confermare il più possibile il tempo pieno», assicura Palamone. Non sarà facile, già lo scorso anno i tagli hanno inciso in modo drastico sul tempo scuola costringendo molte famiglie a optare per moduli di 27 o 30 ore perché non c’era personale sufficiente a garantire il tempo pieno. Il sindacato è sul piede di guerra. Per la Cgil la situazione è ancora più drammatica di quanto già non appaia. «È così perché ai 917 posti in meno va aggiunto l’aumento della popolazione scolastica – dice Alessandro Rapezzi della Flc Cgil – Secondo i dati che abbiamo risultano 4300 alunni in più in Toscana per il prossimo anno tra elementari, medie e superiori, dunque servivano altri 250 docenti». Invece ne saranno tolti 917, con buona pace del ministro Gelmini e della sua riforma. Anche per la Cisl il numero dei917 è in difetto. «Se ai dati forniti dall’ufficio scolastico sommiamo quelli relativi al personale Ata si supera il migliaio di posti in meno rispetto allo scorso anno – dice Cristina Zini della Cisl scuola – esattamente ciò che avevamo preannunciato ». Secondo l’assessore della provincia di Firenze Giovanni Di Fede, infine è «difficile immaginare un ulteriore ridimensionamento delle cattedre».

L’Unità 24.03.11

"Una nomina in cambio di due voti", di Marcello Sorgi

Fino a un po’ di tempo fa (e verrebbe da dire fino a qualche giorno fa) fare ministro un indagato era considerato inopportuno, se non proprio impossibile. Per dire: Bettino Craxi, che nel 1992 doveva addirittura essere nominato primo ministro, non lo fu perché sulla sua testa stava per abbattersi la tempesta di Tangentopoli, e al suo posto fu chiamato Giuliano Amato. Aldo Brancher, che era entrato nel governo in fretta e furia e senza compiti chiari, per salvarsi da un processo in cui di lì a poco sarebbe stato condannato, dovette uscirne dopo tre giorni non appena emerse chiaramente qual era la vera ragione che lo aveva spinto così in alto. Inoltre a Claudio Scajola, dimessosi da ministro per la storia ormai arcinota della casa al Colosseo in parte regalatagli dalla «cricca» delle Opere pubbliche, e deciso a rientrare in gioco dopo aver sistemato alla meno peggio lo scandalo, era stato opposto un deciso rifiuto motivato puntualmente con sondaggi commissionati da Palazzo Chigi.

Sondaggi che avrebbero dimostrato come Scajola, malgrado il «mea culpa», non si era ancora guadagnato il perdono dell’opinione pubblica, che sarebbe stata pronta a reagire indignata a un eventuale suo ritorno al potere. A deludere le ambizioni di Scajola, non più tardi di una settimana fa, è stato Berlusconi in persona. Lo stesso Berlusconi che ieri ha accompagnato al Quirinale il neo-leader dei transfughi siciliani dell’Udc e della componente più numerosa (cinque deputati) dei cosiddetti «Responsabili» Saverio Romano, nominato in gran fretta ministro dell’Agricoltura al posto di Giancarlo Galan, che a sua volta ha preso il posto di Sandro Bondi alla Cultura. Romano non aveva neppure finito di pronunciare il giuramento, che due dei suoi entravano alla chetichella nell’aula della Giunta per le autorizzazioni a procedere determinando, con i loro voti, la decisione a favore del conflitto di attribuzione tra i giudici di Milano e la Camera dei deputati davanti alla Corte Costituzionale, che dovrebbe rallentare, se non addirittura far saltare, il processo per il caso Ruby in cui Berlusconi è imputato di concussione e sfruttamento della prostituzione giovanile.

Che si sia trattato di uno scambio palese, tra un posto di ministro e due indispensabili voti parlamentari, non c’è dubbio. E che il premier non potesse in alcun modo farne a meno, altrettanto. Ancora, che Berlusconi, con i suoi quattro processi sulle spalle, consideri le indagini sui rapporti tra Romano e la mafia bazzecole è perfino logico, anche se non accettabile. Romano infatti non è solo in attesa di un pronunciamento del gip, annunciato per i primi di aprile, che dovrebbe stabilire se archiviare le accuse che lo riguardano, o proseguire le indagini, o rinviarlo a giudizio. Tra pochi giorni potrebbe trovarsi citato, come membro dello stesso gruppo politico dell’ex governatore siciliano, anche nelle motivazioni della sentenza della Cassazione con cui Totò Cuffaro è stato condannato a sette anni per favoreggiamento della mafia e per cui è entrato in carcere un mese e mezzo fa, rassegnato a scontare la pena.

Si dirà che in passato la regola dell’esclusione da incarichi di governo di uomini colpiti solo da accuse non dimostrate s’è rivelata ingiusta. Ed è vero. Nel caso di Craxi, le condanne, anche definitive, seguite alle inchieste, non hanno impedito di celebrarne a dieci anni dalla morte la riabilitazione politica e istituzionale e di farlo passare alla storia, oltre che per il ruolo avuto, anche come il capro espiatorio di un sistema di corruzione generale. Di qui a paragonare Craxi a Scajola, a Brancher, e adesso a Romano, tuttavia ce ne corre.

Sorgono, spontanee, due domande, che lo stesso Berlusconi dovrà porsi necessariamente nei prossimi giorni e che il presidente della Repubblica Napolitano deve avere ben presenti, a giudicare dalla durezza del comunicato con cui ha accompagnato il giuramento del nuovo ministro. Vista la portata delle accuse a Romano, e augurandosi ovviamente che possano essere chiarite definitivamente al più presto, non sarebbe stato meglio aspettare l’ormai prossima decisione del gip che lo riguarda e il deposito, egualmente vicino, delle motivazioni della Cassazione su Cuffaro? E cosa succederà quando nei prossimi giorni Scajola assumerà la guida di un gruppo di venti deputati – il quadruplo di quelli di Romano! -, sottratti alla già esile maggioranza di centrodestra alla Camera, e vorrà rinegoziare, con gli stessi argomenti del neo-responsabile dell’Agricoltura, il suo futuro personale?

La Stampa 24.023.11

Libia, Bersani: non voteremo la risoluzione che copre le miserie della maggioranza

Il Partito democratico non voterà una risoluzione sulla Libia che copra le divisioni del centrodestra. A termine della riunione del Coordinamento del PD è stato il segretario Pier Luigi Bersani ha ribadirlo: “Non siamo interessati ad argomentazioni e correzioni di documenti che servano a coprire le miserie di una maggioranza e di un governo non sono in grado di esprimere una posizione univoca e hanno mostrato al mondo di essere in stato confusionale”.

Pier Luigi Bersani ha duramente criticato la possibile assenza del premier Silvio Berlusconi in Aula in Senato quando si discuterà della missione in Libia. “Sarebbe vergognoso se il presidente del Consiglio non si presentasse in Parlamento. Chiediamo se Berlusconi intende invocare il legittimo impedimento anche in questo caso”.

Il premier “deve dedicarsi al tema se Saverio Romano debba diventare o no ministro del governo”. Sarebbe il caso che “Berlusconi ci metta la faccia su quello che l’Italia ha da dire in una situazione così delicata”.

La posizione politica del PD sulla Libia non cambia di una virgola. “La nostra linea è semplice – ha spiegato Bersani – chiara e unanimemente condivisa. Noi siamo pronti a sostenere un ruolo dell’Italia nella crisi libica entro i limiti della risoluzione Onu che prevede un intervento per bloccare i massacri e impedire a Gheddafi di bombardare il suo popolo”. “Di lì in poi – ha concluso il leader democratico – dovrà esserci spazio per un’iniziativa politica diplomatica che incoraggi una transizione rispetto alla quale Gheddafi non può essere l’interlocutore della comunità internazionale. Chiediamo che questa posizione venga approvata dal Parlamento”.

“Io sono perché il PD voti una sua risoluzione perché i pasticci che il Pdl sta facendo con la Lega sono pericolosi”. Lo ha dichiarato Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del PD lasciando la riunione del Coordinamento. “Sosteniamo convinti la risoluzione delle Nazioni Unite ma non la gestione che la Francia ne sta facendo. E poi occorre assolutamente un’azione umanitaria”.

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