Latest Posts

"Scuola, la Consulta boccia la norma. Da rifare le graduatorie dei precari", di Alessandra Migliozzi

Un docente che decide di spostarsi in una provincia diversa dalla propria per lavorare non può essere ‘punito’ infilandolo in coda alla graduatoria della nuova città senza tenere conto del suo punteggio. La Corte Costituzionale boccia il ministro Gelmini e offre uno spiraglio a 15mila precari che ora potrebbero reclamare una cattedra proprio perché sono finiti in fondo alle liste dei supplenti dopo un trasferimento. Con la sentenza numero 41, resa nota ieri, i giudici di palazzo Spada in sostanza dichiarano illegittime le attuali graduatorie perché sono state compilate violando la Costituzione. Nel 2009 la cosiddetta legge salva-precari ha infatti stabilito che per il biennio 2009/2011 chi voleva trasferirsi in una provincia differente dalla propria doveva mettersi in coda. Una norma voluta dalla Lega per mettere in salvo i ‘propri’ insegnanti dall’“invasione” (peraltro più supposta che reale) dei prof del Sud, un eccesso di campanilismo che ora viene punito. Secondo la Consulta la legge salva-precari, quando parla di graduatorie, non tiene conto del merito e del principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione: chi ha un punteggio deve vederselo riconosciuto dovunque insegni. Ora il ministero dovrà correre ai ripari e rifare gli elenchi con gli inserimenti a ‘pettine’, in base ai punti.
Contro la norma si era subito scagliato il sindacato Anief che nel 2009 aveva fatto ricorso al Tar. I giudici amministrativi avevano dato ragione ai 15mila ricorrenti, ma il Parlamento era intervenuto con una legge ad hoc (il salva-precari) che stabiliva che per il 2009/2011, durante l’aggiornamento periodico delle graduatorie, chi decideva di spostarsi sarebbe stato infilato in coda. Mentre per il 2011/2013 si prospetta, nella stessa norma, la possibilità dell’inserimento a pettine. Una disparità che ha convinto il Tar a rivolgersi alla Consulta che ha confermato l’incostituzionalità della scelta. A questo punto, ammette Giovanni Biondi, capo dipartimento al ministero, «sarà necessario rifare le graduatorie e tenere conto della sentenza».
In teoria ci sarebbe in ballo, già pronto, un emendamento al milleproroghe della Lega che dovrebbe bloccare le liste per i prossimi due anni. Ma, alla luce della sentenza, «non si sa se ce lo accetteranno», continua Biondi, che, però, difende l’operato del Miur: «Rispettiamo la Corte, ma quello che non è stato valutato è che queste sono graduatorie ad esaurimento. Il principio del merito, che viene invocato nella sentenza, vale per graduatorie dinamiche in cui un insegnante può aggiornare i suoi titoli continuamente. Pensiamo che le graduatorie chiuse invece, che contiamo di esaurire con la progressiva entrata in ruolo degli insegnanti, non dovesse essere sottoposto a questo principio». Ma lo stesso ministero ha previsto la possibilità del pettine per il periodo 2011/20013.
Ora i ricorrenti potrebbero chiedere il conto e reclamare una cattedra e un posto fisso sfumati magari a causa della norma salva precari. «A questo punto – commenta Marcello Pacifico, presidente dell’Anief – il ministro Gelmini dovrebbe prendere atto di non essere stata capace di gestire le graduatorie, dovrebbe assumersi la responsabilità di aver creato un profondo danno erariale alle casse dello Stato e sanare la posizione dei ricorrenti aventi diritto». Questo, però, «senza nulla togliere ai docenti già individuati nei contratti, come da prassi corrente». Insomma vanno risarciti i precari, ma senza togliere di mano il contratto a chi lo ha avuto eventualmente al posto loro perché “la colpa è del ministero”. Sulla vicenda piovono commenti dal Pd che aveva sollevato il problema dell’incostituzionalità della salva-precari già in Parlamento. «Il ministro prenda immediatamente atto del grave errore commesso», commenta la deputata Manuela Ghizzoni. Mentre il sindacato Gilda invoca una nuova normativa sul reclutamento. L’Idv va giù dura e chiede le “dimissioni della Gelmini”.

Il Messaggero 10.02.11

******

La Consulta stravolge le graduatorie: “code” incostituzionali.Ma il MIUR si rifugia nel milleproroghe, di Alessandro Giuliani

Aveva ragione l’Anief: i trasferimenti dei docenti precari della scuola debbono avvenire mantenendo il punteggio originario. In 15.000 ora dovranno essere ricollocati a ‘pettine’ ed i meglio posizionati anche tentare di chiedere il ruolo retroattivo. Viale Trastevere: rifaremo le graduatorie, ma con un emendamento congeleremo presto il meccanismo. La polemica entra anche nei palazzi della politica: per il Pd così il Governo discrimina i candidati del Sud.
Il sistema delle ‘code’ è incostituzionale: i trasferimenti dei docenti precari della scuola debbono avvenire mantenendo il punteggio originario. A sostenerlo è la Corte Costituzionale, che il 9 febbraio ha messo la parola fine alla guerra di ricorsi avviata due anni fa dall’Anief per opporsi alla norma – contenuta nell’art. 1, comma 4-ter, del Decreto Legge 25 settembre 2009, n. 134 (Disposizioni urgenti per garantire la continuità del servizio scolastico ed educativo per l’anno 2009-2010), cui ha fatto seguito la Legge di conversione 24 novembre 2009, n. 167 – che imponeva di collocare in coda alle tre nuove province tutti i candidati, inseriti nelle graduatorie ad esaurimento, che ne avessero fatto richiesta: attraverso la sentenza n. 41 i giudici della Corte hanno confermato le sentenze del Tar e del Consiglio di Stato sul diritto da parte degli oltre 15.000 ricorrenti ad essere inseriti a ‘pettine’, secondo il proprio punteggio ed in base all’anzianità di iscrizione in graduatoria. Una disposizione che, se applicata, rischia di stravolgere decine di migliaia di posizioni in graduatoria, mettendo anche a repentaglio le immissioni in ruolo degli ultimi due anni: i vincitori del ricorso meglio posizionati potrebbero infatti chiedere l’assunzione, negata dell’ingiusto posizionamento in coda alle graduatorie dove avevano chiesto di essere inseriti.
Una istanza che la Consulta ha sposato in pieno: per i giudici superiori, infatti, la norma introdotta dal Miur nel 2009 sul trasferimento in coda avrebbe introdotto “una disciplina irragionevole che – limitata all’aggiornamento delle graduatorie per il biennio 2009-2011 – comporta il totale sacrificio del principio del merito posto a fondamento della procedura di reclutamento dei docenti e con la correlata esigenza di assicurare, per quanto più possibile, la migliore formazione scolastica”.
A questo punto, secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “il ministro Gelmini dovrebbe prendere atto di non essere stata capace di gestire le graduatorie del personale docente, dovrebbe assumersi la responsabilità di aver creato un profondo danno erariale alle casse dello Stato e sanare la posizione dei ricorrenti aventi diritto, senza nulla togliere ai docenti già individuati nei contratti, come da prassi corrente”.
Il sindacalista ritiene che “le regole vanno rispettate così come il rapporto tra i poteri dello Stato. L’organo esecutivo deve assolvere a quanto disposto dalla magistratura e non interpretare liberamente o faziosamente le regole del diritto. La sentenza – continua Pacifico – spazza via così ogni dubbio anche a chi, in questi giorni, ha proposto la proroga delle graduatorie in emendamenti specifici al mille-proroghe in discussione al Senato: è evidente, infatti, che un blocco o una cancellazione delle stesse graduatorie violerebbe i principi richiamati dal giudice delle leggi”.
Ma l’invito del sindacalista non sembra che verrà accolto. Pochi minuti dopo le dichiarazioni del leader dell’Anief, è arrivata la replica del Capo dipartimento del ministero dell’Istruzione, Giovanni Biondi, che se da una parte reputava, alla luce del pensiero della Consulta, “inevitabile rifare le graduatorie”, dall’altra ha annunciato che “presenteremo un emendamento nel Milleproroghe”. L’alto dirigente del Miur ha spiegato che l’intenzione dell’Amministrazione è quella di “rispettare la sentenza”, una volta “rifatte le graduatorie, di congelare il meccanismo”.
Secondo Biondi “quello che non è stato valutato approfonditamente nella sentenza è che queste sono graduatorie ad esaurimento, quindi il principio del merito che viene invocato nella sentenza vale per graduatorie dinamiche in cui un insegnante può poter aggiornare i suoi titoli continuamente. Pensiamo – a concluso il Capo dipartimento – che le graduatorie chiuse invece, che contiamo di esaurire con la progressiva entrata in ruolo degli insegnanti, non dovesse essere sottoposto a questo principio”.
Una posizione ancora diversa è stata espressa della Gilda, il cui coordinatore nazionale, Rino Di Meglio, ha detto che “da troppi anni la gestione delle graduatorie scolastiche si presta a un contenzioso infinito: perciò chiediamo al legislatore di intervenire con regole certe e di non affidarsi ancora a regolamenti facilmente impugnabili”.
La sentenza ha scatenato reazioni anche a livello politico. Gli schieramenti della sinistra, in particolare, reputano naufragato il tentativo della Lega, tramite l’operato del ministro Gelmini, di sbarrare la strada delle supplenze nelle regioni del Nord ai candidati prof provenienti da Roma in giù. “La consulta – ha detto l’on. Tonino Russo (Pd), componente della Commissione cultura della Camera dei Deputati, ha bocciato il tentativo del centrodestra, capitanato dal ministro Gelmini, di realizzare una vera e propria ‘linea gotica’ che impedisse, come fortemente auspicato dalla Lega Nord, la mobilità dei docenti sul territorio nazionale”. Russo ritiene anche che l“a sentenza avrà effetti devastanti: l’amministrazione sarà costretta ad assumere tutti quei docenti che, collocati in coda, nelle graduatorie aggiuntive, si sarebbero trovati in posizione utile per l’immissione in ruolo”.

La Tecnica della Scuola 10.02.11

******

Consulta ‘cancella’ graduatorie
Precari possono reclamare ruolo

Almeno 15.000 precari possono reclamare il ruolo e l’agognata cattedra. Ad offrire loro nuove speranze è la sentenza della Corte Costituzionale che dichiara illegittima una norma (articolo 1, comma 4-ter) del dl 134 del 2009 perch‚ viola l’articolo 3 della Costituzione.

La conseguenza è che nell’aggiornamento delle graduatorie a esaurimento il personale docente avrà diritto al trasferimento e all’inserimento a pettine secondo il proprio punteggio (merito) e non secondo l’anzianità di iscrizione in graduatoria.

Alla luce del pronunciamento della Consulta il ministero, per bocca del capo dipartimento Giovanni Biondi, ritiene «inevitabile» rifare le graduatorie.«Stiamo preparando un emendamento da inserire nel milleproporoghe che, rifatte le graduatorie, congeli il meccanismo» ha spiegato il dirigente di viale Trastevere aggiungendo che però «quello che non è stato valutato approfonditamente nella sentenza è che queste sono graduatorie a esaurimento, quindi il principio del merito che viene invocato nella sentenza vale per graduatorie dinamiche in cui un insegnante può poter aggiornare i suoi titoli continuamente».

La «querelle» sulle graduatorie va avanti da parecchio. Un paio di anni fa l’associazione Anief ha fatto ricorso (15.000 ricorrenti) contro l’inserimento in coda dei docenti che cambiano provincia, ma poi il Parlamento, in sede di conversione del cosiddetto salva-precari, ha votato una norma voluta dal ministro Gelmini che lo prevede. Per il Tar Lazio però questa disposizione viola palesemente gli articoli 24 e 113 della Costituzione. Di qui il ricorso alla Consulta.

«A questo punto – ha dichiarato il presidente nazionale dell’Anief, Marcello Pacifico appena avuto notizia della sentenza – il ministro Gelmini dovrebbe prendere atto di non essere stata capace di gestire le graduatorie del personale docente, dovrebbe assumersi la responsabilità di aver creato un profondo danno erariale alle casse dello Stato e sanare la posizione dei ricorrenti aventi diritto, senza nulla togliere ai docenti già individuati nei contratti, come da prassi corrente».

Secondo Pacifico, la sentenza «spazza via ogni dubbio anche a chi, in questi giorni, ha proposto la proroga delle graduatorie in emendamenti specifici al Milleproroghe in discussione al Senato: è evidente, infatti, che un blocco o una cancellazione delle stesse graduatorie violerebbe i principi richiamati dal giudice delle leggi». Soddisfatto per il pronunciamento della Consulta il Pd. Sottolineando che la sentenza «avrà effetti devastanti» perché‚ «l’amministrazione sarà costretta ad assumere tutti quei docenti che, collocati in coda, nelle graduatorie aggiuntive, si sarebbero trovati in posizione utile per l’immissione in ruolo», Tonino Russo, componente della Commissione cultura della Camera, sollecita le dimissioni del ministro dell’Istruzione: «A fronte dei danni incalcolabili causati dalle norme eufemisticamente definite ‘eccentriche’ dalla Consulta, alla Gelmini non resta che un ultimo atto di dignità: rassegnare le dimissioni».

Anche per la responsabile scuola del partito Francesca Puglisi la sentenza della Corte «certifica l’incapacità di un ministro che procede non per atti ma per pasticci». «Ora che il danno è fatto la Lega, che ha tentato di innescare una guerra tra poveri all’interno delle graduatorie a esaurimento, voti insieme a tutte le opposizioni il rinvio della terza tranche di tagli nella scuola e la stabilizzazione senza costi di centomila precari, cos¿ come proposto negli emendamenti al Milleproroghe presentati dai senatori del Pd» è l’invito che arriva da Partito democratico.

L’Unità 10.02.11

"Il resto di niente", di Massimo Giannini

La «scossa all’economia» è una riscossa dell’ipocrisia. Un governo senza forze e senza risorse finge di rianimarsi spacciando al Paese l’ennesima «telepromozione», fatta di inganni conclamati e materiali riciclati. È persino imbarazzante commentare i «provvedimenti» del Consiglio dei ministri. È imbarazzante commentare quei provvedimenti per l´avvilente inconsistenza della quale sono caratterizzati e la stupefacente impudenza con la quale sono stati presentati. Quello per la crescita non è un «pacchetto», com´è stato definito in pompa magna dagli «sponsor» che l´hanno illustrato in conferenza stampa a Palazzo Chigi. È un vero e proprio «pacco», come purtroppo si incaricheranno di dimostrare i duri fatti dei prossimi mesi. Non è una «riforma storica», come si è affrettato a giudicarla un ministro Sacconi sempre troppo incline a scomodare le grandi categorie del pensiero, di fronte ai piccoli imbrogli quotidiani di una maggioranza povera di idee ma ricca di ideologie. È piuttosto la «bufala del secolo», come pare l´abbia bollata nelle chiacchiere da corridoio un altro ministro, più propenso a riconoscere il vero e il falso e a non confondere gli obiettivi con i risultati. La «frustata» di cui aveva parlato nei giorni scorsi il presidente del Consiglio non c´è, qualunque onesto sforzo si faccia per cercarla. C´è invece la «stangata», questa volta non nel senso dei sacrifici imposti ai contribuenti, ma in quello degli artifici dati in pasto ai plaudenti.
La «scossa» è impalpabile, innanzitutto per quello che era stato promesso e che invece, clamorosamente e colpevolmente, manca. Manca anche solo l´abbozzo di quell´«acuto fiscale» sollecitato da giorni, soprattutto nell´area «trattativista» sul fronte della giustizia e «sviluppista» sul fronte dell´economia, che tallona il premier in questa fase di drammatica crisi politica e istituzionale. Non parliamo della grande «riforma fiscale» basata su due sole aliquote Irpef, promessa nel 2001, rilanciata all´inizio di questa legislatura e mai attuata da un centrodestra liberale e liberista solo nei libri che scrive. Parliamo invece dell´abbattimento, della rimodulazione o quanto meno della deducibilità dell´Irap sulle imprese, per la quale non ci sono i soldi e sulla quale il governo non può affidarsi ad altro se non all´ennesima delega. E non parliamo dei grandi piani di «stimolo» sul modello degli Stati Uniti e della Germania, varati in questo triennio da Paesi infinitamente più solidi e responsabili del nostro. Parliamo invece del ddl annuale sulla concorrenza, che dovrebbe prevedere tra l´altro la riforma della rete distributiva dei carburanti, che è in ritardo di almeno otto mesi sulla tabella di marcia fissata dalla Legge Sviluppo 2009, e che ieri non è stato nemmeno esaminato dal Consiglio dei ministri (mentre il Pd, opportunamente, ripescava la «lenzuolata» delle liberalizzazioni di Bersani, che dal 2008 il governo forzaleghista ha ridotto a brandelli).
Lo «spot» governativo brilla dunque per questa fragorosa assenza: non c´è traccia di spinta fiscale né di impronta liberale. Cosa resta allora, nella scatola vuota confezionata da Berlusconi e depurata da Tremonti? Restano un raggiro e due truffe. Il raggiro è la riforma dell´articolo 41 della Carta del ‘47. «Tutto è consentito, tranne ciò che è espressamente vietato»: a questa risibile formuletta il centrodestra assegna la virtù taumaturgica di sbloccare l´economia italiana dai lacci e lacciuoli dirigisti della sua «Costituzione sovietica», come l´ha più volte definita il Cavaliere. Il raggiro è evidente, ed è oltre tutto doppio. Primo perché, senza voler indulgere ad alcun conservatorismo costituzionale, è un fatto che in 64 anni di vigenza non una sola causa è stata sollevata davanti alla Consulta da un´azienda italiana, per una limitazione o un pregiudizio arrecato all´attività imprenditoriale dall´articolo 41. Secondo perché, anche a voler essere ottimisti, una legge di revisione costituzionale ai sensi dell´articolo 138 non può vedere materialmente la luce prima di un anno e mezzo, tra quadrupla lettura parlamentare e referendum confermativo. Dunque, di che parliamo quando parliamo di grande riforma che libera gli spiriti animali del capitalismo? Di una norma che non è servita fino ad ora, e che non produce alcun effetto qui ed ora.
Le due truffe sono ancora più evidenti. Una truffa è il Piano Sud. Un «ever green». Da due anni e mezzo annunciato, aggiornato, modificato, integrato, rilanciato. Ma mai attuato. E non si vede quale «scossa» possa dare l´ulteriore rimessa a punto di ieri (con la quale non si spende un euro in più e non si capisce come si possano spendere gli euro già stanziati) né il successivo «viaggio della speranza» fatto in treno dal ministro dell´Economia insieme ai leader di Cisl e Uil (dal quale è stato misteriosamente tagliato fuori l´intero arco delle forze sociali e produttive interessate alla crescita del Mezzogiorno). Un´altra truffa è il Piano Casa. Un «deja vu». Anche questo, già annunciato e presentato tre volte dal 2008. Successivamente destrutturato dagli enti locali. Poi «scarnificato e ridotto a una lisca in due successivi Consigli dei ministri», come dice in camera caritatis un autorevole esponente del governo. E ora rimpolpato del solito nulla, che non passerà al vaglio dei comuni e delle regioni e forse nemmeno del Parlamento. Il resto è puro contorno. Un riordino degli incentivi alle imprese, che tuttavia non dispone nuove risorse e non dà garanzie sull´effettiva velocizzazione delle erogazioni. E la promessa di una stretta sui conflitti di interesse dei consiglieri di banche, società finanziarie e assicurazioni: questa, davvero, paradossale, visto che a ventilarla è un premier-tycoon che incarna allegramente l´archetipo di tutti i conflitti di interesse possibili, immaginabili e intollerabili in qualunque democrazia dell´Occidente.
Al cospetto di tanta improntitudine politica, non soprende la prosopopea del Cavaliere, che parla a sproposito di un insieme di misure che avranno «positivi sviluppi per la crescita dell´economia e del Paese», salvo poi annunciare che l´aumento del Pil 2010 «l´abbiamo valutato all´1,5%» (cioè esattamente com´era previsto prima, a conferma dell´impatto zero dell´ingannevole «pacchetto scossa»). E non stupisce nemmeno l´imbarazzo dello stesso Tremonti, che in conferenza stampa ha parlato poco e forse anche masticato amaro, rinviando tutto al vero «piano crescita di aprile» che lui stesso presenterà alla Ue. Stupisce piuttosto il prudente e persistente «benign neglect» dell´establishment economico. Il presidente di Confindustria Marcegaglia ha «sospeso il giudizio», sia pure parlando di «scarso impatto» delle misure. Le altre associazioni di categoria hanno balbettato. I sindacati, ad eccezione della Cgil, non hanno battuto ciglio. Qui non c´entra la pregiudiziale antiberlusconiana. Qui si tratta di formulare un giudizio sulla crisi italiana. E di mettere in campo una «exit strategy» concreta, efficace e credibile. Questo governo, solo «chiacchiere e distintivo», non ce la può fare.

La Repubblica 10.02.11

Liberalizzazioni: dal PD 41 norme ad effetto immediato

Ecco la risposta Pd alla propaganda berlusconiana: 35 proposte subito in rete, per discuterle con gli italiani. Non per modificare l’art.41 ma per aiutare i consumatori e le imprese, abbassare i prezzi, sbloccare gli investimenti, creare lavoro.
Quarantuno norme ad effetto immediato e nessun altro show di propaganda. Questa è la risposta del Pd alla nuova mossa di Berlusconi che vuole modificare tre articoli della Costituzione per dare “una scossa per l’economia”. Per Bersani “qui non c’è nessuna scossa e nemmeno il solletico. Siamo davanti ad un insieme di norme astratte, calendari, rinvii a nuove norme. Insomma niente di concreto”.

L’azione del Pd è la prima risposta alla nuova campagna mediatica con cui, questa mattina, il Consiglio dei ministri ha dato via libera al disegno di legge costituzionale recante modifiche agli articoli 41, 97 e 118, comma quarto, della Carta sulla libertà di impresa e ha approvato il decreto sugli incentivi.

Il governo pensa di risollevare l’economia con incentivi pari all’1,5 del Pil. “Se arrivano all’1,5% prendo il saio – ha continuato il leader del Pd – e vado ad Arcore a piedi. Con le manovre proposte non smuovono neanche l’0,15% del Pil”. C’è un profondo senso di amarezza perché mentre il governo fa propaganda, la situazione per il Paese si fa critica nella stagnazione economica, nei problemi di occupazione e nelle difficoltà del sistema impresa.

“La modifica dell’Articolo 41 della Costituzione è solo una misura di distrazione. Un po’ come buttare la palla in corner. Questo articolo non ha mai impedito misure di semplificazione, di liberalizzazione o manovre di controllo ex post. Molto meglio realizzare 41 norme ad effetto immediato. Oggi ne proponiamo 35 e chiediamo a chiunque abbia un’idea di interloquire con noi in rete per una mega lenzuolata di 41 norme in una sfida reciproca”.

“Gli incentivi? Sono norme ornamentali ovvero concetto che non provocano nulla e non aggiungono nulla alla legge Bassanini o alle liberalizzazioni introdotte dalla legge Bersani. Anche qui nessun rilievo pratico così come gli incentivi per il Sud: un calendario, un timing”.

“Quella di Berlusconi è solo un’operazione di distrazione fallita dove resta inevaso il tema delle politiche economiche. Senza processi di crescita si rinvia il problema della stabilità. Ha protratto propaganda oltre un segno minimo di credibilità”.

*****

Ecco le proposte del Pd

L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di liberalizzazioni, intesa in senso ampio e molteplice. Ciò vuol dire: aprire alla concorrenza mercati chiusi o in regime di monopolio; dare più potere e libertà ai consumatori nei mercati caratterizzati dalla presenza di forti operatori; ridurre le barriere di accesso a categorie economiche e professioni; dotarsi di Autorità di regolazione realmente indipendenti dal potere politico, sia nei settori dove già operano, sia in quelli in cui si è sprovvisti; rivedere la regolamentazione di alcuni settori di grande impatto sociale, in cui la liberalizzazione ha funzionato poco e male, prevedendo anche forme di intervento pubblico al fine di assicurare la fruibilità dei servizi ai cittadini a costi accessibili.

GLI OBIETTIVI

– SERVIZI E PROFESSIONI PIÙ CONCORRENZIALI
– PIÙ TUTELE E MENO COSTI PER I CONSUMATORI
– MIGLIORI OPPORTUNITÀ PER I GIOVANI
– IMPRESA PIÙ LIBERA
– INVESTIMENTI E OCCUPAZIONE DA SBLOCCARE

AMBITI DI INTERVENTO E PROPOSTE

Professioni
Portare a compimento la riforma organica del sistema delle professioni dopo quindici anni di sterile dibattito parlamentare.

Proposte:
1. Modernizzare il ruolo e l’assetto degli Ordini professionali
La modernizzazione è necessaria per qualificare l’esercizio delle professioni, assicurare gli obblighi di corretta e trasparente informazione agli utenti, la concorrenza e la credibilità della professione nonché per tutelare l’interesse pubblico risolvendo situazioni di conflitto. Non meno importante è ridurre in maniera incisiva i costi, a carico degli iscritti, per il funzionamento degli organi e delle strutture amministrative degli Ordini.

2. Garantire pari opportunità alle giovani generazioni
Accorciare la distanza tra le fasi di studio e accesso all’esercizio effettivo della professione, eliminare qualunque requisito di età o anzianità di esercizio nell’accesso alle cariche elettive degli organi nazionali e territoriali degli Ordini e infine prevedere sostegni e borse di studio per giovani professionisti in situazioni di disagio economico.

3. Riformare il tirocinio, prevedendo una durata limitata ed un equo compenso

4. Equiparare le professioni intellettuali al settore dei servizi
L’equiparazione è necessaria ai fini del riconoscimento delle misure (comunitarie e nazionali) di sostegno economico per lo sviluppo dell’occupazione e degli investimenti, con particolare riferimento ai giovani.

5. Riconoscere le professioni non regolamentate
Vanno regolate le libere associazioni costituite su base volontaria e senza diritto di esclusiva tra professionisti (sono circa 3 milioni) che svolgono attività non regolamentate in Ordini, attribuendo ad esse anche compiti di qualificazione professionale.

(Su tutte queste proposte il PD ha già presentato ddl in Parlamento)

Farmaci

Ampliare il processo di liberalizzazione avviato nel 2006 (che ha aperto alla concorrenza la vendita dei medicinali da banco, cioè quelli che non hanno bisogno di prescrizione medica), dando ora la facoltà alle parafarmacie e ai corner della grande distribuzione (in tutto 3.300 punti di vendita che occupano circa 6.000 farmacisti) di vendere anche i farmaci di fascia C (un segmento che vale circa 3 miliardi di euro in termini di fatturato) e quindi così tutti i medicinali non dispensati dal Servizio Sanitario Nazionale.
Altre misure dovrebbero essere poi definite per migliorare l’efficienza e la concorrenzialità in tutta la filiera del farmaco (dall’industria fino al consumo, passando per la distribuzione intermedia) allo scopo di abbassare i costi e rendere più accessibile il servizio distributivo ai cittadini, dando ai titolari di esercizio la facoltà di tenere aperto oltre l’orario stabilito dai regolamenti.

Proposte:
1. Liberalizzazione della vendita di tutti i medicinali a carico dei cittadini
(Ddl già depositato a Camera e Senato)
2. Facoltà alle farmacie di stabilire un orario di apertura superiore al minimo
(Testo in corso di elaborazione)

Carburanti ed energia

Creare condizioni di mercato maggiormente concorrenziali in tutta la filiera petrolifera che è oggi dominata da un oligopolio costituito da 8 società integrate verticalmente (cioè che contestualmente producono, commercializzano all’ingrosso e vendono al dettaglio) e che determina un extra prezzo di alcuni centesimi di euro per ogni litro di carburante a carico dei nostri automobilisti rispetto al panorama europeo.

Mancano nel nostro Paese sia forti operatori commerciali puri in grado di contrattare liberamente con i produttori sul piano nazionale e internazionale le migliori condizioni di acquisto dei carburanti, sia un numero sufficiente di rivenditori al dettaglio (cioè di stazioni di rifornimento) autonomi rispetto ai produttori e indipendenti sul piano dell’offerta commerciale e quindi dei prezzi di vendita. In virtù di una maggiore pressione concorrenziale, con una diminuzione prevista dei prezzi di vendita di 4 centesimi al litro si potrebbe assicurare alla collettività un risparmio complessivo stimabile in circa 2 miliardi di euro nel triennio.

È possibile creare maggiore concorrenza nel mercato e far diminuire il peso della bolletta del gas procedendo immediatamente alla separazione dell’operatore della rete di trasporto del gas naturale e degli stoccaggi dall’operatore dominante (Eni).

Si può stimare, sulla base di quanto avvenuto anche nel mercato elettrico, che l’impatto a regime della separazione proprietaria potrebbe consentire all’Italia di recuperare il differenziale con la media UE relativamente al prezzo all’ingrosso del gas, con un risparmio pari circa 4 miliardi di euro.

Inoltre, tale separazione potrà determinare un potenziamento degli investimenti in trasporto e soprattutto in stoccaggio volto a garantire un dimensionamento delle infrastrutture stesse indispensabile sia in termini di sicurezza che di competitività e concorrenzialità del sistema del gas nel nostro Paese.

La questione della separazione proprietaria della rete è stata sollecitata più volte dall’Autorità per l’Energia e il Gas.

Proposte:
1. Libertà di approvvigionamento dei gestori della rete dei carburanti
Concedere ai distributori legati da vincoli di esclusiva alle compagnie petrolifere (che gestiscono direttamente o indirettamente la gran parte dei 22.450 punti di vendita al dettaglio) la facoltà di approvvigionarsi di carburanti presso altri fornitori: l’acquisto in esclusiva non potrà superare il 50% e il singolo esercente al dettaglio potrà acquistare la restante parte da altri rifornitori ai migliori prezzi presenti sul libero mercato.

2. Acquirente unico per il commercio all’ingrosso dei carburanti
Assegnare in via straordinaria e temporanea alla società pubblica “Acquirente unico” (che attualmente svolge funzioni analoghe nel mercato dell’energia elettrica) il compito di esercitare anche attività di commercio all’ingrosso dei carburanti, in modo da rifornire migliaia di punti di vendita al dettaglio a prezzi competitivi e così contribuire al contenimento dei prezzi al consumo, superando le attuali strozzature del mercato.

3. Eliminazione dei vincoli regionali sulla liberalizzazione della distribuzione dei carburanti
Intervenire, rimuovendo vincoli normativi e amministrativi a livello regionale e locale e varando misure di accompagnamento, sia sulla distribuzione all’ingrosso che su quella al dettaglio, allo scopo di dotare il nostro Paese di un numero percentualmente adeguato di stazioni di rifornimento indipendenti e maggiormente dotate di pompe self-service, anche offrendo la possibilità ai gestori degli attuali impianti in comodato di diventare imprenditori autonomi.

4. Separazione proprietaria rete trasporto gas
La questione della separazione proprietaria della rete è stata sollecitata più volte dall’Autorità per l’Energia e il Gas. L’Eni infatti possiede tutt’ora il 50% della società proprietaria delle rete, Snam Rete Gas, la quale controlla dal febbraio 2009 il 100% di Stogit, società che gestisce il sistema dello stoccaggio in una sorta di monopolio tecnico.

(Testi già elaborati e presentati come emendamenti alla manovra di luglio )

Banche

Nel settore dei servizi bancari molto si può ancora fare per sviluppare la competizione concorrenziale, per migliorare la trasparenza dei prezzi e le condizioni e per contenere i costi per Pmi e consumatori che, secondo un recente studio della Commissione europea, pagano due volte e mezzo la media UE per un conto corrente.

Nel corso del 2010 si è poi registrato un peggioramento delle condizioni per la clientela italiana, con un aggravamento di tutte le voci di costo di gestione di un conto corrente (dalle singole operazioni fino al canone per bancomat e carta di credito, oltre a commissioni e oneri vari). E questo, in un mercato armonizzato e concorrenziale su base comunitaria, non è più giustificato nei diversi luoghi di negoziazione, né la complessità tecnica e l’innovazione tecnologica possono essere un pretesto per il sistema bancario per trascurare continuamente i principi di trasparenza e di rigorosa condotta nei confronti dei clienti.

Un indicatore per misurare la concorrenza nel settore è la mobilità dei clienti: nel nostro Paese la quota percentuale di coloro che cambiano conto corrente ogni anno è la metà rispetto ai principali paesi europei. Allora, sulla falsa riga delle norme sulla portabilità gratuità dei mutui varate nel 2007 (che andrebbero comunque rafforzate nonostante il fatto che da un po’di tempo le c.d. surroghe e le rinegoziazioni costituiscono oramai circa un quarto delle totale delle pratiche di mutuo immobiliare), occorre far nascere una analoga procedura obbligatoria per la rapida e non onerosa portabilità dei c/c, quale leva concorrenziale per far abbassare i costi per la clientela.

Parallelamente si dovrebbe stabilire per legge la nullità di tutte le clausole, indipendentemente dalla denominazione utilizzata dalle singole banche, che prevedono una commissione per l’affidamento temporale di fondi, cioè per l’utilizzo di somme oltre la disponibilità del conto corrente (scoperto transitorio), sostituendo la norma introdotta dal Governo Berlusconi che limita solo parzialmente l’uso delle cosiddette “commissioni di massimo scoperto” nei conti correnti. Infatti, come ha rilevato l’Antitrust, tale norma ha determinato un innalzamento dei costi a carico dei correntisti rispetto alle strutture di prezzo precedentemente in uso nella prassi bancaria.

La governance delle banche italiane è infine segnata, come sostenuto più volte dal presidente dell’Antitrust, da intensi intrecci azionari e personali tra imprese concorrenti che costituiscono una peculiarità nazionale che frena le spinte concorrenziali, riduce la contendibilità del controllo e attenua il rapporto tra capitale di rischio investito e responsabilità. Occorrere pertanto porre rimedio o freno a tale situazione.

Proposte:
1. Portabilità gratuita dei conti correnti
(Testo in corso di elaborazione)

2. Abolizione della clausola di massimo scoperto e di altre commissioni analoghe nei c/c bancari
Stabilire la nullità di tutte le clausole, comunque denominate, che prevedono una commissione per l’affidamento temporale di fondi, cioè per l’utilizzo di somme oltre la disponibilità del conto corrente (scoperto transitorio). Poiché l’Autorità ha invitato il legislatore a porvi rimedio, la norma proposta intende mettere uno stop definitivo a queste voci di costo dei conti correnti, che oltre ad essere particolarmente onerose per famiglie e piccole imprese, sono anche poco trasparenti. Si affida, inoltre, alla Banca d’Italia il controllo sul corretto rispetto delle nuove prescrizioni e il potere di stabilire i criteri e le modalità per la corretta informazione ai clienti delle condizioni economiche dei servizi offerti dalle banche. Lo stesso Governatore della Banca d’Italia, del resto, era intervenuto lo scorso febbraio chiedendo una nuova legge per semplificare e rendere più trasparente la struttura delle commissioni bancarie.
(Testo già presentato come emendamento alla manovra di luglio)

3. Divieto di ricoprire incarichi incrociati nei CdA delle banche
(Testi in corso di presentazione)

Autorità di Regolazione, Trasporti e Poste

Trasporti e infrastrutture sono due settori in cui la liberalizzazione dei vari segmenti dell’offerta commerciale e l’affacciarsi di nuovi operatori sul mercato procedono lentamente, secondo principi fissati dalle direttive comunitarie e in base alle decisioni governative. Qualunque intervento in questi ambiti richiede particolare attenzione al fine di conciliare i diritti di accesso dei nuovi operatori entranti con gli obblighi di universalità posti attualmente a carico dei soggetti ex monopolisti per la fornitura di servizi di interesse pubblico.

Per questo motivo, e allo scopo di assicurare una corretta e leale concorrenza tra gli operatori, regole, tempi, modalità e compiti di controllo non possono essere decisi e svolti da istituzioni governative (che oggi sono costituiti dai rispettivi Ministeri di competenza; per i servizi postali il Governo, in uno schema di decreto legislativo attualmente all’esame, intende attribuire la vigilanza a un’Agenzia sempre di emanazione ministeriale), bensì da Autorità realmente indipendenti dalla politica e dal Governo.

Per impedire il passaggio delle stesse persone da un’autorità all’altra, pratica che rischia di minarne l’indipendenza ed autonomia di giudizio e di non garantire la necessaria acquisizione di competenze va stabilito il divieto di assumere un nuovo incarico in altra Autorità, prima di un certo lasso di tempo, da parte di chi è stato componente di un’Autorità indipendente.

Va poi riformato il meccanismo di adeguamento tariffario, per i pedaggi autostradali, ancorato all’andamento dell’inflazione legandolo maggiormente alla qualità del servizio offerto e degli investimenti effettuati.
È infine opportuno sopprimere il PRA (Pubblico registro automobilistico) poiché assolve alle stesse funzioni dell’Archivio nazionale degli autoveicoli che è un registro più completo e perché costituisce un inutile e dispendioso adempimento amministrativo per gli automobilisti.

Proposte:
1. Istituzione dell’Autorità dei trasporti

2. Regolazione del settore dei trasporti

3. Trasferimento delle funzioni di regolamentazione dei servizi postali all’AGCOM
(Su tutte queste proposte il PD ha già presentato ddl in Parlamento)
4. Divieto di ricoprire più incarichi nelle autorità indipendenti

5. Regolamentazione delle tariffe autostradali

6. Soppressione del pubblico registro automobilistico (PRA)
(Testi in corso di elaborazione)

Assicurazioni

L’abnorme incremento delle tariffe dal 1994 ad oggi, cioè da quando fu avviata (formalmente) la liberalizzazione dei prezzi, in attuazione di norme comunitarie, e il contesto di difficoltà nel quale si muovono i clienti, con scarse e contrastanti informazioni, sono oramai sintomi accertati che dimostrano come in Italia il mercato della rc-auto non sia affatto concorrenziale.

Si tratta di un mercato asfittico che, in queste condizioni, non può funzionare come qualsiasi mercato libero di beni o servizi. La domanda è certa e statica in quanto scaturisce dall’obbligatorietà per gli automobilisti di assicurarsi. I clienti che ogni anno cambiano compagnia assicurativa rappresentano una bassissima percentuale, anche a causa delle clausole di tacito rinnovo delle polizze che quindi devono essere vietate.

Le imprese di assicurazione, che sono tenute obbligatoriamente a fornire il servizio, possono di anno in anno modificare unilateralmente le condizioni tariffarie oppure, come sta accadendo in modo diffuso e con gravi ripercussioni di ordine sociale in diverse aree del Sud, possono procedere alla disdetta del contratto con i propri clienti. Il comparto della rc-auto non deve essere trattato come un mercato in cui sono solo i contraenti più deboli a rischiare, pagando (praticamente a pie’ di lista) i costi globali del sistema.

La costituzione di gruppi di acquisto tra automobilisti a livello territoriale va promossa da parte dello Stato, per consentire agli stessi di trattare le condizioni avendo più potere contrattuale con le imprese di assicurazione.

Il sistema del bonus-malus si è rivelato un fallimento per gli assicurati: la stragrande maggioranza di essi oggi si concentra nelle prime tre classi di merito e questo non ha portato, come avrebbe dovuto essere secondo i principi originari del sistema, ad una progressiva diminuzione del premio da pagare in rapporto alla condizione di minor rischio per le imprese assicurative.

In tutti questi anni, le polizze bonus-malus alla fine hanno quindi penalizzato soprattutto gli automobilisti virtuosi (per loro è sempre malus-malus), oltre a discriminare, oltre misura ed in modo generalizzato, i giovani e gli automobilisti delle regioni meridionali che si trovano di fronte ad offerte di prezzo insostenibili.

Alla luce di tutto ciò appare necessario ripensare profondamente il meccanismo della rc-auto che non può non essere considerato alla stregua di un servizio di pubblica utilità e pertanto andrebbe ipotizzato un vigoroso intervento pubblico di regolamentazione, se si ritiene prevalente la finalità di far conciliare il principio di mutualità, posto alla base dell’obbligo di assicurazione, con l’interesse pubblico a garantire ai cittadini l’esercizio di un fruibile ed universale servizio di tutela.

Contestualmente all’esigenza, non più procrastinabile, di procedere ad una riforma della rc-auto, occorrerebbe infine intervenire, anche con misure collaterali, quali quelle per il contrasto alle frodi assicurative, accelerando la nascita dell’apposito Ufficio centrale antifrode, e alla lievitazione anomala del costo dei sinistri, secondo quando segnalato da Isvap.

Proposte:
1. Abrogazione del tacito rinnovo del contratto RC auto

2. Divieto di modifiche unilaterali del contratto RC auto

3. Promozione dei gruppi di acquisto solidali polizze RC auto

4. Revisione del meccanismo del bonus malus
(Testi in corso di elaborazione)

5. Istituzione dell’Ufficio centrale antifrode
(In corso di approvazione alla Camera)

Commercio

Il commercio al dettaglio è stato il primo grande settore privato (circa 800.000 imprese coinvolte) che è stato oggetto di un incisivo intervento di liberalizzazione e sburocratizzazione: nel lontano 1998 (riforma Bersani), furono eliminati i vincoli numerici, i requisiti di abilitazione e le licenze per l’apertura dei negozi e successivamente furono trasferite alle Regioni le competenze legislative.

Oggi la regolazione del settore è diventata più complessa: per alcuni versi, occorre disporre, in un mercato globalizzato, di poche e uniformi, sul piano territoriale, regole concorrenziali; per altro verso è indispensabile avere una connotazione locale e integrata dei fattori di sviluppo delle imprese e dei luoghi del commercio, come strumenti di servizio ad alto valore aggiunto per le comunità di riferimento.

Il PD ribadisce l’ esigenza di un rinnovato governo del sistema perché il commercio è elemento genetico e qualificante della stessa costituzione urbana, gli assetti commerciali hanno un impatto generale, non solo imprenditoriale; governo del sistema non per limitare la concorrenza ma per favorire una evoluzione sostanziale non traumatica dei vari ambiti del commercio che tenga conto anche delle funzioni territoriali, sociali e ambientali
Alle attività classiche di vendita di beni ai consumatori, si vanno progressivamente aggiungendo altre tipologie di servizi: si tende, in alcune componenti, ad internalizzare funzioni tipiche della produzione; si svolgono funzioni connesse con il valore d’uso dei prodotti (specie per il risparmio di tempo), con i bisogni informativi ed educativi, con il bisogno di svago, divertimento e socialità.

Occorrono quindi politiche mirate alla promozione di una maggiore integrazione tra attività commerciale e servizi rivolti alla persona e alla famiglia incoraggiando una maggiore creazione di valore a favore del consumatore e a tutto vantaggio anche dell’impresa commerciale.

In questo senso occorre rimuovere i restanti vincoli che ancora oggi impediscono l’innovazione dell’impresa commerciale, e più in particolare la libertà di abbinare la vendita di beni alla fornitura di servizi ai consumatori.
Per quanto riguarda l’apertura domenicale, appare oggi anacronistica e discriminatoria (per la discrasia nei criteri utilizzati dalle Regioni) la distinzione tra comuni turistici e non turistici per quanto riguarda il potere di fissare il calendario delle aperture domenicali degli esercizi commerciali: a tutti i comuni dovrebbe essere quindi essere attribuita la competenza a stabilire in quali giorni dell’anno concedere agli operatori la facoltà di aprire la domenica, nel rispetto delle deroghe e dei limiti stabiliti dalle leggi regionali.

Oltre a rispondere ad esigenze di carattere “sociale” il commercio dei piccoli negozi può contribuire a mantenere “alto” il livello qualitativo delle aree in cui è insediato. La rarefazione delle attività tradizionali nei centri storici (anche a causa delle rendite immobiliari che nei centri storici sono molto alte) e il determinarsi di una selettività solo di determinati operatori può produrre come risultato che i centri storici divengano pressoché uguali perdendo quelle caratteristiche che li identificavano da un punto di vista sociale e culturale.

Bisognerebbe perciò incentivare l’apertura di piccoli esercizi di prossimità nei centri più svantaggiati, prevedendo un alleggerimento fiscale per i “negozi alimentari” di vicinato nei centri urbani di piccole dimensioni e nelle frazioni

Proposte:
1. Estensione a tutte le attività commerciali di fornire liberamente ai consumatori anche servizi integrati con la propria attività economica principale

2. Facoltà apertura domenicale dei negozi nei Comuni non turistici

3. Sostegno fiscale, per i primi anni di attività, agli esercizi di prossimità nei centri minori
(Testi in corso di elaborazione)

Semplificazioni per le imprese

L’obiettivo è semplificare e accelerare le procedure di avvio delle attività sia nella fase progettuale che nella fase di ultimazione dei lavori e messa in funzione operativa degli impianti.

Proposte:
1. Consentire l’avvio immediato di stabilimenti produttivi con autocertificazione e controlli ex-post
Va consentito all’imprenditore, tramite la semplice autocertificazione sulla base della sussistenza dei requisiti attestati da un professionista, di ottenere immediatamente dal Comune una ricevuta che abilita all’avvio dell’attività ovvero dei lavori di realizzazione dell’impianto. Al Comune spetta poi l’onere di provare la sussistenza dei requisiti con attività di verifica e controlli.

Se gli interventi previsti sono in contrasto con gli strumenti urbanistici, l’imprenditore può richiedere l’immediata convocazione della Conferenza dei servizi.

La messa in funzione operativa dell’impianto, a conclusione dei lavori, è consentita immediatamente sulla base di una semplice comunicazione al Comune corredata da una dichiarazione del direttore dei lavori. Comuni e altre amministrazioni sono tenuti a svolgere a posteriori verifiche e controlli e possono interrompere il procedimento in sede di autotutela una sola volta.

2. Dare piena autonomia alle imprese
Le imprese devono poter scegliere le modalità di esercizio e i tempi di svolgimento delle attività economiche con libertà di stabilire gli orari di attività, salvi gli eventuali limiti minimi a tutela dell’accesso dei consumatori e gli eventuali limiti giustificati da specifiche ragioni di pubblica quiete.

3. Facilitare l’accesso a nuove attività economiche
Va data piena attuazione alla “direttiva europea servizi” rivedendo tutte le norme attuative del Governo Berlusconi (decreto legislativo n. 59 del 2010) che escludono l’efficacia della direttiva per particolari attività e che consentono di mantenere vecchie procedure autorizzatorie.

Tutela dei consumatori

Con l’arrivo del governo Berlusconi gli oppositori della legge sulla class action voluta dal Governo Prodi (faceva parte del pacchetto cittadino-consumatore del giugno 2006) hanno trovato facile ascolto: l’entrata in vigore – originariamente prevista per il 1 luglio 2008 – è stata rinviata di un anno e mezzo.

Nella nuova versione, entrata in vigore il 1 gennaio 2010, è stata completamente svuotata la potenzialità di questo strumento di tutela collettiva, destinato inizialmente a ridurre le asimmetrie nel mercato e a moralizzare i comportamenti e la pratiche commerciali nei confronti del cittadino-consumatore.

È evidente, anche dai primi pronunciamenti di inammissibilità, che questo strumento giudiziario di tipo risarcitorio non fa più paura alle grandi imprese di servizi che perpetuano nei confronti di migliaia di clienti, pratiche vessatorie il più delle volte del valore di poche decine di euro. Va quindi reso meno oneroso e rischioso, e quindi più agevole, l’accesso alla giustizia per i consumatori e le loro associazioni.

Proposte:
1. Semplificazione dell’accesso alla class action
Attualmente il consumatore deve farsi carico dell’azione giudiziaria di classe, sia come proponente sia come aderente al gruppo, e deve per questo rivolgersi a un avvocato oppure dare mandato all’avvocato dell’associazione proponente per depositare alla Cancelleria del Tribunale l’atto di adesione e la documentazione. Anche la scelta di assegnare la competenza a valutare l’ammissibilità delle class action solo ai tribunali dei capoluoghi di regione crea problemi di accesso. Alla fine ci si dovrà quasi sempre rivolgere ai già intasati tribunali di Roma e Milano

2. Estensione del campo di applicazione della class action
Il campo di applicazione della legge è stato limitato: per presentare una richiesta di risarcimento collettivo è necessario che i diritti dei componenti della classe da tutelare siano identici.

3. Eliminazione dei disincentivi a intraprendere azioni di tutela
Beffarda e disincentivante è la disposizione che prevede che qualora il proponente, anche il singolo individuo, presenti un’azione manifestamente infondata oppure non sia in grado di curare adeguatamente gli interessi della classe è tenuto a pagare sia le spese di pubblicità della decisione di inammissibilità operata dal giudice, sia gli eventuali danni per responsabilità aggravata, quali quelli di immagine, procurati all’impresa chiamata in giudizio.

"Precari, la scadenza del collegato al lavoro slitta al 31 dicembre", di A.G.

A posteriori non si può definire inutile, ma sicuramente evitabile l’affannosa corsa contro il tempo intrapresa a gennaio da almeno 40.000 di precari per non incappare nella perdita di alcuni diritti, come rivendicare l’assunzione in ruolo con tre anni di supplenze alle spalle o l’anzianità di carriera che contempli per intero il pre-ruolo: il 9 febbraio le commissioni Affari costituzionali e Bilancio del Senato hanno infatti approvato, con il parere positivo del Governo, un emendamento al Milleproroghe presentato da Achille Passoni (Pd), attraverso cui i lavoratori precari si sono visti slittare quasi di un anno l’applicazione della norma del Collegato sul lavoro che fissava inizialmente in 60 giorni il termine per l’impugnazione dei licenziamenti.
Nel testo dell’emendamento approvato si legge che “in sede di prima applicazione, l’applicazione delle disposizioni di cui al comma 1 relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento è prorogata al 31 dicembre 2011”.
Secondo il promotore della proposta di modifica legislativa, con lo slittamento “finalmente si riesce a salvaguardare in questa legislatura una norma che tutela chi lavora, anziché tagliare quelle che esistono, e questo è certamente un fatto assai positivo”; il rappresentante dei democratici ha aggiunto che il provvedimento incluso “sposta alla fine di quest’anno l’applicazione di quella norma che tanta apprensione aveva creato tra i precari che, a contratto scaduto, avevano solo pochi giorni per decidere se ricorrere sull’illegittimità del licenziamento”. In effetti, anche se le adesioni sono andate oltre le aspettative, la gran parte non hanno presentato ricorso. “Migliaia – sottolinea il senatore Passoni – sono stati coloro che, avuto conoscenza dell’esistenza della norma niente affatto pubblicizzata dal Governo, hanno aperto vertenze entro la scadenza prevista dall’art. 32 della legge 183 del 2010, ma molti di più saranno coloro che, grazie al nostro emendamento, avranno il tempo per decidere se impugnare un licenziamento ritenuto illegittimo”.
La notizia è stata bene accolta dai sindacati. Secondo il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni, è “un risultato molto positivo e molto importante, frutto della caparbia mobilitazione di questi due anni contro le norme sbagliate del Collegato lavoro”. Il dirigente sindacale ricorda che il sindacato aveva “chiesto in tutti i passaggi parlamentari l’abolizione della retroattività o perlomeno la sua non applicazione per tutto il 2011. Adesso – aggiunge Fammoni – anche il Governo si è dovuto piegare, dando parere positivo all’emendamento, perché sa bene che la norma sarebbe risultata incostituzionale e perché le decine di migliaia di ricorsi presentate nei 60 giorni avevano già in gran parte vanificato la norma tagliola”.
Per il segretario confederale Cgil, inoltre, “non è il primo stop al collegato lavoro, già sulla norma relativa al massimale di mensilità, in caso di vittoria nelle cause per i lavoratori temporanei, sia la giustizia del lavoro che la stessa Cassazione hanno già rinviato la norma alla Corte dichiarandola incostituzionale. Una coerente mobilitazione dunque ottiene risultati importanti, in questo caso per i giovani e i precari. L’iniziativa dunque proseguirà con rinnovato vigore contro le altre norme sbagliate e incostituzionali del Collegato (certificazione, arbitrato di equità) e per far conoscere a tutti i lavoratori precari – ha concluso Fammoni – i diritti che possono a questo punto ancora esercitare”. Sempre a proposito delle novità introdotte dalla nuova normativa sul lavoro, la Cgil intende inoltre contestare duramente l’attuazione dell’apprendistato a 15 anni: una norma che permetterebbe di svolgere praticamente in azienda l’ultimo anno di obbligo scolastico

da Tecnica della Scuola 10.02.11

Caso Ruby, Bersani: "Con Berlusconi credibilità Paese distrutta"

Il segretario del PD smonta la persecuzione giudiziaria denunciata dal premier. E su lavoro e federalismo avvisa: “Possibili solo riforme condivise. Le norme sul lavoro non ci convincono, va cambiata la normativa ma in un altro modo: aggredendo la precarietà, garantendo un salario minimo a chi non è coperto da contratto, decentrando la contrattazione ma con un modello, creando meccanismi di partecipazione dei lavoratori”. È una questione di credibilità, innanzitutto: Pier Luigi Bersani, durante la conferenza stampa in cui ha presentato le nuove liberalizzazioni del Partito Democratico, è tornato a chiedere le dimissioni del premier: “Se Berlusconi fosse, non dico uno statista, ma qualcosa che assomiglia ad uno statista, troverebbe il modo di levare il paese e se stesso dall’imbarazzo. In Parlamento – ha ribadito il leader Pd – arrivano solo cose che sono chiacchiere mentre andiamo avanti a ragionare di processo breve”.

Sulla richiesta di giudizio immediato avanzata dai pm contro Silvio Berlusconi spiega che “la magistratura farà il suo lavoro ma non è solo questione di magistratura. Anche oggi ho ricevuto segnali disperati da imprenditori all’estero che si trovano in una condizione avvilente. Così non si può andare avanti, il Paese non è rappresentato in modo credibile”. Quanto all’annuncio del premier di fare causa allo Stato contro i pm milanesi Bersani aggiunge: “La credibilità non è un ammennicolo, è la materia prima di un governo ed è un punto che ha a che fare lateralmente con la magistratura. E comunque in 20 su 26 processi gliela l’hanno tirata talmente lunga che sono andati in prescrizione. Io non sono un magistrato ma esiste la direttissima”. Il leader del Pd rivolge poi un appello “a tutte le classi dirigenti del Paese perché ci si renda conto che è l’immagine del Paese che è distrutta. Siamo al punto di guardia. Berlusconi dovrebbe togliere l’Italia dall’imbarazzo e andarsene. Se sgombrasse il campo – afferma ancora Bersani – ciascuno delle forze politiche e sociali avrebbe la responsabilità, occupandosi dell’Italia e non di Arcore, di dare un contributo all’Italia”. Il Pd rilancia quindi la proposta alle opposizioni di “un patto ricostruttivo che vada oltre Berlusconi e non contro. Ribadisco perché io non valuto il lavoro dei magistrati ma penso alla credibilità del nostro Paese. Quanto poi alle riforme per la giustizia noi siamo i primi ad essere favorevoli a quelle che riguardano tutti i cittadini”.

Al di là del caso-Ruby, insomma, per Bersani servirebbe credibilità che è “la materia prima in politica e senza di questa non si può chiedere nulla, mentre oggi c’è da rimboccarsi le maniche davvero. Qui non c’è solo una questione di magistratura. Qui arrivano segnali disperati da imprenditori che lavorano all’estero in una condizione avvilente – ha messo in evidenza il segretario del Pd – serve un’assunzione di responsabilità collettiva”.

Ma federalismo e leggi ad personam sembrano andare a braccetto: “Berlusconi garantisce alla Lega il federalismo per avere il processo breve e per tirare un altro po’ a campare e la Lega a l’esigenza di sbandierare la sua bandierina. A questa strategia è stato ridotto il federalismo che in questo modo porterà ad esiti o irrilevanti o ingestibili”. Bersani torna così a chiedere al Carroccio di fermarsi sul federalismo. “Fermatevi, la forzatura è solo uno scambio che porterà ad un federalismo irrilevante o sbagliato perdendo una occasione storica mentre si potrebbe tornare a parlarne perché il Pd e la Lega, da condizioni diverse, sono le uniche forze in Italia veramente autonomiste”.

Poi tocca anche il tema della flessibilità: “Si è chiesta sempre a una parte sola, ai lavoratori. Poi si affida la riforma delle professioni agli ordini! Le norme sul lavoro non ci convincono, va cambiata la normativa ma in un altro modo: aggredendo la precarietà, garantendo un salario minimo a chi non è coperto da contratto, decentrando la contrattazione ma con un modello, creando meccanismi di partecipazione dei lavoratori. Per il governo Berlusconi invece la competitività del sistema si migliora solo intervenendo sul lavoro”. E spiega cosa gli è piaicuto meno dell’azione di governo: “Sta osteggiando in ogni modo l’unità del mondo del lavoro, pensando che così sia più governabile. Non è un errore ma un delitto”.

www.partitodemocratico.it

San Possidonio (Mo) – Il futuro dell’Università e le proposte del PD

presso il Centro Sociale La Bastia

Intervengono

Prof.ssa Marina Vignola (Consigliere provinciale PD- Ricercatrice dell’università di Modena e Reggio)

– Paolo Bignardi (Rappresentante del consiglio di facoltà dell’università di Modena e Reggio; promotore dell’occupazione del rettorato del 30/11/2010)

– On. Manuela Ghizzoni ( Capogruppo PD in Commissioni Istruzione Camera dei Deputati )