Sala Ariston
Partecipano:
Luisa Turci, Sindaco di Novi
Miria Ronchetti, Avvocato
Simona Diana, Psicologa
Chiara Tassi, Giornalista di Radio Bruno
Palma Costi, Consigliere regionale
On. Manuela Ghizzoni, Deputato
Sala Ariston
Partecipano:
Luisa Turci, Sindaco di Novi
Miria Ronchetti, Avvocato
Simona Diana, Psicologa
Chiara Tassi, Giornalista di Radio Bruno
Palma Costi, Consigliere regionale
On. Manuela Ghizzoni, Deputato
La dichiarazione di illegittimità costituzionale delle “code” nelle graduatorie dei docenti precari pronunciata dalla Consulta rappresenta una sonora bocciatura del ministro Gelmini. Il ministro prenda immediatamente atto del grave errore commesso e non proponga rattoppi peggiori del male quali, ad esempio, il blocco delle graduatorie, come proposto dalla Lega nell’ambito del milleproroghe. La soddisfazione di vedere riconosciuta la bontà delle nostre posizioni – espresse in occasione della approvazione del decreto ‘salvaprecari’ – é tuttavia mortificata dalla consapevolezza del caos normativo, causato dal ministro, che rende incerte e frustrate le aspettative dei docenti precari”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.
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“Supplenti, graduatorie nel caos. La Consulta boccia la Gelmini”, di Salvo Intravaia
La Corte Costituzionale dichiara illegittima la norma che impediva ai precari del sud di conservare il proprio punteggio se cambiavano provincia. In arrivo migliaia di ricorsi e richieste di risarcimento al ministero .Supplenti, graduatorie nel caos. La Consulta boccia la Gelmini.
SBARRARE la strada ad un supplente che si vuole inserire in graduatoria a Varese solo perché è nato a Trapani è incostituzionale. Lo ha ribadito la Corte Costituzionale, bocciando le regole del ministero dell’Istruzione sulle graduatorie “di coda” dei precari della scuola. L’Italia è una sola e i titoli di studio hanno lo stesso valore in tutto il territorio nazionale, spiega la Consulta. Una verità che sembrava ovvia ai più, ma non alla Gelmini che, spinta dalla Lega, nel 2009 operò una sorta di protezionismo sulle graduatorie dei supplenti della scuola a favore dei prof settentrionali.
Attraverso un iter parlamentare piuttosto complesso del decreto-legge dal titolo “Disposizioni urgenti per garantire la continuità del servizio scolastico ed educativo per l’anno 2009-2010”, il governo in sede di conversione il legge introdusse un comma che di fatto blindava le graduatorie delle regioni padane, favorendo le supplenze e l’immissione in ruolo con un punteggio minimo agli insegnanti autoctoni. “Nelle operazioni di integrazione e di aggiornamento delle graduatorie – recita il comma incriminato – è consentito ai docenti che ne fanno esplicita richiesta, oltre che la permanenza nella provincia prescelta (…), di essere inseriti anche nelle graduatorie di altre province dopo l’ultima posizione di (terza) fascia nelle graduatorie medesime”.
Fuori dal burocratese, la legge stabiliva che in occasione dell’aggiornamento delle graduatorie
per gli anni scolastici 2009/2010 e 2010/2011 chi si trovava inserito in una graduatoria provinciale per le supplenze e per metà delle immissioni in ruolo stabilite annualmente non poteva trasferirsi con proprio punteggio in un’altra provincia, se non “in coda”. E non “a pettine” (secondo il punteggio maturato) come auspicavano gli interessati. La norma, come dimostrano gli ultimi dati pubblicati dallo stesso ministero, nei fatti “protegge” i supplenti settentrionali.
Ma adesso i giudici di Palazzo Spada sostengono che l’articolo in questione “si pone in contrasto con l’art. 3 della Costituzione”. Già i giudici del Tar Lazio avevano considerato la legge in contrasto con uno dei principi fondamentali del nostro ordinamento: l’uguaglianza fra tutti i cittadini. Il provvedimento “violerebbe l’art. 3 Cost. perché, in modo irragionevole e in violazione del principio di uguaglianza, prevede una diversa disciplina a seconda del momento in cui il docente chiede il trasferimento da una graduatoria provinciale ad un’altra”, scrivevano i giudici del Tar Lazio.
“La disposizione impugnata – spiegavano i giudici amministrativi – introduce una disciplina irragionevole che limitata all’aggiornamento delle graduatorie e comporta il totale sacrificio del principio del merito posto a fondamento della procedura di reclutamento dei docenti e con la correlata esigenza di assicurare, per quanto più possibile, la migliore formazione scolastica”.
La sentenza non mancherà di produrre ricadute politiche e economiche. Il Carroccio si batte da anni per una normativa “di favore” nei confronti degli insegnanti del nord, che però il governo non è riuscito ad assicurare. E il ministero, a questo punto, verrà quasi certamente travolto da migliaia di richieste di risarcimento danni da parte di coloro che si sono visti soffiare per due anni incarichi e immissioni in ruolo. L’Anief (l’Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione), nel ricordare di avere patrocinato i ricorsi che hanno portato alla bocciatura della norma, vede all’orizzonte 15 mila ricorrenti che possono reclamare il ruolo”.
“A questo punto – dichiara il presidente nazionale dell’Anief, Marcello Pacifico, il ministro Gelmini dovrebbe prendere atto di non essere stata capace di gestire le graduatorie del personale docente, dovrebbe assumersi la responsabilità di aver creato un profondo danno erariale alle casse dello Stato e sanare la posizione dei ricorrenti aventi diritto, senza nulla togliere ai docenti già individuati nei contratti, come da prassi corrente”. “Il tentativo del centrodestra, capitanato dal ministro Gelmini, di realizzare una vera e propria ‘linea gotica’ che impedisse, come fortemente auspicato dalla Lega Nord, la mobilità dei docenti sul territorio nazionale è fallito”, dichiara Tonino Russo (Pd), componente della Commissione cultura della Camera dei Deputati.
“La sentenza avrà effetti devastanti – prosegue Russo – e l’amministrazione sarà costretta ad assumere tutti quei docenti che, collocati in coda, nelle graduatorie aggiuntive, si sarebbero trovati in posizione utile per l’immissione in ruolo”. “Il ministro Gelmini – conclude – era stata, a suo tempo ed in numerose occasioni, messa di fronte alla palese irragionevolezza della norma, Purtroppo se ne è sonoramente infischiata con fare tutt’altro che istituzionale e privo di buon senso, esponendo l’amministrazione ad un danno erariale enorme”.
La Repubblica 09.02.11
Si apre a Roma il confronto con il governo sulla vicenda dello stabilimento di Medolla dopo l’annuncio dei 400 licenziamenti. Al tavolo anche Ghizzoni, Santagata e Barbolini. Una delegazione di parlamentari modenesi parteciperà domani pomeriggio all’incontro convocato al Ministero delle Attività produttive a Roma per discutere della vicenda Gambro. Ne faranno parte l’on. Manuela Ghizzoni, l’on. Giulio Santagata e il sen. Giuliano Barbolini. I tre parlamentari hanno sottoscritto nei giorni scorsi un’interrogazione nella quale chiedono al governo “quali iniziative intendano intraprendere per la salvaguardia dei posti di lavoro e garantire i livelli occupazionali nel settore biomedicale della bassa modenese”. All’incontro di Roma saranno presenti – tra gli altri – anche l’assessore provinciale al Lavoro Francesco Ori e l’assessore regionale alle Attività produttive Giancarlo Muzzarelli.
Intanto il Consiglio regionale ha approvato una risoluzione che chiede al governo di aprire “un confronto con le aziende multinazionali” per “attuare una politica industriale per il distretto biomedicale”. Il documento, che vede come prima firmataria la consigliera regionale del Partito democratico Palma Costi, impegna la Giunta a realizzare “ogni iniziativa utile” per “valutare eventuali ipotesi alternative” alla chiusura dell’attività produttiva delle linee sangue. Hanno votato a favore, oltre alla maggioranza di centrosinistra, anche Lega nord, Udc e Movimento 5 Stelle. Il PdL è uscito dall’aula provocando la reazione dei consiglieri regionali modenesi del Pd: “Troviamo vergognoso – hanno dichiarato Palma Costi, Stefano Bonaccini e Luciano Vecchi – che il PdL abbia deciso di abbandonare l’Aula in un momento così importante, in cui la politica dovrebbe superare le polemiche e le divisioni di parte per occuparsi della tutela del lavoro, la cui perdita in questo caso rischia di compromettere il futuro di troppe famiglie”.
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“La maggioranza si è spaccata sulle nomine dell’Anvur, la Lega ha votato contro i componenti del consiglio direttivo proposti dal ministro Gelmini per l’Agenzia di valutazione dell’università e della ricerca”. Lo rende noto la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni sottolineando come oggi in commissione “il Carroccio abbia gettato la maschera e reso nota una volontà spartitoria su nomine che dovrebbero avere poco a che fare con la politica e molto con i meriti scientifici e i curricula professionali dei candidati. Altro che Roma ladrona,oggi abbiamo toccato con mano la volontà della Lega di ritornare al manuale Cencelli”.
Accanimento terapeutico, forma di sostegno vitale, morte naturale: sono espressioni che non hanno valore oggettivo. Allora perché compaiono nel ddl sul testamento biologico. Termini come accanimento terapeutico e morte naturale, pur molto utilizzati nell’attuale dibattito bioetico, sono privi di alcuna oggettività. Accanimento terapeutico è un termine ormai utilizzato esclusivamente nel nostro Paese. Non è traducibile, ne è tradotto in nessun testo internazionale di bioetica o medicina.
È un ossimoro con la pretesa di stabilire oggettivamente quella che invece è soltanto una soggettività.
In medicina è valutabile invece la futility, ovvero quello che è futile/inutile nella pratica clinica: ad esempio ventilare un paziente che non presenta più un sufficiente tessuto polmonare, come nel tumore polmonare avanzato, o nutrire per via enterale chi – per vari motivi – non ha più una superficie intestinale che gli permetta l’assorbimento.
Se utilizziamo il termine accanimento terapeutico come un limite, scopriamo che questo limite è molto soggettivo. Per alcuni questo limite è il vivere senza una gamba o collegati a un ventilatore; per altri queste situazioni sono invece accettabili, anche se impegnative.
Essendo il concetto di accanimento terapeutico indefinibile e soggettivo, risulta impossibile utilizzarlo come riferimento giuridico.
Pochi giorni prima che Welby morisse, il ministro della Salute chiese al Consiglio Superiore di Sanità se la ventilazione poteva definirsi una forma di accanimento terapeutico.
Nella risposta venne riconosciuta l’inaffidabilità del concetto stesso di accanimento terapeutico.
Conclude infatti quel documento: «riteniamo opportuno che si provveda in tempi rapidi all’emanazione di specifiche linee guida di riferimento per ricondurre l’accanimento terapeutico ad una sfera di principi e valori condivisi». Ovviamente – pur trascorsi quattro anni- nessuno si è ancora cimentato in quella missione.
Morte naturale è una altro concetto privo di contenuto. Oggi è impossibile sostenere una idea diì morte priva di una componente medica. Tutti moriamo accompagnati da una diagnosi e conseguentemente
da una terapia. Aderire in parte o in tutto o rinunciare completamente alla terapia, modifica la prognosi e quindi la nostra sopravvivenza. Il termine è rimasto nel solo vocabolario giuridico, o meglio giudiziario: morte naturale, intesa quale morte non traumatica, non cagionata cioè da una lesione fisica esterna, di potenziale interesse giuridico.
Il credere che si possa stabilire un limite definendo cosa sia l’accanimento terapeutico e l’illusione di una morte naturale a cui – secondo alcuni – dovremo addirittura aspirare, si trasforma nell’esercizio di imporre ad altri la propria convinzione.
Singolare poi l’utilizzo del termine forma di sostegno vitale – presente nel disegno di legge Calabrò di prossima discussione alla Camera- riferito alla sola nutrizione artificiale. Nel paziente critico ogni terapia somministrata è un sostegno vitale. Dalla ventilazione
alla dialisi, dalla trasfusione di sangue alla terapia antibiotica, dai farmaci di sostegno dell’attività cardiaca alla nutrizione artificiale, non esiste terapia che se sospesa o non intrapresa non possa causare la morte del paziente. Ma giuridicamente la questione non cambia. Nessun trattamento sanitario può essere imposto.
*medico, consulta di bioetica
L’Unità 09.02.11
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Marino: «La norma non rispetta la volontà della persona»
Senatore Ignazio Marino, lei ha firmato un appello dei medici contro la legge sul fine vita. Perché la avversa? «Perché contiene almeno due punti inaccettabili. Non è giusto che l’inserimento di un tubo nell’intestino per l’alimentazione e idratazione diventi obbligatoria anche per coloro che hanno espresso la volontà di rifiutare questi trattamenti. Parliamo di cure, di veri e propri atti medici. Inoltre la legge non garantisce che le volontà della persona siano rispettate visto che il testamento non è vincolante» . Che significa in pratica? «Significa che un medico ha il potere di mantenere in vita quella persona e di commettere una violazione. Parliamo di una legge voluta dalla destra, ma non dagli italiani. Il 70%dei chirurghi hanno affermato che disobbediranno. Il 77%dei cittadini intervistati da Eurispes si sono espressi a favore della libertà di scelta» . C’è una via di compromesso? «È stata respinta la proposta del Pd di sostituire la legge con un unico articolo dove si dice che tutte le terapie, incluse alimentazione e idratazione, devono essere garantite a meno che la persona abbia lasciato scritto un no» . Cosa succederà nei reparti di rianimazione se la legge diventasse pratica quotidiana? «Ci sarebbe un’ondata di ricorsi alla Corte costituzionale da parte dei familiari che non ritenessero rispettate le volontà del proprio caro. Viene violato l’articolo 32 della Carta sulla libertà di scelta» . Che ne dice della giornata sugli stati vegetativi? «Il governo dimostra di preferire le provocazioni al dialogo. Dovrebbe essere la giornata del silenzio, come ha chiesto Englaro. Invece ci sarà una crociata ottusa e senza rispetto per la memoria di Eluana» .
Il Corriere della Sera 09.02.11
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“La giornata degli stati vegetativi è uno schiaffo a Beppe Englaro”.Per Ignazio Marino l’iniziativa di oggi “è una violenza”, di Caterina Perniconi
Non è potuta morire in pace, né adesso la lasciano riposare in pace. Oggi, secondo anniversario della scomparsa di Eluana Englaro, ricorre la giornata nazionale degli stati vegetativi, celebrazione indetta dal Consiglio dei ministri, su proposta del sottosegretario Eugenia Roccella. Non bastavano, per Beppe Englaro, le urla in Senato il giorno della morte, o le leggi dell’ultimo minuto che hanno cercato in tutti i modi di bloccarlo. Ancora una volta la politica è entrata nella vita della famiglia di Lecco, che ha definito questo ennesimo gesto di sfida “indelicato e inopportuno”.
Senatore Ignazio Marino, tutti possono capire perché questo gesto è indelicato. Lei, da medico e da politico, ci può dare gli strumenti per capire quanto è anche inopportuno?
Questo atto va al di là dell’arroganza. Fa parte di quella destra violenta che non è riuscita a fare in modo che Englaro, tramite la legge, non potesse far rispettare le decisioni della figlia e ora lo vuole colpire con uno schiaffo in pieno volto. Quindi trasforma la giornata della morte di Eluana in una giornata di conflitto per il paese.
Che lo spacca a metà.
Sono sempre più preoccupato dal fatto che nel nostro paese le questioni che interessano la vita delle persone diventano secondarie al conflitto politico. Le lotte di potere su temi sensibili come questo distaccano la politica dai cittadini.
Dopo la morte di Eluana sembrava che una legge sul testamento biologico fosse urgentissima.
È stata invece chiusa in un cassetto e ora la riportano in parlamento senza discutere sulla vita, ma solo sperando nella divisione delle opposizioni per la sopravvivenza del governo Berlusconi.
Lei ha presentato 1500 emendamenti al ddl Calabrò.
Nessuno può essere curato contro la sua volontà. Nessuno può avere la possibilità di fare violenza sulle persone e decidere quali trattamenti può ricevere e quali no.
Il nodo è quello dell’obbligo di idratazione e alimentazione.
L’articolo 3 prevede che anche chi ha lasciato scritto il suo no all’idratazione e all’alimentazione venga comunque trattato, perché lo vogliono la Roccella e altri politici. Né io, né lei né chi legge potrà più scegliere .
Quindi le indicazioni lasciate dal cittadino (come quelle che ieri ha annunciato di aver scritto Beppe Englaro) non saranno più vincolanti.
Dopo questo percorso di legge no. A scegliere saranno le convinzioni e la cultura del medico e non quelle del paziente. Perciò se perdi coscienza perdi anche ogni diritto. È una proposta così inaudita che io faccio fatica a spiegarla ai miei colleghi all’estero.
Questo vale anche per i casi come quello di Welby, in cui paziente è cosciente?
All’inizio la proposta riguardava anche quei casi, per fortuna siamo riusciti, dopo un grande lavoro, a scongiurarlo. La legge resta comunque anticostituzionale.
Si riferisce all’articolo 32?
Certo, e fu una persona religiosa come Aldo Moro a far introdurre la parte che prevede che “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Non capisco perché continuare a scrivere e votare leggi che poi devono essere smontate dalla magistratura perché anticostituzionali come la fecondazione assistita.
Lei ha fatto una sua proposta.
Sì, che per quanto mi riguarda è già un bel passo indietro. É un solo articolo e prevede che le terapie siano garantite a tutti tranne a chi l’ha esplicitamente dichiarato. Mi spiego meglio: se io perdessi coscienza vorrei che i miei familiari scegliessero per me. Nella mia proposta non è possibile, può averlo scritto solo il paziente. Capisce che per me è un bel passo indietro ma sono disposto a farlo nell’interesse delle persone.
Perché il Partito democratico fa così fatica a trovare una sintesi sui temi etici?
Perché all’interno ci sono persone che potrebbero votare con la destra sul biotestamento e non si fanno una ragione del fatto che i temi eticamente sensibili sono semplicemente diritti civili. Ma troveremo una convergenza.
Tutti dovrebbero garantire i diritti civili.
Questa è una fase politica in cui qualunque argomento viene utilizzato per scegliere una posizione e non discusso nel merito .
All’assemblea del Pd D’Alema ha chiesto un maggiore impegno della società civile in politica. Può essere un modo per discutere questioni più vicine ai cittadini?
Io sono convinto che la politica debba essere a servizio del paese e non fatta solo da professionisti. Uno ha un impegno temporaneo e poi torna al suo lavoro.
Saviano potrebbe essere un esempio?
Chiunque si senta di dare un contributo – senza fare propaganda sui nomi – con un vero impegno personale.
Il Fatto 09.02.11
Questa mattina il consiglio dei ministri varerà il manifesto elettorale del Pdl e della Lega e nelle prossime settimane il parlamento sarà costretto a certificarne la presunta autenticità. Una serie di finti provvedimenti con finanziamenti ed effetti rinviati in un futuro che auspicabilmente non sarà nella disponibilità della attuale maggioranza.
E in parallelo, tutti i giorni e a reti pressoché unificate (c’è qualcuno che tiene il conto del minutaggio televisivo da mesi a questa parte?), sentiremo parlare di “riforme che questo paese non ha mai visto in precedenza” e di “scelte storiche”.
E gli italiani saranno “educati” a constatare che l’opposizione non vuole il federalismo, né la modifica dell’articolo 41 della Costituzione, né il ponte sullo Stretto, né l’abbassamento delle tasse. E così Tremonti, Bossi, Alfano, e Misiti («mi dia un ministero, un sottosegretariato o una delega..») cercheranno di parlare d’altro per far dimenticare “Ruby e le sorelle”, oltre che l’assoluta inerzia di un esecutivo privo di guida e di idee da mesi, anzi da tre anni.
Ci sarà poi sempre qualche editorialista pronto a scrivere che il Pd non ha un programma. Continueranno a farlo anche dopo l’ultima Assemblea nazionale in cui un partito finalmente unito ha completato la redazione di un programma di governo, che più di governo non si può.
Non dovremo scoraggiarci.
Anzi dovremo continuare così, uniti e propositivi, attivi e reattivi con l’efficacia mostrata da Bersani in Assemblea.
Ma il problema di come siamo percepiti esiste e non va sottovalutato, perché la domanda “qual è l’alternativa?” purtroppo continua a circolare.
La risposta non potrà essere solo, né prevalentemente, nel programma, cioè nell’elenco delle cose che faremo quando torneremo al governo.
La ragione che ci costringe ad andare oltre, infatti, sta nel fatto che il nostro avversario, al di là delle cose che dice e delle poche che fa, rappresenta oggi un senso comune troppo diffuso. «Basterebbe percorrere qualche volta l’autostrada Torino-Trieste – scrive Aldo Bonomi nel suo Sotto la pelle dello Stato – per cogliere il vero punto di riferimento del berlusconismo: quel mondo fatto di capannoni attorniati da villette con i nanetti nel giardino e le Bmw nel garage sotto casa…». Lì c’è l’anima di un paese secolarizzato e rancoroso, che non ha voglia di leggere programmi, ma semplicemente di seguire un capo che la pensi come lui. Berlusconi non ha bisogno di un programma, gli basta presentarsi così com’è, trasgressore e protettore. Noi invece siamo sempre sotto esame, abbiamo bisogno di dire cosa siamo, chi siamo, cosa faremo, come lo faremo, con chi lo faremo. Berlusconi in questi anni ha strutturato una sua tifoseria che come tutte le tifoserie lo è “sempre e a prescindere”, un suo popolo che si identifica in lui, e con il quale da parte nostra si riescono ad avere solo relazioni di reciproco rispetto a patto che non lo si giudichi e non si pretenda di catturarlo ad altra fede. Fortunatamente però in questa forsennata dialettica fra curva nord e curva sud, c’è ancora un piccolo spazio occupato da cittadini liberi e critici, coraggiosamente apoti, che possono ancora fare la differenza se riusciremo ad esserne interlocutori. Sono i cittadini che hanno conservato la capacità di indignarsi, quelli che sentono il declino del paese come una tragedia, che detestano il moralismo ma considerano la responsabilità etica come condizione irrinunciabile della vita politica, che pretendono la serietà la competenza e la sobrietà dei comportamenti nelle classi dirigenti, che non ne sopportano privilegi ed arroganza e non accettano una politica priva di visione e missione, che non hanno nostalgia della prima repubblica ma hanno voglia di sentire il profumo della buona politica. Basterà il nostro programma a interessarli e a conquistarli? Temo di no.
Io penso che occorra riuscire a rimettere in circolazione un’idea diversa di politica, a ricostruire un sentiment, cioè un senso comune, nuovo. E rappresentarlo credibilmente.
Dovremo cioè essere percepiti per la nostra alterità piuttosto che per la semplice alternatività.
L’alterità è una diversità in radice.
Se non se ne è convinti fino in fondo, se si hanno titubanze sulla bontà della proposta degli avversari, se si dubita di sé e della propria differenza, se si mostrano ad esempio incertezze nell’issare la bandiera della moralità perché si teme (senza dirlo, ovviamente) di aprire la strada ad altri magisteri valoriali semmai religiosi, se insomma si fosse tentati di dimostrare che noi certe cose le faremmo meglio anziché radicalmente diverse, allora non sarà facile convincere quei cittadini che cercano in noi una alterità al “disastro antropologico” e all’inerzia governativa.
Io penso che – lo ripeto – dovremo coltivare senza complessi la nostra diversità piuttosto che la nostra rassicurante somiglianza alla proposta dell’avversario. Nella bella intervista al Corriere della Sera (più volte citata nell’Assemblea) Andrea Riccardi ha detto che non si trova più in circolazione un’idea di Italia, una missione dell’Italia e nell’Italia. Non c’è più passione.
Non c’è più fede civile. Prova ne è la tristezza e la noia che accompagnano le celebrazioni del 150° dell’unità. Pensiamo solo al dibattito sul federalismo concentrato sulla cedolare secca sugli affitti o sulla percentuale dell’aliquota dell’ Imu, senza che ci sia mai stata una volontà seria di coinvolgere il parlamento e il paese nel disegno di una vera trasformazione istituzionale della nostra repubblica. Non si vede cioè né respiro né disegno come se si trattasse di un adempimento inutile e prezioso per chi deve metterlo frettolosamente all’incasso elettorale e, dall’altra parte, un adempimento triste e dovuto per chi non può apparire arretrato rispetto a una presunta modernità istituzionale.
Quello che ho tracciato può sembrare un quadro troppo pessimista, ma serve a scuotere un partito che non può sottrarsi all’esigenza di creare nell’elettorato un diverso senso di appartenenza e di identificazione rispetto a quello della destra. Il Pd deve essere percepito, come lo fu nel momento della sua nascita, come partito guidato da un solo obiettivo capace di misurare ogni sua azione: il perseguimento della maggiore giustizia sociale possibile. Il partito che esige sobrietà e moralità nei comportamenti di tutti coloro che sono investiti di funzioni pubbliche, a partire ovviamente dai propri dirigenti.
Il partito che aiuta la società in questo momento di spaesamento e pessimismo a recuperare il senso del limite come valore. La politica infatti non è il tutto della vita, non può né risolvere né rispondere a tutte le questioni che riguardano i momenti essenziali del vivere e del morire; solo gli stati fondamentalisti e totalitari possono permettersi di violare il valore del limite nel rapporto scienza e vita e nel rapporto politica e vita, a partire dalle problematiche che investono la famiglia “una isola che il mare del diritto può solo lambire, la sua intima essenza rimanendo metagiuridica” come diceva Arturo Carlo Jemolo.
Il Pd deve essere percepito come il partito che vuole restituire all’Italia la missione di paese cerniera tra oriente ed occidente, tra vecchia e nuova Europa. Il partito che vuole modernizzare lo stato e riorganizzare il suo welfare attorno ai diritti e i bisogni dei bambini e degli anziani. Tutte cose come si vede che in vari passaggi della nostra elaborazione programmatica abbiamo scritto e detto, senza riuscire a farne la nostra identità.
Chi ci vede sembra chiederci, infatti, un programma per riconoscerci, in effetti ci chiede un’identità, un ubi consistam per riconoscersi.
Intristiscono le dispute ideologiche e perfino teologiche che rischiano di farci regredire a ciò che fummo tutti negli anni lontani quando eravamo ancora in braccia ai nostri nonni, nemmeno ai padri. Ma se sapremo dare respiro alle nostre idee e farcene identità comune, se sapremo guardare più al destino del paese che a quello delle prossime alleanze, forse diminuirà il numero degli italiani che ancora si chiedono con una certa apprensione: “E dopo Berlusconi…?”.
da Europa quotidiano 09.02.11
L´indignazione corre sul filo, dilaga sulla rete e scuote il mondo del volontariato. Putiferio in Veneto attorno a una bimba di nome Speranza. La storia è quella di un´africana di quattro anni che non ha i soldi per la refezione all´asilo. Siccome nessuno provvede, le maestre regalano alla piccola i loro buoni pasto e notificano la cosa al sindaco. Ma questo le blocca e dice: date pure il vostro cibo, ma non i buoni comunali, perché sarebbe danno erariale. Le maestre rinunciano, e la piccola torna a casa a mezzogiorno, in lacrime. Succede nella pianura profonda, a Fossalta di Piave, a pochi metri dall´argine. Ignoti benefattori mettono mano al portafoglio, comprano i buoni e la piccina torna in classe dopo una breve assenza. Ma la cosa trapela e ora l´indignazione corre sul filo, dilaga sulla rete, scuote il mondo del volontariato e del buon solidarismo contadino.
Sindaco leghista, maestrine pare di sinistra, lacrime di una bambina africana, una mamma confinata in casa e un papà musulmano, per giunta quasi imam. Ingredienti perfetti. Altro che secessione da Roma, commentano sul Piave, questa è una secessione dal Veneto, dalla sua anima migliore. Una storia di ordinaria ferocia, “la conferma di tutti gli stereotipi su di noi”. “Che paghi Bossi”, sta scritto sul blog della “Nuova”, “Una schifosa deriva fascista”; “Silvio regala soldi alle puttane, qui non ce ne sono per una bambina innocente”. Cose così. Ma il sindaco non prende botta e accusa le sinistre di essere loro a strumentalizzare la bimba innocente per bloccare la grande marcia verso il federalismo.
Nebbia tremenda, l´intero Nordest pare avvitarsi attorno a questa bassura di canali e ipermercati dove Hemingway fu ferito e gli arditi sfondarono nell´estate del ´18. Un territorio spaesato, sparato troppo in fretta nella modernità, con il dieci per cento di stranieri, gli unici che passano intabarrati in bici. Su una lavagna appesa nel municipio in odor di razzismo c´è scritto: residenti 4.227, con 450 stranieri, di cui 383 extracomunitari. Le spese sociali sono quasi tutte per stranieri, il novanta per cento. Mi aspetto un sindaco feroce alla Borghezio e invece l´orco – nome Massimo Sensini – è un bancario gentile di piccola taglia che esce dal suo ufficio con un senegalese di nome Dundane, l´uomo che ha il compito di calmare le acque tra gli immigrati. «Vede? Dovremmo litigare, e invece ci aiutiamo». Tenta di farsi capire, dopo quelle parole mal dette o male interpretate. È stressato per la tempesta che si è abbattuta sui centralini del Comune e dell´asilo, e per il nervosismo degli alleati del Pdl. «Sono totalmente in disaccordo e non solo a titolo personale – mi ha appena detto Daniele Bincolato, uscito per dissensi dalla giunta – c´erano tanti modi per risolvere la cosa, e non si sono esplorati».
Insomma, “se podea rumar”. Si poteva arrangiare tutto senza impennate burocratiche, e molti non capiscono perché il sindaco si sia richiamato proprio alle leggi di Roma ladrona. Qui tutti lo sanno, e lo sa soprattutto la Lega: “Chi legi carteo no magna vedeo”, chi bada troppo alle leggi sui cartelli, resta in braghe di tela e non mangia carne. Anche con la piccola Speranza bisognava non leggere cartelli, “far de scondion”, muoversi di nascosto. Tutto attutito, sfumato, come la nebbia che esonda dal Fiume sacro della Patria. In Veneto nulla viene detto e fatto direttamente. A Montecchio Maggiore, altra roccaforte padana, il Tricolore issato lo scorso agosto su una ciminiera da un commando garibaldino è stato tolto di notte da una ditta di telefonia, per non dare nell´occhio e non esporre il Comune.
«Legga», dice mettendomi un foglio davanti al naso. «È la mia risposta alle maestre. Prima dei dubbi erariali sulla donazione, le ho ringraziate per il loro atto di solidarietà. C´è scritto: sentito ringraziamento per il gesto di alto valore morale». Sì, ma lei ha dichiarato che il padre era un fondamentalista islamico. «Se ho fatto capire questo, mi dispiace. Io ho detto integralista, e sullo Zingarelli c´è scritto che vuol dire rigoroso nell´applicare la legge».
Non è più la Lega di una volta. Ora è un partito di governo, una Dc curiale e attenta alle sfumature. «La situazione la risolveremo, ma non con i buoni pasto. Qui serve un intervento alla radice. C´è una mamma che non comunica, ci sono cinque figli e c´è un papà che è andato in Belgio in cerca di lavoro. La cosa è complessa». No, razzista proprio no, s´arrabbia. «Ma lo sa che stiamo mettendo in cantiere i corsi scolastici per le mamme straniere? Lo sa che siamo stati i primi a introdurre i voucher per le prestazioni di lavoro occasionale, che servono soprattutto gli stranieri?».
Municipio a asilo, nuovi entrambi, si fronteggiano nella nebbia. Intorno, silenzio. Tace la madre che non sa l´italiano e vive semi-reclusa da anni, figurarsi ora che è finita sui giornali. Tacciono le maestre ribelli, per timore di sanzioni. Tace la chiesa, maestra del non-dire. Tace persino la Lega a livello regionale, per non esporsi con la Curia che non si sa mai. E poi c´è un sindaco che ha fatto pochino per spiegarsi, non si sa se spiazzato o lusingato dalla visibilità piovuta sul suo paese a quota zero. E così, nel mezzo del frastuono, l´epicentro della storia resta avvolto in un mormorio da confessionale.