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"L'America si chiuderà in se stessa", di Bill Emmott

E così, come previsto, le elezioni di medio termine del Congresso americano hanno portato una sconfitta drammatica per il Partito Democratico in generale e per Barack Obama in particolare, con i repubblicani che prendono il controllo della Camera dei Rappresentanti, riducono la maggioranza democratica in Senato e si aggiudicano un bel po’ di governatori di Stato. Ma cosa è realmente cambiato?

La genialità della Costituzione americana, così come progettata dai Padri Fondatori oltre due secoli fa, assicura che la risposta immediata è: molto poco. La risposta a più lungo termine, tuttavia, potrebbe essere diversa, a seconda di come il presidente Obama reagirà a questa battuta d’arresto.

Ben poco cambierà subito perché l’intero sistema democratico americano è stato progettato per impedire un cambiamento drammatico attraverso l’equilibrio dei poteri tra il Congresso, la Casa Bianca e la magistratura. Se la nuova maggioranza repubblicana alla Camera deciderà di cercare di abolire quella che è vista come la più controversa scelta politica di Obama, la sua riforma sanitaria, Obama potrà semplicemente porre il veto sulla proposta di legge.

Inoltre, per la maggior parte di quest’anno, da quando la riforma sanitaria è stata approvata ed è stato concordato il disegno di legge sulla riforma finanziaria, l’agenda di politica interna della Casa Bianca è stata comunque in una fase di stallo. Non c’era possibilità di ottenere innovazioni legislative di peso attraverso il Congresso. Quindi, di nuovo, poco è cambiato.

Una situazione in cui una parte ha la presidenza e l’altra controlla il Congresso è comunque il normale stato delle cose nella politica degli Stati Uniti. E’ stato così per sei anni del mandato di Ronald Reagan negli Anni 80, per sei anni con Bill Clinton nei 90 e per i quattro anni conclusivi di George W. Bush. Il controllo di un solo partito è l’eccezione, non la regola.

Il presidente Obama dovrà ora trovare un modo per lavorare con il Congresso dominato dai repubblicani, cercando nel contempo di garantire che questi condividano la responsabilità agli occhi del pubblico per qualsiasi difficoltà nel governare e, soprattutto, per la persistente debolezza dell’economia. I repubblicani probabilmente preferiranno il confronto, soprattutto quelli (una minoranza, ma rumorosa) che sono giunti al potere con il sostegno dell’assai conservatore, alcuni direbbero fondamentalista, movimento del Tea Party.

Eppure il tema principale del loro programma congiunto – il deficit di bilancio – lo renderà difficile. La maggior parte delle discussioni verterà sulle spese da tagliare e su dove dovrebbe diminuire la pressione fiscale. L’obiettivo della Casa Bianca, presumibilmente, sarà quello di far apparire i repubblicani contrari all’unica cosa che essi, e il Tea Party, verosimilmente auspicano: un governo più snello e un deficit minore. L’obiettivo sarà farli apparire degli ipocriti.

Ed ecco entrare in gioco la riforma sanitaria. La creazione di una copertura universale per l’assistenza sanitaria è il risultato di cui va maggiormente orgoglioso il presidente Obama, ma anche quello per cui è più impopolare. I repubblicani cercheranno di imputare il disavanzo di bilancio al suo piano sanitario, nella speranza di renderlo uno dei temi principali delle elezioni presidenziali del 2012. Il suo obiettivo, che finora non è riuscito a cogliere, sarà quello di convincere la maggioranza del pubblico americano che il piano sanitario non è solo equo e giusto, ma anche conveniente.

La battaglia per il 2012 è, in effetti, iniziata oggi. Gli aspiranti candidati repubblicani sono occupati a interpretare il significato dei risultati di medio termine per le proprie prospettive. Sarah Palin, eroina del Tea Party e ora celebrità televisiva, starà cercando di decidere per quanto tempo ancora continuare a negare la sua candidatura, per mantenere la sua carriera televisiva, ma anche per continuare a coltivare l’immagine di outsider. Ma anche la battaglia per la conservazione a lungo termine della riforma sanitaria di Obama è iniziata oggi.

Il potere di veto del Presidente assicura la sua sopravvivenza per altri due anni, e passerà indenne attraverso il cambiamento del Congresso. Ma il motivo per cui i risultati di ieri potrebbero avere un impatto maggiore nel lungo periodo, è che probabilmente non sopravviverebbe a una vittoria repubblicana nel 2012. Poi, insieme all’abrogazione del sistema sanitario arriverebbe un programma più ampio per ridurre le dimensioni e i costi del governo federale.

Il presidente Obama ha detto in passato che è meglio essere il presidente di un solo mandato che ha ottenuto grandi cose piuttosto che essere riconfermato e fallire. Ma la verità è che ha bisogno di due mandati per preservare i suoi successi. I suoi consulenti oggi staranno cercando di elaborare per lui una serie di obiettivi e parametri di riferimento per i prossimi 12 mesi, che dovrà raggiungere se vuole essere rieletto.

Uno di questi, come già detto, è cambiare il risultato dei sondaggi sulla riforma sanitaria. Più importante, tuttavia, è un calo della disoccupazione e che un po’ di merito ne vada alla Casa Bianca. L’economia americana attualmente cresce al 2% annuo, un tasso che sarebbe considerato positivo in Europa, ma che è troppo lento per ridurre la disoccupazione negli Stati Uniti, dove la popolazione e la forza lavoro sono entrambe in crescita. Terzo punto all’ordine del giorno una soluzione credibile delle crisi in Afghanistan e in Iraq, in modo da poter dire che l’America è di nuovo sulla strada giusta in politica estera e non manda più i suoi figli e le sue figlie a morire all’estero.

L’ambiente, già grande speranza dell’amministrazione Obama, per il momento può essere dimenticato. Il protezionismo, sempre un grande spauracchio quando la disoccupazione americana è alta, si avvia a diventare un pericolo crescente, in special modo se la Cina rifiuta di rivalutare la sua moneta. Soprattutto, però, da un punto di vista internazionale, l’America tra oggi e il 2012 sarà in una sorta di limbo: preoccupata per le sue lotte interne e profondamente restia a prendere iniziative all’estero, a meno che gli eventi la forzino a farlo.

traduzione di Carla Reschia

La Stampa 04.11.10

"Scuola, se chiedo una sedia perdo la paga", di Mila Spicola

Dear Prudence, open up your eyes …Look around around around around That you are part of everything Cantavano i Beatles, guardati intorno, mia cara Prudence, perché sei parte del tutto. Con prudenza, se credi, ma fallo. Parlo di presidi (domanda: come ha recepito la riforma il vostro preside?).
Tra le mie mail questa settimana ho trovato un invito dalla preside Pia Blandano della scuola Antonio Ugo di Palermo: “Il 26 ottobre 2010 alle ore 9 avrà luogo la manifestazione di avvio delle attività di educazione alla legalità dell’anno scolastico. In questa occasione tutta la nostra comunità si riunisce per dare inizio ufficiale al lavoro scolastico. Quest’anno, più che mai, la ripresa delle attività è difficile a causa dei recenti provvedimenti legislativi e dell’incuria delle istituzioni locali che non provvedono a rendere effettivo e reale il diritto allo studio sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione. Il titolo della manifestazione è: Una scuola per tutti. Ogni classe deve riflettere sulla gravità della situazione attuale e sull’importanza del ruolo della scuola in una società democratica, rispettosa dei diritti e dei doveri di ciascuno, libera da condizionamenti mafiosi e da ogni forma di corruzione. Alla manifestazione sono invitati tutti i genitori, a cui si raccomanda di portare una sedia da casa come segno di protesta per una scuola resa sempre più povera e inospitale”.

Nella scuola della Blandano mancano le sedie. Lo sappiamo tutti ormai a Palermo, visto che ne ha tentate di ogni genere quella preside lì per ottenerle. Tranne chi dovrebbe dargliele. Voglio dire: mancano anche a Milano. Però… Cara Pia, non è prudente, lo sai vero? E’ scritto nero su bianco nei nuovi codici di comportamento resi effettivi nel vostro contratto di presidi proprio questa settimana. I capi d’istituto dovranno stare attenti a esprimere la propria opinione in pubblico o sui media. Se infatti le loro dichiarazioni dovessero essere considerate lesive potrebbe scattare la “sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di tre giorni fino a un massimo di tre mesi”.

Il codice Brunetta (“Comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni”), recepito anche per i presidi, non ammette dichiarazioni pubbliche che vadano a “detrimento dell’immagine della pubblica amministrazione”. Probabilmente, non tutti i capi d’istituto sono a conoscenza del fatto che una semplice intervista ad un giornale o ad una tv può metterli nei guai. L’articolo 16, comma 7, del contratto dei capi d’istituto stabilisce infatti “la sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di tre giorni fino ad un massimo di tre mesi” nei casi previsti dall’articolo 55-sexies, comma 1, del decreto legislativo 165/2001 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche).

Voglio dire: vale per i presidi come vale anche per me, semplice professoressa, che tra l’altro lo scrivo anche su questo giornale che i tagli sono stati una bestialità di cui non vogliono considerare le ricadute reali. E dunque, cara Pia, se devi chiedere una sedia, chiedila e basta, senza ricamarci tanto intorno sui “recenti provvedimenti legislativi” “sulla gravità della situazione attuale e sull’importanza del ruolo della scuola in una società democratica, rispettosa dei diritti e dei doveri di ciascuno, libera da condizionamenti mafiosi e da ogni forma di corruzione”.

Non puoi tu, chiedendo le sedie, ledere l’immagine della pubblica amministrazione dentro la quale perdi voce e serenità. Ti smontano la sostanza, ma l’apparenza va salvata e devi salvarla tu, col silenzio, mica loro, coi fatti; come in una tragedia pirandelliana. Suvvia, prudenza, guardati intorno, che sei parte del tutto. Chiedi la sedia e basta. Magari te la danno. Per l’importanza del ruolo sociale della scuola ci stiamo attrezzando.

L’Unità 03.11.10

Finanziaria, Pd: basta parole, subito nuovi fondi

Ghizzoni a maggioranza: chiediamo gesto di coerenza per rilancio atenei. “Se la maggioranza e il Governo vogliono davvero sostenere il sistema universitario accolgano la sollecitazione indicata nel nostro emendamento, e insieme si costruisca la soluzione tecnica per il conseguimento di un risultato così importante per gli atenei italiani”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni dopo che oggi la commissione Bilancio, per un tecnicismo, ha dichiarato inammissibile l’emendamento ‘Tocci 1.106’, finalizzato a destinare le risorse derivanti dalla messa a gara delle frequenze televisive, liberatesi con il passaggio al digitale terrestre, al finanziamento di una serie di interventi infrastrutturali per il settore universitario. “Se è davvero una questione tecnica, e anche le forze di maggioranza sono convinte che sia una priorità ridare ossigeno alle università, bhè allora, chiediamo loro un gesto di coerenza e quindi passare finalmente dalle parole, che ne sono state dette fin troppe, agli atti concreti”.

Carpi-Modena, pendolari “ormai esausti”

Ghizzoni (Pd): “Proteste legittime non trovano ascolto e proseguono i continui disservizi della linea, nel silenzio delle Ferrovie dello Stato”. Nei giorni scorsi si è tenuta l’assemblea dei pendolari carpigiani che protestano per i continui i disagi sulla linea ferroviaria Carpi-Modena. Ecco una dichiarazione dell’on. Manuela Ghizzoni che sul tema del trasporto pubblico ha presentato diverse interrogazioni parlamentari.
«In assemblea è emersa la frustrazione e la rabbia dei pendolari, ormai esausti perché le loro legittime proteste non trovano ascolto e proseguono i continui disservizi della linea, nel silenzio delle Ferrovie dello Stato. Il trasporto pubblico è stato pesantemente colpito dai tagli dei trasferimenti statali alle Regioni e agli enti locali contenuti nella manovra economica varata in estate e i tagli incideranno come un bisturi sulla riduzione del personale e sull’offerta dei servizi. Le risposte del Governo alle nostre interrogazioni sono sempre state evasive e insoddisfacenti, e nonostante le ripetute denunce degli utenti e delle amministrazioni locali proseguono i disagi sulla linea Carpi-Modena. Ormai la situazione è inaccettabile e i tagli del Governo rischiano di comprometterla definitivamente».

"Gli italiani e l'evasione fiscale", di Maria Cecilia Guerra

Meno evasione e servizi pubblici migliori sono le priorità degli italiani. Lo dice un’indagine del Censis su un campione rappresentativo della popolazione. L’evasione, percepita in aumento negli ultimi tre anni, è considerata un problema grave dall’89,7 per cento degli intervistati. Il gettito recuperato con il contrasto all’evasione dovrebbe però essere utilizzato per ridurre le imposte e non tradursi in un aumento della pressione fiscale, giudicata già alta. E servirebbe un impegno credibile a migliorare la capacità della spesa pubblica di rispondere ai bisogni dei cittadini.

Nell’attesa che, dopo l’incontro del 21 ottobre con le parti sociali, la macchina della riforma fiscale si metta effettivamente in moto, è interessante illustrare alcuni risultati emersi da un’indagine circa il rapporto fra fisco e contribuente nel nostro paese, condotta dal Censis su un campione rappresentativo della popolazione italiana e presentata pochi giorni fa al congresso nazionale dei commercialisti.
Dei tanti aspetti che meritano di essere considerati se ne esamineranno qui solo due: l’atteggiamento nei confronti dell’evasione fiscale e la valutazione della relazione fra tassazione e servizi pubblici.
Alcuni dei risultati che emergono confermano largamente quelli che già erano emersi dalla rilevazione sugli atteggiamenti dei cittadini nei confronti delle imposte e in particolare dell’evasione fiscale, condotta nel 2006, sempre su di un campione rappresentativo dell’intera popolazione italiana, dalla Banca d’Italia, nell’ambito dell’indagine sui bilanci delle famiglie italiane.
Pur con tutte le cautele con cui devono essere valutati i risultati che rilevano opinioni facendo scegliere agli intervistati fra risposte alternative proposte dall’intervistatore, ne emergono alcune convinzioni molto diffuse e radicate, che sarebbe sbagliato non tenere in considerazione nell’affrontare il problema del ridisegno del sistema fiscale del nostro paese.

L’EVASIONE FISCALE È AUMENTATA

La maggior parte, il 58 per cento, degli intervistati dal Censis ritiene che l’evasione sia aumentata negli ultimi tre anni (solo il 13,1 per cento ritiene che sia diminuita). E questo nonostante il 45,6 per cento pensi che nello stesso periodo siano aumentati anche la numerosità e l’efficienza dei controlli fiscali da parte delle amministrazioni.
Gli estensori del rapporto si preoccupano di sottolineare che questo atteggiamento apparentemente illogico (pensare che l’evasione sia cresciuta pur a fronte di accertamenti più numerosi ed efficienti) sia da ricondurre al fatto che si stanno rilevando delle mere percezioni.Èinvece opportuno sottolineare che i due fenomeni non sono necessariamente contraddittori, ma al contrario possono in buona misura coesistere. La battaglia all’evasione si combatte infatti su più fronti: da un lato, occorre cercare di prevenirla, attraverso misure di deterrenza e altre misure che spingano al miglioramento negli adempimenti spontanei da parte del contribuente, anche grazie a una più efficace azione di supporto da parte dell’amministrazione fiscale, dall’altro si deve cercare di reprimerla, attraverso i controlli. Se si punta esclusivamente sulla repressione, può essere che l’evasione aumenti, specie in periodi di crisi, e si può determinare il risultato paradossale che, proprio poiché l’evasione aumenta è più facile scoprirla e, dunque, i controlli diventano più efficienti.

RAPPRESENTA IL FATTORE PIÙ CRITICO

Secondo il rapporto del Censis gli italiani considerano l’evasione il fattore più critico nel rapporto tra fisco e contribuenti. Lo indicano come tale il 44,4 per cento degli intervistati, una percentuale più che doppia rispetto a quella di chi considera come fattore maggiormente critico l’eccessivo livello di tassazione (22 per cento) (tabella 1). L’evasione rappresenta un problema particolarmente sentito al Nord Est e al Centro mentre lo è meno al Nord Ovest e al Sud. È un problema che riscuote particolare attenzione tra i lavoratori dipendenti, mentre tra i liberi professionisti si registra la percentuale più bassa dell’intero campione (30,7 per cento).
L’evasione fiscale è considerata un problema gravissimo o grave, anche rispetto agli altri problemi del paese dall’89,7 per cento degli intervistati. Un dato clamoroso, che conferma però quello emerso dall’indagine condotta dalla Banca d’Italia nel 2006, dove consideravano gravissimo o grave il problema dell’evasione fiscale il 74,7 per cento degli intervistati.

È MORALMENTE E SOCIALMENTE INACCETTABILE

Chiamati a esprimere un giudizio sull’evasione fiscale, la ritengono inaccettabile prioritariamente sotto il profilo morale il 43,4 per cento degli intervistati, mentre il 38,3 per cento la condanna principalmente perché arreca un danno ai cittadini onesti e alle imprese che subiscono concorrenza sleale (tabella 2).
Vi è però anche un 18,3 per cento di intervistati che ritiene l’evasione una condotta almeno in parte giustificabile. (1) In alcuni casi, è vista come unica via di uscita per mantenere in piedi una piccola attività e mettere da parte qualche risparmio. La percentuale di intervistati che sottoscrive questa idea di un’“evasione di necessità” come causa principale dell’evasione fiscale è pari all’11 per cento del totale, ma raggiunge il 19 per cento tra i lavoratori autonomi e il 16,1 per cento fra i disoccupati. Nella già citata inchiesta condotta dalla Banca d’Italia, chiamati a esprimere il proprio grado di adesione all’idea che alcuni cittadini siano costretti a evadere le tasse per mantenere la propria attività, si dichiaravano “molto” d’accordo l’11,23 per cento degli intervistati, un risultato in linea con quello riscontrato dal Censis. Ma va sottolineato che l’articolazione del questionario permetteva anche di riscontrare che un altro 30,23 per cento del campione si riconosceva “abbastanza” d’accordo con la stessa affermazione.

PIÙ CORRISPONDENZA FRA TASSAZIONE E SERVIZI PUBBLICI

L’altra causa che potrebbe giustificare l’evasione fiscale, e cioè la non corrispondenza fra l’elevata pressione fiscale e la quantità e qualità dei servizi erogati dallo Stato, è considerata prioritaria dal 7,3 per cento degli intervistati dal Censis (percentuale che sale al 10,3 per cento al Nord Est). Erano invece il 16,8 per cento degli intervistati dalla Banca d’Italia a dichiararsi “molto” d’accordo con l’idea che la gente evade perché pensa che i soldi incassati dallo Stato siano spesi male.
Ma anche se non è considerata un fattore sufficiente a giustificare l’evasione, la mancata corrispondenza fra tasse pagate e livello dei servizi ottenuti emerge come elemento critico del nostro sistema fiscale anche da altre sezioni dell’indagine del Censis. Se è vero che l’81,1 per cento degli italiani ritiene la pressione fiscale troppo alta, è anche vero che solo il 23 per cento la ritiene troppo alta in assoluto, mentre il 58,1 per cento la ritiene troppo alta solo in termini relativi e cioè in relazione ai servizi che si ottengono in cambio. La maggior parte degli intervistati (55,7 per cento) sarebbe infatti disponibile addirittura a pagare più tasse a fronte di un aumento della qualità e quantità dei servizi. Con una differenza territoriale che merita di essere sottolineata: Nord Ovest (61,3 per cento), Nord est (55,7 per cento), Centro (60,3 per cento), mentre al Sud, a fronte di un 49 per cento di favorevoli a un aumento dell’imposizione in cambio di migliori servizi, vi è una maggioranza (51 per cento) che preferirebbe meno imposte, anche se ciò dovesse comportare una riduzione dei servizi ricevuti (tabella 3).

OPINIONI DA CONSIDERARE

Le convinzioni espresse dagli intervistati, se non sono sufficienti a indurli a tenere un comportamento coerente in un contesto, come quello del nostro paese, in cui l’evasione è così diffusa (più di un terzo ammette di non chiedere ricevute o fatture in nessun caso, o almeno in tutti i casi in cui ciò si traduce in un risparmio sul prezzo di acquisto di beni o servizi), forniscono tuttavia un’informazione importante a sostegno della necessità di combattere l’evasione. La lotta all’evasione risulta poi ancor più legittimata dalla persistenza di queste convinzioni nel tempo. Ma le opinioni raccolte suggeriscono anche che il gettito recuperato con l’evasione fiscale deve essere utilizzato per ridurre le imposte oggi pagate e non invece tradursi in un aumento della pressione fiscale, considerata già alta. E che il contrasto all’evasione ha tante più probabilità di risultare condiviso se si accompagna a un impegno credibile a migliorare la capacità della spesa pubblica di rispondere ai bisogni dei cittadini.

(1) Dal punto di vista territoriale, è curioso notare che il Nord Est è l’area geografica in cui l’alto livello di evasione è considerato il principale problema del fisco, ma è anche l’area geografica in cui è più elevata la percentuale di coloro che in un qualche modo la legittimano.

qui le tabelle

www.lavoce.info

Iran, paura per Sakineh «Tutto deciso, giustiziata oggi», di Rachele Gonnelli

Mercoledì è giorno di forca nel carcere di Tabriz, in Iran. Ed è forte l’allarme per Sakineh, la donna che si trova lì reclusa in attesa di essere giustiziata. L’Europa chiede a Teheran di fermare il boia, commutando la pena.
La corda potrebbe essere appesa oggi per Sakineh Ashtiani. Le voci che in modo tortuoso attraverso le organizzazioni dei fuoriusciti iraniani in Italia, Francia e Germania vengono dal carcere di Tabriz, dove la donna è reclusa, parlano di una sua possibile esecuzione nelle prossime ore. Presto, troppo presto, per attivare tutti i canali della grande mobilitazione che nel luglio scorso aveva consentito che almeno si aprisse un fascicolo per il riesame del suo caso e poi a fine agosto all’annuncio della fine della barbara pratica della lapidazione delle adultere in Iran. Non è bastato a salvarla. Sakineh, inizialmente condannata alla lapidazione per adulterio, ora rischia di essere impiccata per complicità nell’omicidio del marito.
Il presidente dell’associazione di iraniani residenti in Italia Karmi Davood ieri ha dato l’allarme: «Ci sono informazioni fondate che provengono da Tabriz di una accelerazione dell’esecuzione». Le stesse informazioni, non si sa se dalla stessa fonte, sono ribalzate anche dalla Francia, attraverso il sito La Règle du Jeu che fa capo al filosofo Bernard-Henri Lèvy attivista dei diritti umani e molto impegnato nella campagna per la liberazione di Sakineh. Chi ha le prove dell’imminente esecuzione della condanna a morte della donna è Mina Ahadi, portavoce del Comitato contro la Lapidazione con sede in Germania che ha seguito da vicino la vicenda dell’arresto del figlio della donna, Sajjad Ghaderzadeh, insieme al suo avvocato e a due reporte tedeschi che li stavano intervistando. Si tratta di una lettera inviata dall’Alta corte di giustizia di Teheran che darebbe il via libera ai carcerieri della prigione di Tabriz. Mina Ahadi è convinta che queste siano «ore cruciali» per il suo caso. Anche il rilascio del figlio Sajjad e del suo avvocato Houtan Kian sarebbe stato sospeso finchè la donna non sarà giustiziata.
LA CONFESSIONE ESTORTA
Il figlio 22enne di Sakineh si nè battuto come un leone per l’innocenza della madre, parlando con tutti i media occidentali disposti a starlo a sentire. Da quando è in arresto, lo scorso 10 ottobre, si teme sia stato torturato. Ieri sul giornale Raja News, vicino ai Guardiani della Rivoluzione, è apparsa la trascrizione di una confessione di Sajjad nella quale il ragazzo addossa ogni colpa al suo avvocato «interessato solo a ottenere l’asilo all’estero», «in contatto con Mina A., comunista antitedesca, e del suo Comitato gestito da circoli controrivoluzionari di rifugiati». Lui e la sorella sarebbero stati strumentalizzati da Kian come dal legale precedente della madre, Mohammad Mostafavi, ora in Norvegia dove ha seguito il destino di esilio dell’altra portabandiera dei diritti umani in Iran, la Premio Nobel Shrin Ebadi, attaccata anch’essa nell’articolo del giornale governativo.
Mercoledì è giorno di forca a Tabriz. E tutti questi indizi hanno finito per mettere in allarme anche Roma e Bruxelles, anche se a Frattini non risulta niente. Il capo della diplomazia europea, Catherine Ashton, si è detta «molto preoccupata» ed è tornata a chiedere «all’Iran di fermare l’esecuzione e di commutare la condanna». Una impiccagione non è più «accettabile» di una esecuzione per lapidazione, ha rimarcato, dando seguito alle molte pressioni per un suo immediato intervento per fermare il boia. Anche la diplomazia Usa è in campo. A Parigi, Bruxelles e Roma nella notte sono state riaccese centinaia di candele per Sakineh. Una veglia che si spera non preluda a cose peggiori.

L’Unità 03.11.10

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Lo sdegno di Roxana Saberi «E’ una decisione orribile»
di Viviana Mazza

«Come spesso accade nel sistema giudiziario iraniano, penso che il caso di Sakineh Ashtiani non sia stato né trasparente né equo». Roxana Saberi commentava così ieri sera la notizia, non ancora confermata da Teheran, che Sakineh Ashtiani avrebbe potuto essere impiccata oggi. Sono passati 18 mesi dal rilascio di Saberi da Evin, il carcere di Teheran dove vengono spesso rinchiusi i detenuti politici, e il suo libro «Prigioniera in Iran» è uscito da poco in Italia, edito da Newton Compton. E’ un diario dei 100 giorni di reclusione a Evin della giornalista americana accusata di spionaggio, ed è una riflessione sulla verità, dice al Corriere.
«Ashtiani — ricorda Roxana Saberi — era stata condannata alla lapidazione, ma poi le autorità iraniane hanno annunciato che la sua sentenza era stata sospesa, dopo che governi, associazioni dei diritti umani e personaggi influenti di tutto il mondo hanno definito questa condanna “barbara” e “brutale”, come sicuramente è. Se le ultime notizie sono vere, ora sarà impiccata: una decisione orribile e biasimevole. Nessuna delle due sentenze, di impiccagione o di lapidazione, è accettabile. Oltretutto, sia l’avvocato che il figlio di Ashiani, che hanno lanciato una campagna per il suo rilascio, sono in prigione».
Sono state proprio le storie di donne come Sakineh a portare Saberi a diventare un’attivista dei diritti umani, dopo il suo rilascio dalla prigione di Evin. Di lei scrissero l’anno scorso i giornali di tutto il mondo. L’ex Miss North Dakota con master in giornalismo e doppia cittadinanza, iraniana e americana, arriva nel 2003 a Teheran, affascinata dalla terra natia del padre, sposato con una patologa giapponese e residente negli Usa. Riceve l’accredito stampa, produce servizi per vari media, dalla radio pubblica Npr alla tv conservatrice Nel 2006 le negano un nuovo accredito, ma lei resta in Iran a fare interviste per un libro. Nel gennaio 2009 l’arrestano con l’accusa di spionaggio.
Dopo due giorni a Evin, Saberi ha confessato d’essere una spia. Altri ex detenuti hanno detto d’aver rilasciato false confessioni sotto tortura. Anche Sakineh ha confessato in tv. La sottoposero a pressioni psicologiche, che considera una forma di tortura. La avvertirono che potevano tenerla lì per vent’anni, che rischiava la forca se non «collaborava», minacciarono la sua famiglia e il suo fidanzato, il regista Bahman Ghobadi. E lei si convinse che le conveniva «confessare». Ma anziché liberarla, la sottoposero a nuovi interrogatori, costringendola ad accusare un amico innocente. In carcere invece conobbe altre donne che non s’erano piegate, rifiutando di confessarsi spie: come Silva Harotonian, che lavorava per un programma di scambio Iran-Usa per la salute di donne e bambini, come Mahvash Sabet e Fariba Kalamabadi di fede bahai. «Credevano in qualcosa al di là di se stesse: la fede, gli amici, l’ideologia». Provando vergogna per aver tradito i suoi princìpi, Roxana ritrattò la «confessione». E quando la condannarono a 8 anni per spionaggio, iniziò lo sciopero della fame mentre una campagna mondiale chiedeva il suo rilascio. Le diedero due anni con la condizionale, e la liberarono. La «chiave», dice, è stata la mobilitazione globale (anche se c’è anche chi ipotizza un accordo, visto che furono rilasciati due mesi dopo 5 iraniani presi in Iraq).
Roxana non è più fidanzata con Ghobadi, che dopo i suoi Gatti persiani, sta girando un film nel Kurdistan iracheno. E non fa più la reporter. «Da giornalista pensavo che il mio compito fosse di dare le notizie evitando di schierarmi. Ma dopo aver vissuto in prima persona le violazioni dei diritti umani in Iran, è difficile per me restare imparziale». Silva Harotonian è stata rilasciata dopo una campagna cui ha contribuito anche lei. Le due donne bahai che ha conosciuto sono ancora in carcere. Come lo è Sakineh. «Non posso restare in silenzio». Roxana l’attivista gira per le università parlando dei diritti umani. A volte porta al collo lo stesso velo turchese che nel giorno del rilascio le incorniciava il volto.

Corriere della Sera 03.11.10

"Si fa presto a dire famiglia", di Fabrizia Bagozzi

Il Ruby-gate rischia di irrompere alla conferenza organizzata dal sottosegretario Giovanardi.
È almeno da maggio che il cattolicissimo alfiere della famiglia tradizionale, il sottosegretario Carlo Giovanardi, tesse la tela della seconda conferenza nazionale sulla famiglia che si aprirà in grande stile lunedì a Milano con l’intervento del presidente del consiglio e alla presenza, fra gli altri, dell’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, entrambi al momento confermati dallo stesso Giovanardi. Una conferenza istituzionale, prevista per legge ogni tre anni, che mette insieme esperti, associazioni e operatori del settore per discutere le politiche per la famiglia, da sempre uno dei leit motiv delle campagne elettorali dell’attuale maggioranza. E, come si sa, tema molto caro Oltretevere, da cui in questi giorni trapela imbarazzo per le vicende che coinvolgono la politica italiana.
Ma ora il Rubygate rischia di rompergli le uova nel paniere. Perché anche se, come sostiene il sottosegretario con delega alla famiglia, i giornali sono dominati dal gossip e dal cicaleccio scandalistico mentre «le cose serie» vanno avanti, la presenza di un Cavaliere che, in piena bufera da stile di vita non propriamente “familiare”, parla di quoziente familiare e asili nido, le cose serie le può oscurare. Quanto meno sul piano della rilevanza mediatica. Tanto più se dovessero continuare a spuntare ragazze che affermano di avere conosciuto il premier. Del resto, in una fase parossistica come questa, una settimana è lunga. E non è detto che, se le polemiche non si dovessero placare, alla fine il Cavaliere non si faccia vedere.
Ieri dalla curia di Milano davano comunque per certa la presenza – e l’intervento – dell’arcivescovo, che, nell’omelia di domenica in duomo, non ha mancato di sottolineare la necessità di politiche di sostegno alle famiglie povere. Le cose serie, appunto.
La seconda conferenza nazionale sulla famiglia (la prima si tenne nel 2007 a Firenze, ministro Rosy Bindi) si apre però non solo in un clima politico infuocato e all’insegna delle polemiche con l’Arcigay, che non è fra gli invitati ufficiali del dipartimento.
Si svolge anche e soprattutto all’insegna dell’austerity più spinta, secondo la più tradizionale linea del new deal tremontiano. Nella Finanziaria 2011, infatti, alla voce politiche per la famiglia, il ministro dell’economia ha assegnato una cifra di 53 milioni di euro. Erano 185 nel 2010. E le previsioni per i prossimi anni non sono migliori, perché sono stati destinati altri 53 milioni per il 2012 ma 32 per il 2013. Con questi numeri Giovanardi non solo non ha modo per rilanciare, ma rischia di non riuscire a coprire neppure le spese di base, gli impegni in qualche modo già presi. Fra adozioni internazionali, bonus bebé, i fondi per la conciliazione famiglia-lavoro e per l’attività degli osservatori servirebbero almeno 96 milioni.
Ne mancano 40.
Certo la crisi morde e non è semplice raggiungere i livelli dei tempi di Prodi, quando in Finanziaria furono stanziati 348 milioni per il 2007 e 276 per il 2008. E quando vennero destinati trecento milioni di euro in tre anni per un piano nazionale per gli asili nido, oggi non più finanziato. La crisi è forte, ma le cifre targate Tremonti bloccano anche l’ordinario. E allora si tratta di capire su quali gambe e grazie a quali scelte di finanziamenti potranno marciare le proposte che arriveranno dagli operatori riuniti a Milano. Nella consapevolezza che per le politiche familiari l’Italia è agli ultimi posti dell’Europa dei 15 (lo dice un documento del ministero dell’economia per il 2009) e che anche il quoziente familiare, su cui la maggioranza in teoria punterebbe, costa molto.

da Europa Quotidiano 03.11.10