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Dl Modena, deputati Pd “Proroga di un anno per le tasse sisma”

La Commissione Bilancio ha dato l’ok ai principali emendamenti presentati dal Pd. Anche la Commissione Bilancio della Camera, dopo la Commissione Ambiente, ha dato l’ok ai principali emendamenti presentati dal Pd in sede di conversione in legge del cosiddetto dl Modena, il provvedimento che contiene misure per le zone colpite dall’alluvione del 19 gennaio scorso. Nel provvedimento, quindi, sono ora previste nuove misure relative al sisma (in particolare la possibilità della proroga di un anno nella restituzione della prima rata del mutuo acceso per pagare le tasse) e alla tromba d’aria del 30 aprile. Ne danno notizia i deputati modenesi del Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni che hanno seguito tutto l’iter parlamentare delle modifiche al provvedimento.

La richiesta della proroga di un anno nella restituzione della prima rata del mutuo acceso per pagare le tasse nelle zone del cratere sismico ha passato il vaglio della Commissione Bilancio della Camera dei deputati. Era, infatti, inserita in un emendamento Pd che apre la possibilità per il contribuente di optare o per l’allungamento del piano di rateizzazione o per lo spostamento al 1° luglio 2015 del termine per il pagamento della prima rata. Come questo, anche la maggior parte degli emendamenti presentati dal Pd al dl 74/2014 ha ottenuto l’ok della Commissione Bilancio che ne ha certificato la copertura economica. “Ci sono gli indennizzi per i danni causati dalla tromba d’aria e dalla violenta grandinata del 30 aprile – spiegano i deputati modenesi del Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni – E’ stata accolta la sospensione dei mutui per gli immobili di privati che hanno subito danni sia dal sisma che dall’alluvione fino a che non ottengano l’agibilità e comunque non oltre la fine del 2015. E’ stata ripristinata la possibilità per chi ha dovuto lasciare la propria casa sulla quale aveva acceso un mutuo 1° casa di avere di nuovo le detrazioni degli interessi passivi. Sono state stabilite proroghe per le perizie e le asseverazioni così come richiesto dalle associazioni di categoria. I Comuni potranno utilizzare i fondi derivanti da donazioni ed erogazioni liberali senza che rientrino nel Patto di stabilità. Gli indennizzi, come già per il sisma, non rientrano nell’imponibile Irpef e Irap, così come è prevista la cassa integrazione in deroga per le aziende che non sono riuscite a ripartire subito dopo l’alluvione. Eliminati, infine, anche gli aumenti dei premi Inail”. In serata è iniziata anche la votazione dell’Aula sui singoli emendamenti che, prevedibilmente, finirà nella mattinata di domani. “Sulle misure citate – concludono gli on. Baruffi e Ghizzoni – c’è comunque l’accordo con il relatore di maggioranza e il Governo. Siamo quindi soddisfatti anche se dobbiamo rilevare come, purtroppo, non abbia ottenuto il via libera della Commissione Bilancio la nostra proposta di introdurre le zone franche urbane per i centri storici”.

"2009-2014 Il Pd strappa il Nord alla destra", da L'Unità

Le due mappe dell’Italia rappresentano due fotografie dei governi dei 110 capoluoghi di provincia in tutta Italia: la prima scattata nel 2009, in pieno governo Berlusconi; la seconda ieri. Naturalmente il turno amministrativo del 25 maggio con i ballottaggi dell’8 giugno ha investito solo una piccola parte dei capoluoghi, 29. Per tutti gli altri dunque si fa riferimento alle elezioni che si sono succedute in questi cinque anni, come Milano, Torino, Napoli e Bologna nel 2011 e Roma nel 2013. Ma in questi giorni si è votato nel complesso per 214 comuni con più di 15mila abitanti che vanno tenuti in considerazione (164 al centrosinistra, 41 al centrodestra, 2 alla Lega e 3 al M5s). Le due mappe parlano chiaro. In questi anni, non solo in questa tornata, si è realizzato un progressivo dominio del centrosinistra nei capoluoghi di provincia, con particolare riferimento al Nord. Nel 2014 la mappa del Nord appare quasi tutta tinta di rosso, e il dato comunale non si discosta in modo significativo da quello europeo: Pd primo partito fatta eccezione per alcune macchie verdi nella provincia di Sondrio (dove la Lega prevale), gialle nel sud della Sardegna, in Sicilia e nelle regioni del centro (M5S), e piccole enclave azzurre, a macchia di leopardo tra Piemonte, Lombardia, Campania, Puglia e Sicilia. Nel dettaglio, per la prima volta il Pd registra complessivamente un consenso più elevato alle europee che alle comunali: quasi un 6% in più in media, come documenta l’Istituto Cattaneo, ed è la prima volta che succede da moltissimi anni, vi- sto che il Pd e i suoi predecessori sono stati tradizionalmente più forti nel voto loca- le che in quello nazionale. «Se in passato era il “partito dei sindaci” di centrosinistra a trainare il partito nazionale, oggi è il partito dell’ex sindaco di Firenze a trainare elettoralmente gli amministratori loca- li», dice il Cattaneo. Non dappertutto, come si evince dalla sconfitte Pd di Livorno, Perugia, Padova e Potenza. Ma anche in questa città, in realtà, alle europee il Pd era stato largamente vincente. «Al di là delle sconfitte in alcune città dove il centrosinistra governava da decenni, dovute all’usura delle amministrazioni, si può parlare di una nettissima vittoria del Pd», spiega Roberto Weber, ex presidente della Swg. «E bisogna davvero andare molto indietro negli anni per ritrovare un successo simile del principale partito di sinistra. A fronte dello smottamento del centro- destra, e di un M5s che ottiene pochi successi a livello locale, il Pd si configura co- me un “partito-nazione”, un “partito-pigliatutti” che allarga il suo blocco sociale molto oltre il perimetro tradizionale». Secondo Weber sono ben 700mila i voti transitati da Forza Italia al Pd alle europee, oltre a un recupero su voti ceduti nel 2013 al M5s e alla fagocitazione della lista Monti. «Oggi- spiega- il Pd è una forza che si colloca tra centro e centro-sinistra, l’unico partito “moderato” del Paese, grazie a Renzi che ha saputo intercettare mondi che non avevano mai guardato a sinistra».

Finisce insomma non solo l’insediamento tradizionale prevalente nelle regioni ros- se (Emilia, Toscana e Umbria) ma anche «il blocco sociale composto in primo luogo da pensionati e pubblico impiego». Di qui lo sfondamento al Nord che, a differenza di quanto accaduto in passate tornate amministrative (quando il Pd espugnava comuni tradizionalmente di destra come Como e Monza ma poi non traduceva questo consenso a livello politico), non è legato a fattori locali, ma all’attrazione di ceti produttivi che in larga parte risiedono al Nord. E che scelgono il Pd, a differenza del passato, «non solo nei centri più gran- di, ma anche nelle città medie e piccole», osserva Ilvo Diamanti. Un’Italia profonda, di paese, dove non era arrivato neppure il Pd del 2008. «Al di là di singole eccezioni- spiega Weber- c’è una simmetria tra europee e comunali, una sostanziale egemonia del Pd che, tuttavia, paga in al- cune città la fine delle rendite di posizione e la maggiore volatilità del consenso».

Secondo Piergiorgio Corbetta, direttore di ricerca del Cattaneo, in questa tornata «per la prima volta a sinistra c’è più un voto per il leader che per il partito, e questo consente di superare i vecchi insedia- menti geografici e sociali». «Un voto inter- classista», dunque, che tuttavia si presenta come più volatile, «potenzialmente meno stabile e comunque estremamente di- pendente dalla popolarità del leader e dai suoi risultati». Come è arrivato, dunque, potrebbe svanire. Secondo Weber non troppo presto. «A mio parere è iniziato un ciclo lungo, e il centrodestra è così mal- concio da non avere per anni margini di recupero». Né Weber né Corbetta prevedono per il M5s una reale competitività rispetto al Pd egemonico. Ma nessuno dei due ne sottovaluta il radicamento. «Solo l’incredibile ingenuità della vittoria annunciata per settimane può far pensare a una reale sconfitta di Grillo», dice Corbetta. «Restare sopra il 20%, per un movimento come questo, è una eccezione in tutte le democrazie occidentali. Hanno alzato troppo l’asticella, non avendo capito che era impossibile ripetere l’exploit del 2013. Ma si sono stabilizzati. È possibile che questo sia l’inizio di una progressiva erosione dei consensi, ma non è sicuro e comunque non sarà in tempi brevi». Anche Weber vede nel dato del M5s la rappresentazione di una Italia che c’è, seppur non maggioritaria: «È un’area di radicalità, quella più sofferente per la crisi, e insofferente verso l’establishment. Potenzialmente può arrivare a un terzo del Paese, ma i due terzi sono impermeabili a queste proposte euroscettiche e a questo radicalismo».

Il dato del centrodestra è quello più chiaro: dal 2009 Fi e alleati sono passati da 83 città con più di 15mila abitanti a 41. Fatta eccezione per la vittoria di Perugia (e per i governi leghisti di Padova e Verona), sono fuori da tutte i 20 principali capoluoghi italiani. I numeri del lombardo-veneto sono impressionanti: nel 2009 Pdl e Lega sfioravano il 60% e ora sono al 30; il Pd era inchiodato al 20% e ora arriva al 40%. È qui che il Paese ha cambiato verso.

L’Unità 11.06.14

"Rifondiamo dal basso quest’Europa delle élite", di Ulrich Beck

L’Europa è un moving target ; l’Europa come tale non esiste. C’è soltanto un processo di europeizzazione. Gli stranieri diventano indigeni, nascono nuove istituzioni politiche, altre mutano. Le elezioni europee lo hanno di nuovo dimostrato, in modo sorprendente. Sono stati soprattutto i socialdemocratici a tentare di democratizzare le elezioni europee con l’indicazione di candidati di punta per la carica di presidente della Commissione europea. In questo modo questa carica ottiene una ben diversa legittimazione e rilevanza. Ciò incontra l’opposizione nel Consiglio dei capi di governo eletti democraticamente, il cui spazio di negoziazione viene in tal modo limitato. Non solo: le loro scelte in materia di presidenza della Commissione si rivelano non trasparenti e non democratiche. Perciò, assistiamo a un conflitto tra due democrazie — cioè tra la democrazia a livello europeo e la democrazia a livello nazionale. È in gioco il potere del Parlamento europeo e dei capi di governo. Nessuno lo aveva messo in conto. Ora questo balzo in avanti nella democratizzazione deve essere completato. Per la nomina alla presidenza della Commissione europea non c’è alternativa al candidato eletto Jean-Claude Juncker. Se i capi di governo proponessero qualcun altro che non è stato eletto, sarebbe un attentato alla democrazia in Europa.
Se così fosse, in futuro quasi nessuno andrebbe più a votare. E questo significa anche che il Consiglio europeo, compresa Angela Merkel, deve depotenziarsi parecchio. Più precisamente, deve depotenziarsi appunto con l’elezione di Juncker. Questa spinta verso la democratizzazione, che equivale a un passo in avanti verso l’europeizzazione, non era stata prevista. È questa la sorpresa di queste elezioni. Benché l’esito del voto sia stato interpretato da molti come un successo degli antieuropei, si è improvvisamente aperta una finestra per un significativo “di più” di democrazia nell’Unione Europea. Hegel la chiamava “astuzia della ragione”.
Tuttavia, per molti l’Unione Europea rimane pur sempre un progetto elitario. Abbiamo, sì, cittadini nazionali, nati e socializzati come tali. Ma non abbiamo cittadini europei. L’Europa esiste soltanto sulla carta, in parte nell’esperienza di singoli gruppi. L’Europa dall’alto non basta, dobbiamo creare un’Europa dal basso, un’Europa dei cittadini.
La crescita del gruppo degli euroscettici e degli euroantagonisti nel Parlamento europeo impone di procedere in questa direzione. Il grande gruppo dei partiti amici dell’Europa deve continuamente porsi la domanda — da intendere come un monito e una sfida permanente: Come dobbiamo rapportarci ai cittadini? Come possiamo fare in modo che il singolo individuo comprenda cosa significa per lui l’Europa e si accorga che la sua posizione migliora grazie alla partecipazione al processo europeo? Quello che i cittadini chiedono è più libertà, più sicurezza sociale, più democrazia concreta: non solo gli Stati Uniti d’Europa, ma anche le città unite d’Europa.
In conseguenza della crisi dell’euro ci sono diverse classi di europei — i privilegiati dei Paesi donatori, in particolare i tedeschi, e i cittadini di seconda classe dei Paesi in declino del Sud. Il potere nell’Unione Europea è suddiviso in modo corrispondente. La Germania domina. Questa dinamica è stata determinante nel provocare la disillusione nei confronti dell’Ue. Anche in Francia. E senza la Francia l’Europa crolla. È una grande preoccupazione. L’idea d’Europa è sempre stata quella di equilibrare gli squilibri di potere e di consentire a ciascuno la medesima opportunità di partecipazione. Il compito più importante dei prossimi anni sarà quello di rinnovare in modo credibile questa visione.
Come si spiega la grande comprensione dell’Europa occidentale per Putin, che porta avanti una politica quasi sciovinistica? C’è un nuovo contrasto tra una concezione etnica della nazione e una cosmopolitica. Il pensiero territoriale, etnico ha una lunga tradizione. Si sente sfidato dall’europeizzazione. Per questo nella crisi dell’Ucraina la critica si rivolge contro l’Unione Europea, alla quale viene rimproverato di mettere in questione le aspirazioni territoriali della Russia. A ciò si aggiunge la paura di un conflitto militare e delle conseguenze economiche delle sanzioni contro la leadership moscovita. Alcuni temono che tali conseguenze — com’è accaduto con la crisi dell’euro — colpiscano proprio loro. E tutto questo si mescola in modo pericoloso.
Un’Europa che si concepisce come un progetto di pace non può difendersi militarmente dall’aggressione russa. Giusto. Ma ha altri mezzi. Nei contrasti geopolitici oggi non sono più in gioco in primo luogo aspirazioni territoriali, ma la partecipazione alle relazioni economiche internazionali e alle organizzazioni e istituzioni internazionali. È una necessità vitale a spingere le nazioni alla cooperazione e quindi al riconoscimento dei diritti degli altri nello stesso interesse nazionale. Perciò l’Europa e l’Occidente nel suo complesso possono benissimo colpire la Russia con le loro sanzioni. La concezione cosmopolitica delle nazioni può forse fallire a breve termine di fronte ai mezzi militari, ma a medio termine si dimostrerà più efficace dell’impiego delle armi. Nello stesso tempo assistiamo a un dibattito intellettuale sulla giusta forma di democrazia e di dominio statale, come un conflitto tra le due forme di modernità. Anche qui c’è bisogno dell’Europa come contromodello rispetto al dominio autoritario di Putin.
L’Unione Europea si trova dunque ad un bivio, sotto un duplice profilo. Da un lato, riguardo alla sua ulteriore evoluzione. Dall’altro, riguardo a come affronterà la sfida di questa forma autoritaria di modernità. Ciò dipenderà anche da come verranno ripartite tra i diversi Paesi e tra i singoli cittadini le conseguenze delle sanzioni economiche. La questione sarà se — come nella crisi dell’euro — ogni Paese dovrà
arrangiarsi per conto suo, oppure ci sarà una ripartizione degli oneri all’insegna della solidarietà europea, ad esempio nel caso in cui fossero a rischio i rifornimenti di gas dalla Russia. In questo caso Putin, contro le proprie aspettative, potrebbe addirittura provocare una più forte europeizzazione. Lo si può osservare anche nella reazione della Gran Bretagna, che di colpo, in conseguenza del conflitto con la Russia, realizza di avere in comune con l’Unione Europea ben più di quanto finora non si fosse voluto riconoscere.
Tuttavia, il tentativo britannico di minacciare la fuoriuscita dall’Unione Europea per impedire l’elezione di Juncker è molto ambivalente per il premier Cameron. Cosa significa, propriamente, “fuoriuscita dall’Unione Europea”? Questa domanda mira al tallone d’Achille degli antieuropei. Fuoriuscita non può certamente significare che la Gran Bretagna esce dal mercato europeo. Ciò comporterebbe un danno enorme per l’economia britannica. Dunque, si vuole continuare a godere dei vantaggi del mercato comune e possibilmente contribuire come membro associato alle decisioni di Bruxelles, senza però condividere le conseguenze democratiche. Questo conflitto deve essere risolto all’interno dell’Europa e in Gran Bretagna. Come professore a Londra ascolto le discussioni che vi si svolgono. Sono convinto che, se si votasse, alla fine una netta maggioranza degli inglesi sceglierebbe la permanenza nell’Unione Europea. Perché allora diventerebbe chiaro quanto fortemente la Gran Bretagna è legata al continente e trae profitto da ciò. Ma una fuoriuscita britannica dall’Unione Europea sarebbe anche un colpo per gli americani, che tramite i loro alleati speciali esercitano un’influenza sull’Ue. Una Gran Bretagna che non fosse più membro dell’Unione Europea perderebbe importanza per gli Stati Uniti. ( Traduzione di Carlo Sandrelli)

La Repubblica 11.06.14

"Il piano di Renzi per il Colle una “proroga” per Napolitano “Rimanga ancora al suo posto almeno fino a maggio 2015”, da repubblica

Solo un «temporaneo prolungamento» del mandato. Nessuno si metta in testa che il settennato bis del capo dello Stato, già di suo eccezionale, proseguirà ancora a lungo. È un’appendice, destinata a concludersi col compimento del percorso delle riforme. Giorgio Napolitano torna a suonare il campanello della sveglia ai partiti in Parlamento. E lo fa davanti a una platea inconsueta, forse volutamente estranea alla politica: quella che si è radunata nel salone delle feste del Quirinale per l’annuale presentazione delle candidature ai premi David di Donatello 2014. Appena il giorno prima, al Colle era salita il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, per aggiornare il presidente sull’andamento delle trattative. Ieri la stessa si dichiarava «ottimista», convinta che un accordo si chiuda nei prossimi giorni. «Non potevo mancare anche quest’anno, visto il temporaneo prolungamento del mio mandato che svolgo nei limiti del possibile, fermamente e rigorosamente, ma soltanto nell’interesse generale del paese, che suggerisce oggi cambiamenti e riforme in molti campi, anche in quello istituzionale» sottolinea ad apertura il capo dello Stato. L’Italia ha «bisogno di visioni più aperte», di liberarsi «dagli schemi del passato, di energie innovative e qualità della crescita». Napolitano chiude rivelando, con un pizzico di commozione, di essere stato tentato in gioventù «di avventurarmi sulle strade del cinema e del teatro, poi mi sono perso in altre strade».

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“IL RETROSCENA”, di CLAUDIO TITO

IL “bis” del 2013 è stato sempre interpretato come una doverosa risposta emergenziale ad una fase altrettanto emergenziale. Una eccezione cui porre fine nel momento in cui quelle stesse condizioni critiche fossero cessate.
La stabilità politica, la necessità di mettere ordine nei conti dello Stato, le riforme istituzionali e soprattutto una nuova legge elettorale hanno rappresentato per il Colle i punti cardinali intorno ai quali far ruotare le scelte. Le “emergenze” cui dare una risposta istituzionale responsabile. E una volta puntellato il sistema, riconsegnare al Parlamento il compito di eleggere un nuovo presidente della Repubblica.
In questi mesi allora Napolitano ha individuato uno spazio temporale nel quale rassegnare le sue dimissioni. Non intende lasciare il suo posto prima che si perfezioni un appuntamento considerato centrale per il Paese: il semestre di presidenza italiana dell’Unione europea. I sei mesi “europei” hanno inizio il prossimo primo luglio e si chiudono il 31 dicembre. «Poi tireremo le somme», ha sempre ripetuto ai suoi collaboratori. È dunque intenzionato — la decisione è stata comunicata da tempo a tutti i vertici politici e istituzionali — a pilotare la Repubblica almeno fino a quella data. Da quel momento si aprirebbe un periodo che qualcuno già definisce un “semestre grigio”. Un mandato in scadenza ma con la completezza e la pienezza dei poteri che la Costituzione affida alla massima magistratura dello Stato.
Eppure qualcosa nei prossimi mesi può cambiare. Matteo Renzi, infatti, consapevole dei progetti quirinalizi ha iniziato a prendere in considerazione una nuova possibilità: chiedere al capo dello Stato una sorta di “proroga”. Almeno fino al prossimo maggio.
Tra l’inquilino del Colle e il presidente del consiglio è come se fosse scoccata una scintilla. In questi quattro mesi è stata costruita un’intesa su cui pochi avrebbero scommesso. Una strana alchimia tra il veterano e il più giovane rappresentante delle nostre Istituzioni che produce una singolare emulsione di sintonie e affinità.
Un feeling che sta spingendo proprio il presidente del consiglio a formulare un invito inatteso: «Restare al Quirinale ancora per un altro po’». Qualche mese in più dopo la conclusione del semestre italiano dell’Ue.
Napolitano ancora non sa nulla di questa idea, né intende stimolarla. Anzi, per il momento non vede cambiamenti nei suoi piani. Ma Palazzo Chigi scommette proprio su questa “strana intesa”. Entrambi infatti stanno edificando i loro rispettivi mandati sue due pilastri comuni: le riforme e l’Europa. Lo fanno con storie e caratteri diversi. È come se improvvisamente gli opposti si attraessero. Napolitano, infatti, dopo l’insistenza con cui si è battuto per dare stabilità al Paese e per restituire un ordine ai nostri conti pubblici con i governi Monti e Letta, considera queste le tessere per completare e rifinire il mosaico della sua missione.
Le riforme, quella costituzionale e quella elettorale, costituiscono un’urgenza per entrambi. Per il premier si tratta di un «cambiamento» irrinunciabile. Di una sfida lanciata sull’onda della rottamazione e del superamento di una «palude » ormai insopportabile. Per il presidente della Repubblica di una esigenza di fluidità nel sistema istituzionale a questo punto improcrastinabile.
Anche l’Europa rappresenta una sorta di passione convergente.
Entrambi sono convinti che l’Italia — soprattutto dopo le ultime elezioni — possa giocare un ruolo da protagonista nell’Unione. Il capo del governo spera di poterlo far valere anche a livello personale. Non è allora un caso che Napolitano sia diventato in questi mesi il primo consigliere di Renzi sul terreno della politica internazionale e comunitaria. Non si tratta solo di un compito istituzionale, ma di qualcosa di più. Basti pensare che il segretario
del Pd ha salutato con entusiasmo la partecipazione del capo dello Stato alla cerimonia per i 70 anni dello sbarco in Normandia. E non ha frenato l’ipotesi che lì prendesse parte — in caso di necessità — anche ad un summit più operativo con Obama e gli altri leader europei. L’esperienza da europarlamentare, da “ministro” degli esteri del Pci, profondo conoscitore della famiglia socialista, viene in effetti considerata irrinunciabile dal presidente del consiglio. «Sicuramente — ripete da tempo — è il più bravo di tutti noi».
Per questo Renzi è intenzionato a chiedergli un altro “sacrificio”. Restare al suo posto almeno fino all’inaugurazione dell’Expo. L’esposizione di Milano prenderà il via il Primo maggio 2015. Il premier è convinto che se verranno superate le difficoltà di questo momento, archiviati gli scandali e cestinate le corruttele, sarà un grande successo per l’Italia e soprattutto una gigantesca vetrina in cui esporre il meglio del Paese. Avere allora quel giorno Napolitano — al quale sta confidando gli sforzi per rispettare tutte le scadenze — a tagliare il nastro dell’Expo sarebbe il migliore viatico. «Sarebbe in primo luogo giusto».
Ma non solo. L’obiettivo di Palazzo Chigi sarebbe addirittura un altro. Ossia, che tocchi ancora all’attuale inquilino del Quirinale promulgare la riforma costituzionale in esame in questi giorni al Senato. Quella che sostanzialmente mette fine al bicameralismo perfetto e abolisce Palazzo Madama. Del resto il capo dello Stato da tempo si batte per rivedere il sistema delle due Camere paritarie. E spesso rimane esterrefatto dagli impacci e dalla babele di proposte che mirano a impantanare questo progetto. Solo qui si contesta una soluzione accolta in tutti i paesi occidentali: le Camere alte rappresentano le istanze regionali e non partecipano al rapporto di fiducia con il governo. Sia Napolitano, sia Renzi sono però sicuri che quegli ostacoli verranno comunque superati. E il premier vorrebbe offrire un altro riconoscimento: attestare concretamente lo sforzo riformista e riformatore del capo dello Stato.
Ma quanti mesi ci vorranno per approvare l’intero pacchetto? I tempi potrebbero essere troppo lunghi. Renzi è convinto di potercela fare entro giugno 2015. La sua road map è però piuttosto serrata: le
quattro votazioni parlamentari entro dicembre 2014 e poi il referendum confermativo, appunto, entro giugno. E proprio il referendum confermativo, fissato per legge a prescindere dal quorum dei due terzi, viene considerata l’arma per velocizzare il disco verde definitivo. Nella sostanza a Palazzo Chigi fanno osservare che non essendoci bisogno di un voto qualificato in Parlamento, la coalizione di governo non sarà costretta a subire i veti di Berlusconi e di Forza Italia. Se l’ex Cavaliere ci sta, bene. Altrimenti si va avanti a colpi di maggioranza.
Ma il sospetto del Quirinale è che i tempi siano comunque troppo lunghi. Anche perché un minimo incidente, un ritardo rischia di compromettere lo schema che Renzi si è dato. Senza contare che il presidente della Repubblica si sente profondamente affaticato. Le pressioni che in una fase complicata come questa vengono esercitate sul capo dello Stato
sono fortissime. «Sapete il prossimo 29 giugno in quale anno entro?», è l’interrogativo che ogni tanto pone ai suoi interlocutori il capo dello Stato. Napolitano il prossimo 29 giugno spegnerà 89 candeline e quindi entrerà nel novantesimo anno. Ed è forse per questo che Renzi sta cercando di chiudere entro il giugno del 2015 l’intero iter delle riforme. Perché sa bene che nelle intenzioni di Napolitano esiste ormai un “range” piuttosto chiaro all’interno del quale presentare le dimissioni. Non prima del 31 dicembre 2014 (quando finirà il semestre di presidenza dell’Unione europea) ma sicuramente non oltre 29 giugno 2015. Quando, appunto, compirà 90 anni.

La Repubblica 11.06.14

"Perché il rientro dei capitali?", di Vincenzo Visco

Il tema del «rientro» dei capitali illegalmente depositati all’estero è un tormentone che caratterizza il dibattito politico italiano da una decina d’anni. Gli argomenti a favore sono noti e sono sempre gli stessi, una volta (pudicamente) espunto quello reale, vale a dire la tutela degli interessi degli evasori: l’opportunità di facilitare l’utilizzazione di questi capitali per investimenti da effettuare in Italia, e i benefici di gettito che l’erario che potrebbe trarne. Argomenti evidentemente piuttosto deboli. Per quanto riguarda la legge in discussione alla Camera si afferma che rispetto agli scudi di Tremonti, «questa volta è diverso» in quanto non si tratterebbe di un condono ma di una riapertura dei termini.

Cioè una «voluntary disclosure» sull’esempio di quanto fatto in altri Paesi in base alla quale l’unico beneficio previsto sarebbe la riduzione del- le sanzioni in quanto il contribuente (persona fisica o giuridica) dovrebbe dichiarare integralmente gli ammontari evasi, spiegarne l’origine, e paga- re tutte le imposte dovute (Irpef, Ires, Irap e anche l’Iva a meno che non di- mostri che i proventi originari erano stati regolarmente fatturati). Dov’è allora il vantaggio? Perché i contribuenti che non hanno aderito ai ben più convenienti «scudi» di Tremonti dovrebbero farlo adesso?

La risposta consiste nel fatto che sarebbe saltato o starebbe per saltare il segreto bancario a livello internazionale e che quindi le banche straniere (svizzere) si preparerebbero a fornire l’elenco nominativo dei deposi- tanti italiani ai quali converrebbe quindi autodenunciarsi per evitare rischi penali molto forti. Ed infatti il provvedimento rende non punibili, per chi aderisce al «disclosure», i rea- ti di omessa o infedele dichiarazione o di omessi versamenti ma non, alme- no in apparenza, il reato di frode fiscale per il quale tuttavia le pene vengono dimezzate in modo da rendere in molti casi possibile il verificarsi della prescrizione. Questa spiegazione (o speranza) al momento non appare fondata; infatti è sufficiente andare sul sito dell’associazione delle ban- che ticinesi per verificare che la disponibilità a fornire ad altri Stati informazioni sui loro clienti esiste a tutt’oggi solo in caso di richieste nominative debitamente documentate e relative a reati specifici e cioè il contrario della trasmissione automatica dei nominativi dei depositanti.

In ogni caso quando si imbocca la strada dei condoni o degli pseudo condoni, e cioè una strada di deroga alle normative, il rischio è sempre quello di un effetto «domino» che porta sempre a nuove concessioni. E questo è quanto sta accadendo. Infatti, qualcuno ha subito notato che da un punto di vista giuridico e fatturale non esiste una differenza sostanziale tra chi ha evaso le imposte e ha portato i soldi all’estero, e chi le ha evase ma ha mantenuto i soldi in Italia, e quindi per evitare una disparità di tratta- mento lo stesso regime fiscale andava esteso anche agli evasori interni. E così è stato fatto nella speranza di recuperare più soldi ma senza tener presente che in questo modo – come sempre avviene nel caso di condoni – si bloccano gli accertamenti dell’amministrazione fino alla fine del 2015 in quanto a ciascun contribuente evasore dovrà essere garantita la possibilità di aderire alla nuova sanatoria. Cosa che, in caso di accertamento, tutti preferirebbero fare. Ed ancora, da più parti si richiede che, ferma re- stando l’esclusione del reato di frode fiscale (fatture false), venga depenalizzato anche il reato di dichiarazione fraudolenta, e cioé, in buona sostanza, l’interfaccia fiscale del reato di falso in bilancio che si vorrebbe (dovrebbe) reintrodurre.

Non so se il provvedimento produrrà il gettito atteso o sperato. Personalmente ne dubito. Ma anche per questo meglio sarebbe stato rinunciare a far soldi derogando alle norme fondamentali dell’ordinamento tributario. Non sarà un condono, ma il provvedi- mento rischia di diventare un’amnistia fiscale più estesa di quelle fatte da Tremonti ai suoi tempi. Il governo Renzi ha ereditato questa normativa dal governo precedente ma non è ne- cessariamente obbligato a farsene carico: Forza Italia infatti non è più nella maggioranza.

Ps La proposta di legge contiene una ulteriore perla, in quanto estende al rientro dei capitali una norma inopinatamente introdotta qualche tempo fa e che prevede che i funzionari dell’amministrazione siano responsabili delle loro azioni solo in caso di dolo e non anche per colpa grave. Lungi dall’essere una norma di garanzia dell’amministrazione, questa disposizione è servita e serve ad indebolire o eliminare le resistenze dei funzionari nei confronti delle indebite pressioni da parte dei vertici dell’Agenzia nell’attività di accertamento secondo una perniciosa linea di militarizzazione dell’amministrazione che si è andata affermando negli anni passati.

L’Unità 10-09.14

"Casal di Principe sceglie il sindaco anti-camorra “Riparto da don Diana”, di Conchita Sannino

Ha vinto ancora lui, contro Gomorra. Ma ci sono voluti venti anni e tre scioglimenti antimafia. Renato Natale, 64 anni, medico, esponente di Libera, è di nuovo sindaco a Casal di Principe, 20mila abitanti, epicentro dell’impero del clan dei casalesi. «La mia parola d’ordine? Lo Stato. Che sanziona, ma che sa anche stare al fianco dei cittadini migliori». È la nemesi del potere criminale, quattro lustri dopo la breve primavera di Casale. Eletto al ballottaggio con il 68,3 e due liste civiche (contro le quattro liste e il 31,7 del rivale omonimo, Enricomaria) il primo cittadino aveva già governato per dieci mesi, dal ’93 al ’94, poi costretto a dimettersi per il voto contrario della sua maggioranza, dopo l’esecuzione mafiosa del parroco Peppino Diana. Un risultato che provoca entusiasmo: dalla Bindi, a Saviano (che twitta: «Casal di Principe è in una nuova era») a Nichi Vendola (che parla di «riscatto e futuro migliore» e lancia l’hashtag #tuttanatastoria).
Allora, dottor Natale, da dove ricomincia?
«Qualcosa avevamo avviato. E mi piace pensare, come diceva Troisi, che posso ricominciare da tre: la speranza che avevamo sollevato, l’impegno che oggi muove molti cittadini e il sangue di un martire come don Diana. Io l’ho visto morto don Peppe, e oggi è risorto insieme a noi, insieme al popolo di Casale».
Oltre alla piaga criminale, il paese sconta ritardi, abusi, inquinamento ambientale.
Eppure ha il record di aziende edilizie. Quale sarà la prima, simbolica azione?
«Per esempio, costituirci sempre parte civile nei processi per inquinamento e per i delitti che gravano sull’attesa di riscatto dei nostri giovani. Ma il primo gesto “rivoluzionario” è l’organizzazione. Organizzare la macchina comunale che non funziona, organizzare le risorse, il tempo, le energie positive. Siamo in un dissesto finanziario e soprattutto burocratico. Poi, con tutti i consiglieri comunali, sottoscriveremo la Carta di Pisa: codice di trasparenza e onestà per gli amministratori».
A Casale, tra l’altro, quasi nessuno aveva un contatore e pagava la bolletta dell’acqua, fino all’arrivo del commissario prefettizio Silvana Riccio.
«Ripartiremo anche da lì, ma facendo dei distinguo. Qualcuno non allacciava i contatori, e lo Stato non può recuperare in un attimo decenni di abbandono».
In aula di giustizia, di recente, il pentito De Simone ha detto che i clan e i loro amici politici la detestavano perché lei «parlava con Violante e lo Stato mandava più controlli ». Come sono stati questi venti anni?
«Normali. Senza mai rinunciare alle battaglie. Intanto arrivavano le stangate giudiziarie. Tantissimi capi sono al regime duro di 41 bis, tanti ergastoli sono stati inflitti. Ma il problema ovviamente è culturale, e di sviluppo. E sbrigare questi nodi è il mestiere della politica e dell’amministrazione che si assume le proprie responsabilità, e i propri guai».

La Repubblica 10.06.14

"Vince solo chi cambia", di Elisabetta Gualmini

Alla fine tutto torna. I risultati del secondo turno delle comunali, combinati con gli esiti del primo, mandano un messaggio forte e chiaro. Vince chi cambia. Chi propone facce nuove e programmi che appaiono credibili. E quanto più i partiti tradizionali riescono a rinnovarsi nella leadership e nei messaggi, a proporre candidati che segnano uno scarto rispetto alla deriva nostalgica in cui i due poli principali si erano chiusi negli ultimi anni, tanto più i movimenti di protesta come il M5S si sgonfiano, derubati della loro stessa essenza, battuti sul loro stesso terreno.

L’elettore fluttuante con cui abbiamo imparato a fare i conti dalle elezioni politiche di un anno fa, non lo freghiamo più. Non basta la nostalgia. Né il rimpianto o la malinconia. Perché l’elettore infedele è anche brutale. Il giovane non vota più come gli dicono i genitori, la moglie se ne infischia dei suggerimenti del marito, e il marito decide di testa sua, non c’è collega o amico che tenga.

Questa fondamentale (e banale) legge della politica, particolarmente pregnante in un’Italia ancora assediata dall’antipolitica, ha riguardato tutti e tre i principali partiti.

Nel caso del Pd, il grande impatto è stato prodotto dal cambiamento della leadership. Il nuovo Pd a guida Renzi ha stravinto praticamente dappertutto, conquistando 160 comuni sopra i 15.000 abitanti rispetto ai 37 del centro-destra e 19 capoluoghi rispetto ai 5 del centro-destra. Un successo molto netto al Nord, ma anche al Centro – dove il leader post ideologico e post comunista si è paradossalmente ripreso tutta la zona rossa – e al Sud.

Per la prima volta nella storia del centro-sinistra, il leader traina di più dei suoi candidati sindaci. Nel passato era esattamente il contrario. La differenza di voto tra le europee e le amministrative era costantemente negativa; -2,4% nel 1999 contro il 3,7% di Forza Italia, -5,3% nel 2004 e -0,1% nel 2009 (dati Cattaneo, Valbruzzi). Nel 2014 tutto si ribalta e la differenza di voti tra europee e comunali diventa positiva, addirittura +5,9%. Matteo-il-veloce comincia a veleggiare molto al di sopra dei suoi (ben più lenti) candidati sindaci, esattamente come avveniva con Berlusconi, di gran lunga più forte dei suoi dirigenti locali.

Lo scontro tra vecchio e nuovo è ugualmente visibile nel caso del M5Stelle e nel risultato-shock di Livorno. Livorno come Parma. Dove tutti, ma proprio tutti, si sono schierati contro il candidato della (vecchia) ditta, anche se giovane, ma con un cursus honorum tutto interno alla federazione-apparato. Dalla sinistra intransigente, ai perenni oppositori del centro-destra passando per la diocesi, tutti con l’ingegnere grillino sconosciuto alla politica. Anche al Vescovo non deve essere parso vero; dopo 68 anni di sindaci «compagni» si cambia direzione, addirittura con un candidato cattolico. E così Monsignor Giusti manda un’accorata lettera di congratulazioni al sindaco-cittadino, promettendogli sostegno e vicinanza. Un fronte unito e compatto contro la continuità. Un sospiro di sollievo per Grillo; c’è ancora spazio per il suo esercito di ingegneri e tecnici informatici dalla faccia pulita, soprattutto laddove la politica si ostina ad essere sempre uguale a se stessa.

Ma al di là dei casi di Parma-Livorno, tanto emblematici quanto isolati, rimane il fatto che è il centrodestra post-berlusconiano il vero competitore del Pd a livello comunale. Che già oggi può farcela, contro il Pd, dove riesce a tirare fuori i suoi molti elettori potenziali dal frigorifero, giocando anche qui su candidati nuovi ed efficaci, e presentandosi ricompattato e unito (Perugia e Padova).

Nonostante dunque il basso tasso di partecipazione, sotto al 50%, gli elettori sono sempre più attenti alle specifiche caratteristiche dei candidati. Il Pd in questa fase ha interpretato al meglio le aspettative con un nuovo leader ancora in piena luna di miele. Non è invece altrettanto veloce la rottamazione del partito; anzi, la vecchia guardia e le vecchie correnti sono state tutte incamerate nella gestione del partito e del governo, con una spartizione quasi matematica degli incarichi. Questo, e lo si è già cominciato a vedere tra le pieghe di questa consultazione, prima o poi potrà rivelarsi un elemento di rallentamento e di fragilità della «rottamazione» renziana.

La Stampa 10.06.14