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"Testistica INVALSI", di Gabriele Boselli

Vi sarà presto un’ ulteriore tornata di prove INVALSI. Non conosco test e metodi che verranno usati questa volta ma tutto fa pensare che –a parte il numero di alunni coinvolti e l’ inserimento degli alunni del II anno delle scuole secondarie superiori- assomiglino molto a quelli della scorsa annata.
Possibili novità a parte, i tempi per compilare le schede saranno ristretti e i quesiti difficili per chi non ha ben sviluppato il pensiero convergente. L’ anno scorso chi scrive non riuscì a espletare tempestivamente il test di lettura per la seconda elementare e altri test lo misero a dura prova.
Ricordo per la secondaria di I grado un triangolo inserito in un cerchio che fece impazzire due accreditati docenti di matematica.
Come accade anche con le prove OCSE-PISA, ispirate alla stessa ideologia oggettivistica, alla fine saranno probabilmente diffuse dai media sintesi assai negative per l’ immagine della scuola italiana, in quanto derivate da test che avranno tenuto conto solo degli aspetti più facilmente valutabili del rendimento scolastico, quelli esecutivi, “ automatici” o in cui comunque la capacità di pensiero critico e creativo, in un’ottica di visione seriale e pseudo-oggettiva dei processi educativi, non ha spazio.
Una lettura attenta dei testi originari di simili importanti (in quanto hanno una grossa portata nell’ orientamento dell’ opinione pubblica) ricerche di sistema mostrerà magari una rappresentazione dei fenomeni più complessa ma pochi leggono le ricerche in originale e il danno d’immagine sarà comunque compiuto. La responsabilità morale degli autori di una ricerca non è peraltro limitata a quel che dicono ma anche a quello che senza alcuna avvertibile smentita lasciano dire.

Le prove come elemento di conoscenza e di disconoscimento Il sistema vive esclusivamente nel visibile e ne richiede imperiosamente un qualche simulacro. E’ dunque vero che qualcosa in materia di valutazione occorre fare: ma sarebbe necessario che venisse fatto disinteressatamente, onestamente, rigorosamente. Questo comporta per i soggetti che non hanno gravosi interessi politici o economici e che non devono rendere conto a nessuno delle proprie posizioni scientifiche una presa di distanza rispetto alla macchina dei test “ oggettivi”.
Peraltro stanno arrivando nelle professioni e nella scuola gli studenti a suo tempo selezionati attraverso test per l’ accesso alle facoltà con questa pratica perversa: bravi quando si tratta di compilare stampati o di esercitare pensiero replicante ma mediamente scadenti per tutte quelle attività in cui occorre capacità critica, attenzione a tutto campo, fantasia, inventiva.
Questi meccanismi di valutazione, di derivazione IEA e perseguenti metodologie non ermeneutiche abbandonate nei paesi ove furono inizialmente applicate, sono comunque da prendere in considerazione in quanto indicative dei loro presumibili effetti nel condizionamento dell’ opinione; occorre d’ altra parte esservi attenti in quanto sono spesso ricche anche di dati utili a valutare quelle attività scolastiche in cui viene posto in atto il pensiero convergente e immediatamente operativo.

Evoluzione della curvatura epistemologica

La ricerca pedagogica italiana prevalente in materia è bloccata da una quarantina di anni sui lavori di M. Gattullo e B.Vertecchi; il primo, purtroppo, è morto da quindici anni e forse –data la sua formazione bertiniana- avrebbe cambiato idea; il secondo è vivo ma non ha proceduto oltre e i suoi allievi dominano il campo docimologico con i loro dogmatismi. Sarebbe ora di ripartire: l’ istanza di scientificità (vedi anche di quegli anni i lavori di De Bartolomeis e della Becchi ) trova ora risposte in modelli epistemologici diversi da un galileismo fuori tempo e fuori campo. La ricerca mondiale sulle scienze dell’ educazione ha recepito la lezione husserliana della “ Crisi delle scienze europee” . Studi importanti sono ad esempio condotti nell’ ambito del Wordl Phenomenolgy Institute di Vancouver diretto da A.T.Tymieniecka; in Italia dal gruppo di Encyclopaideia di Bologna (M.Tarozzi e M.Artoni), dal Centro di fenomenologia e scienze della vita di Macerata (F.Totaro e D.Verducci), dal Centro italiano di ricerche fenomenologiche di Roma (A.Ales Bello).
Entro questo scenario, l’ argomento che occorre affrontare è quello della particolare visione della scientificità che va messa in opera, anche perché da un punto di vista fenomenologico una valutazione “ oggettiva” che pretendesse di avere valore complessivo appare impossibile. Si prenda atto che in ogni settore, i risultati di una ricerca sono spesso (a volte in gran parte) il prodotto dei presupposti metodologici e dei modelli quanti/qualitativi espliciti e impliciti. Le impostazioni della ricerca determinano gli esiti. Quel che in una piccola ricerca è una frequente eventualità, in una ricerca che richieda grossi finanziamenti e apparati stabili (es. OCSE/PISA, INVALSI) occorre che i risultati siano, se non utili, almeno compatibili con il sistema. E gli interessi deontologicamente mal controllati uccidono la verità del valore (autenticità e autorevolezza dell’ attribuzione del valore), se mai questa esista.
Si tratta a mio avviso di costruire una valutazione non appiattita sugli stereotipi di ricognizione/ interpretazione degli eventi che possono conseguire alla seriabilità delle procedure di ricerca, delle pratiche di elaborazione, di pubblicizzazione. Secondo un tipo di valutazione fenomenologicamente impostata entro l’ area delle scienze dell’ uomo, non ci sono oggetti, solo soggetti. E l’ intersoggettività esclude approcci oggettivistici come di soggettivismo chiuso, concilia i termini dell’ atto valutativo. Non sarà mai applicazione di un metodo completamente preesistente. Il campo di valutazione non può non essere posto in relazione esplicita con il metodo impiegato per studiarlo. Se di fronte a me sta una scuola, o una banca, un sistema giudiziario, un mercato non posso comportarmi come fossero la stessa cosa. Poichè di fronte a me vedo fenomeni e non cose in sé, devo percepire quanto distino da me e non farne oggetti seriali interscambiabili nelle procedure di cognizione con qualsiasi altro oggetto; devo sì inter- rogarli, ascoltare quel che mandano a dire, cercare di coglierli nella loro singolarità, nella loro essenza costitutiva. Ma anche rendermi conto che non vedo ciò che è, ma solo ciò che, anche onestamente, posso vedere, ciò che la comunità dei ricercatori può vedere.

Costruire risultanze plausibili
Se le grandi e costose ricerche di sistema sono investimenti finalizzati della committenza pubblica e privata (sappiamo che ormai la differenza è minima, data l’ ampia privatizzazione sostanziale del pubblico) anche le ricerche libere non possono pretendere di essere meri rispecchiamenti di valori intrinseci all’ oggetto. Nemmeno una libera comunità di ricercatori senza padrone o committente (un padrone a tempo determinato) può pensare di giungere al vero, di valutare non quel che le appare, ma ciò che è. Sta comunque entro un orizzonte di valori, una rete di aspettative che fan sì che niente sia meno evidente dell’ evidenza e che l’ evidenza sia solo quella visibile dalla propria finestra. Anche la ricerca più onesta –se ha dignità e diritto di essere orgogliosa- deve conservare umiltà: non considererà mai i suoi risultati universali e necessari, tantomeno “ oggettivi” . Potrà mirare a risultanze dichiaratamente relative e plausibili, almeno in potenza intersoggettualmente accettabili. La pratica di valutazione che auspichiamo è volta ai fenomeni, non ai fatti; un discorso indagante che assume i dati ma guarda anche sotto gli stessi e oltre, consapevole della prossimità di questi a una radice ignota. Aspira a un’ intelligenza dell’oggettualità (senza l’oggetto, anche il soggetto si disperde) senza pretendere di essere semplice replica formalizzata dell’oggetto; vi è protesa ma è consapevole della impossibilità di farlo rientrare “oggettivamente” nel proprio pensare.

Quel che si vuole appare

Certo, se la valutazione dei risultati non ha adeguata struttura epistemologica, se la committenza non è interessata alla verità ma alla produzione di materiale per argomentazioni persuasive, la valutazione diviene uno strumento di pura gestione del potere: se sei una scuola, ti valuto per l’efficacia della rappresentazione che –a suon di test e di slides- sai rendere credibile nel pubblico;
se sei un insegnante o un dirigente ti valuto non per quel che sai e sai fare ma per il lustro che deriva dalla tua presenza e per l’obbedienza che mi presti. Se persegui valori diversi da quelli che mi sono utili non considererò i dati che li riguardano. I dispositivi di valutazione servono allora per condizionare il pubblico nella sua fiducia verso le scuole; la pratica di valutazione del docente serve per convincere magari anche il docente stesso che forse è pagato poco, ma anche troppo per quel che vale.
Continuando il lavoro di “ Una valutazione possibile” , credo occorra proseguire con rinnovata lena nella costruzione secondo il metodo fenomenologico/ermeneutico di una teoria della valutazione generativa di pratiche rigorose di ricerca; su questa poi si farà perno per sistemi di rappresentazione al pubblico che rendano giustizia al grande valore della nostra scuola e dei nostri insegnanti. Magari a costo di esser partigiani come quelli dell’ altro fronte.
L’ impegno ha anche rilevanza politica: se non vi è un modello di valutazione scientificamente fondato (oltre che generalmente rispettato, se non condiviso, dalla comunità degli studiosi e dei docenti) valutare diviene un’arma contro la libertà d’insegnamento. Un apparato retorico.

Augurio per (lontani?) anni a venire

Come accade da molti, troppi anni anche con altre operazioni scientificamente discutibili, saremo disciplinati: gli ispettori (i pochi rimasti) sovrintenderanno, i dirigenti organizzeranno, gli insegnanti assisteranno. Socrate insegna che alle disposizioni dello Stato il funzionario deve comunque obbedire, pur rendendosi conto dei loro effetti; salvo sottoporle poi, dopo attento studio, a critica epistemologica ed etico-politica.
Ma pensiamo anche al futuro. Speriamo che la valutazione delle scuole possa acquisire negli anni venturi (quest’ anno non credo) una più aggiornata forma di ricerca, dunque, a mio avviso, fenomenologico-ermeneutica. Il tentativo potrebbe essere quello di elaborare scenari ed elementi progettuali per una teoria della valutazione che consenta di mettere in luce non eventi a suffragio di atti retorici ma atti scientifici. Occorre individuare esplicitamente i principi del metodo d’indagine e i processi configurativi, induttivi e deduttivi di costruzione teoretica e attuazione pratica. Per mettere il tutto a disposizione di chi proverà a valutare insegnanti, dirigenti e scuole (figuriamoci cosa accadrebbe se gli esiti delle prove di adesso fossero utilizzati per premiare/punire il cosiddetto “merito” ) o di chi sentirà il bisogno di strumenti epistemologicamente fondati se non altro per difendersi da valutazioni basate su modelli di “scientificità” e operazioni sempre più avvertiti da chi lavora nelle scuole come alieni.

da ScuolaOggi 15.02.11

«La sfida è partita: Più donne nella politica, più politica per le donne», di Concita De Gregorio

Da oggi chiunque voglia dare una prospettiva alla straordinaria energia che ha attraversato le piazze di domenica dovrà far questo: mettere le donne al centro della politica. Più donne nella politica e più politica per le donne. Il punto fondamentale, come sempre, è l’ascolto. La comprensione: quel che è accaduto domenica è un segnale precisissimo e potente, bisogna coglierlo. La reazione patetica del presidente del Consiglio e il silenzio di chi lo circonda mi fa pensare che a destra l’abbiano capito benissimo. Alle opposizioni di centrosinistra la piazza – questa piazza che non è di nessuno – chiede concretezza, risposte chiare, cambiamento. Unabella sfida. Comincerei a pensare a due o tre cose da fare, fossi un leader politico, poche perché se no non sono vere. Da leader sindacale questo intendo fare, di questo abbiamo discusso stamani in segreteria Cgil: mostrare che c’eravamo e abbiamo capito, dare un segno nell’attività quotidiana. Faremo una grande campagna contro le discriminazioni sulla maternità, riprenderemo la legge sulle dimissioni in bianco, metteremo la donna al centro del discorso sul lavoro precario”.

Susanna Camusso, partiamo dalla piazza. È stata una sorpresa la dimensione del successo? «No, non è stata una sorpresa la quantità di persone. Piuttosto la diffusione, la presenza contemporanea in tutte le piazze d’Italia e in molte nel mondo. È il segno di un sentire diffuso, una novità anche per il movimento delle donne. Una richiesta corale, collettiva che giustamente gli osservatori stranieri interpretano come una grande svolta: la differenza di lettura dei giornali stranieri da quelli italiani, ieri, era impressionante. La trasversalità l’avevamo cercata. Quel che è accaduto è che la trasversalità ha portato in piazza non solo persone che si riconoscono in uno o nell’altro schieramento politico ma moltissima gente che a manifestare in strada non va mai, e che probabilmente si è nel tempo allontanata – delusa – dall’impegno collettivo. È stata la manifestazione meno organizzata che io abbia mai visto, non c’erano autobus né raduni, era una monumentale somma di persone singole. Molte donne mi hanno fermata per dirmi: io lo votavo. Ecco, c’erano tutte: anche quelle che al principio lo hanno votato. Si è rotto domenica il teorema su cui Berlusconi ha fondato il suo successo: il fascino che esercita ed il legame col mondo femminile. Non ha più la piazza, non ha più le donne».

Questo giustifica il nervosismo, la paura, la reazione che non coglie nel segno? «Sentirlo dire “io amo le donne” mi è sembrato patetico. Tra l’altro cerca sempre e solo di salvare se stesso. Dire che erano radical chic significa non avere occhi per vedere. La verità è che non hanno la chiave per una risposta, questa volta: era una moltitudine di popolo, gli è stata sottratta la parola popolo. Fra riempire un teatro e riempire un paese c’è differenza. Il silenzio dei suoi alleati mi pare eloquente. Loro hanno capito. Cominciano a dubitare. Hanno il problema della loro collocazione futura. Lui si arrocca, e ci sarà il rischio del veleno nella coda. Il suo mondo però si sta sfaldando. Questo potrà avere conseguenze politiche concrete». La maggioranza si batte nelle urne.

Potrà il movimento tradursi in una trasformazione dell’elettorato? «Certamente Berlusconi non si dimetterà per le piazze. Ma il movimento, se si consolida, può minare il fondamento del suo contratto. Su cosa fonda l’arroganza del non mi dimetto? Sui numeri parlamentari di cui dispone perché è in grado di mettere a disposizioni nuovi posti in futuro. Ma se il popolo non gli garantisce più il consenso, quale sarà allora la sua merce di scambio? »

Se il movimento si consolida, lei dice. Come, e scandendo quali rischi? «Dandosi appuntamenti ravvicinati e non dimenticando mai il segnale di domenica. Che è prima di tutto una richiesta di amorpatrio, questo è in fondo il tema della dignità e del rispetto delle regole, della giustizia uguale per tutti dei diritti e dei doveri. Un paese che si possa amare di sentimento ricambiato. Poi una richiesta di cittadinanza per le donne: bisogna rimettere le donne al centro della politica, questo è il vero punto. In un modo nuovo, vero, autentico, forte. L’8 marzo, il prossimo appuntamento, sia il giorno della dignità del lavoro. Non a parole, in pratica: parliamo delle retribuzioni delle donne, di lavoro povero e invisibile, parliamo di conflitti in tema di maternità, di precarietà. È una linea che ci porta diritti al grande tema che abbiamo di fronte: non considerare la famiglia il fondamento della società, ma la persona. Perché finché la famiglia sarà al centro i diritti delle donne saranno subordinati a quello che si vuole sia il loro ruolo dentro le famiglie. Le donne al centro del nucleo familiare. Anche le politiche di conciliazione in questo senso possono essere una trappola che inchioda le donne a quel destino dato: ti diamo più tempo per fare tutto perché diamo per scontato che tu debba fare sia questo che quello. Il carico familiare è comunque tuo. Partiamo allora dalla paternità obbligatoria, per esempio. Donne e uomini come persone con gli stessi diritti e gli stessi doveri».

Un tema che chiama all’appello anche le forze di opposizione. «Naturalmente. Un tema complesso e delicato, ma la realtà in cui viviamo lo è e dobbiamo affontarlo».

Crede che sia possibile un cambio di mentalità e di passo, in chi fa politica, senza un ricambio generazionale? «Il ricambio generazionale è la risposta più semplice. Certo che la richiesta c’è, non si può ignorarla. Ma le piazze di domenica erano di nonne e nipoti, non credo il tema fosse solo quello del rinnovamento della classe politica. Della sua capacità di ascolto, piuttosto. È una piazza che vuole risposte, che pretende di essere ascoltata, che cerca chi la sappia rappresentare con gesti semplici e concreti. Chi capirà questo entrerà in un tempo nuovo. Del resto indietro ormai è impossibile andare, davvero. Indietro non si torna».

L’Unità 15.02.11

"E ora è emergenza graduatorie", di Alessandra Ricciardi

Dopo la Consulta, il ministero è a caccia di una soluzione. L’emendamento Pittoni non basta.
Letteralmente non sanno che pesci prendere. I vertici del ministero dell’istruzione sono alla ricerca disperata di una soluzione che accontenti tutti e che eviti di dover rifare in corso d’anno le graduatorie e dunque le asunzioni. Va accontenta la Consulta, che ha bocciato l’inserimento in coda alle graduatorie dei docenti perché non meritocratico; la Lega Nord, e con essa la burocrazia scolastica, che spinge perché non si riaprano tutte le graduatorie per gli inserimenti a pettine e non ci siano scavalcamenti di posizioni.
E poi, i docenti che hanno fatto ricorso e avevano buone chance di essere assunti con il pettine e ora rivendicano quelle assunzioni; ma anche chi è stato assunto grazie al blocco delle code e ora rischia di vedersi, non per sua colpa, tolto il posto a favore di altri. In tutto ciò, il decreto a cui si dovrebbe tornare, dopo l’annullamento della Consulta, non c’è più. Un bel ginepraio, giuridico e amministrativo, a cui l’emendamento della Lega Nord, che congela l’aggiornamento delle graduatorie per un anno, è in grado di mettere solo un pezza parziale. L’inventore delle code nelle graduatorie dei precari è stato l’ex ministro Beppe Fioroni, con lo scopo di renderle a esaurimento, e al tempo stesso di comporre due interessi diversi: quello dei prof di muoversi da una provincia all’altra e quello di non vedersi continuamente scavalcati nelle proprie posizioni e nelle proprie attese dai trasferiti. Ma l’inserimento in coda ora è incostituzionale. Questa mattina ci sarà un primo vertice con i sindacati, per capire quali strategie mettere in campo nella difesa delle varie prerogative del personale. Nelle stesse ore arriverà al senato il maxiemendamento sostitutivo del Milleproroghe, che dovrebbe riproporre anche la proposta della Lega, primo firmatario Mario Pittoni, già approvata in commissione. L’emendamento consente, fatte salve le prerogative di chi poteva essere assunto con l’inserimento a pettine, di congelare le gradtuorie ancora per un anno. I nuovi ingressi post Consulta, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, non dovrebbero essere più di un migliaio. Due le possibilità: assumere subito i prof beneficiari della sentenza della Corte costituzionale, anche in soprannumero rispetto alla classe di concorso, oppure farlo a decorrere dal prossimo anno sulla base del turn over. Per tutti gli altri, scatterebbe il congelamento della posizione per un anno ancora. Il tempo per rifare la disciplina del reclutamento in senso regionalista e superare definitivamente il problema delle graduatorie a esaurimento. Un reclutamento che la proposta del Carroccio prevede avvenga in via legislativa e non più regolamentare. In coda, l’emendamento non risparmia una nuova nota protezionistica: dal prossimo anno, per le supplenze brevi, si prevede che i docenti potranno fare domanda solo presso una scuola della stessa provincia prescelta per la graduatoria e esaurimento.

da ItaliaOggi 15.02.11

"La bandiera della dignità", di Stefano Rodotà

È Tempo di liberarsi dello spirito minoritario che, malgrado tutto, continua a lambire anche qualche parte della stessa opposizione. È questa l’indicazione (la lezione?) che viene dai molti luoghi che da molti mesi vedono la presenza costante di centinaia di migliaia di persone che, con continuità e passione, rivendicano libertà e diritti: un fenomeno che non può essere capito con gli schemi, invecchiati, del “risveglio della società civile” o di qualche partito “a vocazione maggioritaria”. Non sono fiammate destinate a spegnersi, esasperazioni d’un giorno, generiche contrapposizioni tra Piazza e Palazzo. Non sono frammenti di società, grumi di interesse.

È un movimento costante che accompagna ormai la politica italiana, e a questa indica le vie per ritrovare un senso. È l´opposto delle maggioranze “silenziose” che si consegnano, passive, in mani altrui.
Donne, lavoratori, studenti, mondo della cultura si sono mossi guidati da un sentimento comune, che unifica iniziative solo nelle apparenze diverse. Questo sentimento si chiama dignità. Dignità nel lavoro, che non può essere riconsegnato al potere autocratico di nessun padrone. Dignità nel costruire liberamente la propria personalità, che ha il suo fondamento nell´accesso alla conoscenza, nella produzione del sapere critico. Dignità d´ogni persona, che dal pensiero delle donne ha ricevuto un respiro che permette di guardare al mondo con una profondità prima assente.
Proprio da questo sguardo più largo sono nate le condizioni per una manifestazione che non si è chiusa in nessuno schema. Le donne che l´hanno promossa, le donne che con il loro sapere ne hanno accompagnato la preparazione senza rimanere prigioniere di alcuni stereotipi della stessa cultura femminista, hanno colto lo spirito del tempo, dimostrando quanta fecondità vi sia ancora in quella cultura, dove l´intreccio tra libertà, dignità, relazione è capace di generare opportunità non alla portata della tradizionale cultura politica. È qui la radice dello straordinario successo di domenica, della consapevolezza d´essere di fronte ad una opportunità che non poteva essere perduta e che ha spinto tanti uomini ad essere presenti e tante donne a non cedere alla tentazione di rifiutarli, perché non s´era di fronte ad una generica “solidarietà” o alla pretesa di impadronirsi della parola altrui.
Chi è rimasto prigioniero di se stesso, delle proprie ossessioni, è il Presidente dal consiglio, al quale era offerta una straordinaria opportunità per rimanere silenzioso, una volta tanto rispettoso degli altri. E invece altro non ha saputo trovare che le parole logore della polemica aggressiva, testimonianza eloquente della sua incapacità di comprendere i fenomeni sociali fuori di una rozza logica del potere. La vera faziosità è quella sua e di chi lo circonda, privi come sono di qualsiasi strumento culturale e quindi sempre più votati al rifiuto d´ogni dimensione argomentativa. Dignità, per loro, è parola senza senso, parte d´una lingua che sono incapaci di parlare.
Nelle diverse manifestazioni, invece, si coglie la sintonia con le dinamiche che segnano questi anni. Le grandi ricerche di Luis Dumont ci hanno aiutato nel cogliere il passaggio dall´homo hierarchicus all´homo aequalis. Ma nei tempi recenti quel cammino si è allungato, ha visto comparire i tratti l´homo dignus, e proprio la dignità segna sempre più esplicitamente l´inizio del millennio, costituisce il punto d´avvio, il fondamento di costituzioni e carte dei diritti. Sul terreno dei principi questo è il vero lascito del costituzionalismo dell´ultima fase. Se la “rivoluzione dell´eguaglianza” era stato il connotato della modernità, la “rivoluzione della dignità” segna un tempo nuovo, è figlia del Novecento tragico, apre l´era della “costituzionalizzazione” della persona e dei nuovi rapporti che la legano all´innovazione scientifica e tecnologica.
“Per vivere – ci ha ricordato Primo Levi – occorre un´identità, ossia una dignità”. Solo da qui, dalla radice dell´umanità, può riprendere il cammino dei diritti. E proprio la forza unificante della dignità ci allontana da una costruzione dell´identità oppositiva, escludente, violenta, che ha giustamente spinto Francesco Remotti a scrivere contro quell´”ossessione identitaria” che non solo nel nostro paese sta avvelenando la convivenza civile. La dignità sociale, quella di cui ci parla l´articolo 3 della Costituzione, è invece costruzione di legami sociali, è anche la dignità dell´altro, dunque qualcosa che unifica e non divide, e che così produce rispetto e eguaglianza.
Le manifestazioni di questi tempi, e quella di domenica con evidenza particolare, rivendicano il diritto a “un´esistenza libera e dignitosa”. Sono le parole che leggiamo nell´articolo 36 della Costituzione che descrivono una condizione umana e sottolineano il nesso che lega inscindibilmente libertà e dignità. Più avanti, quando l´articolo 41 esclude che l´iniziativa economica privata possa svolgersi in contrasto con sicurezza, libertà e dignità umana, di nuovo questi due principi appaiono inscindibili, e si può comprendere, allora, quale lacerazione provocherebbe nel tessuto costituzionale la minacciata riforma di quell´articolo, un vero “sbrego”, come amava definire le sue idee di riforma costituzionale la franchezza cinica di Gianfranco Miglio. Intorno alla dignità, dunque, si delinea un nuovo rapporto tra principi, che vede la dignità dialogare con inedita efficacia con libertà e eguaglianza. Questa, peraltro, è la via segnata dalla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Qui, dopo aver sottolineato nel Preambolo che l´Unione “pone la persona al centro della sua azione”, la Carta si apre con una affermazione inequivocabile: “La dignità umana è inviolabile”.
Proprio questo quadro di principi costituisce il contesto all´interno del quale i diversi movimenti si sono concretamente mossi, individuando così quella che deve essere considerata la vera agenda politica, la piattaforma comune delle forze di opposizione. Diritti delle persone, lavoro, conoscenza non si presentano come astrazioni. Ciascuna di quelle parole rinvia non solo a bisogni concreti, ma individua ormai pure forze davvero ” politiche”, che si presentano con evidenza sempre maggiore come soggetti attivi perché quei bisogni possano essere soddisfatti.
Viene così rovesciato le schema dell´antipolitica, e si pone il problema della capacità dei diversi gruppi di opposizione di trovare legami veri con questa realtà. I segnali venuti finora sono deboli, troppo spesso sopraffatti dalle eterne logiche oligarchiche, dagli egoismi identitari di ciascun partito o gruppo politico. Si lamenta che ai problemi reali non si dia il giusto risalto. Ma chi è responsabile di tutto questo? Non quelli che con quei problemi si sono identificati, sì che oggi la responsabilità di farli entrare nel modo corretto nell´agenda politica ufficiale dipende dalla capacità dei partiti di trovare il giusto rapporto con i movimenti presenti nella società, di essere per loro interlocutori credibili.
Torna così la questione iniziale, perché proprio questo è il cammino da seguire per abbandonare ogni spirito minoritario e ridare vigore ad una vera politica di opposizione. Le manifestazioni di questi mesi, infatti, dovrebbero essere valutate partendo anche da un dato che tutte le analisi serie sottolineano continuamente, e cioè che Berlusconi non ha il consenso della maggioranza degli italiani, non avendo mai superato il 37%. Il bagno di realtà di domenica, che ne accompagna tanti altri, dovrebbe indurre a volgere lo sguardo verso la vera maggioranza, perché solo così un vero cambiamento è possibile.

La Repubblica 15.02.11

Le proposte del PD per un'agenda digitale italiana

Libertà e neutralità della Rete vanno difese dalla diffusione di circuiti chiusi che sono l’altra faccia della medaglia del successo dei motori di ricerca, dei nuovi device e delle loro applicazioni proprietarie

L’avvento dell’era digitale sta cambiando l’economia, le forme di comunicazione e di impegno politico, le nostre stesse vite. Nei Paesi privi di democrazia e libertà, Internet è uno straordinario motore di cambiamento. A livello comunitario, il mercato digitale viene definito come la “quinta libertà” e, come tale, il suo sviluppo viene considerato prioritario.
L’innovazione tecnologica ha un ritmo tale da modificare continuamente e in profondità la realtà della Rete. I mutamenti più recenti, con l’enorme incremento dell’accesso da reti mobili legato agli smartphone e ai nuovi tablet, moltiplicano le possibilità di superare il digital divide ma allo stesso tempo pongono nuovi problemi. Libertà e neutralità della Rete vanno ora difese anche dall’eccessiva diffusione di circuiti chiusi e a pagamento che sono l’altra faccia della medaglia del successo dei motori di ricerca e dei nuovi device e delle loro applicazioni proprietarie.
L’Agenda Digitale del Commissario Kroes e del Parlamento europeo indica traguardi importanti che l’Unione propone ai paesi membri e a tutti i cittadini europei. L’Italia è il solo grande paese privo di una propria “agenda digitale”. Non può e non vuole rinunciare al futuro, ma procede troppo lentamente e rischia di finire in un vicolo cieco. A distanza di oltre due anni dall’annuncio del primo Piano Caio non solo non sono stati ancora assegnati fondi pubblici necessari per un’opera di tale rilevanza, ma non si è ancora individuato un progetto di sviluppo chiaro che porti anche l’Italia al passo delle nazioni più avanzate.
Il quadro d’insieme è quello di un governo “televisivo” che nei confronti dei media diversi dalla tv alterna indifferenza, tagli e misure discriminatorie spesso segnate dal conflitto d’interessi. E che, in particolare verso Internet e la sua libertà, manifesta una certa ostilità. Appare assai lontana la consapevolezza del rischio per l’Italia di restare indietro nell’era digitale: siamo l’ottava economia industriale ma solo la ventesima economia digitale al mondo. Eppure il futuro del digitale non riguarda lo sviluppo di un settore ma è condizione di crescita dell’intera economia. Per questo gli investimenti in questo campo vedono sestuplicato il loro valore.
Di fronte alla linea di questo governo il Pd deve indicare la propria visione, contribuendo al confronto per varare finalmente un’Agenda digitale italiana e mettendo al centro della propria iniziativa i temi della cittadinanza digitale.
Le nostre proposte si articolano attorno a quattro grandi obiettivi

1). Garantire il diritto all’accesso al digitale a tutti i cittadini.
Si tratta di un diritto fondamentale che alcuni paesi hanno introdotto tra i principi costituzionali. L’accesso a Internet deve considerarsi un nuovo servizio universale.
Servizio universale significa che la politica di sviluppo dell’innovazione e di reti a banda larga deve essere ispirata ad alcuni obiettivi di fondo:
promuovere l’inclusione sociale delle fasce di popolazione più deboli;
garantire l’accesso a tutti i cittadini e le imprese, indipendentemente dall’ubicazione geografica e a costi accessibili;
garantire l’accesso a tutti i contenuti che sulle reti vengono veicolati, senza forme di censura o discriminazione secondo il principio di neutralità della rete così definito dalla Fcc negli Stati Uniti “Tutti i consumatori devono avere il diritto di accedere a tutti i contenuti fruibili su Internet”.
In generale, si tratta di garantire livelli crescenti di inclusione, senza farsi abbagliare da un miope tecno-ottimismo: garantire la connettività è un prerequisito imprescindibile ma rappresenta solo il primo passo verso una vera cittadinanza digitale.

2). Investire sulle reti per assicurare a tutti i cittadini un’offerta digitale adeguata e competitiva con gli altri paesi europei.
I traguardi dell’Agenda europea sono, al 2013, di una banda larga “di base” per tutti che elimini completamente il digital divide e, al 2020, di almeno 30 Mb per tutti e di oltre 100 Mb per il 50% degli utenti domestici.
Si tratta di obiettivi ambiziosi, che vanno perseguiti rilanciando gli investimenti anti digital divide, definendo una via italiana per le Ngn e liberando una parte dello spettro radio ormai indispensabile allo sviluppo delle reti mobili.
L’intervento anti digital divide, coordinato tra Stato e Regioni, non può subire rallentamenti se si vuole raggiungere l’obiettivo di una copertura minima al 100% della popolazione entro due o tre anni al massimo. Almeno una parte delle risorse promesse nel Piano Romani va effettivamente investita, sapendo che si tratta di interventi che producono comunque un positivo effetto anticiclico sull’economia.
L’eliminazione del digital divide deve essere preceduta da una mappatura dell’offerta reale presente sul territorio con le diverse tecnologie di accesso fisse e wireless (su frequenze licenziate o ad uso libero).
Per realizzare un’infrastruttura di rete in fibra capillare e di qualità occorre individuare un modello italiano, replicabile su base territoriale, che consenta di diluire gli investimenti ed aumentare il numero degli investitori che possono trarre un immediato beneficio locale. Gli enti locali stanno ben cogliendo con le proprie iniziative territoriali il fatto che non esiste un’unica rete ma una rete di reti interconnesse tra loro, realizzate con tecnologie diverse, anche da operatori economici differenti, purché seguendo standard internazionali ed interoperabili.
In tale progetto potrebbero rientrare anche i piani di investimento privati recentemente presentati non solo dai maggiori operatori nazionali (Telecom Italia da un lato ed il consorzio Fibra per l’Italia costituito da Fastweb, Vodafone, Wind e Tiscali dall’altro) ma anche da operatori di medie dimensioni. E al progetto potrebbe riferirsi la disponibilità della Cassa Depositi e prestiti.
In una prima fase, per consentire rapidamente l’avvio di un flusso di investimenti significativo potrebbe essere prevista una forma di coinvestimento pubblico – privato, che spinga verso la realizzazione di reti innovative anche sul piano tecnologico.
Ai fini di questo progetto il memorandum firmato dal Governo con sette operatori di Tlc rappresenta solo un primissimo passo che andrà messo alla prova della sua concreta evoluzione.
Per far fronte all’aumento degli accessi a internet da reti radiomobili e realizzare le reti wireless LTE, occorre assegnare con un’asta entro il 2011 le frequenze della banda 800 Mhz liberate dalla transizione della tv dall’analogico al digitale. Questo obiettivo, indicato dal Pd nel 2009 e fino a pochi mesi fa osteggiato dal Governo, si è fatto finalmente strada nella legge di stabilità.
Noi poniamo due condizioni.
1) a pagare questo “dividendo di spettro” in termini di capacità trasmissiva dovranno essere innanzitutto gli incumbent Rai e Mediaset, la cui posizione dominante non può aumentare ulteriormente grazie al digitale. Non è possibile che mentre si organizza l’asta per le frequenze della banda 800 momentaneamente assegnate ad emittenti locali, con il beauty contest sulle frequenze tv si regalino altri due multiplex a Rai e Mediaset. Si tratta di una capacità trasmissiva superflua per gli incumbent della Tv e preziosa per mettere a disposizione frequenze per le emittenti chiamate a liberare la banda 800.
2) una parte significativa dei proventi dell’asta dovranno essere usati per investimenti nell’innovazione e nel digitale, come ha chiesto di recente anche la Commissaria Kroes.

3). Sviluppare i contenuti digitali e contribuire a ridurre il divario della nostra domanda rispetto agli altri paesi europei
E’ urgente un intervento generale adottato insieme dallo Stato e dalle Regioni che da un lato acceleri la digitalizzazione della PA e delle imprese e dall’altro coordini gli investimenti ed i progetti di nuovi servizi. Tale intervento potrà consentire il rapido sviluppo della domanda di servizi digitali che potrà fungere da volano anche per gli investimenti nelle infrastrutture. La sfida riguarda innanzitutto la digitalizzazione delle piccole imprese che da sola può dare una scossa alla produttività dell’intero sistema.
Questo è forse il capitolo più importante per un’Agenda digitale italiana. Al fine di promuovere la domanda vanno concentrate le risorse pubbliche disponibili.
Nel campo della Pubblica amministrazione i propositi e gli annunci anche condivisibili del Ministro Brunetta non hanno dato luogo a risultati apprezzabili. Serve una svolta. Si tratta in particolare di sviluppare la domanda di servizi digitali, così da stimolare l’adozione della tecnologia da parte dei cittadini. Lo sviluppo della domanda può avvenire attraverso azioni come:
l’adozione negli oltre seimila comuni non in digital divide di un termine di 24 mesi per lo switch off dei servizi dal supporto fisico (carta) a quello digitale (online) che renda quindi obbligatorio l’accesso ai servizi tramite Internet; lo switch off dovrebbe cominciare dall’erogazione di contributi a persone fisiche ed aziende, allestendo punti di accesso in uffici comunali per le persone non informatizzate;
l’obbligatorietà dell’utilizzo della firma digitale;
la definizione di standard e livelli di autentificazione: da quelli basati su smartcard (Cns) a quelli che usano tecnologie cellulari;
l’adozione di programmi di alfabetizzazione informatica per i cittadini più disagiati (disabili, anziani e a basso reddito, minoranze etniche e sociali) e di new media education in tutto il sistema formativo; l’insegnamento di fondamenti e principi di programmazione nelle scuole primarie e secondarie;
l’obbligo per il settore pubblico di rendere disponibili – su basi trasparenti e senza vincoli al riutilizzo – informazioni e contenuti in proprio possesso e/o ottenuti tramite fondi pubblici che agevolino il coordinamento e l’efficacia dei servizi;
l’utilizzo da parte del settore pubblico –e della Rai- di software open source e di piattaforme non proprietarie,
l’obbligo di acquisto nella Pubblica amministrazione di una quota –anche minima- di forniture Ict da parte di start up.
Dal lato dei servizi al pubblico, molte opportunità potrebbero essere colte già sull’attuale infrastruttura a banda larga senza attendere la realizzazione delle NGN: dall’amministrazione digitale e digital democracy alla sanità digitale e telemedicina; dalla scuola digitale ed e-learning alla giustizia e sicurezza digitale. E poi ancora l’intelligent transportation systems, logistica digitale e telelavoro. In generale va diffusa la consapevolezza del fatto che la digitalizzazione dei servizi è in molti casi l’unico modo per ottenere riduzioni rilevanti dei loro costi.
Dovrebbero inoltre essere previste forme di incentivo pubblico che stimolino le imprese e gli utenti dei nuovi servizi. Tra queste, ad esempio:
Garantire la progressiva riduzione delle tariffe di accesso alla rete in rame da parte dei concorrenti (servizi Bitstream) per consentire una maggiore diffusione dei servizi a banda larga e una riduzione dei prezzi al dettaglio.
Ridurre l’Iva per le transazioni commerciali on line. Oltre che ad incentivare l’e-commerce l’Iva agevolata potrebbe costituire un robusto contributo antievasione tale da non incidere in modo significativo sui saldi fiscali.
Assegnare un bonus banda larga a tutte le famiglie prive di connessione. Il bonus potrebbe consistere in un anno di collegamento base free e verrebbe assegnato al nucleo famigliare al compimento del quindicesimo anno di età da parte di un figlio.
Introdurre regole fiscali favorevoli agli investimenti di medio-lungo termine per le infrastrutture in banda larga, sul modello in vigore per le energie rinnovabili.
Introdurre gradualmente l’obbligo di adottare Pos wireless e contactless per esercenti, professionisti e artigiani. Tale introduzione potrebbe essere accompagnata da un periodo di deduzione fiscale per chi la adotta.
Varare un piano di sostegno alle start up digitali con misure di defiscalizzazione, leve finanziarie pubbliche e embarghi normativi per semplificare lo sviluppo di nuove imprese.
Decisivo infine, e forse più di ogni altra cosa, è lo sviluppo di nuovi contenuti digitali per incrementare la domanda. In questo campo più che l’intervento pubblico sarà fondamentale l’evoluzione del mercato. Un’Agenda digitale italiana deve comunque spingere in questa direzione, con scelte normative (nel quadro Ue) come quelle relative a un “nuovo” diritto d’autore, alla riduzione dell’Iva per il mercato emergente dell’e-book, alle facilitazioni per gli investimenti paperless del comparto editoriale.
Cruciale al fine dello sviluppo dei contenuti digitali, deve essere il contributo del servizio pubblico radiotelevisivo con le sue originali caratteristiche di universalità e gratuità. La Rai è tenuta a svolgere un ruolo trainante, oltre che nell’alfabetizzazione digitale del Paese, nella diffusione di contenuti digitali e nella divulgazione di best practices. Si tratta di assegnare alla Rai, nella transizione dal broadcasting generalista al “personal market”, il compito di presidiare quei segmenti del mercato che il privato non è in grado o non è interessato ad affrontare. I contenuti digitali del servizio pubblico devono essere offerti su piattaforme non proprietarie, aperte alla fruizione di qualsiasi device e in licenza Creative Commons.

4). Aggiornare il quadro normativo e regolatorio per salvaguardare la neutralità della Rete, semplificare il sistema e accrescere la competitività delle imprese.
Sul piano delle norme si tratta in primo luogo di salvaguardare la libertà e la neutralità della Rete. I tentativi di risolvere i problemi con misure restrittive non sono accettabili. Il confronto italiano va inserito nella discussione europea e globale, senza iniziative provinciali come il recente decreto Romani.
Sul tema della neutralità tecnologica, occorre accelerare il recepimento dei principi contenuti nel quadro europeo delle TLC e cominciare a porre il problema di una cornice regolatoria che salvaguardi la libera navigazione nella Rete dalla minaccia costituita dal peso preponderante dei circuiti chiusi costituiti attorno ai grandi motori di ricerca o al binomio tra device e applicazioni in piattaforme proprietarie.
Sul diritto d’autore, riteniamo conciliabile la libertà della Rete con la valorizzazione delle opere dell’ingegno. A due condizioni: che ben si comprenda che l’essenziale è promuovere il consumo legale dei prodotti culturali in rete; e che non ci si illuda su scorciatoie repressive o di tassazione. Il nuovo Regolamento Agcom sul diritto d’autore sembra andare in una direzione positiva.
Per promuovere lo sviluppo di un mercato legale e favorire la circolazione di contenuti digitali, è necessario introdurre l’obbligo di interoperabilità di reti distributive, di codifiche e formati di dati, e di sistemi di pagamento, disponendo un sistema reputazionale condiviso.
Quanto alla privacy l’allarme crescente per le minacce che possono venire dalla Rete è pienamente giustificato. Vanno in particolare sostenute le richieste stringenti e coordinate dei garanti europei nei confronti di piattaforme e motori di ricerca.
L’azione normativa deve inoltre liberare la rete da regole inutili o troppo complicate che ne danneggiano lo sviluppo. L’abolizione del decreto Pisanu che limita il Wifi, promessa dal Governo in seguito ad una nostra iniziativa parlamentare bipartisan che ha sbloccato lo stallo prolungato in materia, può essere un primo esempio positivo.
Infine, sarà fondamentale definire da parte di Agcom le regole di accesso e condivisione delle nuove infrastrutture per rendere possibili investimenti nella Rete. Occorre in particolare definire le condizioni regolamentari affinché, all’uscita dei soggetti pubblici, vengano mantenute condizioni di concorrenzialità ed economicità necessarie allo sviluppo ed all’utilizzo della rete NGN.
La nuova infrastruttura dovrebbe essere realizzata in prima applicazione evitando le duplicazioni, così da privilegiare l’espansione della copertura rispetto alla competizione su limitate aree geografiche. In un secondo momento, all’uscita degli investitori pubblici, il mercato potrebbe scegliere di duplicare l’infrastruttura laddove sussistano le condizioni di convenienza economica.
Un ultimo tema di particolare rilevanza per l’infrastruttura di rete è la gestione della migrazione dal rame alla fibra. L’esperienza fatta in settori analoghi come quello televisivo insegna che molti sforzi vanno concentrati da parte del regolatore nella gestione della transizione dal vecchio al nuovo sistema e che questa spesso avviene solo se forzata dall’esterno (ad esempio con atto normativo). È possibile pensare anche per le reti NGN sistemi di switch off che, garantendo l’accessibilità dei prezzi dei nuovi servizi di accesso, forzino l’utenza al passaggio alle nuove tecnologie.

da www.partitodemocratico.it

Emergenza rifugiati

Negli ultimi 5 giorni sono oltre 5mila gli immigrati arrivati sulle coste italiane.
Turco: “Davvero pensavano che gli accordi con Gheddafi servissero a risolvere i problemi del Maghreb e dell’Africa?”. Il PD presenterà un esposto contro il ministro Maroni
pubblicato il 14 febbraio 2011 , 186 letture

È piena emergenza rifugiati. In soli 5 giorni, oltre 5mila immigrati provenienti dalla Tunisia sono sbarcati sulle coste siciliane. L’isola di Lampedusa è allo stremo e nonostante l’ultima notte abbia registrato un leggero rallentamento degli afflussi, non si riesce a prevedere una soluzione immediata al problema.

Alle difficoltà di accoglienza si aggiungono le tragedie umanitarie dovute ai naufragi dei barconi della speranza al largo di Zarzis: tra sabato e domenica, cinque persone sono morte e altre 17 risultano disperse.

Il governo italiano ha dichiarato lo stato di emergenza ma deve far fronte alle dure critiche che giungono dalla Commissione europea che ha accusato il Viminale di lentezze burocratiche. A dire il vero il richiamo di Bruxelles viene in risposta all’accusa del ministro Maroni alla Ue “di non fare nulla per aiutare l’Italia” a risolvere il problema delle immigrazioni dal Maghreb. Il commissario europeo per gli Affari interni Cecilia Malmstrom, tramite un portavoce ha dichiarato: “sabato ho chiesto alle autorità italiane se avessero bisogno di aiuto per affrontare la situazione eccezionale a proposito degli sbarchi dalla Tunisia. Abbiamo ricevuto una risposta chiara: No grazie, non abbiamo bisogno di assistenza”.

Ad acuire le tensioni, oltre ai rimpalli tra Roma e Bruxelles, ci sono anche le posizioni intransigenti di Tunisi che hanno risposto con un perentorio NO ad ogni possibile ingerenza negli affari interni dopo la proposta di Maroni di realizzare un dispiegamento di forze italiane per arginare i flussi migratori dalle coste tunisine. “Tanto la Tunisia è fortemente interessata a preservare le relazioni di amicizia e cooperazione stabilite con l’Italia e a continuare a svilupparle, tanto esprime il suo stupore per tale decisione” è stata la risposta ufficiale di Tunisi.

Per Livia Turco, responsabile immigrazione del PD, “il Governo si sta dimostrando impreparato ad affrontare la gravissima situazione degli sbarchi di immigrati dal Nord Africa. Un’impreparazione che non è casuale ma il frutto di una impostazione ideologica della maggioranza che ha sempre pensato di poter risolvere i problemi facendo come gli struzzi e cioè che mettendo la testa sotto la sabbia. Davvero pensavano che gli accordi con Gheddafi servissero a risolvere i problemi del Maghreb e dell’Africa?”

“L’opposizione – ha continuato la Turco – è pronta a dare una mano in uno spirito di correttezza e collaborazione per fare fronte ai bisogni di un’emergenza umanitaria di tale portata. Serve soprattutto il coinvolgimento delle istituzioni locali e del mondo del volontariato più che mai indispensabile in questo momento. E’ evidente che il problema non può essere risolto a livello italiano e il coinvolgimento dell’Unione Europa è doveroso, ma il ministro Maroni, invece di lamentarsi e fare sterili polemiche, avanzi richieste concrete e dettagliate all’Europa”.

“Lo stato d’emergenza proclamato dal Consiglio dei ministri è un atto dovuto, la scelta del Cdm è corretta anche se quando la stessa misura veniva presa dal governo di centro sinistra erano sempre pronte le critiche dei falchi. Naturalmente occorre fare molto altro: noi chiediamo garanzie per una adeguata accoglienza, il coinvolgimento degli Enti locali e del volontariato e la riapertura di una struttura efficiente come quella di Lampedusa, chiusa per motivi incomprensibili. Ma lo sforzo che chiediamo ai ministri Maroni e Sacconi è anche di altro tipo: accettino che gli sbarchi, che non sono nè di destra nè di sinistra, non possono finire perché questo è il loro desiderio. Purtroppo l’immigrazione non si può arrestare e perciò occorre governarla, di concerto con gli altri paesi europei che devono fare la loro parte, con buoni accordi bilaterali cooperazione allo sviluppo e con la programmazione degli ingressi. Purtroppo il governo Berlusconi ha pesantemente tagliato risorse strategiche, quelle appunto alla cooperazione”.

Anche per Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza del PD, “l’emergenza immigrazione ha colto impreparato il governo italiano. Ora giusta la convocazione del consiglio europeo straordinario, ma l’Italia arrivi al consiglio con una sua proposta anche sulla base della nostra esperienza e delle strutture che già abbiamo sul territorio. L’emergenza continuerà, sarà lunga e le persone che arriveranno saranno migliaia, anche perché ancora non sappiamo a quali altri Paesi mediterranei potrebbe estendersi il vento di rivolta che ha per adesso toccato Algeria, Tunisia ed Egitto. In questo senso, appaiono secondo me azzardate le parole del prefetto Caruso nell’intervista di oggi sul Messaggero che ritiene sufficiente la capacità di accoglienza della sola regione Sicilia. L’Italia si faccia promotrice di una conferenza regionale mediterranea tra tutti i Paesi del bacino. Il Pd rinnova al ministro Maroni e al governo la richiesta di venire in Parlamento con urgenza a riferire sulla situazione.

L’inerzia e le decisioni di scaricare le responsabilità su terzi non sono piaciute ai senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante. “Alle prese con una emergenza umanitaria di enormi dimensioni – hanno dichiarato – il ministro Maroni per giustificare la sua inazione sugli sbarchi a Lampedusa cerca goffamente di scaricare la colpa sul resto d’Europa. Il suo atteggiamento, inaccettabile moralmente, si configura anche come una violazione della legge. Per questo motivo presenteremo un esposto alla Procura della Repubblica per denunciare una gravissima e clamorosa omissione di soccorso”.

“Dopo giorni di sbarchi, con migliaia di migranti ammassati in maniera insostenibile al porto di Lampedusa in cerca di acqua e cibo, forse solo oggi Maroni farà riaprire il Centro di accoglienza, su insistenza del sindaco e del prefetto. Il Centro di soccorso e prima accoglienza di Lampedusa è rimasto vuoto ma funzionante per lungo tempo, addirittura inutilizzato sebbene nei mesi scorsi i migranti sbarcati sull’isola venissero alloggiati nel villaggio-hotel ‘Macondo’ di Lampedusa, invece di essere condotti presso il Centro di Vallone Imbriacole”.

“Il Centro, come ho avuto modo di constatare personalmente in agosto – ha aggiunto Ferrante – era assolutamente in grado di accogliere. Tenere il Centro di prima accoglienza vuoto era forse l’espediente per avvalorare l’idea che la politica dei respingimenti in accordo con la Libia funzionasse realmente, mentre tenerlo chiuso in questi giorni e’ stato un atto inaccettabile e irresponsabile”.

A.Dra da www.partitodemocratico.it

Bersani: 'Andare a votare è il male minore: la situazione che stiamo vivendo è insopportabile'

Per il leader Pd non c’è più tempo da perdere, i problemi veri del Paese vanno affrontati ma Berlusconi non è all’altezza

Ad immobilizzare il Paese ci sono i guai (personali e non) del premier: per venirne fuori, ha detto Pier Luigi Bersani, stamane a Milano per partecipare a un convegno, “andare a votare è il male minore. Credo che la situazione che stiamo vivendo non possa essere protratta oltre, sia dal punto di vista del ruolo dell’Italia nel mondo, sia dal punto di vista della possibilità di affrontare con urgenza i problemi che abbiamo”. Di qui, a giudizio del segretario del Pd, anche “l’esigenza segnalata dal presidente Napolitano di abbassare i toni ed evitare lo scontro tra le istituzioni pena la sopravvivenza della legislatura”
Estrema chiarezza, insomma, contro le cortine fumogene che vengono alzate da Berlusconi con un pretesto o con l’altro: un esempio per tutti sui temi del federalismo e della giustizia, “fretta, urgenza di correre chi ad avere una bandierina chi ad avere una fedeltà per far votare il processo breve piuttosto che qualche legge utile”. In relazione al federalismo “noi abbiamo una nostra piattaforma – ha ribadito il leader del Pd – che vogliamo confrontare in un quadro politico che lo consenta. Credo quindi che con Berlusconi il federalismo serio non arrivi”.

Buone notizie sono tuttavia arrivate dalla grande mobilitazione delle donne italiane di ieri, in virtù della quale, secondo Bersani, l’immagine del nostro Paese “è stata riabilitata davanti al mondo. È partito un segnale molto forte dalla parte migliore dell’Italia. La manifestazione delle donne nelle piazze italiane ha avuto un riscontro importantissimo che porterà altri frutti”. Dal leader del Pd è stata anche espressa la convinzione che “il risultato ci sarebbe se fosse più corale l’indignazione ci fosse anche un pezzo delle cosiddetta classe dirigente che dicesse basta. Questo non perché siamo puritani – ha precisato Bersani – o ci occupiamo di peccati o di reati di cui si occupa la magistratura, ma perché vediamo tutti che l’Italia così va allo sbando e non può affrontare i problemi. Stiamo parlando di un movimento di centinaia di migliaia di persone che sono andate in piazza senza nessuno sforzo organizzativo – ha concluso sull’argomento il segretario del Pd – stiamo parlando di una presenza femminile che, come in tanti passaggi della storia nazionale, è un elemento capace di suscitare una reazione etica, civica, morale, che viene prima della politica”.

Tornando al ruolo e all’importanza che l’Italia ha in questo momento nel contesto internazionale, il segretario dei Democratici ha sottolineato che, di fronte all’emergenza umanitaria generata dai nuovi sbarchi di clandestini sul nostro territorio, “è giusto anche invocare la presenza dell’Europa tuttavia anche questi episodi fanno vedere che noi contiamo sempre meno, sia in Europa, sia nel Mediterraneo. Siamo soggetti impreparati agli eventi”. Senza dimenticare che “dell’Egitto siamo il secondo partner commerciale – ha rilevato Bersani – e non abbiamo saputo dire una parola”.

In ultimo, il leader del Pd ha così commentato la proposta di dimissioni simultanee per andare al voto anticipato lanciata da Gianfranco Fini al premier: “Non è stata una provocazione: è infatti necessario al paese avere un chiarimento, un passo indietro, andare a votare. Credo sia questa oggi ormai la soluzione. Continuare, come fa Berlusconi a rimanere abbarbicato a una sedia che traballa, senza riuscire ad affrontare i problemi che ha l’Italia, ci porta ad un passaggio veramente cruciale e drammatico”.

da www.partitodemocratico.it