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Tutto il mondo si mobilita: «Tassare la speculazione», di Bianca Di Giovanni

Lo chiedono i sindacati di tutto il mondo, quelli dell’opulento occidente e quelli del Terzo mondo: che sia la finanza a pagare la crisi, con una (piccola) tassa sulle transazioni finanziarie. Si è celebrata ieri la giornata globale di mobilitazione in sostegno alla ftt (financial transation tax), che vede unite sigle sindacali e associazioni della società civile in una battaglia senza quartiere contro la speculazione e i maxi-bonus dei miliardari. L’obiettivo è di porre la proposta sul tavolo del G20 di marzo, per arrivare finalmente al varo definitivo in quello di novembre. «Se ne parla già da molto tempo, Francia, Germania e Consiglio europeo hanno già fatto ampie aperture: il governo italiano è l’unico che non ha ancora preso posizione», ha denunciato Danilo Barbi, segretario confederale della Cgil, presentando ieri l’iniziativa in Corso d’Italia. La leader Cgil, Susanna Camusso, ha scritto una lettera a Berlusconi e Tremonti invitando chiedendo che il governo sostenga la proposta nelle diverse sedi internazionali.

ZEROZEROCINQUE Contemporaneamente in Piazza Montecitorio le associazioni aderenti alla campagna ZeroZeroCinque (tra gli altri, le Acli, l’Arci, Banca etica, oltre ai Confederali) hanno organizzato un particolare tiro alla fune tra speculatori e società civile. Il luogo – la piazza davanti alla Camera dei deputati – non è casuale: quella speciale fune sta consumando diritti e servizi dei cittadini in favore di favolosi extraguadagni davanti a spettatori distratti e ammiccanti agli interessi dei più forti, cioè i politici. «Sono due i motivi che sorreggono le ragioni di questa tassa – continua Barbi – Recuperare risorse pubbliche da un settore sottotassato, ma che è la vera malattia economica del mondo. Oltre a un effetto dissuasivo nell’area della speculazione ». Il prelievo, non è sulla rendita, ma sulla transazione, cioè sui movimenti, le comparvendite. È chiaro che chi punta a investimenti di medio- lungo periodo (come ad esempio fondi pensione, o i piccoli risparmiatori) pagherebbe pochissimo, chi invece «gioca« su rialzi temporanei o «bolle» speculative, verrebbe colpito di più. La confederazione internazionale dei sindacati (che riunisce 301 organizzazioni di 151 Paesi) chiede che la tassa sia imposta su tutti i prodotti finanziari (azioni, obbligazioni, monete e derivati) sia sui mercati ufficiali che su quelli informali, con un’aliquota modulare di tre livelli: 0,5%, 0,05 e 0,005%. Il gettito stimato è gigantesco: 400 miliardi l’anno nel mondo, 4 miliardi in Italia. D’altronde le dimensioni della speculazione possono raggiungere livelli altissimi, assolutamente squilibrati rispetto all’economia reale. «Nel 2007 i valori nominali delle Borse erano pari a 73 volte il Pil mondiale – continua Barbi – Ancora oggi, dopo la crisi, ogni giorno quei valori raggiungono livelli 600 volte superiori a quelle delle merci scambiate nel mondo». I sindacati propongono che il50%dei proventi sia destinato ai Paesi d’origine degli scambi, il25%ai Paesi in via di sviluppo e il rimanente quarto a politiche ambientali. L’obiezione più frequente alla proposta riguarda una supposta fuga dei capitali altrove. «Obiezione infondata – conclude Barbi – In Gran Bretagna esiste un’imposizione solo sugli scambi azionari (che produce 5 miliardi annui di sterline) e i capitali sono rimasti. In realtà non si vogliono mai disturbare i miliardari. Concludo con una frase di Stiglitz: meglio tassare le cose cattive, come la speculazione, che le cose buone come il lavoro e la produzione

L’Unità 18.02.11

"Uno scandalo della democrazia", di Massimo Giannini

Forse avrà qualche ragione Umberto Bossi, che nella sua deriva neo-dorotea dichiara «oggi è un buon giorno per la maggioranza». Ma una cosa è certa: l´ulteriore compravendita di parlamentari appena conclusa dalla coalizione forzaleghista è una giornata nera per la democrazia. Ce n´erano state già tante altre, in questi mesi nei quali il berlusconismo da combattimento non ci ha risparmiato proprio nulla: dall´attacco contro lo Stato al killeraggio contro gli avversari. Ma ora il quadro si completa con l´accusa di Gianfranco Fini, che per la prima volta denuncia a viso aperto quanto già era evidente nel chiuso dei giochi di Palazzo: la tenuta di questo centrodestra si deve anche e soprattutto al «potere mediatico e finanziario» del presidente del Consiglio.Fini, com´è evidente, parla prima di tutto da «parte lesa». Il calcio-mercato dei senatori e dei deputati si gioca soprattutto dentro la sua metà campo, già terremotata dalle lotte intestine esplose al congresso di Milano di domenica scorsa. Una battaglia di retroguardia che ha il sapore amaro della peggiore Prima Repubblica, e che restituisce al Paese un´immagine penosa: un progetto politico che aveva idee e ragioni per alzarsi in piedi e ribellarsi alla corte muta o plaudente del Cavaliere, ma che non ha ancora gambe e muscoli per correre e affrancarsi dalla signoria berlusconiana. Un disegno «alto», che insegue il traguardo di un «altro» centrodestra compiutamente europeo, cioè costituzionale, repubblicano, laico, immiserito e alla fine compromesso dalla solita, indecente guerra tra i colonnelli. Futuro e Libertà, in queste ore, ricorda il profilo scisso dell´uomo di Ferdinando Pessoa: un pozzo che guarda il cielo.
Nelle parole aspre di Fini, e quindi nel suo duro attacco al premier, risuona dunque anche l´eco di questa amarezza e di questa debolezza. Ma Fini è anche presidente della Camera. E il fatto che la terza carica dello Stato denunci con tanta durezza il vergognoso suk degli onorevoli messo in piedi dal capo del governo è anche e soprattutto un clamoroso scandalo della democrazia. L´istituzione che presiede uno dei due rami del Parlamento sta dicendo esplicitamente al Paese che il presidente del Consiglio «allarga» la sua maggioranza non solo grazie alla «moral suasion», cioè alla promessa di qualche strapuntino richiesto nel sottogoverno o alla minaccia di qualche giro non richiesto sulla macchina del fango. Ma anche grazie alla «money suasion», cioè alla forza della sua immensa ricchezza economica.
Sappiamo bene che un´accusa del genere, anche o forse proprio perché promana da un´istituzione della Repubblica, dovrebbe essere maneggiata con tutta la cura e la prudenza del caso. Sappiamo bene che non può essere gettata in pasto agli italiani senza un riscontro oggettivo: per sostenerla occorrono prove tangibili, e chi le possiede ha il dovere civile di inoltrarle alla Procura di competenza, prima ancora che di pubblicarle sul «Secolo d´Italia». Ma il fatto stesso che la si evochi dimostra la gravità del momento. In questi ultimi mesi fior di parlamentari «in transito», in interviste su giornali radio e televisioni, hanno parlato di promesse di soldi e di mutui da pagare, in cambio di eventuali transumanze dall´opposizione. Massimo Calearo, poi effettivamente «transitato» nel gruppo delle anime perse dei cosiddetti Responsabili (che sarebbe più proprio definire Disponibili) si è spinto addirittura a render noto il «tariffario». E «Repubblica», solo due mesi fa, ha a sua volta pubblicato copia del doppio «contratto» che a inizio legislatura fu offerto e fatto firmare a due leghisti all´epoca indecisi, ai quali si proponeva (in caso di mancata elezione) un «co.co.pro» della durata dell´intera legislatura, pagato con un compenso pari allo stipendio di un parlamentare.
Nulla è stato mai smentito. Né le interviste, né i contratti. Ce n´è abbastanza per parlare di uno scandalo politico, che evidentemente si sta perpetuando. Fini ha fatto bene a rompere il silenzio, riaffondando il bisturi nella ferita, mortale e mai sanata, del gigantesco conflitto di interessi berlusconiano. Ma all´ex co-fondatore del Pdl, una cosa si può e si deve dire. Avrebbe fatto ancora meglio se questa denuncia l´avesse lanciata non già nella posizione «terza» e super partes di presidente della Camera, ma in quella libera e legittima di leader del suo partito nascente. Se si fosse dimesso dal suo incarico istituzionale, e avesse accettato il suggerimento che questo giornale gli aveva dato fin dalla scorsa estate, quando i «guastatori» del Cavaliere gli scatenarono contro la campagna violenta sulla casa di Montecarlo, oggi il «j´accuse» di Fini avrebbe ben altra valenza politica, e ben´altra rilevanza mediatica. Non l´ha fatto. E ora, suo malgrado e certamente su tutt´altro piano, finisce per esser parte anche lui di questa brutta pagina della democrazia.

La Repubblica 18.02.11

«L'Aquila: il popolo delle carriole per le "nicchiette"», di Jolanda Bufalini

L’anno secondo sta per scadere e l’insopportabile immobilismo nella ricostruzione, l’assenza di un’idea unitaria per restituire la vita a L’Aquila, città d’arte, città capoluogo devastata dal sisma del 6 aprile 2009, impone di rinverdire la voglia di resistere e contrastare il degrado. Sul fronte delle istituzioni il commissario presidente della Regione ostenta un ottimismo che i fatti non confermano e rigetta le responsabilità sul comune e sul sindaco Cialente che deve “per legge fare i piani di ricostruzione”. Replica il sindaco che è incomprensibile una procedura così complessa: “Un piano regolatore esiste e dove si tratta di riparare, senza varianti e modifiche di volumi, i cittadini devono poter operare speditamente, tutto il resto serve a prendere tempo per ritardare il trasferimento dei soldi necessari e dovuti”.

Torna il popolo delle carriole, per resistere, per contrastare il degrado, per ricordare a tutti che la città ferita soffre ancora e il suo cuore, vitale, artistico, amministrativo, commerciale, affettivo, negli antichi palazzi e nelle strade del centro, non pulsa più.

L’appuntamento, domenica prossima, per la seconda volta, è sulla scalinata di San Bernardino. Su quella scalinata affacciano le nicchiette che erano luogo di incontro e di appuntamento degli adolescenti. I primi cinque gradoni sono stati puliti già domenica scorsa, ora si tratta di completare il lavoro. E dopo la fatica fisica ci sarà una mezzora per parlare. Antonio Gasbarrini racconterà il giallo che si nasconde dietro la costruzione della facciata bianca della Chiesa, progettata da Cola dell’Amatrice. Però a quella splendida facciata sono legati anche i nomi di Raffello e di Michelangelo. Come, perché?

Ci sarà anche Franco Fiorillo che, per gli artisti delle “Nevole” racconterà le iniziative d’arte i cui proventi andranno al restauro delle nicchiette. E sarà letto un breve testo de l’Unità.
L’Unità aveva scoperto questo centro sentimentale della geografia dell’Aquila lo scorso anno, quando la redazione si trasferì per due giorni a fare il quotidiano in piazza Duomo. Scoprimmo allora che i “quatrani” e le “quatrane” si davano appuntamento lì per il primo bacio. Concita lanciò l’iniziativa della sottoscrizione per il restauro delle nicchiette. Ci contattò un piccolo imprenditore del restauro marchigiano, Gianfranco Di Dario, che organizzò un sopralluogo con il professor Paolo Foraboschi, ingegnere e docente allo Iuav di Venezia, per la valutazione dei danni e il preventivo dei lavori di consolidamento.

Gianfranco sperava che si riuscisse a costituire un pool con giovani professionisti aquilani, soprattutto per il restauro architettonico che deve “modellare” quello ingegneristico. Noi abbiamo indicato ai nostri lettori un numero di conto corrente che ci è stato indicato dal comune de L’Aquila, chiedendo di indicare nella causale le “nicchiette”. Anche il festival nazionale del teatro di Gioia dei Marsi, diretto da Dacia Maraini, decise di devolvere l’incasso di una serata del Festival che si è tenuto in agosto.

Le nicchiette, quelle più e quelle meno danneggiate, dovrebbero essere tutte restaurate con tecniche antisismiche, perché è solo per caso che alcune si sono rovinate e altre no. Per questo bisogna raccogliere una quantità consistenze di fondi. E non dovrebbe essere difficile trovare degli sponsor per recuperare un luogo così dolce.

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da www.unita.it

A Roma la Conferenza nazionale delle donne democratiche

Si aprirà domani a Roma al teatro Capranica la Conferenza nazionale delle donne democratiche. I lavori inizieranno alle 14.30 e proseguiranno fino alle 20.00. Riprenderanno poi sabato, dalle 9 alle 15. Da tutte le regioni e le città italiane arriveranno oltre 1000 rappresentanti del Pd. La Conferenza è il punto di approdo di un lungo lavoro organizzativo e di contenuti, l’occasione per incontrarsi e discutere le proposte che le donne democratiche rivolgono al Paese, ma anche il punto di partenza di una Conferenza nazionale permanente -spiega il Pd. Lavoro, riforma del Welfare, democrazia paritaria, rappresentazione delle donne italiane saranno i temi al centro delle proposte. «Sono particolarmente lieta -annuncia Roberta Agostini, responsabile Conferenza donne del Pd- che abbiano accettato l’invito a partecipare alla nostra conferenza, Neila Jirad, tunisina, del Partito Ettajid, e Silvia Finzi, italo-tunisina, tra i fondatori del Circolo Pd di Tunisi. La loro testimonianza -aggiunge Agostini- ci offrirà uno sguardo approfondito verso un’area geopolitica al centro di grandi trasformazioni e mostrare in che modo e con quale impegno e dedizione le donne del Maghreb stiano contribuendo alla transizione democratica dei loro Paesi ».

L’Unità 17.02.11

"Lavori usuranti la legge gli ostacoli", di Cesare Damiano

Con tre anni di ritardo (il provvedimento avrebbe dovuto diventare esecutivo entro il 31 maggio 2008) sembra essere giunta a una svolta la vicenda dei lavori usuranti. A fine gennaio il governo ha approvato lo schema di un decreto legislativo che dovrà ora completare il suo iter parlamentare. Secondo fonti di stampa il decreto prevede che (dal 2013) possano andare in pensione con tre anni di anticipo rispetto agli altri dipendenti i lavoratori già identificati dal decreto Salvi del 1999 (personale impegnato in cave, miniere, gallerie o addetto a lavorazioni ad alte temperature, palombari, operai del vetro ecc.), quelli impegnati nel lavoro notturno, gli addetti alle catene di montaggio e i conducentin di autobus. Secondo le previsioni, circa 5000 persone all’anno, con uno stanziamento di 2,52 miliardi di euro nel decennio 2008-2017, già completamenteì coperto dal governo Prodi. Per poter accedere al beneficio è necessario aver svolto attività usuranti per almeno sette degli ultimi dieci anni di lavoro, nel caso ci si avvalga del beneficio entro il 2017, mentre dal 2018 si dovrà aver svolto lavori usuranti per metà della propria vita lavorativa.
Che si pervenga a una soluzione di questa infinita vicenda è positivo. Sarebbe però assurdo se il governo Berlusconi se ne volesse prendere i meriti. Al contrario, in questa materia, il centrodestra ha cumulato un colpevole ritardo le cui conseguenze vengono quotidianamente – e da anni – pagate dai lavoratori più esposti.
È utile ricordare, al riguardo, che già nel marzo del 2008 l’allora governo Prodi aveva approntato un decreto (firmato da chi scrive nella sua qualità di ministro del Lavoro uscente) col quale si rendeva operativo quanto previsto in tema di lavori usuranti nel Protocollo sul Welfare del luglio 2007. Berlusconi ne fece lettera morta e lo lasciò decadere. Proprio quel decreto – poi alla base di unaproposta di legge presentata in avvio di legislatura dal Pd – allargava la platea dei lavoratori usurati definita nel 1999 comprendendo gli addetti alle catene di montaggio, coloro che svolgono lavoro notturno e i conducenti di autobus.
Non solo. All’inizio del 2009, in commissione Lavoro, è stato raggiunto un accordo tra maggioranza e opposizione, che prevedeva di assumere come testo base il mio precedente articolato con alcune modifiche limitate ai requisiti richiesti ai turnisti impiegati nel lavoro notturno. Anche in questo caso, però, l’intesa è rimasta per due anni lettera morta. Per le casse dello Stato si è trattato di un risparmio (283 milioni fino al 2010), per i lavoratori interessati di un pesantissimo danno. Questa volta per noi dev’essere l’occasione
buona, per la quale ci batteremo con determinazione.

L’Unità 17.02.11

"Se i cattolici mollano Silvio", di Mimmo Lucà

Provo con questo articolo a sintetizzare l’esito di un importante sondaggio, svolto dalla Swg per conto dei Cristiano sociali, sull’atteggiamento dei cattolici praticanti nei confronti del governo e degli scandali legati al presidente Berlusconi.
Una parte consistente degli elettori cattolici praticanti, come è noto, ha scommesso in passato su Berlusconi, affidandogli il proprio consenso in occasione di diverse elezioni. Alle ultime elezioni politiche, nel 2008, più della metà dei cattolici praticanti che aveva votato, aveva scelto il Cavaliere e il 42 per cento il Pdl. Da allora il rapporto tra l’elettorato cattolico e il premier è andato incrinandosi, in parte a causa di una diffusa insoddisfazione nei confronti dell’operato del governo da lui guidato, ma anche per via di una condotta privata che è risultata sempre più difficile da tollerare per chi si riconosce nei principi fondamentali della cultura cattolica.
A produrre una più rapida erosione del consenso nei confronti di Berlusconi in questi ultimi mesi, sono state le note vicende giudiziarie, l’emergere, cioè, di un sistema costruito attorno alle residenze del presidente del consiglio, delle giovanissime ospiti e delle loro famiglie, degli accompagnatori, delle promozioni e delle carriere politiche assicurate, dei compensi elargiti, dei ricatti e delle pressioni esercitate.
Vicende tutt’altro che riconducibili ad un presunto principio di intangibilità della vita privata del premier. Vicende a sfondo sessuale e presunti episodi di prostituzione e concussione, che hanno ampliato ulteriormente le distanze dei cattolici dalla figura di Berlusconi.
Tra i cattolici si registra una pesante diminuzione del gradimento, verificatosi tra novembre 2010, ovvero prima dello scoppio del caso Ruby, e gennaio 2011: un tracollo di meno dieci punti a fronte di un gradimento sostanzialmente stabile nell’elettorato totale.
Diversi malumori si erano rilevati già in passato, ma evidentemente per un segmento rilevante dei cattolici i recenti scandali hanno rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
L’operato del governo viene criticato da due cattolici praticanti su tre e risultano largamente negativi i giudizi sui temi ai quali l’elettore cattolico è solitamente più sensibile. Le valutazioni peggiori, infatti, riguardano le politiche per l’occupazione, l’orientamento dell’esecutivo sulle questioni etiche e l’attività a sostegno delle famiglie.
Emerge una vera e propria crisi di credibilità del centrodestra su questi argomenti. I punti di forza di un rapporto ricercato e accarezzato con la Chiesa da parte del centro destra, politiche per la famiglia, questioni etiche, lavoro, sono colpiti in modo inequivocabile.
Tra i cattolici che si riconoscono nell’area di riferimento della maggioranza una parte minoritaria (il 42 per cento) è del tutto soddisfatta, mentre un ulteriore 27 per cento, pur rimanendo su un giudizio globalmente positivo, si ritiene in qualche modo deluso.
Le conseguenze giudiziarie ed etiche delle notizie inerenti le presunte feste di Arcore hanno inasprito ulteriormente il contrasto tra il premier e la magistratura nelle percezioni dei cittadini, e lo steso vale per i cattolici praticanti. Vi è oramai uno spartiacque evidente che separa di netto i soggetti che sostengono Berlusconi da quelli che supportano le toghe. Prevalgono le posizioni favorevoli alla magistratura, sia in termini di fiducia sia sul piano della credibilità delle tesi inerenti i recenti scandali.
In sostanza, le reazioni dei cattolici alla questione del sex-gate sono riassumibili in tre tipologie: 1.Indignazione e condanna: (non solo disagio e disorientamento) sono le posizioni della maggioranza dei cattolici praticanti, ovvero di una quota che oscilla tra il 57 per cento e il 59 per cento; stanno dalla parte dei magistrati, provano disgusto o ritengono le vicende una vergogna per l’immagine del paese; sostengono che il comportamento in privato del presidente del consiglio sia strettamente legato alla sua funzione pubblica, lo considerano un cattivo esempio per le nuove generazioni e segnalano un peggioramento della propria opinione sul premier.
2. Difesa del presidente Berlusconi: il 26 per cento dei cattolici si trova su posizioni diametralmente opposte, ovvero tende a non credere alle accuse dei pm, condividendo la tesi dell’uso politico della giustizia o dell’ingiusta invasione della vita privata del premier.
3. Indifferenza: coprono tra il 15 per cento e il 17 per cento del totale non credono a nessuna versione dei fatti, non pensano sia corretto giudicare i politici sulla base dei loro comportamenti privati e le notizie sul sex-gate non hanno influito sull’immagine che hanno di Berlusconi, la quale è in parte positiva e in parte negativa.
Complessivamente emerge che le vicende delle presunte feste hanno prodotto uno smottamento notevole nel mondo cattolico. Per il 57 per cento si è avuto un peggioramento delle opinioni relative al premier, anche se gran parte di questi, il 40 per cento partiva già da un parere critico. Il fatto, però, che per il 17 per cento dei cattolici praticanti lo scandalo abbia rappresentato una motivazione a cambiare il proprio giudizio sul Cavaliere da positivo a negativo, dimostra l’importanza che la questione riveste nelle percezioni dell’elettorato cattolico.
Il dibattito sull’opportunità del considerare il comportamento nel privato come parte integrante della condotta politica coinvolge anche l’opinione pubblica cattolica.
Una minoranza molto ristretta (14 per cento) sostiene occorra escludere del tutto la sfera privata dalla funzione pubblica, mentre gran parte delle posizioni (80 per cento) riconoscono l’importanza della condotta personale (del comportamento nella vita privata).
Gli effetti delle dichiarazioni legate alle vicende del sex-gate dimostrano che l’autorità ecclesiastica rappresenta un punto di riferimento importante per una parte consistente dei cattolici.
Per il 40 per cento le dichiarazioni hanno avuto un’incidenza sull’immagine che ha del premier, in gran parte rafforzando un’opinione già negativa (23 per cento).
Nel 12 per cento dei casi ha alimentato addirittura un’inversione del segno nel giudizio, 8 per cento in senso negativo e 4 per cento in senso positivo.
Molti cattolici sono al corrente degli interventi delle autorità ecclesiastiche, anche se poco meno della metà dice di conoscerle in modo approfondito.
Il 22 per centonon ne ha sentito parlare e il 31 per cento sì, ma solo vagamente. Secondo l’opinione prevalente, i richiami della Chiesa sono stati di carattere generico e troppo indulgenti.
Circa la metà dei cattolici praticanti avrebbe preferito un rimprovero più chiaro e diretto alla condotta del presidente del consiglio, mentre poco più di un terzo condivide la linea moderata.
Non si devono strumentalizzare le parole dei vescovi. Ma, certo, non si può nascondere che per un non breve periodo si è temuto il silenzio, la prudenza, se non addirittura l’ambiguità rinunciataria. Invece la Chiesa ad un certo punto è intervenuta, con parole forti e autorevoli. Certamente non nel modo diretto ed esplicito che una parte dei credenti si aspettava, ricorrendo più agevolmente al linguaggio della diplomazia piuttosto che della profezia, ma, nella sostanza, la Chiesa ha detto cose importanti alle coscienze dei cattolici e del paese.
Il presidente della conferenza episcopale italiana ha parlato di comportamenti contrari al pubblico decoro, di disagio morale della collettività, di disastro antropologico, e, infine, chiesto che «si faccia chiarezza nelle sedi appropriate» che sono quelle previste dall’ordinamento giudiziario.
L’appello al cambiamento non è generico. Implica un ripensamento di valori e dei modelli di comportamento, soprattutto di quelli proposti alle giovani generazioni.
Il cardinale Angelo Bagnasco ha parlato anche di disoccupazione giovanile, delle ragioni serie della rivolta dei giovani rispetto ai temi della scuola e dell’università, degli effetti drammatici della crisi economica sulla vita delle famiglie.
Forse – almeno così voglio credere – vi è la presa di coscienza della difficoltà di lanciare con credibilità la sfida educativa, indicare un sistema di valori positivi ai giovani e alle famiglie, senza pronunciarsi sulla crisi dell’etica pubblica, sulle responsabilità del governo in carica, o sugli effetti di lungo periodo dei messaggi promossi dal sistema mediatico e di intrattenimento del presidente del consiglio.
Il rischio è quello di incrinare irreparabilmente la credibilità della Chiesa nell’azione pastorale e del suo stesso ministero di amore e di verità nella vita civile e nel dibattito pubblico.
Il rischio è quello di non vedere che in questo degrado dell’etica pubblica è in gioco un insieme di valori non meno negoziabili di quelli tante volte evocati nel dibattito sulle questioni eticamente sensibili, come la legalità, la moralità, la dignità della persona umana e della donna in particolare, la giustizia, il decoro e l’onore delle funzioni pubbliche.
Infine, l’indagine svolta di recente da Swg segnala l’orientamento di voto dei cattolici praticanti che hanno votato Silvio Berlusconi nel 2008. Solo il quarantadue per cento dichiara che lo rivoterebbe sicuramente, il trenta per cento probabilmente. Quelli che non lo voterebbero più raggiungono ormai il ventidue per cento.

da Europa Quotidiano 17.02.11

«Presto l’Europa ci chiederà il conto E il governo cadrà», intervista a Vincenzo Visco di Bianca Di Giovanni

Silvio Berlusconi resta. Così almeno dichiara «a reti unificate». Per l’Italia si prospetta un futuro di estenuanti mediazioni parlamentari. In questa situazione, dove andrà l’economia? Quanto costerà al Paese il declino del centrodestra? Secondo Vincenzo Visco il Paese sta pagando già da un decennio le scelte sbagliate di una destra miope, che «non ha capito i problemi veri del Paese, qui siamo di fronte a una crisi di sistema, politici e economico». Così l’ex ministro, che parla di «Paese senza futuro, che si sta mangiando il passato».
Quanto resta ancora da «mangiare»? Chiediamo.
«Mah, dopo il Rinascimento l’Italia ci ha messo un secolo per consumare la ricchezza accumulata, nel ‘500 eravamo i più ricchi del mondo. Oggi le cose vanno più in fretta, ma è difficile dire quando si arriverà al fondo». Presto però l’europa chiederà il conto.
Cosa accadrà?
Bella domanda. A quel punto penso che faranno come hanno già fatto con le pensioni. Ci sarà la crisi di governo, e lasceranno il conto da pagare a chi viene dopo».
Torniamo a oggi, a Berlusconi costretto a cercare voti in Parlamento.
«È una cosa che sa fare molto bene: si è visto come da minoranza è riuscito a diventare maggioranza. Prevedo che ci saranno più voti di fiducia, più decreti. Ma non è che finora abbiano governato diversamente.
Comunque, in tutto il mondo si può governare anche con un voto di vantaggio. Il problema da noi è un altro: qui siamo di fronte a una crisi di sistema e dell’economia molto seria, e loro fanno finta di non
vederlo. Il problema non è quest’anno, ma quello che hanno fatto negli ultimi dieci anni, con una visione sbagliata dei problemi del Paese».
In che senso sbagliata.Qual è stata la formula?
«In sostanza c’è stata una spinta verso il lassismo e la finanziarizzazione. Ricordiamo le misure: abolizione del falso in bilancio, condoni, abolizione della dit in favore della detassazione delle plusvalenze delle holding, la finanza creativa, la tassazione dei redditi da capitale più bassa di quelli da lavoro, l’abolizione dei crediti d’imposta automatici. Tutto questo partendo dall’idea che allentando le regole l’economia riparte, un’idea che riaffiora anche oggi con la riforma dell’articolo 41 della Costituzione. Ma non è così: il liberismo non è che ognuno può fare quello che vuole. È l’esatto contrario. Insomma, c’è un misto di inconsapevolezza, malafede e visione non corretta
dell’economia».
Il governo continua a dire che abbiamo
affrontato la crisi meglio di altri.
«Già è tanto che cominciano a riconoscere che la crisi c’è – finora per Berlusconi non c’era – e anche che c’è il debito. Di fronte alla crisi si doveva approfittare per chiamare il paese a raccolta, creando condivisione. Invece loro hanno puntato alla divisione, sia delle opposizioni che del sindacato.
Questo ha indebolito i cittadini: siamo tornati al reddito pro capite del ‘99, a più di 10 anni fa, le famiglie sono impoverite, i giovani non hanno lavoro. La verità è che ci vorrebbe una mobilitazione eccezionale di forze consapevoli».
Come mai non c’è?
«Questo non funziona con Berlusconi, perché c’è la manipolazione della consapevolezza. Il Paese è depresso e rassegnato, perché ritiene che questa sia l’unica opzione possibile. Perché emerga la consapevolezza dei problemi veri serve coraggio: bisogna dire cose scomode, che fanno male proprio alla base del centrodestra.
Ma il coraggio non c’è perché dire la verità, oggi, espone ad attacchi furibondi. Loro sono sempre alla ricerca di un nemico da attaccare». Il premier dice che ora, senza Fini, potrà finalmente fare le liberalizzazioni perché se ne sono andati gli statalisti.

L’Unità 17.02.11