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Non possiamo generalizzare nulla, eccetto i diritti*

Numero degli insegnanti e degli alunni con disabilità, risorse per il sostegno, sovraffollamento delle classi: due mesi dopo l’inizio del nuovo anno scolastico, che cosa è cambiato dal punto di vista dell’inclusione degli alunni con disabilità? Non molto, secondo il CIIS (Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno), anche se il Ministero sembra voler leggere i primi dati con ottimismo. E questo sia perché non possono essere “i numeri” a scandire la qualità della vita, sia perché continua a restare sotto traccia la realtà che l’integrazione scolastica non è solo sostegno, ma dovrebbe poter contare sulla collaborazione attiva dell’intero sistema scuola e in particolare di tutti gli insegnanti della classe dove è iscritto l’alunno con disabilità

Sono trascorsi due mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico. E la scuola inclusiva ha ripreso, faticosamente, il suo percorso. Ma cosa è cambiato rispetto al precedente anno scolastico? Quali le novità?
I dati relativi ai “numeri” stanno arrivando, un po’ alla spicciolata, per la verità. Noi sappiamo bene che l’integrazione non si misura con i “numeri”, ma in questo caso i numeri ci forniscono alcuni dati utili per orientarci. A patto che, ovviamente, non si traducano in enigmatiche “percentuali”, in base alle quali, miracolosamente, i conti finiscono per tornare sempre…
E la domanda generale è: «Quest’anno tornano i conti?». A vedere il gran movimento che ha animato e anima la penisola, si direbbe proprio di no. Famiglie e precari da mesi protestano per la scarsità dell’offerta scolastica, per il taglio delle cattedre, per il sovraffollamento delle classi, per la riduzione delle ore di sostegno, per la presenza di più alunni disabili nella stessa classe, per il ritorno di prassi omologabili alle classi differenziali, per la mancata tutela dell’esercizio al diritto all’educazione e all’istruzione.
Temi di un certo spessore, ciascuno di essi di grande rilievo in ambito scolastico. Sono le proteste dello scorso anno che si sono ripresentate oggi e che paiono destinate a riproporsi nel prossimo, quando la “scure dei tagli” dovrebbe completare la sua recisione.
In questo frangente si è interposta la Sentenza 80/10 della Corte Costituzionale che ha ripristinato il diritto alla deroga, cioè la possibilità di aumentare le ore di sostegno didattico fino a un rapporto di un insegnante per alunno con disabilità nel caso di situazioni “gravi o gravissime” (da ricordare, qui, che nel caso di “rapporto 1 a 1”, alla classe in cui è iscritto l’alunno con disabilità viene assegnato il massimo delle ore previste, monte ore che varia a seconda dell’ordine e grado di scuola, ovvero: 25 per la scuola dell’infanzia, 22 per la scuola primaria, 18 per la scuola secondaria di primo e secondo grado).

E tuttavia al Ministero sembra che i conti tornano: lo si evince da quanto comunicato nei giorni scorsi da FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) e FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), che in questi ultimi mesi stanno colloquiando fittamente con i dirigenti del Ministero stesso [se ne legga, nel nostro sito, cliccando qui, N.d.R.]. Questi ultimi, durante l’ultimo incontro, hanno consegnato alcuni dati riguardanti i “numeri” che descrivono la scuola italiana del 2010-2011.
Ebbene, rispetto al precedente anno scolastico, gli alunni con disabilità sono aumentati di 7.272 unità; per contro, la risorsa “docente per il sostegno” è stata incrementata di 4.399 unità. Detto che all’aumento dei posti di sostegno ha contribuito la Sentenza 80/10 della Corte Costituzionale, va dunque annotato che dal 9 settembre di quest’anno, nei banchi delle scuole italiane, siedono 188.449 alunni disabili e sono presenti 94.430 insegnanti incaricati su posto di sostegno. Un numero “consistente”, secondo il Ministero, che “sbilancia” leggermente il rapporto di 1 a 2, previsto dalla norma quale media nazionale, “a favore” degli alunni con disabilità. E in questi ultimi tempi il Ministero stesso ha più volte sottolineato questo aumento come rilevante e positivo.

Ma i numeri, ahimè, non mentono. Analizzandoli, infatti, essi sembrano restituire una realtà ben diversa rispetto a quella disegnata nel palazzo di Viale Trastevere a Roma.
Va ribadito per altro – onde non creare equivoci o malintesi – che quando si parla di inclusione scolastica e ci si riferisce agli alunni con disabilità “numeri, percentuali e statistiche” non sono né possono essere il parametro rispetto al quale “misurare” la qualità o la realizzazione dell’inclusione da un lato e la realizzazione del Progetto di Vita dall’altro. Se vogliamo infatti parlare di qualità della vita, non possiamo permetterci di generalizzare nulla, eccetto i diritti.
Premesso questo, è possibile provare a leggere i dati e rilevare dagli stessi come è organizzata e come funziona la scuola dell’inclusione.
In seguito alla più volte citata Sentenza della Corte Costituzionale e ai numerosi ricorsi ai Tribunali Amministrativi Regionali (TAR), promossi da molte famiglie, le ore di sostegno sono state o incrementate o assicurate, per cui in alcune classi è possibile trovare un insegnante per ogni alunno con disabilità.
Ma a fronte dell’aumento delle situazioni in cui è riconosciuto un insegnante di sostegno per un solo alunno, sussistono condizioni critiche dove il rapporto – per rispondere alle esigenze di contenimento della spesa – è più alto. La “parcellizzazione” delle risorse determina ad esempio casi in cui il docente di sostegno è assegnato a tre, quattro se non a cinque classi. E questo a danno del processo inclusivo e del diritto per gli alunni con disabilità, sottratto dalla logica della “razionalizzazione” che di “razionale” ha solamente il nome!

Affermare pertanto che la situazione è positiva appare una beffa! E ancor più se si pensa a un altro dato. Infatti, la lettura dei “numeri” – così come viene effettuata qui, ma anche in tanti altri articoli apparsi su quotidiani, settimanali o servizi televisivi – restituisce e rinforza l’idea che l’integrazione sia un compito esclusivo dell’insegnante di sostegno. E le paradossali situazioni correlate a questa convinzione hanno mostrato casi nei quali, durante le ore in cui il docente di sostegno non è in servizio, gli studenti vengono mandati a casa!
È uno stereotipo che va assolutamente sfatato. Come va sfatata l’illusione che “va tutto bene”, ancor più quando la criticità della situazione assume connotati preoccupanti, tanto da far temere il ripristino delle scuole speciali che molti genitori invocano, a fronte di una gestione del processo inclusivo inadeguata e carente da parte degli enti preposti.
Da anni, come CIIS (Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno), ripetiamo in tutte le occasioni che il sostegno «non è né l’unica né la sola risorsa da assicurare perché l’inclusione scolastica si realizzi»: l’integrazione scolastica, per dirsi tale, necessita della collaborazione, della partecipazione attiva e della corresponsabilità di tutto il sistema scuola e in particolare di tutti gli insegnanti che operano nella classe dove è iscritto l’alunno con disabilità.

Tutti gli insegnanti del Consiglio di Classe (o team docente) sono responsabili in prima persona dell’integrazione scolastica e devono occuparsi dell’alunno con disabilità, in quanto loro alunno. Ecco perché le Sentenze che assicurano il sostegno per “tutto il tempo-scuola” vanno guardate come una provocazione e non come la soluzione.

Ma sul fronte della corresponsabilità e della collegialità si ravvisa una falla che nessuno si decide ad arginare. Gli insegnanti operanti sulla disciplina o su posto comune si dicono «incapaci di…», «non in grado di…», affermano di non essere formati per promuovere l’inclusione scolastica e, di conseguenza, ritirano i remi in barca.
Per contro il Ministero sonnecchia e nonostante il recente Regolamento sulla Formazione Iniziale, pare non voglia decidersi proprio a dare una precisa risposta ai bisogni formativi del personale in servizio. Al MIUR si temporeggia, rimandando continuamente a una contrattazione sindacale “prossima ventura” il compito di sbrogliare la matassa che, di fatto, consiste nel ripristinare l’obbligatorietà della formazione in servizio.
Certamente non è materia che si possa risolvere facilmente: il confronto e il dialogo su queste scelte vanno curati attentamente e non possono essere lasciati né al caso né all’improvvisazione. Di certo è che già al Ministero “mettono le mani avanti”, anticipando la difficoltà a realizzare corsi di formazione in servizio a causa dei tagli operati dal Ministero dell’Economia. Come dire… noi la volontà ce l’abbiamo, mancano però le risorse…
E allora forse sulla formazione in servizio dovremmo rassegnarci, aspettando il tempo in cui qualche illuminato e lungimirante ministro metterà mano alla questione con determinazione e senza tentennamenti.

Ritorniamo ai dati numerici, riguardanti gli insegnanti, gli alunni con disabilità, le risorse per il sostegno, il sovraffollamento delle classi e gli alunni con disabilità per classe: la scuola inclusiva del 2010-2011 non vive condizioni migliori rispetto a quelle del precedente anno scolastico. I numeri non convincono a rosee prospettive. Anzi, invitano a prudenti valutazioni e ad attente considerazioni. La scuola inclusiva* rischia invece di implodere, se non si interverrà al più presto per assicurare quegli elementi essenziali e basilari per la sua presenza nel contesto sociale italiano. Altrimenti si tratta solo di parole, parole con cui riempiamo frasi e pagine e pagine di libri e giornali.

*Nota bene: alcune parole-chiave per una scuola veramente inclusiva sono:
– Formazione del personale della scuola: formazione obbligatoria per tutti, nella fase iniziale; formazione obbligatoria per tutti coloro che sono in servizio.
– Corresponsabilità del consiglio di classe o team docente: ogni insegnante della classe, sia esso assegnato a posto di sostegno o a disciplina, deve farsi carico del processo di inclusione, perché ogni alunno della classe è un suo alunno.
– Numero alunni per classe: il sovraffollamento non consente una scuola di qualità e sicura; per questo il numero dev’essere adeguato, rispettoso dei parametri e della possibilità di poter “imparare” in condizioni di vivibilità e di serenità.
– Alunni con disabilità per classe: vi sono classi in cui sono iscritti cinque, sei, otto alunni con disabilità, ricreando, di fatto, classi differenziali, quelle classi che sono state abolite con la normativa sull’integrazione negli anni Settanta.
– Progetti inclusivi cooperativi e/o collaborativi: l’inclusione si realizza con metodologie cooperative, in cui gli alunni vengono suddivisi in gruppi eterogenei; anche l’età è importante: gli alunni è bene che siano coetanei.

(di Redazione CIIS)
*Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno.

da ScuolaOggi 15.11.10

1 Commento

  1. Absit iniuria verbis dice

    Ricorderemo la scuola della gelmini come età dei diritti, negati!

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