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"Le intenzioni e la realtà, il sentiero stretto della maggioranza", di Stefano Folli

Il dilemma ben riassunto da Ernesto Galli Della Loggia sul «Corriere della Sera» è sempre lo stesso. O si riesce a realizzare una tregua duratura in grado di dare un senso all’ultimo biennio della legislatura oppure è più onesto scegliere la via delle elezioni anticipate. Silvio Berlusconi tenta di ancorarsi alla prima ipotesi e il suo piano di rilancio economico, pensato per ritrovare credibilità e consenso presso il mondo produttivo, contiene una serie di ottime intenzioni. Avrebbe dovuto costituire la priorità del governo fin dall’inizio del cammino, nel 2008, e invece sono passati quasi tre anni. Il presidente del consiglio sostiene che oggi la coalizione è più coerente e compatta di ieri perché sono stati eliminati quelli che «remavano contro». Ma è proprio così?

Difficile sostenere che, se l’azione del governo non è stata incisiva, ciò è dipeso dalla presenza nella coalizione di Gianfranco Fini e dei suoi seguaci ora passati all’opposizione. La verità è che il quadro politico, molto favorevole alle riforme all’inizio della legislatura, ora appare usurato e in buona misura compromesso. Per cui c’è una discreta contraddizione tra gli obiettivi ambiziosi che vengono proposti (crescita economica, competitività, piena attuazione del federalismo fiscale, riforma della giustizia) e la realtà parlamentare di una maggioranza che un tempo era ampia e oggi è ridotta al minimo.

Come è noto, Berlusconi è ancora convinto di poter dominare la scena parlamentare. Quei 315 voti della Camera (in realtà 316) che hanno respinto le richieste della procura di Milano sono la base da cui il premier intende ripartire. Tant’è che domani il consiglio dei ministri darà forma al piano di sviluppo, compreso il disegno di revisione costituzionale di tre articoli della Carta.

È come se Berlusconi volesse dire: da oggi in poi parliamo di cose serie. Ma è lecito nutrire qualche dubbio su tale ottimismo. Lo stesso ministro Calderoli, votato al federalismo, sosteneva ieri che è indispensabile rivedere la composizione della commissione bicamerale presieduta da La Loggia. È l’organismo che di fatto ha bocciato il cosiddetto federalismo municipale e che ora deve occuparsi del fisco regionale. Se non si riequilibrano in fretta i rapporti di forza a favore della maggioranza e a svantaggio del «terzo polo» un secondo esito negativo è scontato. Ma non sarà semplice riuscirci.Quanto alla riforma della giustizia, se il problema su cui si sta concentrando il governo è il «processo breve» attendiamoci la paralisi in Parlamento e il massimo della tensione nelle piazze (i finiani sono stati chiari al riguardo, più dei loro alleati dell’Udc). Senza dimenticare che sullo sfondo prende forma l’imminente referendum sul «legittimo impedimento»: in mancanza dello scioglimento delle Camere la consultazione avrà luogo tra maggio e giugno e si trasformerà, come è ovvio, in un plebiscito pro o contro Berlusconi. Con tutte le asprezze del caso.

Come si capisce, non sembrano esserci le condizioni per una tregua stabile. Non a caso il presidente della repubblica ha sentito il bisogno di condannare i disordini avvenuti domenica davanti alla residenza di Berlusconi ad Arcore. Napolitano non perde occasione per svelenire il clima perché si rende conto del corto circuito a cui il paese è esposto. Stavolta il suo intervento è piaciuto al centrodestra: lo schieramento che l’altro giorno lo aveva criticato a mezza bocca per il freno al federalismo.

Il Sole 24 Ore 08.02.11

Si faccia chiarezza sulla Fiat

Sabato prossimo il governo vedrà Marchionne per sapere i destini statunitensi della Fiat. Fassina: “L’incontro va allargato a tutte le parti sociali. I lavoratori Fiat hanno il diritto di sapere che cosa c’è esattamente dentro il progetto Fabbrica Italia”. MF: L’abbandono di Torino potrebbe costare alla fabbrica un esborso di 4 miliardi
Sabato prossimo è fissato un nuovo incontro, a distanza di 13 mesi da quello precedente, tra la Fiat e il governo. Saranno messi su tavolo i piani dell’industria automobilistica italiana e fatta luce sulle intenzioni dell’a.d. Sergio Marchionne di trasferire la Casa torinese negli Usa.

E così finalmente si siederanno allo stesso tavolo Silvio Berlusconi e Sergio Marchionne: uno che ride sempre anche in mezzo all’alluvione e l’altro che non ride mai. Ma mentre poco più di un anno di un anno fa si discusse sul piano di rilancio degli stabilimenti italiani questa volta la scelta “Italia” potrebbe essere marginale. Da questo nuovo incontro si potrebbero conoscere le vere intenzioni dell’amministratore delegato della Fiat dopo le dichiarazioni di venerdì scorso quando, da San Francisco, ventilava l’ipotesi di un trasferimento negli Stati Uniti del quartier generale del nuovo gruppo che nascerà con la fusione di Fiat con Chrysler.

Un allarme talmente evidente da spingere anche il ministro Sacconi ad accorgersi che oltre al fumo potrebbe esserci anche l’arrosto: “Fiat è un patrimonio fondamentale del nostro Paese – ha dichiarato il ministro del Lavoro – che per sopravvivere deve crescere nella dimensione globale e allo stesso tempo mantenere radici profonde nel nostro Paese, non solo in termini di capacità produttiva, ma anche direzionali e progettuali”.

Dello stesso parere anche Paolo Romani, il ministro “meno attivo” per lo Sviluppo economico. Nella sua dichiarazione di facciata ha confermato il grande peso politico che gli è stato affidato: “Chiederemo di investire nel nostro paese. Di rimanere con la testa ed il cuore nel nostro paese”. Come se i destini della Fiat, dei suoi lavoratori e di tutto l’indotto pari al 10% del Pil nazionale si gestissero con “testa e cuore” e tutto sarebbe a posto! Manca solo il vissero felici e contenti a Villa Macherio…

Da notare che mentre il governo si mostra ottimista (forse è davvero convinto che liberarsi della Fiat non sarebbe poi così male) il quotidiano MF lancia un nuovo allarme sulle conseguenze che l’abbandono di Torino potrebbe recare alla Fiat. In caso di trasferimento azionisti di minoranza avrebbero il diritto di chiedere il recesso dai titoli del gruppo e questo potrebbe portare la società a un esborso da circa 4 miliardi di euro. Circa il 66% del capitale della Fiat è in mano a soci terzi al gruppo Agnelli e “in base al terzo comma dell’articolo 2437 del codice civile potrebbero chiedere il recesso a un prezzo pari alla quotazione media del titolo negli ultimi sei mesi (5,6 euro) in caso di spostamento all’estero della sede del gruppo”. Sebbene esistano diversi sistemi per “aggirare” l’obbligo Diversi sistemi per aggirare l’obbligo sarebbero comunque a disposizione. Sabato 12 febbraio è comunque previsto un incontro tra l’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e il premier Silvio Berlusconi per discutere del futuro del gruppo dopo le dichiarazioni del manager italo-canadese in merito a un possibile spostamento della Fiat negli States. Il settore automobilistico, evidenzia stamane il quotidiano MF, pesa per circa il 10% del Pil italiano fra impiego diretto e indotto.

Per Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd “l’incontro a Palazzo Chigi tra il Governo e l’ad della Fiat, previsto per il fine settimana, va allargato a tutte le parti sociali. I lavoratori e le lavoratrici del gruppo Fiat, dopo promesse roboanti e scelte drammatiche, hanno il diritto di sapere che cosa c’è esattamente dentro il progetto Fabbrica Italia. Il confronto dovrebbe servire a chiarire le prospettive degli stabilimenti e delle funzioni produttive da salvaguardare in Italia. Dovrebbe servire a chiarire quando, dove e come saranno investiti i restanti 18,7 miliardi di
euro dei 20 promessi nel lancio di Fabbrica Italia. Purtroppo, anche in questa vicenda il presidente del Consiglio non ha alcuna credibilità. Il suo governo e i suoi ministri non hanno la minima idea di politica industriale in generale e per l’automotive in particolare”.

“Eppur si muove: finalmente il ministro Romani scopre che il settore dell’auto è un pilastro l’industria nazionale”.Questo il primo commento di Cesare Damiano, capogruppo Pd in Commissione Lavoro alla Camera. “Ci auguriamo che anche Tremonti condivida questa opinione e si comporti come i suoi colleghi di Stati Uniti, Germani e Francia che, a sostegno del settore, hanno investito importanti risorse. In assenza di una politica adeguata l’Italia sconterà una concorrenza sleale da parte degli altri paesi che porterà a inevitabili e pesanti ripercussione su occupazione e produzione industriale”.

A.Dra
www.partitodemocratico.it

"Processo breve, Berlusconi accelera Vietti e Anm: legge devastante", di Liana Milella

Pd: in fumo migliaia di cause. Granata: pronti alla piazza. L´obiettivo è approvarlo entro maggio, liberando il premier di due procedimenti
Anche Pecorella critica il ddl che riduce a sei anni i tempi dei tre gradi di giudizio. Berlusconi accelera sul processo breve. Alla Camera. In commissione Giustizia. Già dalle prossime ore. Sarà pure «devastante», come gridano subito Michele Vietti, al vertice del Csm, e Luca Palamara, il presidente Anm. Sarà «una vergogna», come lo bolla il pd Enrico Franceschini. Sarà «un colpo mortale alla giustizia», parola di Antonio Di Pietro. Sarà solo «un escamotage ad personam», secondo il centrista Roberto Rao. Sarà «una prescrizione breve», come lo boccia Daniela Melchiorre, la liberaldemocratica che pure molti accreditano come già passata nelle file berlusconiane. Di certo «non è tra le priorità del Paese», parola del finiano Italo Bocchino. E Fli, per bocca di Fabio Granata, preannunci «le barricate». Sarà pure tutto questo, ma il Pdl volutamente lo ignora e sul processo breve va per la sua strada. Si muove Enrico Costa, il capogruppo in commissione Giustizia, e scrive alla presidente Giulia Bongiorno per chiederle che il ddl torni subito in carreggiata. Già questa settimana. Subissato dalle critiche, dopo una giornata in Piemonte con il Guardasigilli Angelino Alfano, Costa difende la misura e il suo passo: «Vogliamo introdurre regole che combattano gli insostenibili ritardi dei processi penali. È inutile che il Pd ci attacchi visto che loro avevano fatto al Senato la stessa proposta. E che dire dei finiani? L´hanno votato anche loro. Basta con le strumentalizzazioni. Andiamo avanti».
Sì, avanti, e subito. Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto ha chiara la strada. Il calendario di febbraio, purtroppo, è già pronto, ma in quello di marzo ci sarà il processo breve. Giusto in tempo per incardinarlo in aula e passarlo poi al mese successivo con i tempi contingentati. Nel frattempo gli avvocati-deputati-senatori del Pdl (oggi la prima riunione) lavoreranno per un testo blindatissimo, che approvato a Montecitorio necessiti solo di un passaggio lampo a palazzo Madama. Per maggio il processo breve potrebbe diventare legge. E Berlusconi si libererebbe di due dei suoi tre processi (“morti” Mills e Mediaset, in piedi Mediatrade per la frode fiscale fino al 2009).
Questo è il processo breve. Una legge-manifesto per vantarsi, come dichiarano tutti i berluscones, «di aver accorciato i tempi della giustizia», e una legge ad personam, per “potare” quelli del capo. Una legge che riduce a sei anni complessivi i tempi dei processi (nella versione del Senato), articolati nei tre gradi di giudizio; una legge che si applica subito ai reati commessi prima del 6 maggio 2006, quindi indultabili. Una norma che, secondo il pdl Maurizio Paniz , è «presa in prestito» dalla circolare dell´ex procuratore (oggi pg) di Torino Marcello Maddalena. Quindi, nella sua lettura, una legge giusta. «Una legge che l´Europa ci chiede» come dicono Cicchitto e Luigi Vitali. In realtà una legge che a partita aperta cambia le regole del gioco, al punto che pure l´ex avvocato del premier Gaetano Pecorella prende le distanze: «Anche il diritto alla difesa verrebbe compromesso».
Processo breve per azzerare i vecchi processi e conflitto d´attribuzione alla Consulta per “scippare” a Milano il Rubygate. Questo è il menu che il Pdl si appresta a servire a Montecitorio. Un en plein che già mette in allerta Csm, Anm, tutta l´opposizione. Quasi basiti Vietti e Palamara. Il primo si augura che il processo, pur se breve, «rimanga processo». Il secondo si sorprende per un ddl che sembrava «abbandonato». I pd Andrea Orlando e Donatella Ferranti etichettano come «irresponsabile» la richiesta di Costa perché il ddl «cancellerà centinaia di migliaia di processi». La Finocchiaro ironizza «sul lupo che perde il pelo ma mai il vizio». Granata descrive Fli come «pronta alla mobilitazione in Parlamento e nelle piazze». Altrettanto fa Di Pietro con la minaccia di «barricate». Anche il rutelliano Pisicchio dice no «a una legge piegata alle sole esigenze di Berlusconi». La Lega di Maroni tace, pur se il lavoro di tanti poliziotti andrà in fumo. Con esso i soldi spesi per fare le indagini. Ma la priorità adesso è chiudere i processi di Silvio.

La Repubblica 08.02.11

Assemblea PD, i documenti proposti alle Commissioni

Pubblichiamo i testi dei documenti proposti alla discussione e approvati nelle Commissioni su Pubblica Amministrazione, Cultura, Sanità, Sicurezza, Politiche Sociali e Mezzogiorno durante l’Assemblea Nazionale del Pd alla Fiera di Roma (4-5 febbraio 2011)

Commissione P. A.
Un settore pubblico di qualità per far ripartire l’Italia
Commissione Cultura
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura
Commissione Sanità
La salute in tutte le politiche

Commissione Sicurezza
La sicurezza come diritto di libertà

Commissione Politiche Sociali
Persone e famiglie al centro di una società più giusta, libera e solidale

Commissione Mezzogiorno
Per l’Italia e il Mezzogiorno

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"A Marchionne chiediamo", di Cesare Damiano

Adesso il governo deve intervenire. L’ipotesi lanciata da Marchionne (e poi subito ridimensionata secondo uno schema ormai collaudato) di una possibile fusione Fiat-Chrysler, con conseguente trasferimento a Detroit della testa del gruppo, impone all’esecutivo di battere un colpo.
Palazzo Chigi non ha più alibi, sabato prossimo dovrà chiedere conto all’azienda delle sue reali intenzioni. E se, come dice, vuole continuare a governare, deve concepire ed attuare quella politica industriale rimasta finora ignota al suo vocabolario.
Le domande da porre sono molte. Ne propongo alcune. C’è l’impegno di mantenere a Torino la testa del gruppo? C’è l’impegno a mantenere in Italia ricerca, sviluppo e parte importante della manifattura? Ancora. Che ne è del progetto di “Fabbrica Italia”, sbandierato in gran pompa un anno fa e finora rimasto avvolto dalla nebbia? Quando verranno avviati gli investimenti concordati con gli accordi di Mirafiori e Pomigliano? Che tipo di relazioni sindacali il gruppo intende instaurare per creare quel consenso indispensabile a vincere la sfida sul mercato globale? I vertici del Lingotto non possono sottrarsi dal dare risposte. L’Italia non può permettersi di perdere anche la sua industria automobilistica. Se ciò avvenisse, il suo destino di potenza industriale sarebbe segnato.
Che ci siano ragioni urgenti per intervenire lo dicono non solo le intenzioni, ma anche i fatti. Per la Fiat, sul fronte del mercato, il 2011 è cominciato ancora peggio del 2010. Nel mese di gennaio, rispetto al gennaio dello scorso anno, le immatricolazioni del Lingotto sono calate del 27,7 per cento (contro il meno 20,7 del mercato in generale) e la quota di mercato è scesa dal 32 al 29,2 per cento. È un dato allarmante. Che non può essere dimenticato quando si analizzano i recenti accordi firmati dall’azienda con parte del sindacato.
L’andamento negativo delle vendite mette anzitutto a nudo un aspetto fondamentale di quegli accordi.
Insistere solo sulla competitività da costi per battere la concorrenza sul mercato globale – come prevede il “modello Marchionne” – è una scelta sbagliata e perdente. Comprimere il costo del lavoro, che incide solo per il sette per cento sul totale del valore di un’auto, può al massimo portare marginali benefici di bilancio e soddisfare gli azionisti. Ma niente di più. La sfida vera, quella del mercato, la si vince sul piano dell’innovazione, dell’efficienza produttiva e della qualità del prodotto. Sono i modelli a fare la differenza, la Volkswagen insegna. E la Fiat in questa fase è a corto di modelli vincenti.
Una conferma viene comparando alcuni altri dati riguardanti i due gruppi, come evidenziato in un recente convegno dell’Associazione “Lavoro&Welfare”. Negli stabilimenti Volkswagen l’orario di lavoro giornaliero effettivo è di 392 minuti.
In quelli del Lingotto è di 410 minuti, destinati a diventare 420 per effetto dei recenti accordi sulle pause. Una differenza di 28 minuti al giorno. Nonostante ciò il salario di un operaio tedesco si aggira attorno ai 2.600 euro netti mensili, comprensivi di tutte le maggiorazioni per i turni. Mentre quello del lavoratore italiano, che svolge analoghe mansioni arriva a 1.200/1.300 euro, che potranno aumentare anch’essi leggermente con le maggiorazioni dovute alle nuove turnistiche, ma sicuramente non raddoppiare.
Alla Volkswagen la giornata di lavoro è più breve e la busta paga è più pesante. Secondo la logica del Lingotto, ciò dovrebbe avvantaggiare la casa torinese rispetto alla concorrenza. Invece avviene l’opposto. Alla Fiat gli stabilimenti lavorano da anni a ritmo ridotto e il ricorso alla cassa integrazione è massiccio e continuo. Alla Volkswagen non si riesce a tenere il passo delle richieste del mercato a causa di un insufficiente approvvigionamento di componenti.
Perché avviene questo? Credo che siano tre le ragioni di fondo. Due le abbiamo già anticipate. La Fiat perde quote di mercato perché non ha un numero sufficiente di modelli all’altezza delle esigenze della potenziale clientela.
Oggi un kg di vettura Fiat, quanto a valore aggiunto, vale un terzo di un kg di Volkswagen. Se vuole invertire rotta, la casa torinese deve tornare indietro, ai primi tempi dell’era Marchionne, quelli della sfida basata sul prodotto e sfornare modelli medio-grandi con un più alto valore aggiunto. Il Suv previsto a Mirafiori va in questa direzione? Va però ricordato che i volumi di produzione previsti per questo modello sono alquanto risicati.
La seconda ragione riguarda il contesto in cui le case automobilistiche operano. Anche di questa abbiamo parlato. La concorrenza a livello mondiale è spietata. Ma le condizioni non sono uguali per tutti i giocatori. Negli Usa, per rimettere in sesto Ford, Chrysler e General Motors, Obama ha speso sessanta miliardi di dollari. In Germania Angela Merkel ha investito tre miliardi di euro per la Opel. In Francia Sarkozy ne ha messi sette a sostegno di Psa e Renault.
Da noi, zero. Il governo Berlusconi, esauriti gli incentivi, ha ritenuto di non dover fare più nulla, secondo la collaudata logica del lasciar fare. Niente politiche industriali, nessun sostegno all’innovazione.
Il risultato è che le nostre aziende – in questo caso la Fiat – restano penalizzate a vantaggio dei concorrenti.
C’è poi un terzo motivo, che non sempre viene analizzato con la necessaria attenzione, che pesa in negativo sulla nostra industria. Alla Volkswagen il livello di coinvolgimento dei lavoratori sulle scelte dell’azienda attraverso i comitati di sorveglianza è elevatissimo. Da noi questo coinvolgimento non esiste e solo a ipotizzarlo si grida all’attentato alla libertà di impresa. A Wolfsburg è istituzionalizzato da decenni. E funziona. Alla Fiat l’azienda pretende di imporre semplicemente le sue decisioni, quando invece sarebbe necessario il consenso. Con quel che ne consegue sul piano del conflitto.
Serve voltar pagina. Se il governo continua a rimanere assente, se si continua a perseguire come un obiettivo la divisione del sindacato e se, alla ricerca della competitività perduta, si interviene esclusivamente sulla compressione del costo del lavoro, per la Fiat il destino è segnato. Diventare una succursale della Chrysler potrebbe essere davvero l’unica, scoraggiante prospettiva.

da Europa Quotidiano 08.02.11

"Donne in piazza, manifestazioni in 70 città", di Anna Bandettini

L´adesione della Fracci: lo scandalo Ruby mette in imbarazzo l´Italia intera. Non era mai successo: domenica ci saranno manifestazioni di piazza, cortei, letture di poesie contemporaneamente in dieci, trenta, cinquanta… fino ad oggi settanta città italiane. E la lista continua ad allungarsi di giorno in giorno: si va da Trieste a Sassari, da Bolzano a Messina… Perfino Arcore. Altro che veterofemministe e basta: quella di domenica 13 febbraio si preannuncia come una delle manifestazioni più imponenti e popolari contro Silvio Berlusconi. In piazza le donne: donne delle associazioni femminili (moltissime quelle che hanno aderito da DiNuovo che ha lanciato l´appello alla mobilitazione, Usciamo dal Silenzio, Filomena la rete delle donne…), e donne qualunque che per rabbia, indignazione, hanno deciso di prendere parola pubblica. E reclamare la propria dignità contro lo spettacolo della politica italiana, contro la rappresentazione aberrante delle donne e della relazione uomo-donna «ostentato da una delle massime cariche dello Stato, che incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni», come accusa l´appello che, con lo slogan “Se non ora, quando?”, ha chiamato alla mobilitazione anche gli uomini che non si riconoscono nel modello sessista del “sultano” del Rubygate.
La mobilitazione del 13, lanciata solo una settimana fa da un gruppo di donne, artiste, scrittrici tra cui Cristina Comencini, Silvia Avallone, Margherita Buy, Laura Morante, Valeria Parrella, Lunetta Savino, perfino una suora, Suor Eugenia Bonetti, e tante altre, ha immediatamente avuto una valanga di adesioni nella società civile e, trasversalmente, anche nella politica: tra le promotrici c´è Giulia Bongiorno di Futuro e Libertà, la leader della Cgil Susanna Camusso e sia il segretario del Pd Pier Luigi Bersani che Antonio Di Pietro di Idv hanno detto che saranno in piazza. «La trasversalità degli orientamenti è nello spirito della manifestazione. Né vogliamo fare distinzioni di sorta tra donne buone e donne cattive. Il problema non è la donna, semmai un certo comportamento maschile», dice Francesca Izzo, una delle promotrici del gruppo DiNuovo. Ogni città farà la sua manifestazione secondo modalità autonome: a Roma – il programma verrà presentato stamane- si parte alle 14 dalla Terrazza del Pincio per arrivare a piazza del Popolo dove sono previsti interventi dal palco. Ad Andria ogni donna porterà un fiore, a Genova sciarpe bianche e strumenti musicali, a Milano il concentramento sarà dalle 14.30 in piazza Castello. Moltissime le personalità pubbliche che aderiscono all´iniziativa (le voci e i volti su Repubblica.it): ieri Claudia Gerini ha invocato la piazza perché «anche senza essere bigotte, le donne non sono quella cosa lì». Fausto Brizzi autore di Femmine contro maschi, film superpop sulle relazioni di coppia dice: “Se fossi nelle donne farei causa al premier per l´immagine che ha dato di loro all´estero”. E Carla Fracci: «Credo non se ne possa più: questa situazione sta mettendo in imbarazzo l´intero paese. Chi è coinvolto in queste vicende si assuma le sue responsabilità”.

La Repubblica 08.02.11

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“Uomini abbiate più coraggio tocca anche a voi vergognarvi”, di Anna Bravo

Non capisco perché alcuni uomini debbano fare appello alla propria componente femminile per indignarsi di fronte al cosiddetto Rubygate, mentre avrebbero di che indignarsi in prima persona. A uscire devastata dalla vicenda è più l´immagine maschile che l´immagine femminile. Ragazze che si vendono – un fatto che mette ansia, perché la prima giovinezza è un impasto delicato di furbizia, ingenuità, voglia di spadroneggiare, vulnerabilità. Ma soprattutto uomini che soltanto grazie al denaro e al potere dispongono del loro corpo (o magari solo della loro attenzione) e le gratificano con regali comprati all´ingrosso.
Eppure, mentre molte di noi si preoccupano della dignità femminile, nessun uomo ha sentito il bisogno di difendere quella del genere maschile. Certo, il modello Berlusconi è così grezzo e simbolicamente violento che per un uomo di buona volontà può essere difficile vederlo come una ferita inferta (anche) alla propria immagine. Ma, cari, quel modello vi rappresenta in giro per il mondo. Mi stupisce che la vergogna provata da tanti di voi riguardi l´essere italiani, e non l´essere uomini italiani.
Vi sentite incolpevoli? ma allora dovreste sentirvi incolpevoli anche come italiani. Berlusconi vi sembra un alieno? forse, ma non cambia il fatto che appartenete allo stesso sesso.
Alcuni uomini (penso a singoli, all´associazione Maschile plurale, a vari altri gruppi) hanno capito da decenni che non aver mai commesso stupro non basta a chiamarsi fuori da un mondo maschile in cui la violenza contro le donne si ripete ogni giorno. Uno sforzo, e potreste capire che neppure dallo svilimento delle donne è possibile chiamarsi fuori, che c´è una responsabilità sovraindividuale – beninteso, non come colpa general/generica o dannazione originaria, ma nel senso in cui la intende Amery: come somma delle azioni e omissioni che contribuiscono a fare (o a lasciar sopravvivere) un clima.
Non mi riferisco soltanto al sesso in compravendita, e neanche al rischio di degradazione che pesa sulle relazioni uomo/donna – problema politico per eccellenza, a dispetto di chi invoca: «torniamo alle cose serie». Intendo un clima in cui le parole delle donne spesso non sono richieste, e se sì, si ascoltano con l´orecchio sinistro, in cui i vertici di qualsiasi realtà sono clan maschili. Eccetera. Un clima, anche, in cui pochissimi e pochissime possono invecchiare in pace senza sognare/temere/detestare la bellezza e la giovinezza.
Prima di indignarsi per interposta donna, alcuni di voi potrebbero aiutarsi con la memoria. Nel Sessantotto e con molta più forza nel femminismo, c´era la buona abitudine di chiedere alle persone da che luogo parlassero, e il luogo era la condizione personale, i comportamenti, l´ideologia, l´istituzione di cui si faceva parte e altro ancora. Voi parlate come se viveste in una camera sterile, con un filtro all´entrata per proteggervi dal contagio delle brutture altrui, e uno all´uscita per fare il restyling alle vostre – diverse, perché no, ma brutture comunque. Parlate come se la buona volontà e un po´ di buon gusto vi mettessero per così dire al di sopra delle parti. Il che può spiegare certe dichiarazioni stravaganti, ma fa anche sospettare che in un angolo della vostra mente riposi la vecchia filosofia secondo cui il maschile equivale all´universale. Capire che i soggetti sono due, uomo e donna, e che il primo non può rappresentare il secondo, per noi è stata una delizia.
Su, non fateci ripetere cose tanto ovvie!

La Repubblica 08.02.11

Bimbi rom, il dolore di Napolitano "Diamo case dignitose ai nomadi", di Giovanna Vitale

Giorgio Napolitano interviene sulla morte di quattro bimbi rom causata da un incendio a Roma: «Mai più campi insicuri. Diamo ai nomadi case dignitose» ha detto il presidente della Repubblica visitando la camera ardente. È bufera su Gianni Alemanno, accusato di essere intervenuto tardivamente. Ma il sindaco della capitale fa sgomberare le altre baracche della tragedia e promette: «Realizzeremo delle tendopoli». Dal capo dello Stato alla vicepresidente della Commissione europea, dal cardinale vicario di Roma a Famiglia Cristiana: è lungo l´elenco dei richiami indirizzati al sindaco Gianni Alemanno all´indomani della morte dei quattro bimbi rom, arsi vivi nel campo abusivo di Tor Fiscale.
«Una tragedia che pesa dolorosamente su ciascuno di noi e che ci rende ancor più convinti della necessità di non lasciare esposte a ogni rischio comunità che da accampamenti di fortuna, degradati e insicuri, debbono essere tempestivamente ricollocate in alloggi stabili e dignitosi», è il monito lanciato ieri dal presidente Giorgio Napolitano, che nel pomeriggio ha voluto incontrare la famiglia di Raul, Fernando, Patrizia e Sebastian, «orrendamente periti nel rogo del precario rifugio in cui vivevano», per esprimere «il sentimento di umana solidarietà che con me, oggi, provano tutti i romani e gli italiani». Un gesto di pietà che tuttavia non deve esimere dalle responsabilità: «Le autorità locali e nazionali non possono non sentirsi impegnate ancor più fortemente a dare soluzione a un problema così grave in termini umani e civili», ha concluso Napolitano uscendo dall´Istituto di Medicina Legale dove riposano i quattro corpicini. Più o meno le stesse parole utilizzate dal cardinale Agostino Vallini, vicario di Roma, che, «profondamente turbato», ha esortato le autorità ad assicurare ai nomadi «condizioni di vita dignitose e sicure, procedendo gradualmente ad un inserimento sociale che faccia superare la realtà dei campi».
Un problema certo non solo italiano, ma che il nostro Paese non può continuare a ignorare: «La tragedia di Roma dimostra che l´integrazione dei rom deve restare in cima alle priorità dell´agenda politica», mette infatti in guardia Viviane Reding, vicepresidente e responsabile Giustizia della Ue, avvisando che «entro aprile ciascuno degli stati membri dovrà presentare la sua strategia per migliorare la vita della più grande minoranza etnica del continente». Dichiarazioni che secondo l´eurodeputato dell´Idv, Luigi De Magistris, «confermano il fallimento del governo». Italiano e anche romano, dal momento che «c´è una responsabilità politica nel rogo che ha ucciso i bimbi rom», attacca la presidente del Pd, Rosy Bindi: «Dalla destra solo sgomberi e propaganda».
Ma la polemica tocca anche i rapporti tra le istituzioni. Alemanno tira in ballo i veti di chi, come il sindaco di Ciampino, aveva fatto ricorso contro un campo. Il Comune risponde: «Era nostro diritto contestare la decisione». Nella polemica interviene anche il ministro dell´Interno Maroni: »Una volta definito il piano, tocca agli enti locali dare attuazione».
Durissima la presa di posizione di Famiglia Cristiana: «Alemanno annuncia che chiederà “urlando” al Governo di assegnare poteri speciali al Prefetto per realizzare finalmente tutti gli insediamenti organizzati. Peccato che le urla del sindaco debbano arrivare dopo il pianto straziato di una madre» si legge sul sito internet dei paolini, subito tacciato di «sciacallaggio» dal sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano.
Accuse tuttavia rilanciate da una serie di organizzazioni umanitarie. «La rabbia e il dolore di queste ore non devono portarci alla rassegnazione: se continueremo a considerare una questione come questa un´emergenza, non la risolveremo mai», ha ammonito Unicef Italia. Mentre Amnesty International ha ricordato che la politica degli sgomberi forzati di Alemanno, censurata nel settembre dell´anno scorso perché vietata dal diritto internazionale, «non può costituire una risposta alla povertà e all´emarginazione di tante persone rom».

La Repubblica 08.02.11

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In diecimila vivono ancora nei campi abusivi polveriera nomadi, ecco i numeri del flop”, di Mauro Favale

Roma, smantellate le grandi baraccopoli. Ma ne sono sorte duecento fuorilegge. Realizzate solo sette delle tredici aree attrezzate promesse dall´ amministrazione. Un biglietto da visita impegnativo: «Voglio espellere 20.000 immigrati più o meno clandestini che hanno violato la legge. Poi proseguiremo con lo sgombero dei campi nomadi». Nel 2008, appena eletto, Gianni Alemanno si presentò così ai cittadini di Roma. Immigrazione e sicurezza, i cavalli di battaglia. E un piano nomadi che, presentato a fine luglio 2009, vede spostare sempre più avanti il momento della sua realizzazione. Prima era «entro la fine del 2010». Poi «entro la primavera del 2011». Ieri è stato «entro quest´anno». Ma intanto si fa più vicina l´ombra di un flop fondato su alcune cifre: dei 13 campi attrezzati annunciati, finora ce ne sono solo 7. La realizzazione degli altri 6 è ancora in alto mare. I campi “tollerati” sono 11. Nel frattempo, è stato sgomberato il Casilino 900 (il campo più grande d´Europa) insieme a circa 310 campi e microcampi abusivi. Nuclei di tre o quattro famiglie che, tra impossibilità e non volontà di sistemarsi nei campi già esistenti e con le strutture di accoglienza del Comune già sature, tornano nuovamente a ricostruire baracche. Magari frazionandosi ancora di più.
Il risultato sono più di 200 micro-insediamenti tuttora presenti sul territorio romano. E così, sparsi per la città, ci sarebbero, «oltre 2000 persone», dice il Comune. «Oltre tremila», ribatte il Pd. Addirittura «undicimila», sostiene l´Opera nomadi. Approssimazioni che testimoniano la delicatezza e la criticità del fenomeno. Anche perché il piano nomadi annunciato da Alemanno si basava su numeri molto più contenuti: «Roma non può accogliere più di 6000 persone: questo è il limite della sostenibilità». Il censimento “ufficiale” era riuscito ad intercettare nella Capitale circa 7000 nomadi. Sono loro che compongono la mappa del piano comunale, non il totale dei 18 mila (tra censiti e non). Cinquemila provengono dalla ex-Jugoslavia e, per lo più, vivono nei campi attrezzati o in quelli tollerati. Altri 2000 di nazionalità rumena sono sparsi nei micro-campi abusivi: sulle rive del Tevere o dell´Aniene, nascosti tra gli arbusti, o sotto i cavalcavia della tangenziale est.
«Questa città si presta ai nascondigli – sostiene Sveva Belviso, assessore ai Servizi sociali – ed è impossibile tenere tutto sotto controllo». Per la Belviso, come per Alemanno, la colpa è «tutta della burocrazia. La pianificazione fatta due anni fa regge ancora. L´afflusso che c´è stato, però, era imprevedibile. Vivere a meno 40 gradi sulle montagne rumene è più difficile che vivere a zero gradi nella periferia di Roma». Secondo l´assessore, «ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità: il Comune interviene quando il Prefetto ci consegna l´area pronta per il nuovo insediamento. Ma l´autorizzazione per il nuovo campo de La Barbuta, ad esempio, è rimasta ferma un anno e 3 mesi perché scavando sono stati rinvenuti resti di Roma antica». Per il Pd, però, il problema è che «si naviga a vista – afferma il consigliere al Campidoglio Daniele Ozzimo – il Comune ha perso tempo con gli sgomberi senza allestire nuovi spazi e i nomadi hanno scelto di dividersi per non farsi trovare. Aumenta l´insicurezza dei residenti e peggiorano le condizioni di vita dei nomadi».
E poi c´è il capitolo spese: finora 32 milioni che da governo, Comune e Regione sono stati assegnati per il piano nomadi a Roma. «Di questi – spiega il prefetto Giuseppe Pecoraro e commissario straordinario – 20 sono stati spesi per l´ampliamento di 5 campi, pagamento del personale, vigilanza e bonifiche dei campi sgomberati. Quel che resta sarà utilizzato per completare La Barbuta e realizzarne uno nuovo». Ora Alemanno ne chiede altri 30. «Se ci fossero nuovi campi – sostiene la Belviso – si potrebbe dare un po´ di ossigeno alla situazione». E rimettere in moto il piano, visto che la macchina appare ingolfata e, entro un anno, andrebbero chiusi 11 campi “tollerati”.

La Repubblica 08.02.11

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“La preghiera di Sneja nel campo della morte” di Francesco Merlo

«Hai mai visto – mi dice Sneja – un funerale di bimbi celebrato in slavo antico? Gettano fiori lungo la strada, e nelle bare ci mettono di tutto, anche l´Efferalgan e il Vicks Vaporub perché non si sa mai, ci si può raffreddare durante il viaggio verso il paradiso».
Sneja è magra e non somiglia allo stereotipo della fattucchiera, quella che Walt Disney fa vivere ai piedi del Vesuvio. Il suo pessimismo allegro è contagioso: «Cosa credi? Anche noi zingari abbiano i nostri zingari» e quei bimbi sono morti «perché non avevano soldi sotterrati nelle pentole» ai piedi di quegli alberi solitari e scarni lungo le sterpaie dell´Appia Nuova. «Sono morti perché erano i nostri barboni» dice Sneja e ride, ma senza rumore. «Non ci sono tra di voi famiglie povere che muoiono perché esplodono le stufe, perché il fuoco li assale di notte?»
Le racconto che sono stato lì dove c´era il campo e adesso non c´è più nulla, una sedia, una bottiglia vuota, i sigilli su un reticolato che delimita una distesa brulla e la polizia scientifica che ancora esamina – mi pare – ciuffi solitari di erbacce selvatiche. Sneja mi conferma che per scaldarsi riempiono di alcol la solita, immancabile pentola di ferro e incendiano carta, stracci, legno, plastica, «e perciò i bambini d´inverno hanno sempre addosso delle ustioni, ma quelli del tribunale dei minori non vogliono capire che non si tratta di maltrattamenti». E mi dice che c´è una preghiera bellissima che finisce così: «Dio che non sei di pietra, Dio che non sei di marmo, ti scongiuro apri le porte del carcere».
Nella notte una ruspa benedetta ha distrutto quelle quattro baracche che ospitavano una ventina di disperati e su Youtube al mattino presto c´erano già le immagini che ora guardo insieme a Sneja: «Per chiedere l´elemosina bisogna sapere piangere a comando e uno storpio o un cieco possono essere una ricchezza, ma qui è tutto vero, il lamento della madre, le coperte bianche sulle spalle, le autobotti dei pompieri, il fumo, mi vengono i brividi». E a me vengono in mente le deportazioni e l´ultimo bel libro di Roberto Calasso (“L´ardore”) dedicato alla cultura indù, ai Veda: « I nazisti hanno perseguitato e assassinato a centinaia di migliaia proprio gli unici veri Ariani d´Europa, gli zingari, Rom, Sinti. È ben noto che parlano una lingua arcaica neo indiana, che è strettamente imparentata con il dardi, il panjabi e lo hindi moderni».
Qui invece si parla romanesco. Mi avvicino a un vigile urbano che si mette a fare sociologia: «A dotto´, te auguro d´avercelo sotto casa un bel campo rom». I corpicini sono all´obitorio del Verano, per i genitori non c´è pena che la giustizia possa loro infliggere paragonabile a quella che hanno già subito. «Che posso fare io senza i miei figli?» ripete la mamma a cantilena e subito arriviamo noi giornalisti che sogniamo le lacrime dei lettori.
Sneja mi ha accolto e mi porta in giro perché in Sicilia abbiamo un caro amico comune che mi ha molto raccomandato. Ha trent´anni ma ne dimostra cinquanta, la camminata è davvero elegante, si vanta di conoscere tutti i Rom di Roma. E mi racconta che c´è un giostraio che li cerca così, giovani e poveri come quei bimbi che sono morti, li arruola, li alleva e li addestra «topi per infilarsi negli appartamenti, serpenti per sgusciare nelle metropolitane, rane per…». Ehi, Sneja, sei più razzista di un´italiana dei Parioli!, reagisco senza crederci.
Mi dice che il giostraio ha un dente d´oro, «è bellissimo». A Roma i denti d´oro li mette un certo Dragan che di mestiere fa il pentolaio e l´allevatore di cavalli. «È un grande capo. Ma scordati di incontrare Dragan, è alto due metri, se vuoi te lo faccio vedere da lontano». Sono circa le 15 e questo campo Rom, a cento metri dalla pista d´atterraggio di Ciampino, è quello che gli urbanisti chiamano un non luogo, che sarebbe credo un “dove” che sta tra l´essere e il non essere e nel quale non vorresti mai entrare e dal quale temi di non potere uscire. Sneja mi dice di non fare domande: «Vedi, quello si chiama Gringo» e scopro l´integrazione dei western all´italiana. Quell´altro col cappello con la piuma di pavone si chiama Idriz: « Riscuote gli affitti». E quanto costa una baracca con la porta di cartone rosso? «Duecento euro al mese, e ti danno pure forchette e coltelli». Quell´altro che mastica tabacco «è Stevo, ed è nobile, porta l´anello con lo stemma, nessuno si permetterebbe di farlo lavorare, il Re lo vuole sempre nelle cerimonie più solenni». E dove vive il re, in una roulotte?
Ogni tanto sbuca dal nulla un mozzicone di arredamento che sembra abbandonato, un divano, una lavatrice, un carrello di supermercato. A quest´ora ci sono soprattutto uomini, quasi tutti disoccupati, e pochissime donne, conto in totale sei bambini, fumano Marlboro, tre sono senza scarpe e corrono tra l´immondizia, non ci sono gabinetti. Il campo non sembra organizzato secondo un´estetica, ho visitato in passato campi mongoli, le favelas in Brasile e le baraccopoli sulla sabbia tra Catania e Siracusa. Erano meno brutti di questi. Qui c´è armonia solo nelle corde che qualche volta reggono le casupole, forse perché è una perizia da allevatori di cavalli. E ci sono tutti i rottami della modernità, asciugacapelli, telefoni cellulari, un apparecchio per l´aerosol… Capisco che mi sfugge il codice, che c´è un cifrario che forse non si vede. «Le cose belle qui sono nascoste. I vestiti con lo strascico, i gioielli… A mio zio Halija, quando è morto, da solo, accanto ad un bidone che usava come stufa, gli hanno trovato addosso un sacco di soldi cuciti dentro un nastrone di cotone che portava attorno alla vita, sotto la camicia». Non c´è l´acqua corrente ma ci sono il caravan, le automobili, e davanti ad ogni baracca c´è un odore diverso e non mi pare che siano profumi di cucina. Con Sneja vado al campo di via del Salone e poi mi porta in una piccolissima baraccopoli sulla Pontina, una ventina di casupole, è un campo abusivo come quello dei quattro bimbi morti «eccoli, i nostri barboni» mi dice. «Ma non pensare che i più poveri siano i più buoni, la povertà rende feroci, spesso sono i genitori che cercano il giostraio, per i bimbi è il debutto in società, l´ingresso nella vita che è durissima, ma tutti hanno una chance di diventare come Dragan. Eccolo, è quello lì». Vedo un ometto solido, panzuto, baffi neri, un caffettano nero sino ai piedi… «Ma non mi avevi detto che era alto due metri? Sarà si e no un metro e sessanta». «Che c´entra. Solo noi possiamo misurarne la vera altezza» e ride. E questa volta sta ridendo di me.

La Repubblica 08.02.11