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Testo del videomessaggio del Presidente Napolitano per la Festa della Repubblica

Buon 2 giugno a tutti gli italiani.
Celebriamo quest’anno la Festa della Repubblica con animo più fiducioso.
Perché si è fatta strada la necessità di forti cambiamenti in campi fondamentali.
Perché l’Italia può parlare a voce alta in Europa e contribuire a cambiarne le istituzioni e le politiche.
E infine perché si sono moltiplicate nella nostra società e specialmente tra i giovani le manifestazioni di volontà costruttiva e di spirito d’iniziativa.
Sono questi i fatti che devono rendere tutti noi più fiduciosi ; sapendo che la fiducia nel futuro è la condizione essenziale per tornare a crescere e a progredire.
In questi pesanti anni di crisi l’economia e la realtà sociale del nostro paese hanno conosciuto gravi passi indietro, come dice il livello insopportabile cui è giunta la disoccupazione, soprattutto quella giovanile.
Se questa deriva si è fermata, se registriamo segni sia pur deboli di ripresa, il problema è ora quello di passare rapidamente alle decisioni e alle azioni che possono migliorare le condizioni di quanti hanno sofferto di più per la crisi, e aprire la prospettiva di un nuovo sviluppo per l’Italia.
Il da farsi è ormai delineato. Determinanti sono le riforme strutturali tra le quali già in cantiere quelle per le istituzioni e per la pubblica amministrazione, per il lavoro e per un’economia più competitiva.
Auspico un confronto civile in Parlamento, una ricerca di intese che è dovuta per ogni modifica costituzionale. E’ però tempo di soluzioni, non di nuove inconcludenze.
La strada del cambiamento passa per molte altre innovazioni. Ma proprio perché essa è lunga e complessa, si richiede continuità, non instabilità ; tenacia, non ricorrente incertezza.
Questa necessità, che ho sempre richiamato, è stata largamente compresa dagli italiani, e lo dico guardando obbiettivamente all’insieme delle posizioni politiche che si sono confrontate in occasione della recente consultazione elettorale.
Il cammino del nostro paese verso un futuro migliore passa egualmente – non dimentichiamolo – attraverso una lotta senza quartiere alla corruzione, alla criminalità, all’evasione fiscale.
Ed è un cammino che non può essere inquinato e deviato da violenze, intimidazioni, illegalismi di nessun genere.
A tal fine tutte le forze vitali dello Stato e della società sono chiamate a cooperare.
Ecco quel che dobbiamo insieme augurarci nel festeggiare l’anniversario della nascita della nostra Repubblica, della rinascita della nostra democrazia.

www.quirinale.it

"Quei «cognitivi» disposti a cambiare", di Bruno Ugolini

La ricerca di cui parliamo è opera di tre Istituti di ricerche economiche e sociali (Ires) di Emilia Romagna, Toscana e Veneto

Ecco una ricerca che dovrebbe interessare la ministra Marianna Madia, Alla vigilia di un’operazione tesa a portare una ventata «rivoluzionaria» nel lavoro pubblico. Un settore dove sono preponderanti quelli chi chiamano i «lavoratori cognitivi», oppure «lavoratori della conoscenza». Sono insegnanti, operatori scolastici, formatori, ricercatori, musicisti. Chi con contratto stabile, chi con contratto a termine o di collaborazione. Chi precario. Sono i possessori di «saperi» da trasmettere anche se ormai questa caratteristica invade anche molte altre mansioni.

La ricerca di cui parliamo è opera di tre Istituti di ricerche economiche e sociali (Ires) di Emilia Romagna, Toscana e Veneto. Hanno condotto più di 100 interviste e raccolto 1.094 questionari. Una prima sintesi di tale iniziativa testimonia come questi lavoratori abbiano, tra le loro caratteristiche, una spiccata passione per quanto fanno. E tra le preoccupazioni principali quella di «innovare periodicamente il proprio bagaglio di saperi perché questi nel mio settore sono in continua evoluzione». Non intendono adagiarsi nelle proprie invecchiate conoscenze. E bisognerebbe sostenerli in questa «passione» innovativa. Non sempre avviene. Spesso sono costretti a rispondere all’esigenza di una autoformazione continua finanziandola con i propri mezzi. E per la gran parte di quanti hanno risposto ai questionari, il canale privilegiato di acquisizione delle competenze è la formazione dal basso di «esperienze professionali». È interessante annotare altresì come la maggioranza di loro non sia desiderosa di rimanere inchiodata alla propria sedia. Ben il 93,6 per cento concorda con questa affermazione: «Non è importante svolgere per tutta la vita sempre lo stesso lavoro, l’importante è che la propria carriera professionale o lavorativa possa essere il frutto di una scelta libera ed autonoma». Mentre solo il 27,7 per cento rinuncerebbe all’attività-professione corrispondente alle proprie passioni «in cambio di un lavoro sicuro anche se non aderente ai propri desideri». E il 68,1 per cento sarebbe «disposto a cambiare città e al limite Paese se questo fosse necessario per continuare a lavorare nel settore professionale dove ritengo possibile realizzarmi».

Nessuna barriera dunque (87,3 per cento) nei confronti della «flessibilità occupazionale»: essa «sarebbe una condizione tollerabile se ci fossero i giusti ammortizzatori sociali e le necessarie tutele per rendere sopportabili i periodi di transizione da un lavoro ad un altro. C’è da dire che solo il 14,9% dei lavoratori cognitivi considerati «puri» (ovvero con mansioni totalmente legate alla conoscenza) ha un contratto a tempo indeterminato, il 27,7% è composto dai lavoratori autonomi e il 57,7% ha una forma di contratto a termine. Tra questi ultimi il 67,7% afferma che «non sa» cosa accadrà alla scadenza del contratto. L’instabilità, dunque, regna sovrana anche qui. Quali sono le loro rivendicazioni? Sono inerenti alla voce «gestione del tempo», al peso della burocrazia, alla voglia di autonomia. E poi i compensi (medie di meno di 1.100 euro netti al mese), la definizione stessa del compenso, nonché la «definizione della tipologia contrattuale», il «rispetto degli accordi contrattuali o di ingaggio», la «regolarità dei pagamenti», la «continuità lavorativa», il «sostegno a favore della maternità-paternità».Il sindacato fatica a interloquire con queste realtà lavorative.

L’intento dei ricercatori dell’Ires è quello di stimolarlo «a un ripensamento critico del proprio radicamento sociale». La spinta è a «intercettare domande inedite, costruire politiche nuove, avviare percorsi di partecipazione e protagonismo sociale; in una parola, riscoprire la politicità del sindacato come conflitto e progetto». Oltretutto le istanze che provengono da questo mondo del lavoro sono utili anche al futuro delle imprese e quindi dell’occupazione in generale. Spiegano i ricercatori dell’Ires come il successo dell’impresa dipenda «sempre più dalla qualità della prestazione erogata». Ciò richiede «lavoratori più competenti, consapevoli del proprio contributo, legati a cosa producono». Sarebbe necessario far crescere «il ricorso a meccanismi, di compartecipazione, d’integrazione aziendale, di appropriazione delle competenze-conoscenze dei collaboratori». E non entrare nel mondo del lavoro agendo d’imperio.

da L’Unità

"A Renzi serve un partito forte", di Michele Ciliberto

La vittoria di Renzi sta suscitando molte aspettative nel paese, in tutti i settori, compresa la Confindustria. Si capisce: come è stato detto da molti, il successo elettorale del premier è dovuto alle speranze che ha saputo suscitare.

Le ha suscitate in molti strati della nazione compresa un’area mode- rata che si era finora riconosciuta in altre forze politiche. Certo, ha giocato in questo la volontà di contrastare Grillo e Casaleggio che hanno suscitato negli italiani antiche paure con le loro parole minacciose. Ma c’è stato anche altro in quel voto. Renzi è stato avvertito come portatore di idee finalmente nuove, di posizioni finalmente estranee al tradizionale gioco politico. Questa è stata fin dall’inizio la sua forza: aver intercettato sentimenti di speranza, desideri di muta- mento, la voglia di uscire dalla palude. Simmetricamente, il risultato del voto sta provocando reazioni e preoccupazioni nella destra, che comincia a interrogarsi sulle conseguenze dello stato di frantumazione in cui si trova.

In questa situazione il premier quale politica vuole fare? Diceva Horkheimer, parafrasando Marx, che gli uomini vanno giudicati per quello che fanno, non per ciò che credono di essere. Da quello che ha già cominciato a fare si può dire che Renzi ha l’ambizione di «modernizzare» il paese, in nome di un progresso collettivo, non solo dello sviluppo di alcune parti del paese o di alcuni raggruppamenti sociali. Questo significa che dovrà misurarsi con alcune questioni strutturali della storia italiana: il divario tra Nord e Sud; il potere della burocrazia; le fortissime, e storiche, diseguaglianze sociali; la potenza impermeabile delle corporazioni. Problemi antichi ai quali se ne sono ag- giunti altri e diversi: la questione demografica; il problema della disoccupazione giovanile; il rapporto tra i generi. E mi fermo qui, per non imitare il catalogo di Leporello…Per fare questo in democrazia ci vuole ampio consenso. E il premier in questo momento ce l’ha, vasto e robusto. Ma è anche il primo a sapere che esso non è eterno. Anzi, attraversiamo un’epoca nella quale gli schieramenti elettorali sono friabili, si compongono e si scompongono sotto l’impulso di molteplici fattori. Questa eventualità è tanto più forte proprio per- ché la politica del premier è destinata, per la sua radicalità, a toccare interessi forti, capaci di resistere e reagire come sono riusciti sempre a fare nella nostra storia. È una battaglia sacrosanta ma difficile: riuscire a «modernizzare» il nostro paese intrecciando progresso e sviluppo è stato l’obiettivo degli uomini più lungimiranti delle nostre classi dirigenti, ma in genere hanno pagato duramente per i loro sforzi. Ma non serve decifrare Renzi e i suoi obiettivi con vecchie categorie: il suo Pd non è la Dc (della quale facevano parte uomini come Gioia, Gava, Bisaglia …), tanto meno è un erede di Berlusconi. Se poi si vuol parlare di «interclassismo» va detto che esso è di tipo nuovo e che, in ogni caso, ha la punta chiaramente rivolta a sinistra.

Per questo la lotta sarà assai dura e oggi non è possibile prevedere quali saranno gli esiti, anche perché non è facile comprendere in che modo si schiereranno le forze sociali quando l’azione del governo diventerà più efficace e penetrante. A sinistra, la questione demografica incide nella tenuta degli schieramenti tradizionali (come si vede in modo clamoroso in Francia); nell’area moderata non è facile immaginare come si muoveranno gli strati che si sono accostati a Renzi anche per una esigenza di garanzia contro Grillo e Casaleggio; altrettanto difficile è prevedere se le destre riusciranno ad organizzarsi con successo in una sorta di nuovo ressemblement comprendente la Lega. Lo scenario è molto complesso e pone alcuni problemi di ordine strategico. Un tratto che ha caratterizzato finora l’azione di Renzi è il fatto che essa si è svolta «dall’alto». Se ne comprendono i motivi: vuole bruciare le tappe, stordire gli avversari prima che si organizzi- no. Nel suo disegno, la velocità è una scelta strettamente politica, connessa a una cultura alla quale sono sostanzialmente estranee l’idea della mediazione e anche la persuasione che si governi «dal centro». Qui davvero, rispetto alla prima e alla seconda Repubblica, siamo entrati in una stagione diversa. Tutto chiaro. Però la storia e la riflessione politica ci insegnano che quando si governa «dall’alto» si corrono seri rischi, anche quelli del fallimento dei progetti più seri ed ambiziosi. Ci vuole un largo consenso per farcela, specie quando si vuole avviare una stagione di riforme radicali, ed essere organizzati.

Se Renzi vuole vincere la sua battaglia, che coincide oggi con gli interessi della Nazione, ha perciò bisogno di mettere alla base della sua azione salde fondamenta organizzative, dando un respiro ideale alla sua azione. E per far questo ha bisogno di una forza strutturata – qualunque sia il nome che si voglia darle – che non svolga una funzione subalterna o caudataria, come l’intendenza di Napoleone, o che si raccolga e si organizzi solo nel momento delle primarie. Il premier deve mettere subito in campo una forza in grado di sostenere in mo- do costante e propositivo l’azione politica del governo, specie quando essa comincerà a tagliare nella carne viva dei vecchi privilegi e le forze ostili al cambiamento aumenteranno la loro pressione. Quando dico questo però non mi riferisco alle forme tradizionali della politica: la «nostalgia del passato» serve agli storici, non ai politici. Senza un leader oggi non si fa politica. Ma senza una forza organizzata – e capace di esprimere una prospettiva anche sul piano ideale – un leader rischia di cadere perché non può governare e svolgere un’azione riformatrice in «assenza di gravità». Per farlo ha bisogno di potenti contrafforti che ne sostengano l’azione, specie quando, come in questo caso, si propone di riformare strutture antiche, e potenti, della vita del paese.

L’Unità 01.06.14

"Under 30 assunti nei musei e addio bancarelle al Colosseo", di Maria Corbi

Cercansi storici dell’arte under 30. Il decreto cultura varato dal Consiglio dei ministri la scorsa settimana e firmato ieri dal presidente Giorgio Napolitano fa un passo verso i giovani laureati in discipline relative a beni e ad attività culturali. Hai 29 anni? Puoi essere assunto nei musei, nelle biblioteche, negli archivi che da anni soffrono di carenza di organico causa spending review. E questo in deroga ai limiti imposti alle amministrazioni diverse dai beni culturali.

Contratti a tempo determinato, certo, ma sicuramente una chance per tanti ragazzi che con la laurea in tasca e la passione per l’arte sono costretti troppo spesso a ripagare su lavori che diano un minimo di sicurezza. E adesso questo minimo di sicurezza arriva dal decreto Cultura e Turismo trasmesso alla Camera. Oltre alla spinta all’occupazione giovanile, introduce un credito d’imposta (“Art bonus”), del 65 per cento per le donazioni a favore di interventi di manutenzione e restauro di beni culturali pubblici; musei, siti archeologici e biblioteche pubblici; teatri pubblici e fondazioni lirico sinfoniche.

Tra gli impegni voluti dal ministro della Cultura e del Turismo Dario Franceschini quello di proteggere i «tesori di famiglia» naturali e culturali che l’Italia possiede in quantità lottando anche contro il degrado urbano, rafforzando le misure per ridare decoro ai monumenti. Le concessioni ad attività commerciali in spazi antistanti i luoghi di cultura potranno essere revocate, anche in deroga ai regolamenti regionali, e se non sarà possibile trasferire le bancarelle o i camion-bar in altre aree che possano garantire una pari remunerazione, il titolare della concessione sarà indennizzato («nel limite massimo di un dodicesimo del canone annuo dovuto», come recita l’articolo 4 del decreto).

Mai più camion al Colosseo, dunque. Quando è arrivato Obama li hanno fatti spostare, poi sono tornati. Adesso dovranno trovare un altro posto. «Grazie a un semplice procedimento amministrativo, ha spiegato il ministro Franceschini, i sindaci e le soprintendenze potranno revocare le autorizzazioni ad ambulanti, camion bar, e bancarelle vicine ai monumenti. Si tratta – continua il ministro – di un meccanismo efficace e non penalizzante per i commercianti, che saranno indirizzati in altri luoghi o indennizzati, ma che serve a mettere ordine a quel caos che vediamo tutti i giorni nei pressi delle nostre eccellenze culturali. I casi del Colosseo, di Pompei, di Piazza S. Marco e degli Uffizi sono sotto gli occhi di tutti e dimostrano l’urgenza di questa norma che sarà applicata in tutta Italia». Lotta ad ambulanti e abusivi, dunque.

«Lo scopo di questa norma è condivisibile – ha commentato la sovrintendente al polo museale fiorentino, Cristina Acidini -. A Firenze, nelle vicinanze degli Uffizi abbiamo solo due banchi, ed uno nei pressi della Galleria dell’Accademia. Vedremo con quali modalità e dispositivi di legge, nuovi e già esistenti, potremo far rispettare la disposizione».

La Stampa 01.06.14

"Supplenti brevi, in tanti non prendono lo stipendio da febbraio", di Alessandro Giuliani

Molti supplenti temporanei della scuola non prendono lo stipendio dal mese febbraio. Ora, a pochi giorni dal termine delle lezioni, che per la gran parte di essi coinciderà con la fine del servizio a tempo determinato, hanno deciso di denunciarlo. Secondo il gruppo ‘Supplenti della scuola per la qualità e dignità del lavoro’, occorre infatti sensibilizzare istituzioni ed opinione pubblica “sulla situazione di disagio di centinaia di supplenti temporanei della scuola: per questo chiediamo che l’Ufficio VII del Ministero dell’Istruzione e il corrispondente Ufficio del Ministero dell’Economia – si legge nella nota del raggruppamento di precari della scuola – si adoperino congiuntamente per sanare, con emissioni speciali e con gli opportuni provvedimenti agli uffici preposti, la situazione degli stipendi arretrati”.

L’organizzazione denuncia, quindi, “la mancata liquidazione per molti supplenti brevi delle retribuzioni di febbraio, marzo e aprile; la mancata trasmissione dei flussi UniEMens all’Inps, competenza che, dal gennaio 2013, è a carico del Tesoro e che lo scorso anno ha causato lentezze, ritardi e forti disagi nell’istruttoria delle pratiche Aspi e MiniAspi da parte dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale”.

I supplenti hanno ragione: non è la prima volta, anche di questo anno scolastico, che si lamentano per i ritardi abissali dei pagamento del loro stipendio. I vari ministeri interessati, in testa il Mef, farebbero bene a creare le condizioni che certi disguidi non si ripetano. Molti supplenti brevi, stiamo parlando di migliaia di precari, pur di accettare contratti di supplenza sono obbligati a lavorare a centinaia di chilometri da casa. Con notevoli spese per trasporti e alloggi. Ed in questa situazione non vedersi accreditare lo stipendio a fine mese può comportare problemi non indifferenti. Come finire nelle liste dei “cattivi pagatori”.

La Tecnica della Scuola 01.06.14

"Il ritorno della politica in Europa", di Guido Rossi

Le appena svolte elezioni europee hanno rivelato una singolare dissociazione tra le élite politico-intellettuali e gli elettori. Il deficit di democrazia che sta dilagando in tutti i Paesi occidentali, Stati Uniti compresi, rappresentato dalla sottomissione del potere legislativo rispetto a quello esecutivo, sembra con queste elezioni aver subìto un’inversione di tendenza. Gli elettori europei, il maggior numero mondiale dopo quelli indiani, si sono dimostrati più di ogni volta precedente consapevoli dell’importante funzione del tanto disprezzato Parlamento europeo, nel quale per la prima volta hanno potuto indicare il candidato presidente della Commissione, che rappresenta il potere esecutivo. L’Europa tecnocratica, nominata e gestita dall’alto, ha aperto la porta a un’Europa politica orientata dal basso, verso una democrazia rappresentativa nel senso classico.
Le campagne elettorali, frammiste al richiamo continuo di problemi interni, hanno alzato i toni e i livelli delle discussioni sui problemi europei. È dunque un bene per la democrazia che nel Parlamento, insieme a centrodestra e centrosinistra, siedano anche, come stimolo, gli euroscettici e i populisti. E così la valutazione delle pur rilevanti astensioni dal voto non sembrano inquadrabili negli schemi di coloro che intendono uscire dall’Europa, poiché la loro astensione va considerata più come un’opposizione a questa Europa, per come è stata finora gestita, piuttosto che un desiderio di fuga dall’Unione.
Ebbene, il nuovo presidente della Commissione dovrà essere scelto tra i candidati indicati dai vari raggruppamenti, e così tra i primi due Jean-Claude Juncker, per il partito popolare europeo, e Martin Schulz per il gruppo socialista e democratico. Altre liste hanno poi preso addirittura il nome dal candidato Presidente, come ad esempio la lista Tsipras della sinistra radicale. Insomma, il Consiglio europeo deve considerare vincolante il risultato del voto democratico espresso dagli elettori. È certamente questo un enorme passo in avanti nella democrazia rappresentativa in Europa ed è su questa base che dalla nuova Europa, maggiormente legittimata dal punto di vista democratico, può nascere una diversa politica, che affronti i problemi irrisolti della globalizzazione. Costituisce questo un passo fondamentale e la miglior prova della validità del “metodo Monnet”, sulla unificazione europea, dacché Jean Monnet, uno dei padri fondatori, aveva previsto un processo graduale verso l’unificazione politica, le cui opportunità sarebbero derivate da grandi crisi.

Qualche resistenza a questa apertura democratica proveniente dalle elezioni sembra venire, come ho sopra accennato, dalle élites politiche e intellettuali. Lo dimostrano, ad esempio, le iniziali incertezze nei capi di governo sulla scelta del presidente risultato capolista nelle varie coalizio-ni, come quelle della cancelliera Angela Merkel nei confronti di Jean-Claude Juncker, candidato ufficiale del Partito popolare europeo.
Non diverso disprezzo nei confronti degli elettori e della democrazia rappresentativa lo hanno manifestato gli eletti italiani del lista Tsipras, i quali si sono comportati come gli specchietti per le allodole della vecchia politica: appena eletti hanno rinunciato per lasciare il posto ad altri.
Da un assetto maggiormente democratico dell’Unione europea, nella quale pare finalmente ormai tramontata la dominante ideologia dell’austerity, è possibile la spinta ad una crescita sia economica sia politica, anche nei vari Paesi e aldilà di utopici costituzionalismi globali o ripetitivi per ogni problema, le cui rigidità non paiono – come la più avvertita dottrina anglosassone sta sottolineando – essere adeguate alla rapidità dello sviluppo tecnologico ed economico.
Il segno positivo finale che deriva dalle elezioni è che all’Europa dell’economia, con tutti i pericolosi errori compiuti, si stia finalmente sostituendo l’Europa dei diritti, le cui basi giurisdizionali sono peraltro ben solide e non intaccate da crisi, come hanno dimostrato alcune recenti sentenze delle Corti europee, anche in relazione agli assetti istituzionali degli Stati membri.
Da un’Europa, la cui unità politica democratica sia così riaffermata, la prospettazione dei problemi dei singoli Stati membri potrà essere risolta ad un livello superiore e la nuova politica europea potrà costituire nei confronti delle varie aggregazioni che si stanno organizzando in questo momento nel resto del mondo una voce autorevole che finora purtroppo è mancata.

Il Sole 24 Ore 01.06.14

"Ma per il premier il voto non consente rinvii sulla Commissione", da L'Unità

La Germania non come “nemico” ma come “modello”. Buona parte
delle risposte che gli italiani hanno sollecitato con il voto dipendono dall’Europa e Renzi approfitta dell’intervista ad alcune importanti testate europee per confermare i suoi «ottimi rapporti» con Angela Merkel, ma per ribadire anche che «l’impostazione di fondo» dell’Ue «non deve essere centrata sull’austerità» ma puntare alla crescita, all’occupazione e alle riforme. I riconoscimenti al modello tedesco – il presidente del Consiglio cita «il mercato del lavoro o la struttura pubblica» – non possono annebbiare le diversità «su tante questioni», a partire – appunto – dal rigore come imperativo assoluto. Se Romano Prodi sollecita «un blocco forte» di paesi europei – «Italia, Francia, Spagna, Austria» – che «sblocchi» l’Unione, e se il professore dopo aver gettato il sasso cerca di nascondere la mano sottolineando che non pensa a un patto «antitedesco», Renzi per il momento si mantiene cauto. Mettendo a punto le mosse per la partita che si gioca a Bruxelles, tuttavia, nel governo si fanno i conti sui possibili alleati, perché i tempi stringono e senza cambi di passo in Europa sarà difficile mantenersi all’altezza del voto in Italia. La legge di stabilità, tra l’altro, è ormai dietro l’angolo. L’obiettivo è quello di «convincere» la cancelliera a imboccare in concreto una strada nuova e una sponda in tal senso può essere costituita dall’Spd rafforzato dal voto. Anche Renzi però conta sulla Francia, sulla Spagna e sugli altri paesi a cui Prodi allude. Secondo i suoi collaboratori le urne hanno fatto emergere in Europa due personalità altrettanto rilevani, Renzi e Merkel appunto. E per dirla con un parlamentare della minoranza Pd «Matteo può godere oggi di un effetto psicologico positivo. L’Italia che veniva guardata dall’alto in basso per l’effetto Berlusconi adesso, al contrario, può contare su un premier che molti europei vorrebbero alla guida del proprio Paese. Basta pensare alla sconfitta del Partito socialista francese per rendersene conto…». Con il credito ottenuto dal successo del Pd, superiore a qualunque altro partito europeo, Renzi non può mancare obiettivi importanti per l’Italia. Anche dal punto di vista dei «posti di potere» che – come spiegava ieri a La Stampa, El Pais, Le Monde, ecc – lo interessano meno «dei posti di lavoro». Il premier, a sentire alcuni dei suoi, «punta a strappare per l’Italia un commissario europeo con deleghe di peso rilevante» (e tra i nomi più accreditati c’è quello di Enrico Letta). Un italiano alla presidenza della Commissione se il gioco dei veti incrociati dovesse bloccare la candidatura di Juncker? La presenza di Mario Draghi alla guida della Bce rende poco realistico questo obiettivo, secondo ambienti parlamentari vicini a Renzi. È trascorso poco tempo dalla presidenza Prodi, tra l’altro. E il criterio non scritto della rotazione tra stati non depone a favore di una scelta italiana per sostituire Barroso. Al momento è così, anche se è impossibile prevedere al momento l’esito del braccio di ferro che si combatte sulla presidenza della Commissione testimoniato ieri dagli ultimatum di Cameron? Se la candidatura Juncker, sponsorizzata anche dal Pse, non dovesse andare in porto? Il nostro governo non gradirebbe e si opporrebbe a giri di consultazioni e a estenuanti lungaggini. Non soltanto «auspicabile», quindi, che il Consiglio europeo convocato per fine giugno mantenga l’impegno di scegliere il nome del candidato alla presidenza della Commissione da proporre al Parlamento di Strasburgo già convocato per metà luglio. Per Renzi bisogna evitare rinvii. «La nostra preoccupazione è che Bruxelles non dia l’impressione di chiudere “per nomine” – spiega il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Sandro Gozi – Bisogna rispondere al più preso alla domanda di cambiamento che sale dalle urne europee». Accelerare in Italia sulle riforme strutturali per poter chiedere, con forza, maggiore flessibilità nelle politiche della Ue e, assieme, «un ruolo molto più attivo della Banca europea per gli investimenti»: questa la strategia del governo. Dentro queste coordinate il pressing su Merkel e sulla Ue per far cambiare passo all’Europa e, nell’immediato, per impostare in Italia una legge di stabilità all’insegna della crescita e non dei sacrifici.

L’Unità 01.06.14