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"Merito dove sei? Stenta a decollare il progetto di valutazione dei prof", di Flavia Amabile

Quanto è lunga la strada che porta al merito? Davvero molto, a giudicare da quanto sta accadendo intorno alla riforma voluta dal ministro Brunetta per intordurre criteri di valutazione all’interno della pubblica amministrazione. La scuola si è ribellata fin dal primo istante boicottando in gran parte la sperimentazione per nulla interessata alle parole del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini che l’aveva definita una «riforma epocale».

Ieri sera in una riunione al ministero con i sindacati è giunta la conferma: per quel che riguarda gli standard di valutazione degli insegnanti meglio andarci piano. Il provvedimento che il ministero sta preparando infatti, è pronto ma – a differenza della versione precedente e degli annunci – rinvia ad un futuro accordo con la Civit, la Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche. per definire le fasi, i tempi e i criteri della misurazione.

«Praticamente è il fallimento di Brunetta – spiega Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil – perchè il decreto rinvia ad un ulteriore provvedimento proprio per la particolarità del comparto scuola e delle specificità dell’insegnamento che non può essere equiparato ad un normale lavoro della pubblica amministrazione. Come noi avevamo detto da tempo».

I prossimi passi per l’applicazione della valutazione dei docenti vedono la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale, mentre di pari passo continueranno le due sperimentazioni di diversi tipologie di valutazione. Ma, segnala il sindacato, sono pochissime le scuole che hanno aderito: «Dai dati che ci sono stati consegnati oggi, emerge che si tratta di 35/40 scuole per la valutazione individuale e di una quarantina per il percorso relativo alla scuola. Un numero esiguo, tanto che si sta tentando di estendere le due sperimentazioni ad altre città e non è escluso che si trovi anche una terza modalità, anche se al momento non è stato detto quale».

Insomma un deciso cambiamento rispetto agli inizi. Ed è cambiato anche il riconoscimento dei premi. La bozza precisa che «saranno assegnati ad una fascia di insegnanti che non potrà comunque superare il 75% e al suo interno articolata secondo criteri meritocratici che saranno stabiliti dal sistema di misurazione e valutazione. Ma, come sottolineava due sere fa la Uil, è un riconoscimento che si potrà imporre ai dipendenti del comparto dell’istruzione non prima del 2013, alla scadenza del contratto in vigore. Quindi, secondo la Uil Scuola «si tratta, al momento, di un decreto del tutto inutile perché non attuabile: per la scuola la questione del merito si porrà nel prossimo contratto 2013 – 2015.

Anche per quel che riguarda il resto della pubblica amministrazione le difficoltà non sono poche. Cinque giorni fa è stato raggiunto l’accordo sui premi di produttività ma senza la firma della Cgil. E Pietro Ichino, senatore del Pd, ha scritto una dura lettera al ministro Renato Brunetta sostenendo che l’accordo «sostanzialmente azzera la riforma Brunetta delle amministrazioni. Se nell’estate scorsa Tremonti aveva abolito la ‘carota’ prevista in quella riforma, cioè i premi per i dipendenti pubblici più meritevoli, ora questa Intesa abolisce il ‘bastone’: in sostanza garantisce che a nessuno, per quanto inefficiente, verrà tolto un solo euro del ‘salario accessorio’ percepito nel 2010.

Parole che Brunetta ha contestato: «Pur ignorando la realtà dei fatti, il professor Ichino non rinuncia a offrirne interpretazioni fantascientifiche che avrebbero suscitato l’invidia di Isaac Asimov. Il senatore del Pd non ha infatti ancora compreso che l’accordo firmato venerdì scorso non abroga la legge (e d’altronde non potrebbeneppure farlo), limitandosi a toccare solo un punto che riguarda l’art. 19 della riforma Brunetta: quello relativo ai premi individuali».

La Stampa 09.02.11

"Il papi padrino", di Barbara Spinelli

Cari elettori berlusconiani, vi sarà giunta voce, immagino, che gli italiani sono divenuti un enigma per le democrazie alleate. Il mistero non è più Berlusconi, che da anni detiene un potere non normale: controllando tv, intimidendo giornali e magistrati. Dopo tante elezioni, siamo noi, singoli cittadini, a essere il vero rebus.
Quel che ripetutamente ci chiedono è: «Perché continuate a volerlo? Perché insistete anche ora, che viene sospettato di corruzione di minorenni e concussione?». Nessun capo di governo potrebbe durare più di qualche giorno, fuori Italia: la stampa, la televisione, i suoi pari lo allontanerebbero, costringendolo a presentarsi ai giudici. Di questo le democrazie non si capacitano: se non ora, quando vi libererete?
A queste domande ciascuno deve saper rispondere: chi lo vota e chi non l´ha mai votato, giudicando non solo ineguale la battaglia fra schieramenti (per disparità di mezzi d´influenza) ma profondamente atipica. Tutti siamo contaminati, dal modo in cui quest´uomo entrò in politica e dalla natura del suo potere, che costantemente mescola il suo privato col nostro pubblico. Tutti viviamo in una sorta di show, dominato dal sesso e dai processi al premier.
La cosa peggiore a mio parere è quando inveiamo contro le sue passioni senili. Come se a far problema fosse l´età; come se bastasse che a Arcore ci fosse un trentenne, perché le cose cambiassero. È la trappola in cui spesso cadono gli oppositori. Vale la pena leggere quel che ha scritto lo scrittore Boris Izaguirre, a proposito del consenso tuttora vantato dal premier. Le sue debolezze sono in realtà forze nascoste: «La corruzione, quando si espone, crea meraviglia. La capacità di scansare ogni controllo e di schivare la giustizia affascina». Affascina anche l´epifania finale dell´anziano concupiscente. Nella «rivoluzione del gusto» che questi impersona, l´epifania è «l´unica opzione per l´uomo maturo moderno, e ineluttabilmente attrae un elettorato che condivide sogni di eterna gioventù» (El Paìs, 7-2-11). Il nostro, lo sappiamo, è un paese di vecchi: l´offensiva che accoppia età e reati del premier è qualcosa che turba sia voi sia me. Fa cadere ambedue in una rete che imprigiona, che impedisce di far politica normalmente, di reinventare quel che sono, in democrazia, destra e sinistra.
La rete in cui cadiamo è un film che non minaccia davvero il leader: è il suo film, noi e voi siamo comparse di una sua sceneggiatura, impastata di sesso, cattiveria, abuso di potere. Sono anni che abitiamo un mondo-fantasma lontano dalla realtà, imperniato sulla vita privata del capo. È lecito quel che fa? Osceno? I benpensanti sono convinti che di questo si occuperanno i magistrati, che politici e stampa debbano invece cercare una tregua. Ma tregua con chi? Si può patteggiare con un burattinaio che ci tramuta in pupazzi o spettatori di pupazzi? Se non si fa luce sulle notti di Arcore, è inevitabile che i film sulle papi-girl sfocino nel ridanciano. Ogni cittadino, berlusconiano o no, già ci scherza sopra, probabilmente, come gli spettatori ridono increduli negli ultimi giorni dell´uomo descritti da Kierkegaard, quando irrompe il buffone e dice che il teatro brucia. Nel momento in cui inizia la risata lo show sommerge il reale. Anche voi elettori Pdl lo intuite: le novità che attendete da anni rischiano di esaurirsi in un teatro in fiamme, con noi imbambolati a fissare il buffone.
C´è da domandarsi se non sia precisamente questa, la forza del Cavaliere: distruttiva, ma pur sempre forza. Come Napoleone quando parlava dei propri soldati, egli sembra dire: «I miei piani, li faccio coi sogni degli italiani addormentati». Imbullonati nello spettacolo senza vederne le insidie, ammaliati da veline e spazi azzurri che usurpano lo spazio della Cosa Pubblica, continueremo a esser pedine di un suo gioco. Sarà lui a decidere quando termina lo show di cui è protagonista. Lui occupa entrambi gli spazi, il fantasmatico e il reale, secondo le convenienze. È la sua doppia natura a confondere le menti: il suo essere Jekyll e Hyde. Chiamato a presentarsi in tribunale si rifugerà nell´inviolabile privato, esibendo la sguaiataggine di Hyde. Quando lo show tracimerà, ridiverrà l´impeccabile Dr Jekyll e dirà tutto stupito: «Propongo un patto di crescita economica, e l´armistizio sul resto». A Galli della Loggia, che è storico dell´Italia, vorrei chiedere: con questa doppia personalità urge far tregue?
È il motivo per cui nessun politico dovrebbe, oggi, invitare gli italiani a sognare un paese diverso. L´Italia ha già troppo sognato. Nel caldo delle illusioni ha disimparato lo sguardo freddo, snebbiato. Non di sogni c´è bisogno, ma di risvegli. L´altra Italia da raccontare fuori casa non è quella «che va a letto presto», come dice la Marcegaglia. È quella che veglia, che osa di nuovo sapere, informarsi (Umberto Eco ha ben risposto, nella manifestazione di Libertà e Giustizia: «Io vado a letto tardi, signora, ma è perché leggo Kant»). Come i prestiti subprime, l´Italia è chiusa in una bolla, fabbricata da chi si pretende garante della sua stabilità. Ma le bolle scoppiano e voi lo sapete, elettori Pdl: quel giorno i pescecani si salveranno, e il vostro grande sballo finirà.
Finché resta la bolla, è evidente che il premier conserverà influenza. Vi invito a leggere un articolo scritto nel 2002 sul Paìs da Javier Marìas (è riprodotto nel blog mirumir.blogspot.com). Lo scrittore enumera gli ingredienti della seduzione berlusconiana: la sua disinvoltura sempre «sottolineata in rosso», il «sorriso falso perché costante», il passato di cantante come allenamento per staccarsi dai domestici e mischiarsi ai potenti, la mentalità di vecchio portinaio franchista ossequioso coi potenti e sdegnoso coi domestici, il risentimento dietro una bontà caricaturale, il terrore d´essere escluso dalle cerchie dei grandi, l´assenza d´ogni «vergogna narrativa». Egli seduce i declassati identificandosi con loro, e tanto più li sprezza. La sua morale: sei un perdente, se non infrangi come me leggi, diritti, costituzione.
Dicono che vi piace l´antipolitica. Credo piuttosto che vi aspettiate troppo, dalla politica. Avete sognato un re-taumaturgo onnipotente e permissivo al tempo stesso, non un democratico. È inutile proseguire l´omertoso patto che vi lega a lui nell´illegalità: i risultati attesi non verranno. Questo è infatti Berlusconi: un potere fortissimo, ma impotente. Non è il fascismo, ma i primordi del fascismo – quando era pura «dottrina dell´azione» – ripetuti come un disco rotto. Le masse cullate nell´illusione: tali sono i primordi. Poi la dottrina divenne politica, guerra, e fu rovina. Ma fu un agire. Non così Berlusconi. Da anni l´immagine è fissa sui preamboli fascisti del mago che seduce le folle umiliando l´uomo, come il Cavalier Cipolla che ipnotizza le vittime nel racconto Mario e il Mago di Thomas Mann.
L´era Berlusconi è costellata di questi torbidi patti: patti con la mafia per proteggere impresa e famiglia; patti con giudici corrotti; patti con ragazze alla ricerca di soldi e visibilità. Si può indovinare quel che hanno pensato i loro genitori: «Meglio vergini offerte al drago, che precarie in un call-center». Erano pagate per le prestazioni, e poi perché tacessero. Per questo possono divenire, da ricattate, ricattatrici del papi-padrino.
Ma la storia italiana è anche storia di decenza, di morti caduti difendendo lo Stato, contro le mafie. Anche voi ammirate questa storia: avete ammirato i tre ultimi capi di Stato, e prima Pertini. Senza di voi tuttavia il Quirinale può poco e l´Europa ancor meno. Ambedue ci risparmiano per ora il baratro, e forse l´Europa solo economico-monetaria è un po´ la nostra sciagura: i pericoli, ci toccherà intuirli dietro tanti veli. Ma li intuiremo. Se l´Egitto ha avuto la rivoluzione della Dignità, perché l´Italia non può avere una rivolta della decenza? La decenza ricomincia sempre con la riscoperta di leggi superiori a chi governa, del diritto eguale per tutti, della libera parola.

La Repubblica 09.02.11

"E Alemanno restò solo" Fabrizia Bagozzi

Il sindaco di Roma cerca un alibi per il rogo, il Viminale lo smonta. Più di 200 insediamenti abusivi in cui vivono 2400 rom, e nelle condizioni di sicurezza che si sono potute tragicamente riscontrare in questi giorni. A quasi tre anni dall’insediamento della sua giunta sgomberi a tappeto con sbrandamenti all’alba (circa trecento) ma ancora nessun campo attrezzato nuovo. Ne aveva promessi due – oltre all’amplimento di quelli regolari e tollerati già esistenti – quando presentò il piano nomadi nel giugno 2010. «In realtà gli insediamenti presistenti non sono stati ingranditi – precisa il vicepresidente della commissione politiche sociali del comune di Roma, il dem Daniele Ozzimo – Semplicemente ne è stata aumentata la capienza, visto che dovevano accogliere parte di chi veniva sgomberato.
E così ora sono sovraffollati».
Il piano nomadi del sindaco di Roma fa flop, Alemanno fa scaricabarile. Dà la colpa alla burocrazia e chiede più soldi e più poteri, con una lettera recapitata ieri a Maroni. Che però risponde picche. Il Viminale infatti si dice «sorpreso» per la richiesta di altri 30 milioni per l’emergenza nomadi, dopo i 20 già erogati a cui si aggiungono i 12 dati dagli altri enti locali. E fa sapere che il tutto era già stato approvato e finanziato da tempo senza che «fino a ieri fosse stata segnalata alcuna nuova esigenza». E ancora: «Il piano va attuato più velocemente, ma ciò compete al sindaco e al prefetto che è commissario straordinario». Prima dell’ opposizione, è dunque Maroni a richiamare alle sue responsabilità il sindaco di Roma. Che di fondi e poteri ne ha e non solo perché, da sindaco, per superare la burocrazia può molto.
Ricorda Jean Leonard Touadì, ex assessore alla sicurezza con Veltroni, che fra il 2000 e il 2007 le amministrazioni di centrosinistra hanno realizzato 7 campi attrezzati in 7 anni «senza alcun bisogno di poteri speciali e senza avere a disposizione i 30 milioni di euro di Alemanno». Diversamente da allora, sui rom il sindaco di Roma e il prefetto hanno invece (e già) poteri straordinari che partono dallo stato di emergenza sui campi abusivi varato con decreto dal governo Berlusconi nel 2008 e prorogato fino a tutto il 2011: i commissari prefettizi possono derogare dalle direttive comunitarie, dalle direttive della presidenza del consiglio sulla protezione civile relative ad appalti pubblici di lavori, di servizi e di forniture di rilievo comunitario e in deroga al codice dei contratti publici. Non solo. Sottolinea Ozzimo che l’ordinanza del presidente del consiglio che nomina il commissario straordinario gli conferisce pieni poteri, nel senso che l’approvazione dei progetti da parte sua «sostituisce visti, pareri, autorizzazioni, e concessioni di competenza di organi statali regionali, provinciali e comunali; costituisce variante allo strumento urbanistico generale e comporta dichiarazione di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità dei lavori». Più di così c’è solo la deroga ulteriore che Alemanno ha chiesto a Maroni a proposito dei vincoli archeologici e della conferenza dei servizi, a cui imputa il blocco dei lavori della Barbuta.
Una cosa su cui gli ha già risposto il compagno di partito, il sottosegretario ai beni culturali Francesco Giro (i tempi per l’autorizzazione sono stati lunghi, ma da quando l’area è disponibile sono passati più di cinque mesi, ha fatto notare). E anche qui, il Viminale gli ha detto di rivolgersi a Palazzo Chigi. E del resto, per il suo piano, il sindaco di Roma ha avuto a disposizione una cifra considerevole. Come li ha spesi lo ha spiegato il prefetto Pecoraro. Ma, nota ancora Ozzimo, «sui fondi è necessaria un’operazione trasparenza, come dimostra il capitolo relativo alal vigilanza armata attivata nell’aprile 2009 e assente dal resoconto presentato in senato dal commissario per le spese dello stesso anno. Sarebbe utile visualizzare l’elenco dettagliato delle spese effettuate affinché non ci siano ombre nella gestione delle risorse».

da Europa Quotidiano 09.02.11

"Che cosa resta della scuola dopo la cura dimagrante" di Franco Buccino

Come si sa, le iscrizioni a scuola si fanno entro il 12 febbraio. Per tutte le scuole: infanzia, primo e secondo ciclo. Secondo il ministero non ci sono i rinvii e le incertezze degli anni scorsi: si sono superate le criticità riguardanti l´applicazione della riforma. Dal suo punto di vista il ministero ha ragione: ha avviato un processo di “semplificazione” per cui a breve le iscrizioni si faranno d´ufficio, perché i genitori non avranno più niente da scegliere. Cominciando dalla scuola dell´infanzia. Con qualche ipocrisia l´Amministrazione scolastica sottolinea proprio qui la “coordinata partecipazione delle scuole statali e delle scuole paritarie al sistema scolastico nel suo complesso”. Ciò vuol dire che poco le interessa che molte private facciano mera assistenza e non attività formative programmate in questa fascia d´età, ritenuta strategica per l´apprendimento da tutti. Non intende investire in questo settore: mette troppe poche risorse per aprire nuove sezioni e un organico ridotto di insegnanti, sufficiente solo per un orario frontale senza spazio per proficue compresenze. E così tanta parte della nostra infanzia continuerà a frequentare scuole private dai nomi accattivanti – girandole, scoiattoli e qui quo qua – con inglese, ginnastica e danza a pagamento.

La scuola primaria offre ben quattro modelli orario: 24, 27, 30 e 40 ore settimanali. I primi due sono sicuri, il terzo e il quarto si realizzano solo se c´è l´organico e se l´ente locale fornisce “adeguati servizi”. Il tempo pieno, dove sopravvive, sarà la somma di due tempi normali, un insegnante la mattina e uno il pomeriggio. A ogni buon fine l´Amministrazione determina l´organico dell´istituto come se tutte le classi funzionassero a 27 ore. E così c´è spazio per ulteriori tagli di personale per il prossimo anno. Di contro, c´è sempre meno spazio per moduli, compresenze e specialisti. L´amministrazione abilita d´ufficio i suoi insegnanti, nel giro di poche settimane, a insegnare di tutto. E non abbandona l´idea di avere anche tra gli insegnanti “normali” quelli che seguono gli alunni handicappati, e di fare così a meno degli insegnanti di sostegno. Tra l´altro, quasi tutti precari.

La scuola media rimarrà quasi così com´è, perché quello che doveva fare, il ministero l´ha fatto tutto in una volta. Rimane solo sulla carta l´orario settimanale di 36 o 40 ore, il vecchio tempo prolungato; per tutti ci sono le trenta ore. Non c´è traccia nella presentazione del ministero di “cittadinanza e costituzione” e dell´inglese potenziato, che dovevano essere le novità del settore. È presumibile che l´impegno principale nella media sarà quello di preparare i ragazzi a superare il test dell´Invalsi. E la chiamano ancora scuola dell´obbligo.

Le superiori saranno scelte dagli studenti secondo le classi sociali di appartenenza e soprattutto secondo il livello di preparazione raggiunto. I migliori al liceo, e a scendere fino al professionale e ai corsi di formazione professionale, ai quali si vuol dare dignità di scuola. Diversamente abili e immigrati, qualunque scuola sceglieranno, saranno sempre marginali. Niente di nuovo sotto il sole. Ma, soprattutto quanti scelgono tecnici e professionali, troveranno scuole più magre, meno ore di lezione, meno ore di laboratorio. Molti indirizzi sono unificati, fino a perdere la loro peculiarità. Tanto chi pensa che un ragazzo può lavorare con un diploma di scuola superiore. Poi c´è l´Università.

In una scuola così “semplificata” si procede per selezione naturale, non è necessario avere insegnanti numerosi e neanche bravi. I genitori non si devono preoccupare tanto dell´iscrizione dei figli nella scuola pubblica, quanto dell´integrazione a cui devono provvedere di tasca propria. Si svilupperanno attività integrative a pagamento nelle scuole e fuori delle scuole. Forse qualche Comune misericordioso riscoprirà anche le vecchie Lac, libere attività complementari, per gli alunni più sfigati. E per gli studenti che voglio bypassare la scuola pubblica o paritaria che sia, che vogliono recuperare anni perduti, raggiungere artificialmente i risultati dei migliori con il portafogli di papà, ci saranno sempre i diplomifici di Poggiomarino e dintorni, che come l´araba fenice risorgeranno dalle proprie ceneri.

www.repubblica.it

"L´ultima truffa del piano-crescita", di Tito Boeri

IL governo oggi si accorgerà finalmente che bisogna fare qualcosa per la crescita in Italia.
Se ne accorgerà Mille e otto giorni dopo il suo insediamento, con gli italiani che hanno nel frattempo perso in media 1000 euro di reddito a testa e con un milione tra disoccupati e cassintegrati a zero ore in più. Non è mai troppo tardi per tornare a crescere. E si possono fare tante riforme utili per lo sviluppo del Paese a costo zero, senza dover necessariamente impegnare nuove risorse, dopo che il debito pubblico ha superato il 120 per cento del prodotto interno lordo. Ma bisogna volerlo fare. Soprattutto quando non ci sono risorse da mettere sul piatto, occorre investire molto capitale politico nel costruire alleanze trasversali in grado di vincere l´agguerritissima resistenza al cambiamento. Ad altre attività sono state destinate sin qui le energie e le risorse personali del nostro presidente del Consiglio. Abbiamo così dovuto accontentarci degli annunci, reiterati grazie all´occupazione dello spazio televisivo.
Quattro i piani casa annunciati dal giugno 2008. Sin qui sono stati di carta. Non ci risulta infatti che sia stata posata la prima pietra per la costruzione di una qualche nuova casa. La riforma fiscale doveva essere la “riforma del secolo” ed era data come approvata entro il 2010. Avrebbe dovuto alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sui fattori produttivi spostandolo sulle rendite, anche a parità di gettito. Non solo la riforma non c´è stata, ma con il decreto sul federalismo comunale che il Governo ha cercato di varare la scorsa settimana nonostante il voto della bicamerale si aumenta il prelievo sulle imprese e sui lavoratori autonomi riducendo ulteriormente le tasse sugli immobili. Il neo presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che ha votato la fiducia a Berlusconi dopo la sua nomina sancendo che la sua è un´autorità dipendente, ribadisce che non si aumenterà il prelievo sulle rendite finanziarie. Chi guadagna comprando e vendendo azioni (in genere persone con redditi elevati) continuerà ad essere tassato ad un´aliquota pari alla metà di quella di chi ha solo un reddito da lavoro ai minimi della scala retributiva. Insomma l´unica riforma fiscale all´orizzonte è più tasse su chi lavora, meno sulle rendite.
Quella della pubblica amministrazione sembrava l´unica vera riforma economica di questo esecutivo. Avrebbe potuto ridurre molte inefficienze che gravano su famiglie e imprese. Ma la riforma Brunetta è stata cancellata ancor prima di entrare in vigore. Dapprima la manovra ha posto tetti alla crescita delle retribuzioni nel pubblico impiego in modo del tutto indiscriminato, in barba ai premi al merito introdotti dalla riforma Brunetta, poi le autorità di valutazione non sono state messe in condizione di operare, costringendo alle dimissioni i valutatori. Infine, l´accordo appena concluso con Cisl e Uil nega la possibilità stessa che si possano retribuire in modo diverso dirigenti e impiegati: non ci saranno né penalizzazioni, né incrementi retributivi per i più bravi. Siamo tornati all´egualitarismo retributivo più piatto. Avremo così, alla luce degli insulti destinati in questo periodo ai dipendenti pubblici, un´amministrazione non solo non motivata, ma addirittura demotivata. Anche chi trovava stimoli pensando alla propria funzione sociale, rischia di ritenere inutile ogni suo sforzo per migliorare la qualità del servizio offerto ai cittadini.
L´emblema del disinteresse dell´esecutivo riguardo alla crescita economica è nell´abolizione di fatto del ministero dello Sviluppo economico, prima lasciato vacante e poi affidato a chi, da viceministro, ha agito come lobbista di Mediaset a Bruxelles cercando di impedire l´ingresso di Sky nel digitale terrestre e poi, da ministro, si occupa di scrivere esposti all´Agcom contro i conduttori televisivi rei di criticare Silvio Berlusconi. La Lega aveva chiesto di spostare qualche ministro a Milano. Non sapevamo che la sede prescelta per Paolo Romani fosse Cologno Monzese.
L´elenco potrebbe continuare. Il fatto è che nei Paesi che non hanno smesso di crescere i governi di centro-destra si concentrano almeno sulle liberalizzazioni dei mercati. Sin qui il popolo delle libertà ha solo proceduto scientificamente a smantellare le libertà introdotte dal governo di centro-sinistra precedente. Depotenziate in tutti i modi le autorità di regolazione dei mercati, quelle che combattono i monopoli, norme che riducono la concorrenza nel settore farmaceutico, delle assicurazioni, del gas, infilate con tuta mimetica in disegni di legge che si occupano di tutt´altro, come denunciato ampiamente dall´Autorità Garante della Concorrenza e dei Mercati. Quest´ultima era già stata messo non in condizione di sanzionare dal decreto Alitalia che ripristina il monopolio sulla tratta Milano-Roma. Testimone degli intenti liberalizzatori del governo è il disegno di legge sulla professione forense: reintroduce le tariffe minime, “inderogabili e vincolanti”, vieta ai giovani avvocati di competere sul prezzo con chi è già ben avviato, offrendo e facendo pubblicità a prestazioni a costi più bassi. Questo significa costi legali più alti per cittadini e imprese.
Alla luce di tutto questo le proposte di modifica dell´art 41 della Costituzione sulla libertà d´impresa, un articolo che non ha sin qui impedito ad alcuna impresa di nascere in Italia, sembrano avere l´unico intento di prendere tempo gettando la palla in tribuna.
Ci accontenteremmo allora che oggi il governo tornasse lì dove aveva ricevuto il testimone, ritirando il disegno di legge sulla riforma dell´ordine forense come già chiesto da Mario Monti sul Corriere della Sera domenica, imponendo anche agli altri ordini professionali di procedere negli adempimenti previsti dalle lenzuolate di Bersani. Ci basterebbe che istituisse finalmente l´autorità indipendente di regolazione dei trasporti e, in particolare, del settore ferroviario, dove più urgente appare l´applicazione di regole trasparenti, certe e non discriminatorie a fronte dell´ingresso di nuovi operatori. Vorremmo che avviasse per davvero la liberalizzazione delle Poste senza affidare a Poste Italiane il compito improprio di sportello della Banca del Sud, riducendo la concorrenza anche nel settore bancario. Vorremmo che premiasse i Comuni che procedono alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, sanzionando quelli che vi oppongono resistenza. Qualora, come probabile, questo desiderio non venisse esaudito, sarebbe bello vedere questi intendimenti raccolti dalle forze all´opposizione. Sarebbe una dimostrazione tangibile del fatto che oggi in Italia c´è davvero un´alternativa, qualcuno che bada al sodo e non solo agli annunci.

La Repubblica 09.02.11

"La palude è peggio del voto", di Federico Geremicca

C’è qualcosa di peggio delle elezioni anticipate nell’anno del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia e con l’economia in una situazione di profondo rosso? Forse sì, qualcosa di peggio c’è. E lo ha testimoniato – in fondo – perfino la giornata di ieri, una giornata «politicamente tranquilla» che il presidente del Consiglio ha però impegnato quasi interamente in interminabili riunioni col suo più sperimentato gabinetto di crisi: il ministro di Grazia e Giustizia e i suoi avvocati Ghedini e Longo (ai quali si è poi aggiunto a sorpresa uno dei legali della prima ora del premier, l’onorevole Gaetano Pecorella: a testimonianza, forse, dell’ora grave).

Il peggio, rispetto a elezioni anticipate, è la stagnazione, la palude, un governo inerte che annaspa e lentamente sprofonda nelle sabbie mobili. E’ un rischio che – da Emma Marcegaglia alle opposizioni più responsabili, fino a ogni statistica sullo stato del Paese – hanno segnalato in molti. Ed è un pericolo che, a onor del vero, lo stesso Berlusconi ha denunciato fino a non troppo tempo fa: «O abbiamo i numeri per governare e fare le riforme, oppure è meglio andare al voto».

Con la nascita del gruppo dei cosiddetti «responsabili», ora l’esecutivo i numeri li ha: ma non si sono osservate svolte, a riprova del fatto che in politica i numeri sono certo necessari, ma non sempre sufficienti. Un paio di accelerazioni, in verità, nelle ultime 24 ore ci sono state: ma non riguardano l’azione di governo sul fronte delle emergenze da affrontare e sono accelerazioni – entrambe – che non paiono promettere nulla di buono. La prima ha riguardato il cosiddetto «processo breve», rimesso in calendario e all’ordine del giorno in tutta fretta per la prossima settimana; la seconda ha per obiettivo un riequilibrio dei rapporti numerici tra maggioranza e opposizioni in molte commissioni parlamentari: a cominciare, naturalmente, dalla Bicamerale che ha in esame i decreti attuativi del federalismo.

Si dice che le due decisioni siano il frutto di un accordo – ma più correttamente sarebbe meglio dire di un baratto – tra il presidente del Consiglio e l’ultimo degli alleati rimastigli, Umberto Bossi: a te quello che è necessario per accelerare il varo del federalismo, a me quel che occorre per fronteggiare l’offensiva giudiziaria (vecchia e nuova) di cui sono oggetto. Si tratta, in tutta evidenza, di due pessime notizie: la prima, infatti, riporta al centro del dibattito politico (e dei lavori parlamentari) una iniziativa legislativa che, oltre a non esser avvertita come urgente e di interesse generale nella situazione in cui si trova il Paese, tornerà a surriscaldare il clima politico oltre ogni misura e con le conseguenze immaginabili; la seconda, invece – il riequilibrio dei rapporti di forza, a cominciare dalla Bicamerale per il federalismo – pare confermare l’idea di voler procedere, anche su questo delicato terreno, a colpi di maggioranza, lasciando intravedere un nuovo muro contro muro dal quale – e i fatti lo hanno già dimostrato – il governo ha poco o nulla da guadagnare.

E’ certo che anche di questo il Presidente della Repubblica avvertirà il leader leghista, atteso oggi al Quirinale per un incontro «chiarificatore» chiesto dallo stesso Bossi. Napolitano ne aveva già parlato qualche giorno fa a Bergamo, culla leghista, ripetendo che scontri all’arma bianca non avrebbero affatto favorito una più rapida approvazione dei provvedimenti tanto attesi da Bossi. Per tutta risposta, dal Quirinale hanno dovuto osservare il muro contro muro nella Bicamerale e il successivo, maldestro tentativo del governo di varare comunque il decreto legislativo, non controfirmato dal Capo dello Stato.

Non sappiamo se Napolitano riuscirà a persuadere Bossi dell’insensatezza di un agire «muscolare» non sostenuto – per di più – dagli ampi consensi necessari. Sappiamo invece – per cronaca più o meno recente – quali saranno le conseguenze del combinato disposto delle due scelte sulle quali il governo pare intenzionato a tirar dritto: clima d’inferno nella città della politica (e nel Paese), con conseguente paralisi di ogni altra attività che non siano, appunto, il processo breve e la composizione della Bicamerale. Il risultato? Un’altra fase di polemiche al vetriolo e di blocco dei lavori parlamentari, con conseguente stagnazione. Che davvero, al punto in cui è il Paese, rischia di esser peggio delle pur dannose – e da tutti temute – elezioni in primavera.

La Stampa 09.02.11

Governo in perenne conflitto con la Costituzione

Bersani: “Invece di modificare l’articolo 41 il Pd propone 41 norme di liberalizzazione e già da domani 30 saranno in rete, aperte al contributo dei cittadini.Berlusconi sgombri il campo, e poi l’agenda riguardi l’Italia”. In perenne conflitto con la Costituzione, il governo si riunisce domani con l’obiettivo di mettere a punto delle misure idonee a dare (l’espressione è del premier Berlusconi) “una scossa all’economia” del Paese: per l’esecutivo, il punto di partenza è la modifica dell’articolo 41 della Carta.

Da Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, arriva l’appello al governo “perché rifletta prima del Consiglio dei Ministri di domani. Lo invito a non mettere mano all’articolo 41 della Costituzione, perché la modifica sarebbe assolutamente pleonastica dal punto di vista pratico. Da ministro – ha ricordato Bersani – feci tutto nel rispetto della Costituzione, mentre mettere mano ad un articolo della prima parte della Costituzione non è un bel segnale in un momento in cui bisogna che la Costituzione resti una base della convivenza”.

In relazione al possibile varo di norme sulle liberalizzazioni e sugli incentivi, essi “non sarebbero un’iniziativa governativa ma adempimenti tardivi – ha messo in evidenza il leader del Pd – visto che da un anno aspettiamo la legge annuale sulla concorrenza. Buttiamoci al concreto: invece di modificare l’articolo 41 il Pd propone 41 norme di liberalizzazione e già da domani 30 saranno in rete, aperte al contributo dei cittadini. La scossa all’economia – ha concluso Bersani – non può venire da rinvii ma, punto uno, Berlusconi sgombri il campo, e poi l’agenda riguardi l’Italia. Se fosse così noi ci saremmo”.

Processo breve: Bersani lo ha definito “uno schiaffo al diritto di giustizia dei cittadini, è una legge ad personam, un avvitamento dell’Italia ai problemi del premier, è l’occupazione del Parlamento. Se ne deve andare Berlusconi in breve, altro che processo breve”.

In una nota, Stefano Fassina, responsabile economia del Pd, ha sottolineato che “Tremonti e Romani hanno presentato come una grande svolta il ricorso a meccanismi di incentivazione automatica. In realtà, si tratta del credito d’imposta agli investimenti nel Mezzogiorno e del credito d’imposta per ricerca ed innovazione, decapitati con la tagliola del click day nell’estate del 2008. La vera svolta, ma regressiva ed inaccettabile – ha concluso Fassina – vi sarebbe se le risorse per gli incentivi fossero sottratte agli investimenti delle regioni del Mezzogiorno. Saremmo di fronte, ancora una volta, al gioco delle tre carte a cui ci ha abituato il ministro Tremonti”.

Per Pietro Ichino, senatore del Partito Democratico ed economista, “il governo, presentando la riforma dell’articolo 41 come necessaria per l’opera di liberalizzazione e semplificazione del nostro ordinamento, vuole accreditare l’idea non vera che lacci e lacciuoli siano oggi imposti dalla Costituzione”. Secondo l’esponente del Pd, è in corso da parte dell’esecutivo il tentativo “di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da tutti gli che vanno in direzione esattamente contraria alla liberalizzazione dell’economia: per esempio, la legge sull’ordinamento forense, di stampo schiettamente corporativo, che è stata fatta scrivere direttamente dal Consiglio nazionale forense e intorno alla quale – ha concluso Ichino – proprio in questi giorni la maggioranza sta facendo quadrato alla Camera”.

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