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Disoccupazione all'8,7 %. Il dato più alto dal 2004

Ad aumentare è soprattutto quella giovanile che si attesta al 28,9 % con un aumento percentuale rispetto a novembre 2009 di 2,4 punti. E aumentano anche gli “inattivi”, cioé quelli che hanno rinunciato a cercare o non possono più accedere al lavoro. Disoccupazione stabile in Europa al 10,1 %. Il tasso di disoccupazione a novembre rimane sostanzialmente stabile all’8,7%, lo stesso livello registrato a ottobre, anche se fuori dagli arrotondamenti si nota un lievissimo calo (dall’8,729% all’8,678%). Lo comunica l’Istat in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie. Il tasso all’8,7% è il più alto dall’inizio delle serie storiche mensili, ovvero dal gennaio del 2004. Le persone in cerca di occupazione sono stimate dall’Istat in 2 milioni e 175 mila.

Ad aumentare è soprattutto la disoccupazione giovanile: il tasso si è attestato al 28,9%, con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e di 2,4 punti rispetto a novembre 2009. Anche in questo caso si tratta di un livello record dall’inizio delle serie storiche a gennaio 2004.

Sulla base delle informazioni finora disponibili, il numero di occupati a novembre risulta in aumento dello 0,2% rispetto a ottobre e dello 0,1% rispetto a un anno prima. Il tasso di occupazione, pari al 56,8%, è in crescita di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre e in riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto a novembre 2009. Il numero delle persone in cerca di occupazione è in diminuzione dello 0,4% rispetto al mese prima e in aumento del 5,3% rispetto a novembre 2009.

Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni aumenta dello 0,1% su base mensile e dello 0,6% su base annua. Il tasso di inattività, pari al 37,8 per cento, è invariato rispetto al mese precedente e in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto
a novembre 2009.

L’occupazione maschile diminuisce a novembre dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,8% rispetto allo stesso mese del 2009. L’occupazione femminile aumenta dello 0,7% rispetto a ottobre e dell’1,4% su base annua. Il tasso di occupazione maschile risulta pari al 67,4%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,7 punti percentuali negli ultimi dodici mesi. Il tasso di occupazione femminile è pari al 46,3%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a ottobre e di 0,4 punti percentuali rispetto a novembre 2009.

La disoccupazione maschile risulta in diminuzione del 2,1% rispetto al mese precedente e in aumento del 5,5% rispetto a novembre 2009. Il numero di donne disoccupate aumenta dell’1,5% rispetto a ottobre e del 5% rispetto a un anno prima. Il tasso di disoccupazione maschile è pari al 7,8%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre e in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto a novembre 2009. Il tasso di disoccupazione femminile è pari al 10%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,3 punti percentuali su base annua.

Gli uomini inattivi aumentano dell’1,2% tra ottobre e novembre 2010 e del 2,5% su base annua. Il numero di donne inattive risulta in diminuzione dello 0,5% rispetto a ottobre e dello 0,4% rispetto a novembre 2009.

La disoccupazione nell’eurozona a novembre è rimasta stabile rispetto a ottobre, a quota 10,1%. E’ il dato destagionalizzato diffuso da Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Unione europea. Nel novembre del 2009 il dato era stato pari a 9,9%. Stabile il tasso di disoccupazione anche per l’Ue a 27 stati membri, a novembre fermo al 9,6% come a ottobre. Nel novembre 2009 era al 9,4%. Anche per l’Italia la disoccupazione è rimasta stabile a novembre con l’8,7% come a ottobre. Era all’8,3% nel novembre 2009.

Eurostat stima i disoccupati nell’Ue in agosto a 23,24 milioni, di cui 15,92 nell’eurozona. Il calo rispetto a ottobre è stato di 39.000 unità nell’eurozona e di 35.000 nell’Ue-27. Rispetto al novembre del 2009 c’è stato invece un aumento di 347.000 persone nell’eurozona e di 606.000 nell’Ue-27.

I paesi in cui si sono registrati i tassi più bassi di disoccupazione sono l’Olanda (4,4%), il Lussemburgo (4,8%) e l’Austria (5,1%), mentre i più alti si sono registrati in Spagna (20,6%), Lituania (18,3%) e Lettonia (18,2%).

da repubblica.it

Bersani: lanciamo la sfida per la riscossa italiana

La Lettera a “Il Messaggero” di Pier Luigi Bersani

E’ ovvio che l’ultimo decennio poggia su problemi antichi e precedenti a Berlusconi. E’ altrettanto ovvio che nell’ultimo decennio i problemi non hanno avuto rimedio ma si sono disastrosamente aggravati. Davanti all’Italia c’è una prospettiva più fragile, più difficile e incerta rispetto a quella di paesi con i quali siamo stati fin qui in compagnia. Da anni ormai ci stiamo allontanando dalle aree più forti d’Europa e stiamo convergendo su quelle più deboli. Senza una forte correzione, il nuovo decennio aggraverà sensibilmente questo arretramento.

Anche altri Paesi sviluppati hanno vissuto il trauma della globalizzazione e della crisi finanziaria ed hanno conosciuto la difficoltà di trovare strumenti efficaci per rispondere. Ovunque, davanti ad una novità secolare, le democrazie occidentali hanno misurato le debolezze di meccanismi di consenso che accorciano gli orizzonti al quotidiano. Ovunque, nei paesi sviluppati, la democrazia è dubbiosa della sua stessa efficacia, della sua capacità di affrontare le esigenze di cambiamento. Ovunque i cicli politici perdono di prospettiva. In Europa, in particolare, è sembrato che la globalizzazione non consentisse più un patto sociale costoso e inclusivo. Le forze progressiste hanno per questo pagato un prezzo elettorale. Si sono evidenziati fenomeni di spaesamento, di incertezza, di ripiegamento e sono emerse correnti di opinione difensive o apertamente regressive.

In nessun caso, tuttavia, queste tendenze hanno preso il comando nei grandi Paesi europei. Quasi ovunque le destre hanno vinto dando voce ai problemi e ai timori, senza peraltro dimostrare fin qui di saper aprire la strada a soluzioni vere; e tuttavia in quegli stessi Paesi le correnti populiste e regressive sono state contenute dalle radici saldamente costituzionali delle forze conservatrici, da una statualità più credibile e riconosciuta, da una politica non screditata.

In Italia, in forme peculiari e per certi versi anticipatrici, il campo del Governo è stato occupato nell’ultimo decennio da una salda complementarietà di berlusconismo e leghismo, nati entrambi in una fase di forte discredito della politica e di cronica debolezza delle Istituzioni. Berlusconismo e leghismo hanno, ciascuno per la sua parte, suscitato una “aggressività dei moderati” che ha fatto da traino ad una cultura di delegittimazione dello Stato, di individualismo, di complicità fiscale, di corporativismo sociale e territoriale, di xenofobia. Si è annunciata la libertà in forme tali che ognuno, individuo o gruppo sociale o territorio, potesse interpretarla a modo suo. L’esperienza di governo e il potenziale di comunicazione, sono stati utilizzati per accrescere questa presa di opinione, fino a costruire una solida ideologia capace di resistere ai fatti. Si è così alimentato un consenso per adesione in virtù del quale governare significherebbe interpretare e rappresentare piuttosto che risolvere. I problemi vengono scagliati di volta in volta contro un nemico o vengono semplicemente occultati dalla retorica e dal controllo della comunicazione. La fatica e i rischi delle riforme vengono aggirati dalla personalizzazione; una personalizzazione che, quando è necessario, risolve allestendo miracoli e che, se non risolve, denuncia ad alta voce limitazioni, ostacoli e barriere, costituzionali o meno che siano.

Il meccanismo è dunque tale da produrre decisioni minime ma a forte carica simbolica e da drammatizzare tutto ciò che riguardi direttamente il Capo. Gli interventi strutturali sono assolutamente sporadici e consentiti solo se capaci di colpire e scompaginare gli universi sociali e politici dell’altro campo.

Una simile descrizione della nostra ultradecennale vicenda politica potrebbe apparire unilaterale e faziosa se non fosse confermata da un onesto bilancio dei fatti. Dieci anni consentono ormai una misura degli effetti reali della curvatura personalistica e populista della nostra democrazia. Veniamo dunque ai fatti, facendoci forza nel selezionare fra la miriade di dati convergenti e univoci, quelli essenziali e riassuntivi. Nel 2000 la quota di popolazione italiana relativamente povera, che viveva cioè con un reddito procapite al di sotto del 75% della media dei Paesi UE, era pari al 22%. Mantenendo il confronto con gli stessi Paesi oggi è al 30%. Nello stesso periodo la percentuale degli italiani relativamente ricchi, cioè con redditi al di sopra del 125% della media UE precipita dal 57 al 25%. Non c’è paragone possibile con nessun altro Paese europeo. Con una velocità impressionante il Sud si allontana dal Nord e il Nord si allontana dall’Europa. Nella percentuale di crescita cumulata nel decennio, siamo negli ultimissimi posti al mondo. Quanto alle attività produttive, facendo pari a 100 la produzione industriale del 2005 oggi siamo all’86 a fronte di una Germania al 98,3 e ad una media dell’area Euro al 95,4. Cumulando i dati sulla disoccupazione, sugli ammortizzatori e sullo scoraggiamento nella ricerca di lavoro si ha un quadro impressionante. Siamo al fondo delle classifiche dei Paesi OCSE per disoccupazione giovanile. Per quella femminile contendiamo in Europa l’ultimo posto a Malta. Il 50% delle ricchezze si è concentrato sul 10% della popolazione senza rapporto alcuno con la fiscalità. Avviciniamo Norvegia e Danimarca nella pressione fiscale mentre perdiamo 10 miliardi di Euro rispetto al 2007 di incassi IVA pur con un aumento dei consumi in termini nominali. Passiamo in tre anni dal 104% di debito pubblico al 118% senza aver dovuto salvare nessuna banca. Sul fronte sociale scelgo una sola classifica: quella che certifica il nostro primato nell’abbandono scolastico. Quanto al futuro, non c’è previsione che non indichi per noi uno scenario di sostanziale stagnazione con una crescita potenziale inferiore alla metà di quella dei principali Paesi europei.

Non servono cifre ulteriori. E’ ovvio che l’ultimo decennio poggia su problemi antichi e precedenti a Berlusconi. E’ altrettanto ovvio che nell’ultimo decennio i problemi non hanno avuto rimedio ma si sono disastrosamente aggravati. So bene che nella realtà italiana ci sono anche le luci e non solo le ombre, ci sono le energie e le risorse e non solo i problemi. Abbiamo una straordinaria capacità di reagire alle sfide: il ciclo di riforme legate all’euro né è stata nel passato una prova. In Italia c’è una straordinaria cultura del lavoro, c’è una incredibile vitalità di gran parte delle imprese; ci sono risorse di inventiva, di innovazione e di conoscenza comunque invidiabili; c’è una ricchezza maldistribuita e comunque mobilitabile per gli investimenti; c’è un patrimonio di culture e di tradizioni da orientare alla crescita; c’è un bacino di solidarietà e di civismo capaci di prove eccezionali. La cifra italiana, infine, è ancora grandemente attrattiva nel mondo. Tutto questo c’è. Ma adesso la questione è un’altra. Se non ci convinciamo a guardare in faccia i problemi, non ne usciremo bene. La sostanza è questa. Restiamo fra i più ricchi Paesi del mondo, ma perdiamo rapidamente posizioni. Mantenere il nostro ruolo nella divisione internazionale del lavoro, dare una prospettiva di occupazione e di reddito alle nuove generazioni, preservare a standard accettabili un sistema di welfare, rappresentano ormai sfide tali da descrivere una vera e propria emergenza. Per di più, essere il grande Paese che in Europa cresce di meno e che ha il debito più alto ci espone inevitabilmente a pericolose ondate speculative. E’ realistico prevedere che nei prossimi anni il debito e il suo costo ci metteranno di fronte ad una serissima difficoltà.

Torniamo adesso alla politica. Venendo ad oggi, le recenti vicende politiche e parlamentari mostrano il dissolvimento delle ultime risorse di governabilità che la destra poteva garantire. Eccoci dunque al punto. Chi riconosce l’emergenza, chi ne è davvero consapevole deve prendersi le sue responsabilità e suscitare una riscossa che mobiliti le energie e le risorse economiche, morali e civili di cui il Paese dispone. Per parte nostra, adempiamo a questo compito rivolgendoci innanzitutto alle forze dell’opposizione di centrosinistra e di centro. Riconosciamo le loro diversità, perfino nelle prospettive politiche. Ma se queste diversità prevalessero, potrebbe venirne per il Paese un altro decennio di deriva populista e di ulteriore scivolamento. Chi si oppone a Berlusconi sa che oggi bisogna guardare oltre Berlusconi. Questo guardare oltre contiene in modo ineludibile degli aspetti costituenti.

Troppe sono state le deformazioni, le distorsioni; troppo prepotenti (e impotenti) le scorciatoie personalistiche; troppo lungo il sonno delle riforme. Qui non si parla semplicemente di una alternanza in un sistema che funziona. Qui si parla di una riorganizzazione della democrazia parlamentare. Qui non si parla di un semplice programma economico. Qui si parla di un nuovo patto fondamentale in campo economico e sociale su terreni fondativi come quelli della fiscalità e delle relazioni sociali. E’ questa la ragione profonda di un appello che vuole coinvolgere forze progressiste e moderate. Nessuno dovrebbe prendersi la responsabilità di negare il suo contributo ad una transizione costituente in nome di prospettive più limitate, personali o di partito. Ci sono forse altre strade? Davvero si può pensare di condizionare Berlusconi e la Lega? Davvero si può immaginare un appuntamento politico o elettorale che non proponga un bivio dirimente su fondamentali temi costituzionali? E non ci sarebbero forse poca logica e troppo rischio nel restringere o dividere in partenza il campo di forze che oggi si oppone alla destra? Discutiamo dunque di una piattaforma essenziale. Discutiamo di una riforma repubblicana che parli di Istituzioni, di federalismo, di legge elettorale, di informazione, di conflitti di interesse, di giustizia per i cittadini, di costi della politica, di legalità e che sia saldamente ancorata ai principi costituzionali. Discutiamo di questione sociale e di un grande patto per la stabilità e la crescita fatto di vere riforme: fisco, lavoro e precarietà, conoscenza, welfare, politica industriale, economia verde, liberalizzazioni, questione meridionale. Tutto questo impegnando l’Italia nel rilancio del grande sogno europeo. E’ su una simile piattaforma che il PD sta lavorando, ed è questa la proposta che avanzerà nelle prossime settimane. A chi ci obietta che la nostra proposta politica è difficile e forse utopica nelle condizioni date, noi rispondiamo semplicemente che la politica non si fa con il calcolo delle probabilità; la politica deve avere una idea di che cosa sia meglio per il Paese e sostenerla. In ogni caso quindi, a prescindere dalle risposte che avremo, e dagli esiti che proporrà la contingenza politica, questa sarà la nostra ispirazione: una ispirazione aperta e inclusiva, perché consapevole della profondità della crisi italiana. Ed è proprio questa consapevolezza che ci porta a sollecitare il contributo autonomo, attivo e responsabile dei protagonisti sociali, della cultura, dell’informazione libera e di ogni autorità civica e morale. A tutti ci rivolgeremo con le nostre proposte. L’Italia non può più accettare di essere narcotizzata dal chiacchiericcio politicista e da un divario fra politica e società che accumula sfiducia e passività. Dobbiamo cambiare l’agenda. Dobbiamo parlare finalmente dell’Italia e degli Italiani. Dobbiamo progettare un cambiamento. Dobbiamo organizzare uno sforzo collettivo in cui chi ha di più dà di più. La nuova generazione ha bisogno di un orizzonte. Nessuno venga meno a questa responsabilità, all’impegno per una riscossa italiana

www.partitodemocratico.it

"Il metodo Signorini la politica-rotocalco", di Filippo Ceccarelli

Il metodo Signorini è il contrario esatto del metodo Boffo, anche se punta allo stesso scopo, che resta la produzione del discredito, però da mettere in scena con le modalità dell´intrattenimento dinanzi a 2 milioni e 300 mila innocenti telespettatori. Questo si è capito l´altro ieri notte su Canale 5, a partire dalle 23, per poco più di cinque minuti, un´eternità, con la partecipazione straordinaria del presidLa lotta politica ridotta a rotocalco, un nemico simbolico rosolato sullo spiedo del gossip e servito in pasto a un Berlusconi telefonico su di un vassoio televisivo.
In ballo non c´erano – né francamente potevano esserci – accuse di omosessualità, nemmeno vagheggi immobiliari a Montecarlo. Ma semplici foto, di famiglia: un D´Alema «vestito di cachemire da capo a piedi», in realtà in tenuta da neve, e comunque immortalato, ebbene sì, a Sankt Moritz. Tanto è bastato per mostrare con sorrisini, faccette e finti stupori al gentile pubblico non pagante la prima rimarchevole esecuzione all´insegna, appunto, del trattamento Signorini. Che consiste sempre nel chiamare e inquadrare il nemico nel campo delle umane debolezze, ma invece di assestargli una gragnola di cazzotti o un fracco di legnate, gli si spruzza addosso un flacone di fetida malignità.
Frattanto in studio, debitamente sollecitata, la platea acconsente rumorosa al rituale di scherno, ludibrio e degradazione. Quindi si annuncia la telefonata di «Lui, il Numero Uno», che fa il suo breve, ma assortito predicozzo, dalla ferocia del comunismo al giuramento di castità nei confronti delle donne di sinistra. Dopodiché il format di Kalispera, si reimmerge in un´euforia meno impegnativa, per quanto a tratti sensuale e lacrimosa, allineando i dolori famigliari di Barbara D´Urso, l´inconfessato bondage di Elena Santarelli, i sospiri al piano di Gigi D´Alessio e della Tatangelo e l´appello di Signorini, invero lodevole, a voler sempre bene alla propria mamma, dandole anche delle carezze. A riprova che al giorno d´oggi nulla è più terribilmente serio delle cose un tempo ritenute frivole.
Ora, D´Alema non ha bisogno di difensori. Se andasse a passare le vacanze in qualche località meno da ricchi, come faceva Romano Prodi con la sua vecchia giacca da sci, sarebbe meglio per tutti. Ma non è questo il punto. Il rilievo della faccenda sta nella malizia tutta visiva, nell´insinuazione pettegola e un po´ anche nella cortigianeria barocca che con il 2011 approdano in televisione secondo i moduli espressivi e mordaci, dispettosi, pungenti, per non dire velenosi, che fino a ieri Signorini aveva utilmente sperimentato ai danni dei concorrenti del Grande Fratello, e a volte anche dei loro poveri parenti ospitati dalle reti Mediaset, che arrivavano a piangere in trasmissione. Il cambio di bersaglio è una novità relativa. E non solo perché il potere si adegua ai tempi rimanendo sempre uguale, con il che incessantemente i sovrani dispongono di Tigellini, Mazarini, Rasputini e Signorini, come del resto si scherza nei corridoi tra Cologno e Segrate.
Da tempo il direttore di Chi e di Sorrisi e canzoni, personaggio neanche troppo antipatico e niente affatto incolto, ha assunto una centralità nel cuore del berlusconismo reale. Per cui, oltre che dar vita ai cataloghi devozionali della Real Casa (il corpo nudo della ninfa Marina, i muscoloni e le prodezze ginniche di Piersilvio, nonno Silvio in copertina con il nipotino durante l´affaire D´Addario, a parte la ripulitura di alcune ospiti di Palazzo Grazioli e qualche pizzicata a Veronica, a suo tempo qualificata come Aspasia) Signorini ha svolto indubbi compiti di pink-tank specie durante il caso di Noemi (reportage sul party di Casoria, propagazione della verginità della ragazza, reperimento di un finto fidanzato con baci famigliari sullo sfondo del Vesuvio). Così come sul caso Marrazzo, dalle carte giudiziarie lo si è potuto seguire mentre riproduce di soppiatto il video-hard, e quindi tesse, avverte, traffica, consiglia, riferisce, smista la curiosità sull´agguato al governatore nel quadro della controffensiva berlusconiana.
C´è poco da scandalizzarsi. Questa è oggi la politica, e a parteciparvi è abbastanza normale che siano chiamati quanti, per dirla con Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione, «si sforzano con ogni studio ed industria di trovarci dentro o errore o almen similitudine d´errore». In questo senso, là dove ieri c´erano idealità, culture politiche e interessi radicati, il metodo Signorini trova davanti a sé una prateria da ripopolare e al tempo stesso da biasimare con il più avvincente e cinico story-telling sulle umane fragilità. Sentimenti, risentimenti, tradimenti coniugali, chili di troppo, malattie nascoste, botulini andati a male, improbabili tinture di capelli, eutanasie postume, gravidanze sospette, molestie sessuali presunte, patite o denunciate temporibus illis.
Su questa autostrada, D´Alema a Sankt Moritz rischia di essere poco meno di un insipido aperitivo. La didascalia maliziosa, la battutina agrodolce, la sequenza mefitica, il filmato disperato, non c´è nulla che non sia paparazzabile in seconda serata: capi d´abbigliamenti costosi e mutande sporche, etilometri e stalking, file saltate e auto malamente parcheggiate, beghe di famiglia e parentele imbarazzanti, costruzioni abusive e grane condominiali, calzini bucati e calzini celesti…
Avessero dato a Signorini il filmato sul povero giudice Mesiano, chissà cosa ci avrebbe tirato fuori, magari con un´altra bella telefonata “a sorpresa”, prima di ritornare alle risatine, ai rossori, ai languori, alle coccole e ai peluche di una politica che resta pur sempre il proseguimento della guerra con altri mezzi.

La Repubblica 07.01.11

"Finanziamenti alle università: arrivano (tagliati) a fine esercizio", editoriale di Flcgil

Gli atenei avranno assegnate le risorse sulla base del Decreto Ministeriale n. 655 del 21 dicembre 2010. Il Ministro Gelmini batte se stessa. Ha superato il grave ritardo che aveva già registrato lo scorso anno nell’assegnare le risorse alle università. Infatti, grazie all’appartenenza al “governo del fare” è riuscita nel 2010 a “fare” meglio: ha emesso il decreto di assegnazione delle risorse alle università solamente il 21 dicembre 2010. Le università avranno quanto loro spetta a fine esercizio.

Il decreto non contiene tutti gli allegati. Vi sono quelli sui criteri e sui parametri di valutazione, ma manca lo schema con le assegnazioni ai singoli Atenei che consente di svolgere più opportune e puntuali osservazioni.
Si è supplito a tale mancanza intrecciando dati attinti dalle diverse fonti disponibili: decreto del 2009; Tabelle C leggi finanziarie; parere CUN sul decreto 2010.

Diminuiscono le risorse per effetto dei tagli

Confrontando i dati di partenza e finali dei decreti 2009 (n. 45 del 23/9/10) e 2010 (n. 655 del 21/12/10) è facile rilevare il notevole taglio operato sul FFO dalle leggi finanziarie.
Le poste iniziali dei decreti evidenziano, infatti, un taglio, al netto delle riduzioni previste dalle diverse disposizioni legislative succedutesi nell’ultimo biennio, di ben 718,714 milioni € (-10,36%) rispetto alle risorse disponibili nel 2009.

Il confronto sul totale ripartito mostra una riduzione delle risorse, rispetto al 2009, di 279 Ml€ (-3,72%). Quindi un miglioramento, rispetto ai dati iniziali, dovuto a stanziamenti ad hoc previsti da altre leggi: 550 milioni € previsto dalla legge 244/07 per tre anni (2010 ultima tranche) e dalle risorse “aggiuntive” di 400 milioni € previste dalla legge 191/09 per il 2010 e 2012.

La ripartizione delle risorse

Nel merito della ripartizione delle risorse, il decreto ricalca lo schema dello scorso anno. La differenza più rilevante riguarda l’incremento dell’importo destinato alla premialità degli atenei, passato da 523,5 milioni € a 720 milioni €. La ripartizione è stata fatto applicando le stesse percentuali dello scorso anno: 34% in rapporto alla “qualità dell’offerta formativa e risultati dei processi formativi” (244,8 milioni €) e 66% in rapporto alla “qualità della ricerca scientifica” (475,2 milioni €).

Le assegnazioni relative alle altre poste registrano conferme o lievi riduzioni che non mutano il profilo ispiratore dello scorso anno.
Fa eccezione la sola posta (assente lo scorso anno) di 86,560 milioni € destinata ad accordi di programma non meglio specificati. Al riguardo il CUN, nel suo parere, “solleva, il tema della trasparenza in merito agli accordi di programma ammessi a copertura del rimborso delle quote annuali o ad assegnazione di quote 2009 e chiede che tali accordi vengano resi pubblici”.

Un interno anno per emettere un decreto pari pari a quello del 2009 è davvero tanto! Anzi è scandaloso.
Allegati

* Decreto Ministeriale 655 Del 21 Dicembre 2010 Criteri Ripartizione Fondo Finanziamento Ordinario Universita Anno 2010
* Decreto Ministeriale 655 Del 21 Dicembre 2010 Allegati

"Le nuove sorprese della crisi", di Paul Krugman

Pillola di saggezza per il nuovo anno: anche se forse abbiamo finalmente smesso di sprofondare siamo ancora ben in fondo al pozzo. Spero che la gente lo capisca.
Perché sento il bisogno di dirlo? Perché ho notato che molti hanno accolto con eccessivo entusiasmo i recenti dati positivi in campo economico. A preoccuparmi è soprattutto il rischio di un magnanimo ottimismo, temo cioè che alla luce di qualche indicatore economico favorevole si decida che non serve più promuovere la ripresa e si prendano iniziative che ci facciano andare a fondo. Ma veniamo alle buone notizie: vari indicatori economici, a partire dall´andamento relativamente positivo delle vendite natalizie fino ai nuovi dati relativi alla disoccupazione ( siamo scesi finalmente a meno di 400.000 domande di indennizzo la settimana) indicano che la fase dei grandi tagli post bolla sta forse per concludersi. L´edilizia non dà segni di un ritorno ai livelli dei tempi della bolla e le famiglie oberate dai debiti non sembrano propense a tornare alla vecchia abitudine di spendere tutto ciò che guadagnano, ma per una modesta ripresa economica bastava bloccare il crollo del comparto edile e interrompere la crescita dei risparmi, cosa che pare stia avvenendo. Le previsioni sono state aggiornate: quest´anno una crescita economica del 4% sembra possibile.
Hurra! Ma di nuovo, non è molto. Sono i posti di lavoro che contano per le famiglie americane, non i dati del Pil. E se si parte da un tasso di disoccupazione prossimo al dieci per cento, l´aritmetica della creazione di posti di lavoro – ovvero la crescita economica necessaria a tornare ad una situazione occupazionale tollerabile – è scoraggiante.
In primo luogo è necessaria una crescita annuale del 2, 5 per cento circa solo per tenere il passo con l´incremento della produttività e della popolazione e per impedire che la disoccupazione aumenti. Ecco perché i diciotto mesi trascorsi tecnicamente si connotano come ripresa ma sono stati vissuti come recessione: il Pil cresceva ma non abbastanza rapidamente da far calare la disoccupazione.
Una crescita superiore al 2,5 per cento col tempo porterà a una riduzione della disoccupazione, ma non in maniera direttamente proporzionale. Per tutta una serie di motivi è storicamente dimostrato che servono due punti di crescita in più in un anno per far calare la disoccupazione di un punto.
Facciamo i conti allora. Supponiamo che l´economia Usa cresca del 4 per cento, a iniziare da oggi per i prossimi anni a venire. Sarà considerata in generale un´ottima performance, addirittura un boom economico. Senza dubbio una crescita superiore a tutte le attuali previsioni. Ma la matematica dice che anche in presenza di una crescita del genere il tasso di disoccupazione sarà prossimo al nove per cento alla fine di quest´anno e ancora sopra l´otto per cento alla fine del 2012. Non arriveremo a qualcosa di simile alla piena occupazione prima della fine del primo mandato presidenziale di Sarah Palin .
A parte gli scherzi, nei prossimi anni, anche in presenza di buoni livelli di crescita economica ci aspettano tassi di disoccupazione che fino a non molto tempo fa sarebbero stati giudicati catastrofici, e in realtà lo sono. Al di là delle aride cifre c´è una distesa di sofferenza e di sogni infranti. E i numeri dicono che la sofferenza continuerà a perdita d´occhio.
Cosa si può fare quindi per accelerare questo processo di risanamento troppo lento? Un sistema politico razionale avrebbe già da tempo creato una versione aggiornata al ventunesimo secolo della Works Progress Administration _ avremmo impiegato i disoccupati in lavori socialmente utili mirati a riparare e migliorare la nostra fragile infrastruttura. Ma nel sistema politico che ci ritroviamo la senatrice Kelly Ayotte, repubblicana, il primo dell´anno ha dichiarato che «La prima cosa da fare è porre fine agli sprechi di Washington».
Realisticamente, il meglio che ci possiamo aspettare dalla politica fiscale è che Washington non si metta d´impegno ad ostacolare la ripresa. Attenzione in particolare alle Idi di marzo: allora il governo federale avrà probabilmente raggiunto il limite di debito pubblico e il GOP tenterà di costringere il presidente Barack Obama a procedere a tagli alla spesa pubblica deleteri per l´economia.
Anche la politica monetaria mi preoccupa. Due mesi fa la Federal Reserve ha annunciato un nuovo piano per promuovere la crescita occupazionale attraverso l´acquisto di obbligazioni a lungo termine. All´epoca molti osservatori erano convinti che i primi 600 miliardi di dollari fossero solo l´inizio. Ma ora sembra che sia già la fine in parte perché i repubblicani stanno tentando di costringere la Fed a tirarsi indietro, ma anche perché una serie di dati economici leggermente migliori fornisce una scusa all´immobilismo. Esiste anche una buona possibilità che la Fed alzi il tasso di interesse quest´anno, o quantomeno sembra questa l´idea del mercato dei futures . Una decisione del genere a fronte di un alto tasso di disoccupazione e di un´inflazione minima sarebbe folle, ma non è detto che non accada. Per tornare al mio punto di partenza, qualunque siano gli ultimi dati economici siamo ancora sul fondo del pozzo. Possiamo solo sperare che al vertice se ne rendano conto in molti.

La Repubblica 07.01.11

Unità d'Italia, via alle celebrazioni

Napolitano oggi a Reggio Emilia consegnerà una bandiera storica ai sindaci delle tre città “capitali”. Il 17 marzo l’Italia unita compirà un secolo e mezzo di vita. La ricorrenza sarà celebrata con la massima solennità da Giorgio Napolitano che annette grande importanza a queste manifestazioni. Non a caso il presidente della Repubblica riprende la sua attività pubblica dopo la pausa natalizia a Reggio Emilia, una delle città simbolo dell’unificazione. Qui nel 1797 nacque il Tricolore, emblema della Repubblica Cispadana adottato dal movimento risorgimentale e divenuto poi bandiera dello Stato unitario.

Il presidente della Repubblica partecipà oggi all’annuale Giornata del Tricolore e consegnerà una copia della bandiera storica a ognuno dei sindaci delle città che dal 1871 sono state capitali d’Italia: Torino, Firenze, Roma. In mattinata, nel capoluogo emiliano pavesato con 150 bandiere riprodotte in grandi stendardi ed esposte lungo sei chilometri di strade cittadine, Napolitano incontra le autorità locali e pronuncerà un discorso. Nel pomeriggio visiterà il Museo Cervi di Gattatico, che ricorda i sette figli di Alcide Cervi, contadini impegnati attivamente, insieme al padre, nella lotta partigiana e nell’assistenza ai prigionieri sovietici evasi dai campi di prigionia. I sette fratelli furono fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943. Il Museo, che ospita l’Istituto Cervi e l’Archivio Emilio Sereni, è uno dei luoghi simbolo della nostra storia che Napolitano indica per celebrare in modo non retorico il 150.mo.

La visita di Napolitano in Emilia proseguirà domani mattina al Teatro Diego Fabbri di Forlì, dove il capo dello Stato inconterà gli amministratori locali, e si concluderà sabato pomeriggio a Ravenna al Teatro Alighieri e in comune dove è previso un omaggio a Benigno Zaccagnini (segretario della Democrazia Cristiana dal 1975 al 1980, scomparso nel 1989) e ad Arrigo Boldrini (1915-2008), mitico comandante partigiano «Bulow», fondatore e segretario dell’ANPI dal 1947. Il significato di queste tappe è illustrato dal messaggio di fine anno di Napolitano. «Non possiamo come Nazione – ha detto – pensare il futuro senza memoria e coscienza del passato. Ci serve, ci aiuta, ripercorrere nelle sue asprezze e contraddizioni il cammino che ci portò nel 1861 a diventare Stato nazionale unitario, ed egualmente il cammino che abbiamo successivamente battuto, anche fra tragedie sanguinose ed eventi altamente drammatici. Vogliamo e possiamo recuperare innanzitutto la generosità e la grandezza del moto unitario: e penso in particolare a una sua componente decisiva, quella dei volontari».

Napolitano ha invitato a ricordare «i giovani e giovanissimi combattenti ed eroi che risposero, anche sacrificando la vita, agli appelli per la libertà e l’Unità dell’Italia». Bisogna ricordarli «per trarne ispirazione, per ricavarne fiducia nelle virtù degli italiani, nel loro senso del dovere comune e dell’unità, e nella forza degli ideali». Quest’anno, secondo Napolitano, l’Italia ha proprio bisogno di avere fiducia in sè stessa perchè «ci attendono prove molto impegnative». Come ha detto nei giorni scorsi a Napoli, «occorre uno scatto, una mobilitazione. E occorre soprattutto tenere aperta la linea di comunicazione con le generazioni più giovani, i cui problemi sono esattamente quelli del futuro dell’Italia».

La Stampa 07.01.11

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“Italia 150 via alla festa schizofrenica”, di Massimo Gramellini

Nel sovrano disinteresse del popolo sovrano e della maggioranza più che assoluta dei suoi rappresentanti, comincia stamattina la sarabanda delle celebrazioni per i 150 anni dell’Italia Unita. Comincia a Reggio Emilia, con l’omaggio al Tricolore da parte del Presidente della Repubblica: uno dei pochi a crederci davvero, e non solo per dovere d’ufficio. Dopo il rito della bandiera (che di anni ne ha oltre duecento) arriveranno le ricorrenze vere. Le prime elezioni nazionali del 27 gennaio 1861, riservate a una minoranza di maschi abbienti, alfabetizzati e mangiapreti (la Chiesa aveva proibito le urne ai cattolici): il più votato risultò Cavour con 620 voti. L’assedio di Gaeta con cui il 13 febbraio si archiviò a suon di bombe la resistenza dei Borboni, appena in tempo per non sciupare la seduta delle Camere riunite nel cortile torinese di Palazzo Carignano, quando il Capo dello Stato, che allora era il Re, rivolse ai parlamentari la prima di una lunga e mai terminata serie di prediche inutili: «Signori deputati! Signori senatori! L’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra!». Fino a quel 17 marzo, una domenica, in cui i pochi italiani che sapevano leggere appresero dalla Gazzetta Ufficiale che il Parlamento aveva proclamato il Regno d’Italia con il voto contrario di due soli senatori, dei quali taceremo i nomi per non togliere a Bossi il piacere di scoprirli e di andare a deporre sulle loro tombe una decalcomania del Sole delle Alpi. Qualche malizioso potrebbe chiedere di protrarre il gioco delle ricorrenze al 18 aprile 1861, 150° anniversario della prima rissa parlamentare, e mica fra cicchitti e bocchini: fra Garibaldi e Cavour, che sarebbe poi morto quattro mesi dopo, lasciando l’Italia più o meno dove sta adesso: nei pasticci.

Ci attende un anno di inni, parate, discorsi e baruffe sulla Patria, ma nessuno può dire se alla fine del 2011 gli italiani si innamoreranno di lei o se ne saranno definitivamente nauseati. Probabilmente continueranno a trattarla come ora, con amore comparativo: parlandone bene solo quando sono all’estero. L’italiano non considera l’Italia la sua Patria, così come – sia chiaro – non considererebbe Patria la Padania, la Borbonia o qualsiasi altra comunità più vasta della sua famiglia, del suo quartiere o, forse, della sua città che gli chiedesse di emettere fattura fiscale. Per un italiano ciò che appartiene a tutti, per il semplice fatto di non appartenere soltanto a lui, non appartiene a nessuno. Ci sono voluti quattordici secoli, dalla fine dell’Impero Romano all’Unità, per cucirci addosso questo atteggiamento mentale. Ne mancano quindi ancora dodici e mezzo per rimetterci in pari.

Ma non è onesto affermare che rispetto al Centenario del 1961 lo spirito di Patria si sia affievolito. Il divario fra settentrionali e meridionali era molto più aspro cinquant’anni fa, e si manifestava nelle forme di una diffidenza razzista che non di rado trascendeva nell’ostilità. La differenza è che allora non c’erano, né a Nord né a Sud, partiti di massa disposti a cavalcarla. Ciò che l’emigrazione, i matrimoni e la tv hanno unito in questi decenni è stato in parte disfatto dalla politica, che ha sistematicamente eroso i simboli dell’unità nazionale, dalla Costituzione ai miti fondativi (esagerati ma autentici, come tutti i miti) del Risorgimento e della Resistenza. Come nel mondo capovolto di Alice, la Patria ha cessato di essere una parola di destra e si è spostata verso il centro, se non proprio a sinistra. Ma chiunque, a destra e a sinistra, intenda oggi fondare un partito, sostituisce le ideologie con le microappartenenze territoriali e vede quindi nella Patria tutta intera un inciampo. Sono i politici, non i cittadini, ad aver rimosso la ricorrenza del 2011. Infatti, nel dibattito «elezioni a marzo sì-elezioni a marzo no» che li appassiona da mesi, nessuno dei leader ha neanche minimamente pensato che sovrapporre i veleni di una campagna elettorale alle celebrazioni del Centocinquantenario sarebbe come invitare una banda di bulli muniti di pennello e vernice alla festa di compleanno della scuola. Nordisti e sudisti che insultano l’Italia sulle piazze d’Italia, mentre il Capo dello Stato scopre targhe commemorative e omaggia bandiere risorgimentali: fra le tante schizofrenie di questo beneamato Paese, che almeno questa ci venga risparmiata.

La Stampa 07.01.11

"Arretrare nei diritti o perdere il lavoro:è questa la modernità?", di Stefano Fassina*

L’essenza della cultura riformista è fare un’analisi autonoma ed empiricamente fondata della realtà, tentare i risultati possibili in base ai rapporti di forza dati, valutare gli esiti effettivi dell’azione intrapresa, costruire le condizioni per equilibri più avanzati. Di fronte a “Fabbrica Italia”, riformisti e radicali, sul versante sindacale e politico non sono stati all’altezza della sfida. La divisione tra resistenza ideologica e rassegnazione pragmatica ha acuito le debolezze ed i rischi di irrilevanza degli uni e degli altri, a danno di lavoratori e lavoratrici. Il difetto principale è stato di analisi. Il timore di smarrirsi ha portato a rimuovere dalla discussione la drammatica asimmetria nei rapporti di forza tra capitale, a caccia di lavoro low cost nelle sterminate praterie dell’economia globale, e lavoro relegato nella dimensione locale della politica e del sindacato. Abbiamo fatto finta di essere ancora nel ‘900, quando il lavoro negoziava con il capitale dentro i confini dello stato nazionale e lo sciopero era un’arma efficace. Abbiamo definito “accordo” un atto unilaterale dove è evidente la regressione del lavoro, mentre non si fa nessun passo avanti nella partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alla governance e agli utili dell’impresa, anzi si torna indietro alle rappresentanze nominate dai vertici sindacali. Non abbiamo neanche tentato una valutazione del piano industriale per provare a capire le prospettive dell’adesione alla proposta “prendere o lasciare” di Fiat. Non abbiamo neppure ricordato che Fiat non sforna modelli competitivi e di conseguenza perde quote di mercato rispetto a marchi che pagano il lavoro il 30-40% in più che in Italia, hanno orari di lavoro ordinari di gran lunga inferiori e contrattano gli straordinari con i sindacati. Abbiamo anche dovuto apprendere dai soliti avanguardisti del riformismo che la modernità secondo Marchionne è l’unica modernità possibile. Da loro riascoltare il disco rotto dell’ideologia conservatrice: il canto della coincidenza di interessi tra lavoratori e azionisti, mentre nel 2011, anno segnato da mesi e mesi di cassa integrazione per il gruppo di Torino, i capital gains attesi dal dott. Marchionne sulle sue stock options Fiat ammontano ad oltre 100 milioni di euro, ossia più della somma dei salari degli operai e degli stipendi dei quadri delle Carrozzerie Mirafiori in un anno di lavoro a tempo pieno. Abbiamo dovuto ricevere lezioni di cambiamento da chi è senza bussola ed identifica, in ossequio ai cascami di una fallita cultura neo-liberista, i problemi di produttività dell’Italia e la sua carenza di investimenti esteri nella regolazione del mercato del lavoro e nell’indisciplina di qualche leader sindacale. Non abbiamo alzato lo sguardo per vedere che Detroit, Pomigliano e Mirafiori e smantellamento del welfare inUSA e in Europa per salvare le grandi ricchezze finanziarie di pochi alimentano la stagnazione in corso al di qua e al di là dell’Atlantico, lasciano le classi medie senza prospettive alla deriva populista e condannano l’Occidente alla marginalità. Abbiamo fatto finta di avere scelta. Hanno fatto finta i sindacati che hanno firmato e la Fiom che non ha firmato. Ha fatto finta nei partiti di centrosinistra chi ha sostenuto chi ha firmato e chi ha sostenuto chi non ha firmato. Avremmo dovuto riconoscere, come riconosceranno i lavoratori delle Carrozzerie Mirafiori il 13 e 14 Gennaio nel referendum a risposta unica, di non avere, oggi, scelta: non si può rinunciare al lavoro, nonostante l’arretramento delle condizioni del lavoro. Dobbiamo prendere atto della realtà, riconoscere i risultati del voto di Mirafiori, ristabilire le condizioni per la piena agibilità sindacale in Fiat e costruire insieme una controffensiva per riportare il lavoro a fondamento dell’ordine democratico, in Italia ed in Europa.
*responsabile economia PD

L’Unità 07.01.11

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“Fiat, si infiamma la partita referendum”, di Paolo Griseri

TORINO – Quattro giorni per un voto. Quattro giorni per la campagna elettorale più breve della storia Fiat. Dalle 6 di lunedì mattina, quando entreranno in fabbrica i lavoratori del primo turno, alle 22 di giovedì, quando inizieranno a votare le tute blu del turno di notte, meno di 200 persone in tempi di crisi, dando così il via all´apertura dei seggi. Tra lunedì e giovedì molti si giocheranno tutto. I sindacati del “sì”, che annunciano una vittoria intorno all´80%, la Cgil e la Fiom che dovranno verificare quanto paghi in fabbrica la loro stretegia. Ma anche la Fiat che in questa partita sembra più prudente di quanto non fosse alla vigilia del referendum su Pomigliano: «Con il 51% faccio l´investimento» dice Sergio Marchionne. Si gioca una fetta di futuro anche il Pd, più che mai diviso: «Con la vittoria del no sarebbe una catastrofe», dice Pietro Ichino all´Espresso. «L´accordo è una lesione della democrazia», replica Sergio Cofferati. La vigilia dei quattro giorni che possono cambiare il volto della Fiat è fatta di riunioni, dichiarazioni al vetriolo sui due fronti e annunci di volantinaggi. Lunedì mattina la porta 2 di corso Tazzoli, l´ingresso principale delle Carrozzerie, tornerà alle scene di un tempo: con volantinaggi contrapposti, qualche comizio improvvisato, le accuse reciproche. «No all´accordo della vergogna», annuncia la Fiom nel suo volantino distribuito ieri per la prima volta alla “Befana metalmeccanica” nel centro di Torino. Continuano ad aumentare le adesioni alla raccolta di firme di Micromega in solidarietà alla Cgil. «Sì agli investimenti, sì al lavoro, Mirafiori c´è» è lo slogan che campeggia sui volantini dei sindacati che hanno firmato l´intesa. Il Fismic accusa il segretario della Fiom, Maurizio Landini, di «frequentare i salotti radical chic più delle linee di montaggio». I sindacati del “sì” hanno rinunciato a tenere le assemblee informative sull´intesa: «Non abbiamo bisogno di ulteriori assemblee – spiega Rocco Palombella della Uilm – perché l´informazione che c´è stata è sufficiente». La Fiom invece parlerà ai lavoratori giovedì.
Dal Lingotto non ci sono annunci di iniziative particolari. A Pomigliano l´azienda aveva fatto distribuire un dvd per illustrare il progetto di ristrutturazione della fabbrica. In questo caso invece i tempi sono stretti. Ma l´ad nei giorni scorsi è stato esplicito: «Se vince il no, Mirafiori chiude». Le polemiche tra i sindacati riguardano anche lo svolgimento e la regolarità del voto. Lunedì mattina si riunirà la commissione elettorale per decidere il numero di seggi. La Fiom ha annunciato che i suoi delegati garantiranno la presenza ai seggi anche se l´organizzazione giudica illegittimo mettere in votazione diritti indisponibili. Lo scrutinio inizierà alle 17 di venerdì, appena chiusi i seggi del turno del pomeriggio. Il risultato intorno alle 21.

La Repubblica 07.01.11

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