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Affondo del Times: "Abuso di potere dimissioni subito per far cessare la farsa", di Enrico Franceschini

«Una farsa avvilente e distruttiva, un abuso di potere incompatibile con la carica istituzione ricoperta». E´ il durissimo giudizio di un editoriale del Times di Londra su Silvio Berlusconi, completato dalla richiesta di «dimissioni immediate».
Ma non è soltanto lo storico quotidiano londinese a ritenere che la vicenda del premier italiano sia giunta al termine e debba concludersi: praticamente tutti i media internazionali, dai giornali alle tivù ai siti internet, dedicano ampio spazio agli ultimi sviluppi dello scandalo, concordando che la richiesta di rinvio a giudizio per concussione e induzione di minore alla prostituzione sia «il problema più grave e destabilizzante» mai affrontato dal leader del Pdl.
«Berlusconi mostra di non comprendere la differenza che intercorre tra il tornaconto personale e il dovere nei confronti del pubblico», afferma l´editoriale non firmato del Times, dunque espressione della direzione del giornale, che – è utile ricordarlo – è un quotidiano fieramente conservatore. «Egli abusa la sua carica politica per i suoi fini e sfida chiunque a fermarlo: è da tempo passato il momento in cui questa farsa avvilente e distruttiva arrivi a una fine», prosegue l´articolo.
«La volgarità è sempre stata una componente distintiva della sua avventura politica, ma un procedimento penale è un´aggiunta che oltrepassa l´ordinario squallore. Dovrebbe essere superfluo affermarlo, ma Berlusconi è distante dalla consapevolezza quanto lo è dal decoro, quindi ribadiremo l´ovvio: la sua condotta è incompatibile alla carica istituzionale che ricopre quindi dovrebbe dimettersi immediatamente». Immediata ieri sera la reazione del portavoce del Pdl Sandro Bondi: «Un editoriale ingiurioso e volgare, una raffigurazione caricaturale della realtà italiana, non rende onore a chi lo ha scritto e pubblicato».
Ma tutta la stampa internazionale pensa che Berlusconi debba dimettersi. Il Wall Street Journal, bastione del capitalismo e della destra americana, lo chiede in un sondaggio ai suoi lettori e la risposta è netta: per l´80 per cento, il premier italiano dovrebbe rassegnare le dimissioni. L´Economist afferma che il processo per il Rubygate «promette di imbarazzare perfino Berlusconi», ossia uno che non è sembrato in imbarazzo davanti a nessuna delle accuse e delle critiche che gli sono state mosse. Il settimanale britannico, che vende 1 milione e mezzo di copie in tutto il mondo, nota che le 800 pagine di imputazioni descrivono Berlusconi come «uno che passa il tempo libero come se fosse uno dei più sordidi imperatori romani» e giudica «probabile» che il processo per il Rubygate si farà, richiamando l´attenzione sul «linguaggio pericoloso» usato dal premier e dalla Lega Nord quando parlano di prepararsi alla «guerra totale». L´Independent si chiede fin dal titolo, «Sta per finire in galera?», il Boston Globe osserva che gli italiani non «hanno bisogno di essere puritani per decidere che Berlusconi non è adatto a governare», e ancora il Times pubblica una vignetta del premier accanto a una torre di Pisa piegata all´ingiù come un fiore appassito.

La Repubblica 11.02.11

Tumore al seno, vincono gli "italian doctors", di Umberto Veronesi

Il New York Times due giorni fa ha dato ampio spazio in prima pagina all’annuncio di un nuovo progresso nella cura del tumore del seno: l’intervento chirurgico di rimozione dei linfonodi dell’ascella, anche se colpiti dalla malattia, non deve più essere lo standard per tutte le pazienti. A molti forse è sfuggita l’importanza di questo messaggio, che ha invece un significato speciale per le donne e per la ricerca scientifica italiana. Per le donne perché è dimostrato che sono le migliori custodi della propria salute: con la loro consapevolezza e determinazione sono in grado di far crollare la rigidità dei dogmi e scuotere la mentalità conservatrice di alcuni medici. Se sanno che esiste una cura migliore per loro, prima o poi la otterranno. Per la ricerca italiana, perché esattamente 30 anni fa sullo stesso giornale e nella stessa posizione, appariva la notizia della strada aperta da noi chirurghi italiani per le donne, di cui l’annuncio dei giorni scorsi rappresenta una nuova tappa. Nel luglio del 1981, infatti, proprio il New York Times (insieme ad altri quotidiani americani come Los Angeles Times ed Herald Tribune) riportava una rivoluzione fondamentale per le donne colpite da tumore del seno.

Il dogma della mastectomia (asportazione totale della mammella), che si poneva l’obiettivo di salvare la vita della paziente, era stato superato dalla nuova tecnica della quadrantectomia (asportazione di una parte, un quadrante, della mammella) che non solo salvava la vita, ma ne preservava anche qualità. Il risultato, spiegava l’articolo, era dovuto agli «italian doctors» che avevano appena pubblicato sul New England Journal of Medicine gli esiti di uno studio clinico durato sette anni e realizzato a Milano. Sono felice di avere fortemente voluto quello studio e di aver firmato quella pubblicazione scientifica, perché cambiando la direzione del trattamento del tumore del seno, ha cambiato la vita delle donne. Poi abbiamo capito all’Istituto Europeo di Oncologia che potevano spingerci più in là nella protezione dell’integrità del corpo della donna e, oltre alla mammella ci siamo chiesti se potevano salvare l’ascella, evitando ove possibile l’intervento di rimozione dei suoi linfonodi. Così abbiamo messo a punto la tecnica del linfonodo sentinella, vale dire quel linfonodo che è in grado di darci indicazioni sullo stato di tutti gli altri. Se è sano, l’ascella è sana, se è malato, l’ascella è malata. Abbiamo iniziato a effettuare gli interventi all’ascella solo in caso di linfonodo sentinella malato, risparmiando così operazioni non necessarie alle nostre pazienti, e evitando di privarle di una parte preziosa della loro difesa immunitaria. La notizia americana ci incoraggia e rafforza i nostri capisaldi, andando ancora oltre nella strategia della conservazione: la rimozione dei linfonodi dell’ascella, anche se malati, non deve necessariamente essere effettuato, per certi specifici tipi di tumori (pari al 20% circa di tutti i casi) perché non porta vantaggi nella cura.

Si profila sempre più chiaramente quindi il tramonto del concetto stesso di dogma in medicina. La cura si fa personalizzata e già siamo molto vicini a poter offrire ad ogni donna con tumore del seno un percorso di cura individuale. E per far crollare i dogmi, l’abbiamo detto, contiamo molto sulla forza delle donne.

La Stampa 11.02.11

"Attacco allo Stato", di Massimo Giannini

Gli storici prendano nota. Ieri, per la prima volta, si è riunita in chiaro, alla luce del sole, la Struttura Delta. Le “guardie armate” del presidente del Consiglio nella carta stampata e nella tv.
Che questa sia per lui, con ogni evidenza, la partita finale è chiaro da espressioni estreme come «golpe morale contro di me», come «inchieste degne della Ddr», come «l´ultimo giudice è il popolo». Così, ancora una volta, Berlusconi afferma la propria superiorità carismatica e populistica contro l´ordinamento, contro le leggi. Il Princeps legibus solutus nella sua versione contemporanea gioca il popolo contro lo Stato. Il suo popolo, naturalmente: una potente astrazione, confezionata dal suo potere mediatico, una sua proprietà patrimoniale che non ha nulla a che fare col popolo di una moderna democrazia. Che non è massa ma cittadinanza, che non è visceralità prepolitica ma appartenenza consapevole a un destino comune in una rigorosa forma istituzionale
Del resto, «fare causa allo Stato» è stata un´altra recentissima manifestazione del furore di Berlusconi. C´è in essa un significato tecnico: per i magistrati, la responsabilità civile è indiretta, e chi è da loro ingiustamente danneggiato viene in realtà risarcito non dai singoli responsabili ma dallo Stato. Norma che l´attuale governo vuole modificare, con ovvii intenti intimidatori. Ma che intanto è vigente. Ad essa, in quanto perseguitato, Berlusconi si potrà appellare, come ogni cittadino.
Ma c´è anche un significato simbolico. Da questo punto di vista, non si tratta solo di una strategia processuale, ma, ancora una volta, di una esplicita dichiarazione di guerra contro il vero nemico politico e culturale di Berlusconi: lo Stato. Non questo o quel potere o ordine, non i magistrati comunisti, non i partiti avversari. No. Il nemico è lo Stato in quanto tale, in quanto organizzazione di potere sovrano e rappresentativo, impersonale, fondato sull´uguaglianza davanti e alla legge e internamente articolato attraverso equilibri e limitazioni che hanno lo scopo di evitare il predominio di un potere o di una funzione sulle altre. Il prodotto sofisticato, forte e fragile, di alcuni secoli di sviluppo politico europeo, e del sapere di filosofi e giuristi.
La partita adesso è chiara: un uomo contro lo Stato, un potere personale contro il potere impersonale, la rappresentanza per incorporazione contro la rappresentanza per elezione, il destino di uno contro il destino di un Paese, il dominio contro la legalità. È una guerra civile simbolica, spirituale e morale, che l´Uno – e i suoi numerosi fedeli e seguaci, interessati o estasiati o rassegnati che siano, ma che in ogni caso hanno scritto quel nome sulle loro bandiere – combatte contro i Molti; che un presente desideroso di futuro (sempre più precario) combatte contro la tradizione storica e la legittimità democratica del nostro Paese. È la guerra di un tipo umano contro l´altro: della superba individualità, sprezzante di regole e persone, chiusa in una solitudine affollata di cortigiani e di scaltri profittatori, contro il rispetto delle regole, contro l´interazione nello spazio pubblico condiviso, contro la cittadinanza, contro la decenza come attributo minimo delle relazioni umane e politiche. La guerra dei proclami e delle arringhe furibonde contro i ragionamenti, contro gli argomenti.
È una guerra asimmetrica, in cui c´è chi attacca e chi fa solo il proprio dovere – e per questo è nemico, è eversivo – ; in cui c´è chi ha dalla propria parte il potere – ogni potere: quello politico, quello economico, quello mediatico – , e chi ha solo la legge e un´idea di politica: un´idea che non è un´opinione che ne vale un´altra, perché è quell´idea di uomo, di società, di Stato che è scritta nella Costituzione. Ma è asimmetrica anche perché è dichiarata solo da una parte, che si finge vittima e così può attaccare senza freno l´idea stessa che esista un ordine civile, ovvero che non tutta la collettività sia al servizio di una singola volontà di potenza, sia disponibile per un potere senza limiti. Che esistano ragioni – non metafisiche ma legali, non misteriose ma costituzionali – che trascendono l´individuo. È difficile restare neutrali in questa guerra, cavarsela con un colpo al cerchio e uno alla botte, o con le distinzioni fra pubblico e privato, che sono negate proprio da chi dovrebbe beneficiarne: da Berlusconi, che per primo rifiuta di rispondere da privato davanti alla giustizia e dà alle proprie vicende una ovvia e macroscopica dimensione pubblica.
L´effetto distruttivo di questa guerra è sotto gli occhi di tutti: dal vertice del potere esecutivo giunge un messaggio di rivolta contro lo Stato, una rivendicazione di rabbiosa eccezionalità che si oppone alla normalità istituzionale. Tutto il ribellismo italico, faticosamente arginato dalla nostra recente storia democratica, viene così legittimato; tutto il disprezzo per la legge che alberga nel cuore di tanti italiani trova giustificazione, trionfa platealmente da uno dei più alti seggi della Repubblica; tutto il “particolare” si vendica finalmente dell´universale. Vite intere di insegnanti e di genitori spese a trasmettere ai giovani virtù umane e civiche sono vanificate da questo autorevolissimo e visibilissimo esempio di anarchia istituzionale, da questo aperto rifiuto del potere comune, in nome del potere personale. Da questa guerra civile simbolica non uscirà che un futuro di rovine; tranne che qualche “azionista”, qualche “puritano”, qualche “giacobino”, non riesca a trovare il cuore degli italiani, a spingerli ad avere pietà di se stessi, a convincerli che possono avere davanti a sé un avvenire più degno.

La Repubblica 11.02.11

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“La struttura delta”, di Carlo Galli

È guerra contro lo Stato. Non si può diversamente interpretare l´impressionante escalation di cui ieri Berlusconi si è reso protagonista, alzando il livello dello scontro fino a un punto di non ritorno.
Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, e Claudio Brachino, direttore di Videonews-Mediaset. Convocati direttamente da Silvio Berlusconi, non più nella magione privata di Arcore, a Villa San Martino. Ma nella sede governativa di Roma, a Palazzo Grazioli. Per mettere a fuoco lo “spin” comunicazionale, con il quale il Cavaliere cercherà di riscrivere ancora una volta a suo vantaggio il “palinsesto” politico-mediatico dell´intera nazione. E per mettere a punto la controffensiva violenta, con la quale cercherà di distruggere la magistratura, la libera stampa, l´opposizione parlamentare e sociale.
Dunque, la drammatica torsione democratica del berlusconismo declinante ci consegna l´ennesima, incredibile “epifania”. Politica e giornalismo piegati insieme, nello stesso tempo e nello stesso modo, per sovvertire codici normativi e aziendali. Per propiziare atti “sediziosi” e inquinare fatti incontrovertibili. La Struttura Delta, come questo giornale l´aveva “battezzata” nel novembre 2007 mutuandola da Joseph Conrad, esiste da anni. È stata una delle prime intuizioni del premier-tycoon, che invece di risolvere il suo enorme conflitto di interessi, l´ha ingigantito e sfruttato fino in fondo per mettere in moto la più micidiale e pericolosa macchina di fabbricazione del consenso mai concepita in una normale democrazia europea. Capo del governo (perciò sovrano delle tre reti pubbliche Rai) e insieme padrone delle tre grandi reti private Mediaset, Berlusconi ha capito subito che ciò di cui aveva sommamente bisogno, per gestire il consenso, era servirsi del suo “inner circle” manageriale, pubblicitario e giornalistico, per dettare l´agenda al Paese. Creare una “squadra”, cioè, nella quale la più grande agenzia newsmaker della nazione, cioè il governo stesso, potesse dettare “i titoli” della giornata all´intero network televisivo-informativo italiano. Per cancellare quelli dannosi, per nascondere quelli scomodi, per enfatizzare quelli utili alla propaganda “di regime”. Questa vergognosa versione italiana del Grande Fratello orwelliano l´abbiamo vista all´opera quattro anni fa, all´epoca del cosiddetto scandalo Rai-Set. Attraverso un´inchiesta sul fallimento della Hdc di Luigi Crespi, la Guardia di Finanza scoperchiò la “rete” inquietante di connivenze e complicità tra manager, dirigenti e giornalisti del servizio pubblico e dell´impero privato del premier (da Agostino Saccà a Deborah Bergamini) grazie alle quali si arrivò al punto di occultare, nei tg della sera e della notte, i risultati negativi di Forza Italia alle elezioni del 2006.
Da allora la Struttura Delta ha continuato a lavorare. Sempre a pieno regime. Basta vedere il Tg1 o il Tg5, per non parlare del Tg4 e dell´infinita varietà di programmi che le reti “ammiraglie” del servizio globale Rai-Set trasmettono nelle ore più impensate del giorno (Mattino 5, La vita in diretta, Pomeriggio sul 2). Ed ha anche affinato i suoi strumenti, in una spirale sempre più cinica e violenta che ha trasformato la macchina del consenso in macchina del fango. Incrociando sempre più spesso le televisioni e i giornali. Basta vedere il linciaggio al quale si sono dedicati i mass-media “di famiglia”, dal Giornale a Panorama, contro chiunque abbia criticato il Cavaliere: da Dino Boffo a Gianfranco Fini. Anche un mese fa, il 17 gennaio per la precisione, la Struttura Delta si era riunita, in pieno scandalo Ruby. Dopo il consueto pranzo del lunedì ad Arcore con l´inseparabile Fedele Confalonieri e i figli Piersilvio, Marina e Luigi, il premier aveva convocato per un caffè l´intera squadra dei suoi “spin”: l´onnipresente Mauro Crippa, direttore generale dell´informazione a Mediaset e primus inter pares della Struttura, l´immancabile Alfonso Signorini, direttore di Chi, ancora Sallusti, e poi il direttore di Panorama Giorgio Mulè e il direttore delle relazioni esterne di Fininvest Franco Currò. I risultati di quel vertice “privato” sono stati almeno tre. L´intervista di Ruby alla trasmissione Kalispera su Canale 5, nella quale la ragazza marocchina ritratta tutto ciò che aveva detto nelle intercettazioni e nelle comunicazioni rese ai pm di Milano. La discesa in campo delle «ministre» a difesa del Cavaliere: la Gelmini a Porta a Porta, la Carfagna a Matrix e la Santanchè ad Annozero. La valanga di videomessaggi autoassolutori e intimidatori dello stesso premier alla tv o ai Promotori della Libertà.
Ora, nella fase più disperata per il presidente del Consiglio, c´è un ulteriore salto di qualità. La Struttura Delta si riunisce direttamente nella capitale, a Palazzo Grazioli. In una inaccettabile sovrapposizione di ruoli e di funzioni, il capo del governo convoca i suoi referenti e i suoi dipendenti, portando ancora una volta alla ribalta, ma stavolta in campo aperto, il velenosissimo conflitto di interessi che intossica politica e informazione. Insieme, il premier e il suo anomalo “think tank” elaborano le offensive politiche e organizzano le offensive mediatiche. Il Pdl non esiste più (ammesso che sia mai esistito). Il partito, come filtro della rappresentanza democratica, è definitivamente scavalcato e surrogato dalla Struttura Delta. La “squadra degli spin” diventa un vero e proprio “gabinetto di guerra”. Dove i giornalisti, dopo aver indossato la “mimetica” a Palazzo Grazioli, tornano in redazione a scrivere editoriali ispirati e a dettare cronache addomesticate. Anche in questo caso, i risultati si vedono. Sono due, per adesso. Il primo: Giuliano Ferrara intervista Berlusconi sul Foglio, lo fa urlare contro «il golpe morale», gli fa dire che «il popolo è il mio giudice ultimo», e che quelle di Milano sono «inchieste farsesche, degne della Ddr». Giusto la sera prima, all´improvviso, la Rai aveva deciso di cambiare il palinsesto, per trasmettere sulla Rete Due Le vite degli altri, il film in cui Von Donnersmarck racconta le tragedie umane prodotte dai metodi spionistici della Stasi, la polizia segreta della Germania comunista di Honecker. Qualcuno può pensare che sia stato solo un caso? Il secondo: ancora Ferrara irrompe alle otto al Tg1 di Augusto Minzolini, parla per sei minuti filati (un tempo televisivo infinito) attacca «il gruppo Espresso di De Benedetti e dei professoroni del Palasharp, che vogliono abbattere il governo con metodi extraparlamentari», e spara a zero contro «il puritanesimo brutale che vuole tagliare la testa al re».
Cos´altro faranno il Giornale di Sallusti e le News Mediaset di Brachino lo scopriremo solo oggi e nei prossimi giorni. Cos´altro ha fatto e farà ancora la Struttura Delta, al riparo dall´ufficialità e dalle coincidenze che possiamo ricostruire solo ex post, forse non lo scopriremo mai. Ma intanto il nuovo “palinsesto”, politico e giornalistico, è scritto. Nel cuore ferito dell´immenso conflitto di interessi berlusconiano, il “gabinetto di guerra” ha deciso di combattere la battaglia decisiva, forse l´ultima. Gli “assaltatori” sono all´opera. Contro la verità. Contro la responsabilità. Contro la dignità. E poi c´è ancora chi dice che questa non è una vera “emergenza democratica”.

La Repubblica 11.02.11

"I presidi: scuole chiuse il 17 marzo. Gelmini:No, ma deciderà il Governo", di Alessandra Migliozzi

La festa per i 150 anni dell’Unità d’Italia spacca il Paese. La politica si muove in ordine sparso in direzione del 17 marzo, giorno della ricorrenza, e i cittadini assistono allo spettacolo di un governo che non riesce a decidere se la festa sarà tale davvero, se si dovrà o no andare a scuola o al lavoro. Su questo punto è scontro aperto. Si duella in Consiglio dei ministri, ma non solo. La prima pietra l’hanno scagliata Lega e Confindustria. Secondo il leader del Carroccio Umberto Bossi, «la festa è sentita in modo diverso nelle varie aree del paese, meglio lavorare il 17 marzo». Stessa linea in Confindustria, per altri motivi legati alla spese (ferie pagate) e alla produzione. E ora è bufera sulle parole del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini che, pur ricordando che a decidere sarà il Consiglio dei ministri della prossima settimana, auspica che le scuole il 17 marzo restino aperte: «Il miglior modo di celebrare è dedicare questa giornata alla riflessione sui valori dell’Unità. Credo che nella scuola questo obiettivo non si raggiunga stando a casa. Non si deve equiparare l’anniversario a una qualsiasi giornata di vacanza. È giusto invece dedicare le ore di lezione all’approfondimento e alla conoscenza della nostra storia unitaria».
Anche Giuliano Amato, presidente del Comitato dei garanti per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, è sulla stessa linea. Ma negli istituti è il caos: solo pochi giorni fa palazzo Chigi aveva deliberato la festa nazionale per il 17 marzo. «E quando si parla di festa nazionale – spiega Paolo Mazzoli, dirigente del 115° circolo di Roma – si sa che le scuole restano chiuse. Per questo noi, anche su richiesta delle famiglie, avevamo deliberato un ponte sottraendo un giorno alle vacanze di Pasqua. Ora dovremo rifare tutto. O forse no. Non si sa». La scuola romana non è un caso singolo e chi non aveva programmato il ponte aveva comunque rimesso mano, in molti casi, al calendario scolastico per poter inserire la nuova festività. Al di là dei problemi organizzativi, però, secondo l’Associazione nazionale dei presidi guidata da Giorgio Rembado «le scuole il 17 marzo devono stare chiuse. Storicamente la vacanza in questi casi aiuta a sottolineare l’importanza della ricorrenza. Per parlare di Unità d’Italia in classe ci sarà tempo prima e dopo il 17. E comunque il giorno perso sarà facilmente recuperabile. Ora arrivino chiarimenti al più presto».Il panorama non sarebbe completo se anche i presidi non si fossero spaccati: «È sbagliata la posizione dell’associazione nazionale presidi. Il 17 bisogna andare a scuola – si stacca la Disal, Associazione professionale dirigenti scuole statali e paritarie – Se l’economia non si può fermare a fare memoria di questo bene, perché si deve fermare la scuola?». L’amarezza resta. «Hanno rovinato anche questa festa, questo spettacolo non si doveva vedere», chiosa Domenico Altamura preside del liceo Righi di Bologna. Cisl Scuola e Flc Cgil per una volta sono all’unisono: le scuole vanno chiuse il 17. Azione Universitaria, associazione studentesca di centro destra, chiede che anche gli atenei lo siano e minaccia “picchetti” in caso contrario. Ignazio la Russa, ministro della Difesa, entra in conflitto la collega Gelmini e si dice pronto a presentare un “decreto” apposito in Consiglio dei ministri. «La verità – dice – è che se il 17 marzo non fosse festa completa, la ricorrenza del 150° dell’Unità d’Italia sarebbe una festa di serie B come le tante già esistenti che spesso passano purtroppo quasi inosservate. Se come giustamente sostiene anche Giuliano Amato occorre un nuovo provvedimento legislativo, ben venga un decreto che proporrò al Consiglio dei ministri. Confido che anche il Presidente della Repubblica possa non essere contrario». Più mite il ministro del lavoro Sacconi: «Da un lato – dice – occorre consentire alle imprese che stanno uscendo da due anni molto difficili di poter rispondere alla ripresa dei mercati, dall’altro c’è l’esigenza di celebrare la ricorrenza dell’Unità». Per il leader di Fli Gianfranco Fini le polemiche in corso sono «incomprensibili», mentre Gianni Letta auspica che «si ritrovi lo spirito unitario». Ma la miccia ormai ha preso fuoco: in Cdm la prossima settimana sarà battaglia. Intanto sul fronte scuola, a proposito di spaccature Nord-Sud si registra un altro dato: ieri la Lega ha presentato un emendamento al Milleproroghe in Senato per bloccare le graduatorie degli insegnanti fino al 31 agosto 2012 anche se la Consulta le ha dichiarate illegittime. Nell’emendamento si parla di rispetto della sentenza che boccia l’inserimento in coda degli insegnanti che si trasferiscono. Ma il Carroccio spera che intervenga prima la legge del senatore Mario Pittoni che riforma il reclutamento regionalizzandolo. Nell’attesa meglio bloccare per legge le migrazioni di insegnanti.

Il Messaggero 11.02.11

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“17 marzo, festa della disunione”, di Mariantonietta Colimberti

Fra le tante polemiche nella maggioranza, ecco quella sulla festività per il 150°.
Operai che azionano presse cantando l’inno di Mameli, saldatori che discettano amabilmente di Mazzini e Cavour, magazzinieri che accatastano merci col fazzoletto rosso al collo e gli occhi rivolti al tricolore appositamente steso dai padroni per far vivere loro la ricorrenza «con autentico e orgoglioso senso di partecipazione», come promesso dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia.
E, nelle scuole, che la Gelmini vorrebbe tenere aperte, tanti bambini attoniti a guardare film sul Risorgimento o magari a piangere sul “tamburino sardo” del libro Cuore, mentre le maestre si sforzano di inculcare loro i valori fondativi di una nazione che forse ha davvero smarrito se stessa. O che, come pensano altri, non è mai nata come “popolo”.
Potrebbero essere questi alcuni degli scenari del 17 marzo, se venissero accolte alcune delle idee in circolazione in questi giorni. Le polemiche sulle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia stanno infatti facendo emergere proposte ricche di varianti e distinguo, alcune delle quali formulate senza sprezzo del ridicolo.
Basterebbe già questo a indurre alle più pessimistiche considerazioni circa lo scarso “orgoglio italiano”, di cui evidentemente una parte della classe dirigente del paese è lo specchio, ma c’è anche molto altro. Perché sulla questione di come celebrare la festa, a poco più di un mese dal 17 marzo, si stanno scaricando tutte le tensioni, i tentativi di recuperi di visibilità, il bisogno estremo di alcuni ministri di non restare inchiodati nella difesa del drago di Arcore.
Innanzitutto degli ex An Ignazio La Russa e Giorgia Meloni. Nel loro caso, la difesa vibrata della festa “piena” e con chiusura di scuole, fabbriche e uffici, pur appartenendo sicuramente a un’impostazione culturale radicata, ha anche il sapore di un’ultima ridotta di fronte all’offensiva leghista. L’attacco della ministro della gioventù a Umberto Bossi nell’ultimo consiglio dei ministri risponde all’esigenza di affermare l’esistenza in vita di una componente politica annichilita nel Pdl, l’estremo legame con una identità ormai dismessa. Ad analoghi percorsi sono riconducibili i toni forti usati dal ministro della difesa all’indirizzo dei vertici di Confindustria, che «dovrebbero ascoltare le migliaia di imprenditori e commercianti disgustati» dall’ipotesi di una festa in tono minore.
Non indietreggiano di un passo i leghisti, che del resto da mesi avevano messo la ricorrenza nel mirino (e su questo erano arrivati ripetuti richiami del capo dello stato, Giorgio Napolitano), non si sa se per farne oggetto di baratto o, comunque, di una qualche contrattazione, visto che il senatùr aveva arruolato Cavour tra gli amici federalisti, pur dicendosi infastidito dalla retorica dei festeggiamenti.
Una sconfessione netta è arrivata a Mariastella Gelmini dall’associazione nazionale presidi: «Le scuole vanno chiuse per celebrare degnamente i 150 anni dell’unità d’Italia e sottolineare l’importanza della ricorrenza anche agli occhi dei ragazzi». Se ne riparlerà nel prossimo consiglio dei ministri, ha promesso Maurizio Sacconi, che ha indossato le vesti del mediatore per spiegare che devono essere affrontati due problemi della stessa rilevanza, quello riguardante le imprese e quello che concerne la ricorrenza.
In un’intervista al Corriere della Sera di ieri Carlo Azeglio Ciampi ha espresso tutto il suo sconcerto, si è detto «avvilito» e ha parlato di «deserto morale». «Assolutamente d’accordo con il presidente Ciampi» Vannino Chiti: «Un paese che finge di risparmiare risorse e di aumentare la sua competitività ignorando le ragioni di una festa nel giorno nel quale ricorre il compleanno del suo essere nazione rinuncia ad avere un futuro degno».

da Europa quotidiano 11.02.11

"Rai, pronta una ricetta da soviet", di Michele Brambilla

Siamo tutti d’accordo nel dire che non ne possiamo più delle risse in tv con i politici che urlano, si insultano, si parlano addosso, quindi escono di scena con il beau geste di un abbandono che chissà come mai viene deciso sempre ai titoli di coda. La maleducazione di questi nostri rappresentanti democraticamente eletti è pari, fra l’altro, alla pochezza delle loro argomentazioni.

Visto che il concetto più frequentemente espresso dagli on. e dai sen. è il seguente: «Io l’ho lasciata parlare, adesso lei non mi interrompa». Anche se siamo ormai lobotomizzati al punto da non avere la forza di cambiare canale, certi talk show non li sopportiamo più: sono la riproposizione (in peggio) delle vecchie fiere di paese in cui «chi grida di più la vacca è sua».

Sarebbe quindi da benedire un provvedimento che mettesse fine allo scempio. Ieri abbiamo saputo che l’onorevole Alessio Butti del Pdl ha presentato alla Rai la bozza di un «atto di indirizzo» che sarà esaminato la prossima settimana dalla commissione di vigilanza. Per qualche istante abbiamo sperato in una buona notizia. Ma solo per qualche istante. Il tempo di leggere la bozza. Lette quelle pagine, ci siamo ricordati che ogni volta che i politici (di ogni colore, beninteso) tentano di regolamentare, o meglio di controllare, l’informazione, finiscono sempre con il farci rivivere le memorabili gesta di «Baghdad Bob», cioè Mohammed Saeed al Sahhaf, il mitico ministro dell’Informazione di Saddam Hussein che il 7 aprile del 2003, mentre i carri armati americani erano a poche centinaia di metri da lui, annunciò in tv il «suicidio di massa» degli invasori sconfitti.

Dunque l’«atto di indirizzo» della maggioranza prevede che «tutti i partiti presenti in Parlamento devono trovare, in proporzione al loro consenso, opportuni spazi nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico», il che significa che a ogni puntata di Annozero o Porta a porta o Ballarò eccetera debbano esserci in studio più o meno alcune decine di parlamentari; che i conduttori debbano essere non uno ma «due, di diversa estrazione culturale»; che al pubblico presente in studio siano vietate «manifestazioni di consenso (applausi) o di dissenso (comunque espresso)»; che sia «necessario coniugare» il diritto di cronaca «con il rispetto per il pubblico, in particolare nei programmi normalmente in onda nella cosiddetta fascia protetta in cui è indispensabile evitare morbosità», per cui nel caso (facciamo un’ipotesi assurda) ci fosse un sexgate che coinvolge politici, ne parliamo dopo mezzanotte. Fantastico poi il punto in cui Butti, a nome della maggioranza, chiede che si «razionalizzi l’offerta delle trasmissioni di approfondimento giornalistico… allo scopo di evitare ridondanze e sovrapposizioni che possono rendere confusa l’offerta Rai». Sentite bene: «È opportuno, in linea generale, che i temi prevalenti – di attualità, politica o cronaca – trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi, anche di altre Reti, almeno nell’arco degli otto giorni successivi alla loro messa in onda». Vuol dire che se ad esempio in un talk show si parla (sempre facendo ipotesi di fantasia) di un’inchiesta giudiziaria sul presidente del Consiglio, negli altri – per otto giorni – ci sarà libertà di parlare di un’inchiesta sul presidente della Camera, della crisi in Egitto, del festival di Sanremo, di che cosa è rimasto di Lady Diana a quattordici anni dalla scomparsa. Non manca, infine, l’immancabile norma ad personam, anzi ad Santoram: «Non può essere consentita la conduzione di programmi di approfondimento o la direzione di Rete o testata a chiunque abbia interrotto la professione giornalistica per assumere ruoli politici».

La tv di oggi è malata, ma per guarirla non servono i soviet. Basterebbe il recupero di antiche virtù come la buona educazione, la moderazione, un minimo di onestà intellettuale: tutte cose che non si possono introdurre per decreto. Eppure se un giorno un politico, in uno di quei salotti tv, dicesse «è vero, mi sono sbagliato» e si alzasse per chiedere scusa e dare la mano al rivale che gli sta di fronte, ebbene in quel giorno quel politico avrebbe vinto. Lo capissero, i politici non avrebbero bisogno di atti di indirizzo.

La Stampa 11.02.11

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“Il nuovo bavaglio del Pdl sui talk show Rai”, di Goffredo De Marchis

L´”atto di indirizzo” del centrodestra: “I programmi devono rappresentare la maggioranza”. “Alcuni spettacoli di satira, sono l´occasione per dibattere di politica”. Pur non avendo carattere vincolante sarà un´arma in più nelle mani di Masi. Se Bruno Vespa il lunedì sera tratta il caso Ruby-Berlusconi, per otto giorni nessun altro talk show potrà tornare sull´argomento. Per fare degli esempi: Ballarò, il martedì, dovrà occuparsi della crisi in Egitto e Annozero, il giovedì, della controversa festa del 17 marzo. È il «principio della ridondanza». A Parla con me sarà necessario il contraddittorio dei comici. Alla parodia di Minzolini dovrà seguire l´imitazione di Gad Lerner o di Bianca Berlinguer, perché «trasmissioni apparentemente di satira o di varietà» spacciano “una” verità per “la” verità.
Cari telespettatori, non siamo su “Scherzi a parte”. È tutto vero, messo nero su bianco dal senatore Pdl della Vigilanza Rai Alessio Butti. Con un “Atto di indirizzo sul pluralismo” che verrà votato dalla commissione la prossima settimana, mercoledì probabilmente. La sinistra occupa la Rai, è la premessa di Butti, la tv di Stato «relega in posizioni assolutamente minoritarie le idee, i valori e le proposte della maggioranza degli italiani». Occorre riequilibrare la situazione. Ma se l´impresa fosse troppo lenta e gravosa, il centrodestra si prepara a un´operazione più semplice e immediata: ripetere l´esperienza delle elezioni regionali. Allora, un regolamento della Vigilanza bloccò tutti i talk show un mese prima del voto. Adesso che un altro voto si avvicina va bissata la censura. Cancellare le voci dell´informazione televisiva, sterilizzarle, ridurre i loro spazi e la loro libertà. Per usare le parole dell´opposizione, un arzigogolato bavaglio. L´atto indirizzo non è vincolante, ma può diventare uno strumento utilissimo per il direttore generale Mauro Masi. Il pretesto per mettere bocca sulle scelte editoriali dell´azienda.
La Rai, scrive Butti, deve «razionalizzare l´offerta delle trasmissioni di approfondimento giornalistico allo scopo di evitare ridondanze e sovrapposizioni che possono rendere confusa l´offerta Rai riducendo la libertà di scelta degli utenti». Come? «È opportuno – continua il senatore della Pdl, molto vicino al ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani – che i temi prevalenti di attualità o di politica trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi, anche di altre reti, almeno nell´arco di otto giorni successivi alla loro messa in onda». Sul rispetto di questa regola vigila «la direzione generale» per scongiurare «ripetizioni artificiose o la compressione di temi socialmente e politicamente rilevanti».
C´è anche un riferimento a Report (che non è un talk show) quando si legge nel testo di Butti che «il conduttore è sempre responsabile dell´attendibilità e della qualità delle fonti e delle notizie sollevando la Rai da responsabilità civili e/o penali». Così si risolve la querelle sulla tutela legale per Milena Gabanelli. Sono tutti nel mirino. Il senatore del Pdl sembra «risolvere», con l´atto di indirizzo, i molti scontri tra Masi e alcune trasmissioni. «L´intervento di un opinionista a sostegno di una tesi – scrive – va calibrato con uno spazio adeguato anche alla rappresentazione di altre sensibilità culturali. Ciò è ancora più necessario per quei programmi, apparentemente di satira o di varietà, che diventano poi occasione per dibattere temi di attualità politica». Sono tanti i richiami all´Autorità delle comunicazioni, alle direttive della Vigilanza. Con il contributo della direzione generale, il documento punta a costruire una tenaglia normativa che può stritolare conduttori e programmi. I partiti vanno rappresentanti nelle tramissioni «in proporzione al loro consenso». Solo così «il servizio pubblico rappresenterà il Paese reale, non le èlites culturali né i cosiddetti poteri forti». Lo sbilanciamento a sinistra può essere superato studiando «format di approfondimento che prevedano la presenza in studio di due conduttori di diversa estrazione culturale». E chi «ha interrotto la professione giornalistica per assumere ruoli politici» non può avere la «conduzione di un programma o la direzione di rete o testata». Una norma che varrebbe per Santoro ma anche per Fabrizio Del Noce. Ovviamente, l´attenzione è focalizzata su come vengono trattati i processi in tv. No a «intepretazioni a opera di attori, delle conversazioni telefoniche intercettate». Sì «al giusto rilievo delle conclusioni del processo, anche quando sia assolutorio».
Secondo l´opposizione ci sono gli estremi per giudicare irricevibile il “lodo” Butti. Il presidente Sergio Zavoli però si è impegnato per un documento sul pluralismo e vuole votare. Fabrizio Morri del Pd presenterà una relazione di minoranza. Impossibile trovare un accordo con la maggioranza per un testo unico. In commissione Pdl e Lega possono vincere 21 a 19.

La Repubblica 11.02.11

"E la lotta di classe si sposta tra i banchi", di Marco Lodoli

Per decenni le aule sono state il luogo di incontro e di avvicinamento tra ceti diversi. Oggi le cose sono cambiate radicalmente: sotto il velo della “meritocrazia” il nostro Paese è tornato ad essere classista in modo feroce. Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale, e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato, o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po’ retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo, la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro figli, che ora sono tutti dottori.

Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili, con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti. “A me professò ‘sto discorso del merito mi fa rodere. La meritocrazia, la meritocrazia… ma che significa? E chi non merita? E noi altri che stamo indietro, noi che non je la famo, noi non contiamo niente?”. Questo mi dice Antonia e neanche mi guarda quando parla, guarda fuori, verso i palazzoni di questo quartiere di periferia, verso quei prati dove ancora le pecore pascolano tra gli acquedotti romani e il cemento. Qui la divina provvidenza del merito non passa, non illumina, non salva quasi nessuno.

Guardo la classe: Michela ha confessato che non può fare i disegni
di moda perché a casa non ha un tavolo, nemmeno quello da pranzo. Mangia con la madre e la sorella seduta sul letto, con il vassoio sulle ginocchia, in una casa che è letteralmente un buco. Roberta invece mi racconta che stanotte hanno sparato in faccia al migliore amico del suo fidanzato, “era uno che se faceva grosso, che stava sulle palle a tanti, ma nun era n’animale cattivo, nun se lo meritava de morì così a ventidue anni”. Samantha invece trema perché stanno per buttarla fuori di casa, a lei e alla madre e ai due fratelli, lo sfratto ormai è esecutivo e i soldi per pagare l’affitto non ce li hanno, forse già stanotte li aspetta la macchina parcheggiata in uno slargo vicino casa, forse dovranno dormire lì, e lavarsi alla fontanella con gli zingari.

La miseria produce paura, aggressività, ignoranza, cinismo. In pochi hanno i libri di scuola, si va avanti a fotocopie, anche se ogni insegnante ha ricevuto solo centocinquanta fogli per tutto l’anno, “perché i tagli si fanno sentire anche sui cinque euro, la scuola non ha più un soldo”. In queste scuole di periferia le tragedie si accumulano come legna bagnata che non arde e non scalda, ma fuma e intossica. Tumori, disoccupazione, cirrosi epatica, aborti, droga, incidenti stradali, strozzini, divorzi, risse: tutto s’ammucchia orrendamente, tutto si mette di traverso e oscura il cielo. A ragazzi così segnati, così distratti dalla vita storta, oggi devo spiegare l’iperbole e la metonimia, Re Sole e Versailles, Foscolo e il Neoclassicismo. E loro già sanno che è tutto inutile, che i posti migliori sono già stati assegnati, e anche quelli meno buoni, e persino quelli in piedi. Hanno già nel sangue la polvere del mondo, il disincanto.

“E non ci venissero a parlà di eccellenza che je tiro appresso er banco. Tanto ormai s’è capito come funziona sto mondo: mica serve che lavorino trenta milioni de persone, ne abbastano tre, e un po’ di marocchini a pulì uffici e cessi. Il paese deve funzionà come n’azienda? E allora noi non serviamo, siamo solo un peso. Tre milioni de capoccioni, de gente che sa tutto e sa come mette le mani nei computer e nelle banche, e gli altri a spasso. Gli altri a rubà, a spaccià, in galera, ar camposanto, dentro una vita di merda”. Forse ha ragione questa ragazza, suo padre ha “un brutto male”, come direbbe il buongusto – “un cancro che lo spacca, professò”, dice lei – forse è vero che non dobbiamo fare della meritocrazia un ulteriore setaccio: l’oro passa e le pietre vengono buttate via.

I ricchi hanno capito al volo l’aria che tira, aria da Titanic, e hanno subito occupato le poche scialuppe di salvataggio: scuole straniere, master, stage, investimenti totali nello studio. L’élite non ha più tempo né voglia di ascoltare le pene della nazione, le voci dei bassifondi: ha intuito il tracollo della scuola pubblica e ha puntato sulle scuole di lusso. E così la scuola non è più il luogo del confronto, della convergenza, dell’appianamento delle differenze e della crescita collettiva. Non si sta più tutti insieme a istruirsi per un futuro migliore, a sognare insieme. Chi ha i soldi il futuro se lo compra, o comunque si prepara a “meritarselo”. Chi non ha niente annaspa nel niente e deve anche subire l’affronto dei discorsi sull’eccellenza. Ormai il nostro paese è tornato ad essere ferocemente classista, ai poveri gli si butta un osso e un’emozione della De Filippi, li si lascia nell’abbrutimento e nell’ignoranza, mentre ai ricchi si aprono le belle strade che vanno lontano: lontano da qui, da questa nazione che inizia a puzzare come uno stagno d’acqua morta.

La Repubblica 09.02.11

Gambro, iniziato il confronto sul futuro dell’azienda

Incontro interlocutorio oggi a Roma al ministero delle Attività produttive. Già programmato un secondo incontro, probabilmente il primo marzo. E’ stato solo un incontro interlocutorio quello svoltosi oggi a Roma al ministero delle Attività produttive, utile però a gettare le basi per un confronto sul futuro della Gambro a Medolla. Tutti – dai sindacati agli enti locali, dalla Regione ai parlamentari modenesi – hanno ribadito il netto rifiuto del piano di dismissione prospettato dalla multinazionale e avanzato la richiesta di un piano industriale che consenta il rilancio dell’azienda e il mantenimento degli attuali livelli occupazionali. E’ stata anche dichiarata una disponibilità al confronto nel merito, valutando costi e strategie del piano di razionalizzazione richiesto dalla direzione aziendale.

Il rappresentante del governo – Giampietro Castano, direttore del ministero – si è detto disponibile a favorire un confronto diretto tra i rappresentanti del territorio e i vertici aziendali che consenta di valutare tutte le possibili ipotesi alternative alla dismissione di una parte della produzione. L’incontro si è concluso con l’impegno – da parte di tutti i partecipanti – di ritrovarsi entro tre settimane (una data potrebbe essere quella del primo marzo) per riprendere il confronto ed entrare nel merito dei problemi e delle ipotesi di soluzione. I parlamentari modenesi presenti all’incontro – il sen. Barbolini, l’on. Manuela Ghizzoni e l’on. Giulio Santagata – hanno assicurato il loro impegno nel seguire la trattativa e favorire soluzioni che rafforzino la presenza della Gambro nell’ambito di un più generale rilancio del distretto biomedicale.