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"Gelmini promuove eCampus", di Letizia Gabaglio

Grazie a un decreto del ministro, basterà una semplice richiesta per parificare alle università private gli atenei telematici, compresi quelli che il Comitato di valutazione giudica negativamente. Il Cepu in pole position. La riforma dell’Università forse non passerà prima che sia crisi conclamata, ma un risultato il ministro Gelmini lo porterà a casa: dare la possibilità alle università telematiche di diventare atenei a tutti gli effetti, anche se privati.

Insomma, permettere a realtà come eCampus di sedere allo stesso tavolo della Bocconi o della Luiss. A sdoganare le telematiche è il Decreto ministeriale per la programmazione 2010-2012 trasmesso dal Ministero agli organi consultivi (Conferenza dei Rettori, Consiglio nazionale degli studenti e Consiglio universitario nazionale), che un articolo (leggi) di Giampaolo Cerri su ItaliaOggi ha reso pubblico.

Dell’ascesa quasi inarrestabile di eCampus, l’università telematica di Francesco Polidori, fondatore del Cepu e grande amico di Silvio Berlusconi, che promette corsi superabili con due ore di studio al giorno, sufficienti a passare un esame ogni mese e mezzo, L’espresso ha già parlato (leggi). E proprio in quell’inchiesta si dava conto del fatto che molte università private sono considerate negativamente dal Comitato nazionale di valutazione eppure ricevono dei finanziamenti pubblici. Le telematiche, però, non sono ancora ammesse ai finanziamenti. Ecco quindi che, in zona Cesarini, così come era accaduto per l’accreditamento firmato dal ministro Moratti poche settimane prima della fine del suo mandato, Francesco Polidori potrebbe contare su una “promozione”.

A permettere il passaggio di categoria è l’articolo 6 del Decreto, che al punto “c” prevede “nelle prospettive del potenziamento della formazione a distanza presso le università non telematiche, la trasformazione delle università non statali telematiche esistenti in università non statali (non telematiche), su proposta delle interessate”. Quindi basterebbe che uno degli undici atenei telematici si proponesse per la conversione in università tradizionale per ottenere l’accreditamento. Cerri cita fonti ministeriali anonime che indicano proprio nella creatura nata da una costola del Cepu l’ateneo in pole position per la scalata.

A preoccupare è poi anche il punto “a” dello stesso articolo del Decreto, che prevede l’istituzione di nuovi atenei privati “che prevedano corsi di laurea (…) in lingua inglese, rivolti anche a studenti extracomunitari, finalizzati a soddisfare i fabbisogni formativi del mondo del lavoro” e il punto “b” che apre anche a “filiazioni italiane di università straniere”. Insomma, proprio tutti quei casi in cui, secondo la denuncia (leggi) del Cimea, l’istituto che si occupa di valutare le equivalenze accademiche, è più facile che si nasconda una laurea bufala.

L’Espresso 22.11.10

1 Commento

  1. Alessandro dice

    Solito giornalismo all’amatriciana. Ci sono 11-12 atenei telematici e si focalizza solo su 1 per metterlo alla gogna. Non è obiettivo, lo capisce pure un bambino che qui gatta ci cova. Ci sono atenei telematici che già erogano corsi in presenza (blended, ossia modalità mista): non ci vedo niente di male. Del resto rimanere immobili nella didattica tradizionale sarebbe poco lungimirante. Atenei di consolidata esperienza (il politecnico di Torino o l’università di Perugia, per esempio) stanno aprendo corsi di laurea con modalità didattiche innovative online. Io mi auguro che il PD pensi, e non faccia opposizione solo per via del colore di chi firma. Non stupitevi, altrimenti, del calo dei consensi e di partecipazione alle primarie. La gente è stufa di questa lotta tra guelfi e ghibellini, specialmente in momenti di difficoltà come questi.

    P.s. Secondo me le università private non dovrebbero prendere contributi pubblici. Lo trovo giusto invece per la scuola “dell’obbligo”.

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