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Il “Partito di Renzi” fa meglio del Pd così il centrosinistra conquista 167 città, di Ilvo Diamanti

Chi ha vinto queste elezioni?
Il Pd o il PdR? Il Partito Democratico o il Partito di Renzi? È il quesito che echeggia, all’indomani dei ballottaggi delle amministrative, appena conclusi. Ultimo atto della competizione elettorale, cominciata due settimane fa, con le elezioni europee e il primo turno delle amministrative. Le europee, infatti, hanno fornito un risultato inequivocabile. E hanno offerto, al tempo stesso, una chiave di lettura che ha condizionato quel che è avvenuto dopo. Fino al risultato di ieri. Con la tentazione, paradossale, di interpretarlo tutto in chiave interna. Ponendo Renzi di fronte – e, in alcuni casi, contro – il suo partito. D’altronde, l’esito del voto amministrativo e, in particolare, dei ballottaggi, tende ad essere riassunto in alcuni “casi”, di particolare importanza simbolica. Livorno, Urbino, Perugia, Riccione: città storicamente “rosse”, dove il Centrosinistra ha perso. Come a Padova, dove governava da dieci anni.
Peraltro, in termini percentuali, il confronto fra il voto al PdR e il PD, nelle città dove si votava, ha mostrato una chiara prevalenza del primo. Non per caso, il PD alle europee ha ottenuto più che alle amministrative. Circa 6 punti in più (ha stimato l’Istituto Cattaneo), mentre in passato avveniva il contrario. Da ciò la conclusione: la “ditta”, per citare la formula utilizzata da Bersani nel corso della campagna elettorale del 2013, conta molto meno dell’imprenditore (politico). Il PD, senza Renzi, diventa molto meno competitivo e per questo, a livello locale, fatica. Perde colpi. Perfino nei suoi luoghi sacri. Nei suoi territori protetti.
Personalmente, credo che occorra usare prudenza, nel proporre questa chiave di lettura. Perché, il grande risultato del PdR non permette di interpretare il bilancio di queste elezioni amministrative come un insuccesso del PD. Certo, i “casi esemplari” suscitano interesse. Ma vanno inseriti nello scenario generale. E i dati complessivi delle amministrative sottolineano una crescita ampia e sostanziosa del centrosinistra
e del PD, che ne è, dovunque, il riferimento.
Nei capoluoghi di provincia dove si è votato per il Sindaco, infatti, prima di queste elezioni, il PD e il Centrosinistra amministravano 16 comuni. Oggi 20.
Nei Comuni con oltre 15 mila abitanti, la tendenza si conferma in modo anche più esplicito. I sindaci del PD e del Centrosinistra, prima del voto, erano 128. Oggi sono saliti a oltre 160. Eletti, soprattutto, a spese del Centrodestra (oltre 50), che esce molto ridimensionato. Prima del voto, aveva quasi 90 sindaci. Oggi gliene restano 43. Meno della metà.
Questa distinzione, peraltro, suggerisce un primo cambiamento. Nel passato, infatti, il Centrosinistra era più forte – e governava – soprattutto nei Comuni più grandi e, dunque, nei capoluoghi. Oggi non è più così. È più forte in provincia. Ciò si spiega, fra l’altro, con la concorrenza – accesa – imposta, soprattutto nei contesti urbani, da altri attori politici e da altre liste. Dal M5s, ma anche da liste e comitati espressi nell’ambito della Sinistra. Sorti, non di rado, dall’interno e dall’intorno dello stesso PD. In nome del cambiamento, della rottura con il passato. Ma anche in seguito a frazionismi e divisioni (fra pro e anti-renziani).
Inoltre, se osserviamo la geografia politica e amministrativa di questo voto, emerge una tendenza coerente con la “nazionalizzazione” del Centrosinistra, prodotta dall’irruzione
di Renzi. Il quale pare aver “trascinato” il PD anche su base locale. In altri termini, il Centrosinistra e il PD sembrano usciti dal recinto delle zone rosse, dove pure hanno aumentato il numero dei sindaci: da 77 a 82. Ma, soprattutto, hanno allargato, anzi: raddoppiato, la loro presenza nei governi locali del Nord “padano”. Dove i sindaci del PD sono passati da 24 a 58.
La sua principale zona di debolezza rimane, invece, come in passato, il Mezzogiorno. Dove è cresciuta la presenza del M5s e, ancor più, di liste civiche e locali.
Il PdR, dunque, ha conquistato l’Italia, perché ha superato i confini storici del PD. Ma il PD stesso, a sua volta, si è diffuso nella Provincia del Nord ma anche del Centro. Dove il peso degli apparati conta meno delle persone. Anzi, si identifica con loro. Con i sindaci. Perché questo è avvenuto, negli ultimi anni. La fine dei partiti di apparato. Rimpiazzati, sempre più, dalle persone. E questo cambiamento è stato trascinato, in primo luogo, proprio dall’elezione diretta dei sindaci, nel 1993. Da allora, si è verificata una sorta di presidenzializzazione diffusa. Che ha abituato i cittadini a confrontarsi direttamente con le persone: candidati, amministratori. Sindaci. A livello nazionale, questa tendenza è stata stressata da Berlusconi, che l’ha tradotta, a proprio vantaggio, nella costruzione del proprio partito “personale”. E mediatico.
Guardato, a sinistra, con sospetto e con disagio. Salvo, poi, imitarlo, in modo inadeguato e gregario. Fino ad oggi. Quando Matteo Renzi ha “conquistato” il PD. Partendo da Firenze. Lui, sindaco, è andato “oltre” il partito. E i suoi limiti. Ma anche il PD, “deve” cambiare. Per fare fronte ai concorrenti che lo sfidano. Il M5s, ma non solo. Pena la sconfitta. Com’è avvenuto a Livorno e a Padova.
D’altronde, i Sindaci oggi stanno diventando più importanti dei partiti stessi. I quali sono divenuti soggetti al servizio dei leader. A livello locale. Ma anche nazionale. Questo, semmai, è il problema del Partito di Renzi. Il PdR. Non limitarsi a fare “come se il PD non ci fosse”. Ma spingerlo a riformarsi. Ridimensionando, ancora, lo spazio degli apparati, a favore di quello dei Sindaci e degli amministratori locali. Per rafforzare il rapporto diretto e continuo con i cittadini. (Ma anche i controlli, per evitare le degenerazioni emerse in questa fase.) Perché le fedeltà politiche, al tempo della personalizzazione, sono scomparse. E, anche in Italia, oltre metà degli elettori cambia partito, schieramento, parte politica da un’elezione all’altra. Mentre il 15% decide se e per chi votare negli ultimi giorni. Così, ogni elezione è un “salto nel voto”. Una partita aperta. Che neppure il PdR può immaginare di vincere senza un PD competitivo.

La Repubblica 10.06.14

Da ceto medio a quasi poveri: ecco i «penultimi», di Carlo Buttaroni

Per lungo tempo il lavoro è stato il paradigma di una società che face- va perno intorno alla fabbrica e all’ufficio. Un modello di organizzazione sociale riflesso di una pienezza che copriva l’intero ciclo di vita, il cui tracciato essenziale era stato incastonato nel primo articolo della Costituzione: una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Ritmi scanditi, spazi organizzati, sincronie che comprendevano l’attività lavorativa vera e pro- pria ma anche le altre sfere dell’esistenza: la scuola accompagnava il giovane all’età lavorati- va, la sanità pubblica si occupava di ridurre i rischi individuali derivanti dalle malattie, le pensioni di anzianità garantivano la sicurezza economica all’uscita dal mondo della produzione.

È su queste premesse che l’Italia è cresciuta fino a diventare uno dei Paesi più ricchi del mondo, dando corpo al suo «ceto medio» e facendolo diventare il principale bacino di approvvigionamento del sistema di welfare: dalla scuola alla sanità, dalle pensioni agli strumenti di sostegno alle famiglie più disagiate. Per oltre mezzo secolo tutto questo è stato il tracciato di una storia di crescita economica, culturale e sociale straordinaria: a livello macro, erano molti più gli italiani che accedevano a livelli superiori di benessere di quanti, già benestanti, accumulavano altra ricchezza. E mentre le disuguaglianze diminuivano, il benessere si diffondeva insieme ai diritti di cittadinanza cui accedevano fasce sempre più ampie di popolazione.

Oggi tutto questo sembra lontanissimo: il lavoro non è più (se non a parole) il fulcro del modello di organizzazione sociale, il sistema di welfare è stato ampiamente rimodulato e non è più in grado di rispondere alla crescita della domanda di protezione sociale. E un fantasma si aggira fra i detriti della «tempesta perfetta»: quello della povertà. Chi diventa povero in Italia ha probabilità maggiori di restarlo per tutta la vita, contrariamente a ciò che accade in altri Paesi avanzati dove la povertà ha caratteristi- che più transitorie e meno definitive. E nemmeno il lavoro, che ne ha sempre costituito l’antidoto, è in grado ormai di preservare dai rischi di vedere materializzarsi una condizione che in Italia ha tradizionalmente forme definitive.

Nel complesso, la condizione di povertà riguarda l’11% degli occupati ed è cresciuta sia tra i lavoratori dipendenti che tra gli autonomi, colpendo soprattutto le fasce affluenti del ceto me- dio, come dirigenti e impiegati. I segnali di peggioramento si rilevano in tutte le ripartizioni geografiche: il 6% nel Nord, il 7% nel Centro e il 26% nel Mezzogiorno. In quest’area, in particolare, vive in condizioni di povertà il 32% delle famiglie di operai, il 24% di quelle con a capo un lavoratore dipendente e il 21% di quelle che hanno come persona di riferimento un lavorato- re autonomo. L’Italia è il Paese che, in questi ultimi due anni, ha perso più posizioni in Europa negli indicatori dello sviluppo economico e sociale e l’indice della popolazione a rischio di povertà propone gli scenari più inquietanti proprio per la quota di poveri che dispongono di un reddito mensile fisso. E qui la crisi c’entra, ma fino a un certo punto. Di più hanno contribuito le scelte di politica economica basate su quell’ossimoro che, con una punta di cinismo, è stata chiamata «austerità espansiva». Scelte che hanno dato forma a nuove traiettorie d’impoverimento, modificato le forme del disagio sociale, spostato l’asse dalla marginalità alla vulnerabilità, vale a dire dall’idea di «povertà cronica» a quella di «processi d’impoverimento diffuso» in cui si è trovata coinvolta una moltitudine di persone cui il lavoro non assicura più i mezzi
per una vita dignitosa e il sostentamento necessario.
Ed ecco che quindi gli working poors, definiti anche «poveri in giacca e cravatta», rappresentano una delle drammatiche conseguenze del momento buio che stiamo vivendo.

Una zona grigia di nuove povertà, forse la più rilevante, dal punto di vista economico e sociale, nel momento in cui rappresentano una condizione che ha radici, non nella mancanza del lavoro, ma nel lavoro stesso che non è più in grado di garantire un reddito sufficiente per una vita senza stenti. Se, un tempo, la presenza di anche solo un membro portatore di reddito in famiglia era condizione sufficiente per non cadere in povertà, oggi, con le medesime condizioni, ci si sposta rapidamente sotto la soglia. E questo vale per una famiglia su dieci che stenta ad arrivare alla fine del mese. Il fenomeno non ha «professione», ma ingloba quasi tutte le categorie: dal pubblico impiego alla piccola e media impresa, dall’edilizia all’artigianato, dal dipendente al lavoratore atipico, dai pensionati ai giovani in cerca di occupazione. Ed ecco che la gerarchia sociale introduce un nuovo tipo di classe, i cosiddetti «penultimi». Una grossa fetta di popolazione che ha perso speranza e coraggio, che non riesce più a puntare verso l’alto della piramide sociale, ma si sente risucchiata verso il basso e sfiora pericolosamente la soglia di povertà fino a oltrepassarla. Un ceto medio che va scomparendo, quindi, portando alla destabilizzazione degli stabili, con una regressione nella scala sociale fino alla proletarizzazione, fino alla discesa nella sfera del bisogno e nella perdita del benessere, mettendo a nudo, in modo impietoso, lo stato di degradante malessere del Paese. È un’Italia che aggiunge, ai milioni di disoccupati e cassintegrati, altri milioni che non riescono ugualmente a far fronte alle necessità quotidiane. Le bollette della luce, del gas, le rate del condominio, la tassa della spazzatura sono diventate un incubo: oltre un quarto delle famiglie italiane ha difficoltà a pagarle. Mentre le diseguaglianze (dati Ocse) sono aumentate molto più che in altre economie occidentali: chi stava molto bene adesso sta ancora meglio mentre tutti gli altri stanno decisamente peggio.
Il crollo del ceto medio è il segnale di allarme rosso che suona da Nord a Sud. È la povertà dei «non-poveri», chiamati anche «poveri grigi», in bilico tra normalità e miseria, precipitati nel mondo del bisogno con percorsi di caduta diversi dal tradizionale accumulo di eventi critici (disoccupazione, problemi di salute, separazioni), come cartelle esattoriali impreviste e persino multe. E in quel corpo sociale che, per anni, ha rappresentato il motore economico dell’Italia e il grande incubatore della fiducia nel futuro, oggi prevale una sofferenza che non avevamo mai conosciuto, un’incertezza che li ha scoperti impreparati ad affrontare i problemi che si sono trovati davanti, senza che qualcuno si occupi veramente di loro.

L’Unità 09.06.14

"Le sette regole degli appalti puliti", di Gianluigi Pellegrino

Le infrastrutture sono vitali per l’Italia. Risanamento ambientale, ferrovie, acquedotti. La corruzione avvelena l’aria che respiriamo. Ci presenta un ricatto inaccettabile: rinunciare allo sviluppo o sopportare il cancro. Correggere ciò che non va è ovviamente possibile. Ma mentre si discute dei poteri di Raffaele Cantone bisognerebbe prima evidenziare alcuni aspetti
dell’”anomalia italiana”.
UNO .
La parolina magica.
In Europa, “discrezionalità amministrativa” vuol dire procedure adeguate per opere moderne e complesse. Da noi invece è la parola magica che apre la porta dell’arbitrio. Quando per una grande opera c’è già un progetto esecutivo non modificabile, la discrezionalità non dovrebbe applicarsi. Invece l’aggiudicazione avviene spesso con criteri impalpabili, inutili per l’opera e buoni solo per avere mani libere per
scegliere l’aggiudicatario.
2.
La nebbia sull’esecuzione.
Peraltro sono noti anche i rischi delle offerte con il 50% di sconto. Si punta su varianti e riserve esecutive, con relativi ritardi e lievitazione dei costi. Qui, del resto, si agisce all’ombra di un rapporto negoziale senza più concorrenti tra i piedi, dove ogni intesa corruttiva è possibile. Ma allora è qui che ci vorrebbe un controllo fondamentale da affidare all’Autorità di Raffaele Cantone, che possa dissuadere i partecipanti dal fare offerte anomale.
3.
Se una fotocopia vale miliardi.
Appalti miliardari vengono troppo spesso decisi su aspetti iperformali. È assurdo limitare la concorrenza perché negli atti manca una fotocopia o una firma su tremila. Una parte della giurisprudenza amministrativa sta provando a contrastare questa deriva: ma tocca al legislatore aiutarla.
4.
Le commissioni.
Cantone e la sua struttura possono essere decisivi nella formazione delle commissioni di gara e di collaudo. Organizzare centrali d’appalto, come si sta proponendo in questi giorni, ha senso solo se si garantisce autorevolezza e terzietà.
5.
Quale Autorità sugli appalti?
Matteo Renzi ha detto che l’Autorità di vigilanza sugli appalti ha in realtà vigilato ben poco pur avendo enorme dotazione di mezzi e personale. Si deve allora evitare di dare a Cantone un’arma spuntata. Si tratterà di integrare le due strutture — l’Autorità di vigilanza e quella di Cantone — badando solo all’efficienza dei controlli.
6.
Arginare subito il corrotto.
Il sindaco o il provveditore che affidano l’appalto all’impresa amica non hanno paura di un giudice che emetterà il suo verdetto chissà quando. L’unica cosa che possono temere è un controllo immediato ed efficace. Per questo pretendere dal giudice amministrativo massimo rigore, trasparenza e rapidità nelle sentenze è sacrosanto: ma azzoppare l’intervento immediato o rinviarlo alle calende greche dei tribunali civili non solo viola le direttive comunitarie ma regala un altro via libera a corrotti e corruttori. A dispetto dei luoghi comuni non sono i giudici a fermare le opere ma le polverose stanze dei ministeri. Lì si annidano lunghe trattative ed è lì che dovrebbe intervenire Cantone.
7.
La giungla dei 614 articoli.
La direttiva comunitaria in materia di appalti è di 84 articoli. Ma l’Italia per recepirla ne ha scritti ben 614. L’illusione bulimica che possa normarsi ogni dettaglio della realtà conduce solo a confusione che genera quelle furbizie che si volevano evitare. Cambiare verso vuol dire approfittare delle nuove norme europee del 2014 per recepirle con un codice ridotto almeno di tre quarti.
In conclusione: estirpare del tutto la corruzione è ovviamente un’utopia. Ma provare ad asciugare la palude si può. E oggi, anzi, si deve: per respingere il ricatto di una scelta odiosa tra legalità e sviluppo.

La Repubblica 09.06.14

"Industria, ecco chi crea più valore", di Chiara Bussi

Il quadro è a tinte fosche e mostra un’erosione del valore finanziario stimata intorno al 10%, con oltre 38 miliardi andati in fumo in un solo anno. Un conto salato pagato dalle imprese in tempo di crisi nelle 25 province al top per fatturato. Eppure qualche timido spiraglio c’è: in cinque aree (Varese, Napoli, Parma, Modena e Verona) si intravedono germogli di crescita. E se si restringe il focus si scopre che le grandi aziende, con ricavi oltre 250 milioni, hanno saputo fronteggiare meglio i venti avversi, creando valore per circa 4,5 miliardi.
A rivelarlo è la fotografia scattata da K Finance per Borsa Italiana, che ha passato ai raggi X i bilanci non consolidati di 52mila società di capitali relativi al 2012, gli ultimi disponibili. «I dati – sottolinea Filippo Guicciardi, amministratore delegato di K Finance – mostrano che anche in tempi difficili è possibile creare valore. L’Italia viaggia però a due velocità: da un lato ci sono aziende che stentano ad adeguarsi ai mutamenti tecnologici e alle esigenze di internazionalizzazione e dall’altro c’è un gruppo di imprese che innovano, esportano e investono all’estero. L’aspetto dimensionale continua però ad essere rilevante».
Nella mappa provinciale non mancano le sorprese. Se Milano batte tutte per numero di aziende, tasso di industrializzazione e ricavi, la capacità di creare valore (calcolata come un multiplo della redditività operativa lorda al netto dell’indebitamento) fa emergere nuove realtà, con una situazione ribaltata rispetto alla classifica dello scorso anno. Così Bologna cede a Napoli lo scettro della performance e scivola in nona posizione. «L’avanzata del capoluogo partenopeo – fa notare Guicciardi – si spiega con il miglioramento dei risultati di Ansaldo Breda, ma anche con la buona performance di alcuni settori, come il medicale-farmaceutico, la meccanica e l’engineering, l’alimentare e la pelletteria». Uno spiraglio di luce in una regione che tra il 2007 al 2012 ha visto calare la produzione del 25 per cento. Mentre Varese, che aveva ottenuto l’ultimo posto, guadagna la maglia rosa per creazione di valore in termini assoluti: 2,3 miliardi rispetto all’anno precedente. Merito soprattutto, spiegano da K Finance, del settore aeronautico e del suo indotto, ma anche della siderurgia. Uno scatto di orgoglio per una provincia ad alta densità imprenditoriale, con le sue 8,2 aziende per chilometro quadrato, contro le 1,7 a livello nazionale, che sta tentando il rilancio con l’hi-tech.
Recupera terreno anche Parma: penultima nel 2011, oggi guadagna la medaglia di bronzo con una leggera ripresa del distretto alimentare. L’ultimo posto va invece a Ravenna, che paga la crisi delle Pmi in vari settori, in particolare aziende di costruzioni e ingegneria civile, ma anche dell’indotto della logistica. Milano soffre invece di un mix letale tra calo di redditività e indebitamento.
La ricerca mostra poi che anche in territori meno industrializzati si può creare valore. Anzi, nel 2012 i cosiddetti «Next 10», ovvero le province più promettenti tra le restanti 85 della classifica per fatturato hanno generato un equity value di 6,7 miliardi. Dieci realtà da tenere d’occhio nei prossimi anni, un po’ come succede con i Paesi emergenti, che nel 2012 hanno realizzato il 3,4% del fatturato totale considerato. Qui brilla indiscussa la stella di Chieti, trainata dal settore automotive, ma è forte la presenza del Sud, con 8 province meridionali su 10 nella classifica.
«In un Paese caratterizzato da distretti produttivi – dice Barbara Lunghi, responsabile mercati Pmi di Borsa Italiana – un’azienda che crea valore contribuisce in molti casi anche alla crescita del proprio territorio. Per questa ragione è essenziale che le imprese che hanno la possibilità di influire sul successo del distretto e delle aziende della filiera mettano la creazione di valore tra le proprie priorità strategiche». Con Elite, il progetto di Palazzo Mezzanotte per accompagnare le aziende di eccellenza nel percorso di crescita e nell’accesso graduale al mercato dei capitali, tra cui un eventuale sbarco sul listino, «noi – conclude Lunghi – cerchiamo di renderle consapevoli del proprio valore, affinché colgano le opportunità offerte dalla Borsa e dalla comunità finanziaria in senso lato e impostino un cammino virtuoso in questa direzione».

Il Sole 24 Ore 09.06.14

"Un'altra Leopolda per cacciare i mercanti dal tempio", di Paolo Griseri

È il momento giusto per fare chiarezza nel Pd sulla questione morale imposta all’ordine del giorno dallo scandalo-Venezia. Sergio Chiamparino, neopresidente del Piemonte ed ex sindaco di Torino, suggerisce a Matteo Renzi di gettare nella partita tutto il consenso conquistato nelle urne. “Una volta si sarebbe detto che è necessario un congresso — dice — . Ma se non fosse un congresso, che sia un’assemblea stile Leopolda. Mi permetto di suggerire a Renzi di cogliere l’attimo”. Chiamparino indica anche la necessità di rimescolare le correnti: “Ora sono cristallizzate e non corrispondono più al reale dibattito interno. Abbiamo bisogno di discutere di contenuti e non di poltrone”. E sui rapporti con imprenditori e banchieri: “La patologia non è incontrarli, è farsi pagare in modo illecito”.

Un congresso o comunque un appuntamento importante del Pd per fare chiarezza sulla questione della corruzione. Sergio Chiamparino, neopresidente del Piemonte, propone questa strada per rispondere alle imbarazzanti vicende che coinvolgono nelle inchieste esponenti del partito.
Chiamparino, Maria Elena Boschi fa capire che il nuovo Pd renziano è diverso nei comportamenti da quello che lo ha preceduto. Quanti Pd ci sono?
«Ce n’è uno e penso che anche Boschi risponderebbe così. Certo oggi Renzi è nelle condizioni di cacciare i mercanti dal tempio. Ha ottenuto un ampio consenso elettorale che lo rafforza anche all’interno del partito. Secondo il mio modesto suggerimento sarebbe utile che utilizzasse quel consenso per fare pulizia. Anche per difendere le decine di migliaia di politici e amministratori che a quelle pratiche si sono rifiutati di prestarsi».
Le inchieste di questi giorni coinvolgono nomi di un certo rilievo del Pd. Dov’è finita la diversità dei politici di centrosinistra?
«La diversità non è un’ideologia ma sta nel comportamento di ciascuno. Per questo dico che bisogna mettere fuori chi sbaglia: per distinguerlo chiaramente da chi ogni giorno si comporta correttamente».
Gli avversari del Pci sostenevano che eravate virtuosi quando arrivavano i soldi da Mosca e avete cominciato a far entrare i mercanti nel tempio quando i rubli sono finiti. È andata così?
«Io sono un vecchio ex comunista e non rinnego quella mia militanza. Ma personalmente di rubli non nei ho visti e se sono arrivati bisognerebbe chiederlo ai protagonisti di quell’epoca. Se il problema fosse questo si risolverebbe nel giro di una generazione. Ma non mi pare che sia così semplice».
Infatti anche nelle generazioni successive c’è qualche problema. Non è che la contiguità di esponenti del Pd con imprenditori e banchieri finisce per rendere più forti le tentazioni?
«Un amministratore deve incontrare imprenditori e banchieri, come sindacalisti e operatori del sociale. Io ho sempre ricevuto tutti perché amministrare significa avere relazioni. La patologia non è incontrarli, è farsi pagare in modo illecito. Per evitare certe tentazioni, e non solo di esponenti del Pd, basterebbe, ad esempio, sostituire le concessioni ultradecennali con appalti pubblici. Se dopo un certo periodo cambia il cavallo è più difficile che accordi corruttivi durino nel tempo».
Parliamo di soldi. Anche nel Pd si ruba per pagarsi la campagna elettorale?
«Mi auguro che chi è accusato di questo riesca a dimostrare la sua innocenza».
Non sarebbe il primo caso.
Qualche esponente del suo partito è stato addirittura sorpreso a chiedere i voti per le primarie a un esponente della malavita. Si è difeso dicendo che non lo conosceva.
«Credo che in quel caso fosse davvero così. Ma non voglio eludere la domanda. Ci sono modi leciti per ottenere finanziamenti privati nelle campagne elettorali: basta dichiarare i contributi. Se si versano i soldi in nero, magari all’estero, il discorso cambia. Penso che il moltiplicarsi delle correnti interne al partito sia uno degli elementi che favoriscono certe pratiche. Il partito, ovviamente, non paga le campagne delle singole correnti e qualcuno si arrangia in altro modo. E poi le correnti di oggi non corrispondono più al reale dibattito interno al Pd. Sono cristallizzate a rappresentare una realtà che nel frattempo è cambiata. Un discorso simile vale per le primarie. Che sono state un formidabile strumento per confrontarci con i cittadini. Ma che ripetute all’eccesso rischiano di trasformarsi in una sorta di voto continuo che consolida le filiere e le logiche di corrente ».
Abolire le correnti?
«No, evitare che si cristallizzino. Fare in modo che siano un’occasione per discutere di contenuti e non di poltrone».
Cacciare i mercanti, mescolare le correnti, calmierare le primarie. Come si fa tutto questo? Ha un suggerimento da dare a Renzi?
«Una volta si sarebbe detto che è necessario un congresso. Ma se anche non vogliamo chiamarlo congresso, facciamoci sopra una Leopolda. Mi permetto di suggerire a Renzi di cogliere l’attimo».

La Repubblica 08.06.14

"Alla Rai quello che è della Rai", di Roberto Zaccaria

La sottrazione alla Rai dei 150 milioni dei proventi del canone operata dal governo con il decreto legge n.66 del 2014, ha aperto un dibattito enorme sulla stampa italiana intorno al servizio pubblico, alla sua funzione e alla sua riforma. Un’ulteriore amplificazione di questo dibattito è stata prodotta dall’annuncio di uno sciopero dei lavoratori per il giorno 13 giugno ed ora revocato. Dico subito che non mi sarei comunque misurato né sull’opportunità, né tanto meno sulla legittimità di questo sciopero, perché mi pare che il tema dovesse essere comunque circoscritto alle parti in causa.

Sui 150 milioni e soprattutto sul modo in cui sono stati prelevati (con effetto immediato e ad esercizio in corso) ho invece qual- cosa da dire con accenti simili a quelli usati dal direttore generale dell’Unione europea delle radiotelevisioni pubbliche e indirizzati al Presidente Napolitano, proprio in questi giorni.

Sono convinto che incidere in questo modo, anche se per sacrosante ragioni di bilancio, sulle risorse del servizio pubblico radio- televisivo sia in contrasto con i nostri principi costituzionali ed anche con quelli europei (art.10 Cedu e art.11 Carta di Nizza).

Il principio dell’indipendenza economica della RAI servizio pubblico radiotelevisivo costituisce uno dei pilastri della configurazione dei servizi pubblici secondo le regole europee, a cominciare dal Trattato di Amsterdam del 1997, e secondo i principi più volte ribaditi dalla nostra Corte costituzionale, a partire dalla famosissima sentenza n.225 del 1974 per arrivare alla sentenza n.284 del 2002, proprio in materia di canone.

L’indipendenza economica precede addirittura quella organizzativa ed anche quella dei contenuti. Inutile ricordare, in passato, le energiche reazioni dopo gli attacchi di esponenti di governo alla libertà di espressione. La situazione attuale non è meno grave. Il canone di abbonamento non rappresenta un versamento dalle casse dello Stato, ma proviene direttamente dagli utenti. Non costituisce quindi una somma della quale lo Stato può liberamente ed unilateralmente disporre. Questo comportamento è foriero di nuova evasione.

Tutta la normativa in questa materia è stata impostata secondo un principio di rigorosa concertazione, tanto è vero che alla fine degli anni 90, quando lo Stato eliminò il canone autoradio, si preoccupò di indennizzare per alcuni esercizi il bilancio della Rai per una somma corrispondente a circa 210 miliardi di lire all’anno. La stessa procedura di «aumento» del canone prevista dall’art. 47 TU della radiotelevisione prevede, a monte di quell’atto, una concertazione o quantomeno un confronto tra il Ministero e la RAI sulle entrate necessarie per coprire i costi di esercizio. L’intera procedura deve comunque concludersi prima dell’inizio del nuovo anno finanziario, in modo che sia consentito un appropriato governo del bi- lancio.

In tutta l’esperienza repubblicana ed anche in circostanze economiche molto critiche per il paese non è dato ricordare un intervento di questa natura. Altri strumenti d’intervento per lo Stato azionista della RAI sarebbero stati possibili nel rispetto delle regole che valgono per qualsiasi soggetto economico operante in regime di concorrenza. Non ricordo interventi analoghi neppure contro gli interessi economici del gruppo Mediaset.

Quello che mi convince ancora meno è il ventilato scambio tra questo prelievo ed il consenso ad alienare una parte di Ray Way, la società delle antenne, che a suo tempo il Consiglio Rai stava per cedere ad una società americana nella misura del 49 per cento e con un utile di 400 milioni di euro. Quell’operazione fu bloccata dal Ministro Gasparri – quello dell’improvvida legge che oggi governa la Rai – ma sarebbe comunque servita per consentire all’azienda nuove opportunità strategiche e non per ripianare una falla di bilancio. La vendita di quote azionarie determina un beneficio patrimoniale, mentre la sottrazione del canone incide pesantemente sul conto economico.

Lo stesso discorso potrebbe farsi con ririmento alle sedi regionali, erette ora ingiustamente ad emblema di tutti gli sprechi, dimenticando d’un colpo quanto possano essere importanti in una rinnovata strategia aziendale. Cosa impedirebbe infatti di costruire intorno a queste sedi dei centri di produzione polivalenti aperti a tutto il sistema pubblico e privato, magari con una collaborazione organica delle Regioni, anche nella forma di società partecipate.

L’unico «scambio» con i 150 milioni sarebbe possibile con la dotazione dal parte del governo di strumenti più appropriati per combattere l’evasione del canone, oggi stimata in un importo pari almeno al doppio di quella cifra. Rinvio alle parole assai appropriate di Vittorio Emiliani, su questo stesso giornale, solo per aggiungere che una riforma della Rai potrebbe prendere lo spunto proprio da questo argomento.

Nel tracciare le linee di questa riforma è però importante «dare a Cesare quel che è di Cesare». Alcune cose le dovrà fare la politica (il governo ma soprattutto il Parlamento) mentre altre le dovrà lasciar fare all’azienda ed ai suoi vertici (questo vale in particolare per le nuove linee editoriali, sul- le quali molti politici si esercitano in questi giorni).

Al governo-Parlamento si chiedono alcune cose da fare rigorosamente con legge: mettere in soffitta la pessima legge Gasparri, rinnovare la concessione, stabilire la missione, definire la «governance» e garantire un finanziamento certo. Chi pensa di poter fare tutto questo nel 2014 è ottimista, ma è bene crederci.

Lo snodo più delicato è quello della governance perché fino a questo momento nessun modello ha saputo garantire l’indi- pendenza piena dalla politica.

Io come molti sono colpito dalla disaffezione dell’opinione pubblica verso la Rai che indubbiamente risente anche del clima generale di disaffezione verso la politica.

Proprio per questo mi domando perché non si provi, nel delineare i nuovi organi di governo-Rai, a stabilire un connessione più diretta con coloro che pagano il canone. Se coloro che devono pagare questa imposta potranno dire qualcosa sulla scelta dei vertici aziendali e sui caratteri fondamentali della produzione-programmazione, forse avremo fatto un grande passo in avanti sul- la ricostituzione di un rapporto di fiducia. Coraggio! Le proposte ci sono basta portarle avanti.

L’Unità 09.06.14

“I corrotti a casa? Meglio in galera” L’invettiva poetica di Benigni e Scalfari, di Conchita Sannino

Alza gli occhi dalla platea al loggione, tutto gremito anche lassù. «Guarda che gioia. Quanto mi piace questo San Carlo. È pieno, proprio. Pensare che i sondaggi lo davano vuoto. Ci devono essere stati dei brogli». Roberto Benigni comincia con il genio comico e finisce con la poesia che ammutolisce. Eugenio Scalfari, finge preoccupazione accanto al travolgente premio Oscar: «Questa cosa non finisce bene». Poi gli intima giocoso: «Giù le mani», temendo di essere preso in braccio «come Berlinguer», lo provoca su Renzi, lo interroga sull’anima e su Ulisse, infine lo candida al Quirinale, a Palazzo Chigi e al Vaticano. Il lirico napoletano, ricolmo e reattivo in una bollente domenica estiva, appena li vede insieme scatta in piedi: tripudio di partecipazione, ilarità e commozione, che è voglia di abbracciare e riconoscersi in due simboli della cultura italiana. Una, due, sei volte sarà standing ovation per Benigni e Scalfari, formidabile coppia che corona il successo della Repubblica delle Idee, voluta a Napoli dal direttore Ezio Mauro.
Un’ora e mezza di dialogo. Tra politica e Dante, tangenti e Medioevo, tra Ulisse riletto in chiave Berlusconi e la toccante, mormorata immersione nel XXVI canto dell’Inferno sul naufragio dell’anima che travolgerà Odisseo. Tra lucide invettive contro «i ladri» e omaggi toccanti. Il primo è per il ventennale della scomparsa di Troisi: «Tutte le scintille di gioia di queste ore per il mio caro amico» dice Benigni, prima che il ricordo spezzi la voce. Il secondo è per Enrico Berlinguer, di Scalfari: «Lui appartiene alla storia della nostra democrazia. L’ho rivisto in una scena spaventosa del film di Veltroni. Era come già morto, ma la volontà di essere leader del Pci lo obbligava a terminare quel discorso, anche se il suo popolo, gli urlava di lasciare quel palco». Pubblico in piedi di nuovo. Ci pensa l’irriverente Pinocchio a tornare all’ironia: «Non sapete la gioia per questo incontro. E allora fatemi fare un selfie con lui, diventa uno Scalfie. Se lo mettiamo sul tweet di Repubblica, fa 2 milioni!» E fa per sollevare Scalfari. Che lo fulmina: «Oh! Giù le mani. Io l’ho detto: qui finisce male». E si riparte dalla satira.
Benigni:
La prossima Repubblica delle Idee si fa a Venezia. Vengo ora da lì, c’è tutto un movimento. Tutti che lavorano, scappano, chi li rincorre, chi si nasconde. Stanno costruendo una nuova grande opera: il nuovo carcere. Senza il carcere, Venezia sprofonda. Poi siamo nella tradizione. In questo gran teatro si sono allestite opere di Rossini, Verdi, Bellini. Ora siamo forti su altre opere: l’Expo di Greganti-Frigerio, il Mose di Galan-Orsoni, grandi musiche».
Scalfari:
Vedi che l’altro giorno hanno dato I Pagliacci .
Benigni:
Abbiamo lo scandalo della cassa di risparmio in Liguria, Milano con l’Expo, il Mose a Venezia. Tutta malavita organizzata al Nord, bisogna stare attenti, preservare il Sud dalle mafie. Galan prendeva 100 mila euro al mese: ma essendo in nero, risultava che non guadagnava, e a maggio ha preso i centomila e gli 80 euro di Renzi. Renzi dice: «A calci, tutti a casa». Non ha detto l’altra parola: devono andare in galera e restituire i soldi. Ché sono soldi nostri. È terribile quello che ho detto, non voglio vedere in prigione nessuno, neanche il peggior malvivente. Però la legge ci rende liberi. Loro sono talmente deboli e vili che non hanno la forza di rispettare la legge. Ciò che contraddistingue la corruzione è che sono gli ultimi: ma non gli ultimi che diventeranno i primi, sono gli ultimi che resteranno ultimi.
Poi torna al gioco col fondatore di Repubblica.
Benigni:
Non ci volevo venire. Lui è abituato ad altro. In pochi giorni ha visto il Papa, Renzi e Napolitano…
Scalfari:
Ma non mettere insieme cose diverse! Dissi al Papa che io non credo all’anima. Lui mi rispose: non ci crede, ma ce l’ha. È vero.
Benigni:
(serio) E non sai cosa ti perdi. Col Papa hanno parlato di Dio. Poi il Papa è rimasto solo con Dio e hanno parlato di Scalfari. Ma lui sembra un po’ il dio della Cappella Sistina. Ti faccio Adamo, dai. (Si piega con l’indice proteso, Scalfari fa lo stesso, mimano la potente scena dell’affresco di Michelangelo).
Scalfari:
Vabbé, cambio idea. Potresti fare il Papa. Benigni, conosce a menadito Dante, conosce benissimo la Costituzione, canta l’inno di Mameli, ha studiato Machiavelli. E dunque: il presidente Napolitano compie 90 anni tra poco e vuole andare via. A quel punto dovremmo scegliere qualcuno: che conosca la Costituzione, l’inno, Machiavelli…
Benigni:
Bene, vedo che siamo ancora nella parte comica… Siamo il paese del miracolo perpetuo. Durante gli anni bui, già San Bene-
detto da Norcia ha inventato ora et labora, ha mandato altri fraticelli come lui in giro per l’Europa, dove non c’era più niente, a ricopiare i testi della cultura occidentale. Abbiamo inventato democrazia, università, finanza, e la laicità nel Medioevo. E anche il primo femminismo con i preti: hanno deciso che la donna poteva dire «sì» al matrimonio.
Scalfari:
Sì. Ma quelle donne mica potevano dire no. E poi Caterina de’ Medici mi pare che abbia esportato un bacio.
Benigni:
Sì, il bacio «alla francese», ma è di un’italiana. La volevano ammazzare, chi è: il diavolo? Poi è piaciuto. Ora siamo in questa Europa dove ci sono da un lato i partiti della paura, che vogliono distruggere tutto, e quelli dello stato sociale avanzato che vogliono portare avanti il bene comune. Sono così contento della vittoria che c’è stata in Italia».
Scalfari:
Renzi ha preso il 40,8 per cento e 11 milioni di voti. Veltroni prese il 34, ma erano 12 milioni di voti. Adesso la gente ha votato poco. Berlinguer quando era al massimo del Pci, 34-35 per cento, prendeva 17 milioni di voti. Ho visto Renzi, qui, che è facondo. Mi sono ricreduto: per come arringhi la folla, tu devi andare a Palazzo Chigi, prendi il 70 per cento».
Benigni:
Non posso prendere Quirinale e Palazzo Chigi?
Scalfari:
Potresti, certo, con la Repubblica presidenziale. Molti sono favorevoli al cancellierato. Ma bisogna poi adottare il bilanciamento dei poteri, riscrivere la Costituzione. Vi sembrano i tempi più adatti per riscrivere la Costituzione? Comunque: entriamo nell’altra parte del dialogo. Devi leggere Dante. E ti devo chiedere perché Ulisse, eroe moderno, perché viene messo all’Inferno? È un uomo che viene trasformato dall’incontro con cinque donne: Penelope che lo attende a casa; Circe, la maga che egli vince e possiede; Calipso di cui si innamora; Nausicaa che è una vergine, e Atena che litiga nientemeno con Zeus per lui. Ma perché finisce in quella terribile bolgia?»
Benigni:
Sì, in effetti Ulisse è uno che lascia la moglie a casa e va con tutte le donne che gli capitano a tiro, uno molto furbo, bravissimo a raggirare le persone. Che ha trascorso molto tempo sulle navi. Ha avuto una storia con una ninfa che si è scoperto essere la nipote di Poseidone. Ha sette ville a Itaca e il terrore di sentire… le sirene».
Scalfari:
Ma non ha il cane Dudù…
Benigni:
Argù, il cane si chiama Argù (Poi, ecco l’Ulisse quello vero, XXVI canto. Silenzio teso).
Benigni:
A Dante interessa il naufragio dell’anima. Che è presente nella vita di ognuno di noi. Il paradiso e l’inferno sono dentro di noi. Tutto ciò che dice Dante lo possediamo intimamente. Ulisse va all’inferno perché ha commesso una prevaricazione, la ubris, è travolto dalla sete di conoscenza senza il freno dell’etica, ha condotto gli altri alla morte. Quando finiremo il canto, c’è bisogno di un attimo di silenzio. È la scrittura di Dante che lo prevede». Poi in un San Carlo raccolto recita gli ultimi versi sull’ Orazion picciola, l’esortazione universale dell’uomo a superare i limiti. È un sussurro dolente, l’ultimo tocco di Benigni: «Infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso». Fiato sospeso per trenta secondi. Emozione. Prima muta, poi fragorosa. Ultima lunghissima standing ovation per Benigni e Scalfari.
Scalfari :
Né presidente, né premier, né Papa. Tu sei poeta.

La Repubblica 08.06.14