Latest Posts

“Andate in piazza e chiedete cultura”, di Maria Giulia Minetti

Andrea Jonasson, vedova Strehler, nominata Grande Ufficiale “Fate come in Germania, la crisi c’è ma nessun teatro ha chiuso”.
«E a Vienna per incoraggiare i giovani se la sala non è piena vendono i biglietti a 7 euro». Può anche darsi che ce ne siano in giro di più emozionati, più felici e stupiti di essere stati così onorati dallo Stato, ma sembra assai improbabile. Grande Ufficiale al merito della Repubblica è un titolo che difficilmente un’artista del palcoscenico si aspetta (pure Commendatore, del resto, anche se Mariangela Melato lo divenne, nel 2003), e dunque Andrea Jonasson, italiana d’adozione, tedesca di nascita e crescita, s’è davvero commossa ricevendolo. Titolo non raro, va detto, e generosamente distribuito sono migliaia i Grand. Uff. che popolano l’elenco degli insigniti dal 1951, anno d’istituzione dell’Ordine, a oggi -, ma a rendere speciale, o almeno fuori del comune, quello attribuito a Jonasson è il giorno in cui l’ha avuto, lo scorso 10 marzo. Per legge, le onorificenze vengono concesse il 2 giugno (fondazione della Repubblica) e il 27 dicembre (promulgazione della Costituzione), non si sfugge a queste date. Ammenocché non intervenga il Presidente con un «motu proprio». Nel qual caso ogni momento è buono.
E che Napolitano abbia deciso di decorare la grande attrice compagna di Strehler e protagonista di suoi celebri spettacoli (L’anima buona di Sezuan, Minna von Barnhelm) proprio a ridosso dell’ultimo taglio al Fondo Unico dello Spettacolo, solo un eremita himalayano potrebbe ritenerlo una coincidenza fortuita. Ma la signora Jonasson vive tra Milano e Vienna, non sul tetto del mondo, la scelta presidenziale l’ha capita benissimo, perciò la sua emozione è così intensa: «In Italia la cultura, a livello governativo, è disprezzata. Per questo sono felice del gesto di Napolitano. A Roma è venuto a trovarci all’Argentina (dove il Piccolo Teatro ha appena portato Donna Rosita nubile di García Lorca, protagonista appunto Jonasson), ci ha fatto i complimenti in scena. Era come se ci dicesse: tenete duro». Lei lavora molto in Austria e Germania. Che succede da quelle parti? «La crisi c’è anche lì. Ma la parola d’ordine è: non dobbiamo abbandonare la cultura. Tutte le città in Germania hanno diversi teatri, solo le più piccole ne hanno uno, e nessuno ha chiuso. A Vienna, la capitale di uno Stato certo non ricco come lo Stato tedesco, funziona benissimo anche il Burgtheater, il più grande della città, una capienza di 1400 posti. A Vienna, per incoraggiare i giovani, fanno una cosa importante: quando la sala, a poche ore dallo spettacolo, non è esaurita, danno i biglietti ai ragazzi per 7 euro, come al cinema». Che la cultura, in particolare il teatro, sia sempre stato meglio nei territori germanici non è cosa nuova, però. «No di certo. “Anche una città tedesca minuscola, Tubinga, per esempio, ha più sovvenzioni del Piccolo di Milano”, mi ripeteva sempre Giorgio (Strehler)». Se c’era già poco denaro ai tempi d’oro di Strehler, si capisce come mai ora siamo alla canna del gas. In fondo c’è una logica, una continuità. «Forse una logica, non una continuità. Vede, nonostante la penuria la penuria rispetto a teatri più ricchi, più stimati e foraggiati dai rispettivi governi -, un po’ di soldi c’erano e, soprattutto, c’era un pubblico, c’era la voglia di produrre arte che viene dalla richiesta del pubblico». C’è meno richiesta di qualità, oggi, in Italia? «Mi pare di sì, decisamente di sì. Credo che abbia preso il sopravvento un certo gusto televisivo, una certa assuefazione al disimpegno, alla volgarità spicciola. In questo senso, è vero che fino agli Anni 80 si può parlare di anni d’oro». È il ventennio berlusconiano che lei mette sott’accusa? «Giorgio, anche nei “tempi d’oro”, era spesso deluso. Lavorava molto all’estero, faceva i confronti con l’Italia. “Per dirti la verità diceva siamo un po’ un Paese da operetta”. Da operetta! Ma l’operetta è anche allegra, nell’operetta si sorride. Io non la riconosco più, l’Italia. Vedo una gran mancanza di dignità, un’incapacità di reagire alle bassezze… I miei amici tedeschi non capiscono: “Perché lavori con chi non rispetta né l’arte né il popolo? Come fai a resistere?”».
Come fa? «Sono legata a questo Paese. Finché mi capita ancora un lavoro al Piccolo non mi sento di lasciarlo. Recito però sempre più a Vienna». Cosa le dà più fastidio, nell’andazzo italico? «Mi indignano quelle troiette che fanno la tv e poi si chiamano e vengono chiamate attrici. Ne ho sentita una l’altro giorno, un’ex velina. “Adesso sono un’attrice”, diceva all’intervistatore, serio e compunto. Per noi è un’offesa. Recitare è un mestiere difficile, com’è difficile il mestiere di falegname, di sarto. Ci vuole tempo, impegno, talento, applicazione. Tutto quello che la tv berlusconiana ci dice che non serve. E infatti, basta guardare la robaccia che produce».
Che fare? «Il pubblico dovrebbe riaversi dal torpore, andare in piazza e chiedere cultura. In piazza a chiedere cultura come si chiede la libertà, come si chiede un diritto. Una persona mi ha detto: “Signora, voglio che i miei figli crescano vedendo begli spettacoli come una volta”. E m’ha fatto un’infinita tristezza risponderle: “Non so se sarà possibile, purtroppo”».

La Stampa 21.03.11

Non abbiamo un governo. Le polemiche sulla Libia lo dimostrano

Il segretario PD a RaiNews24: “I diversi ministri stessero zitti. Intervento necessario e legale”. E sul nucleare: “Tremonti non sa se ci farà risparmiare o indebitare. Il piano nucleare va respinto”. L’intervento in Libia sta dimostrando che l’Italia è un Paese che “deve partecipare molto per decidere poco”. Lo dice Pier Luigi Bersani intervistato da RaiNews 24 sulla vicenda libica. Secondo il segretario del Pd, ciò si spiega alla luce della “diplomazia berlusconiana fatta di personalismi” che ha “sbilanciato largamente” la politica estera italiana. Altri “hanno avuto rapporti con Gheddafi, ma nessuno ha fatto come l’Italia mettendosi in una situazione di subalternità”.

Pier Luigi Bersani ha auspicato che vi sia un dialogo con l’opposizione nelle decisioni sull’operazione in Libia. “Ci vuole una grande fermezza, un grande concerto e una grande condivisione, prima di tutto nella maggioranza e auspicabilmente anche del dialogo con l’opposizione, come ha detto Napolitano serve una responsabilizzazione anche del Parlamento”. Per questo ha aggiunto riferendosi alle polemiche nella maggioranza, “sarebbe meglio in queste ore che i diversi ministri stessero zitti e il governo con voce univoca venisse nelle commissioni parlamentari a definire meglio il profilo di questa nostra presenza”.
Quanto alle diversi posizioni di Ignazio La Russa e Umberto Bossi, Bersani ha dato “un consiglio” al premier Silvio Berlusconi: “Di andarsene a casa lui con tutta questa compagnia. Basta uno sguardo oggettivo sulla situazione per vedere che noi non abbiamo un governo, che il profilo dell’Italia nel mondo si è largamente indebolito, che Berlusconi è in mezzo a un sacco di guai”.
Bersani ha comunque difeso l’operazione. “Questo intervento è necessario ed è legale”, ha assicurato. “E’ necessario per impedire un massacro delle popolazioni civili che si sono ribellate a Gheddafi e che la propaganda di Gheddafi definisce insetti e topi”, ha spiegato, ed “è legale perché l’intervento avviene a seguito delle deliberazioni dell’Onu e in accordo tra Europa e Stati Uniti e Lega Araba”.
Anzi. Per il leader del Pd sarebbe stato meglio se si fosse cominciato a parlarne prima. “Tutti vedono che se questo intervento fosse stato annunciato qualche tempo fa, quando Gheddafi ha cominciato a mitragliare il suo popolo, probabilmente avremmo risolto prima questa questione. Gheddafi ritiri le truppe nelle caserme e la UE si impegni per una soluzione.
“Tremonti ma il nucleare fa risparmiare o indebitare?” Pier Luigi Bersani ha commentato con ironia le dichiarazioni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti sul nucleare rilasciate a Cernobbio: “Si sentano veramente delle cose curiose, leggo dei titoli sui giornali incredibili”, ha detto il segretario del Pd intervistato a Rainews 24. “Tremonti parla di debito nucleare, lasciando intendere che bisogna mettere in conto anche a quel che costa poi smontarlo questo nucleare quando sarà ora”, ha sottolineato, “come si fa a dire una cosa del genere e dire anche che ci fa risparmiare. Ma ci fa risparmiare o indebitare? Sentiamo un dibattito assolutamente stravagante”.
Quanto alla posizione del Pd, “non vedo come si possa dire che siamo ondivaghi, ondivaghi saranno loro. Abbiamo sempre detto che il piano nucleare del governo è da respingere, è assurdo, non porta da nessuna parte”. Non solo. “il dramma del Giappone credo che porti fin ogni nuclearista a una posizione che dica ‘fermiamoci’, con atti non con chiacchiere. Tra due giorni è in Parlamento la discussione sulle procedure di localizzazione, si sospendano quegli atti e ci si fermi”. In caso contrario, “siamo per sostenere il referendum”, ha assicurato Bersani.

www.partitodemocratico.it

"Tempo pieno e la "no-fly zone" di Petralia", di Pippo Frisone

A Milano l’organizzazione delle classi funzionanti a tempo pieno potrà essere realizzata nei limiti della dotazione complessiva provinciale dell’organico di diritto 2008/09. Il neo-provveditore dell’UST di Milano, dr.Petralia l’ha detto, scritto e ribadito in tutte le salse: l’organizzazione delle classi funzionanti a tempo pieno potrà essere realizzata nei limiti della dotazione complessiva provinciale dell’organico di diritto 2008/09 (Circ.del 11.3.11): Le classi successive alle prime funzioneranno secondo l’organizzazione oraria autorizzata sia nel caso della scelta operata dalle famiglie sia nel caso di classi richieste a T.P. ma autorizzate dall’UST a Tempo normale per l’a.s.2010/11.
Ecco delineata da Petralia “la no-fly zone” sul Tempo pieno. Due sono le gravi conseguenze di tale decisione:
-le 3.000 famiglie che avevano chiesto nel 2010/11 l’iscrizione alle prime a tempo pieno e non l’avevano ottenuto, non potranno più richiedere alcuna trasformazione a tempo pieno.
-le nuove iscrizioni alle classi prime a tempo pieno del 2011/12 dovranno fare i conti coi limiti invalicabili dell’organico provinciale, determinato nel 2008/09! Ciò significa che le attuali 7.065 classi funzionanti a tempo pieno dovranno rientrare nel tetto del 2008/09 cioè 6.980.
Saranno almeno altre 2.000 famiglie alle quali verrà detto di no all’iscrizione al tempo pieno, cui se ne aggiungerà un altro migliaio, derivante dall’incremento della popolazione scolastica!
Un criterio assolutamente arbitrario quello deciso dal dr. Petralia, in quanto il richiamo al limite della dotazione organica risalente al 2008/09 non è più previsto nemmeno nelle circolari del Miur né per il 2010/11 né tantomeno dalla recente CM n.21 del 14.3.11 per il 2011/12. Un taglio al Tempo pieno che andrà ben oltre gli 800 posti ,come presto vedremo con la prima ipotesi di organico, determinato questa volta a partire dalle effettive esigenze e dalle richieste di tempo scuola avanzate dalle famiglie.
Un altro colpo basso al modello storico del tempo pieno,al quale verranno tolte altre ore di compresenza fin quasi all’azzeramento totale.
Si prevedono da 41,5 ore fino a un max di 41,7 delle 44 ore a disposizione con due docenti per ogni classe a tempo pieno.
Un cambio di metodo e di passo quello voluto dal Direttore Regionale che se da un lato risulta più trasparente e rispettoso delle diverse realtà territoriali e in netto contrasto con il diktat , imposto dal Provveditore di Milano, pur tuttavia non cambia la sostanza delle cose. In ogni caso, i posti da tagliare nella primaria della Lombardia sono e restano 1.400 posti.
A Milano toccherà ancora una volta sostenere l’onere più pesante. Tra posti tagliati e classi a Tempo pieno negato , oltre a deludere altre migliaia di famiglie, avrà anche forti ripercussioni sull’occupazione del personale precario che vedrà così dimezzarsi ogni aspettativa di lavoro. Tutto ciò avviene nel silenzio assordante ancorchè consenziente del Governatore lombardo Formigoni e del Sindaco di Milano Moratti. Lasciati soli, luogotenenti e commissari di turno, fanno come meglio possono il lavoro sporco, commissionato da una politica miope che ha dichiarato guerra alla scuola statale , agli insegnanti e più in generale alla cultura.
E a Milano, non basterà la no-fly zone del provveditore Petralia a salvarla!

da ScuolaOggi 21.03.11

"Affidamoci allo stellone", di Lucio Caracciolo

Siamo in guerra: come vincerla? La prima domanda che ogni governo responsabile dovrebbe porsi, quando decide di partecipare a un conflitto, è la domanda che il nostro governo non si pone.
Non è un paradosso. È l´effetto dell´incrocio di tre fattori. Primo: la nostra storica refrattarietà al pensare strategico, surrogata con l´affidamento allo Stellone. Secondo: l´ignoranza del campo di battaglia, sia in quanto alle effettive capacità del nemico (Gheddafi), sia soprattutto relativamente a caratteri e forza dei nostri alleati sul terreno (i ribelli della Cirenaica), ossia di coloro che dovrebbero svolgere i compiti della fanteria che né noi né gli americani e nemmeno i franco-inglesi intendono schierare. Terzo: perché temiamo che comunque vada perderemo. Tre ottime ragioni per non rovinarci l´umore con fastidiosi rovelli.
A questo si aggiunga la necessità di non ammettere a noi stessi ciò che stiamo facendo. “Guerra” è vocabolo espunto dal nostro gergo istituzionale. Perché la costituzione ci impedirebbe – secondo l´interpretazione corrente – di chiamare la guerra per nome. Risultato: non abbiamo mai partecipato a tanti conflitti da quando ne abbiamo certificato l´abolizione su carta.
Sicché quando i nostri piloti bombardano con successo postazioni nemiche, invece che congratularci con loro ne arrossiamo e curiamo di non farlo sapere. Durante la guerra del Kosovo, i nostri aviatori che martellavano in incognito i serbi rischiando la pelle in nome della “difesa integrata” decisero di cucirsi sulle tute delle sagome di fantasmi, perché tali si sentivano. Sentimenti probabilmente condivisi dai colleghi chiamati a fare altrettanto in Libia, sotto specie di “operazione umanitaria”.
A differenza del Kosovo e delle altre guerre cui abbiamo contribuito, sempre con un piede dentro e uno fuori, stavolta non possiamo affidarci con serenità allo Stellone. Ossia ai nostri potenti alleati. In caso di crisi, tendiamo istintivamente a stringerci al capo della coalizione. Noi non sappiamo come vincere, ma lui sì. E si ricorderà di noi nel momento della vittoria. Ragionamento di elegante semplicità. Stavolta non pare così semplice, né tanto elegante da muovere ad ammirazione i partner. Perché loro stessi hanno difficoltà a raccontarsi come vincere. E perché il leader di questa operazione non è l´America superpotente della guerra fredda o degli anni Novanta, ma la Francia. Meglio: il suo presidente.
Al netto della retorica, questa è la guerra di Nicolas Sarkozy. Il quale l´ha fortemente voluta, contro una parte stessa del suo governo, perché convinto che sarà breve, trionfale e gli garantirà la rielezione all´Eliseo. Noi speriamo con tutto il cuore che abbia ragione. Perché per l´Italia significherebbe il minore dei mali. (E forse – ma ne siamo meno certi – anche per i libici, sui quali stiamo sperimentando l´efficacia delle nostre molto selettive teorie umanitarie.) Non siamo difatti in condizione di sostenere un conflitto prolungato, costoso e sanguinoso. Al termine del quale probabilmente dovremo accollarci una fetta di quel protettorato informale cui verrebbe affidato il compito di gestire il vuoto lasciato dal regime di Gheddafi, dall´assenza di uno Stato libico e dall´inconsistenza delle milizie cirenaiche, tribali e non tribali. La cui causa Sarkozy ha sposato totalmente, pur non conoscendone né volendo conoscerne il grado di adesione ai valori della Rivoluzione francese.
La guerra breve e la caduta di Gheddafi ci permetterebbero di condividere, dal nostro strapuntino, un sia pur transitorio e ingannevole sentimento di successo. Potremmo rivendicare di aver contribuito alla caduta di un odioso dittatore. Cercando di rimuovere l´umiliante immagine del capo del nostro governo chino al bacio del suo anello. E ci illuderemo per un attimo che gli alleati vorranno premiare la nostra relativa fedeltà, ad esempio proteggendo il primato dell´Eni nella nostra ex colonia e contribuendo al contenimento dei flussi migratori via Canale di Sicilia. Salvo poi accorgerci che così non sarà.
Nulla di nuovo sul fronte italiano, dunque. Il mistero è semmai perché Obama stia facendo l´italiano, sia pure in salsa americana. Impegnandosi solo di tre quarti in una partita in cui rischia di giocarsi la faccia tutta intera. Il presidente americano ha a lungo esitato, come suo costume, salvo infine accodarsi all´iniziativa di Sarkozy e del suo “brillante secondo” – ormai terzo – britannico. Ciò dopo che i suoi ministri e generali avevano spiegato urbi et orbi che la no-fly-zone significava guerra e che la Libia non valeva le ossa di un marine americano. E tuttavia Obama ha deciso di partecipare all´attacco, battezzandolo “operazione militare limitata”. Ed esitando a riconoscere il governo di Bengasi, forse anche perché memore che da quella città e da Derna è affluita buona parte dei jihadisti arabi infiltrati via Siria in Iraq per combattervi le truppe americane.
A decidere Obama ha molto contribuito la copertura inizialmente offerta dalla Lega Araba. Utile a spuntare l´arma della propaganda gheddafiana, volta ad eccitare gli animi arabi e islamici contro i “colonialisti”, anzi i “crociati” occidentali. Ora il velo arabo sta cadendo. Gli autocrati che avevano legittimato la guerra per la libertà proclamata da Parigi siedono su troni troppo fragili per inneggiare a una guerra di fatto semi-occidentale, in quanto concepita dalla Francia e supportata da Usa, Gran Bretagna, Italia, Canada ed europei sparsi. Se lo Stellone non ci salverà – magari sotto specie di pilotata conversione di alcune tribù rimaste fedeli al dittatore – dovremo prepararci a un conflitto molto impegnativo. Alla peggio, assisteremo all´invasione franco-anglo-americana della Libia per terminare una partita che dall´aria non si può chiudere. Singolare nemesi, a cento anni esatti da quando i vapori della Regia Marina sbarcarono il corpo d´armata del generale Caneva a Tripoli “bel suol d´amore”.

La Repubblica 21.03.11

"Inno di Mameli e gembiule, alla Camera la “nuova” scuola", di A. Mig

No all’insegnamento obbligatorio dell’inno di Mameli nelle scuole del primo ciclo di istruzione. La Lega spacca la maggioranza in commissione Cultura alla Camera e dice “no” alla proposta di legge della pidiellina Paola Frassinetti. Dopo essersi messi di traverso sui festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia i parlamentari del Carroccio ora se la prendono con la “colonna sonora” di questa ricorrenza. Mercoledì la commissione dovrà dire sì o no a una legge che prevede l’insegnamento obbligatorio (con relativa spiegazione storica) dell’inno fra i banchi delle ex elementari e medie. La Lega ha già annunciato il suo voto contrario. Udc, Pdl, Idv, Pd voteranno a favore. Il Carroccio boicotterà l’iniziativa perché, come ha spiegato la capogruppo in commissione, Paola Goisis, «l’inno di Mameli non è ancora stato adottato ufficialmente quale inno nazionale».
Meglio occuparsi dei dialetti: la Lega ha presentato una proposta di legge per riconoscere il piemontese come lingua. Ma la prima firmataria della legge sull’inno, Paola Frassinetti, dorme sonni tranquilli: «Gli altri gruppi – afferma – l’hanno sottoscritta, quindi passerà. E’ anche uno strumento per integrare i tanti stranieri che ormai popolano le nostre classi». E sempre di scuola si parla in altre due proposte di legge depositate alla Camera: i deputati Isabella Bertolini (Pdl) e Luca Volontè (Udc) premono perché ci sia l’obbligo di indossare il grembiule alla primaria e l’uniforme nelle classi successive per motivi di “uguaglianza e decoro”. Ovvero per evitare che i ragazzini comincino da piccoli a dividersi a seconda delle griffe indossate. Già il ministro Gelmini, all’inizio del suo mandato, aveva esortato le scuole a tornare al grembiule. Per ora c’è l’autonomia in materia. Il Parlamento vorrebbe arrivare a un obbligo formale.

Il Messaggero 21.03.11

"Perché è possibile rinunciare al nucleare", di Mario Pirani

Ho sempre avuto grandissima stima ed affetto per Umberto Veronesi come uomo e come Maestro delle scienze medico-chirurgiche. La sua competenza oncologica rende altresì, sotto questo aspetto, prezioso il contributo che potrà dare all´Agenzia della sicurezza nucleare che è chiamato a presiedere. Ma, mentre apprezzo la conclusione del suo articolo (Repubblica del 19 marzo) circa l´opportunità di una moratoria per dar tempo a un ripensamento, nutro forti dubbi sulla sua affermazione secondo cui sarebbe «scientificamente vero che senza l´energia nucleare il nostro pianeta, con tutti i suoi abitanti, non sopravviverà, per cui non dobbiamo fare marcia indietro, ma andare avanti, ancora più in là con la conoscenza». Temo che questa convinzione non poggi allo stato dei fatti su basi solide. Oggi resta purtroppo incontestabile che nessuno è ancora in grado di valutare quali possono essere nel tempo e nello spazio i danni di una catastrofe nucleare. È una non misurabilità che si accompagna alla constatazione che non esistono finora difese preventive (ancor meno per i depositi del materiale fissile consumato) tali da garantire il 100% di sicurezza o di avvicinarvisi. Il Giappone, seconda potenza economica e tecnologica del mondo, sta lì a provarlo.
Vi è piuttosto una propensione prometeica allo sviluppo insostenibile, alla sua sovrapposizione ai valori del progresso umano e, soprattutto, una preminenza del profitto e dell´iper consumo che alimenta teorie e principi culturalmente inquinanti. Non dovremmo dimenticare in proposito che l´atomica nacque e si sviluppò come una tecnologia totalmente controllata dallo Stato e addirittura dalla forze armate. I sistemi di controllo iniziali e i criteri di spesa ne furono grandemente influenzati. L´uso pacifico spostò via via l´epicentro economico e gestionale nel settore privato pur con forti sovvenzioni e facilitazioni. Anche la sorveglianza delle centrali passò nelle mani delle società elettriche perlopiù private. Di qui l´attenuarsi dei controlli, il rinvio delle revisioni indispensabili, le menzogne e le mancate risposte agli enti esterni pubblici preposti alla sorveglianza, la diffusione dell´ideologia sull´ineluttabilità del nucleare. Rinvio ad un´altra volta la discussione sulle fonti rinnovabili. Vorrei solo ricordare una cosa elementare che sembra dimenticata: le fonti primarie sono nell´ordine petrolio, metano, carbone, acqua, rinnovabili e nucleare. Quest´ultimo copre solo il 5% del totale. Le fonti secondarie sono l´energia elettrica (30%), la termica (39,4), carburanti (22,2) altri usi e perdite (7,98). Il nucleare serve solo per l´elettricità di cui oggi copre il 14,6. Per arrivare al 20% bisognerebbe tra l´altro affrontare costi cresciuti in maniera esponenziale (secondo calcoli dell´Mit del 15% annuo). Ma il problema è un altro. Come sostiene Confindustra in un suo rapporto, non l´atomo ma “l´efficienza energetica è il pilastro portante dell´energia verde”. Un piano che orientasse strutturalmente la produzione su beni ad alta efficienza energetica e su consumi virtuosi vedrebbe coinvolte 400.000 aziende e tre milioni di occupati, soprattutto nel settore dei trasporti, dell´edilizia, della illuminazione, delle caldaie, degli elettrodomestici. Basti dire che nel settore industriale si verificano oggi sprechi per il 20% dell´energia che potrebbe essere risparmiato se si usassero motori più efficienti. Diversamente dagli incentivi per il nucleare e anche per le fonti alternative, l´efficienza energetica riduce i costi in bolletta. Si avrebbe inoltre una forte riduzione di CO2. L´Enea ha, infine, stimato in 73 TWh l´energia elettrica che attraverso l´efficienza può essere risparmiata da qui al 2020, corrispondente alla produzione di 7 grandi centrali nucleari della taglia ipotizzata dal nostro governo (1.300 MW). In altre parole: il risparmio energetico è a portata di mano e implica solo capacità di governo e iniziativa imprenditoriale. Elimina il pericolo nucleare e alimenta lo sviluppo economico.

La Repubblica 21.03.11

"Se questa (senza sentimenti) è una guerra", di Vittorino Andreoli

Sono un uomo dei sentimenti che in questo periodo assiste alle immagini della guerra in Libia. La vedo dal salotto, davanti a un teleschermo ad alta definizione. Una visione che riporta anche le emozioni e i sentimenti, poiché traspaiono dal volto delle persone, sono esplicitati dalle parole, dai discorsi e anche dai silenzi. Qualche settimana fa la guerra era in Egitto, ma poi è stata declassata appena si è riaccesa quella in Tunisia e poi è entrata nel buio della notte con la Libia. La televisione non passa più di una guerra alla volta. Come per gli omicidi efferati, uno solo per qualche mese, il più intrigante. Del resto, lo so, sono almeno quaranta i conflitti nel mondo e molti non fanno spettacolo, oppure sono troppo lontani per permettere di produrre servizi in diretta con la gente che manifesta rabbia o fa segni di vittoria mostrando l’indice e il medio delle mani a V. La Prima e la Seconda guerra mondiale non potevano diventare televisive e per questo erano più misteriose, non tanto nelle loro cause politiche — dinamiche ordinarie del potere —, ma perché ne giungeva solamente qualche fotografia ed era più facile e più semplice mostrare ancora vivo qualche soldato che aveva perso gambe e speranza. Guerre oggi diverse, combattute con strumenti sofisticati, aerei senza pilota, strategie regolate dai computer, dai computer in guerra. Io credo che non siano cambiati il loro volto, la violenza, la stupidità, ma che invece sia mutato l’uomo. Si potrebbe dire l’antropologia, l’umanesimo. È come se l’uomo del tempo presente considerasse la guerra un fenomeno banale, scontato, atteso persino per consumare le armi accumulate negli arsenali e riempirli di armi più intelligenti — cosi si chiamano. Sono spaventato da come si parla della guerra, in maniera disanimata. Da come si accenna alle imbarcazioni piene di gente che scappa dalla guerra, ridotte a numero e alla capienza dei centri di accoglienza. Sono impaurito dalla freddezza con cui si cancella la parola «rifugiato politico» , come indicasse il modo per rubare un posto in paradiso, a Lampedusa, sulla nostra convinzione che l’Italia sia l’Eden e non un inferno anche senza guerra. Sono incredulo di fronte alle riunioni dei capi di Stato che discutono delle guerre, ovunque siano, con lo stile di un convivio filosofico o peggio di un corso di aggiornamento in scienze diplomatiche. Come se non ci fosse il dolore dei bambini, delle donne, dei soldati, di chi pensa di poter liberare un Paese dalla dittatura, da un capo che tiene nella povertà la gente e si arricchisce investendo nei paradisi fiscali i proventi del petrolio, per sé e la propria famiglia. Come se fare la guerra con i sassi mentre gli aerei lanciano bombe fosse un divertimento. Sembra di trovarsi su Internet, sintonizzati sui videogiochi, su quelli in cui si può diventare un soldato e persino un eroe senza spargere una goccia di sangue. Una guerra di celluloide, un guerra che non c’è, ma più «interessante» . I sentimenti: il dolore per chi soffre, la pena per i bambini e per i vecchi, la perdita di una casa, che anche se vuota era il luogo della propria dimensione sociale. E non importa se è al confine con le zone desertiche. Anche nel deserto devono vivere i sentimenti. Io non li vedo più, tutto è morto. Di fronte al dolore dell’altro si dovrebbe correre e dare un poco di sollievo, di fronte a un bambino insanguinato si deve sentire una stretta al cuore e avvertire le lacrime scendere. La guerra è diventata banale, come la violenza in famiglia, come gli stupri che ormai non fanno più cronaca, e allora si sta a guardare dieci minuti di guerra e poi si cambia canale, si va magari sull’Isola dei famosi. Sono un uomo dei sentimenti ma so che sono morti, sono stati ammazzati. Rimane forse solo la rabbia, quella che esprime bene il potere quando è contrastato. Credevo che la guerra «fredda» fosse quella iniziata negli anni Cinquanta del Novecento, ora c’è la guerra «gelida» , totalmente disanimata. E senza sentimento tutto è banale, e acquista solo un prezzo e le compravendite, pur se di mercenari e di poveretti, non riescono a stimolare più l’umano, ammesso che ve ne sia ancora qualche residuo in quest’uomo. Viene in mente l’interrogativo di Primo Levi: «Se questo è un uomo» .

Il Corriere della Sera 20.03.11