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Maratona web per ricordare Angelo Vassallo. Domani 5 novembre. Aderisce anche Articolo21

Tutto pronto per la maratona web Cose nostre: per la legalità e la cultura, ricordando Angelo Vassallo, che a reti unificate verrà trasmessa domani sera, a due mesi esatti dall’assasinio del sindaco di Pollica, dalle 19.30 alle 24.00. Tantissime le adesioni, i messaggi di solidarietà e le denunce già arrivate al sito www.cosenostre.tv allestito per l’occasione e dove è possibile visionare l’elenco dei siti che domani trasmetteranno da tutta Italia.
“Venerdì 5 novembre – grazie alla forza della rete – vogliamo mettere in circolo idee, denunce, spaccati di quotidianità provenienti da ogni angolo del Paese, storie di denunce o storie al positivo. Perchè in fondo la legalità (e il suo rovescio) sono facilmente individuabili in ciò che si vive e si respira giorno per giorno. Ecco allora che “Cose nostre: per la legalità e la cultura, ricordando Angelo Vassallo” diventa l’occasione per le tante micro web tv italiane sentinelle di democrazia di partecipare alla maratona: durante la diretta verranno proposte storie al positivo – sui tanti Vassallo che governano le Istituzioni locali – oppure al negativo – con la denuncia di una mafia nascosta tra le pieghe della società, nella sua quotidianità.” Scrive Giampaolo Colletti Collaboratore Nòva24, fondatore Altratv.tv e Presidente FEMI sulla home di Cose nostre presentando l’iniziativa.
Fra i grandi network editoriali che hanno già dato disponibilità a trasmettere la maratona: Repubblica TV, Corriere.it, Current, l’Unità, Wired, Rainews24, Il Fatto Quotidiano, Il Sole24Ore, Sapere.it, Treccani, Agoravox.

www.articolo21.org

Vittime del maltempo e del mal governo

Sale a 5 il bilancio delle vittime. Mancano i fondi ed un piano idrogeologico nazionale in difesa del suolo. Garavaglia visita le zone colpite: “Individuare i finanziamenti per evitare che ogni anno si ripetano le catastrofi deve essere una priorità del governo”. Puppato: “Da un anno fermi 900 milioni, ministero ambiente paralizzato”.
La storia purtroppo si ripete. Ad un anno di distanza dalla catastrofe idrogeologica di Giampilieri in provincia di Messina, in Veneto come al centro e al sud Italia è emergenza maltempo: sale a 5 il bilancio delle vittime. La realtà è che in Italia, il governo nazionale non è in grado di gestire il naturale arrivo delle piogge autunnali, che spesso come è noto possono essere molto violente. Nonostante la situazione sia precipitata negli ultimi due anni, non è stato attuano ne tantomeno previsto un piano idrogeologico nazionale, in grado di mettere in sicurezza le zone a rischio frane, durante il periodo delle piogge, zone pericolose spesso anche a causa delle speculazioni edilizie selvagge che sono state attuate e mai sanate.

Questo il funesto elenco delle vittime: due anziani nel Vicentino, che si aggiungono alle tre persone decedute in Toscana uccise da una frana nella zona di Massa, più un disperso a Tropea. Inoltre due quartieri completamente devastati a Gioia Tauro in Calabria, famiglie evacuate a Massa Carrara, centinaia di persone costrette ad abbandonare la propria casa.

Le località del Veneto orientale colpite dal maltempo appaiono come colpite da un post tsunami: paesi allagati, infrastrutture distrutte, agricoltura e paesaggi devastati.
Quindi gli ingenti danni provocati dal maltempo, necessitano di interventi che vanno oltre l’opera della Protezione Civile. Inoltre, oltre ai danni alle costruzioni e ai centri abitati, vanno considerati quelli all’economia della zona. La situazione è veramente molto grave, come ha potuto personalmente constatare la senatrice del Pd, Mariapia Garavaglia visitando le aree colpite.

“Il problema del dissesto idrogeologico di cui soffre questo territorio deve essere risolto attraverso il superamento della logica dell’emergenza -ha detto la senatrice democratica. Per far questo servono fondi e deroghe finanziarie ai comuni colpiti. Mi auguro che tutti quelli che a gran voce dichiarano di rappresentare il Veneto a Roma e nel governo nazionale si diano realmente da fare”.

Purtroppo, come ha sottolineato la Garavaglia, ‘l’esecutivo, anche recentemente, ha affermato per bocca del premier di voler dare corso ai progetti di grandi opere faraoniche piuttosto che pensare a seri interventi sul territorio italiano’.

“Il Governo, appunto – ha proseguito Garavaglia – che ha promesso di far dichiarare lo stato di emergenza. Ebbene, venerdì si riunirà il Consiglio dei ministri, e quindi preghiamo semplicemente l’esecutivo di ricordarsi questo impegno. Abbiamo un Paese che è un ‘colabrodo’. Individuare i finanziamenti necessari per evitare che si ripetano annualmente delle catastrofi deve essere una priorità”.

I Senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, hanno duramente attaccato la grave inefficienza ed inezia del governo, fornendo nel dettaglio lo specifico dei fondi che erano stati assegnati dal precedente Governo Prodi per le calamità naturali e che non sono stati utilizzati.

“I 900 milioni per piani straordinari rimangono nel cassetto. Per questo il Governo Berlusconi è complice del dissesto idrogeologico di questi giorni, con vittime e danni ingentissimi. I fondi ordinari precedentemente destinati dal 2008 ad oggi sono stati dimezzati, e si continua a tagliare, arrivando a 30 milioni di euro, una cifra ridicola e assolutamente inadeguata. Mentre i 900 milioni di euro destinati dalla legge finanziaria 2010 ai piani straordinari rimangono nel cassetto, non essendo stato nemmeno istituito il relativo capitolo di spesa. Nel frattempo in tutta Italia, si muore a causa del maltempo”, hanno dichiarato i senatori democratici.

Della Seta e Ferrante, hanno poi sottolineato la pericolosità del ‘cemento selvaggio, che continua ad aggredire il territorio del nostro Paese’. “In più -hanno aggiunto i senatori del Pd -invece di impegnarsi con politiche di tutela del territorio e di messa insicurezza, il Governo Berlusconi ha messo in campo promesse di nuovi condoni con cui favorire la deregulation urbanistica, che è una delle principali cause che trasformano normali eventi meteorologici in calamità”.

“In troppi preferiscono che dall’emergenza non si esca mai: è il modo migliore –hanno concluso Ferrante e Della Seta – per derogare a norme e controlli, senza dar conto della spesa”.

Laura Puppato, Presidente forum Ambiente del Partito Democratico, ha denunciato le gravi mancanze del ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo, che pare si sia accorta solo in questi giorni che curare il dissesto idrogeologico del nostro territorio costa 10 volte più che prevenire il fenomeno stesso.

“Ma dove era il ministro quando l’anno scorso ben 180 milioni di euro stanziati a suo tempo dal governo Prodi proprio per il bacino del Po e utilizzando i Fondi per le aree sottoutilizzate (Fas), sono stati stornati dal governo Berlusconi per riparare le gestioni fallimentari dei Comuni amici di Catania e Palermo? -ha dichiarato Puppato. Quei 180 milioni dovevano servire a rafforzare le difese idrauliche contro i rischi di alluvioni e una parte dei fondi avrebbe finanziato i lavori lungo gli argini del Secchia e del Panaro. In quella occasione il sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia rispose che per il governo la messa in sicurezza del Po non costituiva una priorità”.

Smascherando poi il finto atteggiamento dei politici leghisti, legati in maniera malsana al loro territorio nordico, la Puppato ha chiesto ironicamente: “Dove erano i ministri e i parlamentari devoti al dio Po, mentre la loro Padania veniva scippata di fondi così importanti per la salvaguardia del territorio?”

Parla di ‘un ritardo colpevole e non più sopportabile’, anche Sergio Gentili, Coordinatore nazionale Forum Ambiente. “Si interviene sempre dopo i disastri e con misure di emergenza che non rimuovono le cause alla radice mentre ingigantiscono i costi economici, esposti per di più alle scorribande delle cricche” –ha dichiarato – ribadendo che in questo modo si deroga anche alle richieste all’Italia de l’UE in materia.

Chiara Braga, Responsabile Politiche per la difesa del territorio del Partito Democratico, ha portato ad esempio i dati presentati dai geologi e dal Cresme sullo studio dello stato del territorio italiano. “E’ un rapporto di grande importanza perché ci restituisce dati impressionanti: sei milioni di italiani vivono in zone ad elevato rischio idrogeologico, oltre un milione di edifici sono minacciati da frane e alluvioni compresi edifici pubblici come scuole e ospedali –ha dichiarato la deputata democratica -.Per questo, ribadiamo ancora una volta la necessità di un Piano nazionale straordinario per la difesa del suolo, che il governo si era impegnato di fronte al Parlamento a predisporre quasi un anno fa. E invece nulla è stato fatto”.

La Braga ha poi concluso: “Il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo, anziché occuparsi del “fango mediatico”che a suo avviso colpisce il premier, si occupi finalmente e seriamente del fango reale che purtroppo, sempre più frequentemente, sconvolge in modo drammatico la vita di tante famiglie ed imprese nel nostro Paese”.

Anto.Pro.

www.partitodemocratico.it

"Revisionismi canori", di Michele Serra

Che l´esecuzione di “Bella Ciao” al Festival di Sanremo possa essere «scandalosa», non è purtroppo una notizia.
Un canto partigiano dovrebbe far parte, almeno in teoria, del tessuto connettivo repubblicano e nazionale (come accade in Francia), ma negli ultimi anni quel tessuto è stato ampiamente sdrucito dall´egemonia culturale revisionista.
Così, quando Gianni Morandi annuncia nella prima conferenza stampa sanremese che quella canzone farà parte, insieme a diverse altre, di una serata dedicata all´unità nazionale, ecco che suona come “provocazione di parte” perfino l´inno più popolare dei combattenti per la libertà. Ed ecco che il direttore artistico Mazzi si sente in dovere di aggiungere che allora sarebbe bello eseguire anche «Giovinezza», canto fascista però di origini goliarde.
L´equiparazione etica e storica tra partigiani e repubblichini è del resto in atto perfino ufficialmente, con tanto di progetti di legge. Nessuna meraviglia, dunque, che un direttore artistico che cerca di navigare con destrezza nel mare limaccioso di questa Rai, consideri normale «bilanciare» una canzone partigiana con una canzone fascista. Da tempo – in questo senso come in altri – siamo un pezzo di Europa gravemente anomalo.
Lo sconcerto di chi nutre ancora sentimenti antifascisti è scontato. E la cosa più grave è che rischia di figurare, questo sconcerto, come uno sconcerto di fazione, essendo ridotto a fazione, negli anni, l´intero campo antifascista e repubblicano (la nostra attuale classe dirigente, con l´eccezione illustre del Capo dello Stato, antifascista non è). Detto questo, e per provare a dire una cosa meno scontata, la forte contrarietà non deve mai essere sinonimo di censura preventiva: le vicende della Rai ci hanno abituati agli isterismi a prescindere, con trasmissioni intere o pezzi di trasmissione valutati come indegni di andare in onda senza nemmeno sapere di che parlano e – soprattutto – come sono fatte.
Mettiamola così: un´esecuzione di «Giovinezza» da parte di squadristi in orbace, condotti da Lele Mora in qualità di primo spasimante mussoliniano d´Italia, potrebbe essere giudicata con favore solo da eventuali reduci della Decima Mas. Artisticamente parlando, sarebbe didascalica e dunque orrenda, quasi orrenda come la canzone di Pupo e del Savoia lo scorso anno. Piuttosto, e ammesso che gli interessati siano davvero interessati, una «Giovinezza» affidata alle cure di Elio e le Storie Tese, o di Paolo Poli, o di Corrado Guzzanti, potrebbe degnamente figurare. Dipende, ovviamente, in che maniera, con quali intenzioni, quale linguaggio e quale sguardo si ricanta il cupo inno del regime: tutti elementi scomparsi dal dibattito urlante che schiaccia le parole e gli atti, specie di chi lavora in tivù.
Riassumendo: la direzione artistica (e sottolineo l´attributo: artistica) del Festival può trarsi di impaccio solo in due maniere. La prima è lasciando perdere «Giovinezza». La seconda è trovando un´idea impeccabile, o perlomeno di alto livello, che inquadri quella canzone, e quel ventennio, nella loro realtà storica: quella di una tragica dittatura.

La Repubblica 04.11.10

"Una sfiducia a settimana", di Perluigi Castagnetti

Che Berlusconi non si dimetterà spontaneamente mi pare ormai assodato. Non c’è e non ci sarà mai alcun giudizio sulla sua indegnità morale e la sua incapacità politica a metterlo in crisi. Chi si è illuso del contrario evidentemente dimenticava le ragioni per cui è entrato in politica, e cercherà di restarvi sino all’ultimo minuto possibile.
Solo Fini può aprire la crisi del governo. Lo farà domenica prossima? È assai improbabile. Ritirerà la delegazione dei suoi uomini dal governo? È assai improbabile.
E se lo facesse, a quel punto Berlusconi – come ha minacciato nei giorni scorsi – sarà lui ad aprire la crisi? È assai improbabile. La strategia di Fini e quella di Berlusconi in questo momento sembrano sovrapporsi, ognuno dei due infatti punta a logorare l’altro.
Bene ha fatto Bersani a provarle tutte per unire le opposizioni e non mettere in difficoltà Fini e, all’interno del Pd, bene ha fatto Veltroni a togliere ogni alibi ad alleati e alleandi sempre pronti a scommettere sulle nostre divisioni. È giunto però il momento di chiedersi se non si debba procedere a un cambio di strategia.
Il Pd infatti è obbligato a giocare la scommessa e a farsi percepire come alternativa possibile a questa destra. Se questo governo è guidato da un personaggio che continua a ferire il prestigio del paese e, soprattutto, che condanna il paese a uno stallo non più sopportabile, si debbono assumere le iniziative conseguenti, quelle previste in tutti gli ordinamenti democratici. Occorre cioè presentare una mozione di sfiducia.
Una alla settimana, se necessario. Si costringe in tal modo Fini a votare contro e a fare quadrato con il governo? Forse. Una volta, due volte, tre volte.
Forse. Ognuno in democrazia mette la propria faccia ed assume le proprie responsabilità. Il Pd non può subire il logoramento di una situazione che fatalmente lo coinvolge.
Proprio ieri mi è capitato di arrabbiarmi con un mio amico brasiliano che mi ha confidato di aver votato per il candidato Serra e non per Dilma, la candidata sostenuta da Lula diventata presidente. Gli ho detto: ma quello è un candidato di destra! E lui: voi europei siete troppo superficiali e ideologici, Serra è un riformista, per di più competente e con senso dello stato. Da noi in questa fase la destra non c’è. Le elezioni presidenziali si sono giocate fra tre candidati riformisti, ciò che li distingueva era la credibilità personale. Questo ragionamento, associato alle considerazioni che ci vengono dalle elezioni di medio termine negli Stati Uniti e dalla lettura di altri dati della nuova geografia politica mondiale, ci porta alla conclusione che la globalizzazione sta scombussolando non solo gli equilibri economici e finanziari, ma anche quelli politici: nei paesi in espansione (Brasile, India, ecc.) la fiducia dei cittadini si orienta prevalentemente verso le formazioni di sinistra, i partiti riformisti, mentre in quelli dominati dalla stagnazione e dall’incertezza accade il contrario. Anche perciò, per tornare in Italia, la sfida del Pd è difficilissima.
In questa fase il quadro potrà cambiare solo se riusciremo a provocare la spaccatura della destra e – contemporaneamente – a recuperare quantomeno il nostro ex elettorato, cioè a raccogliere tutto il nostro elettorato potenziale.
Per raggiungere il primo obiettivo sinora abbiamo accettato di subordinarci alla strategia di altri, con risultati magri. Non dobbiamo per questo ora aggredire Fini, il nostro bersaglio continua ad essere questo governo inefficace e dannoso, ma dobbiamo metterlo garbatamente di fronte alle proprie responsabilità, se necessario una, due, tre e più volte.
Per il secondo obiettivo è necessario mostrare la potenzialità di una nostra iniziativa, non improvvisata certo, ma tenace e sistematica. Una iniziativa che non nasconda e non si nasconda l’urgenza, la profondità, la estrema difficoltà dei problemi che si proporranno al governo nei prossimi mesi. Problemi che vengono da più lontano alcuni, e altri chiaramente frutto della irresponsabilità di questo esecutivo. Basta fermarsi sulla cronaca degli ultimi giorni: i rifiuti, il disastro geologico destinato a ripetersi in ogni angolo del paese, la situazione esplosiva della finanza locale con le conseguenze che dobbiamo attenderci sul piano dei servizi, la ingovernabilità del sistema scolastico e di quello universitario, la totale assenza di una politica industriale e di una strategia infrastrutturale, e si potrebbe proseguire. In una condizione di casse vuote, nessuna maggioranza ce la può fare da sola, soprattutto se divisa al suo interno.
Occorre, perciò, dire con chiarezza che dopo Berlusconi si dovrà fare spazio a un governo politico, potenzialmente di unità nazionale o quanto meno di larga unità, la sola condizione tra l’altro per confidare nella possibilità che a guidarlo sia una personalità di grande prestigio, competenza e affidabilità internazionale, modello Ciampi appunto.
Vorrei che non dimenticassimo mai i dati dell’ultimo rapporto annuale “Gli italiani e lo Stato” (del dicembre 2009, oggi sono ulteriormente peggiorati) da cui risulta che mentre il presidente della repubblica continua a godere il 70,3 per cento di fiducia della popolazione adulta, la fiducia del parlamento è crollata al 18,3 per cento e quella dei partiti politici all’8,6 per cento.
Con questo volume di diffidenza, anzi di sfiducia, i margini di manovra non sono amplissimi, se non sapremo realizzare un riavvicinamento dei cittadini.
Proporre un governo di larga unità nazionale per il dopo Berlusconi non è un atto di debolezza, ma di responsabilità.
E solo la responsabilità della politica potrà favorire una nuova stagione di responsabilità della società.

da Europa Quotidiano 04.11.10

"L´abuso di potere. Quando è l´istituzione a violare tutte le regole", di Nadia Urbinati

Del potere non si può fare a meno; per questo, occorre limitarlo. Scriveva Hannah Arendt che il potere non ha bisogno di giustificazioni «in quanto è inerente a ogni comunitá politica». Ciò di cui ha bisogno è la legittimità. L´esercizio regolato e in pubblico del potere politico consente la limitazione che meglio si accorda con la legittimità e la libertà individuale, ovvero con i principi e la pratica della democrazia costituzionale. Arendt scriveva nel 1971, a commento di quanto l´opinione pubblica americana stava scoprendo, grazie alla stampa: uno schema di abuso sistematico di potere messo in atto dalla Casa Bianca per coprire il ruolo dei servizi segreti e del Dipartimento di Stato in Indocina e in Vietnam a partire dalla Seconda guerra mondiale.
Arendt metteva a nudo la manipolazione delle informazioni, la menzogna scientemente orchestrata, la violazione della costituzione e dei diritti civili. Coprendosi dietro il pretesto di fare gli interessi nazionali, i leader americani si curavano invece di salvaguardare la loro immagine. Coprivano le loro reali intenzioni e azioni per essere creduti limpidi dal pubblico. Presumevano, dunque, che il potere politico fosse pubblico proprio mentre lo usavano come un fatto privato – per questo la loro azione doveva restare nascosta, perché impropria secondo le leggi, ovvero perché un abuso.
L´abuso di potere è un fatto gravissimo perché distrugge una comunità politica trasformando i cittadini in sudditi, facendone oggetto di raggiro, mettendoli nella condizione di non sapere e quindi di non poter giudicare con competenza, lasciando chi governa nella straordinaria libertà di fare ciò che vuole. L´abuso mina alla radice la fiducia senza la quale non si danno relazioni politiche in una società fondata sul diritto. Il liberalismo ha colto al meglio questo problema, poiché ha da un lato assunto che il potere è necessario, e dall´altro che il suo esercizio stimola negli uomini la propensione a non averne mai abbastanza e quindi ad abusarne. Il potere alimenta la passione per il potere con un´escalation fatale verso il monopolio. Le costituzioni moderne partono tutte dalla premessa che ci si debba sempre attendere la violazione e l´abuso da parte di chi esercita il potere e per questo istituzionalizzano le funzioni pubbliche e stringono il potere politico dentro norme rigide e chiare. Da questa concezione liberale ha preso forma l´idea che l´unica legittimità che il potere politico può acquisire è quella che viene dal rispetto delle garanzie di libertà individuale e, quindi, dalla limitazione e dal controllo del potere (limitazione nella durata e nell´intensità grazie alle elezioni, ai controlli di costituzionalità e alla divisione dei poteri) attraverso vincoli che chi governa non può manomettere. Violare i limiti che la difesa di questa libertà impone equivale a mettersi fuori della legge (un fatto di sedizione che indusse John Locke a giustificare la disobbedienza e la ribellione, aggiungendo con toni sconsolati che purtroppo i popoli hanno più capacità a subire gli abusi che a ribellarsi ad essi). Il potere che opera d´arbitrio non è più potere politico, quindi, ma é dominio assoluto e dunque nuda forza che fa di chi lo subisce un servo a tutti gli effetti. La differenza fra dominio e governo sta tutta qui.
Le riflessioni di Hannah Arendt si adattano come un guanto a ciò che sta avvenendo nel nostro paese. Il fatto che invece di una guerra ingiusta ci siano in ballo relazioni erotiche con minorenni e giovani donne non cambia la natura dell´arbitrio. Semmai la rende più sordida e avvilente. Ma anche nel caso italiano la manipolazione, la confezione ad arte dei fatti, e il nascondimento sono le armi usate da un governo, che, ci ha spiegato Giuseppe D´Avanzo, ha istituito un “tavolo di crisi” per riscrivere “la verità del premier sulla telefonata in questura”. Al nascondimento del vero si è aggiunto lo stravolgimento studiato dei fatti (con risvolti che mettono l´Italia in pessima luce nelle relazioni internazionali) perché nella telefonata fatta per convincere a rilasciare la minorenne si è detto che la ragazza era la nipote del presidente egiziano Mubarak. Il presidente del Consiglio italiano usa la sua autorità di garante dell´interesse nazionale per coprire una sua azione illecita. Abuso a tutto tondo, e inoltre presa in giro del proprio Stato e coinvolgimento mendace di uno Stato straniero.
In una democrazia costituzionale il Presidente del Consiglio e i ministri (il potere esecutivo) ricevono legittimità dal patto fondativo che detta le regole della loro designazione e della loro durata e, se necessario, della loro destituzione per la possibilità di essere sottoposti alla giustizia ordinaria “per i reati commessi nell´esercizio delle loro funzioni” in seguito all´autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati (Art. 96, il quale nella formulazione originaria del 1947, poi sopposta a revisione nel 1989, era molto più severo e prevedeva la possibilitá della messa in “stato d´accusa”, una formula simile all´impeachment americano). Queste regole e questi limiti definiscono quello politico come agire pubblico, stabilendo che esso appartiene alla comunità politica e non a chi lo esercita, il quale non può sostituire il suo personale giudizio su come relazionarsi alle istituzioni a quello definito dalla legge, dalla quale egli dipende. L´abuso blocca proprio la dimensione pubblica del potere rendendone l´esercizio un fatto tutto privato; è a questo punto che il potere si fa nuda forza, discrezione nella mani di chi lo maneggia, come strumento di privilegio. Il governante che viola le norme che regolano il suo operato si impossessa del potere e lo piega ai suoi interessi.

La Repubblica 04.11.10

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Se dimettersi è un obbligo

Così viene meno la fiducia dei cittadini che è alla base di ogni società democratica fondata sul diritto
In una repubblica costituzionale i ministri ricevono legittimità dal patto fondativo che detta le norme del loro comportamento
Per dieci anni direttore dell´Economist, Bill Emmott dedicò varie copertine a Berlusconi, inclusa una diventata famosa che lo definiva, a causa del conflitto d´interesse e dei suoi processi, “indegno di governare”. Conosce bene il nostro paese, ci ha appena scritto un libro intitolato Forza, Italia, sottinteso: forza, Italia, liberati di Berlusconi e riprendi a volare. Ma anche lui è stupito degli ultimi sviluppi: «Un simile abuso di potere sarebbe inconcepibile nel mondo anglosassone e in qualsiasi paese democratico».
Che cosa la colpisce di più?
«Tutti i politici chiedono e ottengono favori. Tutti cercano di abusare del proprio potere. Ma se c´è un confine invalicabile è il lavoro della polizia. Cercare di influenzare una decisione delle forze dell´ordine è un abuso che in Gran Bretagna, in America, ma pure in Giappone o in Germania, condurrebbe dritto alle dimissioni di chi ne è responsabile».
Nel Regno Unito, veramente, ci sono stati ministri che si sono dimessi per molto meno.
«Certamente. Peter Mandelson fu costretto a dimettersi perché accusato di avere aiutato un uomo d´affari a ottenere la cittadinanza britannica. Un´accusa peraltro mai provata in un tribunale e di cui lui continua a professarsi innocente. Ma Blair, allora premier, ritenne che il comportamento di Mandelson, sebbene legale, desse un´impressione di improprietà e questa era diventata un danno per il partito laburista e dunque per il governo. Quindi ne chiese le dimissioni».
Il ministro degli Interni David Blunkett si è dovuto dimettere per una nanny…
«Sì, per avere apparentemente chiesto l´accelerazione della pratica che doveva assegnare o respingere il permesso di soggiorno della baby-sitter straniera di una sua amica, o meglio della sua amante. Quella nanny ha poi ottenuto il permesso, perché ne aveva tutto il diritto. Ma l´intervento del ministro è bastato a farlo dimettere».
Cos´è che tiene così severamente a bada gli abusi del potere, in Gran Bretagna e altrove?
«Da un lato il senso etico. La fairness, l´imparzialità, l´equità, è un dovere di chi governa la cosa pubblica e la gente si aspetta che venga rispettato. Poi ci sono i regolamenti: norme che dicono cosa i membri del governo possono fare e non fare, amministrate dal civil service, funzionari dello stato non schierati politicamente. Nell´Italia berlusconiana forse è difficile immaginare che una simile imparzialità sia possibile, ma in questo paese e in America succede».
E che ruolo hanno i media?
«Fondamentale. Stampa e tivù vanno all´attacco di qualsiasi sospetto di comportamento improprio. Senza distinzioni di parte. Il Telegraph, quotidiano conservatore, ha screditato decine di deputati dei Tories nello scandalo sui rimborsi spese. La Bbc, diretta da laburisti, ha dato del bugiardo a Blair per i dossier sulle armi in Iraq».
Quindi, tradizione etica, norme severe e un´informazione libera. Eppure gli abusi di potere ci sono anche all´estero.
«La corruzione del Giappone è leggendaria. E negli Usa basta dire Watergate, il padre di tutti gli abusi politici. Ma raramente chi abusa del proprio potere la fa franca, come dimostrano sia la fine di Nixon nel Watergate, sia gli innumerevoli leader giapponesi travolti da scandali di corruzione».
Cosa c´è dunque di insolito nel caso italiano?
«Due aspetti. È l´abuso di un´istituzione statale nei confronti di un´altra: il governo che dice alla polizia cosa deve fare. E poi il fatto che il responsabile, Berlusconi, non si dimette. Almeno per ora».

La Repubblica 04.11.10

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“La cultura della menzogna”, di Aldo Schiavone

Da sempre, il potere intrattiene con la verità e con il suo contrario un rapporto difficile. Il potere si nasconde, e mente e falsifica per conservarsi e crescere. È anche per cercar di sciogliere questo nodo, che è nata la democrazia: con i governanti finalmente in pieno sole, visibili al centro della piazza – e non più nell´ombra dei palazzi o dei templi – sotto lo sguardo vigile del popolo riunito in assemblea, cui non si sarebbe potuto celare nulla.
Il potere è per sua natura asimmetrico: il suo esercizio sospende l´eguaglianza, e produce al suo posto uno squilibrio, un dislivello, un più e un meno. Questa dissimmetria è ineliminabile, ed è come la forza di gravità che curva lo spazio intorno a sé: distorce tutto quello che le sta intorno – rapporti sociali, discorsi, comportamenti. E proprio come la gravità, essa distorce anche la luce, che scivola e devia – assorbita, riflessa, rifratta – tramutando la sua rettilineità originaria in un ingannevole gioco di oscurità, di inganni e di misteri: l´irresistibile segretezza del potere, che ama nascondersi e dissimularsi: questo è la sua verità – gli “arcana imperii”, dicevano i Romani, che ne capivano.
Le democrazie moderne hanno costruito nel tempo dispositivi efficaci per ridurre i rischi di questa ineliminabile deriva. Essi ruotano intorno a due assi fondamentali. Da un lato, la libertà della conoscenza, la diffusione dell´informazione, lo sviluppo senza limiti della capacità critica del pensiero e delle opinioni: l´impianto illuministico, insomma. Dall´altro, la sottomissione del potere alla legge e alla regola giuridica – costituzionalismo greco e diritto romano – per stringerlo in una rete dalle maglie sempre più fitte, dalle quali fosse impossibile sfuggire, e che riuscissero a contenere il suo esercizio senza mai trasformarlo nel suo abuso: senza cioè che la dissimmetria diventasse arbitrio. Si è aperta così una partita complicata, e dagli esiti tutt´altro che scontati, i cui movimenti hanno riempito il tempo della nostra modernità. Le vittorie, sono sempre provvisorie. Le sconfitte, rovinose e portatrici di sventure.
È per potersi tramutare in abuso, che il potere mente: per meglio dire, produce un suo regime di verità, che non esita a ricorrere alla più brutale falsificazione dei fatti per imporsi, e diventare dominante. La storia del Novecento è piena di grandi menzogne prodotte da poteri che si erano totalmente trasformati in abusi mostruosi: la menzogna delle razze per aprire la strada allo sterminio; la menzogna dell´Italia come potenza militare e imperiale, per costruire al fascismo un consenso di massa; la menzogna sociale sovietica, per poter sostituire l´irrealizzabilità del comunismo con un regime inetto e dispotico.
Accanto a queste menzogne che chiamerei “di sistema”, esistono poi le menzogne e le falsificazioni “locali”, d´occasione, ma non meno inquinanti e pericolose, che non escludono a prima vista la democrazia – come le altre – ma anzi sembrano poter convivere con essa, e presentarsi solo come suoi piccoli aggiustamenti. E sono invece tossine micidiali: a non combatterle, se ne resta paralizzati. Menzogne per coprire abusi, e che ne producono altri: in una spirale perversa e inarrestabile. Fino al corto circuito conclusivo: “non leggete i giornali” (come ha detto il nostro Premier) – tutti i giornali, da Repubblica al New York Times: la menzogna che non potendo aver ragione della realtà, distrugge almeno lo specchio, per non vedercisi dentro.

La Repubblica 04.11.10

Sicurezza edifici, la tragedia di San Giuliano di Puglia non è servita a nulla?

Dura denuncia della Cgil del Molise, che ad 8 anni dal terremoto parla di sprechi di denaro pubblico e mancanza di un piano di dimensionamento. Non solo: diversi edifici andavano chiusi, non ristrutturati. Sarebbe stata poi ignorata la norma della 133/08 che modifica i parametri per costituire le classi: nella Regione ben 80 plessi a rischio. Il Governo fermo agli annunci.
Anche dopo la tragedia di San Giuliano di Puglia, durante la quale a seguito del terremoto persero la vita 27 alunni della scuola elementare Jovine e la loro maestra, la sicurezza degli edifici scolastici del Molise sarebbe tutt’altro che migliorata: a dichiararlo, in occasione dell’ottavo anniversario dall’evento, è il segretario regionale della Cgil del Molise, Sergio Sorella. Attraverso un documento, il sindacalista spiega che ancora oggi, malgrado la terribile esperienza, sono “sotto gli occhi di tutti gli sprechi di denaro pubblico utilizzato per ristrutturare scuole, spesso al di sotto dei parametri previsti dalla legge, fatti senza una previsione programmatica di un piano di dimensionamento scolastico che unisse plessi, offerta formativa territoriale ed utilizzo del denaro pubblico”.
Insomma, per la Cgil “la sicurezza delle scuole molisane è ancora una ‘chimera’” perché a regnare sarebbero ancora “: basta dire che recentemente il ministero dell’Istruzione “ha comunicato l’elenco delle scuole con criticità edilizia: nella Regione i plessi sono oltre 80, distribuiti su tutto il territorio regionale, da Venafro a Termoli, con l’indicazione della via e del tipo di scuola “.
In base a quanto risulta alla Cgil anche “gli interventi sono stati a dir poco estemporanei: il nuovo regolamento sulla ‘Riorganizzazione della rete scolastica e sull’utilizzo delle risorse umane’ in attuazione del comma 4 dell’art. 64 della L. 133 del 6 agosto 2008, ha modificato i parametri per la costituzione delle classi. Sono stati ristrutturati plessi che secondo queste nuove regole dovranno chiudere”. Rendendo ancora più preoccupante la linea espressa ad inizio d’anno scolastico dall’associazione Cittadinanzattiva, secondo cui il problema della sicurezza dei nostri istituti sarebbe da arrecare principalmente alla loro scarsa manutenzione.
Ma dal sindacato non giungono solo denunce: il rappresentante regionale della Cgil indica che urge attuare “un’analisi seria di come gli edifici scolastici sono tenuti”, oltre checapire che tipo di “piano di manutenzione è stato fatto” e “quali prospettive future si delineano per la sicurezza degli studenti molisani”. Serve però uno cambio di marcia: sinora arebbe stati più volte sollecitati, senza esito, i prefetti della provincia di Campobasso e di Isernia a vigilare “per il rispetto della normativa riguardante la composizione delle classi e le regole sulla sicurezza concernenti gli spazi necessari ad ogni alunno dentro una classe e nel richiedere il rispetto della normativa in materia”.
Intanto il Governo che fa? Dopo l’annunciato sblocco, in estate, di una prima tranche pari a 375 milioni di euro da destinare alle urgenze è giunto il momento che passi ai fatti: anche per rispetto agli alunni e studenti rimasti sotto le macerie o travolti da un tubo di ghisa incredibilmente dimenticato nel controsoffitto.

Tecnica della Scuola 04.11.11

"La Cgil a Susanna Camusso. Prima donna, svolta storica", di Felicia Masocco

Susanna Camusso è la nuova segretaria generale della Cgil, l’ha eletta ieri il Direttivo con il 79,1% dei voti. «Sarò la segretaria di tutti», esordisce tra gli applausi. Controlla la commozione, è la prima donna leader nella storia ultracentenaria del principale sindacato italiano. «È un’emozione indescrivibile», dirà più tardi. I fotografi la chiamano, le chiedono di posare con il mazzo di rose rosse che le hanno appena regalato, per uno scatto che resterà nella storia del movimento sindacale. Lei tenta di sottrarsi, non concede molto alla retorica e al cerimoniale dell’evento. «Ringrazio chi mi ha sostenuta e chi mi ha contrastata» è il suo saluto. Sono stati 21 i voti contrari, il 13,3%dei158votanti; 12gli astenuti, il 7,6%.

LE SFIDE Abito grigio antracite,come gli stivali con tacco alto, al collo un ciondolo con il quadrato rosso della Cgil e poi un curioso gioiello, un “tirabaci”, anello e bracciale insieme, «è di ispirazione indiana – spiega –Ma questo è di un artigiano milanese». Stop, il colore finisce qui. E inizia il suo mandato «un’avventura difficile», la definisce. Inizia la politica con le sue sfide. A cominciare dalla percentuale dell’elezione, inferiore all’83% che la mozione che ha sostenuto Epifani, e dunque la sua candidatura, aveva preso al congresso. Delusa? Preoccupata? Per nulla. «Credo che sia un grande risultato, abbiamo avuto un congresso non facile. Mi aspettavo meno» risponde sorridendo. «Avevo ragione io», le fa eco Guglielmo Epifani che l’affianca in conferenza stampa e che a proposito della nuova elezione parla del «superamento di un ritardo inaccettabile». Hanno votato contro gli esponenti della «Cgil che vogliamo », l’area di minoranza uscita dal congresso. Il perché lo ha spiegato il portavoce, Gianni Rinaldini: «È in corso un confronto tra le parti sociali cui la Cgil partecipa senza nessun coinvolgimento né mandato del direttivo », e Camusso «ci ha appena spiegato che continuerà il confronto, affrontando il capitolo della produttività. Con quali posizioni?». Dissenso interno dunque, dalla stessa area che, con la Fiom e dopo la grande manifestazione del 16 ottobre, chiede alla Cgil uno sciopero generale subito. È in agenda? «Per qualunque dirigente sindacale lo è sempre. Non è un rituale, però, non è un’evocazione, si usa quando serve – replica la segretaria -. Durante questa crisi la Cgil ne ha già fatti tre. È uno strumento che abbiamo usato e che utilizzeremo quando tutti insieme, Cgil e direttivo, decideremo di farlo». Per ora in agenda c’è la manifestazione del 27 novembre. Una sfida, dunque, è quella interna. Ma non la più importante in un sindacato abituato alla dialettica. «La Fiom non è e non sarà mai una spina nel fianco della Cgil -continua Susanna Camusso- Ci confronteremo e credo che anche la Fiom farà le sue proposte, non starà solo in difesa». La sfida più importante è «rimettere al centro il lavoro» in un paese che continua a pensare ad altro. «I lavoratori attendono risposte», la Cgil deve darle anche «riconquistando» un modello contrattuale, «con regole e innovazione, non deroghe e conservazione », precisa. Riprendere il filo dell’unità sindacale: ecco dunque una proposta da fare sulle regole di rappresentanza e democrazia. Quanto alla politica, ammesso che il caso Ruby lo sia, «si sta facendo un danno gravissimo al Paese e si stanno offendendo sempre più le donne». «C’è bisogno di un’alternativa». «In questa fase la nostra amarezza è per la frantumazione di quella che potrebbe essere l’alternativa per il Paese. Il centrosinistra riparta dal lavoro».

L’Unità 04.11.11

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“La Cgil diventa rosa, via all´era Camusso”, di Luisa Grion

Ci sono voluti cent´anni di storia, ma alla fine una donna ha conquistato il vertice della Cgil. Da ieri Susanna Camusso è il nuovo segretario generale del più grande sindacato italiano: il consiglio direttivo l´ha eletta con il 79,1 per cento dei consensi, i voti contrari sono stati il 13,3 per cento, gli astenuti il 7,6.
Con fiori, abbracci, standing ovation e una manciata di cornetti rossi portafortuna regalati alla nuova leader si apre quindi l´era del dopo-Epifani. «Sarà un´avventura difficile» ha detto la Camusso, che si trova a guidare la Cgil in un momento in cui la crisi è tutt´altro che chiusa, l´unità sindacale è un ricordo lontano, la Fiat una questione molto spinosa e complessa e anche sul fronte interno c´è qualche problema con la Fiom.
Parte dei 21 voti contrari sono arrivati proprio dalle tute blu, la cui ala minoritaria considera la sua impronta troppo moderata. «Non condividiamo il programma, c´è un problema di democrazia interno» ha commentato Giorgio Cremaschi, che rappresenta la corrente di minoranza «la Cgil che vogliamo». Parole davanti alle quali la Camusso non ha fatto una piega. «Con la Fiom in qualche occasione abbiamo avuto discussioni e opinioni diverse, ma nessuno dimentica che le esigenze dei metalmeccanici sono quelle dei lavoratori». Al sindacato delle tute blu, però, «chiediamo che non sappia solo difendere, ma anche proporre».
Per il resto parole molto chiare per il governo: «Non fa nulla per il paese e come paese non ce lo meritiamo». Una dura stoccata all´idea che Berlusconi ha del ruolo femminile: «La condizione delle donne – ha detto – è il metro di misure della democrazia e su questo il paese non sta tanto bene. Bisogna riconquistare la capacità di indignarsi e continuerò a sollecitare indignazione e reazione». Una bella tirata d´orecchie anche al ministro Brunetta che, in quanto femmina, si aspetta da lei una «maggiore flessibilità rispetto al Epifani». «Ha un´idea sbagliata delle donne e del lavoro» gli ha risposto la Camusso.
Un debutto deciso, dunque, osannato da una marea di «benvenuta» e di congratulazioni. A partire da quelle di Berlusconi stesso – che si augura «di poter operare insieme nell´interesse supremo del paese e dei suoi cittadini» – e del ministro Sacconi, che spera in lei per una «maggiore disponibilità alla mediazione sindacale». Stesso augurio che le fanno Bonanni, leader della Cisl, che spera di trovare «un percorso unitario», e Angeletti, leader della Uil che con lei si augura di avere «rapporti meno complicati». Auguri e complimenti le sono arrivati dalla Confindustria, da Fini, Schifani e praticamente da tutto l´arco politico: da Bersani all´Udc. L´unica a non essersi espressa è stata la Lega.
Fa molto effetto il fatto che il leader della Cgil sia una donna, anche se la Camusso ha alle spalle trentacinque anni di esperienza sindacale. La Carfagna, ministro delle Pari opportunità ha parlato di «svolta epocale che, come donna, mi riempie d´orgoglio». Oggi il passaggio delle consegne con Guglielmo Epifani che di lei dice «sarà un grande segretaria generale, è la mia segretaria, con una donna alla guida abbiamo colmato un ritardo non accettabile».

La Repubblica 04.11.11

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Camusso: ho una bozza da sottoporre a Bonanni e Angeletti sulla base degli accordi del ’93. “Ora un’intesa con Cisl e Uil”, di Alessandro Barbera

Attorno al grande tavolo al quarto piano di Corso d’Italia, Susanna Camusso tormenta un piccolo mazzo di chiavi. Al collo ha un grande gioiello quadrato e rosso, simbolo della Cgil. Risponde con uno sguardo di abbagliante durezza. «Mi chiede se questo governo ha fatto qualcosa di buono? Non mi viene in mente proprio nulla. La verità è che più governa, più fa danni. Prima se ne va a casa, meglio è». Con 125 sì su 158, poco meno dell’80% dei consensi, da poche ore il direttivo del primo sindacato italiano l’ha eletta primo successore donna di Giuseppe Di Vittorio. Ha ricevuto un mazzo di rose rosse, la «cortesissima» telefonata di Gianni Letta, gli auguri di Emma Marcegaglia e Raffaele Bonanni. «Il premier? Al momento non pervenuto». Poco dopo riceverà il suo telegramma di auguri: «Operiamo insieme per il bene del Paese».
Lo stile di Susanna Camusso ricorda il vecchio adagio caro a Theodore Roosvelt: Speak softly and carry a big stick. «Dicono che in Cgil amiamo il conflitto. Chi lo dice dimentica che il conflitto è connaturato a qualunque relazione, serve a migliorare la condizione delle persone e delle coppie. Il problema del conflitto è come lo si governa. E’ uno strumento, non un fine». Il destino non poteva scegliere per lei momento più complicato: un governo alle prese con una crisi quasi irreversibile, le polemiche sulle abitudini sessuali del premier, l’irrisolta spaccatura con Cisl e Uil sul caso Fiat e non solo. «La Cgil in cui mi impegnerò è una organizzazione capace di indignarsi per quanto ci accade attorno. Penso allo stato di schiavitù cui sono costretti certi lavoratori di Rosarno, alle donne trattate come merce, all’arretramento culturale cui assistiamo: quel che accade è la negazione di tutto ciò per cui hanno lottato. C’è bisogno di esempi e moralità. Dicono che siamo un sindacato di pensionati. Non è vero: l’età media dei nostri iscritti alla Filcams è trent’anni. Certo, i troppi contratti a termine cui sono costretti i giovani non ci aiutano. Dobbiamo fare di più: a loro dedicheremo una delle nostre prime iniziative».
Il nuovo leader della Cgil appare cauto e sferzante, autonomo e radicale. Non riconosce al governo la messa in sicurezza dei conti pubblici. Trova «terribilmente propagandistico dire che la disoccupazione c’è anche perché nessuno vuol fare lavori manuali». Non è d’accordo con Emma Marcegaglia quando sostiene che le elezioni vanno evitate a tutti i costi. E però «il dopo non è compito mio: per quello ci sono le valutazioni del Presidente della Repubblica e la Costituzione. Fino a che il governo è in carica, tratto con lui. Credo alla distinzione dei ruoli: io sono il sindacato». L’unità sindacale? «E’ essenziale, dobbiamo riprendere il filo del dialogo. Ma oggi sono combattuta. Da un lato accadono cose mai viste e insopportabili, dall’altra conto 56 contratti firmati unitariamente. Poiché non credo che arriverà in fretta una legge che attui gli articoli 39 e 40 della Costituzione, stiamo mettendo a punto una proposta di accordo pattizio da presentare a Cisl e Uil. Il modello è l’accordo del 1993 sulle rappresentanze sindacali unitarie».
Camusso, che da quelle parti ha militato a lungo e non senza traumi, sa che la Fiom la attende al varco con i fucili metaforicamente puntati. «Non è un corpo estraneo alla Cgil, neanche per idea. Con loro c’è e ci sarà sempre una dialettica, hanno un forte profilo identitario. Voglio però dire con chiarezza alla Fiom che difendere quanto si ha non basta». Di sciopero generale per ora non vuol sentir parlare: «E’ nell’agenda di ogni sindacato per sostenere le proprie ragioni. Ma non è un rituale, lo si usa quando serve. Lo faremo se il direttivo riterrà opportuno proclamarlo».
Il pensiero corre velocemente al caso Pomigliano e alla polemica con Sergio Marchionne. Camusso scarta un cioccolatino. Si accende una sigaretta. «Voglio discutere anche con lui. Voglio discutere del piano industriale della Fiat, dei suoi investimenti, di cosa ha davvero in serbo per l’Italia. Sia chiaro però che resto fredda alla tesi che la crisi si affronta riducendo i diritti. Si parla tanto di produttività, ma quello che hanno dato in più ai lavoratori viene dalla monetizzazione di dieci minuti di pausa in meno e dal rispetto di un accordo del 1971. Non è vero che in Italia manca la cultura della partecipazione. I lavoratori, anche quelli della Fiat, sono affezionati e appassionati. Ben venga una maggiore partecipazione, siamo interessati a discuterne. Ma ricordo che nel tanto propagandato sistema tedesco i sindacati aziendali hanno un potere importante. Fino al veto».

La Stampa 04.11.11

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Camusso conquista la Cgil

Per Susanna Camusso, la prima donna alla guida della Cgil, si è espresso il 79% del parlamentino di Corso d’Italia in un voto a scrutinio segreto. «È un risultato importante, pensavo di ottenere di meno», ha detto “a caldo” la sindacalista raccogliendo il testimone da Guglielmo Epifani che ha commentato: «sarà un grande segretario».
L’area del dissenso interno che fa riferimento soprattutto alla Fiom appare indebolita rispetto al congresso di Rimini, considerando che la seconda mozione aveva ottenuto il 17,07% dei consensi. Sui 162 aventi diritto nel direttivo hanno votato in 158 (97,5%), i sì sono stati 125 (79,1%), i no 21 (13,3%), 12 gli astenuti (7,6%). La sindacalista milanese, che nel 1975 da giovanissima ha mosso i primi passi nell’ambito dell’esperienza unitaria della Flm, ieri nel suo primo intervento da segretario generale ha ricordato che l’«unità sindacale rappresenta un punto essenziale di riferimento», consapevole che la divisione con Cisl e Uil abbia prodotto «un deficit di risultati per i lavoratori». Nella sua lunga esperienza in Cgil Susanna Camusso non ha «memoria di un periodo così buio nei rapporti con gli altri sindacati», per tentare di ricucire propone di partire «dalle norme sulla rappresentanza e la democrazia, in modo da darci le regole per stare insieme nonostante le differenze».
Il neosegretario della Cgil non ha sciolto le riserve sullo sciopero generale invocato dalla Fiom, ricordando comunque che la Cgil da sola ne ha già organizzati tre: «Lo sciopero generale è nell’agenda di qualunque sindacato quando deve sostenere le sue proposte e la sua piattaforma – ha detto –. Non è un rituale, è uno strumento che si usa per ottenere un risultato e il gruppo dirigente valuterà, se e quando farlo». A chi le ha chiesto se la Fiom rappresenti una spina nel fianco, Susanna Camusso – che nel 1992 insieme ad altri riformisti fu emarginata dall’ala massimalista delle tute blu – risponde che «per la Cgil nessuna categoria può essere un problema ma è una parte dell’organizzazione», invitando nel contempo i metalmeccanici a non trascurare che «questa é una stagione in cui la confederazione ha l’onere di fare una proposta e chiediamo anche alla Fiom di essere un sindacato che oltre a difendere sappia anche proporre». Proprio come chiede a gran voce la minoranza riformista delle tute blu della Cgil.
Camusso ha chiamato in causa il Governo per aver «scientemente lavorato per dividere il sindacato e peggiorare la crisi», denunciando «siamo l’unico paese in cui durante la crisi non c’é stato un confronto con le parti sociali». Riferendosi agli imprenditori, incontrati in questi giorni ai tavoli del patto sulla crescita, ha detto di cogliere «l’esigenza delle imprese in questa fase di cercare di cogliere le risposte non avute dal governo», auspicando che «le parti sociali, sapranno con una pressione congiunta, cambiare le cose». Per quanto riguarda i rapporti con la politica – è stata socialista, ha la tessera del Pd – Camusso rivendica: «La Cgil è gelosa della sua autonomia. Ma pensiamo anche che non si è mai autosufficienti e la nostra attenzione è sempre verso quelle forze di progresso». Oggi la Cgil ha organizzato al Quirino una cerimonia di saluto ad Epifani che andrà a presiedere la fondazione Bruno Trentin.
Di «svolta epocale» parla il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, mentre Confindustria auspica che «il suo mandato possa tradursi in uno spirito di collaborazione tra le parti sociali e le istituzioni, nel rispetto dei reciproci ruoli, con il comune obiettivo della crescita». Per il lader della Cisl, Raffaele Bonanni, l’elezione di Susanna Camusso «deve portare a rapporti migliori tra i sindacati, senza settarismi e ideologismi». Il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, è «fiducioso in un cambiamento».

Il Sole 24 Ore 04.11.10