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Roma. Città sparita

Con lo scioglimento della Giunta romana, Alemanno certifica il suo fallimento. E’ ora che si dimetta. Roma merita di più. Dopo mesi di scandali ed inefficienze, la decisione del sindaco Alemanno di annullare tutti gli incarichi della giunta capitolina rappresenta il totale fallimento della amministrazione che da tre ha fatto sprofondare la Capitale. Formalmente, a sfiduciare il sindaco per primi sono arrivati gli esponenti della sua stessa maggioranza consci del crollo del consenso da parte dei cittadini.

La fiducia dei romani nei confronti di Alemanno è progressivamente scemata: dagli allori quando il primo cittadino si affacciava sui ponti romani per vedere la pericolosa piena del Tevere a oggi, la situazione si è completamente rovesciata. Alemanno ha dichiarato che la prima fase del suo mandato di è conclusa. Insomma si è giustificato elencando i meriti della sua giunta. Una lista davvero corta. Una pagina bianca. Della trasformazione del Comune in Roma Capitale, il sindaco può vantarsi di aver tagliato il nastro di inaugurazione, niente di più dato che il progetto era in piedi dagli anni precedenti la sua elezione. Della definizione dei progetti nel Piano Strategico di Sviluppo è simile al premier: si prende il merito di aver costruito il Ponte sullo Stretto anche se nessuna pietra è stata messa per terra. Lo stesso è valido per Alemanno.

Chi vive a Roma e chi ci passa come turista nota l’enorme differenza con gli anni passati. Lo slogan di Alemanno in campagna elettorale era “Roma cambia”. Questa è l’unica verità del suo operato: Roma è cambiata sì, in peggio!

La città si è ingrigita e sporcata. La città è sempre più buia, in tutti i sensi. Alcuni romani hanno, per forza, dovuto abbracciare e fare propria la legge della giungla che si vive sulle strade: nessuna regola e rispetto dei codici, i pedoni come birilli da evitare per arrivare prima (chissà dove poi), gli altri automobilisti possibili minacce o rivali nelle partenze al semaforo. Una frenesia avallata e giustificata dal progressivo imbarbarimento con l’arrivo degli Unni della destra.

Ma non è tutto. Ai posti chiave delle amministrazioni capitoline sono stati messi uomini “neri” con un passato (presente) legato ad associazioni neo fasciste. I muri e gli spazi pubblicitari sono tappezzati di propaganda abusiva nostalgica del ventennio, con un qualunquismo e un disprezzo per il diverso e lo straniero che ha radici solo nella stupidità e ignoranza. Tutto ovviamente con il consenso del sindaco. Gli uffici comunali sono occupati ora da un esercito di 4000 amici del sindaco: persone assunte o incaricate solo perché collegate in qualche modo ai politicanti dell’area Alemanno. E invece di volare basso, il sistema clientelare si bea di quanto sia efficiente!

Gli scenari futuri sono incerti. Dai giornali si apprende che Alemanno potrebbe essere commissariato a favore di Bertolaso per risolvere il “terremoto a Roma”. Alemanno verrebbe dirottato a Palazzo Chigi a mo’ di promozione per proteggere Berlusconi dagli attacchi di Fini e ricompattare i colonnelli ex Alleanza nazionale.

Per Paolo Gentiloni, con i “tre anni di amministrazione Alemanno, il fallimento è pieno. Il sindaco è riuscito solo nell’impresa di distruggere quanto era stato fatto nei quindici anni precedenti per il bene della città. Ora, travolto dalle sue difficoltà e da un crollo di popolarità testimoniato anche del sondaggio del Sole 24 ore, al posto di trarne le dovute conseguenze non trova nulla di meglio da fare che cercare alibi e scaricare i problemi sui suoi assessori. Ma i romani sanno bene di chi è la colpa di questo fallimento”

“Finalmente una buona notizia per i cittadini romani: Alemanno, forse dopo il disastroso risultato del sondaggio di IPR marketing pubblicato oggi dal Sole 24 Ore, ha deciso di sciogliere la Giunta Capitolina” ha dichiarato il deputato Jean-Leonard Touadi. “Adesso aspettiamo di capire se Alemanno sarà in grado, come dichiarato, di nominare i nuovi assessori e amministratori delegati entro il 13 gennaio; il fatto che tutto ciò sia accaduto dopo un incontro con Cicchitto e Gasparri riporta la politica cittadina ai non felici tempi di Sbardella ecc. e non promette nulla di buono”.
Ha concluso Touadi: “Considero comunque ingiusto che Alemanno abbia azzerato la Giunta, quando in realtà, per dare una svolta decisiva alla vita di Roma, avrebbe dovuto “autoazzerarsi”.

Per il vice presidente del Senato e commissario del Pd Lazio, Vannino Chiti “Alemanno azzera la sua giunta a metà del mandato. C’è da chiedersi il perché di una mossa tanto inusuale quanto significativa. Il malgoverno e gli scandali di ‘parentopoli’ hanno reso palese il fallimento della destra che governa Roma. Seppur in ritardo, nonostante i tanti segnali negativi giunti dalla città – non ultimo il sondaggio diffuso oggi dal Sole 24 Ore – Alemanno si arrende all’evidenza dei fatti cercando di uscire dall’angolo con una decisione disperata. Ma, di fronte ad un esito come questo, e’ difficile pensare che sia sufficiente un tardivo azzeramento della giunta”.

“Con questa scelta – ha proseguito Chiti – il sindaco dichiara di voler avviare un cambiamento che fissi per ogni assessore le deleghe, gli obiettivi e le regole che garantiscano la piena sintonia con le categorie sociali e produttive della città. E’ d’obbligo una domanda: con quale criterio aveva nominato i suoi assessori all’atto dell’insediamento? Quello illustrato oggi e’ infatti il metodo con cui ogni amministratore dovrebbe scegliere la sua squadra fin dall’inizio del proprio mandato. Alemanno – conclude Chiti – deve spiegare molte cose, dallo scandalo di ‘parentopoli’ fino alla sua rinuncia alla gestione dei rifiuti della città di Roma. Ora deve spiegare ai cittadini anche quest’ultima mossa e assumersi le sue responsabilità”.

“Con l’azzeramento della Giunta Alemanno la Capitale rischia un pauroso salto nel buio alla vigilia di scelte delicatissime su temi rilevanti come i rifiuti, il futuro di Roma Capitale, il rilancio delle aziende capitoline, i trasporti e altre criticità che stringono Roma da ormai due anni nel totale immobilismo”. Lo ha affermato la deputata del Pd Ileana Argentin, dirigente dei democratici del Lazio, commentando la decisione assunta dal Sindaco Alemanno che ha ritirato le deleghe agli assessori della Giunta capitolina.

“Si tratta – aggiunge l’esponente del Pd – di un rimpastone in grande stile da Prima Repubblica, dopo un giro di valzer con alcuni esponenti del Pdl ed ex colonnelli di An, che apre le porte ad una fase due come i governi balneari democristiani, seguendo le orme di Signorello”.

Per Andrea Sarubbi “il sindaco Alemanno ha deciso di sciogliere la giunta capitolina: dopo due anni e mezzo di autogestione, finalmente il primo gesto concreto per il bene di Roma. Il primo cittadino ha preso atto finalmente del giudizio della città sul suo operato, espresso impietosamente anche dalle cifre riportate del Sole 24 di questa mattina sulla popolarità degli amministratori locali. Ora Alemanno sia conseguente: si dimetta e lasci che i romani eleggano un sindaco vero”.

Anche per il deputato del Pd, Roberto Giachetti “la debolezza politica di Alemanno è la cartina tornasole dell’incapacità di governo del centrodestra, a Roma come nel paese. Dopo questo fallimento plateale, correttezza politica vorrebbe un ritorno alle urne. D’altronde è ormai chiaro che i romani non ne possono più dei disastri di Alemanno che in questi anni agito senza amore per Roma e ha impoverito drammaticamente la capitale riportandola in dietro di oltre un ventennio. Davanti ad una crisi politica così profonda il rimpasto è solo una forma di accanimento terapeutico, il centrodestra romano dovrebbe fare un passo in dietro. Anche perché non saranno certo gli accordicchi di palazzo, peraltro influenzati dal ‘lume’ di Cicchitto e Gasparri, a porre fine ad una litigiosità senza precedenti nell’esperienza amministrativa della capitale”.

“L’azzeramento della giunta capitolina è un’esplicita ammissione del fallimento del governo romano e, anche, dell’incapacità gestionale del sindaco Alemanno”. Lo ha dichiarato il senatore del Pd Raffaele Ranucci che poi continua: “Per il rispetto dovuto ai suoi elettori e a tutti i romani, il sindaco dovrebbe dimettersi soprattutto alla luce degli ultimi terribili scandali che hanno investito la sua gestione”.

www.partitodemocratico.it

Riconoscere, valutare, valorizzare: parliamone ancora

Un documento della Segreteria Nazionale del MCE a proposito della valorizzazione e valutazione degli insegnanti. La recente presentazione, da parte del MIUR, di due documenti che attivano in via sperimentale percorsi di valutazione (nel duplice senso della valutazione della professionalità docente e della valutazione di sistema) riporta la questione al centro del dibattito e ci suggerisce l’opportunità di farne argomento di riflessione.
Preliminarmente, è utile affermare che siamo favorevoli a quei percorsi, costruiti nella
condivisione, con gli insegnanti e il mondo della scuola e non sulla testa degli insegnanti e della scuola,
che permettono di far crescere una cultura della valutazione.
La valutazione, infatti, può essere uno strumento di concreto esercizio di responsabilità, nel
significato più ampio di rendicontazione; può assumere la funzione di autoregolazione dei processi
innescati nella scuola dell’autonomia; infine, al livello di valutazione di sistema, concorre alla “tenuta”
nazionale del sistema di istruzione, componendo l’azione delle scuole autonome con l’istanza di
unitarietà.
Detto questo, si tratta di delineare quali dovrebbero essere, a nostro avviso, i tratti qualificanti per
promuovere cultura della valutazione. Una prima condizione è la distinzione tra le diverse dimensioni:
valutazione di sistema, valutazione degli apprendimenti e per gli apprendimenti, valutazione della
prestazione professionale.
Decisivo passaggio di metodo: ci permette infatti di sostenere che tra una dimensione e l’altra
intercorrono certamente relazioni, ma si interpongono anche le variabili per cui le risultanze dell’una
non sono immediatamente spendibili come elemento di lettura per l’altra. Chiunque abbia una
sufficiente cognizione dei fenomeni educativi sa che tra la prestazione dell’insegnamento nella sua
intrinseca qualità e il processo dell’apprendimento non c’è una diretta e univoca correlazione; lo stesso
vale per il rapporto tra l’erogazione complessiva del servizio, in termini di funzionalità e di efficacia, e la
qualità degli esiti formativi. Da questo punto di vista, ci sembra che i percorsi sperimentali presentati nei
due documenti MIUR vadano nella direzione opposta rispetto a questa consapevolezza metodologica,
che è anche orientamento per una corretta politica.
Fatta questa distinzione, ci sembra che la valutazione di sistema debba fondamentalmente
soddisfare due esigenze: 1) fornire elementi attendibili per una governance che non sia meramente
classificatoria-sanzionatoria, ma sia guidata da una conoscenza attendibile dei punti di “sofferenza” del
sistema per poter intervenire con idonei interventi perequativi di riequilibrio (risorse materiali e
professionali, politiche della formazione);
2) favorire nelle scuole, singolarmente e in rete, sistematiche esperienze di autoanalisi e di
autovalutazione, da integrare con le modalità di valutazione esterna.
Ancora più complessa e delicata la questione della valutazione della professionalità docente.
Intanto, ci piacerebbe che fosse più esplicita la connessione tra valutazione e valorizzazione,
ricostruendo (o forse costruendo per la prima volta) la filiera di senso che parta dal riconoscimento della
funzione pubblica che svolgono i docenti e tutti coloro che operano nella scuola, per arrivare a ragionare
in termini di riconoscimento (che cosa e perché riconoscere, con quali strumenti, con quali modalità e
con quali rilevanze sul versante giuridico e contrattuale).
Inoltre, è forse maturo il tempo per promuovere un confronto “pubblico”, aperto e serrato
sull’abusata quanto ambigua nozione di “merito” e di “merito-crazia”. Attorno a questo nodo si
concentrano, infatti, fantasmi del passato e del presente, intenzioni “giustizialiste” neanche tanto
larvate (è di questi giorni la polemica del ministro Gelmini sull’egualitarismo sessantottino, madre a suo
dire di tutti i mali della Scuola e dell’Università…).
Per quanto ci riguarda, siamo ancorati alla dicitura dei“capaci e meritevoli” di cui parla la Carta
costituzionale (art. 34) inserendola in un preciso contesto di emancipazione sociale e di garanzia dei
diritti.
Parlare di “merito” e di “premio” in una temperie sociale e culturale come quella che da mille
segnali avvertiamo, con i venti di un neoindividualismo che spezza i vincoli di solidarietà, significa
innescare anche nelle scuole processi di competizione sregolata, in base all’assunto niente affatto
dimostrato che possa essere questa un fattore efficace di auto miglioramento e sviluppo professionale.
Riteniamo che, come per gli alunni, anche per le scuole e i docenti, valutazione debba fare rima con
formazione: sulla formazione iniziale, come sulla formazione in servizio degli insegnanti non si dice mai
nulla, e anche i documenti ministeriali di cui parliamo non ne fanno esplicito riferimento. Eppure, il
mestiere di maestro si basa su una necessità di aggiornamento e riflessione sull’educare che è lo
strumento principe per il miglioramento dell’azione educativa . Per questo il Movimento di
cooperazione educativa chiede che la formazione in servizio sia obbligatoria e riconosciuta, con gli
appositi dispositivi normativi e contrattuali, in quanto fattore decisivo di sviluppo professionale e di
qualità complessiva del sistema.
Insomma, valutazione, sì, parliamone: ma senza scorciatoie semplificatrici (come quelle che
intravvediamo nelle sperimentazioni predisposte dal Ministero) e con punti fermi di prospettiva.
Il primo, riguarda il perseguimento della qualità per l’intero sistema dell’istruzione, nell’ottica della
sua capacità di garantire il diritto di tutt* a crescere e apprendere: non poche scuole di qualità per
pochi, ma tutte per tutti.
Il secondo, la messa a punto di un progetto complessivo che investa la questione-docente come
questione centrale della scuola; talmente essenziale da non prestarsi a riduttive tecniche di
classificazione (con metodi, stando al documento in parola, assai discutibili…) quasi a separare in modo
manicheo buoni e cattivi, nella ricerca di improbabili eccellenze dai contorni incerti. Piuttosto
valorizziamo, sosteniamo con politiche scolastiche costruttive e non punitive, i tanti, tantissimi
insegnanti sufficientemente buoni che ogni giorno “fanno scuola” e così fanno la scuola, nell’ordinaria
fatica che procede nonostante i Brunetta e le Gelmini di turno.

La Segreteria nazionale del M.C.E

www.flcgil.it

"Un marziano a Roma", di Curzio Maltese

Siamo alle comiche finali, come direbbe il suo ex capo, Gianfranco Fini. L´ultima trovata di Gianni Alemanno, sindaco per caso della capitale, sarebbe quella di chiamare come vice Guido Bertolaso, il Capitan Terremoto appena pensionato dalla Protezione civile. Un colpo di teatro che dovrebbe risollevare l´immagine dell´amministrazione capitolina, in caduta libera. Il sondaggio annuale del Sole 24 Ore indica Alemanno fra i sindaci meno amati d´Italia, soltanto un´incollatura davanti ai casi disperati del palermitano Cammarata e della napoletana Russo Iervolino.
Con tutte le perplessità che evoca la figura di Bertolaso, si tratterebbe in ogni caso di un passo avanti. Indietro, del resto, era difficile compierne. Da tre anni i romani assistono al bizzarro esperimento di una grande capitale dell´umanità governata da una curva di ultras della politica. Un pugno di ex camerati del Fronte della Gioventù romano, più parenti e amici, proiettati da un destino crudele (e dall´imbecillità degli avversari politici) verso una missione impossibile. Governare una città che ha la popolazione e il bilancio di un piccolo stato europeo, e la storia di molti messi insieme. Per qualche tempo i romani, anche chi non l´aveva votato, ha sperato che Alemanno e i suoi potessero farcela. Così come si tifa allo stadio per una squadra di terza categoria giunta in finale. Ma ora il fallimento è conclamato e perfino ammesso.
Gianni Alemanno è stato per tre anni il sindaco marziano di Roma, senza un rapporto vero con la città. Distante, impaziente, forse persino deluso da una vittoria insperata che gli ha negato una più comoda poltrona di ministro, alle prese con problemi troppo più grandi di lui. Circondato per giunta da una compagnia di fedelissimi, pronti a sfoderare il pugnale per difenderlo, magari in cambio di un posto per il cognato o la prozia, ma del tutto inadeguati a compiti di governo. Ha svolto il compito di malavoglia, eccitato soltanto dalla possibilità di fare ogni tanto annunci d´ispirazione marinettiana, come la demolizione di Tor Bella Monaca, l´abbattimento delle opere di Meyer o il gran premio di Formula Uno all´Eur. E dire che s´era guadagnato il voto con la critica alla “politica spettacolo di Veltroni”. Prima della cultura, dei festival, dei concertoni e concertini, diceva Alemanno, bisogna pensare alle buche nelle strade, alla criminalità, all´economica cittadina. La cultura infatti è quasi azzerata, ma non così le buche e i buchi in bilancio. I romani, tolleranti ma non fessi, se ne sono accorti e gli indici di popolarità sono crollati. Al disastro finale ha pensato la rapinosa compagnia dei collaboratori, con una serie di scandali all´insegna del “tengo famiglia”.
Ora il marziano sindaco pensa di rimontare affiancandosi un marziano vice, ancora più bravo a fare annunci mirabolanti in televisione. Si tratta comunque, già dal nome, dell´ammissione di uno stato d´emergenza. Se fallisce anche la mossa Bertolaso, si può provare col mago Silvan e Harry Potter. Oppure dimettersi e fare posto a uno del mestiere. Tanto una poltrona da ministro ad Alemanno non gliela toglie nessuno. E al governo l´incompetenza non è un problema.

La Repubblica 11.01.11

"Ricerca, perchè l'Italia non è la Corea", di Pietro Greco

Sacconi, Tremonti e l’editto di Costantino. Ha iniziato Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, sostenendo che la cultura non si mangia e che in tempo di vacche magre è lì che bisogna risparmiare. Poi, con assoluta coerenza, ha tagliato 1,5 miliardi di euro alle università e 8 miliardi alla scuola di primo e secondo livello. Poi ha continuato Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, sostenendo che per i laureati nonc’è mercato e che la colpa della disoccupazione giovanile è dei genitori che vogliono i figli dottori invece che artigiani. Ha chiuso Stefano Zecchi, filosofo estetico, sostenendo che in Italia i laureati sono troppi e che nel settore del lavoro intellettuale c’è spazio solo per i laureati figli di laureati. Non c’è dubbio, la destra italiana sta sposando la cultura della non cultura e (chissà?) magari già immagina un ritorno al tempo di Costantino (274-337, Imperatore dal 306) quando la mobilità sociale fu bloccata per legge e ai figli era concesso fare solo il lavoro dei padri. Ma anche le idee più reazionarie devono basarsi sui fatti. E i fatti dicono cose diverse. Non è vero che la cultura non si mangia: nell’era della conoscenza è la principale fonte di crescita economica. Non è vero che in Italia ci sono troppi laureati. E non è vero che i giovani laureati italiani hanno più difficoltà a trovare lavoro. Basta spulciare gli ultimi rapporti dell’Ocse su università e ricerca e prendere a esempio un paese, la Corea del Sud, che solo trenta anni fa era più povero dell’Italia (il reddito medio di un coreano nel 1980 era di 2.300 dollari, contro i 9.000 di un italiano) e aveva un tasso di giovani laureati inferiore. Ebbene oggi in Corea il numero di giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni con una laurea in tasca sfiora il 60%: la più alta percentuale al mondo. Contro il 40% della media Ocse. Quanto all’Italia, altro che sovrannumero: solo il 20% dei giovani in questa fascia di età ha una laurea. La metà della media dei paesi avanzati. Un terzo della Corea. Nel medesimotempo gli investimenti coreani in ricerca e sviluppo hanno superato i 42 miliardi di dollari l’anno, pari al3%del Pil. Il che fa della Corea il quinto paese al mondo sia per investimenti assoluti sia per intensità di ricerca. L’Italia investe in ricerca meno della metà: 18,7 miliardi di dollari, l’1,1% del Pil. La politica dell’alta educazione diffusa e della ricerca spinta ha arricchito la Corea. La cui economia, tra il 1985 e il 2005, è aumentata in media del 5,7% annuo: la crescita più sostenuta al mondo dopo quella della Cina. Oggi un coreano, con un reddito di 29.800 dollari l’anno, è più ricco di un italiano (29.400). I laureati in Corea trovano lavoro. In Italia, a 5 anni dalla laurea, oltre il20%non ha ancora un lavoro. Ma tra i giovani che non hanno una laurea il tasso sfiora il 30%. Anche in Italia, dunque, la laurea serve.

L’Unità 11.01.11

"La regola del più forte", di Stefano Rodotà

Le parole, i toni, l’argomentare sono di fastidio di fronte alla critica, alla discussione pubblica che pure è il sale della democrazia. Pare evidente che Sergio Marchionne voglia mostrare la regola della forza. Ha ribadito che suo, e soltanto suo, è il potere di vita o di morte su Mirafiori. Una spada gettata su una bilancia già sospetta d´essere alterata. È così eccessivo questo atteggiamento che viene quasi il sospetto che l´amministratore delegato della Fiat voglia favorire il “no” al referendum, per essere finalmente libero di muoversi in un mondo globale dove tutti gli aprono le porte e gli offrono braccia a qualsiasi prezzo. Un referendum, peraltro, che egli stesso svuota del suo significato proprio, visto che ne rifiuta pregiudizialmente uno dei possibili risultati. Lo sappiamo da sempre che è facile volgere a proprio vantaggio una guerra tra poveri. Per sfuggire a un impoverimento che attanaglia un numero crescente di persone, vi è sempre qualcuno che accetta di vendere la sua forza lavoro riducendo garanzie e diritti. È questo il dono del realismo del Terzo Millennio, dove l´efficienza economica cancella ogni altro valore?
Se vogliamo analizzare più in profondo le dinamiche in corso, ci accorgiamo che qualcosa accomuna la vicenda Fiat e quella che riguarda WikiLeaks. Si tratta del modo in cui il potere si sta redistribuendo nel mondo globale, chi lo esercita, chi può controllarlo. E questa novità non si coglie con i soli strumenti tradizionali, riferendosi solo al sistema delle relazioni industriali, alla tutela del segreto di Stato. Bisogna partire dalle logiche alle quali si rifanno i nuovi padroni del mondo, che non si sentono titolari di un potere controllabile e, invece, si muovono ritenendosi investiti di un potere sciolto da ogni vincolo.
Se questo è il tratto comune, divergono gli effetti di questo potere generato dal contesto globale. Nel caso della Fiat, lo sciogliersi del potere dai vincoli esterni, per il dilatarsi dell´attività d´impresa nei più diversi luoghi del mondo, ne produce un accentramento in mani sempre più ristrette. Nel caso WikiLeaks, il superamento delle barriere alla diffusione delle notizie determina il dilatarsi del numero dei soggetti titolari del potere fondato sulla conoscenza, che può essere esercitato al fine di controllare chi finora si era ritenuto intoccabile. Questi diversi effetti hanno origine nella diversità del potere esercitato: fondato sulla logica economica, da una parte; finalizzato all´espansione dei diritti, dall´altro.
La novità della situazione attuale è determinata dal fatto che, nella dimensione globale, si riduce o addirittura si dissolve la sovranità degli Stati nazionali, che è stata, e in molti casi ancora rimane, strumento per garantire il governo di processi complessi e assicurare un equilibrio tra i poteri in campo. Nel vuoto lasciato dai soggetti nazionali, e nell´assenza di soggetti pubblici che possano prenderne il posto, si insediano soggetti privati che divengono, insieme, legislatori e governanti, controllori e controllati. Dobbiamo rassegnarci alla supremazia della logica di mercato che produce una sorta di invincibile diritto naturale? O vi sono altre strade da percorrere?
L´Europa può fornirci qualche indicazione. Nel 1999, avviando la fase che avrebbe portato alla proclamazione della Carta dei diritti fondamentali, il Consiglio europeo affermava esplicitamente che il riconoscimento di quei diritti era indispensabile per far sì che l´Unione acquistasse piena “legittimità”. Il mercato, le libertà economiche che l´accompagnano, la moneta unica non venivano ritenuti sufficienti per sostenere una costruzione difficile, e sempre a rischio, qual è quella europea. Il passaggio dall´”Europa dei mercati” all´”Europa dei diritti” diviene così condizione necessaria perché l´Unione possa raggiungere piena legittimazione democratica. Questo modello è stato poi assunto oltre lo spazio europeo, tanto che al rifiuto radicale della globalizzazione, sintetizzato dallo slogan “No Global”, si è sostituita una linea diversa, che parla appunto di globalizzazione attraverso i diritti e non soltanto attraverso il mercato. Queste non sono formule più o meno felici. Sono l´espressione di una esigenza di democrazia che ben possiamo far risalire all´articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino del 1789: “La società nella quale non è assicurata la garanzia dei diritti, e non è stabilita la separazione dei poteri, non ha Costituzione”. Il potere dev´essere diviso, non concentrato. I diritti fondamentali devono essere sempre garantiti.
Questa storia è alla fine? Nel mondo del lavoro, in troppi casi, non v´è più negoziazione “all´ombra della legge”. Anzi non v´è più negoziazione, perché sempre più spesso si chiede a sindacati e lavoratori di prendere o lasciare un testo predisposto unilateralmente dalla parte più forte. Contratto collettivo e sindacato, i due strumenti che dall´800 hanno cercato di colmare il dislivello di potere tra datore di lavoro e lavoratori, vengono variamente svuotati. La soggettività del lavoratore si perde, e con essa la dignità del lavoro. Se l´efficienza è l´unica bussola, rischiamo di tornare alla “gestione industriale degli uomini”. E la retribuzione non è più ciò che deve assicurare al lavoratore e alla sua famiglia “una esistenza libera e dignitosa”, come vuole l´articolo 36 della Costituzione, ma il prezzo minimo che si spunta sul mercato per vendere un lavoro di nuovo ridotto a pura merce. Dall´esistenza libera e dignitosa si tende a passare ad una sorta di “grado zero” dell´esistenza, alla retribuzione come mera soglia di sopravvivenza, come garanzia solo del “salario minimo biologico”, del “minimo vitale”.
Di questi problemi, e del cambiamento d´epoca che rivelano, non ci si può liberare con una mossa infastidita, dando del “conservatore” a chi li ricorda. Chi ragiona così, ha già deciso di arrendersi, di consegnarsi prigioniero a una lettura del mondo globale che non sa usare categorie diverse da quelle dell´economia. Lo sguardo può e deve spingersi oltre, nella direzione indicata all´inizio ricordando la vicenda di WikiLeaks, che ci parla dell´opposto, di una globalizzazione che produce nuovi diritti e nuovi soggetti che l´incarnano. E´ questo il terreno dov´è possibile cercare e costruire quegli equilibri e quei controlli senza i quali la stessa democrazia si perde. Redistribuzione dei poteri e non solo concentrazione, riconoscimento di diritti e non procedure autoritarie. Proprio perché un governo globale del mondo non appartiene alle ipotesi realistiche, e comunque non può essere concepito come la proiezione planetaria della sovranità nazionale, è l´esistenza di una molteplicità di soggetti dotati di diritti che può garantire il mantenimento di pesi e contrappesi, come già accade in molte situazioni. In tutto questo cogliamo un intreccio tra vecchio e nuovo, tra continuità e mutamento. Mentre si manifestano soggetti nuovi, capaci di dar voce ai diritti, non si può pensare che i soggetti storici rappresentino solo il passato, e dunque possano essere abbandonati. E´ vero il contrario. Proprio perché si sta giocando una partita difficile, è indispensabile salvaguardare tutte le forze disponibili. Tornando, ad esempio, alla specifica situazione italiana, questo vuol dire che non sarebbe ragionevole una linea che, pur giustificata appunto con il riferimento ai diritti, porti all´emarginazione, o addirittura alla scomparsa, di parti significative del sindacato.

La Repubblica 11.01.11

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Gli operai ai cancelli “Sì, ma a malincuore”, di Paolo Griseri

Michele farà fortuna. Chi è Michele? «È quello del furgone delle brioches», dice Pino che la sa lunga. Spiega: «Se passa la mensa a fine turno, Michele farà affari».E aggiunge: «Venderà quella roba perché bisogna pur tirare avanti fino al momento del pasto. Che poi molti non faranno perché usciranno mezz´ora prima e andranno a casa». La roba di Michele non è un bel vedere: cornetti avvolti nel cellophane, anche Maria Antonietta avrebbe esitato. Ma questo passa il convento. Il market interno, ultimo grido del welfare Fiat, è sbarrato: «Il supermercato Gigante – dice il cartello – è stato chiuso». Per scarsità di clientela: la cassa integrazione taglia le auto prodotte e anche i clienti tra gli scaffali. Oggi Michele ha il monopolio del mercato dello spuntino.
Mirafiori 5,40, porta 2. Lo spazio davanti al cancello è un set televisivo. Tornano gli striscioni rossi di un tempo a fare da sfondo alle interviste, come i marchi della mortadella dietro i calciatori negli spogliatoi. Finalmente, dopo tante settimane di dibattito tra gli esperti, arrivano gli operai a dire la loro. Per chi voti venerdì? La luce dei quarzi da telecamera illumina volti assonnati che scendono dai pullman e si dirigono nella notte verso i tornelli. La risposta più diffusa è «Non te lo dico, ci devo pensare». Luisa, 47 anni, addetta alla Mito, invece parla chiaro: «Voterò no perché non voglio che mi riducano il tempo per le pause: dobbiamo chiedere per favore per poter andare in bagno?». Dal fronte opposto interviene Angelo, 34 anni, uno tra i meno anziani della linea: «Certo che voterò sì. Ma te lo posso dire? A malincuore. Voto sì perché non posso fare diversamente. Voto sì per difendere il mio lavoro. Tu fossi al mio posto non faresti lo stesso? Ho un figlio di 5 anni. Chi lo mantiene se qui non investono?».
Strano posto le Carrozzerie, strani ragionamenti. Dove chi vota «sì» sembra più arrabbiato di chi vota «no». Altro che pace sociale in fabbrica. In fondo Angelo e Luisa sono dei privilegiati: grazie alle buone vendite, la linea della Mito è quella che ha fatto meno cassa integrazione nel 2010. Voteranno in modo opposto ma nessuno dei due sembra entusiasta.
Nei capannelli dei sindacalisti c´è tensione. Ogni gruppo se ne sta chiuso, per conto suo, lontano dagli altri. Tutti hanno speso molto, tutti si giocano una fetta di futuro. Oggi i volantini sono su carta patinata, un lusso in tempi di crisi, un lusso necessario quando ci si gioca tutto in un voto. La Fiom distribuisce addirittura un opuscolo con il testo integrale dell´accordo. La logica è evidente: «Se lo conosci lo bocci». L´operaio Sergio Forelli si attacca al microfono del camper e spara a zero: «L´accordo ve lo diamo noi perché gli altri che lo hanno firmato non vogliono farvelo conoscere. Non hanno nemmeno organizzato le assemblee. Allora l´accordo ve lo raccontiamo noi della Fiom anche se non lo abbiamo firmato». «Bravo vota no, così chiudono la fabbrica», attacca una signora con la giacca a vento nera appena scesa dall´autobus. «Chiudono la fabbrica? Ma fammi il piacere. Qui facciamo le macchine da cento anni. Qui non chiudono un cazzo». Segue capannello e discussione animata. Dura tutto pochi minuti. Poi il gruppo si sposta verso i tornelli per timbrare il cartellino magnetico.
Nel gruppo dei sindacalisti della Cisl Claudio Chiarle ascolta lo speaker della Fiom e scuote la testa: «Che cosa credono di dire? Pensano che noi non sappiamo che questo accordo ha dei limiti? Lo so bene anche io. Ma dire no significa rinunciare all´investimento». Soldi e lavoro in cambio di diritti: questo lo sostiene chi è contrario… Il sindacalista non nega: «Sai che cosa ti dico? Che è meglio dire sì, far partire l´investimento e poi provare a cambiare tutti insieme le parti dell´accordo che non ci piacciono». Fingere di dire sì? «E´ la legge del pendolo. Quando il mercato tira puoi provare a chiedere qualcosa in più all´azienda. Ma quando c´è la crisi sono loro che hanno il coltello dalla parte del manico».
I più convinti sostenitori dell´accordo sono i delegati riuniti davanti al cancello carraio, gli operai del Fismic, il vecchio sindacato aziendale uscito a pezzi dagli anni ‘70 e oggi tornato sulla cresta dell´onda, l´interprete più adatto del modello americano di Marchionne: «Ma quale legge del pendolo. Qui c´è da prendere un buon accordo che porta soldi e lavoro. Non c´è nessun ricatto. Sono le condizioni del mercato mondiale a pretendere le nuove regole». Sullo sfondo l´altoparlante rimanda spezzoni di un improvvisato comizio di Paolo Ferrero: «Quello della Fiat – dice il leader di Rifondazione – è un ricatto mafioso per imporre a tutti voi le regole della ristrutturazione mondiale». Non sono questi i discorsi che teme il Fismic: «Quel che mi preoccupa – confida Roberto Di Maulo sotto il cappuccio della giacca a vento – è la scarsa convinzione di chi dice di votare sì. Dobbiamo finirla con questa storia che se vince il no Mirafiori chiude. Questo non è un buon argomento. Qui gli operai sono orgogliosi. E se si arrabbiassero davvero? Non è una buona strategia far pensare che voti sì perché hai le mani legate. Certo che prevedo una vittoria del sì. Ma di misura».

La Repubblica 11.01.11

"Decreto salvascatti, Tremonti firma", di Alessandra Ricciardi

Risolto il giallo sul provvedimento che ripristina le progressioni di carriera degli insegnanti.
Il giallo sugli scatti di anzianità pare essere definitivamente risolto. Il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, secondo quanto riferito ieri dalla Cisl scuola, ha controfirmato il decreto che salva le progressioni di carriera di docenti, ausiliari, tecnici e amministrativi. Gli scatti maturati nel 2010 saranno regolarmente pagati e saranno utili ai fini della carriera, dice in sostanza il provvedimento.
Costeranno 320 milioni di euro, attinti dal tesoretto dei risparmi destinati al merito. Che per quest’anno si dovrà accontentare di circa 30 milioni di euro per le quattro sperimentazioni previste. Per il 2011 e 2012, gli altri anni di blocco degli scatti, il decreto prevede che siano sempre le risorse dei risparmi della scuola a essere utilizzate a copertura, ovviamente debitamente ceitificate per la loro capienza dal Tesoro. Il decreto, secondo indiscrezioni, sarebbe ora ai controlli di rito, prima della sua pubblicazione. Si chiude così una vicenda che aveva tenuto con il fiato sospeso la categoria per tutto fine 2010. Gli scatti rappresentano l’unico strumento di avanzamento stipendiale, se si esclude il recupero dell’inflazione. E la manovra correttiva dei conti pubblici li aveva bloccati per tre anni per tutto il pubblico impiego, scuola compresa. Dopo una lunga trattativa tra sindacati, Istruzione ed Economia, si era arrivati a un decreto che attingendo alla quota del 30% dei risparmi della scuola, realizzati attraverso i tagli al personale previsti dal decreto legge 112/2008, consentiva di reinvestirli sugli scatti senza oneri per le casse dello stato. Il decreto, firmato a dicembre dal ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, è stato firmato anche da Tremonti proprio agli inizi di gennaio. Pochi giorni dopo che una nota sempre del Tesoro, servizio personale, aveva congelato i pagamenti per il 2010. Con la firma di Tremonti si chairsce la questione e si getta acqua sul fuoco delle polemiche che si stavano intanto divampando. Dilaniando il già diviso comparto sindacale che pure sulla necessità di salvare gli scatti si era mostrato inizialmente compatto. «Chiediamo certezze», ha detto nei giorni scorsi il leader della Cgil, Mimmo Pantaleo, «purtroppo la nota del servizio personale conferma l’inattendibilità delle notizie apparse su alcuni siti sindacali che davano per certa l’avvenuta certificazione delle risorse da parte del Mef». Soddisfazione per la chiusura della partita è stata espressa ieri da Cisl e Uil scuola. «Abbiamo lavorato, con la confederazione, per trovare le intese necessarie a risolvere una questione delicata e complessa», ha commentato il segretario della Cisl scuola, Francesco Scrima, «ora sidice una parola definitiva anche rispetto a tanta disinformazione diffusa in modo superficiale, e non di rado strumentale». Rincara Massimo Di Menna, numero uno della Uil scuola, «il decreto conferma gli impegni che il governo aveva assunto con i sindacati per salvare gli aumenti per anzianità». Per il recupero 2011 saranno necessari 600 milioni di euro e 900 milioni per il 2012. E visto come procede il piano di tagli al personale, la copertura dovrebbe essere piena.

da ItaliaOggi 11.01.11

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“Tremonti autorizza lo sblocco degli scatti stipendiali, Cisl e Uil attaccano Pantaleo”, di Alessandro Giuliani

Il responsabile del Mef firma l’atteso decreto che salva docenti e Ata dal congelamento degli stipendi. Anche se solo per il 2010. Scrima e Di Menna cantano vittoria, poi si rifanno sul leader Flc-Cgil che aveva definito l’accordo ‘un pateracchio, un pasticcio con effetti disastrosi’.
Nemmeno il tempo di gioire per lo sblocco degli scatti d’anzianità del 2010, grazie alla sospirata firma del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sul decreto interministeriale già sottoscritto nelle scorse settimane del responsabile del Miur, Mariastella Gelmini: per Cisl e Uil Scuola l’attesa notizia, che nel giorno del ritorno sui banchi di tutti gli studenti sottrae circa 300 milioni di euro inizialmente destinati al merito e permette a decine di migliaia di docenti e Ata di ricevere il pagamento degli scatti automatici stipendiali quasi sicuramente già con la busta paga di gennaio, si trasforma infatti in una sorta di rivalsa nei confronti della Flc-Cgil. Confermando che per i sindacati della scuola ormai la gestione delle guerre ‘intestine’ appare uno dei temi in cima alla lista.
Del resto sul testo del decreto c’è poco da dire: è esattamente quello già presentato ai sindacati il 18 novembre al Miur dal ministro Gelmini, poi firmato dallo stesso inquilino di viale Trastevere e quindi trasmesso al Mef per la controfirma. E poi ‘stagnato’ nei palazzi di via XX Settembre più del dovuto per la concomitanza di tanti altri provvedimenti di fine anno. Così “la Cisl – ha detto il suo segretario generale Francesco Scrima – non può che esprimere grande soddisfazione per una firma che fa chiarezza anche rispetto a tanta disinformazione diffusa in modo superficiale, e non di rado strumentale, nei giorni scorsi”. Il riferimento generico ai sindacati ‘concorrenti’ diventa più concreto quando il segretario Cisl giudica “sorprendente” l’atteggiamento di coloro che “con malcelato fastidio per un risultato che forse preferivano non vedere raggiunto, nella perversa logica del ‘tanto peggio tanto meglio’”, si sono lasciati andare nelle ultime settimane “a ricercare e a evidenziare i presunti limiti dei risultati che abbiamo raggiunto: risultati che in ogni caso valgono infinitamente di più del nulla fin qui prodotto da chi ha scelto altre e diverse modalità di misurarsi col Governo sul difficile terreno dei provvedimenti di emergenza”.
A rincarare la dose ci ha pensato Massimo Di Menna, leader della Uil Scuola, che senza mezzi termini ha dichiarato di non comprendere “come il segretario della Flc-Cgil abbia potuto definire tale risultato concreto e utile per tutti i lavoratori della scuola, un ‘pateracchio, un pasticcio con effetti disastrosi’ senza, peraltro, prospettare una soluzione”. Di Menna, del resto, sull’esito della possibilità del reimpiego dei risparmi derivanti dai tagli al settore non aveva mai avuto dubbi: e non sorprende, quindi, quando dice, pur ammettendo che “il negoziato non è stato facile”, che lo sblocco degli scatti era un atto “del tutto previsto”.
Diventano così pesanti come macigni le parole pronunciate poche ore prima da Mimmo Pantaleo, che proprio “sul ripristino degli scatti di anzianità” aveva detto che “siamo fermi alla politica degli annunci” e che “non ci sono ancora certezze. Un fatto ancora più preoccupante se si considera che una nota interna della Spt (Service interno del Tesoro) mette in dubbio tale ripristino. Purtroppo la nota del 29 dicembre conferma due fatti: la fondatezza delle nostre preoccupazioni sulla gestione poco trasparente di questa partita; l’inattendibilità delle notizie apparse su alcuni siti sindacali, prima dell’incontro con il ministro, che davano per certa l’avvenuta certificazione delle risorse da parte del Mef”. Il suo ragionamento, le perplessità di Pantaleo, erano sostenute anche dall’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera, che aveva annunciato la volontà di presentare “un’interrogazione urgente alla Camera per chiedere al Governo di fare chiarezza e avere risposte definitive sulla restituzione degli scatti automatici di anzianità, a maggior ragione – ha concluso Ghizzoni – dopo il claudicante avvio del progetto sperimentale di premialità agli insegnanti”.
“Non stupisce – aveva aggiunto Ghizzoni – che il Ministro Tremonti sia partito per le vacanze senza preoccuparsi del mondo della scuola e degli insegnanti: è semmai una conferma del suo pregiudizio nei confronti della filiera della conoscenza e della cultura. Tremonti si è preoccupato molto della famigerata `cena degli ossi’ con gli amici della Lega, ma ai professori non ha lasciato nemmeno l’osso. La prova evidente che quella di Tremonti, `La cultura non si mangia’, non era solo una battuta”.
Tutte esternazioni superate chiaramente dai fatti. Entrando nel merito del decreto interministeriale, va detto che ristabilisce in toto la validità del 2010 ai fini della maturazione degli scatti: il finanziamento deriverà, come previsto, dal 30% dei risparmi al settore attuati dallo stesso Governo con l’art.64 della Legge n. 133. Ma rimane in sospeso l’esito degli aumenti automatici del 2011 e del 2012. Un grosso punto interrogativo (anche perchè i finanziamenti per i due anni sono più alti del 2010 ormai messo al sicuro) da cui, è probabile, ripartirà una nuova stagione di timori e polemiche.

La Tecnica della Scuola 11.01.11

"Battisti , il caso Mastella", di Cesare Martinetti

Il presidente Napolitano aveva appena detto che sul caso di Cesare Battisti non ci eravamo fatti capire all’estero e Clemente Mastella, ministro della Giustizia dell’ultimo governo di centrosinistra (ma ora parlamentare europeo per il Pdl), ha subito provveduto a dargli ragione. In un’intervista al Corriere della Sera l’ex Guardasigilli racconta che già nel 2006 aveva affrontato con il collega francese Pascal Clement il caso: «Gli dicevo che la dottrina Mitterrand non poteva riguardare un delinquente che aveva ammazzato quattro innocenti…»

Giusto. Peccato che nel 2006 Battisti fosse già ben lontano dalla Francia, da dove era fuggito nell’agosto 2004 proprio a seguito dell’estradizione che i giudici francesi avevano riconosciuto fondata e legittima in ogni grado di giudizio. Non basta. Nel respingere l’ultimo ricorso di Battisti, il Consiglio di Stato della République, nel 2005, aveva motivato l’estradizione proprio con la «dottrina Mitterrand» che prevedeva l’espulsione dei rifugiati colpevoli o complici di «crimini di sangue».

A leggere Mastella si capisce bene come siano nati i tanti casi Battisti: nel governo italiano si parla di vicende che nessuno conosce. Come spiegarle e farsi capire all’estero?

La Stampa 11.01.11