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"Dov´è finita la vergogna", di Guido Crainz

Ogni fase della vita di una nazione contiene in sé una rivelazione, nel bene come nel male, e i giorni che stiamo vivendo sembrano farci cogliere la progressiva “scomparsa della vergogna”.Dopo aver progressivamente smarrito la capacità di indignarci – che implica codici di riferimento e vincoli collettivi – stiamo forse per compiere un altro passo. “Stiamo sprofondando in una nuova era”, diceva negli anni Ottanta un personaggio di Altan, ed è forte la sensazione che stia accadendo anche oggi: ce lo suggeriscono non solo le intercettazioni pubblicate ma anche alcuni commenti ad esse. Quasi a giustificazione del premier e delle sue amiche, è stato scritto ad esempio (e non su un blog del Partito della Libertà) che in fondo “il mondo è pieno di ragazze che si concedono al professore per goderne l´indulgenza all´esame o al capo ufficio per fare carriera”. è lecito chiedersi, mi sembra, che Paese siamo diventati. Si pensi poi alla privacy che viene strenuamente invocata a difesa del Cavaliere: dimenticando costantemente che essa è stata messa immediatamente fuori causa dalla telefonata del Premier alla questura di Milano, dal suo contenuto e dalle sue modalità (oltre che dalla immediata comparsa sulla scena di una eletta alla Regione Lombardia, che era stata inserita d´autorità nella lista blindata del cattolicissimo governatore Formigoni).
Si avverte davvero l´urgenza che la classe dirigente nel suo insieme pronunci quel “sermone della decenza”, quel pronunciamento solenne sui limiti invalicabili che Barbara Spinelli ha invocato ieri benissimo su queste pagine. Purtroppo quel pronunciamento non sembra imminente e in questi giorni hanno tenuto campo invece non pochi “sermoni dell´indecenza”.
è inevitabile ripensare ai primi anni Novanta e al crollo della “prima repubblica”. Quel crollo fu accelerato e non frenato dal tentativo parlamentare di salvare Bettino Craxi e dal vasto sussulto di indignazione collettiva che esso suscitò: in caso di “assoluzione parlamentare” del Cavaliere – con una ulteriore dichiarazione di guerra alla giustizia e alla magistratura – sembra difficile prevedere oggi qualcosa di simile a quella mobilitazione. Anche su essa però occorre riflettere molto criticamente, perché anche gli abbagli e le semplificazioni di allora possono aiutarci a capire. Fu un grave errore considerare quel sussulto nel suo insieme solo un segno di diffusa sensibilità civile e non cogliervi anche alcuni degli umori peggiori dell´antipolitica: senza l´agire di essi non comprenderemmo perché quella fase si sia conclusa con il trionfo di Silvio Berlusconi e di Umberto Bossi. Fu un devastante autoinganno attribuire ogni colpa al ceto politico, contrapponendogli una virtuosa società civile: come se non fosse stata attraversata anch´essa da quella profonda mutazione antropologica che Pier Paolo Pasolini aveva colto. E non è possibile rimuovere che corpose espressioni della “società civile” che si era modellata negli anni Ottanta furono immesse realmente nelle istituzioni dalla Lega e da Forza Italia, con gli effetti che abbiamo sotto gli occhi. C´è naturalmente da chiedersi perché altre, ben diverse e positive parti di “società civile” siano state largamente ignorate dalle forze politiche che si contrapponevano a Berlusconi e a Bossi, ma giova restare al cuore del problema.
Si ripetè in realtà vent´anni fa l´errore che Massimo D´Azeglio coglieva alle origini del nostro Stato: “Hanno voluto fare un´Italia nuova e loro rimanere gli italiani vecchi di prima (…) pensano a poter riformare l´Italia e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna che gli italiani riformino se stessi” (la frase, come si vede, è molto più illuminante di quella che gli viene abitualmente attribuita). Non va dunque mitizzata la reazione della società italiana dei primi anni Novanta alla crisi della politica, ma all´interno di essa vi fu anche sussulto civico, vi fu anche l´idea di una diversa etica pubblica, vi furono anche umori e passioni civili. Essi riemersero poi ancora negli anni successivi, diedero spesso vigore e anima a un centrosinistra che dimostrò presto la propria inadeguatezza sia al governo che all´opposizione. Indubbiamente l´assenza di una reale prospettiva di cambiamento ha contribuito poi potentemente al diffondersi di disincanto e di rassegnazione, di sensi diffusi di impotenza, di ripiegamenti nel silenzio (e talora di nuovi, sconsolati conformismi). Ha reso progressivamente più deboli quelle diverse e disperse parti della società che non volevano rinunciare a un futuro differente. Più ancora, non volevano rinunciare al futuro. Sarebbe però di nuovo un errore cercare le colpe solo nella politica senza interrogarsi più a fondo sui processi profondi che hanno attraversato in questi anni la società italiana. Nel vivo delle più ampie mobilitazioni civili vi erano stati spesso, ad esempio, quei “ceti medi riflessivi” su cui ha richiamato l´attenzione Paul Ginsborg: la storia di questi anni è però anche la storia del loro progressivo isolamento culturale e sociale, non solo politico. è anche la storia dell´affermarsi di forme moderne di incultura se non di “plebeismo” – per dirla con Carlo Donolo – nello stesso “cuore ansioso dei ceti medi”, sempre più incapaci di svolgere ruoli di “incivilimento”. Ma ancor più a fondo dovremmo spingere lo sguardo per cogliere lo spessore del baratro che abbiamo scavato, a partire dalla dissipazione quasi irreversibile dei beni pubblici o dalla distruzione delle risorse e – più ancora – delle speranze delle generazioni più giovani.
A sconsolanti riflessioni rimanda del resto anche il clima in cui sono stentatamente iniziate le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell´Unità, ed è impietoso il raffronto con l´Italia del primo centenario. In quel 1961 non vi era solo l´entusiasmo per il “miracolo economico”: assieme alle condizioni materiali quell´Italia stava migliorando sensibilmente anche il proprio orizzonte di libertà. Stava mettendo mano all´attuazione reale di una Costituzione che era stata “congelata” negli anni della guerra fredda, stava rimuovendo pesanti residui del fascismo e dando voce a sensibilità sin lì inedite. Più in generale, si stava presentando anche sullo scenario internazionale come una realtà nuova, e si leggono oggi con emozione le parole che John Fitzgerald Kennedy pronunciò al Dipartimento di Stato proprio in occasione del nostro centenario. In quel discorso il Presidente degli Stati Uniti giudicava l´Italia “l´esperienza più incoraggiante del dopoguerra” e vedeva al tempo stesso “nella tradizione di Mazzini, Cavour e Garibaldi, come di Lincoln e di Washington” il riferimento possibile per un “nuovo Risorgimento” internazionale (le parole sono sempre di Kennedy). Non saranno molti i capi di Stato che si rivolgeranno a noi con accenti simili nelle celebrazioni in corso, ma quelle lontane parole di Kennedy smentiscono drasticamente chi ci dice con desolante rassegnazione che “siamo sempre stati così”. E ci dicono che potremmo ricostruire anche oggi un futuro diverso: difficilissimo, quasi impensabile, ma disperatamente necessario.

La Repubblica 20.01.11

"Effetto Fiat. Picconate sul contratto nazionale", di Luigina Venturelli

Eccolo, infine, il tanto annunciato e temuto «effetto valanga» scatenato da Marchionne sulle relazioni industriali italiane: un contratto aziendale alternativo a quello nazionale, che consenta alle imprese di qualsiasi settore di prescindere dalla normativa generale senza accollarsi la scocciatura di uscire, anche solo temporaneamente, da Confindustria.

LA PROPOSTA DI SANTARELLI Gli osservatori più accorti l’avevano previsto mesi fa, alle prime battute della vertenza Pomigliano. Adesso la cancellazione del contratto nazionale di lavoro come cornice obbligatoria di diritti e doveri, valida dalle Alpi alla Sicilia, è stata messa nero su bianco, pensata da Federmeccanica e subito convalidata dalla presidente di Confindustria. L’idea allo studio è quella di riformare il modello contrattuale del 2009 prevedendo la possibilità che «il contratto aziendale sia sostitutivo di quello nazionale» e non più solo integrativo. Per le industrie meccaniche, ma non solo. Emma Marcegaglia l’ha definita «una «proposta immediata e tempestiva di modernizzazione», citando il solito modello Germania ed aprendo all’alternatività del contratto nazionale in tutti i settori produttivi: «È una possibilità». «Stiamo facendo un ulteriore passo avanti rispetto al sistema delle deroghe » ha spiegato il direttore generale Roberto Santarelli. «Dove ci sono le condizioni e con il consenso dei sindacati, deve essere possibile prevedere l’alternatività tra il contratto aziendale e quello nazionale, fermi restando, eventualmente, alcuni contenuti minimi comuni». In questo modo Federmeccanica si assicurerebbe il rientro in Confindustria delle newco di Pomigliano e Mirafiori, anche se le trattative per un contratto nazionale dell’auto dovessero andare per le lunghe o non soddisfare appieno le pretese del Lingotto. E, soprattutto, eviterebbe l’abbandono da parte delle aziende che volessero seguire l’esempio Fiat, anche se un’adesione a viale dell’Astronomia che non comportasse l’adesione a un ccnl, di fatto, verrebbe svuotata di sostanza normativa. «Non è la morte del contratto nazionale »ha provato a rassicurare Santarelli, dato che le grandi aziende saranno probabilmente le sole interessate (o capaci) a trattare un accordo ad hoc. «Abbiamo 12mila associate e penso che 11.500 vorranno continua-re ad utilizzarlo». Ma le opinioni dei sindacati, inutile dirlo, sono molto diverse.

LA FRENATA DEI SINDACATI «Federmeccanica sbaglia per la quarta volta» ha commentato la leader Cgil, Susanna Camusso, ricordando i precedenti del contratto separato delle tute blu, le deroghe allo stesso e il contratto per l’auto ora in discussione. Ancora più duro il segretario della Fiom, Maurizio Landini, tra i primi a prevedere un simile esito: «È inaccettabile. A che cosa serve Federmeccanica se un’azienda può scegliere di non applicare il contratto nazionale? ». Contrarie anche le altre sigle. «Abbiamo un contratto nazionale che è valido per altri due anni, nessuno metta il carro davanti ai buoi» ha detto il leader Cisl, Raffaele Bonanni. «Non siamo per la frammentazione. Il contratto nazionale deve essere un collante, i livelli contrattuali devono restare due» ha esplicitato il segretario Uilm, Rocco Palombella. Mentre il ministro Maurizio Sacconi se n’è lavato le mani: «È materia delle parti». Aggiungendo subito dopo: «In ogni caso, dove si produce, il contratto aziendale definisce meglio lo scambio tra le parti».

L’Unità 20.01.11

"Scuole, arriva la lista dei libri proibiti", di Carlo Brambilla

Il Veneto ai presidi: “Diseducativi”
La Regione: no agli autori pro-Battisti. Censure a Saviano nelle biblioteche. «Non chiediamo nessun rogo di libri, intendiamoci. Semplicemente inviteremo tutte le scuole del Veneto a non adottare, far leggere o conservare nelle biblioteche i testi diseducativi degli autori che hanno firmato l´appello a favore di Cesare Battisti», dice l´assessore regionale all´istruzione Elena Donazzan, 39 anni di Bassano del Grappa, pidiellina fervente cattolica, con alle spalle una militanza nel Fronte della Gioventù e un passaggio in An. «Un boicottaggio civile è il minimo che si possa chiedere davanti ad intellettuali che vorrebbero l´impunità di un condannato per crimini aberranti», sbotta annunciando una lettera a tutti i presidi.
La sua crociata arriva dopo la “sparata” dell´assessore alla cultura della Provincia di Venezia, Raffaele Speranzon, che aveva detto: «Via quegli autori dalle biblioteche pubbliche». Ora a chiederne ufficialmente la censura nelle scuole è l´assessore regionale. Al suo fianco il presidente della Regione Luca Zaia, che definisce la vicenda Battisti «abominevole». E tuona: «I delinquenti vanno messi in galera, non lasciati liberi».
Intanto casi di censura leghista, strisciante o esplicita, vengono denunciati da alcuni bibliotecari veneti. A venire sconsigliati sono (soprattutto) i libri di Roberto Saviano. Nei giorni successivi alla messa in onda di Vieni via con me e alla polemica con Maroni il dirigente di una biblioteca in provincia di Treviso ha segnalato che il sindaco leghista non gradiva si tenessero i libri dell´autore di Gomorra: presenti in catalogo, ma spariti dagli scaffali.
Quali saranno gli effetti reali della richiesta della Regione sulle scuole è difficile prevederlo. Carmela Palumbo, direttore scolastico regionale uscente, immagina si tratti di un semplice «invito culturale senza effetti normativi o giuridici». Mentre Giorgio Corà, preside del liceo classico Pigafetta di Vicenza, è convinto si tratti «più di una provocazione politica che di una reale volontà di mettere all´indice dei volumi. In ogni caso se avessi nella biblioteca della mia scuola libri di quegli autori certo non li toglierei alla libera consultazione. I libri si conservano per il loro valore intrinseco. Indipendentemente dalle idee politiche degli autori o degli assessori». Soddisfatto di aver sollevato «un gran vespaio», come lo definisce lui, è l´assessore provinciale Speranzon: «Era proprio quello che volevo». Anche se poi la presidente della Provincia, la leghista Francesca Zaccariotto, è stata costretta a fargli fare marcia indietro.
In prima linea contro gli intellettuali pro-Battisti è scesa allora la combattiva Donazzan, nota alle cronache regionali per avere appena deciso di donare a tutti gli scolari delle elementari una copia della Bibbia: «Un autore, un intellettuale, esiste per quello che scrive. Questo è il suo ruolo nella società. Quella a favore di Battisti non è stata una petizione popolare. Ci troviamo davanti a un messaggio aberrante lanciato da intellettuali. A favore di un personaggio che si è macchiato dei peggiori crimini di sangue. L´unica cosa che possiamo fare è boicottare i loro libri. Smettere di leggerli. Non accoglierli nelle biblioteche pubbliche e nelle scuole». Ultima tappa di una campagna politica lanciata la settimana scorsa da due esponenti del Pdl veneto, Roberto Bovo e Paride Costa, come iniziativa di solidarietà con i familiari delle vittime. Che ieri a Strasburgo hanno chiesto che l´Ue e la Francia sostengano l´estradizione di Battisti dal Brasile. Oggi il Parlamento europeo approverà una risoluzione in tal senso.

La Repubblica 20.01.11

"Il suo destino non è quello del Paese", di Luigi La Spina

Il videomessaggio con il quale il presidente del Consiglio ha comunicato agli italiani la decisione di non presentarsi alla procura di Milano e la volontà di varare una legge per punire quei pm che lo accusano annuncia, purtroppo, una linea di difesa inquietante. Destinata ad aggravare sia lo stato di turbamento del Paese, sia l’immagine di discredito internazionale che, in questi giorni, si sta riversando sull’Italia.

Berlusconi ha lanciato un appello drammatico alla maggioranza che lo ha eletto perché, in maniera compatta, unisca il destino della nazione al suo destino personale. Senza comprendere che l’istituzione che presiede, il governo della Repubblica, deve rappresentare non solo coloro che l’hanno votato, ma tutti gli italiani. Ecco perché la sua sfida alla magistratura, in nome del consenso popolare, rischia di aver gravi conseguenze sull’ordinamento e sull’equilibrio dei poteri dello Stato, fondamenti della nostra democrazia.

Il presidente del Consiglio ha diritto, come tutti i cittadini, di veder rispettata la presunzione d’innocenza davanti alle infamanti accuse che la procura di Milano gli ha rivolto. Un principio costituzionale di elementare civiltà giuridica, ma che ha come corrispettivo naturale lo stesso rispetto sia verso il magistrato che lo indaga, sia verso i cittadini italiani che hanno diritto di conoscere la sua versione dei fatti contestati. Anche perché non sarà la procura di Milano a considerare la fondatezza della sua difesa, ma i giudici di un tribunale che, in passato, ha dimostrato indipendenza di valutazione rispetto alle richieste del pm. Né sarà la procura di Milano a decidere sulle questioni di competenza territoriale e funzionale avanzate dai suoi avvocati.

Fa parte, poi, di una strategia difensiva puramente mediatica, utile ad aumentare la confusione polemica, ma dalla logica avventurosa, l’invocazione alla cosiddetta privacy. Per due elementari ragioni: le indagini, innanzi tutto, sono nate dal sospetto di gravi reati e, quindi, la verifica di tali ipotesi non si può fermare davanti a quei limiti. La valutazione delle conseguenze, se questa obiezione venisse accolta, nelle inchieste sui comuni cittadini potrebbe equivalere alla dichiarazione di una sostanziale impunità estesa a tutti gli italiani.

Ma la seconda ragione dell’insostenibilità della tesi che in questi giorni viene ripetuta dai fan di Berlusconi, senza un minimo di riflessione, riguarda proprio il fatto che il presidente del Consiglio non è, appunto, un comune cittadino italiano, ma rappresenta una delle più alte cariche dello Stato. La nostra Costituzione, come quelle di tutti i Paesi non retti da una dittatura, impone una trasparenza, una dignità di comportamenti, anche personali, che non sono richiesti a coloro che non hanno i doveri dell’uomo pubblico.

Al di là della fondatezza delle accuse, della solidità delle prove raccolte, delle competenze delle procure, il presidente del Consiglio dovrebbe rendersi conto che l’unico modo per arginare il mare, montante e inquietante, dei giudizi sprezzanti che si sta abbattendo, da parte dell’opinione pubblica internazionale, sul nostro Paese è fornire ai magistrati una versione, credibile e accettabile, di quanto avvenuto sia nelle sue ville private, sia nella famosa notte alla questura di Milano. Se davvero non ha nulla da farsi perdonare, né sul piano penale né su quello morale, non si capisce perché impedisca a se stesso, con formalismi giuridici discutibili, di convincere gli italiani, anche quelli che non sono suoi tifosi, di poter credere alla sua innocenza.

E’ arrivato il momento che anche Berlusconi, dopo quasi vent’anni, possa distinguere la sorte della sua fortuna di imprenditore, di politico, persino di uomo di grande successo mediatico e di sicuro carisma personale, da quella del suo Paese. Lui, nonostante una notevole considerazione di sé, non si può paragonare a Sansone e gli italiani non possono fare la fine dei filistei.

La Stampa 20.01.11

"La dignità per legge", di Livia Turco

Ha ragione Claudia Mancina, quando afferma nell’articolo comparso su questo giornale, che sui temi etici l’ambizione del Pd non può essere solo quella di consentire la libertà di coscienza bensì quella di costruire un nuovo pensiero attraverso il confronto, il dialogo e il reciproco riconoscimento di approcci culturali e visioni etiche differenti.
Sul testamento biologico questo sforzo è stato ricercato e praticato dal Pd nel corso di questa legislatura attraverso momenti significativi.
In particolare rammento e mi sono cari anche dal punto di vista umano i “mercoledì” del gruppo Pd della commissione affari sociali della camera in cui persone molto diverse tra loro si sono confrontate ed hanno costruito una proposta importante utilizzando il prezioso lavoro precedentemente svolto al senato. È emersa una proposta tradotta in 100 emendamenti al testo Calabrò animata da un filo conduttore: la legge deve essere mite, deve sostenere e valorizzare «il sacrario della coscienza e la comunione degli affetti» per usare una bella espressione del teologo Bruno Forte.
Una legge mite, che parte dal presupposto che il valore in gioco è la singola, irripetibile persona.
Ed allora una legge non può che calarsi nella realtà umana, nella biografia, nella storia di ciascuna e irripetibile persona ed affidarsi alla sua coscienza e alla sua comunità di affetti. La persona di cui stiamo parlando è quella che vive una fase particolare della vita, quella della fragilità, dell’incoscienza, della sofferenza, della vita che va via via affievolendo il suo soffio. Ed allora la domanda che dobbiamo porci è: quali sono gli ingredienti della libertà, della dignità, della scelta quando una persona è tormentata dal dolore e dalla sofferenza, quando sente di avere perso la sua forza, oppure quando è caduta nel sonno dell’incoscienza? Insomma, quando la propria vita è così fortemente dipendente dalla relazione con altre persone? Cosa significa autodeterminazione e scelta quanto ciò che tiene in vita è la presenza dell’altro accanto a te e dedito a te? In queste circostanze sei in vita se ti accompagna lo sguardo dell’altro, se senti la sua mano, se sai che anche se non parli la tua parola è ascoltata e conta perché l’altro ti conosce nella profondità dell’animo. La libertà è poter dire: io sono con te che mi ascolti, che mi rispetti, che ti prendi cura di me.
La libertà è una relazione amorevole e di reciproca fiducia.
Io sono, io voglio, io decido diventa io sono con te perché solo con te, con voi io posso dire scelgo, decido.
Sempre, nella nostra vita, ma soprattutto quando si è travolti dalla sofferenza o si vive nell’incoscienza, il bisogno dell’altro diventa parte integrante della propria libertà e la dipendenza dall’altro diventa parte di sé e della propria autonomia.
La legge mite, deve promuove e valorizzare questa relazione amorevole di cura. Che non è solo un’esperienza umana ma anche una forma del pensiero capace di tenere insieme e di rendere concreti i valori dell’autonomia della persona e della difesa della vita.
Nel caso controverso della nutrizione ed idratazione artificiale, la relazione amorevole di cura, suggerisce questo comportamento: la nutrizione ed idratazione in quanto forme di sostegno vitale, finalizzate ad alleviare la sofferenza delle persone devono sempre essere garantite a tutti, salvo che una persone espressamente le rifiuti nell’ambito delle dichiarazioni anticipate di volontà. Dunque, anche la nutrizione e l’idratazione artificiale devono essere previste nelle Dat ai sensi dell’art. 32 della Costituzione e dell’art. 9 della Convenzione di Oviedo.
Anche su questi trattamenti la persona deve poter scegliere.
L’efficacia della nutrizione ed idratazione artificiale va poi verificata a letto del paziente. Ciò significa in termini legislativi «in accordo con i fiduciari ed i familiari, le dichiarazioni anticipate di trattamento possono essere disattese dal medico curante, in tutto o in parte, qualora sussistano motivate e documentabili possibilità, non prevedibili all’atto della dichiarazione, di poter diversamente conseguire ulteriori benefici per la persona assistita; questi vanno sempre commisurati, nel tempo e negli obiettivi, agli orientamenti precedentemente espressi e al rispetto della dignità della persona».
Credo si tratti di un impianto davvero rispettoso della dignità della persona e mi auguro che il Pd sappia proporlo e sostenerlo con convinzione nel parlamento e nel paese.

da Europa Quotidiano

Scuola, Istat: "Italia fanalino di coda per risorse, in pole position per abbandoni"

La responsabile Scuola del PD Francesca Puglisi commenta i dati dell’indagine “Noi Italia” che confermano il declino del sistema di istruzione italiano, smantellato dai tagli di Tremonti e mortificato da politiche umilianti per insegnanti e studenti. Il nostro Paese investe meno della media europea in Istruzione e ha un tasso di abbandono scolastico abnorme: la conferma non arriva dall’opposizione ma dai dati ISTAT. Quindi, se davvero vogliamo raggiungere gli obiettivi di Europa 2020, che chiedono al nostro Paese di dimezzare il tasso di dispersione scolastica e triplicare il numero di laureati, dobbiamo capovolgere ciò che sta facendo il Governo.

E allora la ricetta non va cercata nei tagli lineari ma negli investimenti per l’estensione del tempo pieno con le compresenze nella primaria in tutto il Paese (nelle regioni dove il tempo pieno è diffuso i livelli di apprendimento sono più alti); investimenti nella didattica laboratoriale (i dati denunciano che i nostri ragazzi continuano ad andare male in scienze rispetto ai coetanei europei); investimenti nella formazione continua degli insegnanti per aggiornare la didattica e nella dotazione tecnologica delle scuole.

Il raddoppio del numero di studenti con disabilità nella scuola secondaria negli ultimi 20 anni è un fatto molto positivo: significa che le politiche di integrazione scolastica stanno funzionando. Oggi però sono messe a rischio dal grande precariato degli insegnanti di sostegno. Sono soprattutto gli studenti con disabilità che hanno bisogno di poter contare sulla continuità didattica e su professionalità specializzate. Per questo il PD propone di superare la deleteria distinzione tra organico di diritto e organico di fatto, passando alla definizione di un organico funzionale, con una quota aggiuntiva di insegnanti stabili da assegnare per reti di scuole per le supplenze brevi ed il sostegno.

www.partitodemocratico.it

In Italia, una donna su due non ha lavoro e non lo cerca

E’ la percentuale più bassa dei 27% paesi Ue dopo Malta. Un giovane su cinque è nella stessa situazione. L’Italia non è un paese in salute, soprattutto per giovani e donne: una su due non ha lavoro e ha anche rinunciato a cercarlo. Stesso destino per un giovane su cinque: non studia e anche lui ha rinunciato a cercare un posto di lavoro. E’ la fotografia con molti toni grigi che descrive come sta andando il paese, come risulta da oltre 100 statistiche tra aspetti demografici ed economici, culturali e sociali. Si chiama “Noi Italia” ed è un dossier curato dall’ Istat, (clicca qui per la versione integrale). In Italia, quindi, un giovane su cinque non studia, nè lavora: i ragazzi «non più inseriti in un percorso scolastico-formativo, ma neppure impegnati in un’attività lavorativa, sono poco più di due milioni, il 21,2% tra i 15-29enni (anno 2009), la quota più elevata a livello europeo». Il tasso di inattività femminile italiano nel 2009 (48,9%), è stato il secondo più alto dell’Ue a 27, inferiore solo a quello di Malta.

NEL SUD IRREGOLARE UN LAVORATORE SU 5 – «La quota di unità di lavoro irregolari è pari all’11,9%. Nel Mezzogiorno può essere considerato irregolare quasi un lavoratore su cinque; nell’agricoltura circa uno su quattro». Altra immagine di un paese che non va, sempre presa dal rapporto “Noi Italia” . La quota del sommerso, così, si mantiene «abbastanza rilevante», spiega l’Istituto, «confermando il dato del 2007, in lieve calo rispetto al biennio 2005-2006». La Regione con la quota più alta è la Calabria (26,6%), mentre quella con la percentuale più bassa è l’Emilia Romagna (8,5%).

IN CALO OMICIDI, FURTI E RAPINE – Con 1,10 omicidi ogni 100 mila abitanti, l’Italia si colloca al di sotto della media calcolata sul complesso dei 27 paesi Ue, pari a 1,30 omicidi (2008). Il fenomeno è in continua diminuzione: nel 1991 erano 3,38. Nello stesso anno le rapine sono state quasi 46 mila, 76,6 ogni 100 mila abitanti, in calo rispetto all’anno precedente. Nel contesto dell’Unione europea l’Italia si colloca appena al di sopra della media generale. La distribuzione sul territorio nazionale delle rapine è estremamente disomogenea: la Campania presenta il livello più alto (232,9 rapine denunciate per 100 mila abitanti), la Basilicata quello più basso (9,8 per 100 mila abitanti). I furti denunciati sono stati circa 1,3 milioni, pari a 2.327,4 per 100 mila abitanti, in calo nel 2008 dopo una crescita durata sei anni. Per il complesso dei furti il Mezzogiorno è caratterizzato da valori costantemente più bassi rispetto alla media nazionale.

CRESCONO GLI IMMIGRATI – La popolazione nel nostro Paese continua a crescere grazie agli immigrati. Lo conferma il rapporto dell’Istat 2011 “Noi Italia”, in cui si spiega che «i cittadini stranieri iscritti nelle anagrafi dei Comuni italiani all’inizio del 2010 sono oltre 4,2 milioni, il 7% del totale dei residenti. Rispetto al 2001 sono più che triplicati, mentre sono aumentati dell’8,8% tra il 2009 e il 2010, un ritmo di crescita meno sostenuto rispetto agli anni passati. L’incremento si riduce in conseguenza di diversi fattori: la crisi economica, l’attenuarsi dell’effetto congiunto dell’ingresso della Romania e della Bulgaria nell’Unione europea e l’entrata in vigore della nuova normativa sul soggiorno dei cittadini comunitari nei paesi dell’Unione». Il rapporto Istat dice che «con quasi il 12% dei circa 500 milioni di abitanti dell’Unione europea, l’Italia è il quarto paese per dimensione demografica» e «a partire dal 2001 la popolazione ha ripreso a crescere al ritmo di 0,7% l’anno, per effetto della crescita delle nascite e, soprattutto, dell’immigrazione». Nel contesto europeo, prosegue il documento, l’Italia fa registrare valori di crescita naturale più vicini ai Paesi di nuova adesione all’Unione. Per quanto riguarda la crescita migratoria, l’Italia si colloca ai primi posti della graduatoria come forza attrattiva.

ANZIANI – Al primo gennaio 2010 ci sono 144 anziani ogni 100 giovani; in Europa solo la Germania presenta un indice di vecchiaia più accentuato. La regione più anziana è la Liguria, la più giovane la Campania. Il rapporto tra popolazione giovane e anziana e popolazione in età attiva supera il 52% (2009). L’Italia è ai primi posti nella graduatoria europea. La vita media degli italiani è di oltre 84 anni per le donne e di quasi 79 anni per gli uomini, ai primi posti nell’Unione europea. L’Italia e l’Irlanda sono i paesi Ue con la più bassa incidenza dei divorzi (circa 9 e 8 ogni mille abitanti). In Italia il numero di separazioni è aumentato dal 2000 del 16,9% e quello dei divorzi del 44,7%.
MENO DEL 47% LEGGE ALMENO UN LIBRO – In Italia «nell’arco di un anno meno del 47% degli italiani legge almeno un libro nel tempo libero». È quanto emerge dal rapporto dell’Istat ‘Noi Italia. 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo, in base a dati aggiornati al 2010. Inoltre, fa sapere sempre l’Istituto di statistica, «poco più di un italiano su due (55%) legge un quotidiano almeno una volta a settimana e poco più di uno su cinque utilizza Internet per leggere on-line o scaricare da Internet giornali, news o riviste».

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