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"Lo psicodramma delle imposte comunali", di Maria Cecilia Guerra e Alberto Zanardi

Il decreto sul federalismo municipale ha rischiato di mettere fine alla legislatura ed è ora al centro di una forte tensione istituzionale. Ma rappresenta davvero il passaggio cruciale per la costruzione del federalismo nel nostro paese? Il provvedimento è tutto sommato assai modesto. Manca comunque una regolamentazione adeguata del sistema perequativo dei comuni. Mentre l’ossessione per il vincolo di invarianza della pressione fiscale rischia di snaturare il federalismo, il cui principale obiettivo è rendere i sindaci responsabili davanti ai propri cittadini.

MOLTO RUMORE PER UN PROVVEDIMENTO MODESTO

La Lega aveva annunciato che nel caso in cui il decreto sul federalismo municipale fosse stato bocciato dalla Commissione bicamerale, le elezioni sarebbero state inevitabili. Il parere della maggioranza sul decreto – che durante i lavori della bicamerale era stato emendato in alcune parti per raccogliere il consenso dell’Anci – è stato respinto. In assenza di un parere da parte della bicamerale(1), si è fatto ricorso a una procedura di dubbia legittimità: il Consiglio dei ministri ha approvato “in via definitiva” il decreto legislativo, non nella versione originaria – come certamente gli sarebbe consentito – ma in quella formulata nel parere respinto. La responsabilità di dirimere la questione è ora nelle mani del Quirinale che deve emanare il decreto.
Ma veramente la legislatura ha rischiato di cadere, ed è giustificata la tensione istituzionale in atto, per una riformina come quella delle imposte comunali? È a questo psicodramma che ci condanna la bandiera troppo sventolata della “madre di tutte le riforme”.
Una riforma, quella del federalismo fiscale, che più si va avanti nella sua formulazione (di effettiva applicazione si parlerà tra qualche anno) più si rivela per quello che altro non poteva essere: un riassetto, un riaggiustamento di un sistema di decentramento fiscale che già esiste e che è il risultato di almeno un ventennio di progressivi interventi.
Il decreto sul fisco comunale esemplifica alla perfezione il terreno malato su cui sta crescendo la riforma del federalismo fiscale. Il provvedimento è, tutto sommato, assai modesto: si cambia nome all’Ici (ribattezzandola Imu), si “patrimonializza” nell’Imu l’Irpef (e le relative addizionali) sui redditi degli immobili non locati, si crea una compartecipazione sulla tassazione erariale dei trasferimenti immobiliari, si introduce – ma che c’entra con il federalismo fiscale? – un’imposta sostitutiva dell’Irpef sugli affitti per “rilanciare” il mercato delle locazioni. Le misure introdotte mancano poi spesso di coerenza con una visione di insieme del sistema tributario nazionale. Di fatto la riforma si esaurisce in uno spostamento del carico fiscale dai proprietari di case (le seconde a disposizione e quelle date in locazione) alle imprese e ai lavoratori autonomi. L’unica cosa veramente importante, ovvero riportare a tassazione i proprietari di prima casa per ricreare un rapporto di responsabilità tra amministratori locali e cittadini, non si è avuto il coraggio di farla.
La riforma, oltre ad essere modesta, è monca. Manca il pezzo più importante: una regolamentazione adeguata del sistema perequativo dei comuni. La componente tributaria del sistema di finanziamento dei comuni dice poco se non è coordinata con quella dei trasferimenti perequativi. In assenza di coordinamento restano del tutto indeterminati gli effetti redistributivi (tra territori, e quindi anche tra Nord e Sud, e tra tipologie di comuni) delle nuove fonti di finanziamento municipale.

IL SÌ DEI COMUNI

La riforma, nella sua versione finale, è stata valutata positivamente dall’Anci (così come quella sul fisco regionale è stata approvata dalla Conferenza delle Regioni). Non è una garanzia di qualità. Comuni e Regioni sono stati chiamati a pronunciarsi sotto il ricatto dei pesanti tagli delle risorse che hanno subito, da ultimo, nella manovra d’estate. Il criterio che li ha guidati è stato quello di portare subito a casa qualche soldo per chiudere i bilanci. E con il fiato corto, si sa, le questioni più strutturali di disegno della riforma passano in secondo piano.
L’unico vero punto di interesse che la riforma del fisco comunale ha suscitato nel dibattito corrente è l’angoscioso interrogativo: ma alla fine le imposte aumenteranno? Una domanda che ha però ben poco a che vedere con la realizzazione del federalismo. Al contrario, l’ossessione per il vincolo di invarianza della pressione fiscale rischia di snaturare il federalismo, che ha come suo principale obiettivo quello di rendere responsabili i sindaci davanti ai propri cittadini, ponendo questi ultimi nella posizione di giudicare se vi è corrispondenza fra le imposte che pagano e la qualità e quantità dei servizi che ricevono.

(1) Se la bicamerale avesse espresso un parere, varrebbe la norma della legge delega sul federalismo (l. 42/2009) che prevede che “Il Governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, ritrasmette i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni e rende comunicazioni davanti a ciascuna Camera. Decorsi trenta giorni dalla data della nuova trasmissione, i decreti possono comunque essere adottati in via definitiva dal Governo.”; la posizione fatta propria dal governo è invece che la bocciatura della proposta di parere positivo al decreto vada equiparata ad una non formulazione del parere.

da lavoce.info

Non sussistono le condizioni per procedere all'emanazione del decreto legislativo in materia di federalismo fiscale municipale

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in relazione al preannunciato invio, ai fini della emanazione ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione, del testo del decreto legislativo in materia di federalismo fiscale municipale, approvato definitivamente dal Consiglio dei Ministri nella seduta di ieri sera, come risulta dal relativo comunicato, ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in cui rileva che non sussistono le condizioni per procedere alla richiesta emanazione, non essendosi con tutta evidenza perfezionato il procedimento per l’esercizio della delega previsto dai commi 3 e 4 dall’art. 2 della legge n. 42 del 2009 che sanciscono l’obbligo di rendere comunicazioni alle Camere prima di una possibile approvazione definitiva del decreto in difformità dagli orientamenti parlamentari. Pertanto, il Capo dello Stato ha comunicato al Presidente del Consiglio di non poter ricevere, a garanzia della legittimità di un provvedimento di così grande rilevanza, il decreto approvato ieri dal Governo.

da www.quirinale.it

"La Lega democristiana", di Massimo Giannini

«Federalismo o morte», grida da mesi Umberto Bossi, brandendo la spada di Alberto da Giussano. Ma adesso che il federalismo muore, il leader della Lega rincula, ripiega. E balbetta, come l´arcitaliano di Mino Maccari: «O Roma o Orte». Nel gorgo in cui sta affondando il Cavaliere, dunque, sembra risucchiato anche il Senatur. Non solo il Carroccio non rompe, dopo il «pareggio» in Parlamento sul decreto federalista. Ma prova a tirare a campare, al fianco di un premier sempre più disperato. E così, a sua volta, accetta il rischio di tirare le cuoia.La giornata di ieri segna un altro passo verso il baratro. C´è un baratro nel quale precipitano le regole democratiche. Sulla drammatica scena del crepuscolo berlusconiano accade un´altra cosa mai vista. Un decreto, respinto da una Commissione bicamerale, viene riapprovato nella stessa formulazione dal Consiglio dei ministri. Il potere esecutivo, con un suo atto d´imperio, annulla il potere legislativo. Siamo all´ennesima «lesione» ordinamentale, voluta da un centrodestra che supplisce alla debolezza aritmetica con la scelleratezza politica. Davvero una «situazione senza precedenti», per usare le parole di Gianfranco Fini.
C´è un baratro che si avvicina per la maggioranza. Il «15 a 15» registrato nella «Bicameralina» è solo in apparenza un pareggio, ma in realtà è una sconfitta. È una sconfitta tecnica, perché quel testo, benchè riscritto da Tremonti e Calderoli, non soddisfa né le opposizioni né i sindaci. Dall´Imu alle addizionali Irpef, dalle tasse di scopo a quelle di soggiorno: la presunta «riforma federale» nasconde in realtà una stangata epocale. E nell´attesa messianica del secondo decreto, quello sul federalismo regionale, non si sa nulla del fondo di perequazione e dei costi standard delle prestazioni.
La sconfitta è anche politica. La maggioranza può anche considerare una rivincita il voto successivo dell´aula di Montecitorio sul rinvio alla procura di Milano degli atti relativi allo scandalo Ruby. Ma c´è poco da festeggiare. L´operazione di allargamento non ha prodotto risultati. Lo dice la matematica. Il 14 dicembre la fiducia al governo è passata con 314 voti. Il 19 gennaio la relazione di Alfano sulla giustizia è passata con 303 voti. Il 26 gennaio la mozione di sfiducia a Bondi è stata respinta con 314 voti. Ieri il no ai pm è passato con 315 voti. Nonostante la vergognosa compra-vendita tra lombardisti pentiti e futuristi delusi, la macchina da guerra Pdl-Lega non sfonda.
Con questi numeri non si governa. Si può superare per miracolo la prova di una fiducia, con un governo «militarizzato» e presente in aula con tutti i suoi effettivi. Ma basta un voto qualsiasi, per esempio sul decreto legge mille-proroghe presto all´esame di Montecitorio, e si perde. Si può galleggiare per qualche settimana o qualche mese. Ma con la certezza di andare a fondo, prima o poi. Il voto della Commissione bicamerale lo dimostra: la maggioranza forzaleghista non ha i numeri per far passare il decreto federalista. Se non al prezzo di un clamoroso colpo di mano, di un doloroso strappo ai principi della Costituzione e ai regolamenti parlamentari.
Ma c´è un baratro nel quale si sta ormai lasciando cadere soprattutto la Lega. Solo ieri notte Bossi usciva dal lungo vertice a Palazzo Grazioli rilanciando il suo grido di battaglia: se non passa il decreto sul federalismo si va a votare. È stato il «mantra» ripetuto ossessivamente, fin dal giorno della rottura di Futuro e Libertà. È stato il patto che ha legato le sorti del Senatur a quelle del Cavaliere: la partecipazione al governo in cambio dell´attuazione del federalismo. Non c´è il primo se non c´è il secondo: questo è il senso della strategia leghista di questi mesi. Ora questa strategia sembra sbiadita, confusa, tradita. Il federalismo non c´è, ma Bossi abbozza e dice «si va avanti».
In questo suo atteggiamento indulgente e «resistente» deve esserci sicuramente una profonda riconoscenza umana e personale nei confronti di Berlusconi. Ma persino la politica, alla fine, esige una sua coerenza. Il Carroccio sta pagando un costo sempre più alto, per puntellare un presidente del Consiglio sempre più debole. Lo certificano i sondaggi, che da tre settimane non fotografano più una Lega con il vento nelle vele. A parlare con i sindaci, ad ascoltare Radio Padania e a leggere la Padania, si percepisce uno smarrimento crescente. I militanti manifestano una forte insofferenza per gli scandali privati del Cavaliere. Ma avrebbero tollerato, di fronte alla contropartita pubblica del federalismo. Se adesso anche questa viene a mancare, al Carroccio non resta nulla da spartire in questa ennesima avventura a fianco del Sultano di Arcore.
Bossi, pur nel travaglio della malattia che lo colpito e fiaccato, non ha mai perso il profilo da combattente indomito e «rivoluzionario». Ha sempre incarnato il mito del capo di un movimento pre-politico, nato per il cambiamento e per l´affrancamento dal Palazzo. Da ieri quel profilo è intaccato, e quel mito violato. Il Senatur tratta e ritratta, subisce e patisce. Come un doroteo qualsiasi. Può accettare un simile snaturamento del suo partito, senza incassare neanche il dividendo pattuito e senza cominciare a guardare ad un orizzonte politico più ampio? Può sventolare ancora il suo logoro vessillo federalista, senza poterlo concretamente piantare in una Padania non più immaginaria, ma finalmente reale? Fino a che punto può seguirlo il suo «popolo», che sognava la terra promessa e si ritrova nella palude berlusconiana? Sono domande che un «animale politico» come lui non può eludere ancora a lungo. A meno che Bossi il Padano, per eterna fedeltà all´amico Silvio, non abbia deciso di «morire democristiano».

La Repubblica 04.02.11

"Università, anno zero. La mannaia Gelmini", di Roberto Ciccarelli

Dei 14 mila pensionamenti pochissimi saranno sostituiti. Parla Luigi Biggeri, direttore del Cnvsu . Il blocco delle assunzioni e la legge Gelmini mettono a rischio il funzionamento degli atenei. «Non c’è programmazione», dice il direttore del Comitato di valutazione del sistema universitario. A impoverirsi di più sono le facoltà umanistiche. L’allarme della commissione Ue sul rapporto Ocse: il 21% dei ragazzi italiani non è in grado di leggere o scrivere un testo.

Per Luigi Biggeri, già presidente dell’Istat e oggi a capo del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (Cnvsu), il taglio di oltre 300 corsi di studio voluto dal governo per razionalizzare la formazione universitaria è avvenuto in assenza di un disegno strategico ed è basato su compromessi tra gruppi di potere. «Questi gruppi — afferma – dipendono dalla “forza” dei settori scientifico-disciplinari, e la loro prevalenza è dovuta alla mancanza di programmazione. A meno che non ci siano concorsi frequenti, un corso di studio verrà riorganizzato a partire dalla disponibilità del personale esistente. Nelle facoltà di scienze, dove andrà in pensione il 32 per cento degli ordinari di fisica entro il 2015, è inevitabile ,che i docenti che restano tenderanno ad aumentare i posti disponibili nelle loro materie».

Quanto peserà il taglio dl 1,3 miliardi di euro al Fondo ordinario degli atenei?
In maniera massiccia. Nei prossimi anni diminuirà del 13-14 per cento. Sarà in parte compensato dai pensionamenti di 14 mila docenti su oltre 57 mila docenti, ma purtroppo non ci saranno altrettanti nuovi ingressi di personale. Questa situazione costringe ad operare un taglio forzato e non in base ad una programmazione. Se poi consideriamo che le spese per la ricerca e la formazione, sono allo 0,8 per cento del Pil, si capisce in quale dramma ci troviamo.

E la messa in esaurimento entro il 2013 del ricercatori a tempo indeterminato?
Difficile dirlo. In Italia abbiamo i ricercatori più anziani d’Europa, la media è di 45-50 anni, anche se dal 1998 aumentano i 35enni. Tra i ricercatori si registra inoltre una crescita delle uscite, gran parte per limite d’età, ma anche per dimissioni volontarie. Nel 2010 i pensionati sono stati 437, 347 invece le dimissioni. Se pensa che le uscite erano 205 nel 2005 si capisce l’accelerazione in atto.

Per quale ragione si dimettono?
Verosimilmente, perché trovano una migliore occasione di lavoro. Perché I settori disciplinari più colpiti da questo processo di dismisslone sono quelli umanistici? Perché la maggioranza dei concorsi nel 1980, nel 1986 e nel 1990 sono stati svolti in queste aree dove oggi si prevede una forte ondata di pensionamenti. Il personale è una risorsa rigida, almeno per come è gestito in Italia. In questi settori ci saranno meno concorsi visto che andranno in pensione molti professori ordinari, gli unici che li possono chiedere.

La riforma del reclutamento prospettata nella riforma Gelmini aumenterà la soglia di accesso alla ricerca che già oggi è di 37 anni?
Spero proprio di no. Questa soglia così elevata dipende dal fatto che esiste una terra di mezzo in cui ci sono gli assegni di ricerca, le borse di studio e i contratti di ricerca. Ogni anno il sistema produce 12 mila dottori di ricerca, senza contare che gli assegnisti sono quasi 13 mila. Per come è congegnata la nostra università queste sono tutte figure in attesa di concorso. Senza una programmazione, che dovrebbe avvenire anche per settori disciplinari, si rischia che dei 14 mila pensionati solo pochissimi saranno sostituiti entro il 2015. Bisogna garantire l’entrata in ruolo entro 32 anni, se non prima. Purtroppo oggi non è così.

Chi dovrebbe svolgere l’attività di programmazione e quali i parametri seguirà?
Dovranno farla il ministero e l’agenzia nazionale di valutazione della ricerca. I parametri devono essere ancora definiti. Quelli che esistono sono troppo vaghi. Per ora l’Anvur è una scatola vuota.

Gli umanisti sono la maggioranza dell’accademia Italiana, eppure non sono rappresentati nell’Anvur. Come lo spiega?
Sono state fatte polemiche vane sapendo che i componenti del consiglio direttivo sono sette. Nell’analoga agenzia francese sono 25. Se si voleva una rappresentanza per territorio e per settore scientifico avrebbero dovuto essere di più. Non credo inoltre che gli esperti nominati per valutare l’efficienza degli atenei e della formazione orienteranno il lavoro in base alla loro provenienza scientifica. Il problema si pone sulla valutazione dei singoli lavori, ma non è questo il caso. Per fare questo l’Anvur avrebbe bisogno di assumere personale. In Francia ci sono 4 mila valutatori.

Quindi ci vuole un plano di investimento? Esatto. Solo per l’accreditamento dei 5 mila corsi di studio esistenti nel 2005 occorrevano 13 milioni all’anno. Ora saranno di più. Non li abbiamo mai ricevuti. Nessun ministro ha mai preso in considerazione questo problema.

Questa esigenza sarà presa In considerazione?
Me lo auguro, ma occorrono risorse. Al momento il personale previsto è un decimo di quello francese.

Quanto è stato stanziato per l’Anvur?
Cinque milioni, quelli a disposizione del Cnvsu e del Comitato di valutazione della ricerca che confluiranno nell’agenzia. In Francia si spendono 70 milioni all’anno.

da il Manifesto

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“Tredicimila assegnisti a rischio «sfratto»”, di Ro. Ci.

ATENEI Il combinato disposto di un articolo della «riforma» e dei tagli al settore pubblico
L’esordio della riforma Gelmini sta provocando il caos nelle università. Lo denuncia il Coordinamento dei precari della ricerca e della docenza (Cpu) secondo il quale l’abolizione degli assegni di ricerca stabilito dalla riforma sta spingendo gli atenei e il Consiglio Nazionale delle Ricerche a lanciarsi in interpretazioni fantasiose. Sono ormai numerosi i casi in cui le facoltà non procedono ai rinnovi dei contratti già previsti dai bandi originari. Arrivano anche notizie su quelle che hanno bloccato le procedure di svolgimento dei concorsi e la presa di servizio per i vincitori dei concorsi banditi prima del 29 gennaio, giorno in cui la legge è entrata in vigore.
Molto dipende dal fatto che un comma dell’articolo 6 della legge è scritto male e si presta ad interpretazioni diverse. Indiscrezioni dal ministero dell’università sostengono che la prossima settimana l’ufficio legislativo diramerà una nota che permetterà di risolvere il problema. Per allontanare il rischio di un licenziamento di massa sembra che il governo darà parere favorevole ad un emendamento al Milleproroghe che rinvia lo stop al 1 gennaio 2012, in modo da permettere agli atenei di trovare una soluzione. Resta tuttavia il rischio che questo provvedimento venga dichiarato inammissibile in quanto non pertiene al Milleproroghe risolvere questi problemi.
Al di là delle soluzioni di circostanza, i ricercatori precari denunciano l’esistenza di un più ampio disegno di compressione del numero degli assegni di ricerca, quasi 13 mila, che provocherà tra 10 mesi la graduale espulsione di decine di migliaia di precari con 5 o addirittura 10 anni di attività scientifica alle spalle. Questa misura rientra nelle linee approvate dalla finanziaria estiva voluta dal ministro Tremonti che stabilisce il taglio del 50 per cento delle collaborazioni nella pubblica amministrazione. In questo settore i contratti a tempo determinato sono almeno 430 mila, nella scuola sono 197 mila, il resto si divide tra le autonomie locali e nella sanità. Se questa misura non venisse abrogata, più di 200 mila contratti atipici verrebbero cancellati, creando una emergenza sociale nella scuola dove i tagli provocheranno conseguenze ancora non del tutto immaginabili. Naturalmente per queste persone non è previsto alcun sostegno al reddito.

da Il Manifesto

"Bersani: un inaudito schiaffo al parlamento il decreto del governo sul fisco municipale", di Claudio Tucci

Le opposizioni insorgono contro il libera del decreto del governo sul fisco municipale. C’è malumore anche al Colle, che, secondo quanto si apprende, non è affatto scontato che firmi il provvedimento varato ieri sera in fretta e furia dal governo sul nuovo fisco dei comuni, dopo il mancato disco verde in commissione bicamerale. «Siamo in una situazione senza precedenti» ha detto il leader di Fli e presidente della Camera, Gianfranco Fini. Soprattutto, ha osservato Fini, sul fisco municipale c’è stata una bocciatura in commissione che non è solo politica ma di merito. «Forze politiche di opposizione che sempre avevano sostenuto la trasformazione in senso federale dello Stato si sono trovate nella condizione obbligata di esprimere un diniego» spiega Fini.

Bersani: inaudito schiaffo al parlamento
«Uno schiaffo al Parlamento l’ok del decreto governativo sul federalismo municipale», ha commentato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Che ha rincarato la dose: «una lesione senza precedenti alle prerogative delle commissioni parlamentari fissate per legge. Un vero atto di arroganza». «Il governo Berlusconi-Bossi, dopo tanta propaganda – ha detto Bersani – finisce per approvare con un colpo di mano il federalismo delle tasse». Sulla stessa lunghezza d’onda il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro: «Il governo così fa un ennesimo golpe e un forzatura illegittima», sostiene l’ex magistrato, che invoca la piazza e il voto. «Ancora una volta il governo si dimostra arrogante nei confronti delle istituzioni» ha commentato Renzo Lusetti, deputato dell’Udc, che parla della mossa in consiglio dei ministri come di un «atto di forza senza precedenti». Anche Pierluigi Castagnetti (Pd) definisce il decreto del governo «un atto politico scandaloso. Non si è mai visto – aggiunge – un Consiglio dei ministri convocato d’urgenza per esprimersi contro una scelta del Parlamento».

Terzo Polo: il governo doveva tornare al testo originario
La commissione bicamerale sul federalismo «ha sostanzialmente respinto il parere governativo, chi conosce il regolamento sa che un pareggio significa respinto e non c’é un parere alternativo. Siamo in una situazione senza precedenti», ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini. Dal Terzo Polo si sostiene che l’unico modo che il governo poteva avere per varare comunque il decreto, sarebbe stato quello di emanare il testo originario del 4 agosto: «ogni soluzione diversa si tradurrebbe in un rischio per la tenuta del sistema della finanza locale. Sarebbe saggio per il governo non assumersi questi rischi» ha detto Linda Lanzillotta, esponente dell’ Api nella Bicameralina, sostenuta anche da Rosy Bindi secondo la quale «la Corte costituzionale può ritenere il provvedimento incostituzionale. Rispettare le procedure non è un dettaglio».
Il Qurinale attende il decreto, firma non scontata
Per il presidente emerito della Corte Costituzionale, Piero Alberto Capotosti, «lo schiaffo» al parlamento alza di nuovo il livello dello scontro mentre non è da escludere la possibilità che il capo dello Stato possa «formalmente rifiutare di firmare» il provvedimento.

Baldassari (ago delle bilancia in Bicameralina): questo decreto aumenta le tasse
Quanto alla bocciatura in Commissione, determinante ai fini del risultato finale è stato il voto di Mario Baldassarri, senatore finiano che fino all’ultimo si era lasciato mano libera per decidere se sostenere o meno il provvedimento. «Non sono io l’ago della bilancia ma il provvedimento stesso. Da federalista convinto dico che questo testo produce una minore autonomia, una maggiore dipendenza dai trasferimenti e l’inevitabile risultato di aumentare la pressione fiscale». Per questo, «e con profondo rammarico», alla fine anche Baldassari ha votato «No».

Il Sole 24 Ore 04.02.11

Italia, allarme della commissione Ue sui 15enni "Semianalfabeta uno su 5", di Salvo Intravaia

Nei test Ocse-Pisa 2010 pubblicati a dicembre l’Italia fa registrare il 21% di quindicenni “con scarsi risultati in lettura”. E i commissari li giudicano a rischio per il loto futuro, sociale e sul lavoro. Un quindicenne su cinque, in Italia, è semianalfabeta. Cioè privo “delle capacità fondamentali di lettura e di scrittura”. Questa volta, a certificarlo è la Commissione europea che “per contribuire a risolvere il problema, ha istituito un gruppo di esperti indipendenti con l’incarico di individuare metodi per migliorare i livelli di alfabetizzazione”, si legge in una nota della stessa commissione. Le lacune emerse in Lettura rendono per i giovani italiani ed europei “più ardua la ricerca di un lavoro e li pone a rischio di esclusione sociale”.

Il gruppo di esperti si è incontrato per la prima volta l’altro ieri a Bruxelles ed è stato presieduto dalla principessa Laurentien dei Paesi Bassi, inviata speciale in tema di “Alfabetizzazione per lo sviluppo” per l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unisco) I ministri dell’Ue si sono prefissi l’obiettivo di ridurre a meno del 15 per cento entro il 2020 la percentuale di alunni che riscontrano difficoltà nella lettura, nella matematica e nelle scienze.

“L’avvio di questo gruppo – spiega Androulla Vassiliou, commissario europeo per l’Istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù – segna l’inizio di una campagna europea volta a individuare le cause principali dei bassi livelli di alfabetizzazione. Troppi europei si trovano esclusi dal mercato del lavoro e incapaci di contribuire pienamente alla società poiché non

possiedono le capacità fondamentali di lettura e di scrittura. Se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi per l’Europa 2020 per una crescita intelligente e inclusiva, dobbiamo agire ora per risolvere il problema”.

“Questa iniziativa – aggiunge la principessa Laurentien contribuirà a sfatare il tabù che persiste a tutt’oggi. L’analfabetismo – spiega – ostacola la crescita economica e l’integrazione. Affrontando il problema dell’analfabetismo, possiamo anche contribuire a soluzioni in una vasta gamma di altri settori, quali povertà, occupabilità e condizioni sane di vita. Insieme agli esperti, speriamo di fornire un quadro chiaro delle questioni da affrontare e in che modo l’alfabetizzazione può aiutarci a creare economie forti e competitive e società sane all’interno dell’Ue”

E in Italia, come stanno le cose? Il Belpaese, per bassi rendimenti in Lettura, è in coda tra i paesi più sviluppati. Nei test Ocse-Pisa 2010 pubblicati a dicembre l’Italia fa registrare il 21 per cento di quindicenni “con scarsi risultati in lettura”. Cioè ragazzi “in grado di svolgere soltanto gli esercizi di lettura meno complessi come individuare una singola informazione, identificare il tema principale di un testo, o fare un semplice collegamento con la conoscenza di tutti i giorni”. Appena il compito diventa più complesso, cominciano le difficoltà.

Paesi come Danimarca (15,2 per cento), Olanda e Svezia sono molto vicini all’obiettivo del 15 per cento. In altri contesti (come la Finlandia) la percentuale di adolescenti con scarse capacità di Lettura è addirittura al di sotto del 10 per cento. Mentre in Francia (19,8 per cento), Germania (18,5), Regno Unito (18,4), Spagna (19,6 per cento) e perfino Portogallo (17,6 per cento) le cose vanno meglio che in Italia, che supera la media europea di un punto e mezzo. Segno che c’è parecchio da lavorare.

La Repubblica 04.02.11

"Lavori socialmente umili", di Alessandro Rosina

L’invito all’umiltà recentemente rivolto ai giovani italiani dal ministro Meloni è ingiusto e ingeneroso, ma anche sbagliato. Perché il limite maggiore del nostro sistema paese è proprio l’incapacità di valorizzare al meglio il capitale umano delle nuove generazioni. Inoltre siamo uno dei paesi che meno riducono gli svantaggi di partenza. E dove, di conseguenza, sul destino dei singoli pesano di più le risorse della famiglia di origine, indipendentemente dalle effettive capacità e potenzialità di ciascuno. Non è certo così che possiamo ottenere un’Italia migliore.

Ci risiamo. Di nuovo l’annuncio di misure a favore dei giovani – comunque parziali e limitate di fronte alla profonda gravità della condizione in cui sono stati lasciati precipitare – viene immancabilmente accompagnato da una paternale. Con il precedente governo la gentile concessione di qualche incentivo all’autonomia residenziale, era stata associata all’infelice accusa di essere una generazione di bamboccioni. Con meno fantasia, il ministro Meloni, nella recente presentazione delle misure messe in campo con il Piano per l’occupabilità dei giovani, li ha rimproverati di non essere sufficientemente “umili”.

LA VIRTÙ CHE MANCA
Cari giovani italiani che, come spesso accade, accettate di svolgere gratuitamente lavori travestiti da stage, siate più umili. (1) Cari giovani che vi accontentate di contratti a scadenza sempre più breve e spesso sottopagati, siate più umili. (2) Cari giovani che vivete in un paese senza adeguati strumenti di welfare attivo, presenti invece in larga parte d’Europa, siate più umili. (3)
E i giovani italiani che se ne sono fuggiti all’estero – perché qui il loro talento non veniva riconosciuto, trovando oltre confine spazi e opportunità che il nostro paese non ha saputo dare – hanno qualcosa da dire in merito? Scrivano al ministro della Gioventù spiegandole perché non sono stati così umili da rimanere nel loro luogo di nascita accontentandosi di quello che veniva loro offerto. Raccontino perché sono fuoriusciti nonostante la crescente domanda di impiego come badanti in Italia. Da fuori confine, poi, diventano i critici più accesi dei limiti del nostro paese e dell’inadeguatezza della sua classe dirigente: quanta arroganza e irriconoscenza.

CAPITALE UMANO SPRECATO
L’invito all’umiltà del ministro è ingiusto e ingeneroso, ma anche sbagliato per almeno due ordini di motivi. Il primo riguarda il fatto che il limite maggiore del nostro sistema paese è proprio l’incapacità di valorizzare al meglio il capitale umano delle nuove generazioni. Più che invitare i giovani a guardare in basso, dovremmo aiutarli a puntare in alto e a raggiungere la posizione nella quale le loro doti e capacità possono rendere di più. C’è, del resto, un ampio riconoscimento nel considerare il capitale umano come la risorsa più importante che le economie avanzate possiedono per crescere ed essere competitive in questo secolo. L’Italia è, però, uno degli stati del mondo sviluppato che peggio interpreta questa cruciale sfida, a danno non solo dei giovani, ma delle stesse potenzialità di sviluppo del paese. (4) Sono molti i dati Eurostat e Ocse che si possono citare al riguardo, tutti coerenti tra di loro. Siamo, ad esempio, tra quelli che investono di meno in ricerca e sviluppo, che presentano più bassi tassi di occupazione tra i giovani laureati, che meno attraggono dall’estero capitale umano di qualità.
L’Italia ha di fronte due strade: a) rialzare i livelli di crescita e di sviluppo del paese allineandoli alle potenzialità del capitale umano delle nuove generazioni, oppure b) piegare al ribasso ambizioni e aspettative dei giovani per adeguarle a un’economia rassegnata al declino. L’invito del ministro è coerente con la seconda opzione.

SOCIALMENTE UMILI
Il secondo motivo riguarda la carenza di investimento pubblico in promozione e protezione sociale a favore delle nuove generazioni. Come molte ricerche evidenziano, siamo uno dei paesi che meno riducono gli svantaggi di partenza e dove, conseguentemente, maggiormente pesano le risorse della famiglia di origine nel destino dei singoli. (5) Questo significa che chi è in alto nella scala sociale è più protetto dai rischi di discesa e potrà, più facilmente di quanto avvenga in altri paesi, occupare posizioni più elevate rispetto alle sue reali capacità. E, per converso, significa che chi non è stato accorto nello scegliere la famiglia in cui nascere (o non s’ingrazia il potente giusto) più difficilmente riuscirà a veder riconosciuti e valorizzati i propri talenti. Il fatto che la famiglia di origine costituisca il pressoché esclusivo strumento di promozione e di ammortizzazione sociale dei giovani, rende non solo più iniquo il sistema italiano, ma anche meno dinamico ed efficiente. Non si ottiene, infatti, quella allocazione ottimale delle risorse che presuppone che il posto giusto sia occupato dalla persona più capace e competente per svolgerlo, non invece da chi ha le spinte e le conoscenze giuste.
L’invito all’umiltà in un sistema di questo tipo si risolve semplicemente in un invito a chi proviene da famiglie meno fortunate a continuare ad accontentarsi di titoli di studio più bassi e di lavori meno prestigiosi, indipendentemente dalle sue effettive capacità e potenzialità. Non è certo chiedendo a costoro di rinunciare a realizzare i propri sogni che possiamo ottenere un’Italia migliore.
È bene allora che i giovani siano ambiziosi, soprattutto nei confronti di se stessi, perché, come scrive il filosofo gesuita Paul Valadier, “non si può far nulla senza l’amore per se stessi o senza la preoccupazione di valorizzare i propri talenti”.

(1)Una lettura utile, su questo punto, è E. Voltolina, La Repubblicadeglistagisti. Come non farsi sfruttare, Laterza, 2010. www.repubblicadeglistagisti.it
(2)Alcuni dati interessanti si trovano in: R. Leombruni e F. Taddei, “Giovani precari in un Paese per vecchi”, Il Mulino, 6/2009.
(3)Si veda, tra gli altri: F. Berton, M. Richiardi, S. Sacchi, Flex-insecurity. Perché in Italia la flessibilità diventa precarietà, il Mulino, 2009.
(4)P. Cipollone, P. Sestito, Il capitale umano. Come far fruttare i talenti, il Mulino, 2010.
(5) Si veda, ad esempio: Ocse, A Family Affair: Intergenerational Social Mobility across OECD Countries, in “Economic Policy Reforms. Going for Growth”, 2010
(6)P. Valadier, “Elogio all’ambizione, molla per il futuro”, Vita e Pensiero, 2009/2.

da www.lavoce.info