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"Classi pollaio: ci vada il ministro!", di Giovanni Belfiori

Il Tar del Lazio accoglie la class action del Codacons e boccia le classi di 35-40 alunni. Ordina a Gelmini e Tremonti di approvare entro 120 giorni il Piano dell’edilizia scolastica. Possibilità per le famiglie di chiedere un risarcimento di 2.500 euro per alunno. La notizia è stata diffusa dalle agenzia di stampa poco fa: il Tar del Lazio ha accolto la class action proposta dal Codacons contro le ‘classi-pollaio’, quelle aule scolastiche dove il numero di alunni arriva fino a 35-40, superando in pieno i limiti fissati dalla legge e con grave danno per la sicurezza di studenti e insegnanti.

Ora il ministero dell’Istruzione e il ministero dell’Economia dovranno emanare il Piano generale di edilizia
scolastica entro 120 giorni; anzi la III sezione bis del Tar, presieduta dal giudice Evasio Speranza, ha sottolineato come il “Piano generale di riqualificazione dell’edilizia scolastica” (previsto dall’art. 3del Decreto 81/09) non è stato ancora adottato, mentre avrebbe dovuto esserlo prima dell’anno scolastico 2009-2010. Insomma, per i giudici, “è evidente che l’inerzia si sia già protratta ampiamente oltre il limite di legge”.

Come sottolinea il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, “grazie a questa sentenza, docenti e famiglie i cui figli sono stati costretti a studiare in aule pollaio, potranno chiedere un risarcimento fino a 2.500 euro in relazione al danno esistenziale subìto”.

E se il ministro Gelmini non adottasse il Piano per l’edilizia scolastica entro i 120 giorni previsti? Rienzi non ha dubbi e dichiara a l’agenzia Ansa, che “se non lo farà saremo costretti a chiedere la nomina di un commissario ad acta che si sostituisca al ministro ed ottemperi a quanto disposto dal Tar”.

Francesca Puglisi, responsabile Scuola PD, è intervenuta evidenziando come “ci sono ragazzi e ragazze che vivono, nelle aule scolastiche di tutta Italia, in condizioni al di là dei limiti di sicurezza e di vivibilità, e a scapito anche dell’apprendimento”.

“La sentenza del Tar che accoglie il ricorso del Codacons -prosegue Puglisi- è la miglior prova di come sia sacrosanto che cittadini e famiglie si uniscano per ottenere il rispetto della legalità e dei propri diritti. Il PD denuncia da tre anni i tagli del governo che minano alla base la scuola pubblica e qualunque commissario ad acta –se si dovesse arrivare all’incredibile situazione di dover sostituire il ministro per ottemperare all’ordine del Tar e approvare il Piano di edilizia scolastica- non farebbe mai peggio del ministro Gelmini. Ma il PD e gli italiani confidano che, già prima di 120 giorni, il ministro se ne torni a casa, insieme con l’intero governo.

www.partitodemocratico.it

«Atenei, ora arriva la stangata», di Manuel Massimo

Ecco tutti i tagli della Gelmini. La Cgil ha sommato tutte le voci che tolgono fondi all’Università, dal 2008 in poi. Lo Stato sposterà finanziamenti per il 12,95% in meno. Poi non c’è più traccia delle risorse aggiuntive mentre la riforma prevede più spese a cui far fronte. E si dimezzano i fondi per alloggi, borse di studio, sport

Nel mare magnum delle cifre e delle voci di spesa, parlare genericamente di tagli al sistema universitario senza “quantificare” non aiuta a comprendere la dimensione del fenomeno. Per fare chiarezza la Federazione Lavoratori della Conoscenza Cgil, calcolatrice alla mano, ha ricostruito analiticamente tutti i tagli subiti dall’università dal 2008 al 2010 e ha fatto una proiezione per il triennio 2011-2013: ne emerge un quadro preoccupante in cui i dati parlano da soli. Nel documento del sindacato il 2011 è indicato come punto-di-non-ritorno verso un baratro finanziario che metterà in ginocchio il sistema: “Terminato l’effetto degli stanziamenti triennali del 2008 (598 milioni di euro) e del 2010 (998 milioni di euro), il sistema universitario dal 2011 deve fare i conti con gli ulteriori tagli lineari del 10% (circa 700 milioni di euro) previsti dalla legge di stabilità. Al di là dei proclami della Gelmini, è il prossimo triennio quello su cui la scure scenderà ancora più pesantemente sulle università”.

FFO, tagli e ritagli. Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), la principale fonte di entrata per le università statali, rappresenta la somma delle risorse stanziate dallo Stato ogni anno per il funzionamento del sistema accademico. Partendo dai 7,41 miliardi di euro del 2008 si arriverà ai 6,45 miliardi del 2013: un taglio netto del 12,95%, pari a circa 960 milioni di euro. Da notare, inoltre, che nel triennio appena trascorso (2008-2010) l’FFO effettivamente
assegnato è stato sempre inferiore a quello preventivato sulla carta (rispettivamente con riduzioni dell’1,75%, del 2,89% e del 2,97%), dunque la stima fatta dalla Flc Cgil è da considerare al ribasso.

Risorse aggiuntive? No grazie. Nel corso del triennio 2008-2010 sono confluite nell’FFO anche alcune risorse aggiuntive con vincoli di destinazione: 24 milioni di euro per gli assegni di ricerca, 1,65 miliardi di euro per il personale e la spesa corrente, 120 milioni di euro per i dottorati di ricerca; solo per il 2010, infine, un incremento una tantum di 400 milioni di euro per l’FFO. Ma di queste risorse aggiuntive, a partire da quest’anno, non c’è più traccia: in mancanza di manovre correttive ad hoc il taglio del Fondo rispetto al 2008 sarà dell’11,31% nel 2011, del 12,40% nel 2012 e del 12,95% nel 2013.

Università anno zero. La Flc Cgil sottolinea il cronico sottofinanziamento del sistema accademico, alle prese con spese crescenti e capitali sempre meno sostanziosi: “Nonostante il modesto apporto di risorse previsto, in extremis, dalla legge di stabilità i totali dell’FFO per il 2011, 2012 e 2013 mostrano valori significativamente inferiori a quello del 2010. Peraltro, oltre ai tagli subiti, gli atenei con queste risorse dovranno onorare le finalizzazioni previste dalla legge di finanziamento (costo delle chiamate dei professori di seconda fascia), nonché i costi derivanti dall’attuazione della riforma universitaria appena varata (11 milioni di euro per l’adeguamento del trattamento economico dei ricercatori e 3,5 milioni di euro per gli assegni di ricerca)”.

Servizi a mezzo servizio. Le altre principali voci di spesa extra FFO vanno a finanziare principalmente i servizi destinati agli studenti ma anche i piani strategici di sviluppo delle università. Su questo versante i tagli operati a partire dal 2008 porteranno, di fatto, a un dimezzamento delle risorse nel 2013 per quanto riguarda i Centri Universitari Sportivi (da 11,19 a 5,36 milioni di euro, pari a -52,03%), l’allocazione prevista per il Piano triennale passerà da 92,27 a 44,77 milioni di euro (con un taglio netto di 47,5 milioni, pari a -51,80%), il Diritto allo studio sarà tagliato del 49,09% (passando da 151,98 a 77,37 milioni di euro). Fortemente ridimensionata, specie a partire da quest’anno, anche la quota di risorse destinata alle residenze studentesche: se nel 2008 l’importo destinato agli alloggi per gli studenti era di 31,33 milioni, nel triennio 2011-2013 la cifra che si potrà mettere a bilancio sarà di appena 18,66 milioni di euro all’anno (vale a dire -40,44%).

da www.repubblica.it

"Il paese dei libri vietati", di Carlo Luccarelli

La vicenda è più complessa di come appare, e lo è almeno in tre punti.
Come appare: l’assessore provinciale alla cultura di Venezia prima e l’assessore regionale veneto poi hanno invitato biblioteche e scuole a mettere al bando in quanto “cattivi esempi” gli autori firmatari di un appello a favore di Cesare Battisti circolato nel 2004. Un’iniziativa che è stata stigmatizzata da molti come la solita provocazione di certi amministratori del nord est.
I punti da approfondire.
Primo: l’appello del 2004 non era così genericamente “a favore” di Cesare Battisti. Era più complesso e passava attraverso quel caso per discutere di terrorismo, anni di piombo, legislazione passata e attuale. Ed era un appello legittimo, qualunque sia il giudizio che ognuno di noi può avere sul “caso Battisti”.
Secondo: questa storia non riguarda solo gli autori che hanno firmato l’appello. Io non l’ho fatto e non lo farei, ma mi sento ugualmente coinvolto quando qualcuno stabilisce arbitrariamente liste di proscrizione mettendo al bando libri definiti “diseducativi”, non per quello che contengono – e anche in quel caso il giudizio spetterebbe soltanto ai lettori – ma perché le convinzioni personali degli autori non sono ritenute in linea con quelle di chi detiene il potere. Visto il numero crescente di autori che si stanno opponendo – anche a livello internazionale – a questa iniziativa censoria non credo di essere il solo a pensarla così.
Terzo: questa non è la solita provocazione. Bandire i libri è la conseguenza coerente di un modo di pensare stupido, ignorante, intollerante e pericoloso e che ha come obiettivo un progetto preciso. Che storicamente già sappiamo cosa produce: roghi di libri, autori perseguitati e biblioteche vuote.

L’Unità 21.01.11

"L'edilizia scolastica é ignorata nei decreti sul Federalismo fiscale!", di Osvaldo Roman

Nell’ annuale relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta su infortuni sul lavoro e morti bianche che è stata illustrata in Senato il 12 gennaio si conferma l’ipotesi della creazione di “Scuola Spa”, l’ente a cui trasferire la proprietà degli edifici scolastici e la competenza su manutenzione e messa in sicurezza. Si tratta di un’ipotesi «effettivamente allo studio dei ministeri dell’Economia, dell’Istruzione e delle Infrastrutture», scrive la relazione, riportando il contenuto di un’audizione del 3 novembre scorso del ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli.

E’ evidente come con tale progetto si vogliano scippare agli enti locali la proprietà degli edifici scolastici e le conseguenti competenze di edificazione e manutenzione!
Il motivo di questa scelta è altrettanto evidente se si ha presente che nei decreti legislativi delegati finora approvati dal Consiglio dei ministri sul federalismo fiscale di Calderoli, all’esame della Conferenza Unificata e delle Camere, l’edilizia scolastica, che per la legge delega é una funzione fondamentale dei Comuni e delle Province, risulta di fatto completamente assente!

Il problema dell’edilizia scolastica in Italia data la sua storica gravità e stanti le sue dimensioni finanziarie, valutate in non meno di 13 miliardi per gli interventi più urgenti, da solo giustificherebbe il passaggio al federalismo fiscale.

Poiché questo governo sta assembrando decreti patacca sul federalismo finalizzati unicamente allo svolgimento della prossima campagna elettorale della Lega questo problema, come moltissimi altri, viene accantonato e si cercano strade diverse come quella dell’invenzione di una Scuola SPA per eludere tale materia.

Poiché la percezione attuale dello stato di realizzazione del federalismo fiscale è assai ridotta nel nostro paese anche a causa della difficoltà di divulgazione e di comprensione dei relativi decreti, stante la loro natura strettamente tecnica di carattere finanziario e fiscale, potrà essere utile cercare di comprendere il filo della logica che li caratterizza partendo da un argomento specifico come può essere quello dell’edilizia scolastica.

Questa materia, in quanto da tempo di competenza delle Regioni, insieme a poche altre competenze riguardanti l’assistenza e il diritto allo studio, sarebbe dovuta rientrare tra le materie oggetto di fiscalizzazione. Ma ciò, come vedremo in dettaglio, non è avvenuto e si cercano strade diverse per svicolare dall’arduo approccio con tale argomento.

C’è da premettere inoltre che questo federalismo di Calderoli ignora di fatto l’istruzione perché non essendo stata data attuazione, per responsabilità del Governo, al Titolo V nei termini temporali e di merito previsti dal Documento predisposto in sede di Conferenza Unificata, per il trasferimento amministrativo e conseguentemente finanziario delle relative competenze si dovrà predisporre una
specifica ulteriore iniziativa legislativa. Con tale documento, del 21 luglio 2010, la IX Commissione della stessa Conferenza aveva predisposto una bozza di Accordo tra Governo, Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano, Province, Comuni e Comunità montane concernente “finalità,
tempi e modalità di attuazione del Titolo V, Parte II, della Costituzione, per quanto attiene alla materia istruzione, nonché sperimentazione di interventi condivisi tra stato e regioni, province e i comuni per la migliore allocazione delle risorse umane, strumentali ed economiche al fine di elevare la qualità del servizio”, che si sarebbe dovuto approvare in sede di conferenza Stato Regioni.

Si deve segnalare inoltre che il federalismo dei Decreti Calderoli ignora perfino i trasferimenti finanziari riguardanti le materie già trasferite amministrativamente dal Decreto legislativo 112 nell’ormai lontano 1998.

Fra quelle spese che restano inserite nel bilancio dello Stato ha un rilievo particolare, anche sotto il profilo economico, perché si tratta di 526 milioni nel 2011, l’erogazione dei contributi previsti molti decenni orsono, a favore delle scuole private, rimpolpati in occasione del approvazione della legge di parità (n°62/ 2000). Tale trasferimento é previsto dalla legge 112 art.138 lettera e), riguardante la competenza regionale in materia di erogazione dei contributi a favore delle scuole
paritarie. Si tratta, si badi bene, di stanziamenti che sono rimasti nel bilancio dello Stato, illegalmente almeno a decorrere dall’anno finanzario 2003.

In barba ad ogni proposito federalista restano inoltre nella Tabella 7, dello stato di previsione della spesa per il MIUR anche le spese per il funzionamento degli uffici scolastici regionali e di tutta l’amministrazione periferica della P.A che avrebbero dovuto essere trasferiti in attuazione del Titolo V come ripetutamente segnalato dalla Corte Costituzionale e come indicato dal citato documento della Conferenza Unificata.

Si tratta di destinazioni così ovvie e storicamente definite che perfino gli uffici del Miur, così restii a mollare pezzi di gestione amministrativa, si erano rassegnati a predisporne l’attuazione. Infatti nella Tabella 7 del Bilancio di previsione 2011 entrambe tali spese, che nel passato erano distribuite nei capitoli degli Uffici scolastici regionali, proprio per favorirne l’imminente trasferimento, erano stati accorpate per la prima volta in due capitoli centrali allocati presso le Direzioni Generali del Ministero di Viale Trastevere:
uno con 222,3 milioni di euro inseriti nel nuovo programma per la Realizzazione degli indirizzi e delle politiche in ambito territoriale in materia di istruzione, destinato essenzialmente al pagamento
dell’Amministrazione periferica del Ministero;
un’altro con 281 milioni, a cui si aggiungeranno altri 245 milioni aggiunti con il maxiemendamento del Governo, per i contributi alle scuole paritarie.

Con il federalismo fiscale di Calderoli tali risorse non vengono trasferite e resteranno
nel bilancio dello Stato.

Inoltre la Relazione della COPAFF del 30 giugno 2010 per quanto riguarda l’istruzione ignora i trasferimenti da realizzare per dare attuazione al Titolo V. E del resto non poteva fare altrimenti non essendo stati adottati almeno i DPCM previsti dall’art.7 della legge 131/2003.

Per quanto riguarda l’edilizia scolastica la Relazione del COPAFF indica come spesa statale da trasferire alle Regioni quei 100 milioni di euro che nel 2008 furono inseriti, per la prima volta almeno dal 1996, nel bilancio dl Ministero dell’Istruzione (50 nel 2007 e altri 100 nel 2009). Si trattava di uno stanziamento previsto dalla finanziaria Prodi nell’ambito del piano triennale 2007-2009 del patto per la sicurezza che prevedeva una compartecipazione paritetica alla spesa per i piani regionali delle Regioni e degli enti locali.

Ovviamente quando si dice “trasferire” una spesa nell’ottica del federalismo fiscale significa “sopprimerla” dal bilancio dello Stato e trasformarla in autonome entrate fiscali degli enti locali interessati per competenza. E’ attualmente oggetto di studio e di ricerche la quota di stanziamenti per l’edilizia scolastica da trasferire con riferimento al bilancio 2010

Ma oltre al problema delle risorse vi è un altro problema da risolvere:quello dei destinatari della fiscalizzazione. Infatti poiché l’edilizia scolastica è una funzione fondamentale dei Comuni e delle Province cosa potrà significare che la somma individuata dalla COPAFF riguarda un trasferimento, sia pur non stabilizzato, alle Regioni?

Sulla base della legislazione esistente, la competenza in materia è dei Comuni e delle Province essendo riservata alle Regioni solo quella legislativa e programmatoria.
Va ricordato infatti che, in base alla legge n. 23 del 1996 (c.d. “Legge Masini”) le Regioni, relativamente all’ammortamento statale dei mutui, hanno redatto e approvato i piani regionali annuali e triennali con i quali si indicavano le Province e i Comuni destinatari dei mutui stessi. Tali piani potevano essere sostenuti con specifici finanziamenti regionali.
Il sistema di pianificazione previsto dalla legge 23 ha funzionato egregiamente per i
primi due piani triennali .
Solo con l’entrata in campo del secondo governo Berlusconi esso è stato bruscamente
interrotto. Infatti, dopo il 2002, i mutui sono stati in genere sostituiti da finanziamenti diretti
degli stipendi del personale del Cipe o dei ministeri dell’Istruzione o delle Infrastrutture, distribuiti con una ripartizione di tipo regionale. L’ultimo piano straordinario del maggio 2010 (di 358,4 milioni nell’ambito dei mille prelevati dai FAS) prevede infine lo scavalcamento totale del ruolo programmatorio, assegnato dalla legge alle Regioni, con un’ assegnazione diretta dei finanziamenti agli enti locali da parte del Ministero delle Infrastrutture, tramite la sottoscrizione di apposite Convenzioni. Peraltro circa tali finanziamenti la relativa delibera del CIPE non indica certezze temporali fino al 2013 e oltre.
Di fatto però oggi i documenti governativi che accompagnano i Decreti sul federalismo fanno riferimento solo ai 100 milioni destinati alle Regioni nel 2008 e ripartiti fra Comuni e Province. I Decreti finora esaminati e le relative relazioni tecniche invece neppure ad essi fanno riferimento perché riguardano solo le spese correnti.
Al riguardo si deve tenere presente che la spesa per gli investimenti, che è per il 60% di competenza comunale e provinciale, non è trattata negli schemi di Decreto che riguardano le entrate di Regioni, Province e Comuni.

In virtù di quanto esposto, vien fatto di chiedersi:
• in base a quali criteri potranno essere definiti i livelli essenziali delle prestazioni in materia di edilizia scolastica?
• quale sarà la l’entità della spesa inizialmente fiscalizzata?
• quali i destinatari di questa fiscalizzazione: le Regioni (che a loro volta la fiscalizzeranno a favore dei Comuni e delle Province) o invece direttamente i Comuni e le Province proprietari degli immobili e obbligati alla loro fornitura e manutenzione?
Si tenga presente che la legge delega n.42/09 all’art.11, comma 1, stabilisce il principio del finanziamento integrale, secondo il fabbisogno standard, delle spese riconducibili alle funzioni fondamentali come individuate dalla legislazione statale ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione.
Si consideri pure che per la funzione fondamentale dei Comuni e delle Province concernente l’Edilizia scolastica non si può pensare, come indica il Decreto legislativo n.216 del 26 novembre 2010, che la definizione dei relativi costi, che dovrà avvenire entro il 2011 con l’ individuazione dei fabbisogni standard, non modifichi il totale della spesa attualmente trasferita.
Tutto ciò non trova alcuna risposta nei Decreti in esame. Una volta individuata la spesa da trasferire, a decorrere dal 2012, non è pensabile che questa non possa essere integrata, per soddisfare i fabbisogni standard corrispondenti ai livelli essenziali delle prestazioni, per la funzione dell’edilizia scolastica. Ne è immaginabile che si pensi di sfuggire a tale tipo di drammatica emergenza per il paese e quindi ad una delle fondamentali attese del nuovo federalismo ricorrendo ai diversivi del tipo dell’ SPA per la Scuola.

da Scuolaoggi.org

"Le dieci bugie del Cavaliere", di Giuseppe D'Avanzo

Si contano dieci menzogne nell´intervento televisivo di Silvio Berlusconi. Qui di seguito dimostriamo come le parole del premier siano variazioni falsarie. Costruiscono per l´opinione pubblica una fiction che appare in gran parte fasulla anche alla luce di quel che è già emerso dai documenti dell´inchiesta di Milano. Le bugie nelle dichiarazioni del presidente del Consiglio devono negare come e perché sia riuscito ad esfiltrare dalla questura, sottraendola alla tutela dello Stato, una minorenne accusata di furto. Una minorenne con la quale il capo del governo ha intrattenuto, per lo meno per tre mesi, una relazione molto intensa, al punto che ci sono tra i due 67 contatti telefonici in 77 giorni.
Impossibilitato a raccontare la verità su quella relazione, il premier è costretto a mentire ancora: parla di persecuzione giudiziaria; inventa una violazione della sua privacy; accusa la polizia di aver maltrattato le sue amiche: è un´autodifesa che non accetta di essere verificata. «Non mi devo vergognare», dice Berlusconi. Le sue dieci bugie lo dovrebbero convincere non solo a vergognarsi, ma anche ad assumersi la responsabilità di fare chiarezza davanti ai giudici e dinanzi al Paese. Ecco dunque le dieci bugie che, se necessario, integreremo nel corso del tempo.
1. «Non ho minacciato nessuno»
Dice il premier: «Vi leggo le risposte del funzionario al pubblico ministero dove descrive la mia telefonata: «L´addetto alla sicurezza mi disse: dottore, le passo il presidente del Consiglio perché c´è un problema. Subito dopo il presidente del Consiglio mi ha detto che vi era in questura una ragazza di origine nord africana che gli era stata segnalata come nipote di Mubarak e che un consigliere regionale, la signora Minetti, si sarebbe fatta carico di questa ragazza. La telefonata finì così». Ma vi pare che questa possa essere considerata una telefonata di minaccia?».
Berlusconi sa di mentire perché non ci fu una sola telefonata con il capo di gabinetto. Come si legge nell´invito a comparire il funzionario riceve ripetute e «ulteriori chiamate dalla presidenza del Consiglio» (la procura ha escluso tutti i contatti telefonici di Berlusconi e non è ancora pubblico il numero esatto). Devono essere state così urgenti e incombenti da consigliare al capo di gabinetto di telefonare 24 volte al funzionario di servizio, al suo diretto superiore, al questore. La prima telefonata è delle 00.02.21, l´ultima addirittura delle 6.47.14. Non importa se il capo di gabinetto abbia o meno avvertito «una minaccia» nelle parole del presidente. E´ indiscutibile che il funzionario si dà molto da fare. L´esito è l´affidamento di Ruby, di fatto, a una prostituta, Michele Coincecao, eventualità che il pubblico ministero per i minori, Anna Maria Fiorillo, aveva escluso. Questo è il risultato della pressione di Berlusconi: la polizia non rispetta le disposizioni del magistrato.
2. «Non ho fatto sesso con Ruby»
Dice il premier: «Mi si contestano rapporti sessuali con una ragazza minore di 18 anni, Ruby. Questa ragazza ha dichiarato agli avvocati e mille volte a tutti i giornali italiani e stranieri che mai e poi mai ha avuto rapporti sessuali con me».
E´ utile ricordare come Ruby sia stata «avvicinata» dagli avvocati, da quali avvocati, in quale occasione. E´ il 6 ottobre 2010, Ruby deve incontrare il suo avvocato non quello di oggi (Massimo Di Noja) che sarà nominato soltanto il 29 ottobre, ma Luca Giuliante, difensore anche di Lele Mora. Ruby raggiunge lo studio del legale accompagnata da un amico Luca Risso. Risso, via sms, fa a una sua amica il resoconto di quel che accade. Sono utili cinque messaggi. 1. «Sono nel mezzo di un interrogatorio allucinante… Ti racconterò, ma è pazzesco!». 2. «E´ sempre peggio quando ti racconterò (se potrò…). 3. L´amica scrive: «Perché stanno interrogando Ruby?». 4. Scrive Risso: «C´è Lele (Mora), l´avv., Ruby, un emissario di Lui. Una che verbalizza. Sono qui perché pensano che io sappia tutto». 5. «Sono ancora qua. Ora sono sceso a fare due passi. Lei è su, che si sono fermati un attimino perché siamo alla scene hard con il pr… con la persona». Da queste informazioni si deducono un paio di scene. Ruby è stata protagonista di «scene hard» con il presidente. Lele Mora, un inviato di Berlusconi e l´avvocato Giuliante la «interrogano» per conoscere che cosa ha raccontato ai pubblici ministeri. E´ un vero e proprio debriefing che può consentir di conoscere le accuse, prevedere le mosse dei pubblici ministeri, ribaltare i ricordi della ragazza con la dichiarazione giurata che oggi Berlusconi sventola. Inutilmente perché appare più il frutto o di una violenza morale o di una corruzione, se si prende per buono quel che Ruby dice al padre: «Sono con l´avvocato, Silvio gli ha detto: dille che la pagherò il prezzo che lei vuole. L´importante è che chiuda la bocca». E´ il 26 ottobre 2010.
3. «Anche Ruby mi scagiona»
Dice il premier: «Vi leggo quello che ha detto la stessa Ruby in una dichiarazione firmata e autenticata dai suoi avvocati: «Non ho mai avuto alcun tipo di rapporto sessuale con l´onorevole Silvio Berlusconi. Nessuno, né l´onorevole Berlusconi né altre persone, mi ha mai prospettato la possibilità di ottenere denari o altre utilità in cambio di una disponibilità ad avere rapporti di carattere sessuale con l´on. Silvio Berlusconi. Posso aggiungere che, invece, ho ricevuto da lui, come forma di aiuto, vista la mia particolare situazione di difficoltà, una somma di denaro. Quando ho conosciuto l´on. Berlusconi, gli ho illustrato la mia condizione personale e famigliare nei seguenti termini: gli ho detto di avere 24 anni, di essere di nazionalità egiziana (non marocchina), di essere originaria di una famiglia di alto livello sociale, in particolare di essere figlia di una nota cantante egiziana. Gli ho detto anche di trovarmi in difficoltà per essere stata ripudiata dalla mia famiglia di origine dopo che mi ero convertita al cattolicesimo». Ecco perché vorrei fare il processo subito, con queste prove inconfutabili, ma con giudici super partes.
Più che inconfutabili, queste fonti di prova appaiono insincere. Abbiamo visto in quale clima e dinanzi a quali attori nasca lalettera di Ruby che assolve Berlusconi. La favola poteva essere congegnata meglio. Anche a dimenticare quelle «scene hard», ci sono almeno alcune rilevanti condizioni che la scompaginano e dicono quanto Berlusconi non racconti la verità. Il premier sapeva della minore età di Ruby e non ha mai creduto che fosse di «una famiglia di alto livello sociale» perché è Emilio Fede che la scrutina in un concorso di bellezza in Sicilia nel 2009. Il giornalista sa che è una «sbandata». C´è un video che lo mostra quando, in quell´occasione, dice: «C´è una ragazza di 13 anni, se non sbaglio egiziana, mi sono commosso, ho solidarizzato (perché) la ragazza non ha più i suoi genitori… «. Per «solidarietà», Fede indirizza la teenager da Lele Mora che la «svezza» e in quello stesso anno la destina alle serate di Berlusconi. Alcuni testimoni riferiscono che nel 2009 Ruby frequenta in due occasioni Villa San Martino. Lei lo conferma: «Frequento Berlusconi da quando avevo sedici anni». L´incontro con il Sovrano non sarà occasionale. Il Drago ne incapriccia. Dal 14 febbraio al 2 maggio 2010 si contano 67 contatti telefonici tra Ruby e il presidente. Una telefonata al giorno, quasi.
4. «E´ la 28esima persecuzione»
Dice il premier: «Ho avuto finalmente modo di leggere le 389 pagine dell´ultima vera e propria persecuzione giudiziaria, la ventottesima in 17 anni».
Il numero dei processi di Berlusconi è un mistero misericordioso che cambia a seconda delle ragioni. Dice il Cavaliere: «In assoluto [sono] il maggior perseguitato dalla magistratura in tutte le epoche, in tutta la storia degli uomini in tutto il mondo. [Sono stato] sottoposto a 106 processi, tutti finiti con assoluzioni e due prescrizioni» (10 ottobre 2009). Nello stesso giorno, Marina Berlusconi ridimensiona l´iperbole paterna: «Mio padre tra processi e indagini è stato chiamato in causa 26 volte. Ma a suo carico non c´è una sola, dico una sola, condanna. E se, come si dice, bastano tre indizi per fare una prova, non le sembra che 26 accuse cadute nel nulla siano la prova provata di una persecuzione?» (Corriere, 10 ottobre 2009). Qualche giorno dopo, Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, pompa il computo ancora più verso l´alto: «I processi contro Berlusconi sono 109» (Porta a porta, 15 ottobre 2009). Lo rintuzza addirittura Bruno Vespa che avalla i numeri di Marina: «Non esageriamo, i processi sono 26».
Ventotto, ventisei, centosei o centonove, e quante assoluzioni? In realtà, i processi affrontati dal Cavaliere come imputato sono sedici. Quattro sono ancora in corso: corruzione in atti giudiziari per l´affare Mills; frode fiscale per i diritti tv Mediaset (in dibattimento a Milano); appropriazione indebita nell´affare Mediatrade; e quest´ultimo per concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile.
Nei processi già conclusi, in soltanto tre casi le sentenze sono state di assoluzione. In un´occasione con formula piena per l´affare «Sme-Ariosto/1» (la corruzione dei giudici di Roma). Due volte con la formula dubitativa: i fondi neri «Medusa» e le tangenti alla Guardia di Finanza, dove il Cavaliere è stato condannato in primo grado per corruzione; dichiarato colpevole ma prescritto in appello grazie alle attenuanti generiche; assolto in Cassazione per «insufficienza probatoria». Riformato e depenalizzato il falso in bilancio dal governo Berlusconi, l´imputato Berlusconi viene assolto in due processi (All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2) perché «il fatto non è più previsto dalla legge come reato». Due amnistie estinguono il reato e cancellano la condanna inflittagli per falsa testimonianza (aveva truccato le date della sua iscrizione alla P2) e per falso in bilancio (i terreni di Macherio). Per cinque volte è salvo con le «attenuanti generiche» che (attenzione) si assegnano a chi è ritenuto responsabile del reato. Per di più le «attenuanti generiche» gli consentono di beneficiare, in tre casi, della prescrizione dimezzata che si era fabbricato come capo del governo: «All Iberian/1» (finanziamento illecito a Craxi); «caso Lentini»; «bilanci Fininvest 1988-´92»; «fondi neri nel consolidato Fininvest» (1500 miliardi); Mondadori (l´avvocato di Berlusconi, Cesare Previti, «compra» il giudice Metta, entrambi sono condannati). Più che persecuzione giudiziaria, siamo dinanzi a un´avventura fortemente segnata dall´illegalità.
5. «Mi spiano dal gennaio 2010»
Dice il premier: «Pensate che la mia casa di Arcore è stata sottoposta a un continuo monitoraggio che dura dal gennaio del 2010 per controllare tutte le persone che entravano e uscivano e per quanto tempo vi rimanevano. Hanno utilizzato tecniche sofisticate come se dovessero fare una retata contro la mafia o contro la camorra».
«Sappiate che la Procura di Milano mi ha iscritto come indagato soltanto il 21 dicembre scorso, guarda caso appena sette giorni dopo il voto di fiducia del Parlamento, e quindi tutte le indagini precedenti erano formalmente rivolte verso altri ma sostanzialmente tenevano sotto controllo proprio la mia abitazione e la mia persona».
Dio solo sa che cosa c´entra il voto di fiducia. Che cosa avrebbe detto se quel voto fosse stato per lui negativo? Avrebbe detto che, caduto il governo, la magistratura avvia la sua vendetta. Berlusconi deve lasciarlo credere per politicizzare una malinconica storia di prostitute minorenni e abusi di potere che con la politica non c´entra nulla.
E´ falso sostenere che la sua casa di Arcore sia stata tenuta sotto controllo da un anno. Dopo le dichiarazioni di Ruby (3 agosto 2010), le indagini si muovono con molta cautela. Inizialmente contro Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti. Soltanto in autunno emergono le possibili responsabilità dirette del premier. Prima di iscrivere al registro degli indagati Berlusconi, i pubblici ministeri come sempre vagliano una prima e approssimata attendibilità delle accuse. Chiedono i tabulati delle telefonate di Ruby dal gennaio 2010: davvero conosce il capo del governo? Quindi gli accertamenti sono fatti a ritroso e non in tempo reale come maligna, mentendo, il capo del governo.
6. «Hanno violato la mia casa»
Dice il premier: «Nella mia casa da sempre svolgo funzioni di governo e di parlamentare, avendolo addirittura comunicato alla Camera dei deputati sin dal 2004, e la violazione che è stata compiuta è particolarmente grave perché va contro i più elementari principi costituzionali».
Da nessun atto dell´inchiesta si deduce che la dimora del presidente sia stata «violata». Si indaga su un prosseneta. Lo si tiene d´occhio. L´uomo si muove con prostitute al seguito. Lo si segue. Si scopre che il corteo di auto, spesso scortato da auto di Stato, varca il cancello di Villa San Martino. Il domicilio non viene oltraggiato. Piuttosto ci si deve chiedere se non lo oltraggia Berlusconi. C´è qualche buona ragione per sostenerlo. Pretende che la sua casa privata sia considerata residenza di Stato. Bene. Per questa ragione e per un elementare principio costituzionale (art. 54 della Carta: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore) Berlusconi non dovrebbe affollarla di prostitute (in forza del necessario «onore» che dovrebbe accompagnare la sua responsabilità pubblica). Dovrebbe con «disciplina» proteggere se stesso e non trascurare la sua personale sicurezza, come gli accade aprendo la porta di casa a qualsiasi ragazza italiana e straniera disponibile a trascorrere la notte con lui. La sua vita disordinata lo ha reso vulnerabile e ricattabile. Berlusconi era continuamente taglieggiato dalle sue ospiti, come si apprende dalle indagini. Viene da chiedere: questi sono piccoli ricatti, ma in quante e quali occasioni, magari internazionali, Berlusconi ha reso possibile anche grandi ricatti e chissà possono essere ancora «vivi»?
7. «Milano è incompetente»
Dice il premier: «Come prescrivono la legge e la Costituzione, entro 15 giorni dall´inizio delle indagini la Procura avrebbe dovuto trasmettere tutti gli atti al Tribunale dei ministri, l´unico competente per tutte queste vicende. È gravissimo, ancora, che la Procura voglia continuare a indagare pur non essendo legittimata a farlo. Tra l´altro la Procura di Milano non era neppure competente per territorio. Infatti il reato di concussione mi viene contestato come se fosse stato commesso a Milano. Questo è palesemente infondato poiché il funzionario della questura che ha ricevuto la mia telefonata in quel momento era, come risulta dalle stesse indagini, a Sesto San Giovanni. Quindi la competenza territoriale era ed è del Tribunale di Monza».
E´ bizzarro che Berlusconi si travesta da azzeccagarbugli e disputi sulla competenza della procura di Milano in un video televisivo e non in aula. Qui avrebbe più difficoltà ad avere ragione perché la giurisprudenza è costante. La concussione è un abuso. E´ di «potere» se chi lo pratica fa leva sulle «potestà funzionali per uno scopo diverso da quello per il quale sia stato investito» (Cassazione). Per capire, sarebbe stata una concussione di potere se a telefonare in questura a Milano «consigliando» la liberazione di Ruby fosse stato il ministro dell´Interno. L´abuso può essere anche di «qualità». In questo caso «postula una condotta che, indipendentemente dalla competenze del soggetto (il concussore), si manifesta come una strumentalizzazione della posizione di preminenza ricoperta». E´ il caso di Berlusconi. Abuso di potere o abuso di qualità presuppongono due competenze diverse. L´abuso di potere di un ministro impone la competenza del tribunale dei ministri. L´abuso di qualità prescrive la competenza territoriale: dove è stato commesso il reato? Il capo di governo lo sa che questa è la domanda che decide e prova a truccare le carte. Dice: è competente Monza perché qui abita il capo di gabinetto della questura che riceve la mia telefonata. Errore. La concussione è un reato d´»evento» e non di «condotta» e dunque la competenza si radica dove si materializza «il vantaggio». E´ fuor di dubbio che il vantaggio (Ruby affidata alla Minetti e sottratta alla tutela dello Stato) diventa concreto a Milano.
8. «150 poliziotti contro 10 ragazze, le mie amiche sono state maltrattate»
Dice il premier: «Gli stessi Pm. che hanno ordinato con uno spiegamento di forze di almeno 150 uomini una imponente operazione di perquisizione contro ragazze colpevoli soltanto di essere state mie ospiti in alcune cene (…) Queste perquisizioni nei confronti di persone che non erano neppure indagate ma soltanto testimoni sono state compiute con il più totale disprezzo della dignità della loro persona e della loro intimità. Sono state maltrattate».
E´ una bubbola. All´inchiesta hanno collaborato i dieci uomini della polizia giudiziaria presso la Procura, disponibili non solo per quest´inchiesta, ma per il lavoro di tutti i 90 pubblici ministeri di Milano. La squadra mobile di Milano. venerdì scorso, ha mandato 30 poliziotti (molte donne) a perquisire gli appartamentini delle dieci amiche del premier, abituali frequentatrici di Arcore. Maltrattamenti? Berlusconi viene smentito anche da Giuseppe Spinelli, il ragioniere di Arcore, ufficiale pagatore delle amiche del presidente: «Alle 7,30 ci siamo trovati in casa cinque poliziotti della Criminalpol. Non sono stati mica sgarbati… «.
9. «Non ho pagato mai una donna»
Dice il premier. «E´ assurdo soltanto pensare che io abbia pagato per avere rapporti con una donna. E´ una cosa che non mi è mai successa neanche una sola volta nella vita. E´ una cosa che considererei degradante per la mia dignità».
Già Patrizia D´Addario fu pagata, anche se da Giampaolo Tarantini, per tener compagnia al capo del governo nel lettone di Putin a Palazzo Grazioli. L´inchiesta milanese invece ci racconta come nessuna delle ragazze invitate ad Arcore lasciasse la villa senza la busta con i biglietti da 500 euro preparata dal ragioniere di casa. Anche chi, come M.T., di soldi non ne voleva, si vede offrire una busta con 500 euro. Un cip. Nulla a che fare con i «7mila euro» ricevuti da Ruby. E da Iris. E da Imma. E da Barbara… Si fa prima a dire quale ragazza non è stata pagata che elencare i nomi di chi si è intrattenuto nella sala del bunga bunga o tra le braccia del Drago in cambio di un compenso. Nessuna delle ragazze che dopo cena raggiunge il sotterraneo di villa San Martino va via a mani vuote. Inutile dire quanto appaia degradata la dignità del premier.
10. «Non mi devo vergognare»
Dice il premier: «Non c´è stata nessuna concussione, non c´è stata nessuna induzione alla prostituzione, meno che meno di minorenni. Non c´è stato nulla di cui mi debba vergognare. C´è solo un attacco gravissimo di alcuni pubblici ministeri che hanno calpestato le leggi a fini politici con grande risonanza mediatica».
Berlusconi non deve vergognarsi soltanto del disonore con cui ha travolto il Paese e del discredito che oggi insudicia la presidenza del Consiglio. Il 28 maggio del 2009, a un mese dall´inizio dell´affaire Noemi, disse: «Giuro sulla testa dei miei figli di non aver mai avuto relazioni «piccanti» con minorenni. Se mentissi, mi dimetterei immediatamente». Berlusconi deve vergognarsi per le relazioni intrattenute dal 2009 al 2010 con due minorenni (Noemi e Ruby). Deve vergognarsi per aver mentito al Paese. Deve vergognarsi per non essersi ancora dimesso.

La Repubblica 21.01.11

"È l'evasione il principale problema del fisco italiano. Contribuenti pronti a più tasse per servizi migliori" di Marco Mobili

È l’evasione il principale problema del sistema fiscale italiano. Ancor più del peso oggi raggiunto da imposte e tasse dovute. Non solo. Oltre il 55% degli italiani preferirebbe pagare più tasse ma avere più servizi. Sì, poi, alla lotta all’evasione, ma senza farla sulla pelle dei contribuenti. È quanto emerge da una ricerca Censis commissionata dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e svolta con il metodo Cati nelle ultime due settimane di settembre su un campione rappresentativo di mille persone di età compresa tra i 25 e i 70 anni.

Sondaggio / Quale tassa è per voi più difficile da accettare?

Come dimostrano i dati dello studio presentati ieri a Roma dal presidente del Censis, Giuseppe De Rita, e dal direttore dell’istituito di ricerche, Giuseppe Roma, la percezione che gli italiani hanno del fisco continua a essere negativa: ingiusto per il 36,2%, inefficiente per il 25,5% ed esoso per il 23,7 per cento. Solo il 9,9% lo giudica efficiente e il 4,7% lo ritiene solidale. A sorpresa, come sottolineano gli stessi ricercatori, l’indicazione dell’evasione fiscale è indicato come il principale problema del fisco: è così per il 44,4% degli intervistati, esattamente il doppio di quanti (il 22%) individuano in un eccessivo livello di tassazione il male maggiore.

Un conto è individuare nell’evasione fiscale il primo problema e un altro è poi nella pratica modificare i propri comportamenti. Il 34,1% degli italiani, sempre secondo lo studio Censis, ammette di non chiedere a esercenti o professionisti scontrini o fatture.

La sensazione diffusa è che sono sempre più numerosi quelli che, nonostante l’incremento degli accertamenti, riescono a farla franca, sottraendosi ai propri doveri di contribuenti. Eppure, secondo il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti ed esperti contabili, Claudio Siciliotti, il 2011 sarà l’anno della «riscossione a tutti i costi». Nel fare gli onori di casa e presentare la ricerca Censis, Siciliotti ha puntato il dito sul pacchetto antievasione con cui ci si dovrà confrontare quest’anno. Fatto salvo il nuovo redditometro – fortemente voluto al posto degli studi di settore e su cui comunque si rinvia ogni considerazione alla sua presentazione – forti dubbi in tema di violazione della privacy sono stati espressi sullo scontrino parlante per gli acquisti superiori ai 3.600 euro che entrerà in vigore dal prossimo mese di maggio.

Così come sugli accertamenti esecutivi che, da luglio in poi, ridurranno all’osso i tempi di difesa dei contribuenti. Il presidente dei commercialisti, inoltre, ha evidenziato come «vi siano davvero tutti i presupposti per poter combattere l’evasione fiscale» ma, ha avvertito, «non sulla pelle dei cittadini ma con la loro collaborazione». Un esempio concreto è il blocco delle compensazioni per debiti sopra i 1.500 euro, cui però non è corrisposto l’arrivo dell’attesa possibilità di compensare i debiti con l’erario con i crediti vantati nei confronti della Pa.

Dallo studio sembra dunque maturare il concetto che il furbo danneggi la società e soprattutto i cittadini virtuosi e onesti in termini di prestazioni e servizi. Più del 50% dei cittadini oltre i 35 anni di età sarebbe favorevole all’opzione «più servizi, più tasse». In fondo se il livello di tassazione è giudicato elevato, lo è non tanto in assoluto (il 23%) quanto in relazione al livello e alla qualità dei servizi erogati (58,1%). Inoltre, il 64,3% degli italiani dichiara che la spesa fiscale è comunque aumentata, ma individua la causa nella quota «di cofinanziamento del contribuente per l’accesso ai servizi pubblici (79,3%)». A testimoniare ulteriormente la richiesta di maggiori servizi a fronte delle tasse pagate è anche la classifica sui tributi più odiati. Al primo posto, infatti, c’è il canone Rai, detestato dal 47,3% e ritenuto ingiusto.

Pagare le tasse, sì ma in semplicità. Dallo studio, infatti, emerge anche un senso di impotenza del cittadino quando si trova davanti al fisco. A tal punto che per sentirsi più tutelato nell’80% dei casi il cittadino chiede assistenza agli intermediari. Il 52,7% del campione, infine, ritiene che la macchina sia migliorata nelle sole modalità di pagamento. Il 55,7% dichiara di non utilizzare il fisco telematico, mentre tra chi ne fa uso il 17,1%.

Il Sole 24 Ore 21.01.11

"Il premier e il fattore sessuale", di Nadia Urbinati

Citando la massima evangelica “chi è senza peccato…” il Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni ha commentato che «quello che sta venendo a galla [a proposito del presidente del Consiglio] non è qualcosa di confortante, ma si tratta di accompagnare alla malinconia di quello che sta uscendo anche la considerazione del fatto che va rispettato il diritto di privacy di qualcuno». Questo argomento ripete uno schema popolare – quello morale e religioso che viene riproposto ogni qual volta Silvio Berlusconi deve fare i conti con gli effetti pubblici della sua vita privata. Ma questo argomento è assolutamente fuori luogo nella riflessione politica e al più retorico, fatto più per giustificare il presidente del Consiglio che per dar conto di quel che sta avvenendo nel nostro Paese.
Quanto si legge in questi giorni sulle abitudini private del premier collima con quando Veronica Lario aveva a suo tempo affermato circa la patologia del marito e dovrebbe essere la base per una riflessione che non è per nulla di tipo morale o spirituale, ma ha invece a che vedere con la competenza stessa del primo ministro a svolgere le sue funzioni. A questo giudizio si può giungere se si prendono in considerazione gli studi sulle emozioni in politica, un settore di ricerca sempre più importante e attrezzato scientificamente.
Le emozioni sono stati fisiopsicologici che gli studiosi includono tra i “fattori viscerali” del comportamento, fattori che la ragione fa una certa fatica a dominare, tanto da aver bisogno di appoggiarsi su strategie supplettive o di sostegno. Gli studiosi del comportamento includono questi “fattori viscerali” nella categoria generale di quelli fisiologici, come la fame, la sete, il bisogno di evacuare; il desiderio sessuale è tra questi. E come gli altri, esso può generare comportamenti compulsivi che sono di ostacolo alla decisione perché nelle loro forme estreme interferiscono fortemente con il comportamento razionale e le sue regole. Per questa ragione, si mettono in campo strategie supplettive, come quando si suggerisce per esempio ai mediatori di conflitti o ai negoziatori di non bere caffè prima del lavoro che devono compiere perché essendo un diuretico esso può interferire con l´azione razionale e distrarre l´agente al punto di fargli fallire il suo compito. Lo stesso si fa con gli studenti che si presentano a un concorso quando si suggerisce loro di astenersi dal bere o mangiare determinate sostanze prima della prova d´esame per evitare di trovarsi a dover gestire bisogni non controllabili nel momento meno opportuno. Il fattore sessuale non controllato è un “fattore viscerale” di questo tipo – la cultura, ovvero l´educazione morale e dei comportamenti pratici opera sugli esseri umani fin da piccoli proprio per renderli in grado di regolare queste emozioni. La questione non è moralistica dunque, ma funzionale e pratica: lo scopo dell´educazione delle emozioni deve mirare a fare degli individui persone capaci di gestirsi autonomamente nel rapporto con gli altri ed essere agenti collettivi efficaci.
Questo è il caso che riguarda gli italiani oggi, un caso legato all´abnorme vita sessuale del loro premier, rispetto alla quale gli attori pubblici, dai politici ai media agli stessi cittadini, non dovrebbero che pronunciare giudizi di efficienza, pertinenza e competenza. Una persona che sente acuto il bisogno di mangiare, che soffre la fame, è probabilmente non un buon politico; non perché ciò mette in dubbio le sue incapacità cognitive – probabilmente si tratta anzi di una persona dalle grandi potenzialità – ma per la sua fattuale e oggettiva dipendenza da fattori che sono fuori del suo controllo e urgenti. Soddisfare l´appetito per chi è affamato è il primo e più impellente bisogno: tutto il resto viene dopo. Così, una persona che organizza la propria vita lavorativa in funzione di un dopolavoro di rilassamento sessuale del tipo di quelli al quale il nostro premier si dedica con studio sistematico, non è la più adatta a occuparsi degli affari di Stato, perché altro ha per la testa che più urge e che lo distrae non semplicemente dalla sua funzione pubblica, ma dall´interesse a fare della sua funzione pubblica una funzione efficiente e direttamente soggetta al suo controllo sempre, non qualche ora del giorno. Il politico, soprattutto quando occupa ruoli di responsabilità così alti come quello della presidenza del Consiglio dei ministri non è attore politico solo qualche ora della sua giornata, ma ventiquattro ore, sempre a disposizione poiché sempre responsabile di qualsiasi evento anche d´eccezione che può capitare a una comunità e rispetto al quale egli ha il dover prendere decisioni. Per questa ragione, anche il dopolavoro di rilassatezza, certamente umanissimo e necessario, non può essere mai un totale dopolavoro con una totale rilassatezza.
Le emozioni sono dunque un fatto del quale non è possibile non tener conto, soprattutto quando esse riguardano funzioni non facilmente razionalizzabili. Le loro forme estreme o compulsive non solo condizionano la cognizione, ma in molti casi la tengono sotto scacco. Sosteneva Michael Liebowitz che “l´alchimia dell´amore” – cioè del desiderio sessuale – “è simile a quella prodotta dalle anfetamine poiché riduce l´attenzione, ha effetti acuti sulla consapevolezza del mondo e le percezioni della realtà e può perfino condizionare altre emozioni fisiopsicologiche come la fame e la sete. Inoltre, ha effetti che durano prevedibilmente diverse ore mettendo la persona in una oggettiva condizione di difficoltà cognitiva e pratica. Chi di noi affiderebbe i propri interessi a una persona che ha questo genere di emozioni? La questione che sta di fronte al nostro Paese è quella del tipo chiarito da questa domanda; ed è una questione di incompetenza funzionale non tanto di peccato, veniale o mortale che sia.

La Repubblica 21.01.11

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“Noi donne calpestate non possiamo tacere”, di GIULIA BONGIORNO*

Caro direttore, quando è in corso un´indagine che riguarda un personaggio pubblico, l´immancabile amplificazione mediatica che ne consegue è insidiosissima. Di solito, gli elementi divulgati sono soltanto quelli raccolti dai pubblici ministeri. Si finisce così per attribuire il crisma di verità a tesi parziali.E l´idea che se ne fa l´opinione pubblica può risultarne alterata. Da avvocato, sento quindi l´obbligo di sottolineare che l´indagine sul premier Silvio Berlusconi non deve fare eccezione: prima di formulare giudizi in merito alla fondatezza delle accuse mossegli dalla Procura, bisogna senza dubbio attendere gli sviluppi processuali. Fatta questa doverosa premessa, voglio però subito precisare che non sono affatto d´accordo con quanti usano questo ragionamento come arma per stroncare ogni tipo di riflessione critica: in questi giorni ho infatti sentito invocare la presunzione di innocenza per mettere a tacere chi contestava non la consumazione di reati ma fatti storici oggettivamente emersi, fatti che nessun processo potrà mai cancellare.
In definitiva, se prima di condannare è necessario aspettare che si faccia chiarezza sulla sussistenza di certi reati, non si può ignorare che non tutto quanto è emerso in questi giorni è “in attesa di giudizio”: il contesto oggettivo in cui sarebbero maturate le vicende processuali non ha improvvisamente squarciato un velo e mostrato un profilo imprevisto e del tutto inedito del premier.
Nelle aule di Milano si discuterà se Silvio Berlusconi abbia o meno consumato i reati di prostituzione minorile e di concussione, ma non erano necessarie le vicende sottostanti a queste contestazioni – né una sentenza – per conoscere la sua opinione sulle donne. Un´opinione che, se non ha rilevanza penale, ha tuttavia un´enorme rilevanza politica. Un´opinione da lui stesso espressa in modo inequivocabile con battute, barzellette, colloqui pubblici e privati. Un´opinione già delineatasi attraverso le dichiarazioni di Veronica Lario, quelle più recenti di Barbara Berlusconi (due testimoni molto attendibili), le vicende di Noemi Letizia e Patrizia D´Addario, nonché attraverso la singolare questione di alcune donne prima forse inserite nelle liste delle candidature alle Europee del 2009 e poi da quelle liste sicuramente scomparse. Quello che Silvio Berlusconi sembra maggiormente apprezzare nel genere femminile è l´avvenenza, al punto da far passare in secondo piano requisiti di ben altro spessore (credo sia rimasta impressa nella memoria di tutti la rozzezza della battuta all´onorevole Rosy Bindi); ancora meglio, poi, se a un aspetto fisico di un certo tipo si accompagnano giovane età, accondiscendenza e disponibilità ad abdicare al proprio spirito critico.
Di fronte a tutto ciò, ho sentito obiettare che si tratterebbe di questioni attinenti alla vita privata del premier e che dunque – appunto per questo – dovrebbero riguardare soltanto lui e la sua coscienza.
No, non è così.
Non c´è spazio per sostenerlo: lo stile e la filosofia di vita di un uomo che riveste la carica di presidente del Consiglio non possono non ripercuotersi sulla vita pubblica. Lo dimostra il fatto che Berlusconi, con le sue parole e i suoi comportamenti, ha inferto una ferita a tutte le donne italiane: alle donne che studiano e lavorano (spesso percependo stipendi inadeguati o, come nel caso delle casalinghe, senza percepirli affatto), a tutte noi che facciamo fatica un giorno dopo l´altro; alle donne che per raggiungere ruoli di rilievo non soltanto a certe feste non ci sono andate, ma hanno semmai dovuto rinunciare a vedere gli amici; a quante, invece di cercare scorciatoie, hanno percorso con dignità la strada dell´impegno e del sacrificio. E a coloro alle quali è stato chiesto, più o meno esplicitamente, di scegliere tra vita privata e vita pubblica, perché conciliare un figlio con il successo sarebbe stato troppo difficile: con il risultato che hanno rinunciato alla maternità o che ci sono arrivate ben oltre il momento in cui avrebbero voluto.
A ciascuna di loro – nel momento in cui le donne vengono scelte e “premiate” in base non al merito ma a qualcos´altro che con la professionalità, l´impegno, l´intelligenza ha poco o nulla a che fare – è stata riversata addosso l´inutilità del suo sacrificio.
Brucia, questa ferita. Brucia anche perché non sfugge che sono davvero in tanti a sottolineare, forse persino con un pizzico d´invidia, la fortuna e il fascino di un uomo più che maturo circondato da giovanissime più o meno avvenenti che si contendono i suoi favori, pronte a tutto pur di compiacerlo. Anche se, in un paese maschilista come il nostro, la complicità tra uomini turba ma non sorprende.
Ma non si tratta esclusivamente di una ferita inferta alla dignità della donna, c´è di più; mai le battaglie del presidente del Consiglio hanno coinciso con le battaglie delle donne. Basterebbe a tal proposito ricordare che negli elenchi delle priorità di questo governo, che via via vengono snocciolate, figura di tutto – in primis, battaglie contro magistrati “comunisti” – , ma mai, mai, battaglie a favore delle donne. Come se le donne non avessero problemi concreti e indifferibili. Come si può ipotizzare che le leggi per combattere pm “politicizzati” siano più urgenti di quelle che dovrebbero venire incontro alle necessità di tutte noi?
E allora non copriamo con l´alibi del segreto istruttorio, o con il fragile scudo della privacy, ciò che segreto non è, e nemmeno riservato.
Ma sono le donne che per prime devono farsi forti della loro dignità e della consapevolezza del loro valore – senza distinzione di età, credo politico, provenienza geografica – per esprimere a voce alta lo sdegno che questa mentalità suscita, ne sono sicura, nella stragrande maggioranza di noi.
Se credono, gli uomini continuino pure ad ammirare e a sostenere Silvio Berlusconi; le donne, per favore, no.

*Presidente commissione Giustizia della Camera

La Repubblica 21.01.11