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Università, Pd: da governo ancora ostacoli per atenei

Ghizzoni: è un nuovo taglio a fondo di finanziamento ordinario. “La mancata proroga dello sconto nel calcolo delle risorse utilizzate per il personale, costringerà gran parte degli Atenei a superare la soglia del 90% del fondo di finanziamento ordinario impiegato in stipendi: a quel punto scatterà il blocco del turn over con conseguenze gravissime per l’offerta formativa e l’attività di ricerca. Il costante calo delle risorse destinate al Fondo di finanziamento ordinario (meno 276 milioni per il 2011 e altrettanto era stato sottratto l’anno scorso), a fronte di spese fisse e obbligatorie costringerà gli atenei a superare la fatidica soglia del 90%, indipendentemente dalle capacità gestionali e programmatorie delle università. Insomma, alla faccia del merito e della “virtuosità”, gli atenei pagheranno con il blocco del personale i tagli dei trasferimenti dello Stato al sistema universitario. Auspichiamo che il Governo riveda la propria decisione e, così come accadde lo scorso anno, consenta la proroga dello sconto nel calcolo delle spese di personale. Non si può mortificare l’università con lacci e lacciuoli che poco hanno a che vedere con il merito, con la capacità di progettare ricerca, di trasferire innovazione e di fare alta formazione. Tutte cose di cui il nostro Paese ha oggi disperato bisogno”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni dopo che il governo ha bocciato l’emendamento del Pd che chiedeva la proroga dello sconto nel calcolo delle risorse utilizzate per il personale.

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Candida ingenuità o piatto di lenticchie?

La commissione bilancio del Senato ha espresso parere contrario per mancanza di copertura a tutti gli emendamenti al decreto milleproroghe che avrebbero consentito di prorogare gli “sconti” sul calcolo della spesa in stipendi degli atenei. Questa gravissima decisione pare del tutto destituita di fondamento, dal momento che la stessa disposizione è stata presente per anni nei milleproroghe passati e avrà il gravissimo effetto di produrre una paralisi totale del reclutamento negli atenei italiani, spazzando via la presunta “tenure track” (in realtà “precarizzazione del ricercatore”), il reclutamento di professori associati e qualsiasi proposito di ringiovanimento del corpo docente italiano. Solo i rettori della CRUI potevano credere che l’approvazione della “riforma” Gelmini avrebbe convinto il ministro dell’economia Giulio Tremonti ad aprire i cordoni della borse e favorire il rilancio dell’università. Per quanto ci riguarda, dobbiamo invece constatare come le motivazioni delle proteste autunnali erano e sono drammaticamente valide. I proclami del ministro Gelmini e gli entusiasmi dei rettori della CRUI sono serviti solo a coprire una devastante operazione di smantellamento dell’università pubblica e della libertà di insegnamento.
Diffondiamo nuovamente il testo di un profetico comunicato che abbiamo reso pubblico già lo scorso 2 gennaio:

PASSATA LA FESTA, GABBATO LO SANTO (E ANCHE LA GELMINI, LA CRUI, VALDITARA, QUAGLIARIELLO…)

In perfetta simultaneità con la definitiva promulgazione della cosiddetta “riforma Gelmini” (in realtà “legge Tremonti”), è apparso in Gazzetta Ufficiale il testo del tradizionale decreto milleproroghe di fine anno. Stavolta, c’è un bel regalo per tutto il mondo universitario: l’assenza della proroga degli sconti nel calcolo della spesa in stipendi degli atenei. Evitando di entrare nei dettagli tecnici, questa bella novità avrebbe l’effetto di portare quasi tutte le università oltre il 90% nel rapporto stipendi/FFO, provocando un blocco del reclutamento che comprenderebbe anche i nuovi contratti da ricercatore a TD, ovvero la “tenure trash”, pilastro della pseudo-riforma appena approvata dal Parlamento.

Non c’è voluto molto tempo perché si chiarisse in maniera inequivocabile e definitiva quale è il vero fine della politica universitaria dell’attuale maggioranza di governo: non riforme epocali, ma epocale distruzione del sistema dell’istruzione universitaria e delle ricerca pubblica. E’ evidente che il ministro Gelmini e i suoi pretoriani (i vertici della CRUI, il consulente Schiesaro, i senatori Quagliariello, Valditara, Asciutti, Possa…) sono stati bellamente presi in giro dal ministro dell’economia. Se davvero si volesse valorizzare il merito nel nostro paese, questi personaggi, a partire dal ministro, dovrebbero prendere atto della propria incapacità politica e rassegnare immediatamente le dimissioni dagli incarichi che ricoprono. Purtroppo, come era facile intuire il vero fine della politica universitaria di Tremonti, è altrettanto facile prevedere che, come al solito, prevarrà l’amore per le poltrone e per le posizioni raggiunte.

Non potendo contare sull’azione del ministro e tantomeno su quella di coloro, a partire dalla CRUI, che in questi mesi sono stati complici interni ed esterni della devastazione dell’università, ci rivolgiamo al mondo universitario e a tutte forze che si stanno battendo per la difesa e il miglioramento dell’università pubblica affinché esercitino la propria pressione per contrastare anche questa nuova iniziativa del ministro dell’economia.

Coordinamento dei Precari della ricerca e della docenza – Università (CPU)
http://coordinamentoprecariuniversita.wordpress.com

Proposta Pd: Fossoli monumento nazionale

Il progetto di legge presentato oggi dall’on. Manuela Ghizzoni. è stato sottoscritto da parlamentari di diverso orientamento. Nel Giorno del Ricordo l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera, ha presentato il progetto di legge per dichiarare monumento nazionale l’ex Campo Fossoli e sostenere l’attività di ricerca della Fondazione. Ecco di seguito una sua dichiarazione. «Oggi celebriamo il Giorno del ricordo, istituito con la legge 92 del 2004, per conoscere, coltivare e rinnovare la memoria della tragedia delle vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati.

Un tornante della storia recente, troppo a lungo rimosso, al quale dobbiamo riferirci per rafforzare la nostra identità nazionale e per costruire con lungimiranza il nostro futuro.
La diaspora condusse numerose famiglie anche nella nostra provincia: dal 1954 al 1970, molti profughi giuliani vissero presso l’ex campo di Fossoli, in quello che poi fu noto come il Villaggio San Marco.

Ho depositato come prima firmataria in questi giorni – volutamente nel periodo compreso tra il 27 gennaio Giorno della memoria e il 10 febbraio Giorno del Ricordo – un proposta di legge per sostenere la Fondazione ex Campo Fossoli, al fine di valorizzare il sito e sostenere l’attività di ricerca e di documentazione, necessaria per dare voce a chi è transitato nel Campo durante le diverse fasi della sua storia. La proposta di legge e stata sottoscritta da deputati di diverso orientamento (tra gli altri Nirenstein, Castagnetti, Bachelet, Perina e Granata) e colleghi modenesi di centrodestra e centrosinistra (Bertolini, Miglioli, Levi e Santagata): credo sia il modo migliore per ricordare quelle drammatiche vicende che hanno toccato anche la nostra comunità e per far sí che la memoria si trasformi in vera coscienza critica, in un codice etico che orienta ogni nostra scelta per il futuro. Confido, anche per la condivisione da parte di maggioranza e opposizione, che questa iniziativa si trasformi presto in Legge dello Stato».

Sondaggi amari per il Cavaliere «Meglio Maroni e Tremonti», di Andrea Carugati

Berlusconi “illeso” dopo lo scandalo bunga bunga? Gli italiani simpatetici o addirittura invidiosi delle feste del Cavaliere? Non pare, almeno stando al sondaggio della Ipsos di Pagnoncelli resi noti martedì sera a Ballarò. Ma non è il solo. Anche a palazzo Grazioli, a quanto si apprende, sono arrivati sondaggi tutt’altro che positivi sulla fiducia nel premier, nonostante l’imponente campagna mediatica impostata per cancellare il Rubygate. Dal sondaggio Ipsos emergono alcuni dati importanti.

Primo: anche una semplice coalizione Pd-Sel-Idv batterebbe l’asse Berlusconi-Bossi. Secondo: sia Bersani che Casini e Vendola batterebbero il Cavaliere in uno scontro diretto per la premiership. In uno schema a tre poli, il centrosinistra si imporrebbe su Pdl e Lega con il 41% contro il 38,7%, mentre il Terzo Polo si fermerebbe al 17,8%. Ancora più netta la vittoria in caso di “Santa alleanza” di tutte le opposizioni contro il Cavaliere: 51,3% contro 44,2%. Sia Bersani che Vendola, alla guida di un centrosinistra “semplice”, batterebbero Berlusconi: il primo con il 36% contro il 32% e il secondo con il 32% contro il 31%. Bersani vincerebbe anche alla guida di una larga coalizione con dentro Fli e Udc (43% contro 33%), mentre Casini, alla guida della stessa coalizione, vincerebbe con il 45% contro il 32% del Cavaliere. Quanto ai partiti, il Pd risale al 25,8%, Vendola sfiora il 10% (9,7%) e Di Pietro è al 6,8%. Il Pdl si ferma al 27,6%, la Lega all’11,5%, mentre Udc e Fli ottengono rispettivamente il 5,8% e il 5%.

Dal sondaggio Ipsos emerge anche che secondo il 61% Berlusconi dovrebbe «dimettersi al più presto», ma il 59% ritiene che questo non accadrà e che il governo andrà avanti. Non tutti i sondaggi danno in vantaggio il centrosinistra: Nicola Piepoli, ad esempio, registra ancora una prevalenza del centrodestra, 43% contro 40,5%. E spiega: «Alla gente non interesse niente del bunga bunga, non ci sono ripercussioni».

CROLLANO I FAN CAVALIERE
Ma anche da uno studio realizzato da Audipolitica emerge la crisi della leadership del Cavaliere. Solo il 35,7% degli elettori Pdl del 2008 sono certi di riconfermare il proprio voto, mentre il 17,4% di quei votanti intende passare alla Lega. Scarsissimi i flussi dal Pdl verso le forze del centrosinistra, debole anche il flusso da Berlusconi verso il Polo di centro (solo il 7,7%).

Imponente il numero di elettori Pdl che, allo stato attuale, non sa cosa fare (19%) o ha deciso di votare scheda bianca: 11,6%. Il Pd invece conferma il 60% dei propri voti del 2008, ma perde qualcosa a favore di Vendola e dell’Idv. Quanto ai leader, Berlusconi è scavalcato da Tremonti e Maroni: solo il 22% degli italiani sono «favorevoli» al Cavaliere (che ottiene il 35,8% di «molto contrari»), mentre il ministro dell’Economia arriva al 37,3% di favorevoli e Maroni al 34%. A sinistra, invece, il più popolare è Renzi con il 47% di favorevoli, seguito da Vendola (37,3%) e Bersani (35,7%).

Casini e Fini sono alla pari: 28,1 % e 29,5%. Il senatore Pd Stefano Ceccanti si sofferma sui delusi dal Cavaliere che non hanno ancora scelto: «Su questa ampia fascia di elettorato, che è più del 10% dell’insieme, si dovrebbe lavorare con forza. Mai dal 1994 si era registrata una mobilità potenziale così vasta».

L’Unità 10.02.11

Giornata del ricordo: Napolitano "Non restare ostaggi del passato". Berlusconi assente alla cerimonia al Quirinale

Il capo dello Stato guarda al futuro europeo per superare, senza dimenticarle, antiche ferite. Alle celebrazione in memoria delle vittime delle Foibe non era presente il premier. Per il governo c’erano il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta: “Per troppi anni c’è stato un silenzio oltraggioso e colpevole”. “La memoria sia coltivata. Ciascun paese ha il dovere di ricordare la propria storia, di non cancellare le tracce delle sofferenze subite dal proprio popolo” ma “l’essenziale è non restare ostaggi né in italia né in Slovenia né in Croazia degli eventi laceranti del passato”, con queste parole il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha celebrato al Quirinale la Giornata del Ricordo, in memoria delle vittime delle Foibe. Partendo dal passato, per guardare a un futuro comune e europeo.

“Posta fine a ogni residua congiura del silenzio, a ogni forma di rimozione diplomatica o di ingiustificabile dimenticanza, possiamo finalmente guardare avanti, costruire e fare progredire una prospettiva di feconda collaborazione sulle diverse sponde dell’adriatico. Il sacrificio delle generazioni che ci precedono non è stato vano se oggi possiamo costruire un avvenire migliore per i nostri popoli e per l’Europa”.

L’appartenza all’Europa come nuova frontiera per superare ferite antiche. Che non vanno dimenticate, ma non devono più dividere, né essere d’ostacolo. Riferendosi ai rapporti con la Slovenia e la Croazia, Napolitano ha preso atto di come “ci siano di fronte certe reazioni polemiche nei confronti anche di mie parole” pronunciate alcuni anni fa. Le incomprensioni sono state superate la scorsa estate con un incontro a Trieste e in occasione delle visita a Roma del presidente sloveno, Danilo Türk, “la prima che abbia avuto luogo dopo il
riconoscimento dell’indipendenza di quel Paese amico”. Oggi “ci auguriamo che presto l’Unione europea accoglierà anche Zagabria”.

La presenza di minoranze nazionali nei nostri tre paesi rievoca vincoli storici culturali che si snodano attraverso secoli di civiltà”, ha sottolineato ancora il capo dello Stato “il quadro di fondo è una nuova comunità di valori fra i tre paesi. Siamo, o stiamo per diventare, tutti cittadini europei”. Ragione per cui è oggi “possiamo finalmente guardare avanti, costruire e far progredire una prospettiva di feconda collaborazione sulle diverse sponde dell’Atlantico”, in un quadro di fondo che “è dunque una nuova comunità di valori tra i tre Paesi”.

E guardando avanti, Napolitano ha parlato anche di progetti. Come quello di costruire un Parco della Pace da Caporetto a Duino lungo la striscia di terra europea nella quale durante la Prima guerra mondiale morirono un milione di soldati di paesi che oggi fanno parte insieme dell’Unione europea. “Sarebbe un modo visibile di restituire alla nostra memoria, affinché il male non si ripeta più, il ricordo di tutti gli innocenti caduti, o assassinati, fra le petraie del Carso, nelle trincee del 15-18 e nelle foibe del 1945”, ha detto formulando la proposta facendo proprie le parole con cui ne aveva parlato poco prima Enzo Bettizza.

Napolitano ha quindi colto l’occasione per un nuovo appello a celebrare senza polemiche 1 il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. E’ necessario, ha spiegato Napolitano, “ritrovarsi tutti in progetti lungimiranti” e insieme richiamarsi “all’eredità del Risorgimento e del concorso di tanti patrioti delle terre adriatiche. Facciamolo nelle spirito di serene e riflessive celebrazioni”.

In sua presenza il discorso introduttivo al Quirinale è stato fatto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta che prima del saluto iniziale ha consegnato delle medaglie ai familiari degli infoibati. “Per troppi anni c’è stato un silenzio oltraggioso e colpevole”, ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, sottolineando come nel 2004 “finalmente l’Italia ha voluto dare un riconoscimento a quei familiari che portano l’umiliazione e la violenza subita dai propri congiunti. Da questa vicenda si deve trarre un insegnamento. Anche le vittime – ha concluso – hanno contribuito a fare l’Italia. E’ stata una tragedia immane”.

Alla cerimonia non era presente il premier, Silvio Berlusconi. Ieri il premier, parlando all’ufficio di presidenza del Pdl, aveva annunciato l’intenzione di incontrare oggi il capo dello Stato. Il Quirinale, poco dopo, aveva smentito che fosse in agenda un incontro. Per il governo oltre a Letta c’era il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Presenti anche i vicepresidenti di Senato, Rosy Mauro, e della Camera, Antonio Leone, oltre al giudice della Corte costituzionale, Paolo Maria Napolitano, e al capo della Polizia, Antonio Manganelli. A rappresentare i familiari delle vittime il presidente dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Lucio Toth.

In occasione del giorno del ricordo, anche il presidente del Senato Renato Schifani ha voluto rivolgere lo sguardo al futuro: “Che la tragedia di una terra e di un popolo non sia dimenticata. Che un’Europa finalmente libera dalle contrapposizioni etniche e dal desiderio di vendetta possa essere la patria comune nel cui seno – ha detto Schifani – le due sponde dell’adriatico ricordino la loro storia con la serenità e la forza di chi respinge convintamente il male del proprio passato e, forte della propria memoria, guarda all’avvenire con ottimismo”.

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Foibe: «Bene coltivare la memoria,
ma non restiamo ostaggi del passato»
Per il governo presenti Letta e La Russa. Non c’è Berlusconi

«Il mio primo discorso del 10 febbraio, nel 2007, volle porre fine a ogni residua “congiura del silenzio”, a ogni forma di rimozione diplomatica o di ingiustificabile dimenticanza rispetto a vicende così tragiche. È importante che quella nostra scelta, per legge dello Stato e per iniziativa istituzionale, sia stata via via compresa al di là dei nostri confini, che certe reazioni polemiche nei confronti anche di mie parole si siano dissolte». È iniziata così al Quirinale, con queste parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la celebrazione ufficiale della Giornata del Ricordo, in memoria delle vittime delle foibe. Alla presenza del presidente della Repubblica il discorso introduttivo è stato fatto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che prima del saluto iniziale, ha consegnato delle medaglie ai familiari degli infoibati.

OSTAGGI DEL PASSATO – «L’essenziale è non restare ostaggi nè in Italia, né in Slovenia, né in Croazia, egli eventi laceranti del passato. L’essenziale è, secondo le parole dello stesso presidente Turk, non far nascere ancora ‘conflitti dai ricordì» dice il presidente della Repubblica. Il capo dello Stato sottolinea che «in ciascun paese si ha il dovere di coltivare le proprie memorie, di non cancellare le tracce delle sofferenze subite dal proprio popolo». Ma, continua, «possiamo finalmente guardare avanti, costruire e far progredire una prospettiva di seconda collaborazione sulle diverse sponde dell’Adriatico». Napolitano ricorda che «l’Adriatico, dopo aver sofferto a lungo lacerazioni e conflitti, viene oggi trasformato dalla prospettiva euroaltantica. Le nuove generazioni, slovene, croate, italiane – continua – si riconoscono in una comune appartenenza europea che arricchisce le rispettive identità nazionali». Secondo il presidente della Repubblica, «la presenza di minoranze nazionali nei nostri tre paesi rievoca vincoli storici e culturali che si snodano attraverso secoli di civiltà e costituisce una ricchezza comune di cui far tesoro. Il quadro di fondo è dunque- osserva Napolitano- una nuova comunità di valori fra i tre paesi. Siamo ormai, o stiamo per diventare, tutti cittadini europei. Possiamo perciò guardare al passato come sono riusciti a fare tanti altri Stati dell’Unione e dell’Alleanza Atlantica dopo essersi combattuti aspramente e con devastazioni profonde e reciproche. Il sacrificio delle generazioni che ci precedono non è stato versato invano se oggi possiamo insieme costruire un avvenire migliore per i nostri popoli e per l’Europa».

BERLUSCONI – Alla cerimonia non è presente il premier, Silvio Berlusconi. Per il governo oltre a Letta c’è il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Fra i presenti anche i vicepresidenti di Senato, Rosy Mauro, e della Camera, Antonio Leone, oltre al giudice della Corte costituzionale, Paolo Maria Napolitano, e al capo della Polizia, Antonio Manganelli. A rappresentare i familiari delle vittime il presidente dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Lucio Toth.

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La battaglia delle gite scolastiche lo sciopero dei prof divide gli studenti

Gli insegnanti: “Troppe responsabilità e ci hanno anche tolto la diaria Meglio restare in classe”. Una scuola su tre, e dentro le singole scuole una classe su tre, nella stagione 2011 non porterà i ragazzi in gita scolastica. È un diluvio di no.
La riforma (di medie e superiori) è passata, ma la rabbia dei docenti resta alta. Dopo aver fatto saltare la sperimentazione sulla loro valutazione, in queste ore i “prof” registrano un clamoroso successo dell´ultima forma di protesta: 246 scuole, segnala il censimento del sito “controriformadocentiarrabbiati”, hanno firmato delibere che annullano l´impegno degli insegnanti per le gite scolastiche. E senza “prof” non si va da nessuna parte: «Troppe responsabilità, nessun riconoscimento. Per viaggiare così è meglio restare in aula a far lezione». L´adesione è spalmata su tutto il paese, da Aosta ad Acireale, e cresce ogni settimana. Significativo il boicottaggio al Nord. Torino e il suo hinterland si confermano l´area scolasticamente più sindacalizzata – lo sciopero delle gite è appoggiato e aiutato dalla Cgil e dai gruppi di base – con 59 defezioni. Al liceo classico D´Azeglio il blocco si allarga a stage e soggiorni all´estero, al circolo didattico Toscanini si specifica che sono soppresse anche “le uscite didattiche di una mattina”. Quelle al Museo egizio, per esempio. La direttrice del museo, Eleni Vassilika, quest´anno ha registrato un calo dei biglietti per studenti dell´otto per cento e ha scritto una lettera alla Gelmini: «Non potete consentire ai genitori di accompagnare le classi?». Per tentare di arginare le defezioni, il governatore leghista Roberto Cota ha deciso di sostenere con un bonus economico le scuole piemontesi che realizzeranno viaggi d´istruzione e gemellaggi culturali. Ha avuto poca fortuna, fin qui: gli scioperi della gita sono stati proclamati anche a Biella e a Novara.
Trentaquattro scuole ferme ai banchi nella provincia di Venezia, diciannove a Lucca (metà delle superiori nella primavera entrante non partirà). Quattordici a Catania e a Roma. In tredici istituti perugini il dibattito è stato serrato, diversi studenti non volevano rinunciare al viaggio in pullman, la bevuta di gruppo, la serata collettiva in discoteca. Alla fine al classico Mariotti, all´Istituto Tecnico per geometri, alla media Grecchi e alla primaria Cannara lo sciopero ha riguardato tutti. Al liceo Pieralli e all´Orfini di Foligno, invece, vi parteciperà una classe ogni quattro. E ad amplificare il quadro negativo stanno arrivando gli stop alle gite decisi non contro la Gelmini, ma contro le occupazioni studentesche anti-Gelmini. In alcuni casi, di fronte a vandalismi gratuiti i presidi hanno scelto la linea dura con i ragazzi: viaggi sospesi ai licei romani Azzarita ed Evangelista Torricelli. I “prof” d´Italia stanno boicottando tutte le attività extra: gruppi sportivi, feste di fine anno, persino gli approfondimenti pre-universitari. Spesso contro la volontà di una fetta di studenti.
Lo sciopero delle gite si sente, albergatori e agenzie di viaggio alzano l´allarme. I “viaggi scolastici” muovono un milione e 300 mila studenti ogni anno e valgono 370 milioni di euro. Il calo dei fatturati, nel 2011, è valutabile attorno al 35%: centotrenta milioni, un disastro in appendice alla crisi strutturale. Agenzie di viaggio di Milano e Rimini si sono offerte di pagare la diaria ai “prof”: non è bastato. Ezio Moretti, amministratore di Caravantours, racconta: «Oggi contiamo duecento gruppi di studenti in meno e a fine maggio saranno ottocento. Una perdita di 5 milioni di euro, un quinto del nostro fatturato. Abbiamo provato a far capire ai sindacati che così si mette a rischio un settore, niente. Abbiamo chiesto un intervento al ministro Brambilla, neppure ci ha risposto. Lavoro da trent´anni con professori e studenti, così male non è mai andata».

www.repubblica.it

"Più che una frusta, un boomerang", editoriale da Europa Quotidiano

Ieri sul sito del Wall Street Journal, il quotidiano della business community ora proprietà di Murdoch, Berlusconi era in prima pagina. Ma non per il piano di rilancio dell’economia italiana, che si è confermato alla fine esaurirsi nell’ipotetica modifica di tre articoli della Costituzione.
No, Berlusconi interessava al Wsj per la notizia del possibile rinvio a giudizio (seguiva anche sondaggio on line, che per quel che vale vedeva un 78 per cento di favorevoli all’incriminazione).
Può darsi che la notizia sia considerata di scarso rilievo: già, che importa agli italiani dell’opinione dei media finanziari esteri? Allora però come valutare la scena alla quale abbiamo assistito ieri mattina, con Tremonti che, chiamato a dare appoggio e sostanza al “piano” appena illustrato dal presidente del consiglio, esordisce dicendo : «Starò poco, devo prendere un treno»?
Va bene, ci siamo capiti. E hanno capito anche gli uomini-chiave dell’economia italiana, che nei giorni scorsi sul Sole 24 Ore avevano ripetuto all’unisono: dell’articolo 41 ci importa poco, speriamo in misure concrete. Hanno avuto la loro risposta.
Bonanni, sceso dal viaggio in treno con Tremonti, ha espresso delusione. Emma Marcegaglia, sempre più in vista, ha ribadito le critiche della vigilia Alla fine, l’operazione orchestrata da Giuliano Ferrara (che nel frattempo, intuita la malaparata, ha preferito lanciarsi a caccia di azionisti) si risolve in un boomerang politico: torna sotto i riflettori la nota ostilità fra Berlusconi e Tremonti, la posizione del premier ne esce ulteriormente indebolita, il suo isolamento appare evidente.
Voler intentare causa allo Stato non è da presidente del consiglio, pare lo sfogo di chi si prepara all’esilio. Sono segnali di debolezza sul fronte processuale. Comparando l’incontro con la stampa di Berlusconi con quello, contemporaneo, di Bruti Liberati, era perfino inquietante il senso di maggior forza che emanava da quest’ultimo.
L’unica via per uscire dal pantano sono le elezioni. Può darsi che cominci ad arrendersi all’idea (non fantastica ma l’unica rimasta in assenza di uno scatto nel centrodestra) anche il capo dello stato. Che, in questo clima, con Berlusconi non vuole neanche parlare.

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La frustata è un bluff, resta solo la guerra con i giudici

Plateale il distacco di Tremonti, nessuno crede alla svolta in economia L’operazione-frustata non è riuscita. È bastata la conferenza stampa post-consiglio dei ministri a palazzo Chigi, con Silvio Berlusconi affiancato da sette-ministri- sette schierati a favore di telecamera, per far capire che l’annunciata scossa al cavallo dell’economia italiana non ci sarà. E ciò che più colpisce è il plateale distacco e scetticismo di Giulio Tremonti che, prima di assentarsi, ha ricordato che «l’agenda della crescita italiana si decide in Europa con l’Europa», non in una riunione che ha cercato in tutta fretta di mettere insieme un po’ di incentivi e lo sblocco di qualche fondo Fas, rimettendo ancora una volta nel cassetto le liberalizzazioni solo annunciate, e annunciando un cambiamento dell’articolo 41 della Costituzione.
Il tentativo di coprire la bufera sul Rubygate, dunque, è fallito. Tanto più clamoroso nel giorno in cui la procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio immediato per il premier e rivelato di avere prove schiaccianti della sua colpevolezza. Intanto il Cavaliere ha annunciato il voto di fiducia sul federalismo alla camera, dopo lo stop in bicameralina.

da Europa Quotidiano 10.02.11

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“L’economia sacrificata agli slogan”, di Michele Dau

La scossa per rinvigorire la gracile crescita dell’economia è stata annunciata. Sarà bene chiarire subito che per il tempo breve non ci saranno effetti concreti, anche per il mancato stanziamento di risorse aggiuntive.
Il torrente di nuove norme legislative (altroché semplificazione) sarà concretamente operativo non prima di due anni, posto che il parlamento approvi tutto. Un diffuso scetticismo è stato già manifestato in questi giorni da moltissimi imprenditori ed esperti economici.
Dunque cosa si devono aspettare, fra 2-3 anni, le imprese, i lavoratori, quanti cercano un lavoro, le famiglie i cui redditi scivolano verso il basso ? Il piatto forte sono le modifiche alla nostra Costituzione: l’attività economica sarà libera, la pubblica amministrazione diverrà efficiente, trasparente e meritocratica, i cittadini saranno più garantiti nella loro autonoma iniziativa di svolgere attività di interesse generale.
È davvero difficile non trovarsi d’accordo con questi principi. Ma è altrettanto difficile sottrarsi alla sensazione di essere tutti vittime di un ennesimo tentativo di propaganda.
Se nel nostro paese l’attività economica non fosse stata libera, con piena garanzia e riconoscimento della Costituzione, come sarebbe stata possibile la nascita e la crescita di 3-4 milioni di piccole e medie imprese ? Come sarebbe stata possibile quella straordinaria rivoluzione della piccola proprietà contadina che ha portato alla formazione di centinaia di migliaia di imprese agricole? Come sarebbe avvenuto che oltre l’80% delle famiglie italiane sono divenute proprietarie della prima casa? E che quelle stesse famiglie hanno potuto largamente prosperare e risparmiare, trovandosi oggi fra le meno indebitate del mondo? E poi, ancora, come potrebbe essere che in Italia operano oltre 5 milioni volontari con gruppi e associazioni che svolgono una eccezionale e silenziosa azione di sussidiarietà orizzontale in piena sintonia con i poteri pubblici ? Insomma, di che stiamo parlando ? Non si può governare un paese come l’Italia senza averne una profonda coscienza e conoscenza storica, sociale e politica.
Il governo populista-leghista, dopo aver fallito con la riforma costituzionale nel 2005, respinta con grande partecipazione nel referendum del giugno 2006, riprova oggi a lasciare la sua impronta in altre parti della nostra Costituzione: l’articolo 41 sulla libertà economica, l’articolo 97 sulla pubblica amministrazione, l’articolo 118 sull’impegno sussidiario dei cittadini.
Circa l’esistenza in Italia delle libertà economiche si è detto. Sulla pubblica amministrazione la confusione sembra completa. Il nuovo articolo 97 dovrebbe prevedere che «le pubbliche funzioni sono al servizio del bene comune». Ma l’essenza di questo principio è già contenuta nel vigente articolo 98 che recita «i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione», con ciò valorizzando la responsabilità e la mission dei pubblici funzionari che sono poi gli attori principali delle pubbliche funzioni.
Ma allora, esattamente, di che stiamo parlando? Non certo dei problemi della nostra economia. Dopo 3 anni, non si è fatto quasi nulla per irrobustire l’ambiente economico esterno alle imprese (energia, infrastrutture per la mobilità, banda larga per le comunicazioni); all’interno delle imprese è stata erogata una politica passiva del lavoro che i riformisti hanno sempre definito assistenzialistica, e i pensionati e le famiglie più deboli sono state messi in fila con la social card in mano.
Le liberalizzazioni stentano ad emergere, quando non sono addirittura sopraffatte dalle pressioni microcorporative alle quali il governo soggiace avendo anche perduto la propria maggioranza politica.
L’attuazione delle idee liberaldemocratiche alla base della nostra Costituzione repubblicana ha certo bisogno di miglioramenti, per potenziare il nostro sviluppo (specie nel Mezzogiorno), per creare nuovo lavoro qualificato per i giovani e le donne. Ci vorrebbe però grande serietà, capacità di ascolto e di confronto, equilibrio e senso del bene comune nel prendere anche strade invise a qualcuno.
In realtà si deve constatare che le proposte messe sul campo non sembrano altro che proclami e slogan.
Forse per la prossima campagna elettorale.

da Europa Quotidiano 10.02.11

"Perché è giusto non lavorare nel giorno dell´Unità d´Italia", di Adriano Prosperi

Il 17 marzo 1861 si riunì a Torino il primo Parlamento e venne proclamato il Regno d´Italia. Era nata la nazione come realtà politica. Fino ad allora l´Italia era stata solo una espressione geografica. Per ricordare quella data faremo festa il prossimo 17 marzo. La faremo davvero?
La data si avvicina e le voci critiche, dubbiose, ironiche si moltiplicano. Oggi la possibilità, il pericolo che la festa venga cancellata si sono fatti tangibili. Su di un´opinione pubblica frastornata, in un paese diviso profondamente da disuguaglianze di beni, di consumi e di diritti, dove le diversità che consideravamo la ricchezza e l´originalità dell´Italia oggi appaiono improvvisamente come cesure insanabili, cala l´ombra del dubbio: un dubbio che investe la festa come simbolo e che nel simbolo ferisce in modo grave il dato reale. Perché se muoiono i simboli l´entità che essi rappresentano comincia a cessare di esistere: la morte del simbolo nella coscienza comune significherebbe che l´Italia che apparentemente continuerebbe a esistere sarebbe un fantasma privo di vita.
Ma vediamo gli argomenti. Perché questa festa non s´ha da fare? Qualcuno la mette sul serio: l´economia nazionale è così grama che non tollera il rischio del lavoro perduto. E come spesso accade l´argomento dell´economia ha dato una maschera seria a chi non la possedeva. È bastato che la presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, persona seria e che sa farsi ascoltare con rispetto, parlasse del danno rappresentato dalla perdita di otto ore di produzione, perché chi non aveva avuto fino ad allora il coraggio di andare al di là delle battutine e delle alzate di spalla si mettesse alla sua ombra per insidiare più decisamente l´evento festivo e provare a cancellarlo del tutto. Si sono levate voci ostili dalle regioni dove comandano parti politiche che si desolidarizzano dalla responsabilità della nazione pur attingendo alle sue risorse e si inventano appartenenze e identità patrie di pura fantasia. Hanno parlato coloro che concepiscono la politica come arte dell´alzare muri divisori e si inventano religioni del sole delle Alpi e del fiume Po mentre baciano sacre pantofole prelatizie.
Non con loro vale la pena di parlare. Limitiamoci all´argomento “serio” della Marcegaglia. Davvero – si chiedeva Giorgio Ruffolo su questo giornale – in questi 150 anni della nostra storia non ci siamo guadagnati nemmeno otto ore per festeggiare la nostra unità nazionale? Perché il fatto singolare è che non stiamo progettando l´introduzione di una nuova festa nel calendario civile: quella del 17 marzo 2011 non sarebbe l´equivalente italiano del 14 luglio francese o del 4 luglio americano. Sarebbe un “una tantum”, da ripetere magari solo quanto i 150 saranno diventati 200 o 300. Un ricordo del passato, un impegno per il futuro: un momento comune e pubblicamente riconosciuto per sostare e prendere atto di un accadimento storico che ci riguarda tutti in quanto italiani, non in quanto legati a questo o a quel partito, a questa o a quella ideologia, fede religiosa o identità etnica.
Quella mattina del 17 marzo gli italiani non si alzeranno per andare al loro solito posto di lavoro – quelli che ne hanno uno – o a cercare lavoro – quelli che non ne hanno, che sono tanti, soprattutto fra i giovani. Dovranno pensare tutti almeno per un attimo che quel giorno è diverso e saranno portati a soffermarsi su quel pensiero. Scopriranno che quel giorno è la loro festa: di tutti loro in quanto italiani, perché in Italia sono nati, vi abitano, vivono e lavorano. Per questo la festa deve esserci. La dobbiamo alle generazioni passate e a quelle future. E deve essere pubblicamente dichiarata e rispettata.
Non ascolteremo chi vuole convincerci a sostituire il fatto pubblico con un fatto privato o un pensiero individuale, a riporre il senso dell´appartenenza e l´impegno ad affrontarne i problemi del paese nascondendo quel pensiero nel dominio segreto delle intenzioni, trasformandolo chi vuole in voto da formulare “in interiore homine”. Sarebbe uno schiaffo al paese e in primo luogo a chi degnamente lo rappresenta nel mondo e si è impegnato a tutelarne i diritti e a farne osservare i doveri. Perciò quel pensiero il 17 di marzo del 2011 lo dovremo dedicare in particolare ad alcuni nomi: quello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quelli dei suoi predecessori, in modo particolare Carlo Azeglio Ciampi.

La Repubblica 10.02.11