Latest Posts

Il Pd in piazza Matteotti per “la dignità delle donne”

L’adesione delle democratiche e dei democratici modenesi alla manifestazione di domenica prossima. Saranno in piazza anche l’on. Ghizzoni e la sen. Bastico. Ci saranno anche le donne e gli uomini del Partito democratico, domenica 13 febbraio in piazza Matteotti, per manifestare in difesa della libertà e della dignità delle donne. L’appuntamento è alle 15. Come in tante altre città italiane (se ne contano già 200) anche a Modena si è costituito un Comitato promotore della giornata di mobilitazione di domenica che ha adottato lo slogan “Se non ora quando?”. Alla manifestazione di domenica aderiscono – tra le altre – anche le parlamentari del Pd Manuela Ghizzoni e Mariangela Bastico.

“Aderisco perché credo che si debbano formare cittadini liberi, capaci di pensiero critico – dice l’on. Ghizzoni – e che sia fondamentale trasmettere il senso profondo del vivere civile attraverso lo studio e la conoscenza, così come ci insegna la Costituzione. Ma come assolvere a questi compiti – si chiede la parlamentare – se tutto intorno a noi è fondato sulla prepotenza del potere esibito sia in pubblico che in privato? Come si fa a insegnare il rispetto fra uomo e donna, i valori etici, l’osservanza delle legge se chi rappresenta le istituzioni infanga la dignità delle donne e del Paese?”.

La sen. Bastico manifesterà “per la dignità delle donne e per la dignità delle istituzioni pubbliche” e auspica che “accanto a tante donne ci siano tanti uomini che manifestano contro un uso distorto del potere e della sessualità maschile, che li offende quanto offende le donne. La forza delle donne – conclude la parlamentare – è troppo spesso offuscata da stereotipi potenziati dai media e da una concezione del potere, rappresentata ai massimi livelli da Berlusconi, che si esercita nello sfruttamento del corpo delle donne”.

"Governo contro i precari. Cinema più cari da luglio", di Bianca Di Giovanni

Il governo sarebbe orientato a non inserire nel maxiemendamento per l’aula la proroga della
«tagliola» sui ricorsi dei precari. Rispuntano le quote latte. Passa l’editoria. Vita (Pd): abbiamo salvato 92 testate. Finiscono tutte in notturna le partite che interessano di più l’ala forte della maggioranza, cioè la Lega.
La maratona del Milleproroghe, proseguita ieri in commissione e in via di chiusura in nottata (mentre
scriviamo la seduta è sospesa) ha lasciato ancora aperto il nodo delle quote latte: la proposta della Lega di prorogare fino a 30 giugnoil pagamento delle multe da parte di chi ha frodato l’Ue. Accantonata anche la proposta sul trasferimento Consob, mentre viene respinta grazie alle opposizioni una normanvergogna sulla Rai. Rispunta in giornata anche la tassa sul cinema già in precedenza proposta dal governo e poi ritirata: un euro in più a biglietto dal primo luglio 2011 al 31 dicembre 2013. Il contributo andrà al bilancio dello Stato. Una misura intollerabile, visto il tracollo della cultura durante questo governo.
Le commissioni (Affari costituzionali e Bilancio) contano di chiudere la partita entro oggi, per consentire l’arrivo in Aula già lunedì. Dove tutti si attendono la fiducia. Solo la prossima settimana si saprà, quindi, se è stato sventato il rischio più pesante che si è profilato ieri: quello di una modifica del governo al testo varato dalla commissione, da cui verrebbe cassata la proroga di un anno per la «tagliola» sui ricorsi dei precari prevista dal collegato lavoro. Insomma, nel maxi-emendamento che su cui il governo chiederà la blindatura quella proroga potrebbenon esserci, nonostante il pronunciamento unanime delle commissioni. Durissima la reazione di Anna Finocchiaro a questa ipotesi. «Giù le mani dall’ emendamento del Pd che proroga i termini per l’impugnazione dei licenziamenti già approvato dalle commissioni – ha dichiarato la presidente dei senatori democratici – Ricordo al governo e alla sua maggioranza che il nostro emendamento ha anche ricevuto il plauso dei tre sindacati maggiormente rappresentativi Cgil, Cisl e Uil, se il maxiemendamento non conterrà quella proroga sarà evidente quel che già sappiamo: ogni volta che in
gioco ci sono tutele e diritti dei lavoratori da salvaguardare il governo si volta dall’altra parte». Per il Pd quel differimento dei termini è una garanzia per i lavoratori, soprattutto i più deboli, che devono essere adeguatamente informati. Alza le barricate anche la
Cgil, con Fulvio Fammoni, che parla di «accanimento contro lavoratori non solo precari, ma anche impossibilitati a far valere i propri diritti».
Ma nella giornata le opposizioni registrano due importanti vittorie: lo stop a una proposta- vergogna sui vertici Rai, e il sì all’emendamento sull’editoria, fortemente sponsorizzato dal Pd e dal Fli. «Così abbiamo evitato la chiusura di 92 testate», commenta a caldo il senatore Vincenzo Vita. La proposta prevede il ripristino di 30 milioni al fondo editoria, che sostiene i giornali di idee e politici (tra cui anche l’Unità). Nella stessa proposta si stanziano anche 15 milioni per le Tv e radio locali. Soltanto 15 milioni, invece, ottiene il Fus, fondo unico per lo spettacolo.
Anche sulla cultura l’intervento è debolissimo: si destinano tre milioni alla Scala e altrettanti all’Arena di Verona, ma il San Carlo di Napoli resta a secco. Protesta della senatrice Pd Anna Maria Carloni.
Un vero e proprio scudo per gli amministratori della Rai proponeva un emendamento del relatore Lucio Malan. Il testo eliminava la possibilità dei controlli della Corte dei Conti sull’operato dei vertici. Naturalmente – dichiara Paolo Giaretta (Pd) – questa norma è confezionata ad hoc e ha un nome e cognome: è di pochi giorni fa la notizia della contestazione della Corte dei Conti al Direttore Generale della Rai Mauro Masi per un danno erariale di 680.000 euro». «Dopo la nostra ferma opposizione
maggioranza e governo sono stati costretti a fare marcia indietro – aggiunge dopo qualche minuto il senatore Pd Giovanni Legnini – sull’emendamento che avrebbe creato lo scudo contabile per gli amministratori della Rai, dichiarandolo inammissibile». Le oposizioni hanno minacciato
struzionismo su questanorma salva-Masi, ennesima legge ad personam.
Non passa il vaglio della commissione, perché ritirato, anche la proposta Pdl che prevedeva lo scorporo da Poste Spa di Bancoposta, e consentiva alla società pubblica di entrare nelle quote di controllo di istituti bancari. L’emendamento a firma Giuseppe Esposito (Pdl) era stato accettato dal relatore, che però aveva preferito accantonarlo. In serata è stato definitivamente ritirato.

L’Unità 11.02.11

"L’indignazione non basta. Per le donne serve la politica", di Emilia De Biasi*

Il bello delle donne è che sono fra loro diverse. Lo dimostra il dibattito, acceso e finalmente pubblico, sulle motivazioni per cui essere ( o non essere) in piazza il 13. Le argomentazioni rivelano desiderio di partecipare, impegno, e svelano un’identità femminile
davvero plurale. Ho aderito alla manifestazione. Sarò in piazza a Milano, spero che saremo in tante e in tanti. Ci sarò per ciò che sono: una donna che fa politica nelle istituzioni e nel Pd, che si cimenta da tempo nell’arduo cammino della libertà femminile, che crede che dal fango in cui è finito il paese si possa uscire solo attraverso un nuovo patto fra uomini e donne: un patto culturale, economico, sociale.
La miseria berlusconiana, estesa e difficile da sradicare, è certamente morale, ma le motivazioni per chiedere le dimissioni di Berlusconi hanno il dovere di essere politiche. La cornice di costume è inquietante, ma non recente. Voci solitarie si sono levate nel ventennio trascorso per denunciare le conseguenze del passaggio da cittadini a consumatori di beni, prodotti, immagini, corpi femminili. Ma a differenza di altri paesi l’Italia non ha espresso una legislazione di cautela e di difesa della dignità. Il sistema mediatico, oppresso dalla concentrazione proprietaria, si è sostanzialmente adeguato alle ragioni del mercato, in una corsa al ribasso della qualità dei contenuti che ha contribuito all’assopimento delle coscienze maschili e femminili.
Il tutto nel far west di una comunicazione senza regole. La continua radicalizzazion imposta da Berlusconi e dalla destra ha paradossalmente eliminato il conflitto e ha reso impossibile la mediazione, la riflessione, il passo in avanti della vita civile su tanti temi, consegnandoci alle tifoserie di tipo calcistico come forma populista del bipolarismo etico in cui il paese e tutti noi siamo confinati. Possiamo rompere questa cristallizzazione? Possono farlo le donne uscendo da un’autorappresentazione come soggetto debole? Tutte ci siamo sentite offese nella nostra dignità, ma la risposta oggi non può essere solo l’indignazione, lo hanno detto in molte, e condivido. Le donne italiane sono forti, anzi fortissime. Lo dimostra come tengono botta alla crisi, come giorno per giorno continuano a fare mille cose contemporaneamente, come studiano, lavorano, curano gli affetti e se stesse, come percorrono chilometri nelle grandi città e piccole strade nei mille comuni di giorno e di notte, e come desiderano l’autonomia del loro progetto di vita.
È in nome di questa faticosa normalità che andrò in piazza, per dire che è ora di premiare capacità e intelligenza nella vita pubblica, e per ridurre la distanza fra la politica delle donne e le donne italiane. È chiaro che oggi la questione all’ordine del giorno è quella maschile, fatta di identità deboli ma forti del potere, di parzialità dalla pretesa universale, di opacità discrezionale nelle scelte. Infine:ma cos’è la morale pubblica? Siamo dibattute fra comune senso del pudore e pubbliche virtù. È un grande rischio. La rivoluzione femminile non può presentarsi nel nuovo millennio con inclinazioni restauratrici, o peggio, fondamentaliste. La cultura del rispetto e della dignità richiede di superare i pre-giudizi. Concussione e prostituzione minorile: questi i reati contestati a Berlusconi, su cui la magistratura farà il suo corso. Basterebbe già questo per chiedere le dimissioni di un premier. Il resto sarebbe triste senilità se non si trattasse di un uomo politico, dunque pubblico, che dovrebbe essere un esempio, il cui comportamento
invece dimostra disprezzo di un’etica pubblica condivisa. Possiamo rilanciare con messaggi positivi il valore di una sessualità libera e responsabile, e dire con più forza che la sessualità è fatta di relazione, dialogo, riconoscimento dell’altro, scelta, amore, desiderio, piacere, cioè è strada di consapevolezza di sé? Ogni donna è sola con se stessa quando decide sulla propria sessualità, e ne risponde in proprio. Credo che nessuna e nessuno abbia il diritto di giudicare. Alla sfera pubblica compete la crescita di una cultura del rispetto e della dignità. Ma la storia delle donne ci dice del passaggio dell’esperienza
da una generazione all’altra. È l’autorevolezza del sapere femminile che dobbiamo saper comunicare.
E praticare, senza autoritarismi, con generosità, pronte a riprenderci il futuro. Berlusconi non ha distrutto la dignità delle donne. Lo potrà fare solo se noi glielo permetteremo

*Deputata PD

L’Unità 11.02.11

"Voti, favori e privilegi ecco perché in Alto Adige il federalismo è d´oro", di Ettore Livini e Jenner Meletti

L´ex Parco dello Stelvio come regalo per l´astensione dei due deputati dell´Svp sulla fiducia a Berlusconi. Il presidente della provincia di Bolzano Durnwalder ha carta bianca sui monumenti che ricordano il fascismo. Bolzano ha un tesoro di cinque miliardi all´anno e si tiene in tasca il novanta per cento delle tasse. Hans Heiss, consigliere provinciale dei Verdi, dice che «dal cielo sta scendendo la manna». «Il nostro presidente Luiss Durnwalder è un mercante di buoi ma il suo mestiere lo sa fare. Mette sul piatto della bilancia i due voti dei deputati della Svp e in cambio riesce a portare a casa tutto. Da quando il governo Berlusconi è in bilico, quei due voti sono diventati un patrimonio. Bolzano ha conquistato la propria fetta del parco nazionale dello Stelvio e sulla delicatissima vicenda dei monumenti che ricordano il fascismo – e anche gli alpini – è arrivata carta bianca. Il ministro Bondi – per avere l´astensione dell´onorevole coppia Svp – ha mandato una lunga lettera che si può sintetizzare così: presidente Durnwalder, faccia quello che le pare».
Ma quanto costa, al resto d´Italia, “tenere buoni” gli altoatesini? La Provincia bolzanina si tiene in tasca il 90% delle tasse ma ha pronte nuove richieste. I bellunesi guardano l´Alto Adige così come la piccola fiammiferaia guardava l´oca arrostita sulla tavola della famiglia ricca.
Quanto rende, essere bolzanini? Che cosa succederà nell´ormai ex parco nazionale dello Stelvio, dopo che Bolzano comanderà la propria grande fetta? Gli alpini in carne e ossa, quelli del IV Reggimento, sono già stati sfrattati e mandati nel Veronese. Ci sarà lo sfratto anche per il monumento all´alpino di Brunico, ridotto a un moncone dopo lo scoppio di due bombe?
UN FEDERALISMO DA SOGNO
Il tesoretto annuo della Provincia di Bolzano è pari a 5,2 miliardi, di cui 3,5 miliardi derivanti da entrate tributarie. Da dove arriva questa montagna d´oro? Dalla devolution fiscale che oggi lascia sul territorio il 90% delle tasse raccolte a livello locale oltre a una quota di trasferimenti pubblici. Le entrate tributarie per abitante a disposizione di Durnwalder & C. sono pari a 8.514 euro l´anno contro ad esempio i 2.261 che gestisce la Lombardia di Roberto Formigoni e i 1.875 del Veneto.
Gli accordi sulla “compartecipazione” prevedono che Trento e Bolzano si tengono il 90% dell´Iva pagata in loco delle imposte sul registro, su successioni e donazioni, delle tasse automobilistiche, sulla benzina e le sigarette oltre ai proventi del lotto e al 100% dell´imposta sull´energia elettrica. Le regioni a statuto ordinario hanno diritto “solo” al 45% dell´Iva locale.
«Attenzione a non paragonare le mele con le pere», replica il nume tutelare della Svp. «Noi con quei soldi dobbiamo far funzionare le scuole, le università e gli ospedali. E pure garantire le infrastrutture primarie. Spese che altrove garantisce lo Stato». Certo. Di sicuro però i cittadini della provincia a più alto reddito d´Italia – 34.365 euro a testa, il 30,9% in più della media nazionale – pagavano nel 2008 meno tasse rispetto ai soldi che ricevevano da Roma.
Il Trentino Alto Adige incassava dallo Stato secondo la Cgia di Mestre 2.069 euro l´anno per abitante in più rispetto alle imposte pagate dai suoi cittadini («Oggi abbiamo rinunciato a 500 milioni di trasferimenti dalla capitale e siamo in pari», assicura il direttore finanze della provincia sudtirolese Eros Magnago). La Lombardia, per dire, versa al ministero delle Finanze una cifra superiore di 2.915 euro pro-capite rispetto ai trasferimenti e ai servizi ricevuti. E anche Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna hanno saldi negativi (per loro) nel rapporto dare-avere con la capitale.
COSA SUCCEDERÀ ORA ALLO STELVIO?
È stato il primo regalo, in cambio dell´astensione sulla fiducia a Berlusconi. «Il parco nazionale non aveva mezzi, mancavano soldi anche per il personale – dice Durnwalder – e noi faremo investimenti. Certo, qualcosa deve cambiare. Non si può escludere ad esempio l´agricoltura tradizionale e anche l´uomo, oltre ai cervi e agli stambecchi, si deve sentire a casa propria».
Il consigliere dei Verdi, Hans Heiss, vede nero. «Anche il parco dovrà rendere, come un´azienda. Durnwalder non avrà più le mani legate e non è difficile prevedere le sue proposte: ridurre le aree in cui è vietata l´edificazione, sveltire le pratiche urbanistiche, capitalizzare il patrimonio dell´acqua con la costruzione di centrali elettriche… Se un contadino chiederà di tagliare qualche ettaro di bosco per farne un meleto, chi dirà di no? La caccia? In pratica è già aperta. Non ci sono abbastanza guardie e i bracconieri hanno strada libera. Ogni tre o quattro anni bisogna fare lo “sfoltimento” e allora il presidente, che è cacciatore, invita duecento amici per l´abbattimento. Noi ci facciamo sempre consegnare l´elenco degli invitati a questo “jus venandi” e scopriamo che sono presidenti di società, direttori di bande musicali…».
Anche questo è un modo per fare capire che se stai con la Svp, e con il suo capo, puoi fare cose straordinarie. E non sempre il premio è la possibilità di sparare a un cervo.
Con l´accordo fra Durnwalder e il ministro Calderoli, prima di Natale, sono stati stanziati 40 milioni di euro destinati ai Comuni confinanti, per dare loro qualche soldo e creare una zona cuscinetto, quasi una barriera: soprattutto nel Bellunese tanti Comuni vorrebbero entrare nel nostro paradiso. La nostra Provincia è troppo buona? In realtà non regala nulla. Nel Comelico, ad esempio, ci sono impianti da sci ormai vetusti, che sono stati comprati dal re dei wurstel, Franz Senfter, altoatesino e amico del nostro presidente. Finanziare l´ammodernamento di quegli impianti, sarà come tenere i soldi a casa nostra».
IL BENESSERE SOTTO LE DOLOMITI
Ma come spende i suoi soldi l´Alto Adige? E poi, è davvero tutto oro quello che luccica? Se la risposta la devono dare gli altoatesini, non c´è dubbio: i soldi sono spesi bene. Bolzano è da anni saldamente al primo posto della classifica City Monitor sul gradimento del servizio pubblico da parte dei cittadini, con percentuali bulgare superiori al 75%. Le misurazioni sull´efficienza della pubblica amministrazione fatte dall´omonimo ministero vedono il Sud Tirolo primo alle voci ambiente, lavoro, Welfare e giustizia. «La disoccupazione è al 2,8%, l´economia del territorio va bene», snocciola orgoglioso il leader storico del Svp. E non a caso alla sua porta c´è la fila di comuni pronti a chiedere la secessione da Veneto e Lombardia per entrare in Sud Tirol.
A cercare il pelo (o forse qualcosa di più) nell´uovo, qualche problema c´è. Il federalismo sud tirolese, come capita spesso dove si accumula il denaro pubblico, ha creato anche una burocrazia costosa. Ogni altoatesino paga 1.231 euro l´anno per far funzionare gli uffici e gli organi istituzionali. I piemontesi ne sborsano 112, i lombardi 58. «In realtà noi spendiamo solo il 22% del budget per l´amministrazione – si difende Luigi Spagnolli, sindaco di Bolzano, appena punzecchiato sui costi comunali dai revisori – . La media nazionale è al 27%». L´indennità lorda mensile per il borgomastro bolzanino, secondo “Il Sole 24 ore”, è pari a 13.312 euro contro la media nazionale di 3.842 euro. E Calderoli ha accusato Durnwalder di guadagnare 36mila euro l´anno più di Barack Obama.
«Prendo un terzo (320.496 euro lordi l´anno, ndr) del direttore generale della Cassa di risparmio locale e penso di meritarmeli – dice lui – In Regione non ho stipendio e dei vecchi 16 collaboratori ne ho tenuto solo uno part-time».
MONUMENTO ALLA VITTORIA E A MUSSOLINI
«Hic patriae fines/siste signa…». «Qui sono i confini della patria. Pianta le insegne. Da qui educammo gli altri con la lingua, le leggi, le arti». Diciotto fasci littori aiutano a capire il significato della scritta latina sul monumento alla Vittoria, quella del 1918, con la conquista italiana del Sud Tirolo. Ci sono lavori in corso, e un cartello del ministero per i Beni culturali annuncia che si stanno spendendo 2.070.000 euro (gli appalti sono stati vinti da tre aziende di Treviso, Vigonza di Padova e Roma) per restaurare «architetture e decorazioni».
Ma l´altro giorno è arrivato il contrordine, firmato dallo stesso ministro, Sandro Bondi, che aveva finanziato i lavori. Difficile capire, fuori Bolzano, cosa sia la “questione monumenti”. Prova a raccontarla Alessandro Urzì, consigliere provinciale, ex An poi confluito nel Pdl e ora nel Fli di Fini. «Alcuni monumenti, come la Vittoria e il bassorilievo del Duce in piazza dei Tribunali, sono senza dubbio fascisti. Fasci littori, “Credere, obbedire, combattere”, ecc. Ma per noi di lingua italiana, anche per tanti della sinistra, non hanno più da decenni un significato ideologico.
Nel 2004, come Alleanza nazionale, abbiamo detto no al cambio di nome da piazza della Vittoria a piazza della Pace e abbiamo vinto con il 60% dei voti. Questo significa che abbiamo ottenuto consensi anche dai tedeschi e dagli italiani di sinistra. Solo gli Schutzen chiedevano di coprire o abbattere questi monumenti. La svolta avviene quando il governo Berlusconi, con la cacciata di Fini, si trova con una maggioranza in cui anche due voti, quelli della Svp, sono importanti. Per ingraziarsi Durnwalder (che ha bisogno di piacere alla destra tedesca perché anche la sua maggioranza non è più quella di un tempo) il ministro La Russa a novembre firma lo sfratto del IV Reggimento Alpini, e altri 400 italiani in divisa, più 200 familiari, escono da Bolzano e dalle liste elettorali. Con il primo voto a sostegno del cavaliere arriva lo Stelvio, con quello a favore di Bondi arriva il via libera alla Svp perché faccia quello che vuole dei monumenti».
IL PATTO DI ROMA
La lettera del ministro è chiara. Per i monumenti in questione sarà possibile una «diversa collocazione», e il «diverso collocamento potrà essere operato anche direttamente dalla Provincia». Per la prima volta dopo decenni il comandante degli Schutzen, Paul Bacher, dice che alla Svp «va di certo tributata una grande lode».
In compenso, il Pdl, già in crisi, si spacca in due e non riesce spiccicare parola. Monumenti, italianità, ecc. erano i temi forti del centrodestra bolzanino che ora non sa più a quale santo rivolgersi: a dare ragione a Durnwalder e Svp è infatti lo stesso centrodestra nazionale, perché i voti dei deputati Karl Zeller e Siegfrid Brugger potranno ancora essere indispensabili. «Vogliono spostare – dice il consigliere Urzì – anche il monumento all´Alpino di Brunico. Fu costruito negli anni ´30 e dopo la seconda guerra fu abbattuto, tirato giù con un paio di buoi. Ricostruito, è stato fatto saltare con il tritolo. Nel 1966 l´Ana, l´associazione nazionale alpini, ha fatto un nuovo monumento, con un Alpino della pace, senza armi. Anche questo è stato danneggiato da una bomba e ora resta solo la testa dell´alpino, con mezzo busto, su un enorme basamento. Anche questo dà fastidio e secondo Bondi la Provincia può deciderne il destino. Secondo me questo è servaggio culturale.
La Svp mette in discussione anche gli Ossari che sono a Colle Isarco, Burgusio e San Candido. Dice che bisogna mettere targhe che spieghino che non tutte le salme sono di soldati molti qui, che sono state portate da lontano per fare capire quanto sia costata la conquista di questa terra… Un cimitero è un cimitero, meriterebbe di essere lasciato in pace».
LA PICCOLA FIAMMIFERAIA
Come nella fiaba di Andersen, nelle valli confinanti tanti sognano di svegliarsi un giorno bolzanini per mettersi a tavola con l´oca arrostita. «Guardi questa tabella e capirà quanti soldi prendono i nostri colleghi albergatori».
Nessun nome, per carità. «I nostri cugini ricchi si arrabbiano, se raccontiamo i loro interessi. Comunque, la loro legge n.4 del 13 febbraio 1997, poi aggiornata, prevede almeno il 30% di finanziamento a fondo perduto per chi ristruttura un albergo, più il 10% se fai i bagni termali, più 10% per gli edifici vincolati, un altro 10% se la sede di impresa è in zona turisticamente poco sviluppata… Ma per essere “poco sviluppati” basta essere sotto i parametri di Aspen e S. Moritz, per cui tutti prendono soldi. Lì l´albergo te lo costruisci o lo ammoderni praticamente gratis».
Ma quali sono i vantaggi per chi gestisce gli hotel o fa l´affittacamere? A quanto ammontano gli investimenti? Il direttore delle finanze della Provincia di Bolzano mette le mani avanti. «Non credo che i vantaggi dei nostri albergatori, rispetto a chi è fuori provincia, siano superiori al 15%». Ma la statistica non si può smentire. Un sindaco dell´Alto Adige ha a disposizione il 78,2% di risorse in più rispetto a un sindaco del Bellunese. Per ogni euro incassato da Belluno, Bolzano ne incassa 63,56. Bolzano investe in sviluppo economico il 730% in più di Belluno.
UNA FESTA ITALIANA?
Dopo tutto questo, Luis Durnwalder annuncia che non ha nessuna intenzione di partecipare alle festa per il 150° dell´Unità d´Italia. «Siamo sotto L´Italia. Accettare va bene, festeggiare no. L´ho detto anche al Presidente Ciampi, quando mi chiese se mi sentivo italiano. Io gli risposi: mi sento sud tirolese, tirolese, parte della minoranza austriaca che vive in Italia e ho un passaporto italiano».
Le richieste al governo Berlusconi sono finite? «La mia fantasia non ha limiti. Vogliamo discutere i controlli della Finanza, per come vengono organizzati. Ci interessano le Poste. Le lettere potremmo consegnarle noi, con il personale degli uffici per il turismo. Ci sarebbe la questione del III programma Rai in lingua ladina…». L´elenco sarà pronto alla prossima fiducia.

La Repubblica 11.02.11

Berlusconi parla di golpe morale, Finocchiaro e Franceschini firmano l'appello PD per le dimissioni.

Il segretario del Pd invita le opposizioni a prendere l’iniziativa. Finocchiaro: “Berlusconi è pronto a ‘uccidere la libertà dell’Italia per salvare esclusivamente se stesso”. Franceschini: “Fare causa allo Stato è una stupidaggine assoluta”
Il Foglio anticipa il contenuto di un’intervista al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che commenta gli ultimi sviluppi del caso Ruby si dice convinto di poter trovare un “giudice a Berlino”, ma che il vero giudizio per chi governa arriva dal corpo elettorale. “I pm di Milano non ce la faranno a mettere a segno il loro golpe perché in una democrazia il giudice di ultima istanza, quando si tratta di decidere chi governa, è il popolo elettore e con esso il parlamento, che sono i soli titolari della sovranità politica”.

Bersani attacca: “Se, come dice Berlusconi le sue dichiarazioni nell’intervista rilasciata al Foglio, non sono uno sfogo, allora si tratta di parole semplicemente eversive. Se nella maggioranza c’è qualcuno che ha a cuore le sorti del Paese, dica qualcosa perché ci si sta avvicinando rapidamente alla soglia di allarme. Si pronunci nel Paese chiunque ha la possibilità di far sentire la sua voce. Tutte le opposizioni hanno il dovere di rinserrare le fila, di costruire un’iniziativa comune, e, come chiediamo da tempo, di rivolgersi agli italiani stanchi e turbati con la generosità di una proposta nuova e unitaria”.

Intanto sta proseguendo in tutta Italia la raccolta delle firme a sostegno dell’appello lanciato dal PD ”Berlusconi dimettiti”. La campagna lanciata dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, vuole arrivare a quota 10 milioni di firme per ribadire che ”l’Italia ha bisogno di guardare oltre, per affrontare finalmente i problemi reali del Paese: la crescita, il lavoro, un fisco giusto, una scuola che funzioni, una democrazia sana”.
Oggi i Presidenti dei Gruppi parlamentari del PD, Anna Finocchiaro e Dario Franceschini, hanno firmato l’appello al banchetto organizzato dalla Federazione romana del PD in Piazza San Lorenzo in Lucina.
Firma anche tu, puoi farlo online su www.partitodemocratico.it/berlusconidimettiti.

Sembrano profetiche le parole di qualche ora fa della Finocchiaro: “Berlusconi? E’ pronto a ‘uccidere la liberta’ dell’Italia per salvare esclusivamente se stesso”, ha detto la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro, rispondendo alle domande dei cronisti dopo avere firmato in mattinata (insieme al presidente dei deputati democraticio Dario Franceschini) l’appello ”Berlusconi dimettiti” in Piazza in Lucina a Roma.

A chi gli chiede cosa pensi di un possibile decreto per fermare le intercettazioni, la Finocchiaro ha detto: ”Di fronte a una legge gia’ in parlamento e che giustamente e’ stata filtrata da un fuoco di fila di osservazioni che vengono non soltanto dalle opposizioni, ma anche dalle magistrature associate e non, quindi anche da moltissimi magistrati impegnati in prima fila alla lotta contro la criminalita’ organizzata che denunciano come questo provvedimento sarebbe destinato a mutilare tantissime indagini per reati molto gravi, il fatto di presentare un decreto legge e’ un atto di arroganza e di protervia inaccettabile”.

”E’ la mossa disperata -ha aggiunto- di chi tenta disperatamente di evitare l’atto finale, ormai scritto pero’.

E’ dunque chiaro a tutti i cittadini che Silvio Berlusconi non puo’ piu’ essere il presidente del Consiglio di una repubblica democratica. Reca offesa alla dignita’, all’autorevolezza, al decoro dell’Italia e degli italiani”.

Quanto alla minaccia di Berlusconi di ricorrere alla Corte di Strasburgo, la Finocchiaro ha commentato: ”Per quali violazioni? A differenza di Berlusconi credo che questo Paese non debba avere timore di alcuna sede di giustizia. Il problema e’ che Berlusconi vuole uccidere la liberta’ dell’Italia per salvare esclusivamente se stesso. Vuole sacrificare sull’altare di se stesso e dei propri processi la funzionalita’ della giustizia, la lotta alla criminalita’, la sicurezza dei cittadini”.

In qualsiasi altro paese o in qualsiasi altro periodo della storia italiana, un leader politico avrebbe capito quando il momento richiede un passo indietro: per il suo paese, per la sua coalizione, almeno per il suo partito. Questo non avviene perche’ Berlusconi da sempre mette il proprio interesse personale davanti agli interessi del Paese”.

Lo ha detto il presidente deo deputati del Pd Dario Franceschini, che in mattinata, insieme alla presidente dei senatori democratici Anna Finocchiaro, ha firmato ad un banchetto in Piazza in Lucina a Roma, l’appell0 ”Berlusconi dimettiti”.

Berlusconi, ha aggiunto Franceschini, ”si proclama innocente e perseguitato, ma dovrebbe sapere che una persona che si ritiene innocente chiede di andare subito davanti ai giudici per difwendersi con orgoglio. E non usa invece qualsiasi strumento, anche legislativo per evitare i suoi processi a costo di devastare il sistema della giustizia italiana”.

”In realta’ lui, ancora una volta, usa la maggioranza e il parlamento ed anche lo strumento legislativo per fermare i suoi processi. Dopo il menu degli anni scorsi adesso -ha affermato ancora Franceschini- siamo di fronte a processo breve e intercettazioni, cioe’ un tutto finalizzato a fermare i suoi processi, anche a costo di devastare la giustizia italiana e impedire, con la limitazione delle intercettazioni, una lotta efficace contro la criminalita’ o addirittura bloccando processi contro delinquenti comuni”.

Per quanto riguarda il documento contro i magistrati, ”mi pare -ha commentato Franceschini- si siano smentiti piu’ volte nel corso della giornata. Fa ridere i polli una denuncia o causa contro lo Stato per attentati contro i ruoli del presidente del Consiglio. Fosse cosi’ qualsiasi inziativa, della magistratura e poi della stampa, non si potrebbe fare perche’ sarebbe un atto contro lo Stato. E’ una stupidaggine che non sta ne’ in cielo ne’ in terra!”.

www.partitodemocratico.it

"Pari dignità oltre le "grazie" del corpo l´etica pubblica non è moralismo", di Roberto De Monticelli

Sono felicemente accorsa all´appello di Libertà e Giustizia, ed ero con le anime belle del Palasharp, “miserabili” azioniste, come qualcuno ha scritto. Mi ero invece dimenticata di firmare l´appello in difesa della dignità delle donne. Rimedio subito. Ma forse c´è una ragione per cui la questione dell´immagine delle donne sembra passare in secondo piano rispetto al resto di quello che sta succedendo. Non a caso forse anche due scrittrici che mi hanno preceduto nei loro interventi su questo giornale la prendono un po´ larga, con due bellissime immagini, facendo della donna un simbolo, l´una della verità stuprata quotidianamente, l´altra della nostra povera Italia umiliata e offesa. Non capisco invece un´acca dell´accusa che altre fanno di “moralismo”: questa parola mi sembra la parola più usata a sproposito dell´ultimo mezzo secolo. Questa parola che mezza Italia spara con disprezzo sull´altra mezza, su quella più sconcertata di fronte alle peggiori infrazioni all´etica pubblica che si possano immaginare, perpetrate per di più da uomini (e donne) nel pieno abuso delle loro funzioni pubbliche. Ma veniamo all´immagine delle donne, e alla ragione per cui una quasi perfino se ne dimentica, di fronte a tutto il resto. Come ha scritto un signore che si definisce “liberale” – e certo anche qui la tolleranza nell´abuso delle parole è degna di nota – noi signore, almeno fino a una certa età, stiamo “sedute sulla nostra fortuna”. Lui invece no? Ma si rassicuri, che il sesso maschile resta, a quanto ci raccontano certi primi ministri e i loro prosseneti, affascinantissimo ben oltre quell´età. Al signore liberale però vorrei chiedere anche se incoraggerebbe sua figlia o sua nipote a far partecipare qualche utilizzatore finale di quella bella grazia su cui siede. Perché immagino che sua figlia o sua nipote, esattamente come lui, vorrebbero essere riconosciute portatrici anche di altri valori e quindi di altre fortune che quella, spesso graziosa e sempre utile, parte del corpo. E dunque sentirebbero un po´ offensivo sentirsi monetizzare in relazione esclusiva a quella parte. Esattamente, suppongo, come lui. Se invece ci fosse alcuno, un bello stallone poniamo, che umilmente e orgogliosamente rivendicasse la sua stallonità come la sua maggior gloria, e/o la sua miglior risorsa economica, benvenuto stallone: questa sarebbe la sua legittima scala di valori, diciamo così il suo ethos; e siccome è il suo, nessun altro può metterci il becco – nell´esatta misura, s´intende, in cui non lede né il codice penale né il rispetto dovuto a qualunque altra persona. Né, ancora più ovviamente, la diversa scala di valori necessariamente legata a una carica o funzione pubblica. (Orrenda lesione sarebbe certo – ipotesi inimmaginabile! – un primo ministro che praticasse ed esaltasse come sua miglior virtù l´arte dello stallone). Concludendo: una cosa è che uno senta e scelga i valori del sedere, come la cosa di sé migliore e più preziosa; tutt´altra cosa è che glielo imponga un altro, magari solo per via di generalizzazione illiberale, del tipo: non lo vedete, uomini belli, che state seduti sul vostro vero valore? Ecco, il problema è tutto qui. Questa domanda era una introduzione elementare al concetto di “avere pari dignità e diritti”, cioè al principio che sta alla base non solo della giustizia morale personale, ma anche dell´etica pubblica, e di tutta la serie dei diritti, civili politici e sociali, su cui si fonda una democrazia liberale. Ma se perfino i grandi “liberali”, in Italia, questo principio non lo hanno ancora capito, val proprio la pena di scendere in piazza un´altra volta, a ribadirlo.

La Repubblica 11.02.11

******

“Se io facessi come lui”, di Stefano Menichini

Sono il direttore di questo giornale. Nel nostro piccolo, ho un ruolo di potere interno e di rappresentanza esterna. Non consentirei a nessuno, qui dentro, di sindacare sulla mia vita privata, i miei gusti e costumi sessuali, i miei eventuali eccessi, i miei comportamenti. Se però questi ultimi, favoriti dal mio ruolo di potere, dovessero coinvolgere il luogo che dirigo, alterando i rapporti con le altre persone. O condizionare l’immagine esterna di Europa, per colpa della tracimazione delle abitudini private del suo direttore.
Beh, in questi casi sarei stato io a sovrapporre vita privata e responsabilità pubblica, e penso che dovrei risponderne.
Se poi qualcuno volesse approfittare della situazione per farmi fuori, ne penserei tutto il male possibile ma dovrei riconoscere di essermi offerto agli attacchi. Non so quale difesa invocherei. Credo nessuna.
Non riesco a trovare modo migliore per spiegare perché credo che Berlusconi debba rispondere della propria assenza di autocontrollo e della esondazione dei propri costumi privati, reiterati e pubblicamente rivendicati.
Non avrei detto nulla di diverso se Piero Marrazzo si fosse aggrappato all’incarico politico, dopo aver dato prova di non saperlo tener lontano dalle proprie frequentazioni notturne.
Non trovo traccia di moralismo in questa convinzione, tanto meno di giustizialismo.
Non dovrebbe essere difficile capire perché un principio valido in qualsiasi contesto, valga moltiplicato mille per un capo di governo, per un uomo che si è proposto e ha ricevuto fiducia come leader di una Nazione.
Non penso che siamo tutti eguali. Continuo a supporre che un leader debba essere portatore di virtù e d’esempio, o almeno presentarsi coerentemente come tale (difendo la dose omeopatica di ipocrisia che tiene in piedi il mondo). E tutto ciò prescinde dal processo di Milano e dai suoi esiti, perché sulla sostanza della vicenda Ruby non è possibile nutrire dubbi.
Tra i difensori di Berlusconi qualcuno ha timidamente chiesto, all’inizio, almeno un atto di contrizione, delle scuse per aver involontariamente coinvolto un intero paese in una situazione così assurda e imbarazzante. Né loro né noi abbiamo ascoltato qualcosa del genere, ma solo improbabili ricostruzioni che negano l’evidenza di un presidente del consiglio intorno al quale si organizza e agisce un giro di prostituzione.
Loro – i Ferrara, i Bossi, i Feltri – hanno subito rinunciato all’assurda pretesa di un atto pubblico di scusa, e si sono allineati nella difesa più oltranzista. Noi non rinunciamo. Tutti, al posto suo, si sarebbero scusati. Io per esempio l’avrei fatto (prima di dimettermi, ma questa poi è fantascienza).
Quanto alla discussione che s’è accesa fra le donne a proposito della manifestazione di domenica, e sulla quale intervengono oggi su Europa Mariapia Garavaglia e Franca Fossati, non vorrei pronunciarmi.
Prendo per buona la garanzia (data però ex post) che l’appello promotore non intendeva distinguere fra buone e cattive, virtuose e viziose, madonne e puttane: fra le tante regressioni alle quali siamo costretti, almeno questa non imponiamocela da soli. Ricordiamoci sempre che abbiamo una vita davanti, dopo Berlusconi, e sarebbe brutto ritrovarci in un paese dove proprio tutti i pozzi sono avvelenati dal disprezzo reciproco.
Solo una cosa, a proposito delle donne della destra di governo che prima di scendere nell’attuale trincea in difesa del premier erano solite invocare dagli scranni che occupano la cancellazione del ’68, matrice secondo loro del lassismo che rovina l’Italia.
Seriamente argomentata, non sarebbe neanche una tesi peregrina. Ma per essere convincenti, Gelmini, Santanché o Roccella dovrebbero prima riconoscere che in un paese che esalta i diritti privati, ignora i doveri pubblici e rifiuta l’assunzione di responsabilità, il più strabico di tutti è proprio il loro capo, Silvio Berlusconi.
Il più impenitente figlio del ’68, dovremmo dire.

da Europa Quotidiano 11.02.11

"Se l'Italia distrugge la Bellezza", di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

In «Vandali» Rizzo e Stella raccontano come e perché l’Italia stia distruggendo la sua unica ricchezza: l’arte. Un Paese da salvare: I 45 siti Unesco in Italia. Non abbiamo il petrolio, noi. Non abbiamo il gas, non abbiamo l’oro, non abbiamo i diamanti, non abbiamo le terre rare, non abbiamo le sconfinate distese di campi di grano del Canada o i pascoli della pampa argentina. Abbiamo una sola, grande, persino immeritata ricchezza: la bellezza dei nostri paesaggi, la bellezza dei nostri siti archeologici, la bellezza dei nostri borghi medievali, la bellezza delle nostre residenze patrizie, la bellezza dei nostri musei, la bellezza delle nostre città d’arte.
E ce ne vantiamo. Ce ne vantiamo sempre. Fino a fare addirittura la parte dei «ganassa» («Abbiamo il 40% dei capolavori planetari!», «No, il 50%!», «No, il 60%!») giocando a chi la spara più grossa. Primato che, per quanto ne sappiamo, spetta all’unica «rossa» che piace al Cavaliere, la ministra del Turismo Michela Vittoria Brambilla. Che nel portale in cinese con il logo «Ministro del Turismo» lancia un messaggio al popolo dell’Impero di mezzo e sostiene non solo che «le grandi marche di moda sono italiane» e «tutti i tifosi del mondo seguono il campionato di serie A italiano» ma anche che l’Italia «possiede il 70% del patrimonio culturale mondiale». Bum! E il Machu Picchu, i templi di Angkor, le piramidi, Santa Sofia e il Topkapi a Istanbul, il Prado, San Pietroburgo, la Torre di Londra, la cittadella di Atene, i castelli della Loira, Granada, la città proibita di Pechino, il Louvre, la thailandese Sukothai, il Taj Mahal, il Cremlino, l’esercito di terracotta di Xi’an, Petra, Sana’a e tutto il resto del pianeta? Si spartiscono gli avanzi.

Un’intervista di Marcello di Falco all’allora ministro del Turismo Egidio Ariosto sul Giornale ci ricorda che nel maggio 1979 l’Italia era «il secondo Paese del mondo per attrezzatura ricettiva, il primo per presenze estere, il primo per incassi turistici, il primo per saldo valutario». Tre decenni più tardi siamo scivolati al quinto posto. E la classifica per la «competitività» turistica, che tiene conto di tante cose che richiamano, scoraggiano o irritano i visitatori (non aiutano ad esempio le notizie su «1 spaghetto aragosta: 366 euro» al ristorante La Scogliera alla Maddalena) ci vede addirittura al ventottesimo posto.

Certo, è verissimo che abbiamo la fortuna di avere ereditato dai nostri nonni più siti Unesco di tutti. Ne abbiamo 45 contro 42 della Spagna, 40 della Cina, 35 della Francia, 33 della Germania, 28 del Regno Unito, 21 degli Stati Uniti. Ma questa è un’aggravante, che inchioda i nostri governanti, del passato e del presente, alle loro responsabilità. Al loro fallimento. Spiega infatti un dossier del dicembre 2010 di Pwc (Pricewaterhouse Coopers, la più grossa società di analisi del mondo per volume d’affari) che lo sfruttamento turistico dei nostri siti Unesco è nettamente inferiore a quello degli altri. Fatta 100 l’Italia, la Cina sta a 270, la Francia a 190, la Germania a 184, il Regno Unito a 180, il Brasile e la Spagna a 130. Umiliante.

E suicida. Non abbiamo molte altre carte da giocare. Ce lo dicono i dati del Fondo monetario internazionale e il confronto con le nuove grandi potenze. Dal 1994 a oggi, in quella che per noi è stata la Seconda Repubblica, mentre il nostro Pil cresceva di 1,9 volte in valuta corrente, inflazione compresa, quello brasiliano si moltiplicava per 3,6 volte, quello indiano per 4,9 volte, quello cinese addirittura di 11,5 volte (…).

Alla fine di gennaio del 2011 Giampaolo Visetti scriveva sulla Repubblica che «sarà il turista cinese ad alimentare la crescita dei viaggi a lungo raggio ed entro il 2015 diventerà il padrone assoluto dei pacchetti organizzati e dello shopping di lusso in Europa. Il rapporto annuale dell’Accademia cinese del turismo prevede che nell’anno in corso trascorreranno le ferie all’estero 57 milioni di cinesi (…) e il Piano turistico nazionale calcola che entro il 2015 si recheranno all’estero tra i 100 e i 130 milioni di persone, arrivando a spendere oltre 110 miliardi di euro» (…).

Peccato che non ci capiscano. L’Italia, agli occhi di Pechino, rappresenta un incomprensibile caso a sé. Dieci anni fa era la meta preferita dei pionieri dei viaggi in Europa. I cinesi amano il mito dello «stile di vita», il clima mediterraneo, la passata potenza imperiale e culturale, la moda e il lusso, la natura, la varietà gastronomica che esalta la qualità dei vini. «Eravate il punto di partenza ideale» dice Zhu Shanzhong, vicecapo dell’Ufficio nazionale del turismo cinese «per un tour europeo. Poi ci avete un pochino trascurati». Al punto che «la promozione turistica dell’Italia in Cina è inferiore a quella dei Paesi Bassi». Una follia.

Ma per capire la fondatezza dell’accusa basta farsi un giro sul portale turistico aperto dal governo italiano in cinese, www.yidalinihao.com. Costato un occhio della testa e messo su con una sciatteria suicida che grida vendetta. Per cominciare, le quattro grandi foto di copertina che riassumono l’Italia mostrano una Ferrari, una moto Ducati, un pezzo di parmigiano e un prosciutto di Parma. In mezzo: Bologna. Con tanto di freccette sulla mappa che ricordano la sua centralità rispetto a Roma, Milano, Venezia e Firenze. Oddio: hanno sbagliato capitale? No, come ha scoperto il Fatto Quotidiano, è solo un copia-incolla dal sito cinese della Regione Emilia-Romagna aimiliyaluomaniehuanyingni.com (…).

Ma ancora più stupefacenti sono i video che illustrano le nostre venti regioni. Dove non solo non c’è un testo in cinese (forse costava troppo: i milioni di euro erano finiti…) ma ogni filmato è accompagnato da un sottofondo musicale. Clicchiamo il Veneto? Ecco il ponte di Rialto, le gondole, il Canal Grande, le maschere, i vetrai di Burano… E la musica? Sarà di Antonio Vivaldi o Baldassarre Galuppi, Tomaso Albinoni o Benedetto Marcello, Pier Francesco Cavalli o Giuseppe Tartini? Sono talmente tanti i grandi compositori veneziani del passato… Macché: la Carmen del francese Georges Bizet rivista dal russo Alfred Schnittke! La musica dell’Umbria? Del polacco Fryderyk Chopin. Quella della Campania? Del norvegese Edvard Grieg. Quella del Lazio? Dell’austriaco Wolfgang Amadeus Mozart. Quella dell’Abruzzo? Dell’inglese Edward Elgar. E via così: tutti ma proprio tutti i video che dovrebbero far conoscere l’Italia ai cinesi, fatta eccezione per quello della Basilicata dove la colonna sonora è del toscano Luigi Boccherini, sono accompagnati dalle note di musicisti stranieri. Amatissimi, ma stranieri (…).

Il guaio è che da molto tempo immaginiamo che tutto ci sia dovuto. Che gli stranieri, per mangiar bene, bere bene, dormire bene, fare dei bei bagni e vedere delle belle città, non abbiano altra scelta che venire qui, da noi. Che cortesemente acconsentiamo a intascare i loro soldi, quanti più è possibile, concedendo loro qualche spizzico del dolce vivere italiano. Peggio: siamo convinti che questi nostri tesori siano lì, in cassaforte. Destinati a risplendere per l’eternità senza avere alcun bisogno di protezione. Di cura. Di amore. Non è così (…).

Spiega uno studio dell’Associazione europea cementieri che l’Austria nel 2004 ha prodotto 4 milioni di tonnellate di cemento, il Benelux 11, la Gran Bretagna 12, la Francia 21 e mezzo, la Germania 33 e mezzo, la Scandinavia meno di 36 e noi 46,05, battuti di un soffio solo dalla Spagna. Solo che la Spagna ha 90,6 abitanti per chilometro quadrato, noi 199,3: più del doppio. Insomma, di territorio ne abbiamo già consumato troppo (…).

Pochi mesi prima di morire, rispondendo a un lettore che gli chiedeva aiuto per salvare la riviera ligure, Indro Montanelli maledì sul Corriere questo nostro Paese che tanto aveva amato. E scrisse che le ruspe sono sempre in agguato per «dare sfogo all’unica vera vocazione di questo nostro popolo di cialtroni che non vedono di là dal proprio naso: l’autodistruzione» (…).

Diamo qualche flash sullo spreco. Le gallerie della Tate Britain hanno «fatturato» nell’ultimo anno fiscale 76,2 milioni di euro, poco meno degli 82 milioni entrati nelle casse con i biglietti di tutti i musei e i siti archeologici statali italiani messi insieme. Il merchandising ha reso nel 2009 al Metropolitan Museum quasi 43 milioni di euro, ben oltre gli incassi analoghi di tutti i musei e i siti archeologici della penisola, fermi a 39,7. Ristorante, parcheggio e auditorium dello stesso museo newyorkese hanno prodotto ricavi per 19,7 milioni di euro, tre in più di tutte le entrate di Pompei, il nostro gioiello archeologico. Dove i «servizi aggiuntivi» sono stati pari a 46 centesimi per visitatore: un ottavo che agli Uffizi, un quindicesimo che alla Tate, un ventisettesimo che al Metropolitan, un quarantesimo che al MoMa, il Museum of Modern Art. Un disastro. Per non dire di come custodiamo le nostre ricchezze (…).

Dice l’Ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine di Vienna che quello delle opere d’arte trafugate è il terzo business mondiale del crimine dopo i traffici di droga e di armi. Eppure tra i 69.000 detenuti nelle carceri italiane all’inizio del 2011 neanche uno era in cella per avere scavato una tomba etrusca, rubato un quadro o trattato la vendita di un vaso antico a un ricettatore straniero. Se sei ricercato per «tentato furto di una mucca», come capitò all’albanese Florian Placu, puoi restare sei mesi a San Vittore. Se cerchi di vendere all’estero la statua di Caligola non vai in carcere. Se poi trovi certi giudici, puoi perfino tenerti la merce.

È successo ad Angelo Silvestri, un sub laziale denunciato per essersi «impossessato di beni culturali appartenenti allo Stato». Aveva trovato, guardandosi bene dall’avvertire la soprintendenza, 28 pezzi tra i quali varie anfore antiche e un set di preziosissimi strumenti chirurgici romani con tanto di astuccio, perfettamente integri. Il pubblico ministero chiese una condanna ridicola: sei mesi e 2500 euro di multa. «Esagerato!», pensò il giudice di Latina Luigi Carta. E il 3 maggio 2004 assolse l’imputato perché «di anfore, piatti di terracotta, crateri e vasi, manufatti di vario genere, sono pieni i nostri mari» (…).

C’è poi da stupirsi se i musei stranieri, davanti alla nostra richiesta che venga restituito questo o quel pezzo ricettato, che magari loro con amore custodiscono e con amore offrono in visione a milioni di visitatori, fanno resistenza pensando che quel pezzo finirà anonimamente nel mucchio delle tante ricchezze abbandonate in qualche museo di periferia?

Il Corriere della Sera 11.02.11