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"L'Italia e il D-Day", di Giorgio Napolitano

Venerdì per la celebrazione del 70° anniversario dello sbarco in Normandia erano rappresentati in quello storico luogo tutti i paesi che hanno contribuito alla lotta e alla vittoria contro le forze del nazi-fascismo: in primo luogo Gran Bretagna, Stati Uniti, Russia, ma insieme tutte le nazioni che hanno sofferto le odiose vicende dell’aggressione e dell’occupazione tedesca in Europa. L’Italia questa volta non poteva mancare: di qui l’invito rivoltomi dal Presidente francese Hollande, e rivoltomi anche con parole di specifico riferimento al mio personale legame con la tradizione dell’antifascismo italiano.
Nel discorso del Presidente Hollande e nelle immagini che venivano contemporaneamente proiettate nel corso della cerimonia sulla spiaggia, è stata esplicitamente citata la Resistenza in Italia nel duro periodo dell’oppressione nazista. D’altronde due giorni prima dello sbarco in Normandia le Forze Alleate avevano liberato Roma, con il prezioso concorso della Resistenza che aveva operato nella Capitale pagando duramente il suo coraggio con l’orribile massacro delle Fosse Ardeatine.
Inoltre, la peculiarità storica della posizione dell’Italia nel 1944 stava nell’essersi formato nel nostro Paese, cioè nell’Italia già liberata, un nuovo governo legittimo, che rompendo col fascismo, dopo aver firmato l’armistizio con le Forze Alleate, aveva dichiarato guerra alla Germania e aveva schierato l’Italia a fianco degli Alleati come Paese cobelligerante. Quel governo aveva al tempo stesso promosso la rinascita dell’Esercito italiano, i cui primi nuclei ebbero il loro battesimo di fuoco nella battaglia di Mignano Montelungo.
Mi sono perciò sentito pienamente a mio agio venerdì sulla spiaggia di Normandia, in un clima di incancellabile solidarietà che ci univa tutti, rappresentanti di diciannove paesi.
Quel clima generale ha propiziato anche un atteggiamento disteso che ho colto in particolare nei brevi scambi di battute sia con la Cancelliera Merkel sia con il Presidente Obama sia con il nuovo Presidente ucraino Poroshenko che avevano prima e dopo la colazione dialogato con il Presidente Putin.
Nei rapidi colloqui con la Cancelliera tedesca e con il Presidente americano ho colto echi di simpatia per il nostro nuovo giovane Presidente del Consiglio che entrambi avevano incontrato alla vigilia. E ho colto sempre un’attenzione rispettosa per il ruolo dell’Italia in Europa.
Ho infine ricevuto ancora attestazioni affettuosissime di apprezzamento della Regina Elisabetta e del suo consorte per l’accoglienza ricevuta due mesi fa in occasione della loro visita al Quirinale.
Posso dire in definitiva che quella di venerdì è stata una giornata memorabile, per tutti, positiva e gratificante per l’Italia.

L’autore è il Presidente della Repubblica

La Repubblica 08.06.14

"La mafia al nord che nessuno voleva vedere", di Roberto Saviano

La‘ndrangheta comanda al nord. È una sentenza storica questa della Cassazione che conferma le condanne e tutto l’impianto accusatorio del processo Infinito. Quando ne parlai, in prima serata tv, nel novembre del 2010, su Raitre, le mie accuse generarono una reazione incredibile. Raccontare come la ‘ndrangheta comandasse nel nord Italia sembrò un’accusa insopportabile: ancor più, svelare che la criminalità interloquiva con tutti i poteri politici. Una bestemmia, per di più pronunciata all’ora di cena in tv, nella casa di ogni italiano.
Quando, poi, l’inchiesta smentì la diversità della Lega, che anzi era spesso complice o nel silenzio o nella connivenza — come si vedrà con il caso Belsito anni dopo — la scoperta scatenò tutti i pretoriani del governo Berlusconi — e un impegno diretto dell’allora ministro dell’Interno.
ROBERTO Maroni
si precipitò a smentire in ogni angolo delle tv, cercando di far passare la presenza criminale al nord come una cosa minore, anzi scontata: lo sapevano tutti, e poi la Lega non c’entrava. I professionisti del fango iniziarono a raccogliere firme contro di me che osavo dare “del mafioso al nord”. Finì così anche la mia esperienza in Rai: dopo aver raccontato come imprenditoria criminale e politica si saldano in una esponenziale crescita economica corrotta. Ma torniamo alla sentenza. Era il luglio del 2010 quando partì il blitz dell’inchiesta Infinito-Crimine: 154 arresti in Lombardia, altri 156 in Calabria. L’inchiesta della Dda di Milano svelava gli interessi mafiosi nelle Asl, l’infiltrazione nelle istituzioni pubbliche, le prime mire sull’Expo, i subappalti, le estorsioni, le aziende che vengono divorate perché — senza liquidità — si affidano a linee di credito delle ‘ndrine. E ancora: la scoperta di una “confederazione” di diversi locali di ‘ndrangheta nella struttura definita “Lombardia”. Il tentativo del boss Carmelo Novella di rendersi sempre più autonomo
rispetto alle ‘ndrine calabresi, che dimostra il grado di maturità raggiunto dalla ‘ndrangheta al nord, e la sua conseguente eliminazione. Ecco: tutto questo oggi non sono più accuse, ipotesi o condanne di primo o secondo grado. Oggi siamo di fronte a una sentenza di Cassazione e questa sentenza è chiara: l’inchiesta Infinito è confermata, al nord la ‘ndrangheta comanda con una sua struttura unitaria. Ecco perché questa sentenza sta alla lotta della mafia come la scoperta dell’atomo alla ricerca fisica.
I pm Ilda Boccassini, Paolo Storari e Alessandra Dolci della Dda, insieme con i Carabinieri, la Dia, i Ros di Milano e la Polizia — questa è un’indagine in cui credette molto il compianto Antonio Manganelli — hanno compiuto un’operazione complicatissima. E il ruolo di Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino — all’epoca dei fatti procuratore a Reggio Calabria e ora a Roma — è stato fondamentale per permettere l’elaborazione di questa inchiesta doppia: fatta da sud e da nord. Perché questa sentenza non mostra semplicemente che c’è una presenza mafiosa al Nord: questo lo sapevamo dagli anni Settanta e a dimostrarlo c’erano già state diverse sentenze. No, questa sentenza dimostra invece che la presenza della ‘ndrangheta non è più frutto di “invasioni”, di cellule che vagano e arrivano ovunque anche al nord.
Dimostra che la Lombardia, e più in generale il nord Italia, sono ormai diventati territorio di mafia. Questa sentenza fa cadere anche l’ultimo finto sillogismo: “Se è vero che tutti i meridionali non sono mafiosi, è vero però che tutti i mafiosi sono meridionali”. Non è così: non è più così. I rapporti strutturali con il territorio e i meccanismi scoperti smontano l’idea che si sia trattato di invasione.
Ma suggeriscono, al contrario, la formazione a livello locale di meccanismi e di cultura mafiosa. Di più. L’inchiesta dimostra che l’imprenditoria e una parte delle istituzioni lombarde si connettevano alle organizzazioni criminali per rafforzarsi, per consolidare potere economico. I livelli di responsabilità sono diversi, ovviamente: ma non v’è stata, da parte della politica, una vera scelta di contrasto al segmento economico mafioso.
Per ultimo, andrebbe ricordato come ha lavorato l’Antimafia di Milano. Su Ilda Boccassini è stata riversata da anni una caterva senza precedenti di insulti e accuse, esterne e interne. Il pm non ha mai risposto agli attacchi: lo fa oggi, con questa sentenza storica che cambia il paese. Intercettazioni, riscontri, pedinamenti. L’inseguimento dei flussi di denaro, il ruolo delle banche, gli investimenti sospetti. E poi i traffici, gli omicidi. Anni, silenziosi, di inchiesta: senza colpi di scena, fughe di notizie, arresti chiassosamente eccellenti. È così che sono arrivati i risultati. E ora che cosa diranno coloro che hanno governato e governano la Lombardia? Quali firme raccoglieranno, quali bugie racconteranno i professionisti del fango?
Da oggi è ufficiale: le mafie non riguardano più solo il Sud.

La Repubblica 08.06.14

"Ma i numeri non raccontano tutta la storia", di Francesca Guerrera

Sembra la trama di un film di fantascienza. Un supereroe dato per morto nel 2008 ritorna in vita sei anni dopo grazie alle cure miracolose di uno scienziato burbero e barbuto. Ma troppo tempo è passato e il supereroe fatica a trovare un ruolo in un mondo che non riconosce più. Riuscirà il nostro eroe a ritrovare la forza del passato o sarà condannato a rimanere anonimo per il resto dei suoi giorni?

Purtroppo Hollywood un film di science fiction sull’economia non lo farà mai, ma il dilemma della crescita americana è di proporzioni sovrumane. I numeri sulla disoccupazione farebbero pensare a un momento d’oro per gli Usa, il ritorno trionfale del supereroe dell’economia mondiale e lo stimolo mastodontico amministrato dal burbero ex capo della Federal Reserve Ben Bernanke.

Le cifre di venerdì hanno persino dato ai secchioni delle statistiche un numero da gustare, commentare e twittare: dopo la crescita di maggio, il numero di americani impiegati è a un nuovo record. Ha infatti sorpassato il precedente primato del gennaio 2008, prima del fallimento di Lehman Brothers, della Grande Recessione e della distruzione di milioni di posti di lavoro.

Allora tutto a posto? L’America di nuovo in sella dopo la caduta del 2008? Come non dicono a Hollywood: not so fast, non andare troppo veloce. Dietro ai numeri, ai titoloni e all’ottimismo degli investitori si nasconde una realtà tortuosa, complicata e sgradevole.

La crisi e la recessione che la seguì non hanno solo rallentato l’economia americana, l’hanno cambiata in maniera profonda e forse permanente. I patiti dei fumetti lo sanno benissimo: quasi tutti i supereroi diventano tali dopo un mutamento genetico o qualche altra indelebile trasformazione.

Nel nostro caso, il cambiamento è sia quantitativo sia qualitativo. Se guardiamo ai numeri, il record di ieri non è granché. E’ vero che circa 138 milioni di americani e americane ora hanno un lavoro – più di qualsiasi altro periodo nella storia degli Usa. Ma è anche vero che la crescita nei posti di lavoro non ha tenuto il passo con l’aumento nella popolazione. L’economia americana dovrebbe impiegare altri 7 milioni di persone per chiudere quel gap, secondo l’Economy Policy Institute, un centro di ricerca di Washington.

Il «record» è effimero quanto inutile a prendere la temperatura del mercato del lavoro statunitense. Un dato molto più importante è la percentuale di americani che ha un lavoro o dichiara di essere in cerca di lavoro, la cosiddetta «participation rate». Quel numero è al livello più basso negli ultimi 30 anni. Un record anche quello, ma negativo.

Paul Ashworth di Capital Economics lo attribuisce all’effetto-crisi che ha convinto molti americani a smettere di cercare lavoro e di accontentarsi di contratti part-time e impieghi occasionali. Il corollario è che la recessione ha spinto milioni di persone ai margini dell’economia e della società. Le conseguenze e i costi di quest’opera di rottamazione umana, che mai si era vista nel dopoguerra, potrebbero essere enormi.

Ma non è solo la quantità di lavoro che è diminuita negli anni bui del dopo-crisi. Anche la qualità ne ha sofferto. Il numero di americani che lavora nelle industrie manifatturiere, edilizie e governative – i tre settori che hanno tradizionalmente pagato i migliori salari – è calata dal 2008 e la crescita nell’occupazione è stata guidata dai servizi – dagli hotel, ai ristoranti, agli ospedali – che pagano molto meno.

E’ un cambio radicale: da un’economia industriale (e governativa) a un’economia dei servizi che cresce ma non retribuisce come nel passato chi vi partecipa – un altro motivo per cui molti americani non vogliono più far parte della forza lavoro.

Non è un caso che i salari medi, a maggio, siano saliti solo del 2,1%, praticamente in linea con il tasso d’inflazione.

La buona notizia, in tutto ciò, è che l’economia Usa continua a crescere senza creare pressioni inflazionistiche grazie, in gran parte, agli esigui aumenti nei salari. Il consenso degli economisti di Wall Street ieri era che la Federal Reserve continuerà a mantenere i tassi d’interesse bassi proprio perché il mercato del lavoro non è ancora in buona salute.

L’altro aspetto positivo è che le aziende sono in una posizione ideale: hanno soldi risparmiati durante gli anni di crescita-zero e la possibilità di assumere senza il pericolo di aumentare i salari. Nel tira e molla storico tra capitale e forza-lavoro, gli ultimi sei anni negli Usa hanno favorito il capitale – un risultato che dovrebbe alimentare la crescita economica nei prossimi anni.

Il problema, però, è a lungo termine. Ormai conosciamo l’America che è uscita dalla recessione, ma che America uscirà da questo periodo di crescita lenta e diversa dal solito?

Ogni supereroe ha la sua nemesi. Per il benessere dell’economia mondiale, bisogna sperare che la crisi del 2008 non si riveli la kriptonite degli Usa.

Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario del Wall Street Journal

La Stampa 07.06.14

"Non si risana Mamma Rai senza riforma", di Giovanni Valentini

Tra fare cassa e fare una riforma passa una differenza che vale più di 150 milioni di euro. E se si tratta della Rai, cioè della più grande major italiana di informazione, cultura e spettacolo, allora la differenza non è misurabile soltanto in termini economici. Ne vanno di mezzo il pluralismo, la libera concorrenza e in definitiva la qualità della vita democratica.
Con il “prelievo forzoso” disposto dal governo attraverso il decreto Irpef, l’azienda pubblica sarà costretta a ridurre i costi di circa il 5% sul bilancio 2012, l’ultimo disponibile: assai meno di quanto non abbiano dovuto fare in questi ultimi anni la maggior parte delle famiglie italiane. Ma non è tanto il “quantum” che conta, bensì il modo e il risultato finale di questo intervento.
A parte il fatto che una ristrutturazione effettiva potrebbe produrre risparmi di gran lunga maggiori, qui c’è un evidente intento punitivo nei confronti dell’azienda di Stato, oberata da un’antica eredità di lottizzazione e malcostume, afflitta dall’occupazione della politica e dalle ingerenze dei partiti. Per fugare qualsiasi dubbio o sospetto in proposito, nel testo del decreto basterebbe collegare il taglio di 150 milioni con la prevista vendita del 40% di Raiway, la società che gestisce i “ponti” di trasmissione e le parabole.
Non è, comunque, lo sciopero annunciato dai sindacati per l’11 giugno lo strumento più efficace per rispondere alla decisione del governo: questa reazione può risultare, anzi, controproducente e autolesionistica rispetto all’urgenza del risanamento. E bene hanno fatto i giornalisti della Rai a sospenderlo, a fronte degli impegni assunti dalla controparte sull’anticipo del rinnovo della concessione al 2014, sul mantenimento delle sedi regionali e sulla lotta all’evasione del canone. Ora si tratta di avviare quanto prima un confronto su un nuovo piano industriale, per riorganizzare la Rai dalle fondamenta al di fuori di ogni tendenza alla conservazione e al corporativismo. Certo, occorre intanto ridimensionare i costi e i compensi, da quelli dei dirigenti a quelli di certi giornalisti, autori o conduttori. Ridurre le spese e gli sprechi. E soprattutto, mettere mano al “buco nero” degli appalti e delle produzioni esterne: per citare un solo esempio, non c’è alcun motivo plausibile per cui un format di successo come “Braccialetti rossi” debba costare 220mila euro a puntata se viene prodotto per la tv spagnola e oltre un milione se viene realizzato per quella italiana. I tagli e la lotta agli sprechi, dunque, sono senz’altro opportuni e necessari. E tuttavia, non bastano a risanare e rilanciare il servizio pubblico radiotelevisivo. L’unica vera riforma sarà l’estromissione della partitocrazia dall’azienda, per affrancarla dalla sua cronica subalternità al potere politico. “Mamma Rai” va perciò rifondata, non indebolita o smantellata. Altrimenti, senza saperlo e senza volerlo, si rischia di favorire la tv privata a danno del pluralismo e della libera concorrenza.
Una volta prelevati questi 150 milioni di euro per fare cassa – appunto – e integrare così le “coperture” per elargire gli 80 euro a dieci milioni di lavoratori, prima o poi il governo Renzi dovrà misurarsi con un progetto organico di riforma sulla “governance” della Rai e sulle sue fonti di finanziamento. Due condizioni ineludibili per ridefinire un modello di servizio pubblico, come lo stesso sindacato interno dei giornalisti reclama da tempo, in modo da assicurare all’azienda un ruolo e un futuro anche in rapporto all’evoluzione tecnologica nell’era di Internet. A meno che, a differenza degli altri Paesi europei, non si voglia procedere invece sulla strada della privatizzazione e in questo caso sarebbe meglio dichiararlo apertamente, aprendo magari un dibattito pubblico.
Bisogna essere consapevoli, però, che la Rai è l’architrave dell’intero sistema dell’informazione in Italia. Se viene modificato il suo assetto, cambierà di conseguenza l’equilibrio del mercato editoriale e pubblicitario, per tutti i media vecchi e nuovi. E per quanti vizi e difetti si possano legittimamente imputare al vecchio “carrozzone di Stato”, non è affatto detto che senza la radiotelevisione pubblica lo scenario sia destinato sicuramente a migliorare.

La Repubblica 07.06.14

"Ballottaggi, si decidono 148 sindaci", di Tommaso Ciriaco

Neanche il tempo di fare i conti con lo tsunami delle Europee che le forze politiche sono già alle prese con una nuova domenica elettorale. Quattro milioni e mezzo di cittadini sono chiamati domani — giorno unico di votazione, seggi aperti dalle 7 alle 23 — ai ballottaggi per eleggere i sindaci di 148 Comuni. Con una gigantesca incognita: “l’effetto Mose”. Chi cavalca la tangentopoli veneta è il M5S. Traumatizzata dal voto per l’Europarlamento, la pattuglia grillina ha incassato un solo sindaco al primo turno (Montelabbate, 7 mila abitanti). Ora è in lizza in 12 comuni e sogna di centrare almeno un bersaglio grosso tra Livorno (dove il Pd subisce per la prima volta l’onta del ballottaggio), Modena e Civitavecchia. A far sperare i grillini della città toscana è il sostegno di una lista civica di sinistra, senza dimenticare i segnali di attenzione al M5S lanciati altrove dai candidati di centrodestra esclusi dal secondo turno. Il partito di Renzi punta invece a mantenere le sue roccaforti: Perugia, ma anche Bari dove Antonio De Caro ha sfiorato la vittoria al primo turno con il 49,4%. A Bergamo il dem Giorgio Gori si oppone all’uscente Franco Tentorio. La Lega, invece, punta a sconfiggere il candidato del Pd a Padova. Gli altri centri capoluogo al voto sono Potenza, Biella, Cremona, Foggia, Pavia, Pescara, Teramo, Terni, Verbania, Vercelli e Caltanissetta. Il passaggio elettorale preoccupa anche Silvio Berlusconi, sonoramente sconfitto appena due settimane fa. A Bergamo — ricorda l’ex premier — il centrodestra si «presenta unito», da Fratelli d’Italia alla Lega Nord, dal Ncd all’Udc, inaugurando «un laboratorio del centrodestra». E un altro laboratorio sarà la Calabria, sostiene il Mattinale di FI, con primarie di coalizione per le Regionali d’autunno.

La Repubblica 07.06.14

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La sfida di Padova dove la Lega sogna di battere il Pd”, di JENNER MELETTI

Venezia è a una manciata di chilometri. Difficile tenere lontano le polemiche, dopo gli arresti di figure di primo piano del Pd e di Forza Italia. «La Lega è la sola forza pulita», ha detto Massimo Bitonci, capogruppo Lega Nord al Senato, al ballottaggio contro Ivo Rossi, del Pd, ex sindaco reggente. «Voi del Pd avete legami con quelli che sono stati arrestati… », ha gridato il senatore nell’ultimo confronto. «E tu sei alleato di Galan, non fare finta di nulla. Noi facciamo gare pubbliche anche per appalti inferiori a 40.000 euro, anche se
non sarebbe un obbligo». Succedono cose strane, ai ballottaggi. Il leghista fino all’altro ieri sgridava infatti i cronisti. «Finitela di scrivere che io sono il candidato della Lega Nord. Sono un buon amministratore e basta. In giunta voglio solo dei bravi tecnici. Via spillette e fazzolettini ». Adesso ha riscoperto l’orgoglio di partito. La lista civica a suo nome, con Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia nel primo turno è arrivata al 31,42%. Si è alleato con Maurizio Saia, ex Msi ed ex An, che
con le sue otto liste civiche ha ottenuto il 10,63% e ora può tentare l’assalto al palazzo comunale, dove la Lega non ha mai vinto.
Il centrosinistra, dopo la lunga notte del primo scrutinio, aveva accusato il colpo. Ivo Rossi — nel giugno 2013 aveva sostituito Flavio Zanonato nominato ministro — si è trovato al primo posto ma solo con il 33,76%, nonostante l’alleanza con Sel, Italia dei valori e Riformisti socialisti. Il Pd, che alle Europee aveva raggiunto il 41,4%, nelle schede per il Comune è sceso al 24,93%. «Mi ha telefonato Matteo Renzi — si
era consolato il candidato — e mi ha detto che anche lui è stato eletto sindaco al ballottaggio ». In realtà la paura è salita a quota 90.
«Ma adesso siamo uniti noi, e potremo vincere. Ne siamo sicuri ». L’annuncio arriva da Rossi e da Francesco Fiore, che con la sua lista di sinistra Padova 2020 ha conquistato il 9,91%. Alla faccia della scaramanzia brindano anche con il prosecco. Alle primarie di coalizione, a febbraio, Fiore aveva ricevuto appena 404 voti in meno di Rossi, su un totale di 7002. Poi la campagna elettorale li ha divisi. «Adesso ci siamo accorti —
dicono i due ex contendenti — che il rischio è grande. Se i nostri avversari chiamassero il loro vero leader a chiudere la campagna elettorale dovrebbero invitare Marine Le Pen. Padova non può essere la prima città lepenista d’Italia».
Eppure sulla sicurezza, cavallo di battaglia della Lega e della destra, Ivo Rossi si era giocato tutto. «Ho combattuto il racket dell’accattonaggio», scrive anche nel depliant elettorale. Assieme ai sindaci di Treviso e di Venezia — ambedue pd — ha stretto un accordo per mandare via dalle città i mendicanti molesti. Ha chiamato un gruppo di poliziotti dalla Romania perché controllassero meglio i loro connazionali che commettono reati. Ha creato una «zona rossa» anti-alcol.
Il candidato pd vuole comunque mostrare anche il suo volto buono. Se Matteo Renzi mostra le sue foto da scout, lui mette le sue di quando era chierichetto, in processione a Padova. «Renziano non della prima ora», viene definito. E quelli della prima ora — come il segretario cittadino del Pd, Antonio Bressa — si sono arrabbiati per l’accordo fatto con Francesco Fiore, che rischia di escludere da ruoli importanti i renziani più votati nella lista di Rossi. Notti di liti poi la pace. «Abbiamo messo al primo posto — dice Antonio Bressa — il problema della governabilità ». Traduzione: se attacchiamo il tandem Rossi-Fiore in Comune vanno Lega e centro destra. Pensiamo solo a vincere il ballottaggio. E poi…

La Repubblica 07.06.14

Sisma, Baruffi e Ghizzoni “Una possibile soluzione per i mutui”

I deputati modenesi del Pd hanno presentato una serie di emendamenti al dl 74/2014. Una doppia possibilità, percorrere la strada dell’allungamento della rateizzazione o quella dello spostamento di un anno della restituzione della prima rata: un emendamento presentato dai deputati modenesi del Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni propone una soluzione ai problemi sorti nella restituzione dei mutui accesi per pagare le imposte nella zona del sisma e lascia alla scelta del contribuente la doppia opzione. Altri emendamenti prevedono gli indennizzi dei danni causati dalla tromba d’aria e dalla violenta grandinata del 30 aprile, l’introduzione della zona franca urbana per i centri storici danneggiati e alcune misure per gli alluvionati che ricalcano quelle già previste nel caso del sisma, ovvero il fatto che gli indennizzi non andranno a formare il montante Irpef e il finanziamento della cassa integrazione per le imprese che non sono riuscite a riprendere immediatamente il ritmo consueto della produzione.

Uno degli emendamenti presentati dai deputati modenesi del Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni disegna una possibile soluzione in tema di restituzione delle rate dei mutui accesi per pagare le tasse nelle aree del cratere sismico. L’obiettivo, infatti, è quello di consentire a chi è interessato di scegliere tra le due opzioni in campo, l’allungamento della rateizzazione o lo spostamento in avanti della data della restituzione della prima rata. “La norma che, tutti insieme, maggioranza e opposizioni, avevamo votato, abbiamo visto si presta a interpretazioni difformi – spiegano i deputati Baruffi e Ghizzoni – per questo, in accordo con i livelli istituzionali e sentite le associazioni di categoria, abbiamo presentato un nuovo emendamento al cosiddetto decreto Modena che lascia aperta la doppia possibilità per il contribuente. Ci sono, infatti, imprenditori che sono pronti a cominciare a restituire la prima rata, in cambio di un allungamento dei tempi della restituzione dell’intero ammontare e costoro potranno scegliere questa strada. Chi, invece, è ancora in difficoltà avrà la possibilità di cominciare a restituire la somma presa a prestito dal giugno del 2015, ovvero fra un anno”. Tra gli altri emendamenti, presentati dai parlamentari modenesi del Pd, ricordiamo gli indennizzi dei danni causati dalla tromba d’aria e dalla violenta grandinata del 30 aprile, l’introduzione della zona franca urbana per i centri storici danneggiati e alcune misure per gli alluvionati che ricalcano quelle già previste nel caso del sisma, ovvero il fatto che gli indennizzi non andranno a formare il montante Irpef e il finanziamento della cassa integrazione per le imprese che non sono riuscite a riprendere immediatamente il ritmo consueto della produzione. Una specifica misura, infine, riguarda il calmieramento degli aumenti dei premi assicurativi Inail per le imprese dove sono avvenuti incidenti collegati direttamente al sisma, sentita l’Inail e nella salvaguardia, naturalmente, dei diritti delle vittime e dei loro famigliari. “Gli emendamenti verranno discussi nei primi giorni della prossima settimana – confermano gli on. Baruffi e Ghizzoni – hanno la copertura necessaria e confidiamo possano trovare al più presto attuazione. Ricordiamo che con questo decreto legge, contrariamente a quello che qualcuno vuol far credere, sono state stanziate nuove risorse, 210 milioni di euro, a favore delle zone colpite dall’alluvione del 19 gennaio. Risorse ulteriori provenienti dai risparmi generati dai minori costi per interessi passivi conseguenti al calo del costo del denaro. Risorse fondamentali per le nostre terre martoriate prima dal sisma e poi dall’alluvione”.

"La città dei bambini", di Maria Novella De Luca

«Quando è nata Viola, la mia prima figlia, ho scelto di tornare qui, dove ero cresciuta. Stessi nidi, stesse scuole, stesso mondo a misura di bambino. E di certo poter contare su una vera rete di sostegni mi ha aiutato a diventare madre per la seconda volta, ed è arrivato Jacopo, che oggi ha 18 mesi…». Laura Pedroni è una ex bambina degli “asili più belli del mondo”, gli asili di Reggio Emilia, luoghi di architetture luminose e salda pedagogia, cuore e fulcro di una città dove la demografia ancora tiene e i figli continuano a nascere. Echi di un baby boom che fino al 2011 ha fatto impetuosamente crescere la popolazione 0-6 anni, grazie ad una forte immigrazione residente, ma anche, dice Claudia Giudici, che presiede l’istituzione “Scuole e nidi d’infanzia” del comune di Reggio, «grazie a molte coppie italiane che hanno continuato non solo ad avere figli, ma anche ad averne due o tre». Piccoli e piccolissimi che nel giardino profumato di tigli del “Gianni Rodari”, uno dei tanti nidi di Reggio, giocano negli atelier della luce, tra spazi trasparenti dove ogni oggetto compreso il cibo è una esperienza delle mani, degli occhi, dei sensi. E cioè i “cento linguaggi del bambino” su cui si basa la filosofia di questi luoghi unici, a volte incantati.
L’Italia è sull’orlo di una catastrofe demografica, hanno scritto i ricercatori nell’ultimo rapporto Istat. E allora è utile tornare in una città simbolo del welfare, ma anche studiata in tutto il mondo per i suoi modelli educativi, il famoso “Reggio approach” avveniristicamente pensato dal pedagogista Loris Malaguzzi negli anni Sessanta, per dare i giusti contorni alla crisi della natalità. Perché oggi in cima alle (magre)
classifiche delle culle meno vuote, ci sono soltanto regioni dove i servizi tengono e la disoccupazione è un po’ meno amara che altrove. I dati sono chiari: al primo posto c’è Bolzano, il cui tasso di fecondità è di 1,67 figli per donna, poi Reggio Emilia, con 1,63, e Trento, 1,60. Contro il tasso nazionale dell’1,42. Numeri complessi che raccontano quanto ospedali, scuole, consultori possano fare la differenza nella decisione di costruire una famiglia.
Laura Predoni, mamma di Viola e Jacopo, master in Scienza della Comunicazione, lavora nel centro “Re Mida” che si occupa del riciclo dei materiali di scarto delle industrie. «Ho frequentato negli anni Settanta i primi nidi e scuole dell’infanzia di Reggio, il “Cervi” e poi l’asilo “Tondelli”, lo stesso in cui oggi va mia figlia. Quando sono rimasta incinta vivevo e lavoravo a Milano, ma ho deciso di tornare qui: la mia esperienza di bambina è stata così bella che non volevo privarne i miei figli. Tanto che a volte i miei ricordi si confondono con i loro racconti. Qui si ha la possibilità di mandare i figli al nido fin dai tre mesi, sicuri però che non sarà un parcheggio, ma un’esperienza educativa, estetica, di relazione. E per il lavoro dei genitori è fondamentale. Certo la crisi c’è e si sente, ma il sistema per fortuna ancora regge». Sulla prima infanzia i numeri sono concreti: il 41% dei “baby born” da zero a tre anni a Reggio Emilia frequenta i nidi, contro una media nazionale del 15%.
«Certo che fatichiamo — ammette la pedagogista Claudia Giudici — nonostante i tagli abbiano risparmiato il campo educativo. Ma mantenere standard così alti, dove il bambino viene considerato prima di tutto un cittadino fin dai suoi primi mesi, è molto costoso. Le iscrizioni restano stabili perché anche le mamme disoccupate preferiscono mandare i piccolissimi al nido. Nel resto d’Italia invece la precarietà ha creato una fuga dai servizi
». Dunque un welfare intaccato ma che resiste. Non solo. «Le nostre scuole — aggiunge Giudici — coinvolgono moltissimo i genitori. E sono diventate un argine sociale. Ho visto diversi padri disoccupati ritrovare un senso di sé nella comunità degli altri genitori ».
La natalità cala anche qui, eppure Reggio prova a scommettere, ripartendo proprio dalle “culle”. Alla fine del 2014 partiranno infatti i lavori di un nuovo e grande ospedale, il “Mire”, dedicato a gravidanza, neonatologia e pediatria. Martino Abrate è il responsabile del dipartimento di ginecologia e ostetricia del “Santa Maria Nuova”, vicino al quale sorgerà il “MiRe”. «Il nome è una sigla che vuole dire Materno-Infantile di Reggio, ma evoca anche qualcosa che guarda lontano. Noi veniamo da un boom delle nascite, nel 2010 qui sono stati fatti 2.550 parti, dei 5.150 di tutta la provincia. Nel 2013 il numero è sceso a 4.500 nascite, di cui il 30% da donne straniere. Sono numeri ancora molto alti se visti in percentuale sulla popolazione, con un basso ricorso ai cesarei, e la volontà di far vivere la gravidanza nel modo più fisiologico possibile ». Il “MiRe”, progettato anche in collaborazione con “Reggio Children”, dovrebbe integrare tutto questo. «I bambini nascono dove c’è il welfare» ribadisce Abrate, «è l’esperienza di Reggio, ma i primi cali di natalità sono già evidenti, addirittura tra le madri immigrate».
L’odore del cibo cucinato a vista accompagna i giochi dei bambini del nido “Rodari”. Passato di verdura con crostini, crocchette di patate, frutta. La cucina è un luogo aperto, un “atelier del gusto”, dove si può entrare, guardare, assistere alla preparazione dei cibi. E le cuoche sono ben presenti nei ricordi degli ex bambini che negli anni Settanta iniziarono a frequentare i primi asili del “metodo Malaguzzi”, l’asilo Diana, il Cervi, il Tondelli, in tutto sono ventotto. Andrea Canova, classe 1969, padre di due bambini, dice che oggi quando entra nella scuola “Anna Frank” e rivede le sue foto da piccolo in quegli stessi ambienti, sente di entrare in una storia “che è stata ed è ancora eccezionale”. «I figli scoprono che anche tu sei stato piccolo proprio lì, e questo crea una memoria condivisa, di storie, di valori. Ma la cosa più forte è la partecipazione che la scuola ti chiede, ed è un modo per imparare a prendersi cura dei propri bambini. La mia compagna era restia all’idea del nido. Poi però le ho raccontato la mia esperienza, le ho parlato di Malaguzzi, e oggi è entusiasta. Standard così alti però non possono andare d’accordo con tagli sempre maggiori e con la precarizzazione degli insegnanti».
Un mondo in bilico dunque. Che ancora regge ma chissà. Maddalena Tedeschi, pedagogista, coordina diversi nidi, tra cui quello dedicato a Gianni Rodari, le cui storie sono raccontate su pannelli trasparenti nell’agorà della scuola, una sorta di “piazza” per bambini, genitori, insegnanti. Mostra gli atelier della luce, gli strumenti musicali costruiti con materiale di riciclo, le tavole luminose dove scoprire il retro di una foglia o di un fiore, i video fatti dai piccolissimi. «Noi non siamo contro la tecnologia, se guidata è una grande fonte di scoperte… Molte coppie — dice Tedeschi — mi hanno raccontato di essersi
decise a fare anche il terzo figlio, perché potevano contare sugli asili e sul welfare di Reggio. E in tanti si sono trasferiti qui per avere questi servizi. La nostra idea è che si possa diventare cittadini liberi partendo dall’asilo nido. Forse è per questo che tutti gli ex bambini diventati genitori continuano a mandare i loro figli proprio da noi».

La Repubblica 06.06.14

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La ricetta vincente del nido per sconfiggere la crescita zero”, di CATERINA PASOLINI

REGGIO Emilia, con i suoi asili nido modello, nasconde la ricetta vincente per l’Italia a crescita zero e per un futuro di successi dei suoi piccoli abitanti. «Avere scuole dedicate alla primissima infanzia facilita la decisione di avere figli, ma soprattutto il domani dei cittadini dipende da cosa fanno e dove trascorrono i primi mille giorni di vita». A spiegarlo convinta Daniela Del Boca, docente di economia politica a Torino, che da anni studia il rapporto e l’influenza dei nidi sulla riuscita nella vita e fa un appello: «Bisogna investire sul capitale umano il prima possibile, rende. E i nidi sono un buon progetto che aiuta ad evitare le disuguaglianze ma soprattutto crea adulti più aperti verso il mondo, capaci di prendere voti migliori a scuola e avere lavori più remunerativi rispetto a chi è rimasto a casa fino a 3 anni».
Per questo in Emilia si fanno più figli?
«Sarà un caso ma non mi stupisce. Lì c’è assistenza, ci sono nidi pubblici di alta qualità con orari e tipologie per mamme che lavorano. E andare al nido fa bene: non è, come alcuni pensano, solo un comodo parcheggio per i piccoli mentre i genitori stanno in fabbrica o in ufficio».
Non solo parcheggi?
«Assolutamente no. Sono soprattutto luoghi di esperienze che cambieranno la vita dei bambini portandoli ad avere anche buoni voti, migliori lavori. Lo dicono le statistiche».
Meglio di nonni e baby sitter?
«Gli studi che abbiamo fatto in Italia ma anche le esperienze in Inghilterra e Usa dimostrano voti più alti tra i ragazzi che sono stati al nido pubblico rispetto a chi, fino a tre anni, è rimasto a casa guardato da parenti o persone pagate per farlo. Ovviamente parliamo di nidi di alto livello, come quelli di Reggio Emilia».
I piccoli vanno meglio a scuola?
«Mettendo a confronto diverse fonti statistiche, come i test Invalsi sul livello di preparazione per la seconda e la quinta elementare, ciò che emerge in modo netto sono i migliori risultati in italiano e matematica dei bambini che nella prima infanzia avevano frequentato un nido».
Solo voti migliori?
«No. Ora stiamo lavorando ad un’indagine retrospettiva tra gli abitanti di Reggio Emilia, Parma e Padova domandando se sono andati al nido e confrontando poi le risposte con l’andamento della loro vita. Non abbiamo ancora dati definitivi ma la tendenza è chiara: chi nei primi mille giorni di vita è stato fuori casa è più aperto, ha più amici, maggior capacità di relazionarsi col mondo».
Cosa cambia tra casa e nido?
«Tendenzialmente ormai sono tutti figli unici con genitori fuori per lavoro tutto il giorno, quindi andare al nido è la loro prima occasione di socializzare con i coetanei, li porta finalmente a confrontarsi con altri bambini, a imparare giochi complessi e non sono solo di coppia ma anche a vivere ruoli, compiti, esperienze più aperte e stimolanti. Tutto questo apre la mente, rende più socievoli».
La socievolezza porta a buoni voti?
«Nei vari studi americani c’è una correlazione evidente tra l’altro grado di socialità e i buoni risultati scolastici. Le ricerche sui servizi per l’infanzia, dimostrano quanto sia importante l’investimento educativo nei primi anni di vita, come ha evidenziato il premio Nobel per l’economia James Hackman, parlando dei benefici dell’investimento in capitale umano».
Investire prima contro le disuguaglianze?
«Sì. Programmi mirati possono contribuire a dare uguali opportunità a bambini provenienti da contesti svantaggiati. L’investimento nei primi anni di vita ha poi rendimenti più elevati perché i periodi di fruizione sono più lunghi rispetto agli investimenti fatti più tardi e costi minori perché non devono rimediare a danni già avvenuti, come l’abbandono scolastico e la disoccupazione».
Peccato che in Italia ci siano pochi nidi pubblici.
«Il problema qui è lo scarsissimo sostegno pubblico alla crescita dei figli. L’offerta di nidi pubblici è tra le più basse d’Europa: solo il 17 per cento dei bambini sotto i tre anni ha un posto al nido contro il 35-55 per cento della Francia e dei paesi nordici. In termini di spesa, l’investimento pubblico per i bambini è del 25 per cento inferiore a quella dei paesi Ocse».

La Repubblica 06.06.14