Latest Posts

Allarme sicurezza nelle scuole «Pochi bidelli, i ragazzi escono»

Possono uscire da scuola senza che nessuno se ne accorga. Basta una spinta alle porte antipanico e gli studenti, in molti istituti, riescono ad assaporare di soppiatto il gusto della libertà nelle ore di lezione. «Risultato dei tagli al personale Ata, ossia i collaboratori scolastici. A volte c’è un solo addetto che deve controllare tre piani», denuncia Lorenzo Micheli, segretario della Flc-Cgil. Che ieri mattina ha infatti reso partecipe il prefetto Gerarda Maria Pantalone del problema sicurezza, ricevendo l’assicurazione di un pronto interessamento. «Prenderà contatti con i vigili del fuoco per cercare una soluzione, cercando al contempo di capire come poter agire per quanto attiene alla carenza di personale», prosegue Micheli. E’ accaduto più volte «di assistere al corri-corri dei docenti, in vari istituti medi», ribadisce snocciolando le cifre della scure che si è abbattuta sugli Ata «tanto che dal primo settembre sarà difficile, in alcuni casi, trovare anche chi apre e chiude la scuola», rimarca Lucia Guerranti. La seconda tranche di tagli in provincia di Siena rischia di portare alla perdita di altri 150 posti, di cui una cinquantina saranno Ata. Va da sè la decurtazione di numerose ore di laboratorio «anche nelle scuole osserva Rita Petti della segreteria Flc dove l’aspetto pratico era elemento caratterizzante. Vedi il professionale di Colle in cui sono passate da 8 a 3». «Vedi alcuni laboratori dell’Einaudi a Chiusi che non sono stati attivati per la mancanza di collaboratori», si inserisce Guerranti. Insomma, una situazione drammatica rappresentata al prefetto anche sotto un altro profilo: la possibilità che gli studenti i quali intendono iscriversi a una determinata scuola superiore possano farlo. «Un esempio? Ci sono 40 ragazzi, facciamo un’ipotesi, che vogliono fare il Classico a Montepulciano. Si forma una classe di 33, gli altri sette devono ripiegare su Siena o Colle se intendono scegliere questo percorso con i disagi negli spostamenti di un territorio come il nostro. L’alternativa è cambiare indirizzo. Segnaleremo la questione al provveditore Cotoloni affinché sia consentita la possibilità di iscriversi. Il 12 febbraio è l’ultimo giorno utile per scegliere scuola: ci sarà da vederne delle belle».

La Nazione Firenze 05.02.11

"Il diritto di sognare un´Italia pulita", di Roberto Saviano

L´Italia oggi non è un paese libero. Sia chiaro: non sto dicendo che la situazione italiana sia in qualche modo comparabile con i totalitarismi del passato. Niente a che vedere con fascismo o comunismo, è ovvio. Ma ciò non ci deve impedire di dire che oggi chiunque attacchi il governo sa che subirà un´intimidazione, una forma di ritorsione.
Sa che potrebbe essere colpito, lui, o i suoi cari, da una qualche velina infamante che cercherà di sporcarlo davanti all´opinione pubblica. La libertà non può esistere solo come costruzione astratta o peggio come principio. “La libertà politica – scriveva Salvemini – è sostanzialmente il diritto del cittadino di dissentire dal partito al potere. Da questo diritto di opporsi al potere nascono tutti gli altri diritti”. In Italia, certo, si può dissentire: ci mancherebbe altro. Ma a che prezzo? Al prezzo di essere pronti a sottoporsi ai veleni della macchina del fango. Lo abbiamo visto in passato con Boffo, con Fini, con il giudice Mesiano, ora con Ilda Boccassini. Lo vedremo ancora.
Parlo da trentenne. L´odio che senti vicino quando ti poni contro certi poteri mi ha stupito. Guicciardini aveva ragione quando definiva l´Italia un paese di contrade. Temo che se queste contrade non saranno dismesse non potremo andar lontano. Sembriamo condannati a dividerci su ogni cosa. Ci si può essere antipatici, ma in questo momento non c´è spazio per sottolineare le differenze, per misurare chi è più critico e chi è più puro, chi ha la corona del miglior antagonista o dell´Italia migliore. Questo è il momento non dico dell´unità, ma almeno delle affinità. La purezza non serve più. Ricordo quel che diceva Don Milani: “A cosa sarà servito avere le mani pulite se le abbiamo tenute in tasca?”. Sporcarsi le mani non ha nelle parole del parroco della scuola di Barbiana nessun significato di corruzione, è ovvio: vuol dire la necessità di fare, anche sbagliando, di realizzare cose che possano essere difficili, ma utili. Unirsi nelle diversità è cosa complicata ma ormai imperativa. Certi che da questa unità verrà del bene per tutti.
Monicelli poco prima di morire auspicava una rivoluzione. Oggi la parola rivoluzione in me non evoca banchetti di sangue né vendette, né palazzi d´inverno né Moncada. Ancor meno fucilazioni e “uomini nuovi”. E´ invece la parola che mi fa tornare alla mente la lezione di Piero Gobetti: oggi ho la sensazione che sia rivoluzionario non considerare gli elettori di un´area avversa come perduti. Che sia rivoluzionario sentirci tutti partecipi di uno stesso paese ed un unico destino. O si riparte da questo o non saprei proprio il motivo di impegnarci, intervenire, “sporcarsi le mani”.
Sento di poter scrivere queste parole proprio perché vengo da una terra dove la legalità significa vita e libertà in maniera forse più chiara che qui a Milano. E perché non appartengo alla generazione che ha creduto nel socialismo reale. Non ho amato i rivoluzionari tramutati in dittatori. Non ho creduto in sogni di società perfette divenuti inferni in terra. Appartengo alla generazione che ha visto i caduti della sua resistenza morire per costruire un paese dove le opportunità, il talento, il diritto, fossero cose reali. Gianni Falcone, Rocco Chinnici, Rosario Livatino, Carlo Alberto Dalla Chiesa. non muoiono mentre stanno portando avanti la loro professione di magistrati a difesa del diritto e perseguendo i reati. Almeno, non solo per questo. Fanno molto di più.
Così come Giancarlo Siani, Pippo Fava, De Mauro non muoiono perché inciampano in verità indicibili. Ma perché scrivendo rendono pubbliche le verità che conoscono: e molti uomini e donne che hanno verità possono trasformare lo stato di cose. Per questo vengono condannati a morte. Per la loro parola.
In questa battaglia la mia generazione è cresciuta. In un Paese dove lo Stato non era un monolite tutto corrotto o tutto rivolto al bene. Ma dove una parte di Stato corrotto era affrontato quotidianamente dall´altra parte dello Stato. Vivere costruendo le possibilità di essere felici è una necessità dell´uomo, l´unica alternativa ad una rassegnata, cupa disperazione: un sogno che non può non farti combattere con tutto te stesso contro l´impossibilità di far affermare il merito, l´impegno, il talento. L´ingiustizia è di questo mondo. Ma sono di questo mondo anche gli strumenti per affrontarla. In questa fase in Italia non sembra possibile. Il governo e l´area culturale che lo sostiene non si difende mai dalle accuse – così evidenti, così manifeste – dicendo: non si fanno certe cose. Ma sostenendo l´autoassolutoria tesi del “così fan tutti”. L´accusa maggiore a chi chiede un paese diverso è l´accusa di essere un ipocrita: “Berlusconi fa quel che tutti fanno o vorrebbero fare”. Non è vero, non è così, dobbiamo ribellarci al ritratto di un Paese piegato e corrotto, accomunato in una specie di complicità collettiva. C´è un´Italia che ha il diritto e il dovere di venire alla luce e di prendere voce: un´Italia che crede nelle regole, nella legalità, che crede che non sia normale avere un premier che, preda di una senile ossessione sessuale, paga le minorenni, mente allo Stato per proteggerle e sfugge ai magistrati.
Albert Camus diceva che la sofferenza, come la morte, non si può sconfiggere: ma che il nostro dovere è di riparare nella creazione tutto ciò che può essere riparato. Io in questo credo: nella possibilità di ridurre aritmeticamente il dolore. Forse un mondo migliore non esiste, ma credo nella possibilità di migliorare il mondo. Per questo sento che è il tempo per tornare a sognare. Non sembri scontato e retorico e anche se lo fosse ben venga. Ma sognare un paese diverso non può che essere il carburante vivo e persino divertente del tentativo di cambiare le cose. Di cercare una felicità possibile. Una felicità semplice, fatta di un lavoro dignitoso, della possibilità dell´individuo di provare quanto vale. Di ricevere quanto merita. Non è il sogno di un paradiso inesistente ma di un luogo un po´ diverso, dove l´ingiustizia, il favore, la raccomandazione del potente di turno per ottenere un lavoro o addirittura un posto in consiglio regionale o in parlamento, non esistano più. I valori che ci fanno in questo momento stare insieme sono sepolti con l´urgenza di identificare ciò che non siamo ciò che non vogliamo. Ora è il tempo di dire anche ciò che siamo e ciò che vogliamo.

La Repubblica 05.02.11

Lo schiaffo di Napolitano: «Siete stati scorretti», di Mario Lavia

Il Presidente non firma il decreto: «Il governo torni in parlamento». La firma non c’è, il decreto sul federalismo municipale è morto. Il governo ne riesumerà il cadavere, certo, ma lo schiaffo si sente. «Non posso sottacere che non giova ad un corretto svolgimento dei rapporti istituzionali la convocazione straordinaria di una riunione del governo senza la fissazione dell’ordine del giorno e senza averne preventivamente informato il presidente della repubblica, tanto meno consultandolo sull’intendimento di procedere all’approvazione definitiva del decreto legislativo. Sono certo che ella comprenderà lo spirito che anima queste mie osservazioni e considerazioni», ha scritto Napolitano a Berlusconi. Sono parole pesantissime, inutile minimizzare.
Perché il presidente della repubblica questa non se la scorderà facilmente. Proprio nel bel mezzo di un ennesimo sforzo di mediazione e di invito a riprendere un confronto politico e non muscolare, è piovuto l’atto di forza dell’esecutivo. Quello del Colle quindi va interpretato come un “non ci sto” molto fermo.
Ora il governo dovrà ritornare al senato e alla camera. In teoria, potrebbe anche prendere il tempo che la legge consente (30 giorni) per rivedere il testo e riaprire una discussione con le forze parlamentari. In pratica, tirerà dritto come se nulla fosse accaduto, magari anzi andando per le spicce con la richiesta di fiducia su un decreto-fotocopia, come ha già detto Calderoli. Inutile sperare che seguano la strada della mediazione politica, sceglieranno “le vie brevi” anche perché tutti sanno che il Carroccio ha fretta e dunque “suggerisce” ad un premier che ha la testa da un’altra parte di adoperare il doppio pedale: da un lato rasserenare il clima con il Colle (Bossi ha espresso a Napolitano il desiderio di un faccia a faccia la prossima settimana) e dall’altro di archiviare la pratica in parlamento in tempi celeri. In fondo, la sintesi calderoliana è presto fatta: la decisione di Napolitano «non cambia alcunché, si tratta di un passaggio formale in più, sarà una o due settimane a seconda della disponibilità del parlamento».
E sì che credevano di avercela fatta, speravano di chiudere il caso alla chetichella, chi se ne importa se la camera non è d’accordo, bisognava finire un giovedì non proprio da leoni facendo dimenticare con una riunione notturna di non disporre di una maggioranza certa, per lo meno a livello di commissioni. Gianni Letta però aveva avvertito: «Guardate che Napolitano un decreto così non lo firma».
Ma niente. E ora è tutto da rifare.
Il capo dello stato, con atto rapidissimo, ha rinviato al mittente il decreto legislativo sul federalismo municipale, «è irricevibile», perché il governo avrebbe dovuto «comunicare» al parlamento la situazione prima di proporre il testo del decreto alla firma del capo dello stato. È una questione di forma ma che mai come in questo caso è questione di sostanza.
Letta aveva capito dove si andava a parare – gli era stato detto – ma Berlusconi ha sfidato tutti e tutto, pressato da un Bossi incontenibile. Che ieri mattina ha chiamato il Colle per capire. Ha dovuto prendere atto delle motivazioni giuridiche addotte dal capo dello stato, chissà se ne ha anche registrato la sostanza – che è poi quella del discorso di Napolitano a Bergamo – e cioè che sulle riforme «non si può forzare» e bisogna puntare invece a soluzioni il più possibili condivise, meno che mai perciò calpestando il ruolo del parlamento.
Berlusconi probabilmente non aveva previsto tutto questo, visto che prima di partire per Bruxelles aveva sospirato «spero non ci siano problemi per la firma», forse non aveva capito la situazione soprattutto a causa della sostanziale ignoranza dei meccanismi di funzionamento della democrazia parlamentare, o forse più semplicemente per lui bastava il bluff di giovedì sera, un bel decreto e via. E si può dunque facilmente immaginare un Cavaliere roso dalla rabbia per l’ennesima figuraccia istituzionale mescolata allo stupore davanti a procedure presumibilmente bollate come inutili lungaggini. Dalla vicenda della mancata firma del capo dello stato l’opposizione ricava ulteriori motivi di critica al governo. Se Di Pietro ne approfitta per dire che «abbiamo la prova provata che il paese si sta avviando verso un pericoloso regime», è da Bersani che viene un ragionamento più di fondo: «Sul federalismo dico al centrodestra fermatevi, fermatevi. Non si può forzare la mano su un tema così delicato». E rivolto alla Lega: «Con Berlusconi il federalismo non lo farete».

da Europaquotidiano 05.01.11

******

“Più tasse nonostante lo spin nordista”, di Raffaella Cascioli

Si mette in moto la macchina della propaganda “federalista” ma l’Imu è una patrimoniale.
Che succede se i ministri Tremonti e Calderoli, seppure euforici e trionfanti, si devono armare di lavagnetta e slogan per spiegare che, no, il federalismo municipale del governo non aumenterà le tasse ai cittadini? Che accade se da Bossi in giù sono settimane che si dà per acquisito il federalismo con la fiscalità municipale, mentre all’appello mancano ancora cinque degli otto decreti legislativi che sulla base della legge delega dovranno essere approvati entro maggio? La verità è che il mirabolante slogan “vedo, voto, pago”, ribadito meno di un anno fa da Tremonti, ha iniziato a scricchiolare e il perché è presto detto. La fiscalità municipale ha un vizio di fondo, imposto all’inizio di questa legislatura; infatti, sconta una mancata autonomia impositiva dei comuni che il decreto non ripristina in alcun caso. Inoltre, avendo tagliato drasticamente i trasferimenti statali ai comuni con la manovra estiva (senza per questo aver diminuito la pressione fiscale sui cittadini che con le loro tasse contribuiscono alle spese sia nazionali che locali), il decreto plasmato da Tremonti costringe di fatto i sindaci ad aumentare le tasse, oltre alle tariffe sulle quali hanno mano libera. E il governo, proprio per far digerire ai sindaci il decreto, ha dato loro facoltà di aumentare l’addizionale Irpef.
Insomma, quando Tremonti sostiene che «andrà avanti un circuito che dipende dai cittadini», non dice che saranno i cittadini a subire.
Di fronte a ciò la coppia Calderoli-Tremonti può anche indorare la pillola sostenendo che sarà il cittadino a dover verificare l’operato dell’amministrazione comunale ed eventualmente ritenerla responsabile. Il che vuol semplicemente dire che il cittadino-contribuente prima dovrà pagare, poi forse potrà vedere (e non è detto) come saranno impiegati i suoi soldi e, poi, forse… potrà votare. Un esempio per tutti è Roma dove le addizionali Irpef sono ormai al massimo storico in Italia, il degrado è sotto gli occhi di tutti, il bilancio è dissestato e si fatica a far quadrare i conti ma Alemanno è sempre in Campidoglio. In realtà, sul piano fiscale il decreto risulta particolamente conveniente solo per quanti, con redditi medio alti, guadagneranno dalla cedolare secca sugli affitti, che si applicherà con un’aliquota del 21 e del 19%. Saranno però quegli stessi proprietari chiamati dal 2014 a pagare l’Imu, ovvero l’imposta sulle seconde case che assorbirà sia l’Ici sia l’Irpef e avrà inizialmente un’aliquota di equilibrio del 7,6 per mille che tuttavia potrà salire fino al 10 per mille. Il Partito democratico e il Terzo polo si sono battuti contro questa formulazione dell’Imu che è considerata come una vera e propria patrimoniale visto che non si applica sul reddito bensì sui beni posseduti. E un’altra patrimoniale mascherata è la cosiddetta tassa di scopo per realizzare infrastrutture e servizi che sarà pagata solo dai cittadini che ne beneficeranno. Quegli stessi cittadini, che già nella fiscalità generale contribuiscono ad alimentare le risorse per le infrastrutture, si troveranno così a pagare due volte la stessa opera.
Ed ancora la tassa di turismo per un massimo di 5 euro a notte a persona nelle città turistiche, contestata dagli albergatori, impedisce a una media famiglia italiana pernottamenti nelle città d’arte. Ed ancora, sulle compravendite– accorpando, razionalizzando e aumentando – dal 2014 sui trasferimenti immobiliari insisterà una sola imposta del 9% sui beni che scende al 2% per le prime case e che, in ogni caso, non potrà essere inferiore ai mille euro. Insomma, quella che per Tremonti è la più grande e storica riforma mai avviata e per Carderoli «è il giorno della liberazione della spesa storica», con l’intervento del presidente Napolitano dovrà essere al centro di un confronto con gli enti locali e con il parlamento. La legge assegna 30 giorni di tempo al governo che la Lega, se vuole, potrà utilizzare senza limitarsi a piantare la bandierina del federalismo.

da Europaquotidiano 05.02.11

Bersani: "guardiamo oltre Berlusconi, saremo all'altezza del Paese"

Bersani all’Assemblea PD: “Noi che rispettiamo le donne saremo in piazza il 13″. “Siamo l’unico partito che si sta occupando di contenuti e alcuni giornali ci accusano di non averne, ma non ci preoccupiamo. Siamo gli unici che si occupano degli italiani che parlano di scuola,fisco,cultura,lavoro. Lavoriamo in parlamento e nel Paese, raccoglieremo 10 milioni di firme, 10 milioni di vai a casa Berlusconi el’8 marzo li porteremo a Palazzo Chigi.
Saremo presenti alle manifestazioni in corso, invito tutti i democratici a sostenere la mobilitazione di . Se non ora quando il 13 mentre domani Franceschini ci rappresenterà alla manifestazione di Libertà e giustizia a Milano.
Pensiamo anche a altre forme di mobilitazione con tutti coloro che sono disposti a muoversi”.

Standing ovation per la difesa delle donne. “Rosy voglio dire che noi maschi saremo con le donne che il 13 saranno in piazza perché conosciamo le nostre mogli,compagne,figlie,amiche e le rispettiamo come persone, non sono merci da comprare e vendere con 1 dominio padronale e maschilista. Non eèaccettabile dare questo messaggio alle giovani generazioni, qui non c’entra la magistratura: non è accettabile per un paese civile, e se non reagiamo non ci lamentiamo per la magistratura”

“Concentriamoci sulla realtà, oltre Arcore: in Egitto si sta lottando per la libertà, un popolo mite e civile sta pagando con i morti la sua battaglia. Chiediamo la pace immediata, un percorso di evoluzione democratica e la fine delle violenze. La stabilità senza partecipazione dei cittadini ha piedi d’argilla. Siamo il secondo partner commerciale del Mediterraneo ma la voce dell’Italia è scomparsa dal mondo e di questo le classi dirigenti dovrebbero preoccuparsi” ha detto Pier Luigi Bersani, nella relazione all’Assemblea nazionale del partito. “L’Italia è uno dei dieci Paesi più ricchi del pianeta – ha proseguito – ma la sua voce è scomparsa dalle cose del mondo. Però noi siamo entrati nelle barzellette del mondo, a Taiwan, in Giappone o al carnevale di Rio, dove si apprestano a ridere di noi e di Berlusconi. In tutto il mondo si discute di come gli italiani possano sopportare tutto questo, ma gli italiani non sono quelli delle barzellette”.

Il segretario si è riferito anche alla proposta del premier di confrontarsi sulle riforme economiche, a cui aveva già risposto sul Corriere della Sera: “Berlusconi si concentra sulla crisi economica come? Tornando ai 5 punti di 2 mesi fa, 5 mesi, 15 anni fa? Adesso parlano dell’articolo 41 della Costituzione, ma io ho memoria….6 mesi fa ne ha dato la colpa a sant’Agostino, il malcapitato di Ippona! Per anni sono stato gomito a gomito con gli imprenditori e mai se ne sono lamentati. Allora se cominciano a dirlo loro riscrivano l’articolo 41 e noi scriviamo 4 articoli di liberazione e semplificazione, parliamo di benzina, assicurazioni, e mettiamo la cosa in rete così gli italiani ci segnaleranno cosa mettere nella megalenzuolata. Guardate che la patrimoniale vera sta nel federalismo, un pasticcio senza capo né coda che non dà autonomia agli enti locali. È l’ora del pago pago pago nel del vedo,voto pago come dice Tremonti. E lo scriveremo sui manifesti.

L’omaggio a Napolitano. Rendiamo omaggio al profilo di garanzia costituzionale del capo dello stato. Sia un motivo di riflessione: cosa succederebbe all’Italia se su quel Colle ci fosse una persona incosapevole della sua funzione istituzionale? Bisogna che tutti riflettano.

Il federalismo possibile solo con il PD. “Alla Lega dico che il federalismo non lo farete mai con Berlusconi, perchè a lui non interessa il federalismo, ma i vostri voti, e li userà per il processo breve o per difendere la ‘cricca di Roma – ha detto Bersani – il federalismo non si fa senza di noi e senza le nostre proposte. La Lega non ci intimorisce mettendo le foto dei parlamentari sulla Padania, ci mettano la mia. Abbiamo respirato l’autonomia da piccoli, non accettiamo lezioni da chi da 8 anni puntella Palazzo Grazioli. Vogliamo un federalismo delle responsabilità: il sistema più efficiente per dare efficienza.

Bersani è tornato a chiedere le dimissioni di Berlusconi («faccia un passo indietro») e ha criticato l’intervista al premier del Tg1: «I problemi in Italia marciscono e per il governo è una farsa propagandistica affidata a tg di regime di cui ci si vergognerebbe nella Corea del nord. Noi siamo in emergenza. Istituzionale, morale, economica, civica. Il parlamento non produce nulla perché dal governo non arriva nulla da mesi, l’impegno parlamentare di Berlusconi è quello della sopravvivenza comprando o corteggiando il singolo deputato. Uno spettacolo vergognoso mentre i problemi marciscono! Ci sono ogni giorno dati su occupazione, lavoro giovanile, redditi, prezzi, imprese che chiudono. Aumenta l’inflazione senza crescita, siamo al livello di guardia. E lo spirito civico del Paese è colpito, fiaccato”.

Stiamo arrivando a un redde rationiem di sistema, come avevamo previsto. C’è l’urgenza di combattere e intanto guardare oltre, ricostruendo i valori costituenti, e regole del gioco democratico, un patto per la crescita e il lavoro. Abbiamo la responsabilità di dirlo al paese, facendo appello a tutte le persone ragionevoli: per il bene dell’Italia sblocchiamo questa situazione. Berlusconi deve dimettersi ma non riguarda solo l’opposizione, le forze responsabili del centrodestra si facciano sentire, la classe dirigente si faccia sentire perché chi tace oggi deve chiedersi come potrà parlare domani. Se ci fosse un passo indietro di Berlusconi tutti dovrebbero garantire responsabilità e un clima diverso, ragionare sui problemi dell’Italia oltre Arcore. Se prevarranno tattiche arroganti di sopravvivenza chiederemo che sia restituito agli elettori il compito di indicare la strada da prendere: serve un programma essenziale di riforme e la proporremo a tutte le opposizioni interessate a rimettere sui binari la democrazia e l’economia. Riconoscendo le diversità ma con un impegno comune: presenteremo il progetto alle forze sociali e agli altri partiti. A cui diremo: pensate che Berlusconi sia condizionabile? Il campione mondiale delle campagne acquisti che ha sbattuto fuori chiunque ha aperto bocca? E chi si ritiene radicale che pensa di essere coerente per poi ritrovarsi con Berlusconi presidente della Repubblica?”

Dobbiamo affrontare anche il tema del partito: cosa pensiamo della democrazia italiana? A chi tocca portare la società civile e i territori alla dimensione statuale e nazionale? A chi tocca dare visioni unificanti e dare stabilità alle maggioranze? Ad un capo? Abbiamo già visto. O come in Europa a partiti che affiancano le istituzioni forti in un contesto aperto ai soggetti sociali? Vogliamo un pd originale nel panorama dei progressisti europei per apertura, trasparenza, pluralismo ma che sia in grado di svolgere una funzione unificante a servizio della Costituzione, della repubblica, dell’Italia. Su questo dobbiamo migliorarci.
Guardiamo oltre, impegniamoci in un progetto per l’Italia.

www.partitodemocratico.it

"Contratto statali, la Cgil non firma", di Roberto Giovannini

È durata poco, a quanto pare, la tregua tra la Cisl e la Cgil. Ieri mattina nuovo strappo e nuova polemica – decisamente aspra – tra le confederazioni, dopo la firma da parte delle organizzazioni di Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti (insieme ad altre quattro sigle autonome, Cida, Confsal, Ugl e Usae) dell’accordo sulla contrattazione e la produttività nel pubblico impiego. Un’intesa che la Cgil ha deciso di non firmare, insieme agli autonomi di Usb, Cobas e Cisal.

La questione nasce dalla manovra Tremonti, il decreto 122/2010, che tra le altre cose ha bloccato la contrattazione nazionale e aziendale nel pubblico impiego fino al 2013. Ciò ha reso in molti punti inapplicabile la Riforma Brunetta del 2009, che tra le altre cose prevedeva un sistema di premi e incentivi per fasce di merito con soldi provenienti dal risparmio di gestione. Una riforma sostanzialmente approvata da Cisl e Uil, ma che secondo la Cgil comporta comunque un taglio dei salari.

Ieri mattina nel corso di un incontro con i ministri Renato Brunetta e Maurizio Sacconi è stato presentato dal governo in apertura di negoziato un testo evidentemente concordato tra l’Esecutivo e Cisl-Uil, che infatti si sono prontamente dette favorevoli. «Una presa in giro», ha tuonato la leader della Cgil Susanna Camusso, che non ha firmato.

L’intesa dà il via libera all’introduzione del modello contrattuale del 2009, non accettato dalla Cgil; indica un sistema di relazioni sindacali «ispirato a miglioramento di produttività e qualità dei servizi»; afferma che le retribuzioni dei pubblici dipendenti non devono diminuire rispetto al 2010; ribadisce l’esistenza di risorse aggiuntive per la contrattazione. Alla Cgil non è andato giù in primo luogo il metodo seguito, con incontri riservati che l’hanno tagliata fuori. Nel mirino anche l’applicazione del modello contrattuale 2009, il blocco del rinnovo delle Rsu e la mancanza di interventi a favore dei precari della pubblica amministrazione. Il 50% di loro perderà il lavoro, e con quei soldi si garantirà il salario degli «stabili». Per il ministro Brunetta è invece «un importante, ulteriore passo in avanti nell’applicazione della riforma».

«Non si riforma l’amministrazione tagliando la contrattazione nazionale», ha detto Camusso, che ha definito Cisl e Uil «sindacati che corrono in soccorso di un governo un po’ claudicante invece che produrre efficacia contrattuale per i lavoratori». Raffaele Bonanni definisce le parole di Camusso «una caduta di stile», paragona la Cgil ai naziskin in Germania e difende la bontà dell’accordo. «Sono molto irritato e dispiaciuto per le parole della collega Camusso. Non mi sono mai permesso – ha aggiunto – di dire cose di questo genere. Eppure ho molti dubbi sulla caratura essenzialmente sindacale dei comportamenti come quelli che ci tocca sopportare». Identiche accuse da Paolo Pirani della Uil.

La Stampa 05.02.11

******

“Pubblico impiego, nuova spaccatura tra i sindacati . Solo Cisl e Uil firmano l´accordo sulla produttività. La Cgil: lavoratori presi in giro”, di Luisa Grion

Separati anche sul fronte degli statali. Ieri una nuova frattura si è prodotta fra la Cgil da una parte, Cisl e Uil dall´altra. Sul tavolo questa volta c´era la questione dei salari accessori per il pubblico impiego: bisognava sanare le possibili ambiguità fra la Finanziaria estiva di Tremonti (che blocca gli aumenti del settore pubblico fino a tutto il 2013 )e la riforma Brunetta che premia merito e produttività. Andava messo nero su bianco che se da una parte i salari non possono aumentare, di sicuro non possono nemmeno diminuire, e che se le singole amministrazioni saranno capaci di risparmiare potranno comunque distribuire «dividendi di efficienza». Ieri mattina, a Palazzo Chigi, a decidere della questione c´erano 13 sigle sindacali da una parte (convocate la sera prima), i ministri Sacconi e Brunetta e il sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta dall´altra. Riunione brevissima che si è conclusa con la firma separata dell´accordo (il «sì» di Cisl e Uil e di altre quattro sigle, il «no» di Cgil, Cisal, Cobas e altri quatto sindacati) e parole di fuoco lanciate a distanza fra la Camusso e Bonanni.
La Cgil si è alzata dal tavolo, precisando che era venuta lì anche per altro: le contraddizioni fra le due leggi riguardano – secondo il sindacato della Camusso – pure l´emergenza precari (la stessa Finanziaria ne ha tagliati il 50 per cento) e la necessità di procedere con urgenza alle elezioni delle Rsu (rappresentanze sindacali unitarie). Questioni di cui nell´accordo non si parla. Bonanni non ci sta: «Questa intesa salvaguarda gli stipendi e ci dice che con le pagelle di Brunetta nessuno perderà nemmeno un euro. Siamo gli unici nella Ue a non tagliare le buste paga. Come si fa non firmare?».
Ma la Cgil contesta anche il fatto che alla riunione di ieri mattina Cisl e Uil sono arrivate dopo incontri separati, tenuti all´oscuro della Cgil, che avevano già prodotto il documento. «C´è la prova – dicono – basta andare ora (ieri sera ndr) sul sito della Cisl per vedere che il commento tecnico dell´intesa non tiene conto di una modifica introdotta nella sua versione finale: ciò significa che loro il testo lo conoscevano già fin dalla sera prima e che si sono dimenticati di riaggiornare quel piccolo particolare riferito ad una scadenza dei contratto, cancellato nella bozza uscita dal tavolo».
Per Michele Gentile, responsabile del settore pubblico per la Cgil «il tavolo a Palazzo Chigi è stata una scena indegna: tra l´altro non è vero che i salari non diminuiranno, perché anche salvando il valore nominale non si tiene conto dell´inflazione e non si protegge il potere d´acquisto; quanto alle risorse aggiuntive non sono state nemmeno definite». Per la Camusso non solo l´accordo «prende in giro i lavoratori», ma Cisl e Uil l´hanno firmato solo per «correre in soccorso di un governo un po´ claudicante». Nemmeno Bonanni ci è andato giù tenero: «La Cgil moderi i termini, altrimenti da fuoco a tutto quello che sta accadendo, come le scritte ingiuriose che vediamo. E´ bene che scopriamo le carte, quello che accade in Italia accade solo in Germania con i naziskin. Le organizzazioni sindacali non possono agire secondo uno stimolo politico».

La Repubblica 05.02.11

******

Statali, premi e salari accessori:Cisl e Uil firmano, no della Cgil

ROMA Un nuovo accordo separato: Cisl, Uil, Ugl, Confsal, Usae, Cida da una parte; Cgil, Cobas, Cisal dall’altra. Questa volta sui contratti del pubblico impiego, congelati dal ministro Tremonti per il triennio 2010, 2011, 2012. L’intesa in cinque punti, firmata ieri mattina, prevede nella sostanza che le retribuzioni «non devono diminuire» fin quando sussisterà il blocco. Cioè le retribuzioni non potranno scendere per effetto della riforma Brunetta sulle fasce di merito mentre il salario accessorio potrà salire sulla base di risorse aggiuntive provenienti da risparmi delle singole amministrazioni. In altre parole, i soldi accantonati per gli aumenti di secondo livello saranno smobilizzati ed erogati a «tutto» il personale statale per evitare, appunto, un impoverimento delle buste paga.
Se poi – recita il punto 3 del protocollo d’intesa – ci saranno risorse derivanti da risparmi di gestione, potranno essere erogati «premi individuali» (cioè ulteriori aumenti) in base a fasce di merito. Insomma, per ora adeguamenti salariali per tutti che permettano di arrivare a fine 2012 senza perdere un euro (salvo erosioni conseguenti all’inflazione) accompagnati da possibili, ulteriori aumenti che le singole amministrazioni potranno dare ai dipendenti meritevoli, utilizzando risparmi di gestione. Un accordo che accoglie le richieste dei sindacati e conferma la riforma Brunetta che prevede aumenti salariali in base alla pagella 25-50-25: un quarto generalizzati, una metà per i ”meritevoli”, un quarto per i ”più meritevoli”. Un accordo che, evidentemente, è anche il frutto di un faticoso compromesso. L’altra notte nel corso di un infuocato vertice a palazzo Chigi tra governo e sindacati (non era stata invitata la Cgil in quanto non firmataria dell’intesa 2009 sul nuovo modello contrattuale), Raffaele Bonanni aveva minacciato di far saltare il tavolo e far scattare immediatamente uno sciopero generale se gli statali avessero perso un solo centesimo rispetto alle attuali retribuzioni. Secondo alcuni partecipati all’incontro, il ministro Brunetta, a sua volta, avrebbe minacciato le dimissioni nel caso fosse stata congelata, o peggio, affossata la riforma da lui voluta. Due aut aut che, come spesso avviene, hanno prodotto il classico compromesso. E l’incontro di ieri mattina a quel punto per Cisl, Uil e le altre quattro confederazioni è stato una formalità.
Non evidentemente per la Cgil e Susanna Camusso che ha abbandonato il tavolo con parole di fuoco: «E’ uno scambio politico, una presa in giro dei lavoratori. Il testo non affronta i problemi urgenti che abbiamo. La Finanziaria taglia il 50% dei precari della pubblica amministrazione. Non si fa la riforma dell’amministrazione con il taglio della contrattazione nazionale. Si è stracciata una legge dello Stato sulla rappresentanza firmata da tutti. Chiedo di verificare come si raggiunge il 51% per validare l’accordo». Poi l’affondo a Cisl e Uil: «Mostrano di sostenere un governo nelle code velenose della sua esistenza». Lunedì la stessa Cgil riunirà la federazione lavoratori pubblici e della scuola e martedì i segretari regionali per decidere forme e tempi di mobilitazione della categoria. Compreso lo sciopero generale. Soddisfatto il ministro Brunetta: «La firma dell’accordo segna un ulteriore passo nella mia riforma della pubblica amministrazione».

Il Messaggero 05.02.11

Scuola, record di insuccessi "dispersi" 16 alunni su cento

Mentre l´Unione europea lancia un´iniziativa per ridurre l´abbandono scolastico, nelle medie di Palermo è record di bocciati e desaparecidos. «I giovani che abbandonano gli studi o la formazione avendo al massimo un diploma di istruzione secondaria inferiore – si legge in una recentissima nota della Commissione europea – hanno grosse difficoltà a trovare un lavoro e sono più spesso disoccupati e dipendenti dall´assistenza sociale». Per questa ragione, a Bruxelles è stata avviata un´iniziativa per aiutare gli Stati membri a ridurre, entro la fine del decennio, a meno del 10 per cento il tasso di abbandono scolastico, che a livello europeo si attesta al 14,4 per cento e in Italia al 19,2. Il calcolo viene effettuato sui giovani di età compresa fra i 18 e i 24 anni con al massimo un diploma di terza media e che non seguono nessun altro percorso di formazione. Ma prima i ragazzini devono arrivarci, al diploma di terza media: e invece una fetta consistente si perde per strada.
In base ai dati dello scorso anno scolastico, Repubblica ha calcolato i bocciati e i “dispersi”: coloro che risultano iscritti ma a giugno “spariscono” e per varie ragioni non vengono scrutinati. Alcuni si trasferiscono in altre scuole, pubbliche o private, altri continuano a studiare a casa, altri si perdono per strada e pochi escono di scena «per raggiunti limiti di età». Ma in tanti cadono per il gran numero di assenze. Dal 2005 chi non frequenta almeno tre quarti dei giorni di lezione non può essere neppure scrutinato. Un passo che sovente è l´anticamera dell´abbandono. A Palermo nove iscritti su cento non sono mai stati scrutinati. Il 3,5 per cento ha marinato la scuola per tanti giorni da fare scattare, prima ancora che si riunisse il Consiglio di classe, la bocciatura automatica: un dato nove volte superiore rispetto a Roma e a Milano (0,4 per cento) e cinque volte maggiore rispetto alla media nazionale.
E il resto? Sommando “dispersi” e bocciati, a Palermo si raggiunge il tasso record del 16 per cento. A Catania non si arriva al 12 per cento e a Messina si supera di poco il 9 per cento. Ma a Milano e Roma si scende ancora: meno del 6 per cento. «Questi dati – dice Giusto Scozzaro, segretario della Flc-Cgil regionale – non mi sorprendono: negli ultimi due anni abbiamo assistito a politiche, nazionali e regionali, di progressivo depauperamento delle risorse scolastiche che non potevano che portare a questi risultati. Gli interventi messi in campo a livello regionale sono falliti platealmente e hanno prodotto un incremento della dispersione scolastica».

La Repubblica 05.02.11

"Una partita cruciale per tutti noi", di Marta Dassù

A giudicare dal Consiglio europeo, l’Ue sembra rimuovere la realtà: ciò che è in gioco, nella sollevazione delle piazze arabe, non è solo il futuro dell’Egitto e dei suoi cittadini. E’ anche il nostro futuro. Non perché Silvio Berlusconi sia l’ultimo Faraone Mediterraneo, come si ostina a sostenere qualcuno. Né perché la protesta dei giovani arabi, come sostengono altri, «faccia parte» di un ciclo di tensioni connesse alla disoccupazione e alle frustrazioni delle nuove generazioni che si estenderà progressivamente in Europa. La ragione mi sembra un’altra, più netta: è un interesse vitale delle democrazie europee – in cui includo Israele – che la crisi delle vecchie satrapie arabe non prepari future dittature islamiche. Come ha scritto giustamente Tim Garton Ash, «se questo non è un interesse vitale europeo, non è chiaro cosa lo sia».
L’illusione, anche italiana, è che questo scenario possa essere evitato affidandosi a un passato che sta crollando: perché non tenersi Hosni Mubarak? Perché, risponde anche per noi l’amministrazione americana, il prezzo da pagare sarebbe di avallare una repressione sanguinosa e violenta nel nostro cortile di casa. Un’Europa che pretenda di fondarsi su principi e valori democratici non è più in grado di farlo, neanche se lo volesse.

Quali altri scenari restano, allora? Il primo è che l’esercito egiziano – l’unica vera forza organizzata del Paese – sia in grado di gestire il dopo Mubarak mettendo al potere un volto nuovo ma in sostanza controllato dalle Forze Armate. La rivolta d’Egitto, innescando una successione forzata, sfocerebbe così in una modernizzazione autoritaria, più accettabile di quella precedente. Se l’economia riprendesse e se ci fossero passi verso una redistribuzione sociale, la cosa potrebbe riuscire. Anche perché ciò che ha veramente motivato la protesta egiziana è l’emarginazione di larga parte della popolazione dai benefici della crescita: l’apartheid economico dell’Egitto, per riprendere il termine utilizzato da Hernando De Soto.
Il secondo scenario è che la protesta egiziana produca una democrazia di facciata, illiberale. Questa è la ragione per cui Israele avverte Barack Obama che l’analogia vera non è con le rivoluzioni democratiche europee ma con il 1979 iraniano: in Egitto, come in Iran, una protesta popolare con molte anime potrebbe essere alla fine scippata dalla sola struttura politica consistente nell’opposizione, i Fratelli Musulmani. Qui il dilemma, naturalmente, è di decidere cosa vogliano realmente i Fratelli Musulmani. Ha ragione chi sottolinea la loro netta distanza dagli ayatollah persiani o chi insiste sul rischio di una deriva iraniana? Io propenderei per la prima di queste due ipotesi; e ci sono molte ragioni per cui è difficile pensare che l’Egitto, Paese che si considera il «primo Stato arabo moderno», possa mai diventare uno Stato islamico. Ma è un’ipotesi da dimostrare. E va evitato un ragionamento troppo semplice: il fatto che il regime di Mubarak abbia usato strumentalmente la lotta al fondamentalismo islamico, non significa che un rischio del genere non esista.

Il terzo scenario è che il 2011 possa davvero segnare un primo passo verso le aspirazioni democratiche del principale Paese arabo. E’ una grande occasione per il Medio Oriente, che George W. Bush avrebbe voluto imporre dall’esterno partendo dall’Iraq; e che si verificherebbe, invece, come effetto della scossa interna egiziana. Ma come tutte le occasioni della storia, contiene dei rischi evidenti. Anche per Barack Obama. Il quale viene accusato, alternativamente, di essere un G. W. Bush riciclato (di puntare anche lui sull’esportazione della democrazia, rinunciando al realismo) o un Jimmy Carter di ritorno, con le stesse debolezze e con lo stesso problema di fondo: il rischio di perdere l’Egitto – alleato essenziale degli Stati Uniti e unico Paese in pace con Israele – come Carter perse l’Iran nel 1979.
Esiste un modo per sostenere le aspirazioni degli egiziani senza perdere l’Egitto? Questa è la partita essenziale: per i giovani egiziani, per l’America, per la sicurezza di Israele e per noi europei. L’Europa, se non riuscirà a parlare in nome del proprio interesse vitale, dovrebbe almeno aiutare Barack Obama a sottrarsi al dilemma di Carter: non per tornare a una «real-politica» fuori tempo massimo o per riciclarsi come nuovo Bush. Ma per riuscire, con un mix di realismo e idealismo, a vincere una partita cruciale e che riguarda anche noi.

La Stampa 05.0.2.11