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"Speranza contro realpolitik: la guerra dei figli di Abramo", di Claudio Sardo

Spes contra spem, avrebbe detto Giorgio La Pira. Quel passo della lettera ai romani di Paolo di Tarso era diventato per lui il motto della profezia che genera politica, della fede religiosa che si incarna nelle contraddizioni del presente, della storia che Dio ha deciso di condividere con la libertà degli uomini. La speranza contro la speranza. Ovvero, la forza di osare ciò che appare impossibile. C’era questo azzardo, questo sguardo oltre l’orizzonte, questo desiderio rivoluzionario e in apparenza irragionevole, nell’incontro di preghiera per la pace che Papa Francesco ha voluto organizzare con Simon Peres e Abu Mazen nella «sua casa», ieri all’imbrunire. È stato emozionante, commovente, vedere l’abbraccio tra i presidenti di Israele e dell’Autorità palestinese, ascoltare le loro parole dopo le invocazioni di perdono e le letture di testi ebraici, cristiani, musulmani. Eppure, nonostante lo storico incontro, siamo a un punto morto dei negoziati israelo-palestinesi. La pace è lontana, anzi talvolta pare scomparsa dall’agenda diplomatica. E le tensioni sociali, i muri, le occupazioni militari allargano quei giacimenti di odio, su cui poggia il Medio Oriente e che il mondo, dolosamente, sottovaluta. Anche questo lacerante conflitto tra la speranza di Roma e la sofferenza di Gerusalemme colpiva ieri nel profondo.
I cinici diranno che è stata una vana esibizione. I realisti
e i diplomatici diranno che la forza di gravità della politica è così grande in quel punto del pianeta che non saranno certo le preghiere a smuovere i duri interessi materiali. La storia però non è scontata, il futuro non è iscritto per intero negli errori del passato. Il cambiamento è possibile. È la ragione di una vita dignitosa. Negarlo sarebbe come nega- re la libertà. O la politica. Perché la politica, compresa la diplomazia degli Stati, non è soltanto l’amministrazione del realismo. Guai se il realismo diventasse la resa alla dittatura del presente, e del più forte. La politica ha sempre bisogno di una speranza capace di conquistare ciò che non sembra più neppure sperabile. Ha bisogno di una sua trascendenza, oltre la linea dell’orizzonte che si vede. Una trascendenza laica, cioè condivisibile da donne e uomini con credi diversi, con dubbi diversi, con desideri diversi per il futuro. Ma è proprio la speranza del futuro dei propri figli, oltre le ingiustizie di oggi, la leva del cambiamento.

Le religioni monoteiste possono dare un grande aiuto all’umanità, offrendo la loro riserva escatologica, che è una riserva critica contro le oppressioni, il pensiero unico, il materialismo dei potentati economici e delle oligarchie dominanti. Ma per fare questo le religioni devono scegliere fino in fondo l’uomo e separarsi dal potere, rinunciare ai suoi privilegi, ricondurre la fede sul terreno della liberazione anziché affidarla al campo materialista del dominio. È questo uno dei peccati contro la pace di cui ieri nei giardini del Vaticano si è chiesto giustamente perdono. Non c’è umanità senza l’errore che produce sofferenza. E non ci sarà pace senza perdono. Che è dono di se stessi. Quante volte La Pira, sognatore e visionario, ha parlato della riunificazione della famiglia di Abramo. È lui il padre dei figli di Isreale, dei cristiani, dei discendenti di Ismaele. I fratelli non possono uccidersi tra loro. Non è un caso che, nella citazione di Paolo, è proprio Abramo l’uomo della spes contra spem. Quando alla fine degli anni Cinquanta La Pira organizzò a Firenze i primi Colloqui mediterranei, con leader arabi e israeliani, ripeteva che la nuova Gerusalemme è vicina: «Se il Signore ha portato a Gerusalemme il centro della sua strategia ci deve essere una ragione di immensa portata soprannaturale e storica». Gerusalemme, città santa per ebrei, cristiani e musulmani. Gerusalemme epicentro del conflitto, che è l’origine vera della crisi del Medio Oriente. Gerusalemme luogo di rinascita della pace per il mondo intero.

Ieri Roma ha vissuto un giorno di profezia. E di speranza. In mattinata Papa Francesco, commentando il vangelo della Pentecoste, aveva detto che la Chiesa deve sorprendere e scompigliare, altrimenti va «ricoverata nel reparto di rianimazione». Quando promosse una giornata mondiale di preghiera – a cui pure aderirono comunità di diverse fedi religiose – per scongiurare l’escalation di guerra in Siria, quella preghiera venne ascoltata. Molti erano gli scettici anche allora. Papa Francesco ottenne però da Stati Uniti e Francia la rinuncia a un intervento militare che avrebbe fatto esplodere la polveriera. Certo, non si può dire che la pace ha prevalso. Ma le preghiere a volte possono entrare nella storia e lasciare un segno.

Quanto fu criticato, all’interno della stessa Chiesa, Giovanni Paolo II per l’incontro ecumenico di Assisi! Lo accusarono persino di sincretismo, come se fosse in odore di eresia. Ma il dialogo interreligioso è una pietra importante nella costruzione della pace. Proprio perché le religioni sono state e sono ancora usate come armi da guerra. I cristiani hanno gravi responsabilità storiche e non ovunque sono immuni da integralismi. Gli ebrei e i musulmani hanno oggi impasti con culture, poteri statuali, regimi politici che spesso comprimono le fedi rendendole motori dei conflitti. È necessario per tutti un grande salto. Ma l’umanità, e la politica, hanno bisogno soprattutto di persone che credano che il salto è possibile.

L’Unità 09.06.14

Ballottaggi, Lucia Bursi “Ottima Modena, ripresa Sassuolo”

Ottimo risultato di Muzzarelli a Modena, Pistoni riconquista Sassuolo e, purtroppo, a Vignola passa una lista civica per soli 147 voti: l’analisi del voto del segretario provinciale del Pd Lucia Bursi. Ecco la sua dichiarazione:
«Una vittoria netta a Modena del candidato del centrosinistra Gian Carlo Muzzarelli che centra un ottimo risultato, la riconquista di Sassuolo al centrosinistra ad opera di Claudio Pistoni e, purtroppo, Vignola dove vince, di misura, una lista civica: è questo il quadro che ci consegna il ballottaggio dell’8 giugno. Il dato politico più importante è senz’altro quello di Sassuolo dove il centrosinistra si riprende il Comune dopo un quinquennio di governo claudicante del centrodestra. Ottimo anche il risultato di Modena dove, nonostante il calo dell’affluenza, Gian Carlo Muzzarelli ha mantenuto le posizioni conquistate al primo turno. Dispiace per Vignola dove il risultato è sfuggito a Giancarlo Gasparini per soli 147 voti. Si tratta di un dato locale, a vincere è stata, infatti, una lista civica e davvero di scarsa misura. La tornata amministrativa nel modenese si chiude, quindi, con 30 Comuni su 36 che saranno governati dal centrosinistra: un dato estremamente positivo per il Pd. Desidero, infine, ringraziare tutti coloro che si sono impegnati in questa campagna elettorale, dai candidati sindaci ai candidati consiglieri fino ai volontari che rimangono la nostra grande forza».

Renzi, linea dura sui corrotti: «Chi ruba va preso a calci», da L'Unità 08.06.14

«Se nel Pd c’è chi ruba, costui deve andare a casa a calci nel sedere, non c’è Pd che tenga». Il presidente del Consiglio Matteo Renzi conferma la linea dura del partito – e del governo – nei confronti dei responsabili dei due grandi scandali che hanno investito ancora una volta le grandi opere italiane, Expo e Mose. Tangenti e corruzione che stavolta non risparmiano nessuno, dai politici, ai finanzieri, ai magistrati. «Sono molto colpito dalla vicenda veneziana – dice il premier ospite de La Repubblica delle idee a Napoli, al teatro San Carlo -. Nel caso di Venezia è ancora peggio perché il fatto riguarda anche magistrati e finanzieri, cioè non solo i ladri ma anche le guardie».

Ma di fronte all’indignazione generale – e agli attacchi di Grillo – da Palazzo Chigi non si annunciano effetti speciali, misure «emotive», né estemporanee, perché stavolta la risposta «deve essere strutturale e culturale», facendo innanzitutto pulizia di tutte quelle autorithy nate per controllare e rimaste a occhi chiusi durante tutti questi anni in cui il sistema tangentizio legato a Expo o al Mose si è fagocitato soldi senza freni. Intanto venerdì Palazzo Chigi «varerà un provvedimento ad hoc che recuperi lo spirito delle raccomandazioni della Commissione europea», un provvedi- mento anti corruzione con norme che incideranno sia sulla vigilanza sia sulle procedure, mentre nella riforma della giustizia, dice il premier, deve essere chiaro il principio della certezza della pena, «chi ha violato la legge non deve poter mettere piede in un ufficio pubblico se non per fare un certificato. Questa è la rivoluzione di cui abbiamo bisogno». Che sia Daspo, o alto tradimento, poco cambia, il principio deve essere quello di una interdizione perpetua. Il capo del governo sa che dopo quel 40,8% incassato dal Pd alle europee, «un voto che chiede speranza, cambia- mento», i segnali al Paese devono esse- re oggi ancora più forti e non a caso, ripete, «è arrivato il momento di cambiare pagina e su questo mi gioco la credibilità. Sono convinto che l’Italia per- bene, che è decisamente maggioranza, sia pronta a dire basta». Per questo da- re più poteri a Raffaele Cantone ha un senso se le misure intervengono su più fronti, perché «non esiste la nocciolina di super Pippa che trasforma Cantone in un super pm», ma «bisogna permette- re a Cantone il controllo anche di altre authority».

Non è lui a tracciare la linea tra il vecchio Pd, quello della ditta, e il nuovo Pd, (il confine lo tracciano i suoi, da Luca Lotti a Debora Serracchiani). La linea che disegna è tra chi ruba e chi è onesto, questo è il discrimine, ma è chiaro che «chi vuole negare responsabilità dei politici e della politica da questa sto- ria è fuori dalla storia». La differenza è nel fatto, spiega, che il suo partito, «che ha senz’altro dentro di sé dei politici che commettono reati», è lo stesso che poi vota per farli arrestare, come è accaduto con il caso Genovese.

LE RIFORME

Parla anche delle riforme, della necessità di non arretrare di un millimetro, perché quel consenso ricevuto rischia di diventare «volatile», e si mostra fiducioso del fatto che entro l’estate ci sia il via libera per l’Italicum e l’ok sulla prima lettura della riforma costituzionale. «Berlusconi ha tutto l’interesse a resta- re nel Patto», e finora «non ha chiesto di posticipare la riforma elettorale, non ho parlato con lui dopo le elezioni e fa- rò sapere quando lo farò», dice rispondendo alle tante domande dei lettori.

Non manca l’affondo a Beppe Grillo, «è insopportabile la posizione dei Cinque Stelle che vanno a discutere con gli xenofobi a Londra e non vuole parlare con noi in Italia», né la battuta sui pre- sunti brogli denunciati dal comico genovese, «sono stanco, a furia di fotocopiare le schede».

Sul destino della legislatura ribadisce quanto detto subito dopo il voto, l’orizzonte rimane quello del 2018, perché «se i rappresentanti in Parlamento sanno leggere la politica devono avere consapevolezza che è finito il tempo del- la palude», e se il governo rimane in pie- di non è per «occupare poltrone». «Sia- mo in grado di farlo? Credo di sì. Secondo me si va alla fine della legislatura, dopo di che io posso andare a casa do- mani mattina. Non ho una preoccupazione personale ma di non tradire la speranza». Torna sull’antica polemica che tormentò il suo partito, «ci sarà sempre qualcuno che mi riterrà il Papa straniero, ma mentre loro faranno convegni noi cambieremo l’Italia e metteremo la residenza in questo 40% che è il luogo naturale della sinistra italiana», dando risposte concrete. Questa è la partita personale di Renzi: portare a casa le riforme annunciate.

L’EUROPA

Chiamato a rispondere dalla linea che l’Italia terrà in Europa in vista delle nuove nomine, Renzi mette paletti: «Junker cambi la politica europea o non avrà il nostro consenso». Vale a dire: il Ppe dica con chiarezza cosa intende fare nei prossimi cinque anni, quali politiche adottare. Solo da questo di- penderà il consenso dell’Italia al nuovo presidente della Commissione Ue: o cambia rotta e si lascia alle spalle l’austerità e il rigore che hanno piegato i Paesi dell’area Ue o l’Italia non darà il suo appoggio. L’Italia sta preparando un documento sulle cose da fare e ha tutta l’intenzione di farsi ascoltare a Bruxelles, dove il Pd è approdato come il partito più votato, con un premier fortissimo. Più forte di Angela Merkel.

L’Unità 08.06.14

“Sono il pronipote dell’uomo di Neanderthal: lo dice il test Dna”, di Marco Cattaneo

Io — come tutti — sono una specie di miscuglio etnico: per metà mediterraneo, un po’ nordeuropeo, un po’ mediorientale. Con in più un due per cento di uomo di Neanderthal e un pizzico di uomo di Denisova. È questo il verdetto scaturito dall’analisi del mio Dna.
Con l’aria che tira in Europa c’è il rischio di essere frainteso, ma io sono — come tutti — una specie di miscuglio etnico: per metà mediterraneo, un po’ nordeuropeo, un po’ mediorientale. Con in più un due per cento di uomo di Neanderthal e un pizzico di uomo di Denisova, l’enigmatica specie di ominidi scoperta appena cinque anni fa nei Monti Altaj, in Siberia. In poche parole, è questo il verdetto scaturito dall’analisi del mio Dna effettuata dal Progetto Genographic, l’iniziativa lanciata quasi dieci anni fa da National Geographic e Ibm con l’obiettivo di tracciare le migrazioni umane attraverso l’analisi genetica delle popolazioni odierne. A volerla fare più lunga, i miei antenati per parte di padre furono tra i primi gruppi di Homo sapiens a lasciare l’Africa, circa 70mila anni fa, per stabilirsi nella Penisola Arabica. Di lì, alcuni presero la via dell’Asia, seguendo la costa e raggiungendo l’Australia già 50mila anni fa. Noi no. I miei, per così dire, se ne rimasero a girovagare da quelle parti da bravi cacciatori nomadi finché il clima cambiò.
Le temperature si abbassarono, le precipitazioni diminuirono, lasciando terre aride dove prima c’era una rigogliosa savana. Il deserto avanzava, e i miei (come i vostri, probabilmente) non avevano scelta: migrare o morire. Alcuni si ostinarono a rimanere in Medio Oriente, altri inseguirono le grandi mandrie di animali selvatici nelle praterie che a quell’epoca si estendevano
dall’Atlantico fino al Mar del Giappone. Il gruppo più piccolo, il mio, mosse verso nord, attraverso l’Anatolia e i Balcani. Lì, resistettero all’ultima glaciazione di 20mila anni fa, durante la quale i ghiacci ricoprivano il Nord Europa, ma anche l’area alpina e gli Appennini. E quando le temperature si fecero più miti, tra 15mila e 10mila anni fa, sciamarono per l’Europa, divennero agricoltori e allevatori e alla fine, finirono in Pianura Padana.
Il cammino dei progenitori di mamma non è stato molto diverso. Se ne uscirono dall’Africa un po’ più tardi, e un po’ più a nord, seguendo il bacino del Nilo fino al Sinai, e incontrando i Neanderthal intorno a 60mila anni fa. Deve essere lì che è avvenuto il fattaccio per cui mi ritrovo qualche avanzo di genoma neandertaliano. Dopo qualche millennio in Medio Oriente si ritrovarono con i parenti di papà nella Mezzaluna Fertile,
ma poi presero un’altra strada. Superarono il Caucaso lungo il Mar Caspio e passarono l’inverno nell’Europa centro-orientale, dove diedero il loro contributo alla scomparsa dei cugini Neanderthal. E di lassù calarono poi a sud delle Alpi con qualche orda di barbari. O almeno così mi piace immaginare. A oggi il Genographic ha analizzato il Dna di oltre 660mila persone, ricostruendo la mappa delle migrazioni umane con una precisione senza precedenti, grazie all’esame di 150mila marcatori genetici. Ogni nostra cellula contiene cromosomi che sono la combinazione del Dna che ereditiamo dai nostri genitori. Con qualche eccezione. Il Dna mitocondriale, per esempio, lo ereditiamo soltanto dalla madre, e il cromosoma Y dal padre. È da questi che si ricostruiscono le due linee di discendenza. E per questo le donne, che non hanno il cromosoma Y, non possono conoscere la propria storia paterna se non grazie all’analisi del Dna di un congiunto maschio di primo grado. Il Dna passa di generazione in generazione, ma di tanto in tanto intervengono mutazioni. E una mutazione di successo è come una specie di post-it sulla doppia elica del Dna; viene trasmessa per millenni ai discendenti del primo che l’ha recata. Confrontando il genoma di molti individui, con il metodo dell’“orologio molecolare” si riesce a stabilire quando e dove una mutazione sia avvenuta per la prima volta. E l’epoca e il luogo di quel primo evento segnano l’inizio di una nuova linea di discendenza umana. Così, controllando quali marcatori ci sono nel nostro Dna, si risale nella nostra storia personale, fino a quelle piccole comunità che vivevano 75mila anni fa nel cuore dell’Africa, e da cui tutti discendiamo. Il test è semplice, garantisce la riservatezza e non coinvolge marcatori come quelli per individuare la predisposizione a malattie genetiche. Per farlo basta richiedere il kit Geno2.0 a genographic. nationalgeographic. com e seguire le istruzioni. Che poi prevedono solo di sfregarsi l’interno delle guance con una specie di spazzolino da denti e rispedirlo in un contenitore sterile. Poi una mattina vi ritrovate nella posta elettronica un messaggio che annuncia che i risultati sono disponibili. Magari, come me, non ci troverete grosse sorprese — al di là del fatto che una parentela con i Neanderthal, almeno come ce li hanno sempre dipinti, può dare qualche inquietudine — ma avrete partecipato a un progetto scientifico di portata mondiale. E potrete fantasticare sul cammino dei vostri geni, sulle disavventure, i disagi, i pericoli, le malattie che i vostri antenati hanno dovuto affrontare per arrivare fino a voi. Qui e ora.

La Repubblica 08.06.14

"La corruzione è un peccato del mondo" mi ha detto Francesco, di Eugenio Scalfari

In un colloquio che avemmo lo scorso mese di marzo, parlando del peccato Papa Francesco mi disse la frase che qui riferisco letteralmente: «I peccati del mondo sono l’ingiustizia e la prevaricazione. Io li chiamo concupiscenza, cupidigia di potere, desiderio di possesso. Questi sono i peccati del mondo e dobbiamo combatterli con tutte le forze di cui disponiamo».
Questi peccati indicati da Papa Francesco si servono di alcuni strumenti per esser commessi, il principale dei quali si chiama corruzione. Si tratta certamente di peccati del mondo ma in Italia sono più diffusi che altrove, anche se non sempre vengono a galla.
Vent’anni fa scoppiò lo scandalo che fu chiamato Tangentopoli. Sembrava che fosse riuscito a bonificare la palude della corruttela pubblica, i suoi miasmi e il malaffare che ne derivava. I partiti più implicati e gli imprenditori più compromessi furono travolti. Tutto era cominciato nel 1992 e fu sull’onda del malcontento popolare abilmente cavalcato che ebbe inizio il berlusconismo. Certo non volevano questo i magistrati che avevano sperato d’aver liquidato il malaffare, ma sta di fatto che il frutto che uscì da Tangentopoli era ancor più velenoso di quelli che c’erano stati prima.
La differenza — se questa parola vogliamo usarla — consiste nel fatto che all’epoca di Tangentopoli lo scandalo consisteva almeno per il 70 per cento in denari trafugati per finanziare i partiti e solo il 30 (e forse anche meno) finiva nelle tasche dei mediatori.
COL berlusconismo le cose cambiarono e la refurtiva finì interamente in tasche private. Moralmente si tratta di una differenza assai poco percettibile ma comunque oggi è peggio di ieri. Quelli che allora erano i mediatori, gli affaristi, gli intermediari in tasca ai quali finivano gli spiccioli adesso lavorano in proprio col potente di turno. Si sono formate lobby delinquenziali, mafie d’alto bordo e le abbiamo viste al lavoro nella (mancata) ricostruzione de L’Aquila, nella scandalosa gestione della Protezione Civile di Bertolaso e soci, negli appalti all’isola della Maddalena, nell’Expo di Milano e infine, proprio in questi giorni, nella più bella e più pestilenziale laguna del mondo. Lo scandalo del Mose è probabilmente il più eclatante, non tanto per l’ammontare delle cifre che pur sono assai consistenti, ma sicuramente per la quantità e la qualità delle persone coinvolte. Ci sono, come hanno scritto nei giorni scorsi i nostri inviati, squali, piranha e pesci piccoli. Sono compromessi il sindaco della città, gli azionisti del consorzio Venezia Nuova che è l’unico concessionario dell’opera, il direttore generale del predetto consorzio, un generale che fu comandante della Guardia di Finanza e perfino — perfino — il magistrato della Corte dei Conti distaccato in quella città. Il partito più rappresentato in questa schiera di corrotti-corruttori è, ovviamente, Forza Italia e Galan che fu tra i fondatori scelto per il Veneto — vedi caso — da Dell’Utri; ma anche il Pd è nel novero perché il sindaco non è un iscritto al partito ma la sua lista fu sponsorizzata dai democratici. Era molto stimato dal Patriarca che infatti lo aveva insignito del titolo onorifico di Procuratore di San Marco. Che volete di più?
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La corruzione in quanto reato si combatte in tre modi e in tre momenti distinti: la prevenzione, l’inchiesta, la punizione dei colpevoli, esattamente come si combattono tutte le malattie. L’altra sera l’ex procuratore di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, ha lamentato, nel corso della trasmissione “Otto e mezzo” l’assoluta mancanza di prevenzione. Non esiste ancora una vera ed efficace legge contro la corruzione, sono state anzi varate in questi anni le turpi leggi ad personam che sono uno dei frutti devastanti del berlusconismo ed hanno abolito il reato di falso in bilancio, ridotto il periodo di prescrizione, non istituito il reato di riciclaggio e via numerando; leggi che non solo non contrastano ma facilitano e incentivano la corruzione. Massimo Giannini, su questo giornale di giovedì scorso, ha esaminato dettagliatamente la mancanza di prevenzione e le cause imperdonabili del ritardo dei governi; berlusconiani prima e post-berlusconiani poi, ma pur sempre condizionati dalle “larghe intese” e perfino dalle “piccole intese” succedute (o affiancate) alle precedenti. Evidentemente non è chiaro l’ordine di priorità dei provvedimenti dei quali il nostro paese ha maggior bisogno. Sono: la creazione di nuovi posti lavoro, l’incentivazione di nuovi investimenti, un moderno sistema di ammortizzatori sociali, la prevenzione della corruzione.
Tutto il resto viene dopo perché non serve né a rilanciare la crescita né ad attutire la rabbia sociale. Quando lo scandalo del malaffare emerge i fatti ovviamente sono già avvenuti, le Procure e i giudici operano quando il reato è già stato consumato. È il lavoro preventivo che può evitare che sia commesso, un deterrente ben studiato e ben formulato in norme di legge. Qualche tentativo fu fatto ma venne stravolto in Parlamento e i governi non seppero impedirlo perché i sabotatori erano inseriti nei posti di comando e impedivano che i motori venissero accesi come si sarebbe dovuto fare.
Urge che un intervento decisivo venga immediatamente effettuato con priorità assoluta se non si vuole resuscitare un grillismo mettendo di nuovo in gioco la democrazia che è uscita rafforzata dalle recenti elezioni europee.
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Se le cose vanno in questo modo forse è necessario allargare
un poco il nostro quadro mentale; forse non basta parlare di governi e di parlamenti insidiati da contrasti interni e di insufficiente o addirittura mancante lavoro di prevenzione; forse bisogna parlare del cosiddetto popolo sovrano.
Quasi il 40 per cento del nostro popolo sovrano si è astenuto dal voto nelle ultime elezioni. Il 20 o anche il 30 per cento di astensione è fisiologico, ma al di là di questo limite no, saremmo e siamo davanti a un evento che va guardato con attenzione.
Se poi osserviamo i votanti che scelgono movimenti e partiti e leader populisti, cioè demagoghi che promettono e non mantengono o addirittura fanno il contrario di ciò che a parole hanno promesso, allora è segno che quel popolo sovrano ha abdicato dalle sue funzioni. Del resto nella terminologia dell’economichese anche il debito pubblico si chiama sovrano. Popolo sovrano, debito sovrano: non vi sembra un gioco da bambini in cerca di sciarade?
Purtroppo è una dura e cruda verità. Questa mattina a Napoli dove mi trovo al festival della Repubblica delle Idee, discuterò anche di queste questioni con Roberto Benigni.
Francamente non potrei trovare un interlocutore più adatto: Benigni è un comico di eccezionale cultura, che mette la sua comicità a servizio della conoscenza e proprio per questo avrò (e avranno quelli che lo ascolteranno) molto da imparare da lui.
Lo anticipo con dei versi d’un poeta — Trilussa — che anche lui metteva il cosiddetto popolo sovrano allo specchio affinché si guardasse e si emendasse se possibile. Di questi versi avevo già parlato tempo fa, ma ora trascrivo il brano finale della poesia (romanesca) intitolata “L’incontro tra li sovrani”. Mi sembra quanto mai attuale. Leggete, divertitevi ed emendatevi se
c’è bisogno di farlo.
« Stai bene? Grazzie. E te?
e la Reggina? Allatta.
E er Principino? Succhia.
E er popolo? Se gratta.
E er resto? Va da sé…
Benissimo! Benone!
La Patria sta stranquilla; annamo a colazzione…
E er popolo lontano, rimasto su la riva, magna le nocchie e strilla: Evviva, evviva, evviva…
E guarda la fregata sur mare che sfavilla » .

La Repubblica 08.06.14

"La cultura rende l’uomo libero", di Enrico Berlinguer

Le forze conservatrici hanno visto e vedono nella cultura soltanto uno strumento: nel migliore dei casi, per l’acquisizione del dominio sopra la natura e, nel peggiore, per il mantenimento del privilegio e del dominio dell’uomo sull’uomo. Per le forze progressiste e rivoluzionarie, per noi comunisti, la cultura è un’altra cosa. È risorsa indispensabile per lo sviluppo ed è anche e soprattutto una finalità del vivere sociale degli uomini.

La cultura è per noi leva determinante ed essenziale non per il dominio, ma per la liberazione di ogni singolo individuo e della società nel suo complesso. Quanto più avanza la conoscenza scientifica e quanto più sofisticate si fanno le tecniche tanto più assurdo appare il ruolo marginale assegnato alle forze della cultura e del sapere.

È ormai ovunque necessaria una capacità di previsione e di programmazione e tale capacità vuol dire rapporto continuo tra politi- ca e conoscenza, tra istituzioni democratiche e mondo della cultura e del sapere. Sen- za una tale razionale capacità di previsione e di programmazione le stesse conquiste del- la scienza e della tecnica possono rivolgersi contro l’uomo, anziché a suo vantaggio.

Il pensiero ancora oggi dominante è che la natura sia da considerare come una sorta di mezzo di produzione, da sfruttare in mo- do indiscriminato e quando, soprattutto fra le giovani generazioni, si diffonde un sentimento di ripulsa verso questa concezione si obietta da parte di molti che non si vuole tener conto della preminenza delle necessità economiche; ma è proprio qui l’arretratezza culturale.

Oggi, al contrario, è perfettamente concepibile uno sviluppo che non avvenga facendo irrimediabile violenza alla natura. Oggi le tecnologie offrono straordinarie possibilità tra loro alternative. E se non si sarà capaci di scegliere tra le diverse tecnologie quelle che consentono di rispettare la natura come un valore da salvaguardare con ogni sforzo, saranno alla fine negativi anche i conti economici.

L’ambiente è anch’esso una risorsa e la sua dissipazione è un danno anche economico. Deve essere messa sotto accusa la politica generale, ma anche l’ignoranza e l’incultura che l’hanno generata. Niente può giustificare l’incuria o peggio l’abbandono alla speculazione, al saccheggio, ai furti sistematici del più straordinario patrimonio culturale che esista nel mondo ereditato dalle grandi civiltà che, fatto pressoché unico, si sono succedute in Italia.

In Italia viviamo immersi in una ricchezza di testimonianze di epoche diverse, di civiltà che si sono succedute senza uguali, rispetto a tutti gli altri paesi dell’Europa. Questa ricchezza di beni esige tutela e valorizzazione già per il fatto che essa appartiene propriamente non solo a noi italiani, ma a tutta l’umanità. L’Italia ha verso gli uomini tutti, anche verso quelli che verranno dopo di noi, la responsabilità di salvare e conservare documenti che sono indispensabili a fare non appiattite ma alte, fornite di memoria storica, dotate di molti modelli ideali, le civiltà degli uomini di oggi e di domani. Essi non possono bastare se manca il complessivo impegno dello Stato. Assurda appare la destinazione nel bilancio statale di somme tanto esigue ai beni culturali, zeroventicinque per cento del totale: la cifra si commenta da sola.

In primo luogo i beni culturali costituiscono una risorsa per tutto il nostro popolo, che può svilupparsi a contatto con gli universi del passato e della bellezza, così naturalmente aprendosi al senso della complessiva vicenda umana, al senso critico verso il presente. La cultura di un popolo che utilizza largamente la pagina scritta, il documento, è cultura che si predispone a essere riflessione, consapevolezza scientifica, spirito criti-o contro le sottoculture che minacciano di diffondersi all’insegna dell’evasione, dell’irrazionale con quanto ne può derivare di
smarrimento dell’identità nazionale, sociale, umana.

La nostra critica al bilancio dello Stato è fondata anche su un’altra ragione incontestabile da ogni parte. La nostra ricchezza di beni culturali rappresenta infatti la possibilità di acquisire altra ricchezza. Possiamo essere ben più che un polo del turismo internazionale e di un turismo meno frettoloso e culturalmente più qualificato. Possiamo nei diversi settori dei beni culturali porci all’avanguardia; possiamo essere una capitale internazionale della ricerca nell’architettura, nell’archeologia, nella storiografia, nella storia dell’arte, nella biblioteconomia. Il fatto è che tutta la questione della cultura, dai beni culturali alla scuola, alla ricerca scientifica, indica l’esigenza di una nuova concezione della spesa statale e della sua distribuzione; un’altra concezione, non solo della quantità, ma della qualità dell’intervento pubblico.
Il bisogno di progettualità e di programma asserito fin dall’inizio dal pensiero socialista, si fa oggi stringente e diventa un bisogno assoluto e un programma per l’Italia de- ve intendere la centralità della questione culturale come grande questione nazionale.

Non si rimane nell’area dello sviluppo senza un balzo in avanti nella ricerca scientifica, senza una più alta tecnologia, senza una più elevata e diffusa cultura. Noi abbiamo proposto misure specifiche in ogni settore della vita e dell’organizzazione della cultura e ci batteremo per esse, ma l’insieme di questo tema ci rimanda inevitabilmente ai problemi dell’orientamento generale della politica del paese.

L’Unità 08.06.14

"La questione morale oggi", di Claudio Sardo

Il quadro di corruzione e di complicità disegnato dall’inchiesta di Venezia fa ribollire il sangue per lo sdegno e la rabbia. Milioni di euro della comunità distratti per fini di potere o di illecito arricchimento personale, mentre il Paese si dibatte nel gorgo della crisi.
Un bubbone pestilenziale
Eppure non è accettabile trarre da questo bubbone la conclusione che la politica sia irriformabile, che le istituzioni democratiche siano divenute esse stesse un cancro, che il sistema-Paese sia ovunque marcio. Non è accettabile anzitutto perché non è vero: migliaia e migliaia di persone lottano ogni giorno per un’Italia migliore, ricoprono incarichi pubblici con dedizione e serietà, alcuni persino esponendosi a gravi rischi, animano la vita democratica con impegno gratuito, danno vita a partiti, movimenti, associazioni andando contro la corrente do- minante dell’individualismo.

Qualche populista pensa di lucrare consensi gridando che sono tutti uguali, che rubano tutti alla stessa maniera e solo una palingenesi alla fine ci libererà dalla politica. Ma questa illusione – travestita da antagonismo radicale – è in realtà la capitolazione ai corrotti. È la rinuncia alla battaglia vera. È la resa morale. Il bene e il male non sono due società separate, ma sono il conflitto che non possiamo disertare. Dobbiamo affermare la legalità e combattere la corruzione nello Stato di diritto, nella società democratica, all’interno dei partiti, nel pluralismo delle culture, nel mercato dove le imprese competono. Non possiamo rinunciare all’Expo o agli investimenti perché abbiamo scoperto il malaffare: bisogna eliminare il malaffare garantendo alla società le risorse per l’innovazione e lo sviluppo. Le macerie e il declino non ci daranno maggiore legalità. Solo valutando gli errori commessi, solo scegliendo le persone giuste e le procedure migliori si può contrastare la criminalità e anche rafforzare l’etica pubblica, lo spirito civico, la dignitosa pratica dell’amministrare in nome dell’interesse genera- le.

Se le elezioni europee sono state un derby tra paura e speranza, l’inchiesta veneziana sembra offrire l’occasione della rivincita. Alle europee ha vinto la speranza e ha perso chi ha scommesso sullo sfascio, chi pensava che nel ventre molle di una società sfiduciata prevalesse ormai lo spirito di autodistruzione. Oggi i propagandisti della paura hanno a disposizione immagini-shock: i corruttori di Tangentopoli che ricompaiono come in un film horror, la trasversalità dell’affarismo, il tradimento di chi avrebbe dovuto controllare e reprimere. Ma proprio chi crede che l’etica pubblica è condizione della politica e della democrazia deve impedire ai demagoghi di prendersi la rivincita. Anche di fronte a questa vergogna, bisogna reagire con l’impegno, il rigore, la speranza. Sì, la speranza di un’Italia migliore. Che non verrà da una bacchetta magica. L’Italia migliore passa invece da scelte serie e difficili. Anche dalla capacità di fare pulizia in casa propria. E passa dalla lotta per il cambiamento.

Abbiamo scoperto nella seconda Repubblica che non c’era una società civile buona a fronte di una politica corrotta. Anzi, spesso la corruzione veniva proprio dalla società o dall’impresa che temeva il mercato. Abbiamo visto anche che l’indebolimento dei partiti non ha ridotto la corruzione. Al tempo di Tangentopoli le mazzette erano figlie di un’occupazione partitica della società. Oggi sono la cinghia di trasmissione di potentati personali, politici e imprenditoriali: è la conseguenza del fatto che il governatore, o il sindaco, o l’assessore contano più dei rispettivi partiti, che le loro campagne elettorali sono pur sempre da finanziare, e che i partiti sfilacciati non ce la fanno a garantire un controllo sull’operato degli amministratori e a selezionare la classe dirigente.

Benché il populismo incalzi, non è una buona pratica delegittimare i partiti, azzerare il finanziamento pubblico, rinunciare all’attuazione dell’art. 49 della Costituzione sulla trasparenza e la democrazia interna. I partiti possono stimolare gli anticorpi, ovviamente a condizione che le regole di trasparenza siano diffuse su tutto lo schieramento. Invece i partiti personali sono parte della malattia, ancor più se i loro bilanci dipendono dalle elargizioni delle lobby. Dobbiamo darci al più presto norme efficaci per perseguire il falso in bilancio e l’autoriciclaggio, ma guai ad appesantire l’ordinamento con leggi iper- trofiche. La corruzione viene alimentata dall’eccesso normativo così come dai poteri emergenziali (vedi l’abuso di ordinanze della Protezione civile). La via del cambiamento va percorsa con tenacia e intelligenza. Senza rinunciare alle garanzie del diritto. Servono leggi nuove, ma ancor più serve la prevenzione, la cultura della legalità. Chi è condannato per corruzione va escluso da ogni ruolo pubblico, come anche dai futuri appalti. Occorre la riforma della pubblica amministrazione e quella della giustizia, che è ormai un buco nero del sistema. Battaglia politica, impegno culturale, democrazia trasparente e non delegata ai soli leader. È la questione morale oggi. Non possiamo consentire che si riduca a invocazione moralista o demagogica proprio nei giorni in cui ricordiamo Berlinguer. Speriamo che anche l’Autorità affidata a Raffaele Cantone aiuti il Paese a capire che per combattere la corruzione bisogna fare bene le cose ordinarie, e non affidarsi di tanto in tanto a qualcosa di straordinario.

L’Unità 08.06.14