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"2011, il pendolare resta a terra. Meno treni e pochi fondi, è allarme", di Giovanni Valentini

Il rapporto Legambiente: per il prossimo anno mancherà la metà delle risorse. In Italia ogni giorno 2 milioni 700 mila viaggiatori si spostano in treno. L’annuncio delle Ferrovie: 154 convogli a lunga percorrenza sono in perdita e verranno eliminati. Mentre le nostre Ferrovie dello Stato sbarcano in Germania, acquisendo il 5% della società che gestisce le linee dei pendolari tedeschi, il 2011 rischia di diventare l’anno nero per i pendolari italiani e per il trasporto ferroviario nel nostro Paese. Sono 2 milioni e 700 mila in Italia i viaggiatori che ogni giorno prendono il treno per motivi di lavoro o di studio e negli ultimi due anni sono aumentati dell’11,5%, circa 300 mila persone in più. Ma, in base al Rapporto Pendolari 2010 compilato da Legambiente che la Repubblica è in grado di anticipare, la riduzione delle risorse disponibili e quindi il taglio dei collegamenti minacciano di provocare nel prossimo anno un salto nel buio nel trasporto nazionale su rotaia.

I vertici delle Ferrovie hanno annunciato nei giorni scorsi che verranno eliminati 154 treni a lunga percorrenza su 600, perché risultano in perdita. Per quanto riguarda le linee dei pendolari, mancano 800 milioni di euro rispetto al 2010, vale a dire il 45% delle risorse che garantivano un servizio già spesso carente, con treni perennemente in ritardo, scomodi e sporchi. L’associazione guidata da Vittorio Cogliati Dezza prevede un taglio drastico a danno di quei cittadini – operai, impiegati, studenti – che abitano nelle periferie urbane e utilizzano quotidianamente il mezzo di trasporto più sostenibile: da qui, l’allarme degli ambientalisti contro l’aumento del traffico privato e dell’inquinamento.

Per ora, i tagli non compaiono nel nuovo orario ferroviario in vigore dal 13 dicembre. E le stesse
Regioni, responsabili dei contratti di servizio, non sanno al momento quali collegamenti sopprimere o di quanto aumentare i biglietti. Nel silenzio generale, il ministro dei Trasporti Altero Matteoli è riuscito a ottenere anche in questa Finanziaria 400 milioni di euro per l’autotrasporto e altri 1.200 milioni per nuove strade e autostrade, tra i fondi della cosiddetta Legge Obiettivo e quelli per l’Expo di Milano. In mancanza di interventi efficaci, è un disastro ferroviario annunciato quello che – secondo Legambiente – si prepara per il nuovo anno. Dice il presidente Cogliati Dezza: “Occorre impedire una prospettiva di abbandono del trasporto ferroviario, vivendo in città sempre più inquinate, con il trasporto su gomma responsabile di oltre il 20% delle emissioni di CO2 sul nostro territorio e una tendenza in costante crescita”.

All’origine di questa situazione, ci sono le manovre economiche adottate dal governo a luglio e a dicembre. In pratica, risultano cancellati i trasferimenti alle Regioni per il fondo del servizio ferroviario locale pari a 1.215 milioni di euro. La beffa è che, per placare le proteste degli assessori regionali, sono stati individuati 425 milioni di euro che però corrispondono alle risorse già stanziate l’anno scorso per l’acquisto di treni pendolari e mai impegnate: ora verranno utilizzati dalle Regioni per “salvare” la circolazione di quelli esistenti. Ma il rischio ulteriore per i pendolari è che gli stanziamenti previsti da Trenitalia per l’acquisto di nuovi treni e l’ammodernamento delle carrozze, legati ai contratti di servizio con le Regioni si possano bloccare per mancanza di risorse.

È proprio nei confronti delle amministrazioni regionali, perciò, che Legambiente lancia un appello alla responsabilità, contestando “l’inadeguata reazione che hanno opposto a un taglio che non ha paragoni rispetto ad altre voci di spesa statale”. Al momento, le Regioni più sensibili alle esigenze dei pendolari sono state l’Emilia Romagna, la Toscana e la Lombardia, che hanno approvato assestamenti di bilancio per limitare il taglio dei treni nell’ordine del 5-10% a fronte di un amento delle tariffe tra il 10 e il 20%. Nella maggior parte delle altre si teme un rincaro dei biglietti fino al 30%.
Da Roma alla periferia, la tendenza generale continua a essere quella di privilegiare la strada a danno della rotaia. E la questione appare tanto più delicata, alla vigilia della liberalizzazione del servizio ferroviario previsto dalle Direttive europee. È in gioco la stessa sopravvivenza del servizio ferroviario universale nel nostro Paese: quello cioè che assicura i collegamenti con centri urbani e direttrici fondamentali a minor traffico, come l’asse adriatico e quello tirrenico, o i collegamenti trasversali da un versante all’altro della Penisola. “Sono città e cittadini che proprio nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia – conclude il Rapporto di Legambiente – rischiano di ritrovarsi meno collegati e più lontani rispetto al resto del Paese”.

La Repubblica 14.12.10

"Mafia e pizzo ecco le prime conversioni", di Francesco La Licata

Quindici palermitani taglieggiati che mandano in galera una banda di mafiosi agguerriti – addirittura i resti della «famiglia» Lo Piccolo – è senz’altro una buona notizia. Specialmente in pieno periodo natalizio, quando Cosa nostra scatena i suoi esattori.
Li manda a «mungere» commercianti e imprenditori, spacciando le estorsioni per «donazioni volontarie» da destinare ad «auguri per i picciotti in galera». Una farsa che si ripete a Pasqua, con le stesse caratteristiche.

Ma questa volta niente auguri ai «picciotti», semmai una retata natalizia. Ed è un risultato importante – come fanno notare i magistrati della Procura di Palermo – soprattutto perché, per la prima volta, i riscontri alle risultanze investigative vengono proprio dalle vittime. Non capita tutti i giorni, nella latitudine siciliana, di poter fornire ai giudici elementi di prova prodotte dal racconto delle parti lese. Senza queste collaborazioni clamorose, le indagini avrebbero sofferto della solita preponderanza di indizi, rispetto alle prove certe: la malattia cronica di cui soffrono i processi di mafia. Ma non è soltanto l’aspetto giudiziario – che pure ha la sua importanza – a dover rallegrare chi tiene a cuore la lotta alla mafia. Denunciare il proprio taglieggiatore, in certe condizioni ambientali, equivale ad una vera e propria rivoluzione culturale. Non a caso polizia e magistratura fanno riferimento ad una «rivolta degli imprenditori palermitani». Quante volte gli sforzi compiuti per alzare la testa (tornano alla mente le passate, negative esperienze di lotta al pizzo) si erano infranti contro il muro della paura. Sì, paura delle conseguenze, paura di dover sostenere lo sguardo del mafioso ed indicarlo in un’aula di giustizia come il proprio carnefice.

Certo, siamo pur sempre all’inizio e tanto merito deve andare ai ragazzi di «Addio pizzo», il gruppo di giovani che da alcuni anni si è letteralmente «inventato» la rinascita della dignità dei commercianti palermitani. E’ vero che i quindici «rivoltosi» non avevano fatto denuncia autonoma, ma è pur vero che assistiti da «Addio pizzo» si sono convinti della bontà della scelta di collaborare. Ora non bisogna mollare: il coraggio dei quattordici va alimentato perché possa aprire la strada ad altre collaborazioni. E questo è compito delle istituzioni che possono fare molto, come dimostra l’altra bella notizia che giunge da Torre del Greco, dove la sinergia fra Stato e organizzazioni antiracket ha consentito di far riaprire a tempo di record la «Nautica Bottino» distrutta da un incendio camorristico. Questa è la strada.

La Stampa 14.12.10

Il governo di nascosto vuole nascondere Sky

Mentre tutte le attenzioni sono sulla fiducia, il governo continua a sbarazzarsi della concorrenza alle aziende del premier. Ora, ritocca a Sky. Cosa succede mentre tutta l’attenzione mediatica è concentrata sulla fiducia al governo Berlusconi? Mentre la Camera dei deputati è chiusa, è lo stesso esecutivo a lavorare nell’ombra e a piazzare nuova stoccate contro la democrazia, ovviamente a fari spenti per l’opinione pubblica. E si parla sempre degli interessi personali del premier ovvero il continuo favorire le proprie aziende a discapito della concorrenza. Così va inquadrata la decisione del ministro Rotondi di rimandare alle calende greche l’accesso di Sky al digitale terrestre. Per favorire Mediaset.
Il ministro per lo Sviluppo economico si è rivolto al Consiglio di Stato per chiedere un parere sulla reciprocità tra Stati in vista della gara per i multiplex del digitale terrestre. Un subdolo tentativo “di impedire in extremis l’ingresso di Sky nel nuovo mercato” come ha evidenziato Paolo Gentiloni, presidente del Forum ICT del Partito Democratico.
“Il governo – ha continuato Gentiloni – cerca pretesti per impedire a Sky di entrare nel digitale terrestre. L’Unione europea ha dato il via libera ma il governo Berlusconi invoca il principio di reciprocità tra Italia e Usa. Traduzione: pur di impedire la concorrenza di Sky a Mediaset il governo farà muro contro le imprese americane?”.

È proprio la stessa Unione europea a lanciare l’allarme di un “ennesimo episodio del conflitto di interessi” e a riprendere una querelle che ha visto il governo italiano sempre scontrarsi con le decisioni prese dalla Commissione europea, prima del via libera di Bruxelles alla partecipazione di Sky alla gara (per la quale l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni ha appena varato la versione definitiva del regolamento).

Morale della storia, Sky potrà concorrere per il lotto di tre multiplex riservati ai nuovi entranti, mentre Rai, Mediaset e Telecom, già presenti sul digitale, potranno gareggiare per le altre due reti in palio. Ma mentre il compito del ministero per lo Sviluppo economico dovrebbe essere quello di mettere a punto la disciplinare e il bando, il ministro, pur di ostacolare l’accesso ad un rivale “giurato” di Berlusconi ha preferito rivolgersi al Consiglio di Stato per fermare l’iter. Il giudizio dovrebbe essere disponibile il 20 dicembre.
“Se venisse confermato il tentativo da parte dell’esecutivo di utilizzare il fatto che Sky sia un’azienda Usa per mettere i bastoni tra le ruote alla crescita di un concorrente di Mediaset ci troveremmo davanti ad un comportamento sbalorditivo”, ha dichiarato Gentiloni. “Tanto più perché, dopo anni che Sky opera in Italia, il governo all’improvviso avrebbe deciso di muoversi in questa direzione. Se così fosse sull’altare del conflitto di interessi, il governo non esiterebbe, unico in Europa, a contrastare gli investimenti di imprese Usa nel settore della comunicazione”.
Il ministero dal canto suo, fa orecchie da mercante trincerandosi dietro l’obbligatorietà del consulto al Consiglio di Stato nei casi di verifica delle condizioni di reciprocità per tutti i soggetti non appartenenti all’Unione Europea interessati a partecipare alla gara.

Ma Gentiloni controreplica: “qualora il parere evidenziasse una mancanza di reciprocità, c’è il rischio che venga utilizzato con l’obiettivo di impedire quell’ingresso di Sky nel digitale terrestre che l’Ue ha da poche settimane autorizzato”.

“Incredibile a dirsi e a pensarsi. Il ministro Romani, pur a fronte di un governo appeso a un filo esilissimo e a dispetto delle indicazioni europee, pare scegliere la via dell’ostruzionismo rispetto al passaggio di Sky sul digitale terrestre”. Lo ha dichiarato il senatore del Pd Vincenzo Vita, vicepresidente della commissione Cultura.

“Nessun amore particolare per Murdoch. Tuttavia le regole dovrebbero valere per tutti allo stesso modo. E’ pur vero che in questo settore negli anni si E’ verificato spesso il contrario, sull’unica base degli interessi diretti dell’attuale presidente del Consiglio”.

www.partitodemocratico.it

"Crisi in nome della gente padrona", di Michele Ainis

I parlamenti sono luoghi in cui si parla, come attesta perfino il nome di quest’antica istituzione. Ma nel fiume di parole che ieri ha inondato gli emicicli di Montecitorio e di palazzo Madama un’espressione si staglia su ogni altra. L’ha pronunziata il presidente del Consiglio, aprendo il suo discorso. Questa: «I liberi parlamenti sono chiamati a rappresentare e interpretare la volontà popolare, non a sostituirla».

Poi ha aggiunto varie altre osservazioni, ha difeso l’operato del governo, ha strizzato l’occhio alle pecorelle smarrite per convincerle a tornare nel suo gregge. Ma infine ha ribadito come un mantra il suo aforisma, suonandolo all’orecchio di quanti nel 2008 vennero eletti nelle liste Pdl: chi vota la sfiducia è un traditore, non tanto verso il premier, quanto verso il popolo sovrano.
Non è la prima volta che Berlusconi sfodera questa convinzione, non sarà neppure l’ultima. D’altronde sono numerosi gli italiani che si riflettono nelle parole del presidente del Consiglio, che giudicherebbero la sua uscita di scena alla stregua d’una congiura di palazzo. Però quelle parole, scandite davanti a un’assemblea parlamentare, negano la stessa legittimità del parlamento a esprimere un voto di fiducia, proprio nell’occasione in cui il governo reclama la fiducia.
Hanno l’effetto di pietrificare la dialettica politica, d’inchiodarla a un responso elettorale scolpito su tavole di bronzo. Trasformano il voto delle Camere in una sfida tra due concezioni della democrazia, della sovranità, della Costituzione. Mutano perciò in radice l’oggetto del contendere, che non è più la chiave di palazzo Chigi, non è nemmeno il giudizio sull’efficacia dell’esecutivo in carica, bensì un giuramento di principio, anzi su un principio contro l’altro. Infine quelle stesse parole giocoforza si proiettano sul dopo, sui futuri scenari della crisi, a loro volta irrigidendoli come un paesaggio cristallizzato dalla lava.

Ma che cos’è, a sua volta, il popolo? Esiste davvero questa figura mitica, capace di parlare con una voce sola? E la sua voce vibra sempre sulla stessa corda, anche tre anni dopo le elezioni? Anche se nel frattempo sono mutate le condizioni politiche, economiche, sociali che avevano determinato il primato d’una coalizione sopra l’altra?
No, il popolo evocato dal presidente Berlusconi finisce per contrapporre due finzioni, lasciando gli spettatori senza un unico copione nel teatro della crisi. E situa inoltre parlamento e popolo su due trincee nemiche, contestando al primo la funzione che Walter Bagehot definiva più essenziale: quella di scegliere i governi.
Eppure nemmeno nei regimi presidenziali, nemmeno nell’America di Obama, il Congresso è a mani nude: ha il potere di rimuovere il presidente eletto direttamente dal corpo elettorale con l’arma dell’impeachment, o altrimenti con la sua semplice minaccia, come sperimentò Nixon nei primi anni 70. E fu proprio quest’arma che nei secoli trascorsi permise al parlamento inglese d’emanciparsi dal sovrano, chiamando i suoi funzionari a rispondere dinanzi alle assemblee legislative, trasformando l’impeachment in voto di fiducia, edificando infine la più antica democrazia di questo mondo.

Comunque si concluda la conta tra i favorevoli e i contrari, è su quest’opposizione fra parlamento e popolo che da domani in poi dovremo misurarci. Il gabinetto Berlusconi potrà cadere oggi, tra un mese, forse tra un anno. Potrà caracollare appoggiandosi su qualche voto ballerino, oppure inciampare su un voto altrettanto ballerino. Ma a questo punto sono le stesse istituzioni che traballano. Se gli italiani devono dividersi fra tifosi del parlamento o del governo, meglio ricominciare daccapo, meglio nuove elezioni. Sperando che sia la volta buona.

Non che il parlamento, in Italia come altrove, sia autorizzato a sovrapporsi al popolo, a cancellarlo via dalla lavagna. Non che gli eletti abbiano il potere di divorziare dai propri elettori. Se questo accade significa che la rappresentanza è diventata un guscio vuoto – una “finzione”, come diceva Kelsen. Significa che il rappresentante non è rappresentativo, che dunque è poco più d’un impostore.

Il Sole 24 Ore 14.12.10

«Portiamo in piazza l’indignazione di una generazione» di Roberto Iovino

«Grideremo “noi non siamo sfiduciati” mentre in Parlamento si deciderà il futuro di questo governo: per cambiare l’Italia pochi voti non bastano. Serve ricostruire un senso comune». Nel buio della democrazia italiana uno spiraglio di luce c’è. Oggi da nord a sud, a prescindere dall’esito del voto di fiducia, le piazze del nostro paese saranno piene di studenti e studentesse, e questo rappresenta un fatto politico nuovo. Come nuova è l’idea di partecipazione popolare che abbiamo praticato lungo tutto l’arco di questo autunno, non solo manifestazioni “contro” ma una riappropriazione reale della politica, parola troppo spesso associata alla compravendita di parlamentari e a scandali sessuali.
In Italia c’è un fatto nuovo, gli studenti e le studentesse hanno suonato la sveglia ad un paese da anni atrofizzato dal berlusconismo come dottrina del controllo e del consenso. Abbiamo posto sul piatto l’indignazione di un’intera generazione, decisa a costruire un’alternativa alla fuga, a denunciare lo sfruttamento esistenziale a cui ci condanna la precarietà, a urlare a squarciagola il vuoto di senso in cui versano scuola e università.
Non siamo solo noi i “senza futuro” ma rischia di esserlo l’intero sistema/paese. E allora perché scendere in piazza proprio nel giorno in cui si deciderà il futuro politico del nostro paese? Perché noi non abbia-
mo nessuna intenzione di essere spettatori, in un verso come nell’altro. Il berlusconismo non finisce con Berlusconi e noi pensiamo di avere gli anticorpi giusti, pensiamo di poter costituire un pezzo fondamentale del rinnovamento culturale di un paese che annega nel degrado. Pensiamo che costruire un’alternativa sia possibile solo tramite la contaminazione della carica positiva che abbiamo portato nelle piazze, nelle scuole e nelle università.
Per questo oggi saremo in piazza al grido di «noi non siamo sfiduciati», perché se in parlamento tutto si giocherà per pochi voti, per cambiare l’Italia i voti non bastano, serve invece ricostruire un senso comune che noi sentiamo di condividere. La nostra, quindi, è una battaglia rivolta a tutto il paese e in questo momento siamo convinti di essere in vantaggio, di poter vincere.
Se la fiducia a Berlusconi dovesse venire meno sarà anche merito nostro, come merito nostro sarà ricostruire l’Italia dalle macerie in cui versa. Abbiamo deciso di uscire fuori a riveder le stelle, convinti che tutto il paese debba uscire con noi a rivedere questo meraviglioso spettacolo.

L’Unità 14.12.10

"La verità sugli immigrati", di Ignazio Marino

Per lavorare da immigrato avevo fatto anche io il mio test di lingua inglese. Nonostante questo la centralinista dell’ospedale mi riconosceva sempre prima che finissi di dire “good morning” per il mio forte accento straniero. Sono arrivato in America a metà degli anni Ottanta e, come tanti, sono rimasto con un visto a studiare, ma anche a lavorare come chirurgo. La mia situazione non era stabile e annualmente dovevo rinnovare i documenti e farmi riprendere le impronte digitali. La cittadinanza americana è arrivata dopo diversi anni. Ma questo non mi impedì di divenire il direttore del Centro Trapianti del Veterans Affairs Medical Center, l’unico dipartimento per trapianti di fegato appartenente al governo degli Stati Uniti.
In Italia potrebbe accadere? Permetteremmo, per esempio, a un marocchino di 37 anni di dirigere l’Agenzia Spaziale Italiana oppure il Consiglio Nazionale delle Ricerche?
L’invasione straniera
MI SEMBRA che la politica di questi tempi, anche a livello locale, sia molto impegnata nel rassicurare chi è preoccupato per una “invasione straniera” incapace di integrarsi: è una cultura che si nutre di provvedimenti simbolici e di ipertrofia burocratica, di affermazioni e scandalose campagne xenofobe, come il sapone anti-immigrati distribuito qualche mese fa dalla Lega Nord nell’aretino; oppure del principio che lega il diritto di voto esclusivamente alla cittadinanza e non, ad esempio, alla contribuzione fiscale.
I diritti, tuttavia, dovrebbero accompagnare le regole perlasicurezza:ildirittoalle cure, allo studio, al lavoro, ad avere un tetto sulla testa. Il rispetto della dignità personale dovrebbe essere al centro delle decisioni, come ha chiesto Mohammed Fikri, il ragazzo marocchino accusato per errore della scomparsa di Yara Gambirasio.
Contraddizioni leghiste
COME MAI la Lega non ha alcun problema a concedere spazio ai cittadini extracomunitari quando si tratta di accudire i nostri anziani, pulire le nostre case, mandare avanti le fabbriche, raccogliere pomodori? Per la Lega è importante che siano invisibili e muti, resi incerti da una legge (la Bossi-Fini) che ha dimostrato di non funzionare e ha creato maggiore clandestinità. Il nostro dovere, invece, è di rendere più semplice la regolarizzazione per chi lavora e rispetta le leggi: barriere burocratiche insormontabili e incomprensibili fanno solo proliferare l’illegalità.
Sfatiamo qualche luogo comune. Non è vero che “vengono tutti qui”: da noi gli immigrati rappresentano il 6% della popolazione, contro il 12 dell’Irlanda, l’11 della Spagna il 10 dell’Austria e l’8 della Germania. Non è vero che “nei loro paesi non ci fanno costruire le chiese”: in Marocco, ad esempio, i cattolici sono circa 27 mila (su una popolazione di 34 milioni di persone) e hanno 3 cattedrali e 78 chiese. Non è vero, inoltre, che “vengono qui e ci rubano il posto, lavorando in nero”: semmai contribuiscono a pagare le nostre pensioni, visto che il 92% degli immigrati con permesso di soggiorno sono iscritti all’Inps . Di più, contribuiscono alla produzione del Pil per l’11%, secondo i dati della Caritas.
Un bimbo afghano
RAMLAH è un bambino afghano di 9 anni, giunto in Italia 3 anni fa, perché la sua mamma ha pagato mani estranee affinché lo portasserovia.Nelcongedarsi,con le lacrime che le rigavano il volto, gli disse: “Figlio mio, voglio che tu cresca in un paese dove non rischierai di saltare su una mina, dove se ti ammalerai potrai essere curato e dove potrai studiare”. E Ramlah studia e parla bene l’italiano. L’immigrazione assieme alla tutela dell’ambiente sono le sfide della nostra epoca. Dobbiamo affrontarle con razionalità, rigore, intelligenza, e non diffondendo paura e odio. Ecco la verità. Alla luce di ciò, a mio avviso, gli unici che dovrebbero prendere “cammelli e barchette” e andare a casa (per citare un celebre adagio anti-immigrati) sono la Lega e il Partito dell’Amore.

da Il Fatto Quotidiano 14.12.1F

La crisi nelle parole del Pd

La nostra manifestazione di sabato è stato il cartellino giallo, domani ci sarà quello rosso. Si chiude un ciclo, comunque vada. Si chiude il ciclo di Silvio Berlusconi, protagonista vero di questi 15 anni, politico e culturale. Pensate davvero che domani con un voto in più riuscirete a fare quello che non siete riusciti a fare con la più grande maggioranza della storia repubblicana? Sapete benissimo che questo non accadrà. Chi voterà per il presidente Berlusconi domani voterà per le elezioni anticipate.
Rosy Bindi

Il Ciampi del 2011 dovrà aiutare il paese a uscire dal clima di permanente guerra civile politica che ci accompagna. Noi gli daremo sostegno pieno e incondizionato, senza chiedere altro che non lavorare per rimettere in moto l’Italia. Per dare ai giovani la voglia di starci in questo paese e non di andare via come oggi invece fanno in una percentuale tripla rispetto agli altri paesi europei.
Enrico Letta

Si chiude anche un’esperienza più lunga, un ciclo almeno decennale, che termina con un esito profondamente deludente per il nostro paese. (…) Presidente Berlusconi, lei le elezioni le ha perse già due volte, il che dimostra che non è invincibile. In un paese democratico un leader democratico avrebbe dovuto lasciare la propria funzione. Ciò che la contraddistingue è che lei non è il leader del centrodestra: ne è stato a lungo il proprietario.
Massimo D’Alema

Abbiamo perso un’altra legislatura. Si poteva cogliere l’occasione per affrontare quelle riforme istituzionali delle quali abbiamo assolutamente bisogno. Lei, presidente Berlusconi, ha ancora una volta impedito che questo potesse avvenire, come era accaduto per la commissione Bicamerale. Lei è bravissimo a fare campagne elettorali, ma governare è un’altra cosa. L’Italia è da 15 anni in una interminabile campagna elettorale.
Walter Veltroni

Potrà anche prendere un voto in più domani, salvarsi per il rotto della cuffia, ma la crisi rimarrà la stessa, non solo perché non riuscirà a far approvare leggi in parlamento ma anche perché le ragioni della crisi saranno ancora tutte lì. Oggi anziché fare i conti con la realtà Berlusconi ha preferito affidarsi alla regola aurea della pubblicità, di cui tanto si intende, ossia non è importante che una cosa sia vera ma che sia creduta vera.
Piero Fassino

da EuropaQuotidiano 14.12.10

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“Intervengono in aula i leader democratici, da D’Alema a Veltroni, da Bindi a Letta a Fassino”, di Simone Collini

L’ex segretario del Pd cita De Gasperi: il premier rischia di gettare il paese nella sovversione
Bersani: «Il governo è finito Non si va avanti rubando voti»
Il Pd affronta compatto la prova della sfiducia.D’Alema: «Berlusconi non è più il proprietario del centrodestra». Riunione dei parlamentari: niente assenze al momento del voto.
Berlusconi vuole la fiducia per andare a nuove elezioni. I parlamentari del Pd lo dicono ai colleghi del gruppo misto che incrociano nei corridoi di Montecitorio, a quelli che hanno cambiato casacca nelle ultime ore e che ora si dicono scettici o contrari alla mozione di sfiducia. E poi lo dicono apertamente anche nell’Aula della Camera, via via che nel corso della giornata si fa chiaro che da oggi, bene che gli vada, il premier potrà contare su una maggioranza troppo risicata per continuare a governare.
Bersani riunisce i vertici del partito la mattina e la raccomandazione è una sola: per 48 tutti concentrati sull’obiettivo di mandarlo a casa, ora niente distinguo sul dopo e soprattutto niente assenze al momento del voto. Anche la decisione di convocare una riunione del gruppo dei deputati per la sera serve a garantire la presenza a Roma di tutti con largo anticipo. I dirigenti del Pd assicurano che oggi non ci saranno assenze tra i loro 206 deputati, ma sono anche coscienti che le variabili sono troppe negli altri gruppi e che nella notte potrà succedere di tutto. Ma si lasciano anche con la convinzione che, in ogni caso, questo governo non reggerà. E che se pure oggi passasse potrebbe andar sotto già domani, quando si voterà il decreto sull’emergenza rifiuti in Campania.
BERLUSCONI IRRESPONSABILE
«È sempre più evidente che l’interesse del paese sarebbe formalizzare la crisi e dare vita a un governo di responsabilità istituzionale», dice Bersani conversando poi con i giornalisti, «solo l’irresponsabilità e un ego smisurato possono portare Berlusconi a non prenderne atto». Il leader del Pd, dopo aver affidato gli interventi di ieri a Bindi, Letta, D’Alema, Veltroni e Fassino (e al Radicale Turco), interverrà oggi per la dichiarazione di voto del suo partito (Franceschini prende la parola per chiedere come mai Berlusconi non sia in Aula a dibattito iniziato: «Vorrei sapere se sta utilizzando anche questi minuti per convincere qualche parlamentare indeciso»). Nel discorso di Berlusconi il leader del Pd non vede «niente di nuovo»: «Un po’ di bastone e un po’ di carota, neanche un barlume di consapevolezza dei problemi del paese. Forse continua a pesare più la compravendita che la sua retorica». Ma se questo è il quadro «la sequenza logica» è che il premier voglia la fiducia per poi andare a elezioni. «Non può pensare di governare rubacchiando un voto». Insomma se oggi Berlusconi dovesse evitare la sfiducia, «siamo daccapo, con in più Fli che è all’opposizione». E con Fini, assicura Bersani, «ci sarà lo spazio per una strategia d’opposizione comune». Se poi questo «governo precario» e questo «tramonto di Berlusconi» dovesse portare alle urne, dice in serata, il Pd non avrà paura delle elezioni «perché dopo 16 anni questo paese non ne più».
Per il Pd la via d’uscita da questa crisi rimane comunque un governo «di responsabilità nazionale» che approvi una nuova legge elettorale e affronti le emergenze economiche. D’Alema, che nel corso della giornata parla con Casini e anche l’ex-Idv Scilipoti, interviene in Aula dicendo a Berlusconi che se fosse uno statista si farebbe da parte nell’interesse del Paese: «Lei non è il leader del centrodestra, ne è stato a lungo il proprietario, credo ormai non lo sia più. Questa è la novità che gli italiani hanno di fronte». Anche Veltroni parla di un premier finito «in un vicolo cieco», da cui potrebbe uscire «solo con un atto di responsabilità, che non mi sembra in grado di compiere». L’ex segretario del Pd cita l’ultimo discorso in Parlamento di De Gasperi (a cui Berlusconi più volte si è richiamato), nel quale diceva che se un politico guarda ai suoi interessi personali e non a quelli del Paese getta la democrazia «nel mare agitato della sovversione». Bindi dice senza giri di parole che «chi vota la fiducia vota per le elezioni anticipate» e Letta dopo aver detto che il governo «si è ridotto a mendicare con mezzi che non fanno onore alle nostre istituzioni una fiducia minima», chiude il suo intervento citando la canzone di Bennato “Venderò”: «Ogni cosa ha il suo prezzo ma nessuno saprà quanto costa la mia libertà». Citazione che piace ai deputati di Futuro e libertà, meno a quelli che hanno cambiato casacca.

L’Unità 14.12.10

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“Bersani: il Pd pronto a lavorare con Fli”, di Giovanna Casadio

“E il voto non ci fa paura”. Casini accusa: “Girati quattrini per far cambiare idea”. Il segretario dei democratici detta la strategia nel caso il governo ottenesse la fiducia
D´Alema evoca la Germania: “Lì le forze politiche sono capaci di trovare convergenze”. Le urla dai banchi democratici a Berlusconi («Questa l´abbiamo già sentita») e Fini annuisce. L´intesa con Fli insomma c´è e, dice Bersani, soprattutto ci sarà: «Nel denegato caso, come dicono gli avvocati, in cui non passi la sfiducia, è evidente che da qui a un mese siamo daccapo, con in più Fli che è all´opposizione. Per carità, saranno due opposizioni diverse, ma ci sarà uno spazio per una strategia d´opposizione comune».
Giornata di riunioni ieri anche per l´opposizione alla Camera. Pier Ferdinando Casini, leader Udc, convoca i suoi nel pomeriggio e poi, in tv, attacca sul mercato dei voti: «Sono girati quattrini, si può anche cambiare idea ma non possono girare soldi». Il Pd si riunisce di mattina in un “caminetto” dei big e a sera tiene l´assemblea del gruppo, che serve per un “serrate le file” e per l´ultima chiamata di Dario Franceschini ai parlamentari: «Vincerà la sfiducia». Bersani accusa: «Il premier è un irresponsabile, l´interesse del paese sarebbe formalizzare la crisi, solo un ego smisurato può portare Berlusconi a non prenderne atto per dare vita a un governo di responsabilità istituzionale». È il leit-motiv dei Democratici, preoccupati dalle elezioni che aprirebbero una partita «pericolosa» per il paese e molto difficile per il partito, alle prese con la scelta delle alleanze e con i malumori interni. In aula intervengono ben cinque big democratici (Letta, D´Alema, Fassino, Veltroni, Bindi); Fioroni è critico: «Vuol dire che siamo sicuri di vincere se ci mettiamo tante facce e quasi tutte di ex segretari Ds… «. D´Alema incalza: «Lei è stato a lungo il proprietario del centrodestra, ora non lo è più». E se si andrà al voto, aggiunge, «se sfida ci sarà, noi non ne abbiamo paura; lei non è invincibile e le elezioni le ha già perse due volte». Però la strada migliore è un´altra, quella tedesca della Grosse Koalition, perché «le forze politiche in certi momenti sono capaci di trovare convergenze». Insomma ci vorrebbero le dimissioni del premier che portino a «un nuovo governo di centrodestra o a un governo di responsabilità nazionale». Anche Veltroni (con il quale D´Alema si complimenta) rilancia, rivolto a Berlusconi: «Lei è in un vicolo cieco e ne potrebbe uscire solo con un atto di responsabilità che non è in grado di compiere». Lo spauracchio delle urne tiene banco. Proprio se Berlusconi oggi dovesse vincere sono più vicine. Gli ex popolari di Modem si vedono a cena (oggi si riuniranno tutti i “75” con Veltroni e Gentiloni;) Bersani invece è alla cena del Pd Lazio con gli imprenditori: «In ogni caso questo governo finisce, non può garantire più stabilità al paese. Le elezioni non ci fanno paura. Noi dovremo rimediare ai suoi danni». Bindi: «Chi vota la fiducia, sceglie le elezioni anticipate». Il Pd pensa di esserci al completo: Marco Fedi, malato, è venuto dall´Australia per votare. Al Senato, Emma Bonino, la leader radicale dice al premier: «Guardare oltre il voto, perché se pure lei ottiene la fiducia lo scenario sarà ancora peggiore di quello vissuto finora».

La Repubblica 14.12.10