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"Il mondo della cultura lotta insieme alla Fnsi contro i tagli del governo" di Luca Del Frà

Presso la sede della Fnsi a Roma il mondo della cultura, minacciata dai tagli del governo, annuncia una settimana di mobilitazione tra teatro, musica, danza e informazione. A rischio 4000 persone tra le aziende dei media. «La Costituzione italiana non è afona a proposito di cultura e informazione: ne garantisce la libertà, l’esistenza e la pluralità. I politici e governi hanno certo la possibilità di scelta negli indirizzi ma, al contrario dei regimi totalitari, hanno degli obblighi e non possono disinteressarsene o fare come gli pare». Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale alla Sapienza, ha sintetizzato così le motivazioni ideali della protesta che ieri ha visto riunirsi associazioni e movimenti di tutto il mondo della cultura presso la sede della Fnsi. Un fatto unico in Europa e probabilmente nel mondo: giornalisti, attori, musicisti e danzatori, professori e ricercatori universitari, sceneggiatori e registi, poeti e scrittori per oltre 50 sigle diverse, dal 24 gennaio – quando il Parlamento discuterà il decreto mille proroghe – daranno vita a una settimana di manifestazioni organizzate e spontanee, «flash mob» e scioperi contro le attuali politiche del governo Berlusconi.
Un movimento compattato dalla pervicace politica di tagli indiscriminati delle risorse all’informazione – peraltro anche tassata con l’aumento delle tariffe postali per gli abbonamenti –, alla ricerca e alla università, ai beni e alle attività culturali, alla scuola. «Ma in questo momento – ha sottolineato Roberto Natale confermato in questi giorni alla guida della Fnsi – oltre ai tagli sono in gioco le ragioni della convivenza civile e di cittadinanza nel nostro paese». L’evidente manovra del governo per restringere gli spazi dell’informazione, passato in questi mesi anche per il tentativo di una legge bavaglio, rasenta il ridicolo: «Il giorno dopo che il parlamento con gli emendamenti alla Finanziaria votati anche dal centrodestra ha reintegrato i fondi dell’editoria – ha ricordato il senatore del Pd Vincenzo Vita –, il ministro Tremonti li ha nuovamente tagliati indirizzandoli al tax shelter per l’industria cinematografica, mettendo una contro l’altra due delle catego-
rie più colpite dalla sua politica». Il risultato di questa magia di cassa è «la probabile chiusura di oltre 90 testate, che assorbono circa 4000 persone tra giornalisti, grafici, poligrafici e altri lavoratori» ha spiegato Roberto Natale.Il disagio del mondo della cultura è palese: per il 2011 i finanziamenti preventivati per cinema, teatro, danza, musica, opera lirica, saranno circa un quinto di vent’anni fa. Il paragone con altri paesi europei fa impallidire: complessivamente in cultura la Francia investe oltre 7 miliardi di euro, la Germania supera i 12, in entrambi i casi siamo a circa il 2,2% del Pil, l’Italia ne impiega appena 1,7 e il rapporto è 0,21% del Pil che nel 2011 calerà allo 0,19. Perfino la Gran Bretagna, che ha optato per una politica di incentivazioni fiscali per il contributo dei privati ancora oggi assenti in Italia, malgrado i tagli di quest’anno spende circa il doppio dell’Italia (oltre 3 miliardi di euro). La proteste si svolgeranno nella settimana in cui approderà in Parlamento il mille proroghe. Nel testo del decreto al momento per cultura, università, ricerca e informazione non è previsto alcun tipo di miglioramento. Toccherà quindi agli emendamenti portati nelle commissioni e nella discussione in aula provare di cambiare la situazione.

L’Unità 20.01.11

"Il “metodo” Gelmini e la meritocrazia", di Luca Canali

Nel campo lessicale, e quindi anche nel più vasto territorio della lingua, è in atto una pericolosa svolta: dall’opacità di quello che i latini chiamavano sermo quotidianus (il linguaggio della vita quotidiana dello strato medio-basso della borghesia, superficialmente o per nulla acculturata), e dalla forte espressività del sermo vulgaris (sfociante nel dialetto e nel gergo dell’antica plebe o del moderno sottoproletariato), alla attuale omologante e bastarda lingua dei media (soprattutto quella della TV, apparentemente corretta, in realtà infarcita di vocaboli stranieri connessi alla tecnologia elettronica e a “modi di dire” – veri tòpoi linguistici – serializzati a tutti i livelli della società, e spesso devianti dal loro significato originario. Sezione importante di questa deriva linguistica, è quella del linguaggio, politico, scolastico e accademico, beffardamente definito “politichese”. È così che in anni recenti – e soprattutto in questi ultimi, coincidenti con la gestione Gelmini del Ministero dell’Istruzione –, è entrato nell’uso inflazionato il vocabolo “meritocrazia”, il quale correttamente inteso significherebbe “dominio del merito” e che artatamente viene inteso come “merito che deve essere premiato”.
Poiché si sa che le parole hanno il potere di suscitare il pragma, cioè oggetti o iniziative concrete, la parola meritocrazia, pronunciata nel campo dell’istruzione, si trasforma in cardine d’una “viziosa” iniziativa didattica e finanziaria: quella di individuare le Università efficienti nel campo della didattica e della ricerca al fine di farne oggetto di onori e soprattutto di elargizioni di denaro, e, in contrasto con esse, quelle non efficienti, e quindi surrettiziamente disprezzate. Tutto ciò è contrario al “buon governo”, e decisamente simile ad uno spietato “malgoverno”. Applichiamo questo criterio selettivo alla classe d’un liceo affidata a un professore che esprimesse così il proprio metodo d’insegnamento (io ne ho conosciuto uno di questa specie): “Mi occupo solo degli alunni bravi, quelli che mi seguono e imparano le lezioni; quelli meno bravi, demotivati, svogliati, distratti, indisciplinati e persino “bulli”, li abbandono alla loro sorte”. Credo che costui debba essere considerato un pessimo professore, che tradisce oltretutto la sua doppia funzione di docente e di educatore. L’“alunno bravo” continuerà ad esserlo anche se il professore si dedicherà con maggiore impegno agli alunni negligenti (che forse lo sono anche per sua colpa), valutando il loro carattere, le loro situazioni familiari, e i loro reali interessi. Gli alunni di quella certa classe che hanno più bisogno di aiuto non sono i migliori, ma i “peggiori”, cioè quelli che forse richiederebbero maggiore considerazione, amicizia, solidarietà, e cultura adatta alla loro psicologia. Questo non significherebbe buonismo, ma andare al cuore del problema, evitando le sciocche e dannose illusioni che l’uso della discriminazione e la cieca severità (e delle bocciature) possa essere il farmaco che guarirà i mali della scuola.
Tornando ai “valutatori”, ai quali una serie di scelte burocratiche, stabilite per legge, conferisce il potere di dividere le università in “virtuose” e “viziose”, sarebbe opportuno raccomandare loro preventivamente lo studio attento delle caratteristiche ambientali, sociali, morali, psicologiche, sia delle Istituzioni accademiche ad essi affidate, e sia dei loro docenti e dei discenti, anzitutto. E il sostegno economico non deve essere un premio ai “migliori”, ma una necessità per i “peggiori”, studiando le ragioni di quel loro essere tali e stando ad essi vicini, controllando umanamente l’uso che essi fanno dell’aiuto dello Stato.
E smettiamo di usare a sproposito la parola “meritocrazia”, ricordando che ogni governo è da sempre stato formato tenendo conto non dei meriti e delle competenze dei ministri: i governi sono sempre stati il frutto di scontri e patteggiamenti segreti tra gruppi e fazioni all’interno di ogni partito.

Liberazione 20.01.11

"La linea del Pd è molto chiara: fare di tutto per salvare il Paese", di Alfredo D'Attorre

Dall’ultima Direzione sono emersi due fatti politici importanti: il primo è che il partito non è più una macchina “tritasegretari”; il secondo che la crisi viene prima di tutto. Anche delle alleanze
Punto di riferimento. Oggi il Pd è l’unico soggetto che può rivolgersi credibilmente a tutti gli italiani che non si riconoscono in questo governo. Anche a quelli che ascoltano Casini o Vendola. Bisognerà forse iniziare a riflettere sull’effetto che un ciclo politico ventennale, fondato sullo svuotamento dei partiti democratici e sulla torsione in senso plebiscitario del sistema politico ha inevitabilmente prodotto anche sul rapporto fra informazione e politica. Da anni il sistema informativo è chiamato a descrivere la vita di soggetti politici che, nella grande maggioranza dei casi, hanno assunto una configurazione post-democratica. Si può davvero immaginare che tutto ciò non incida sul modo in cui viene compresa e rappresentata la vita interna dell’unica forza politica, il Pd, che prova a invertire la rotta rispetto a questa deriva leaderistica?
Si può certo aggiungere che talora il Pd ci mette del suo per accentuare questa desuetudine e difficoltà a confrontarsi con la fatica della democrazia. Non si vogliono qui sottovalutare i difetti del dibattito interno del Pd e, d’altronde, Bersani non ha certo nascosto questo problema. Ma il modo in cui l’esito dell’ultima riunione della Direzione è stato descritto su larga parte della stampa è l’ennesimo segnale che induce a cercare una spiegazione più generale, che va molto oltre i demeriti del Pd. Lo dimostra, in particolare, il modo piuttosto impressionante in cui i due più rilevanti dati politici sanciti dalla riunione sono stati rimossi o sottovalutati.
Il primo aspetto riguarda direttamente l’assetto interno del Pd. Per un periodo abbastanza lungo, a partire dalla crisi della segreteria Veltroni, il sistema informativo ha cavalcato il cliché di un partito costitutivamente instabile, che logorava segretari, linee politiche e maggioranze interne nel giro di qualche mese. Se questo aspetto veniva considerato così rilevante, sarebbe stato normale attendersi che, dopo la Direzione, venisse sottolineato il dato in controtendenza: Bersani, eletto nell’ottobre del 2009 con circa il 54% dei voti, vede allargarsi la maggioranza che appoggia la sua linea politica a oltre l’80%, mentre la minoranza interna non presenta una piattaforma alternativa, si limita a non partecipare al voto e, in queste condizioni, non può far altro che caratterizzare l’iniziativa pubblica del Lingotto come un tentativo di sollecitare la maggioranza su alcuni punti programmatici.
Il secondo aspetto, ancora più rilevante, riguarda l’interpretazione della proposta politica esterna. L’attenzione spasmodica della quasi totalità della stampa si è concentrata sulla risposta immediata del costituendo Terzo polo o dei soggetti alla sinistra del Pd alla prospettiva di un’alleanza elettorale larga. Ma così si perde del tutto di vista il punto di fondo della proposta di Bersani, che è quello di partire non da un’astratta geometria delle alleanze, ma da un’analisi realistica e non auto-consolatoria della condizione dell’Italia e dall’ampiezza del consenso popolare che occorre per porvi mano. Se si guardasse alla sostanza delle cose, si osserverebbe che questa analisi non è contestata da nessuna delle altre forze di opposizione, sebbene, allo stato, per evidenti esigenze tattiche e calcoli di partito, nessuna di esse è in grado di trarne le conseguenze politiche con la stessa coerenza con cui lo fa il Pd. Ma, proprio per questo, oggi il Pd è in condizione di essere il l’unico soggetto che può rivolgersi credibilmente a tutti gli italiani che non si riconoscono nell’attuale governo. Anche a quegli italiani, per esempio, che ascoltano le analisi allarmate di Casini e Vendola sulla gravità della crisi democratica e sociale italiana e iniziano a non capire come ci si possa poi sottrarre rispetto alla proposta del Pd.
Non bisogna però essere pessimisti: alla fine, come si sarebbe detto una volta, i fatti hanno la testa dura. Quando si arriverà al dunque, la solidità di una linea politica fondata sull’interesse del Paese metterà gli interlocutori politici di fronte alle proprie responsabilità e indurrà finalmente anche buona parte della stampa a convincersi che, per il Pd, aver compreso il punto di fondo della crisi italiana è stato più importante che inseguire il tatticismo quotidiano delle interviste.

L’Unità 20.01.11

"A Mirafiori non basta il sì", di Cesare Damiano

Sull’accordo di Mirafiori i lavoratori si sono espressi. Il sì ha vinto a denti stretti prevalendo di poco tra gli operai (9 voti) e con un largo consenso tra gli impiegati ed i quadri. Per molti lavoratori – davanti al bivio della promessa di investimenti futuri o della minaccia di una chiusura immediata – più che di una scelta convinta si è trattato di una scelta obbligata, come ha riconosciuto lo stesso Marchionne.
Credo sia un bene che, nonostante tutto, il sì abbia prevalso.
Adesso, per le prospettive strategiche degli stabilimenti torinesi della Fiat e per il futuro dell’industria automobilistica italiana, si apre una pagina nuova che richiede alle parti in campo responsabilità e misura.
Anche nel giudicare atteggiamenti e comportamenti dei protagonisti dello scontro.
Ritengo sbagliato, come qualcuno anche nel Pd in questi giorni ha fatto, gridare acriticamente viva Marchionne: l’amministratore delegato della Fiat, con le sue scelte, non può certo essere preso a modello. (Non dimentichiamo, al riguardo, i viva Calearo che molti nel partito hanno intonato nel recente passato: pur trattandosi di situazioni e persone totalmente diverse, sappiamo dove si va a finire con le adesioni entusiastiche della prima ora). Come ritengo sbagliato l’atteggiamento della Fiom davanti all’esito delle urne. Anche se i lavoratori si sono trovati a doversi esprimere sotto scacco, non si può parlare di referendum illegittimo.
Le tute blu della Cgil non possono ignorare che al voto ha partecipato oltre il 94 per cento degli aventi diritto. Dovrebbero piuttosto capitalizzare il fortissimo consenso ottenuto dal no per rientrare nel gioco. Perché è adesso, a riflettori spenti, che comincia la vera partita.
Anzitutto l’esito del voto va rispettato. Il Lingotto non può sottrarsi dal realizzare il piano d’investimenti prospettato. E deve finalmente dare un volto al progetto di “Fabbrica Italia” di cui Mirafiori è un tassello fondamentale.
Mentre le parti sociali e la politica hanno il compito di superare le contraddizioni e di sciogliere i nodi che l’accordo porta con sé, a cominciare dal tema della rappresentanza del sindacato nei luoghi di lavoro.
Ma ci sono anche altre questioni, altrettanto decisive, da affrontare.
A cominciare dall’assenza del governo. Nel corso dell’intera vertenza, palazzo Chigi non ha minimamente chiarito i suoi impegni di politica industriale a sostegno di un settore strategico come quello dell’auto. Il premier e i suoi ministri si sono limitati a generiche affermazioni filo-aziendali (e anti Cgil). È uno svantaggio che la nostra industria sta pagando e pagherà caro. Altrove i governi si muovono in direzione opposta, e non mi riferisco soltanto al sostegno dato alla Fiat dai governi di Serbia e Messico per gli impianti di Kragujevac e di Toluca.
Negli Stati Uniti, per Chrysler, Ford e General Motors, Obama ha speso sessanta miliardi di dollari.
In Francia, Sarkozy ha messo sette miliardi di euro a sostegno di Psa e Renault. In Germania, la Merkel ne ha investiti tre per la Opel. Da noi, zero.
Tutto questo mentre la Fiat, di suo, non naviga in buone acque.
Sono i dati sul mercato dell’auto a dirlo. Nel 2010 il calo delle immatricolazioni della casa torinese è stato del 16,7 per cento, quasi il doppio della media del mercato che ha fatto registrare un meno 9,2 per cento.
Non è solo questione di produttività.
Se oggi gli impianti di Mirafiori o di Cassino producessero come quelli polacchi o brasiliani, a prescindere dalle attuali dosi massicce di cassa integrazione , le vetture costruite in più resterebbero ad arrugginire, invendute, sui piazzali. È una questione di prodotto, di modelli. Non si vive di sole Panda o 500. Senza un salto di qualità, il rischio è che sia Chrysler a fagocitare Fiat. Non il contrario.
A referendum archiviato è ora che si volti, tutti, pagina.
Il governo non può più fare finta di niente. Deve convocare le parti per esigere il rispetto del piano; deve appoggiare la necessità di una nuova intesa tra le parti sociali sulla rappresentanza e la rappresentatività sindacale favorendo il varo di una legge di sostegno (il contrario di quello che pensa Sacconi). E, soprattutto, deve cominciare a ragionare di politica industriale, prima che sia troppo tardi.

da Europa Quotidiano 20.01.11

"La buccia del chinotto", di Massimo Gramellini

Un amico sorride amaro: «Non farti illusioni, potenzialmente siamo tutti come lui e la sua corte: trombare e fare soldi, interessati solo ai bisogni primari, ai chakra bassi, per dirla alla maniera di voi che meditate e fate yoga. Sì, qualche disturbato che sogna con un romanzo o va in estasi per una notte d’amore sotto le stelle esisterà pure, ma è la buccia del chinotto: scorza sottile, percentuale insignificante».

Davvero? Davvero la maggioranza dei giovani assomiglia a quel tipo che incita sua sorella a infilarsi nel letto di un anziano miliardario, «così ci sistemiamo»? Davvero il mondo contemporaneo si divide fra padri padroni, disposti a uccidere le figlie che osano ribellarsi, e padri ruffiani che nelle intercettazioni le incitano a sgomitare perché «le altre ti sono passate davanti, svegliati!». Sarò un ingenuo, eppure vedo ancora in giro della dignità, anche in tanti poveri che una busta di 5000 euro l’hanno magari sognata, ma non la vorrebbero trovare nella borsa della figlia a quelle condizioni. Vedo donne e uomini pieni di vizi, ma che non invidiano lo stile di vita dei crapuloni e sognano di invecchiare con una persona amata al fianco e la musica di Mozart nelle orecchie. E quando, come ieri, alcuni lettori telefonano al giornale per segnalare che una luna mai così arancione è spuntata fra le colline e mi arriva sul tavolo la raccolta di poesie di una ragazza timida, allora penso che non è finita. Che la buccia del chinotto è più spessa di tutto il gas che le sta esplodendo intorno, in un enorme rutto di niente.

La Stampa 20.01.11

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“Come lo spiego in classe a un 14enne che non è bello essere Ruby…”, di Mila Spicola

1.
Roberto F., 3 P, 14 anni, mi ha firmato un disegno con “Silvio Berlusconi”. “Smettila, togli quella firma e metti il tuo nome” “Proessorè, picchì? A lei un ci piacissi essiri u cchiu riccu chi c’è e aviri tutti i fimmini chi si vonnu?”. Non penso ci sia bisogno di tradurre. Nell’inverno del 2008 qualcuno mi firmava i disegni come “il capo dei capi”.
2.
Silvia G., 2 R, 13 anni, sorella minore di Flavia, 17 anni già mamma di un bimbo. “Magari fossi così bella, certo che lo farei, proessorè, a lei un ci piacissi assistimarisi pi tutta la vita? Lei e tutta la famiglia sua, proessorè?”
3.
Ho ingoiato amaro, indecisa se parlar loro delle cose giuste e di quelle sbagliate, oppure se ..cavolo…hanno solo 13 e 14 anni e hanno il diritto di essere fanciulli, innocenti si diceva un tempo, non di assistere a questo fango. Eppure il fango si diffonde anche nelle loro vite. Vietato ai minori, si diceva un tempo. Quando è finito quel tempo?
4.
Luisa, 22 anni, è una splendida ragazza iscritta al secondo anno a ingegneria, figlia di un caro amico avvocato. Sul suo profilo di facebook campeggia una foto che sembra la pagina di un calendario. “Che c’è di male a esser belle? E sono pure intelligente, cosa volete dirmi? E’ una colpa esserne fiera? Della bellezza e dell’intelligenza? E se trovo un pollo da raggirare amen, peggio per lui”.
5.
Un alto dirigente del PD siciliano mi ha confessato qualche giorno fa: “Beato lui che può permetterselo”. “Lui chi scusa?”. “Lui, lui. Berlusconi”.
Io sono completamente esterrefatta. Non ditemi che il problema sia solo lui. Lui, lui. Berlusconi. Qua mi sa che tutta Houston, ops, l’Italia, abbia un problema. E ben più grave di quello che sembra. Altro che dimissioni del premier, altro che costituirsi al giudice. Una buona parte dell’Italia, attenzione, non tutta, ma una buona parte sì, potrebbe accompagnarlo da quel giudice perché ne vorrebbe condividere il peccato. Una buona parte dell’Italia vorrebbe trovarsi al posto suo, perché non ci trova nulla di male, anzi, tutto il bene che si immagina.

E se tutto il bene che si immagina per la propria vita è quello beh, il problema non è più “politico”, come si affannano a ripetere da destra a sinistra, ma morale, identitario, collettivo, etico. Attenzione: non moralistico, il problema è morale: quell’insieme di comportamenti condivisi che distinguono il carattere sociale di un popolo.

Parlo di ciò che è condannabile e ciò che non lo è nei comportamenti singoli, così come ritiene la maggior parte delle persone, a maggior ragione di chi ci rappresenta.
In questo non ce la passiamo affatto bene. No.

Cercherò di spiegarlo a Roberto F. e a Silvia G. nel poco tempo che trascorro con loro, non con parole o discorsi, ma con fatti e confronti: presenti e passati e con comportamenti.
Ma agli altri, a tutta quella buona fetta di italiani che pensano che il “problema sia politico” (e mi riferisco all’assurdo che mi capita di sentire persino da esponenti politici dell’opposizione) e che “sono solo fatti suoi”, chi glielo va a spiegare che no, non sono più “semplicemente fatti suoi”, ma bensì nostri.

Perché Lui, in questo momento è noi e io, scusate se lo ribadisco, non voglio affatto essere Lui, men che mai Ruby. E non voglio affatto che lo vogliano i miei alunni, come anche la bella e intelligente figlia dell’avvocato che è cresciuta in 20 anni di trash televisivo e politico.

Voglio dire che il peggio di tutto questo incubo è che i nostri figli guardano e o copiano o condannano.

E come disse Garibaldi da Caprera: non è certo questa l’Italia che avevo in mente.

O no?

L’Unità 20.01.11

"Il volto spietato del potere", di Giuseppe D'Avanzo

Il berlusconismo arriva al suo compimento. Ci dovevamo arrivare prima o poi e ora – ecco – ci siamo. Quel che si scorge è l´inizio di un lungo tormento. Sapevamo di vivere in un Paese dove al governo c´è un uomo solo – un grottesco Egoarca – che altrove sarebbe già stato allontanato per la sua evidente inadeguatezza politica e insufficienza etica. Sapevamo che quell´uomo solo, che stringe nelle sue mani il filo del potere economico, politico e mediatico, non può permettersi di allontanarsi dal governo perché è il governare, è il potere, sono i dispositivi di dominio che proteggono l´opacità della sua storia, l´irresponsabilità dei suoi comportamenti, il suo futuro. Buona parte dei disordini istituzionali che hanno accompagnato la vita pubblica degli ultimi quindici anni – lo sappiamo – è figlia di questa anomala e umiliante condizione in cui viviamo; una condizione che sollecita in tanti o la rassegnazione o una depressione cinica. Ci aspettavamo giorni difficili, ci attendono lacrime e sangue. Non bisogna nasconderselo perché, dopo il videomessaggio di Berlusconi, c´è una circostanza che è diventata chiara come acqua di fonte: quell´uomo non vorrà mai lasciare il Palazzo, qualsiasi cosa accada, qualsiasi siano le sue responsabilità accertate, qualsiasi siano le urgenze del Paese.Il Sovrano, accusato di concussione e di aver fatto sesso con una minorenne, non accetta di farsi processare. Esige di essere immune. Comunica che se l´impunità gli sarà negata, spingerà la sua avventura autocratica fino alle estreme conseguenze, incurante di condurre l´Italia nel gorgo di un tragico conflitto e le istituzioni dello Stato al collasso con risultati oggi del tutto imprevedibili per il futuro del Paese.
La risolutezza annunciata dal capo del governo non è la caparbietà di un «combattente nato», come pure qualche anima fioca dirà. È la nascita di un potere postpolitico e neoautoritario. È postpolitico perché il processo del governare – che cosa è necessario al Paese? qual è l´agenda delle priorità? come affrontarla? – è ormai del tutto separato e scisso dallo spettacolo mediatico che diventa la più autentica rappresentazione del nostro destino pubblico. Questa scena di cartapesta, che impasta e mescola la realtà trasfigurandola, liquida del tutto i meccanismi democratici che diventano irrilevanti al punto che esprimono soltanto un vuoto. Il capo dello Stato, che ha chiesto appena 24 ore fa trasparenza, è sconfessato. Il Parlamento dei nominati mostra tutta la sua ininfluenza. L´opposizione non trova nemmeno il luogo per esercitare le sue prerogative.
È un potere neoautoritario perché Berlusconi è stato esplicito: «la magistratura sarà punita». Chi gli ha scritto il discorso aveva consigliato «adeguata reazione». Il capo del governo ha corretto «punizione». Perché gli è chiara la strada che intende esplorare: l´unificazione nella sua persona di tutti i poteri. C´è un ostacolo lungo questa via: l´indipendenza del potere giudiziario. Deve essere liquidata. È quel che reclama. Con animo da mercante, potrebbe ripensarci soltanto se gli sarà concessa l´impunità (già si ode il lavorio di chi crede alla possibilità di “ridurre il danno”). In ogni caso il capo del governo annuncia nuove misure graduali da stato di emergenza perché è un´emergenza l´autonomia della magistratura anche se il solo a sentirsi minacciato è lui. «State sereni», dice Berlusconi. È una frase chiave. Ci rassicura: la vita andrà avanti normalmente con le sue permissività, i suoi piaceri, i suoi sogni ma – purtroppo – per colpa di una magistratura che lavora con fini politici occorre qualche misura eccezionale necessaria per proteggere la cosiddetta “libertà” che nel lessico del Sovrano equivale a “piacere”. Si avvera la profezia di Slavoj Zizek. Nel futuro dell´Italia appare una sorta di autoritarismo permissivo che ha per formula più divertimento e più misure straordinarie. Più “piacere” e meno libertà. Sapremo comprendere i principi eversivi di questo discorso? C´è ancora da qualche parte nella nazione un amor proprio che avverte come degradante, disonorevole, vergognoso per tutti la presenza di quest´uomo al vertice dello Stato? Ammesso che davvero esista nella nostra democrazia ipermediatizzata, si riuscirà a rendere consapevole l´opinione pubblica di che cosa è accaduto, di perché accaduto e per responsabilità di chi. Nel suo monologo – mai che l´arrogante accetti un contraddittorio, una domanda, la contestazione di “un fatto” – Berlusconi ha truccato le carte come gli accade sempre. Come è possibile dimostrare, ha corrotto Ruby, l´ha costretta a tacere di aver fatto sesso con lui, minorenne. Si è fatto firmare una dichiarazione che lo scagiona. Berlusconi l´ha letta ieri in tv condendo la sua difesa con bubbole e fiabe: mi difenderei volentieri nel processo (questo è un falso indiscutibile), ma la procura di Milano è incompetente (altro falso); non ho mai toccato quella ragazza (ancora un falso). È un altro aspetto della nostra nascente democrazia neoautoritaria. Il Sultano pretende che il potere delle sue parole sulla realtà e sui nostri stessi ricordi sia, per noi, illimitato e indiscusso. È il paradigma che sempre il capo del governo oppone ai fatti nella convinzione che, in ogni occasione, la forza del suo triplice potere possa piegare la verità, ogni verità, tutte le evidenze. Corrompe i testimoni (già gli è capitato con David Mills, ora c´è ricascato con Ruby che dice: mi vestirà d´oro). Impone all´informazione che possiede e controlla di far deflagrare quelle “verità capovolte” nella mente e nei cuori degli italiani che, otto su dieci, s´informano dalla tv e dunque da fonti quasi esclusivamente sue. Trasforma un suo affare privato in un affare pubblico mobilitando le istituzioni (governo, parlamento) che considera cosa sua. Questo spettacolo nero ha un significato politico. Berlusconi ci dice che, al di fuori della sua “verità”, non ce ne può essere un´altra. Vuole ricordarci che la memoria individuale e collettiva è a suo appannaggio, una sua proprietà, manipolabile a piacere. Si scorge oggi nell´affaire Ruby, come nella “crisi di Casoria” del 2009, un uso della menzogna come funzione distruttiva del potere che scongiura l´irruzione del reale e oscura i fatti. Si misura l´impiego dei media sotto controllo diretto o indiretto del premier come fabbrica di menzogne che finora ha preparato il castigo per chi dissente e da oggi annuncia la «punizione» delle istituzioni dello Stato che non si conformano. Quel che è abbiamo visto ieri in televisione è il nuovo volto di un potere che diventerà spietato, se politica e società non si uniranno per fermarlo. È il paradigma di una macchina politica che deve convincerci della pericolosità di Berlusconi. C´è ancora qualcuno che può pensare che questa sia la trama di un gossip o l´ennesimo episodio del conflitto tra politica e magistratura? Diffidate di chi vi racconterà queste favole. Berlusconi sta mettendo le mani sulla nostra democrazia e bisogna decidere soltanto che la misura è colma.

La Repubblica 20.01.11

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Famiglia Cristiana: squallore e depravazione E nella Chiesa c´è chi chiede le dimissioni

ROMA – Famiglia Cristiana attacca Berlusconi: il sito del settimanale dei Paolini scrive che «l´affresco delle notti di Arcore è un misto di squallore e depravazione» con «giovani pronte a “offrirsi al Drago” in cambio di soldi, gioielli o appartamenti». E dopo la prudenza iniziale, ieri diversi prelati hanno rotto il silenzio. Duro monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti, autorevole teologo, secondo il quale se i reati fossero provati «chi li ha commessi ha una enorme responsabilità morale, specie se si tratta di persona pubblica» che «dovrebbe fare un passo indietro» perché il Paese ha bisogno di persone «che non siano imputabili di simili misfatti». In Parlamento, intanto, gli esponenti cattolici dei tre poli (per il Pdl firma Giorgio Santini) preparano un documento che descrive «turbamento e disorientamento» e chiede «una reazione morale e corale». A Radiovaticana Antonio Maria Baggio, esponente dei Focolari, parla di sconcerto e indignazione.

La Repubblica 20.01.11

"Le parole e i fatti" di Marina Boscaino

Nell’anno scolastico 2008/9 – ultimi dati Miur rilevati – gli studenti che frequentavano la scuola dell’infanzia con cittadinanza non italiana erano 125.092; la primaria 234.206; l’istruzione secondaria di I grado 140.050; le superiori 13.012: più di mezzo milione di bambini e ragazzi che entrano nella nostra scuola, seguendo un percorso certamente difficoltoso, considerando le diverse provenienze, la difficoltà della nostra lingua, la loro origine sociale, quasi sempre svantaggiata.
Un recente studio del Gruppo Abele in proposito ha evidenziato le difficoltà incontrate soprattutto da quei ragazzi che entrano nella scuola dopo aver frequentato nel proprio Paese: oltre a dover affrontare il trauma del cambiamento e le problematiche di cui si dicevano, hanno anche l’onere di inserirsi in una socialità già formata, non sempre disposta ad accoglierli adeguatamente.
è questo di uno degli ambiti in cui gli insegnanti hanno dovuto fare da sé, bricoleurs dell’integrazione, senza specifiche competenze, basandosi su istinto, buon senso, buona volontà. infatti, non esistono – o sono pochissimo diffuse – nella scuola italiana “figure professionali di sistema” che, grazie a profili professionali specializzati, siano in grado di svolgere un’azione di mediazione significativa e specificamente competente per far fronte ai tanti problemi. Non esistono competenze ordinarie, generalizzate, ma modi soggettivi e autodeterminati di affrontare la situazione.
La Camera sta procedendo ad un’indagine conoscitiva sulle problematiche connesse all’accoglienza degli alunni con cittadinanza non italiana nel nostro sistema scolastico, evidenziando come sia necessario “affrontare seriamente la formazione iniziale di tutto il personale, i protocolli di accoglienza, l’apprendimento della lingua italiana, il coinvolgimento di tutti i genitori, il lavoro di rete nelle comunità locali e, in ultimo, anche il contenuto dei saperi”. Indicazioni che, allo stato dei fatti, non sembrano essere destinate all’adeguata considerazione.
Ecco, questo è il nostro Paese: si parla di Cittadinanza e Costituzione – una disciplina che troverebbe il proprio senso non solo in una trasversalità che non tutti gli insegnanti praticano, ma in uno specifico approfondimento della conoscenza della nostra legge principale e del progetto di società giusta che essa individua – e, nello stesso tempo, le ore destinate non solo non vengono definite dopo l’annuncio ma, anzi, vengono tagliate quelle di Storia e Diritto, le materie più contigue a quell’insegnamento.
Si parla di mondo globale, ma non si comprende che perché questa diventi una realtà concreta che implementa la convivenza pacifica ed operosa tra le differenti provenienze, occorre alimentare – individuandole e finanziandole – energie e professionalità. Occorrono investimenti culturali, creazione di competenze, sviluppo delle capacità di mediazione e di relazione.
Occorrono investimenti economici. Quello che ci troviamo in mano, al momento, è il taglio di 8 miliardi di euro e 140mila posti di lavoro, tra le cattedre “tradizionali” e il tradizionale personale Ata.
La strada, è evidente, non è quella giusta.

da www.adistaonline.it