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"Il cavaliere e il raìs due leader in fuga", di Eugenio Scalfari

Tre giorni fa, mentre la sollevazione del popolo egiziano era arrivata al punto culminante, Silvio Berlusconi fu l´unico tra i dirigenti politici di paesi occidentali a dire che «Mubarak è un uomo saggio e bisogna lasciarlo dove sta. Sarà lui a fare le riforme e solo dopo potrà ritirarsi con onore».
Berlusconi e Mubarak risultano dunque strettamente – e inconsapevolmente – legati tra loro in diversi modi. Il primo è Ruby-Rubacuori, pretesa nipote del presidente egiziano secondo quanto Berlusconi dichiarò alla questura di Milano per ottenere la liberazione della minorenne marocchina dalla custodia della polizia. Mubarak non ha mai saputo di questa “birboneria” congegnata dal presidente del Consiglio italiano tirandolo in ballo.
Il secondo elemento che li lega è la crisi politica che incombe su entrambi; estremamente drammatica quella che minaccia il leader egiziano che deve fronteggiare un paese in rivolta; molto diversa e pacifica quella in corso in Italia che tuttavia configura anch´essa la decomposizione d´un sistema di potere e sembra preannunciarne la fine.
Infine un terzo elemento: sia al Cairo che a Roma, in attesa che le due crisi trovino una soluzione, il potere effettivo non è più nelle mani dei due leader ma è passato ad altre forze di tutela; al Cairo l´esercito, a Roma la Lega Nord. Due forme di transizione che sottolineano in modi diversi ma analoghi il declino inarrestabile dei vecchi leader e l´inizio di una fase nuova e ancora ignota ma ormai inevitabile.Le partite in corso qui da noi sono tre, distinte e conflittuali tra loro.
Quella che interessa la Lega è la partita del federalismo. Dovrebbe esser portata a compimento entro il prossimo maggio; se quella data sarà superata la sconfitta politica per Bossi sarà cocente.
Perciò la Lega la mette in cima nella scala delle priorità e ha deciso di gestirla in esclusiva schiacciando in angolo le priorità del suo alleato.
Le partite che interessano Berlusconi sono invece quella di sottrarsi ai processi e quella di avviare provvedimenti di crescita economica che rilancino un paese immobile, impagliato e mummificato. Anche per queste due partite il tempo a disposizione si conta ormai a settimane, ma per quanto riguarda lo scontro giudiziario addirittura a giorni.
Il Paese assiste. In realtà la sola partita che lo interessi veramente è quella economica che però le altre contese rischiano di relegare in seconda o terza fila. Su questo terreno dovrebbero entrare in campo le opposizioni unificando i loro intenti, i loro programmi e le loro iniziative. Se riusciranno a farlo avranno anche preparato quello schieramento unitario con il quale dovranno affrontare le elezioni che, da maggio in poi, potranno essere indette in qualunque momento.
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Il federalismo è partito col piede sbagliato e non è con le pezze di Calderoli che può essere recuperato e avviato sui giusti binari. Il tema dei costi standard è ancora tutto da discutere, ma non è neppur questo il punto essenziale.
Tremonti ha un suo “mantra” al quale nessuno ha mai creduto: minore burocrazia, minori spese, maggiori controlli dei governati sull´operato dei governanti.
Il mantra di Tremonti ha un difetto molto grave: non c´è una sola cifra che ne attesti la veridicità. Anzi: i decreti legislativi finora approvati o in corso d´approvazione dimostrano il contrario. I Comuni per ora sono alla fame; potranno avere un moderato sollievo tra tre anni. Intanto dispongono di risorse minime, ottenute con incrementi di sovraimposte e con tagli spesso crudeli di servizi. Regioni e Province stanno anche peggio. Lo stock degli impiegati aumenterà. I conflitti all´interno delle varie autonomie e con lo Stato aumenteranno anch´essi. Le diseguaglianze tra Comuni ricchi e poveri nella stessa area regionale e provinciale susciteranno continui conflitti di campanile. Bisognava accorpare i Comuni e abolire le Province prima di partire. Da ottomila Comuni a tremilacinquecento, questo era l´obiettivo e questa doveva essere la prima mossa d´un sistema di autonomie locali. E una politica del Mezzogiorno che diminuisse le diseguaglianze con il Nord.
Poiché niente di tutto ciò è stato fatto, avremo un sistema sgangherato di autonomie a due velocità e una selva di conflitti, rivalità, campanilismi e ulteriore decomposizione del sistema-paese. Di tutto questo Berlusconi se ne infischia ma – non sembri un paradosso – se ne infischia anche la Lega. Dopo il voto contrario della Bicamerale e lo sgarro costituzionale respinto giustamente da Napolitano, Bossi ha detto: «Quello che ci sta a cuore è che i soldi del Nord restino al Nord, il resto sono chiacchiere».
Voce dal sen fuggita. Se questa è la sostanza che sta a cuore alla Lega, essa non sta combattendo per un sistema di autonomie ma per una politica secessionista. Assolutamente inaccettabile. Io non credo che il Nord, tutti gli italiani del Nord, vogliano un federalismo secessionista. Le forze politiche responsabili (ovviamente non quelle di Moffa) dovranno porre questa domanda agli elettori di Torino, di Bologna, di Genova. Forse avremo qualche positiva sorpresa se la domanda sarà fatta con chiarezza e convinzione.
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La politica di crescita. Ora la vuole anche Giuliano Ferrara, di nuovo nel ruolo di consigliere del Principe.
Sinceramente me ne rallegro, anche se le cognizioni economiche di Ferrara non risultano eccezionali, ma il “dominus” è Tremonti ed è a lui che bisogna guardare.
Il ministro dell´Economia è alla prese con la dottrina Merkel-Sarkozy-Trichet, che comporta rigore nei bilanci e riduzione dei debiti sovrani. È chiaro che per far fronte a questi criteri la crescita è indispensabile. Ma come si ottiene?
La risposta di Tremonti è questa: si ottiene con riforme senza spese, liberalizzazioni, vendita di patrimonio pubblico, aumento di produttività e di competitività. Un po´ di sgravi fiscali (spiccioli) per imprese e lavoratori.
Infine grande riforma del fisco (nel 2013 e anni seguenti).
Per intanto riscrittura dell´articolo 41 e abolizione dell´articolo 43 della Costituzione. Per poi, magari, abolire anche l´articolo 1, quello che recita «la Repubblica è fondata sul lavoro».
Una parola sull´articolo 41 (e 43): sono due articoli contenuti nella prima parte della Costituzione quella dedicata ai principi ispiratori della nostra Carta. Per convenzione tra tutte le parti politiche e sociali, la prima parte della Carta non deve essere toccata. Questa convenzione è saltata? Si può intervenire su tutto? C´è stata una consultazione su questo delicatissimo argomento?
Aggiungo: poiché presumibilmente le opposizioni voteranno contro la riscrittura dell´articolo 41, si andrà al referendum confermativo, con la conseguenza che avremo per la prima volta nella storia repubblicana un referendum costituzionale sulla prima parte della Carta, cioè sui principi che ispirano il nostro patto costituzionale.
Ebbene, noi crediamo che sia gravissimo questo programma di sottoporre a voto parlamentare e poi a referendum i principi che ci legano al patto costituzionale. Crediamo che il Capo dello Stato non firmerebbe quella legge e che la Corte la boccerebbe. Per modificare i principi ci vuole un´Assemblea costituente e troviamo molto strano che finora nessuno abbia sollevato questa questione.
Torniamo alla crescita. Con riforme senza spese non si fa niente. Va bene liberalizzare e certo sarebbe un bel giorno quello in cui la burocrazia decidesse in pochi giorni su un´autorizzazione o una licenza e che non ci volessero trenta passaggi e un anno e mezzo per ottenere un permesso.
In tutta franchezza noi credevamo che questo problema fosse stato risolto da un pezzo perché tutti i governi degli ultimi vent´anni ci hanno detto d´avere semplificato e ridotto all´osso il numero delle leggi e delle inutili complicazioni. Ricordo che Calderoli – ministro della Semplificazione – fece un pubblico falò con tanto di fotografi e televisioni e bruciò non so quante centinaia di leggi da lui abolite. Caro Calderoli, ma quali leggi ha bruciato se sono tutte ancora lì e se è vero che bisogna semplificare la burocrazia per costruire un edificio qualsiasi e per ottenere un qualsiasi permesso? Dunque non era vero quello che lei ci ha fatto intendere. Dunque avete gabbato anche questa volta i cittadini. Dunque siete un governo di imbroglioni. Dunque stiamo ancora discutendo sulla Salerno-Reggio Calabria. Non è una vergogna?
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È chiaro che le riforme senza spese non hanno nulla a che vedere con la crescita specie se la crescita bisognerebbe avviarla presto, anzi prestissimo. Nessuno vuole la patrimoniale, salvo l´imposta sulle case prevista dal decreto sul federalismo municipale. Ma per avviare la crescita, incrementare imprese e salari, rilanciare i consumi che scendono, contenere l´inflazione (che è una tassa, non è vero ministro Tremonti? Una tassa per di più regressiva?) i soldi ci vogliono.
Lei, nonostante i tagli, ha fatto correre le spese correnti (riducendo al minimo quelle per investimenti) del 2 per cento l´anno. Ha fatto aumentare il debito fino al 118 per cento. Ha azzerato l´avanzo delle partite correnti. Ha fatto aumentare la pressione fiscale.
I soldi per la crescita da dove li prenderà? Lo vedremo dai concreti provvedimenti che riuscirà a portare in Parlamento sempre che riesca a farsi luce tra il federalismo secessionista che piace tanto anche a lei e le leggi che servono al premier per bloccare i processi che lo riguardano.
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Dovrei parlare ora dell´altra partita, quella appunto sullo scontro giudiziario. Ma su quella non dico nulla, parlano e parleranno le carte. Una parola sulla foto “osé” della quale si parla con crescente insistenza. Se la foto c´è, qualcuno l´ha scattata. Quindi il premier fa entrare nelle sue case gente che è in grado di ricattarlo. Chiedo a Gianni Letta: perché lei ha escluso la ricattabilità del premier deponendo di fronte al Copasir? Se la foto ci fosse lei sarebbe smentito dai fatti. Ha considerato questa ipotesi? Le guardie non dovrebbero perquisire gli invitati del premier quando si tratta di “ragazze di vita”? E se quelle foto se le vendessero e se in contropartita del silenzio chiedessero soldi posti seggi nel Parlamento e nelle Regioni? Siamo ridotti in queste condizioni ed è questo l´uomo che rappresenta il governo e lo Stato?

La Repubblica 06.02.11

"Organici 2011/2012: Altri tagli in arrivo", di R.P.

Si parla di 35mila posti in meno fra docenti e Ata, ma potrebbero essere anche di più dal momento che nei primi due anni di applicazione del Piano programmatico le riduzioni di organico sono state inferiori a quanto previsto dalla legge. Che il dimensionamento degli organici per il prossimo anno scolastico sarebbe stato pesante era nelle previsioni ma certo è che la conferma dell’entità dei “tagli” arrivata nei giorni scorsi dal Ministero non può essere trascurata.
Nei primi due anni di applicazione del Piano programmatico la riduzione degli organici è stata inferiore alla previsione di legge, sia perché è stato necessario dare attuazione alla sentenza della Corte Costituzionale in materia di organici di sostegno sia perché si è dovuto andare cauti sul personale Ata per non mettere a rischio di chiusura le scuole più piccole.
Senza contare che la riduzione del numero di autonomie scolastiche si è realizzata solo in parte a causa della contrarietà delle Regioni che, nelle loro delibere sul dimensionamento, non hanno tenuto molto conto delle previsioni del Piano programmatico del 2008.
Sta di fatto che per il 2011/2012 il Ministero chiederà alle scuole di restituire non meno di 35mila posti (20mila cattedre e 15mila posti di personale non docente).
Per quanto riguarda gli Ata i sacrifici saranno distribuiti su tutti gli ordini di scuola ma metteranno in difficoltà soprattutto i plessi più piccoli di scuola primaria e dell’infanzia che potrebbero non avere collaboratori scolastici a sufficienza per garantire l’apertura per tutto l’orario necessario.
Le 20mila cattedre in meno riguarderanno in particolare la secondaria di secondo grado (nei professionali si passerà da 36 a 32 ore nelle classi prime, seconde e terze) e la scuola primaria dove l’orario a 27 ore sarà esteso anche alle classi terze.
E, sempre nella primaria, si parla anche di un taglio di 4.700 posti di lingua inglese.
Ma potrebbe esserci anche un’altra novità: per recuperare qualche altro migliaio di posti i tecnici del Ministero stanno pensando di eliminare la compresenza oraria fra insegnante di classe e insegnante di religione nella scuola primaria che attualmente ha un “costo” di 2 ore per tutte le classi in cui la religione cattolica viene insegnata da un docente specialista.
Ovviamente c’è da considerare che questa operazione non può essere generalizzata in quanto in molte classi la compresenza dei due docenti (quello curricolare e quello di religione) è indispensabile per garantire la realizzazione delle attività alternative richiesta dagli alunni che non si avvalgono dall’insegnamento della religione cattolica. Una soluzione potrebbe essere però quella di cancellare la compresenza (e quindi “tagliare” diverse migliaia di posti nell’arco dei prossimi 2-3 anni) autorizzando al tempo stesso le scuole a nominare supplenti temporanei per le attività alternative (la spesa complessiva non cambierebbe molto, ma si otterrebbe il risultato di rispettare gli obiettivi di riduzione degli organici previsti dalla legge 133/08).
A partire dalla prossima settimana proseguiranno presso il Ministero gli incontri con i sindacati se non per ricercare soluzioni condivise quanto meno per individuare criteri per distribuire i sacrifici in modo omogeneo fra le diverse aree geografiche

Tecnica della Scuola 06.02.11

"Lo smacco del Lingotto", di Luciano Gallino

L’Amministratore delegato Sergio Marchionne ha annunciato che il gruppo Fiat-Chrysler, una volta che fosse interamente unificato, potrebbe stabilire la propria sede legale negli Stati Uniti. Sarebbe un fatto senza precedenti.Non si ricorda infatti un altro grande costruttore, di quelli che hanno fatto la storia dell´automobile, che abbia de-localizzato non solo il proprio braccio produttivo, ma anche la propria testa, gli enti che decidono e guidano tutto il resto di un grande gruppo nel mondo. Toyota e Volkswagen, Citroen e Renault, General Motors e Ford producono milioni di auto in paesi terzi, ma il quartiere generale, il cuore della ricerca e sviluppo, il controllo gestionale e finanziario restano ben saldi nel paese d´origine.
Sarebbe un grave smacco per Torino, per il Piemonte e per tutto il Paese se Fiat cambiasse nazionalità. L´Italia resterebbe con una sola grande industria manifatturiera, la Finmeccanica, che per il 40 per cento produce armamenti, non esattamente il tipo di produzione di cui un paese possa andare fiero, anche se permette di realizzare buoni utili.
Questo in un momento in cui l´industria automobilistica è dinanzi a sfide, tipo la mobilità sostenibile, che potrebbero cambiare profondamente la sua struttura produttiva ed i rapporti con altri settori che cominciano seriamente a occuparsi di uno dei maggiori temi da affrontare per evitare il suicidio delle città causa collasso del traffico.
Inutile illudersi in merito a ciò che resterebbe a Torino, nel caso che la testa di Fiat Auto se ne vada a Auburn Hills o a Detroit. Il Centro Ricerche Fiat, da cui sono uscite alcune delle più importanti innovazioni degli ultimi anni, in specie, nel campo dei motori, sarebbe prima o poi destinato a seguirla, insieme con i designer, i tecnici che progettano i sistemi base di un´auto, gli esperti di autoelettronica. Quanto ai fornitori di componenti, potranno sperare di trovare nuovi clienti tra i grandi gruppi europei ed extraeuropei che continueranno a costruire milioni di auto in ambito Unione europea gestendo con mano sicura la produzione dalle loro sedi nazionali.
È un esercizio sgradevole a farsi, ma dinanzi a un evento che potrebbe segnare definitivamente la discesa dell´Italia tra le potenze industriali di serie C, bisogna pure chiedersi chi sono e dove stanno i responsabili della eventuale migrazione di Fiat Auto negli Stati Uniti. Non è nemmeno un´impresa facile, perché se uno immagina di metterli materialmente fianco a fianco per affrontare tutti insieme una approfondita discussione sul caso Fiat, non basterebbe ormai un palasport. Forse per deferenza nei confronti delle grandi figure del passato, come Giovanni e Gianni Agnelli, finora se n´è parlato poco, ma sembra evidente che la fuga della Fiat dall´Italia debba non poco alla famiglia proprietaria. Che all´auto deve tutto, ma che da una decina d´anni mostra chiaramente di considerare la produzione di auto come una palla al piede. Altrimenti non si spiegherebbero i modesti investimenti in ricerca e sviluppo che sono calcolati per addetto, la metà di quelli della Volkswagen; il mancato rinnovo di stabilimenti che sono ormai i più vecchi d´Europa, e il lasciare passare di mano il maggiore designer del continente, Giugiaro, senza alzare letteralmente un dito.
Accanto alla famiglia, sugli spalti del palasport dei responsabili della fuga Fiat dovrebbero esserci gli innumerevoli politici, sindacalisti, sindaci, economisti, commentatori tv che hanno salutato i piani del genere «prendere o lasciare» di Marchionne come folgoranti salti nella modernità delle relazioni industriali. Mentre si rivelano ora un goffo tentativo per recuperare sul fronte strettissimo delle condizioni di lavoro quello che si è perso sulla strada maestra dei nuovi modelli, del rinnovo radicale degli impianti, della ricerca e sviluppo. Ad onta della suddetta folla, un pò di spazio sugli spalti dei responsabili della fuga Fiat si dovrebbe ancora trovare per gli esponenti del governo che nel corso degli anni, non solo negli ultimi mesi hanno dato prova di una inettitudine totale nel concepire e attuare una politica industriale che coinvolga l´auto ma non si limiti ad essa. Come hanno saputo fare sia i maggiori paesi Ue, sia perfino alcuni dei più piccoli.
Se la Fiat diventa americana, ossia se è destinata a operare come il distributore di auto Chrysler in Italia, il problema da affrontare subito è il destino di Mirafiori e delle migliaia di posti di lavoro che vi ruotano attorno.
Certo, è sempre meglio montare delle jeep i cui pezzi principali (la piattaforma e il motore) sono costruiti in America che restare disoccupati. Ma Torino e l´Italia meritano sicuramente di meglio. Farebbe bene sperare, o quantomeno ridurrebbe il tasso collettivo di pessimismo attorno al destino dei lavoratori Fiat, se nel palasport dei responsabili della migrazione all´estero di questa grande azienda qualcuno provasse ancora a fare un tentativo per uscire da questo vicolo cieco prima di dover sottoscrivere la resa definitiva.

La Repubblica 06.02.11

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Airaudo: “È l´effetto di una politica assente”, di P.G.

E ora tocca alla politica. Giorgio Airaudo, responsabile nazionale auto della Fiom, invita «chi ha responsabilità istituzionali a lasciare gli spalti dei tifosi e a scendere in campo nella partita Fiat».
Airaudo, non siete stati voi a creare un ambiente ostile a Marchionne in Italia? Perché ora vi lamentate?
«Mi sembra che Marchionne stia facendo tutto da solo. Troppo solo perché c´è un governo che non fa gli interessi del paese e ci sono sindacati che invece di trattare hanno accettato un dikat. Ora tutti scoprono che c´è il problema».
Perché è colpa della politica?
«Ogni tanto è un utile esercizio mettersi nei panni di chi sta dall´altra parte. Marchionne ha di fronte due realtà: una in cui il governo ha scommesso e ha messo sul piatto 7 miliardi. L´altra in cui la politica gli ha detto: “Faccia lei ma noi non mettiamo un soldo”. Lei, in queste condizioni, dove lo metterebbe il quartier generale?»
Marchionne dice anche che da una parte ci sono sindacati collaborativi e dall´altra c´è il conflitto. Come risponde?
«Che con un atteggiamento meno remissivo in Italia oggi rischieremmo di meno. Arrivo a pensare che Marchionne avrebbe preferito una trattativa vera e anche aspra invece di avere di fronte un quadro politico nazionale e locale che fa il tifo senza prendersi impegni e un sindacato diviso tra chi resiste e chi accetta qualsiasi proposta dell´azienda».
Come si esce da questa situazione?
«Ci vuole uno scatto. La politica della delega, del ‘faccia lei´, non porta da nessuna parte. Il governo e anche una parte dell´opposizione si sono affidati in questi mesi alla bontà di Marchionne e alla generosità del capitalismo internazionale. L´uno e l´altro hanno interessi e vincoli che non sempre coincidono con il bene dell´Italia. Sarebbe necessario tracciare un confine che Marchionne non può superare. Invece siamo sempre a rincorrerlo. Ma che cosa avrebbe detto Sarkozy di fronte all´annuncio del trasferimento della sede della Renault a Tokyo?».
Senza scatto che cosa succede?
«Che la Fiat conquisterà la maggioranza della Chrysler per avere il privilegio di divenirne la succursale europea e con il benefit di aver peggiorato condizioni di lavoro e diritti in tutte le aziende italiane».

La Repubblica 06.01.11

16° Congresso dell’Anpi di Carpi, Ghizzoni: “Un dibattito ricco di riflessioni sulla condizione del Paese e fecondo di indirizzi per affrontarla”

E’ questa la ricchezza del congresso comunale dell’Anpi che si è svolto stamattina a Carpi. “Un confronto tra generazioni e tra donne e uomini che provengono da esperienze politiche differenti, ma che si sono ritrovati nell’impegno per la piena affermazione dei valori costituzionali, così come emersi dalla Lotta di liberazione” ha affermato l’On Ghizzoni nel suo intervento di saluto.

“L’Anpi, organizzazione antifascista non partitica, con i suoi iscritti rappresenta un patrimonio pubblico della democrazia, imprescindibile per contrastare la deriva populista che oggi caratterizza il nostro Paese. Una deriva resa ancora più pericolosa dalla crisi economica e dallo sfaldamento della coesione sociale, dal progressivo discredito delle istituzioni e dalla perdita di senso del ruolo della politica: condizioni che potrebbero favorire l’affermazione di tensioni antidemocratiche” . “E’ una sfida che i tanti giovani iscritti all’Anpi assumono come prioritaria, insieme al testimone raccolto da coloro che furono Resistenti per restituire libertà agli italiani e dignità al Paese.”

Oltre Berlusconi con i nostri valori: onestà, serietà, civismo, solidarietà

Bersani conclude l’Assemblea Nazionale e illustra i punti principali di quello che sarà il programma di governo del PD. “Non saranno parole di conclusioni ma un’introduzione all’ultima fase del nostro lavoro.Il progetto per l’Italia”. Così Pier Luigi Bersani ha introdotto la sue conclusioni dell’Assemblea Nazionale del Pd. “Abbiamo mostrato una strordinaria coralità nell’analisi e nella questione politica: il dibattito di questi due giorni ha mostrato grande emozione e tensione civile che non dobbiamo abbandonare. Noi siamo un partito di governo e lo dimostriamo sia nelle decisioni politiche sia quando diciamo parole non generiche sull’Italia che vogliano e che promettiamo di fare”

“Abbiamo arricchito le nostre proposte di contenuti che qui a Roma dovremo sintetizzare. I contenuti toccano a noi e non possiamo delegarli a nessuno:

L’Agenda del Paese. “Parliamo d’Italia. Berlusconi ha ribaltato l’agenda ponendo se stesso al centro. Noi non lo accettiamo. L’Italia al centro della nostra politica.

Il respiro del progetto. “Il nostro progetto e la sua lunghezza d’onda guarda il decennio appena finito ed il prossimo. Il decennio del berlusconismo ha aggravato i problemi economici e sociali. Abbiamo perso contatto con i paesi con cui stavamo volentieri in compagnia. Ormai siamo sotto la media dell’Europa dei 27 in molti aspetti fondamentali. In 2 anni ci siamo allontanati di 4 anni da Francia e Germania. La verità è stata occultata dal populismo berlusconiano. Noi dobbiamo dire la verità: questa è la chiave per rifiutare la chiave della rassegnazione, per costruire nuovi orizzonti e il futuro del paese. Nessuna favola ma una sfida positiva per il futuro.
L’arretramento del Paese è dovuto alla crisi democratica. L’inadeguatezza della politica del ghe pensi mi e del populismo ha deformato la visione del governo: un governo al servizio del breve termine, a servizio dell’interesse personale e non del generale”. Il distacco in Europa è altresì un distacco sociale e democratico. “Siamo arrivati alla politica dei trucchi. Organizziamo tutto il centrosinistra e affrontiamo il problema democratico e sociale.
Il tramonto berlusconiamo. “Ogni giorno si assiste ad un colpo contro i muri portanti della casa comune, contro il sistema delle regole. È giunto il momento per andare oltre. Guardiamo oltre Berlusconi. Rilanciamo il progetto europeo, sarà la finanza a pagare la crisi. I debiti non li devono pagare i giovani. Non lasciamo nessuna ipoteca sul loro futuro. Alleggeriamo il futuro e diamo nuove prospettive”.

Per Bersani i punti chiavi della ripresa sono la “riforma della Repubblica e un nuovo patto sociale per la crescita e lavoro”.

Quando si parla di riforma repubblicana si intende proteggere la nostra Costituzione, che è la più bella del mondo, attraverso la sua innovazione. Questo significa ridurre il numero dei parlamentari, superare il bicameralismo perfetto tra Camera e Senato, una riforma elettorale, la cancellazione delle leggi fatte per la cricca e della sicurezza fai da te. A questo rispondiamo: “lo si farà!”
Significa riformare la Pubblica Amministrazione a partire dall’incompatibilità degli incarichi, la trasparenza, la riduzione dei ministeri, del numero delle Province, l’accorpamento dei piccoli comuni, la riduzione dei raggiri e delle falsità…”lo si farà altro che brunetta!”.
Significa un nuovo sistema di diritti a cui dare la massima importanza: “un figlio di immigrati nato in Italia è italiano, le donne devono contare di più. Mettiamo le mani nella politica con il calore di una risposta civica e morale che non può essere tenuto in astratto”.

Il Patto per la crescita e il lavoro. “Produttività e competitività devono essere recuperate a livello di sistema. Se siamo il Paese che cresce meno, con i prezzi che crescono di più, chi ci sta marciando?
Stabilità e crescita devono darsi la mano. Basta con il tremontismo! Le diseguaglianze e ricchezza solo in mano dei pochi inibisce la crescita: occorre stringere la forbice di questa disuguaglianza. Meno stato e più società non è la ricetta. Devono darsi una mano”.

“Abbandoniamo l’idea dei tagli lineari, mettiamo il cacciavite nel sistema. Noi sappiamo come farlo. Oltre al controllo della spesa, il Pd rilancia sulla riforma fiscale dove abbiamo presentato il nostro progetto 20-20-20 legato ad una nuova fedeltà fiscale: una Maastricht del fisco che varrebbe almeno 50 miliardi di euro. Buone norme, tracciabilità, lotta al nero, atteggiamento vigoroso nei confronti dello stato e delle sue agenzie, il blocco totale e tombale di ogni condono.

“Parlaimo di lavoro. Lavoro unito nei diritti e nella sua rappresentanza. Un lavoro vulnerabile da proteggere con politiche positive per la crescita del welfare. Nessuna chiacchiera ma riforme liberali per lavoro, imprese, famiglia, giovani. Ma ricordiamo che nessun mercato può gestire la scuola e salute”.

“Riattiviamo gli investimenti mettendo le poche risorse a disposizione nel modo giusto. Così otterremo nuove risorse da investire. Nelle per le politiche industriali si deve fare maggiore chiarezza. Caro Marchionne vogliamo parlare solo di pause nei turni o per i 150 anni dell’Italia fai in tempo a spiegarci come intendi investire? Per noi le risposte sono economia verde, nuovi processi tecnologici e qualità. Non si fa politica industriale non con generici incentivi che fanno spuntare solo capannoni”.

“Il Nord si allontana dall’Europa e il Sud si allontana dal Nord. La novità deve venire proprio dal Sud: si parte da lì per dare credibilità ad una convincente ricostruzione dell’unità del Paese. Il Sud chiede riforme utili per sé stesso e per il Nord. Pieni diritti di cittadinanza, standard di servizi perché dove sta bene un cittadino, sta bene un’impresa. Il federalismo può essere una chiave importante, il federalismo non sono quelle 4 robette che ha scritto la Lega. Obiettivi di servizio, meccanismi perequativi, costi standard, sono cose che dovrebbero capire bene anche i leghisti. La lega con Bersluconi non può farlo il federalismo! Al Sud non è tutto da buttare: non lasciamo soli i giovani amministratori lo dobbiamo a Salvatore Vassallo. Dobbiamo fare una guerra micidiale all’analfabetismo di ritorno, investire su scuole tecniche, professori, contratto unico di ricerca, stop alle riforme dell’università fantasma!”

“La nostra è una sfida della modernità per tenere assieme diritti sociali e diritti civili, così ho sempre letto l’articolo 3 della Costituzione”.

“L’Italia non può essere più vecchia della sua democrazia, non può essere più vecchi degli italiani. Deve essere più giovane! Pronunciamo le parole essenziali, radicalmente alternative a Berlusconi: onestà, serietà, sobrietà, civismo, solidarietà.

“Riprendiamo queste parole e le mettiamo davanti al nostro mondo. Noi siamo un partito con valori civici, che sono il cuore del nostro progetto. C’è sottotraccia una forte esigenza di valori. Oltre l’umiliazione di questo periodo c’è l’Italia di domani e il Pd si mette con tutte le sue forze e tutta la sua unità si mette a servizio di questa Italia”.

A.Dra

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Franceschini: “Dobbiamo sfidare la destra sui valori. È la strada per ricostruire l’alternativa”
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Dario Franceschini, capogruppo Pd alla Camera, ha introdotto il suo intervento parlando delle problematiche più imminenti della nostra società e dell’immobilismo dell’azione di governo. “Abbiamo letto sui dati forniti dall’Istat che c’è il 29 per cento di disoccupazione giovanile. C’è una assenza totale di governo, una vera e propria paralisi del Parlamento. Da dopo dicembre c’è stato uno svuotamento dei lavori parlamentari. Non si governa il Paese e si va avanti a video messaggi e bandiere sventolate vuote come quella del federalismo. Per questo – ha detto Franceschini – noi dobbiamo intervenire perché i rischi per la democrazia italiana sono tanti”. “Ci sono rischi per la qualità della democrazia italiana, i colpi di coda sono i più pericolosi e lo si vede già dall’occupazione sistematica della Rai, dalla compravendita sbandierata dei parlamentari dalla vicenda tragica e ridicola del caso Ruby. Davanti ad una situazione di emergenza serve una risposta di emergenza e per questo io penso che bisogna accelerare l’alleanza costituzionale”. Così dal palco dell’assemblea del Pd, Dario Franceschini rilancia la ‘grande’ alleanza ”perchè serve un arco largo di forze per ricostruire sulle macerie del Paese”. “Discredito delle istituzioni, vergogna, mescolanza di tragico e ridicolo, questa è l’Italia che appare da fuori. Noi di fronte a questo scenario rischiamo l’assuefazione, per questo un è bene che ci sarà la mobilitazione delle donne il 13 febbraio e noi saremo presenti. Siamo dentro una emergenza democratica, come ha detto Bersani e si deve dare una risposta di emergenza. Dobbiamo costruire attorno a noi un appello alle forze dell??opposizione. Franceschini si è anche rivolto a chi ha ambizioni di premiership nel centrosinistra: ”Noi dobbiamo dare una risposta reale e rispetto alla salvezza della democrazia italiana non deve essere più importante la propria candidatura”. Franceschini ha quindi ribadito che “ci sono dei valori che uniscono, anche se si proviene da altre esperienze e su questi valori oggi bisogna appellarsi: il senso dello stato, il rispetto delle regole, l’unità nazionali, insomma valori di democrazia inconciliabili, devono tornare ad essere temi condivisi. Ci deve essere una forza sociale adatta a ricostruire sulle macerie del berlusconismo, che sono macerie di valori. Prima c’erano dei punti basilari, fondativi, che univano la società: famiglia, comunità, uguaglianza, ma tutto ciò è stato spazzato via da 20 anni di berlusconismo”.
“Ora contano solo i soldi il potere e diventare famosi. La misura del successo è rovesciata. Ad esempio maestri e insegnanti sono stati sempre rispettati e oggi non lo sono più perché guadagnano poco. È stato distrutto il patrimonio condiviso della società italiana. – Ha concluso Franceschini -dobbiamo superare e ricostruire per tornare ad un percorso di confronto anche europeo, sfidare la destra sui valori. È la strada per ricostruire l’alternativa”.

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Il 17 marzo di Confindustria "Al lavoro anche se è festa", di Giorgio Ruffolo

Emma Marcegaglia si preoccupa assai della perdita delle ore di lavoro destinate alla celebrazione dell´unità d´Italia. La festività è prevista per il 17 marzo. Ho sempre apprezzato la serietà delle posizioni assunte da Marcegaglia: anche lo stile e il coraggio. Questa volta non posso proprio.Credo che avrebbe dovuto riflettere al fatto che non si tratta di una “festa”, che prende a pretesto un fatto storico per concedersi una vacanza, ma di un giorno da dedicare alla memoria e alla storia di questo Paese.
Nel quale abbiamo molti Santi e Madonne cui tributiamo l´omaggio di una giornata di lavoro senza che a qualcuno venga in mente di contare le ore produttive perdute.
Se in centocinquant´anni non troviamo l´occasione di rinunciare a otto ore di produzione, vuol dire che o siamo allo stremo della nostra economia, o della nostra dignità.
Non credo che la controproposta, di celebrare l´unità con un rinfresco, Marcegaglia avrebbe potuto avanzarla in Francia, in Spagna, in Inghilterra. O negli Stati Uniti.
In quei paesi l´unità nazionale è un valore e non un prezzo.
Se fosse un prezzo, dovremmo fare una lista delle giornate di ferie, per stabilire qual è l´utilità marginale del loro sacrificio. Penso che se ne troverebbe qualcuna meno costosa della unità nazionale. Si può insomma, sempre restando nel mondo della contabilità, chiedere di eliminare una delle feste comandate per onorare pienamente l´Italia. Sarei curioso di sapere, in questo caso, quale sarebbe la scelta della Marcegaglia. Questa è la mia proposta. Se il problema è di prezzo e non di valore, come sembra intendere il presidente della Confindustria, prezziamo le feste, e sapremo quanto valgono. Ma mi rendo conto che è una proposta pericolosa. Potrebbe venire in mente a qualcuno, anziché le feste, di aumentare i giorni di lavoro. Qualcuno, in Confindustria, potrebbe dire: perché no?

La Repubblica 05.02.11

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“Se le imprese trascurano l’Unità d’Italia”, di Giovanni Belardelli

Nei giorni scorsi era stato il presidente degli industriali bolognesi a criticare l’introduzione, il 17 marzo, di una festa per celebrare i 150 anni dell’Unità, perché comporterebbe per le aziende un aumento del costo del lavoro e la perdita di un giorno di produzione. Ma si poteva pensare a un’opinione minoritaria nell’ambito del mondo imprenditoriale. La dichiarazione rilasciata ieri da Emma Marcegaglia di fatto sembra schierare invece l’intero fronte degli industriali su una posizione analoga. È vero infatti che la presidente di Confindustria ha dichiarato di approvare l’istituzione della festa, ma non si capisce bene in che cosa questa si distinguerebbe da un normale giorno feriale una volta che tutti lavorassero percependo l’usuale salario. Intendiamoci, il riferimento alla situazione economica del Paese, e dunque alle difficoltà che gli industriali debbono affrontare, non è certo campato per aria. E tuttavia fermarsi a una considerazione del genere appare miope. In un’Italia ancora attraversata da culture politiche— di destra, centro e sinistra — inclini a una considerazione non proprio positiva nei confronti dell’impresa privata, gli ambienti confindustriali non si stancano di ripetere come lo sviluppo industriale faccia tutt’uno con il progresso e l’interesse generali. Ma come si fa allora a non percepire quale immagine non positiva di sé, verrebbe da dire poco italiana, rischia di dare un mondo imprenditoriale non disponibile ad affrontare i costi di una festa una tantum come quella del 17 marzo, destinata a essere celebrata solo quest’anno? Ma non si tratta solo di questo. Si tratta anche di tener conto del fatto che ci troviamo a ricordare i 150 anni dell’Unità nazionale in un momento assai critico per il Paese. Sia per i durissimi conflitti tra partiti, nonché tra istituzioni e poteri dello Stato, che sono sotto gli occhi di tutti. Sia perché da più parti (la Lega, certo, ma anche un settore consistente dell’opinione pubblica meridionale) si contesta la stessa positività della nascita, nel 1861, dello Stato italiano. Proprio per questo è tanto più essenziale che la Confindustria si percepisca non soltanto come il «sindacato» degli industriali, ma anche come un pezzo rilevante della classe dirigente italiana, unendosi senza mugugni e riserve alle celebrazioni del prossimo 17 marzo.

Il Corriere della Sera 05.02.11

"Il circolo vizioso della riforma", di Michele Brambilla

Atteso da anni come panacea di tutti i mali, il federalismo rischia ora di diventare il pasticciaccio brutto del Nord. E di mandare in crisi sia la destra, sia la sinistra sia soprattutto i cittadini padani. Vediamo di capire perché, procedendo con ordine visto che la questione è complessa e non sappiamo – tra gli arzigogoli della politica e le inevitabili semplificazioni giornalistiche – quanto sia arrivato davvero ai cittadini.

Dunque. L’altro ieri alla Commissione bicamerale è stato respinto un «pezzo» del federalismo; il governo ha cercato di farlo passare ugualmente con un decreto, che ieri il Presidente della Repubblica ha però dichiarato irricevibile, chiarendo che una cosa del genere deve passare dal Parlamento. E infatti si tornerà a discuterne alle Camere. Ulteriore chiarimento per i non addetti ai lavori: una riforma passata alla Bicamerale avrebbe avuto il marchio di un riforma condivisa; una che invece passa alle Camere con un voto di maggioranza ha quello della riforma di parte.

Che cosa significa tutto questo? Che il federalismo è stato bocciato, oppure che passerà solo con i voti di Pdl e Lega? E che il Presidente della Repubblica si è messo di traverso?
Questi sono i messaggi passati in questi giorni, ma la realtà è più complessa.
Innanzitutto quello che è stato respinto l’altro ieri alla commissione bicamerale non è «il federalismo», come sta passando di bocca in bocca, ma solo uno degli otto decreti attuativi del federalismo, e per la precisione la riforma del fisco municipale, che degli otto decreti non è certo il più importante (molti più effetti avrà quello sulla sanità).

Comunque. La bocciatura alla bicamerale e poi l’intervento del Presidente della Repubblica hanno scatenato l’ira del popolo leghista. Che è furibondo non solo con «la vecchia politica», ma anche con Berlusconi. Tra giovedì e ieri decine di ascoltatori di Radio Padania si sono sfogati dicendo di non poterne più di un’alleanza, quella con Berlusconi appunto, che non porta mai a risultati concreti. Anche i deputati leghisti erano lividi.

Ieri l’ordine di scuderia è stato quello di gettare acqua sul fuoco. Il ministro Calderoli è andato a Radio Padania a tranquillizzare la base, a dire che quella di Napolitano «è solo un’interpretazione» e che tutto si risolverà in Parlamento «in dieci o quindici giorni». Ma i vertici leghisti sanno bene che la base è in fermento e se i capi fanno i pompieri per non rompere con il Quirinale, i tiratori scelti si incaricano di far sapere che la Lega è combattiva come sempre: Borghezio ha detto che «Napolitano non è più ispirato dal pensiero di Carlo Cattaneo ma dagli eterni azzeccagarbugli della politica italiana», e Gentilini ha aggiunto che sono state «le grandi ideologie del passato a far decidere Napolitano per il diniego». Mostrandosi così in sintonia con il popolo duro e puro. Ieri sera, pur dopo l’intervento al valium di Calderoli, i microfoni di Radio Padania si sono riaperti al pubblico e il primo degli intervenuti è stato telegrafico: «Va bene rispettare il Capo dello Stato, ma non dimentichiamoci che è un comunista».

La Lega quindi è inquieta. Ma, dicevamo, anche la sinistra è preoccupata. In Parlamento è infatti scontato che il Pd voterà contro al decreto sul fisco municipale. Lo farà in modo convinto. Ma mettendo in difficoltà i suoi deputati del Nord, che si chiedono con quale faccia si presenteranno alla prossima campagna elettorale, nei loro collegi, dopo aver votato contro il federalismo. Ci confidava ieri un parlamentare Pd: «Per spiegare perché quel decreto è una boiata dovremmo parlare per ore, portare dati e documenti. E invece purtroppo ormai si ragiona per slogan, e lo slogan che passa è che il Pd vota contro il federalismo. E quindi contro il Nord».

Ma siccome la vicenda è tutta un susseguirsi di paradossi, anche per i cittadini del Nord il federalismo rischia, come dicevamo, di diventare motivo più di scontentezza che di liberazione. Adesso c’è sconcerto perché si ha la sensazione che i soliti «poteri forti» ostacolino le riforme. Ma poi, se e quando il decreto sul fisco municipale passerà, il primo impatto sul Nord sarà deludente per non dire devastante. «I Comuni – ci confessava ieri un importante sindaco leghista – dovranno tagliare i servizi. E i cittadini si vedranno aumentate le tasse». Sulle case, sul turismo, perfino sulla piccola e media impresa. Questo perché gli effetti benefici del federalismo, secondo le stesse previsioni della Lega, si vedranno tra alcuni anni, ammesso che si vedranno.

Insomma per adesso il federalismo, che nelle intenzioni di Calderoli doveva essere una riforma condivisa, ha accentuato lo scontro istituzionale. Tra un po’ dovrebbe mandare in crisi il Pd nel Nord, e tra un po’ ancora dovrebbe deludere chi l’aspettava come la manna dal cielo. Un circolo vizioso, dal quale si potrebbe uscire solo con un diverso clima politico.

La Stampa 05.02.11