Latest Posts

“Berlusconi offende le donne e gli omosessuali” La protesta dell’Associazione 3D-Democratici per pari diritti e pari dignità

“Meglio appassionato di belle ragazze che gay è una dichiarazione che non vorremmo sentire nemmeno nel peggiore bar di periferia: sentirla pronunciare dal Presidente del Consiglio italiano genera rabbia e vergogna”.
E’ quanto dichiara Ivan Scanavini, portavoce dell’Associazione 3D-Democratici per pari Diritti e pari Dignità LGBT che prosegue: “Nel resto d’Europa la politica combatte il razzismo e l’omofobia, in Italia l’omofobia viene invece pubblicamente propagandata dal Presidente del Consiglio: cosa pensa la Ministra Carfagna di una frase che offende insieme la dignità delle donne e quella di tanti cittadini e tante cittadine omosessuali?
Crediamo che la politica debba farsi carico di creare una società più accogliente e giusta per tutti e tutte. La politica del centrodestra e del Presidente Berlusconi fa l’esatto contrario, definendo solidarietà il proprio morboso interessamento per una minorenne e promuovendo l’odio nel confronto di un’intera categoria di cittadini. 3D aderirà per questo alle manifestazioni di sdegno e di protesta per questo ennesimo atto di volgarità, idiozia e violenza”.

******

Lettera aperta al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
Al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Al Parlamento Italiano.
Signor Presidente sono Francesco Zanardi cittadino di questo bizzarro paese, cittadino italiano.
Le scrivo in riferimento alla sua triste frase “meglio una bella ragazza che essere gay” che ha giustamente scatenato l’ira e l’indignazione della comunità GLBTQI italiana ma non solo, mi presento meglio signor presidente forse molto vagamente si ricorderà, io e il mio compagno Manuel siamo i due omosessuali italiani che lo scorso gennaio fecero ben 35 giorni di sciopero della fame per i diritti delle persone omosessuali, diritti dovuti come per ogni cittadino di questo paese e parlo non solo come cittadino italiano ma anche come cittadino europeo, diritti che solo nel nostro paese vengono negati e questa volta mi riferisco solo all’Italia, il tutto avvenne nell’assordante silenzio del suo governo e di quasi tutto il parlamento italiano. Tristemente ricordo solo quattro nomi di parlamentari che appoggiarono quella protesta di civiltà non violenta, Donatella Poretti, Ignazio Marino, Anna Paola Concia e Ivan Scalfarotto, si unirono al nostro sciopero alcuni Europarlamentari, ricordo Niccolò Rinaldi e Ottavio Marzocchi.
La sua battuta è poco degna di un Presidente del Consiglio che dovrebbe essere al di sopra delle parti e non dovrebbe esaltare frasi omofobe come la sua, le ricordo che l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea che non ha ancora e si rifiuta, malgrado le direttive, di legiferare in materia. Le ricordo anche signor Presidente che nel nostro paese, malgrado non se ne parli è altissima la percentuale di casi di omofobia che lei con le sue frasi pare quasi legittimare, come è altrettanto elevato il numero di giovani omosessuali fortemente discriminati che ricorrono al suicidio, un caso di clamorosa inciviltà e diseguaglianza, un enorme vuoto legislativo che lei, i suoi colleghi parlamentari dovreste provvedere a colmare non denigrare, perche anche i cittadini omosessuali pagano le tasse ma non traggono nulla in quanto non possono goderne perché a noi vengono negati i più basilari principi della costituzione italiana, come il diritto alla famiglia , grazie a voi siamo solamente dei fantasmi, fantasmi in carne e ossa signor Presidente.
Paradossalmente mi trovo proprio ora nuovamente in sciopero della fame, oggi al quindicesimo giorno contro i crimini della pedofilia clericale, quel clero al quale il governo italiano da molta più importanza che ai propri cittadini, quel piccolo stato al centro della capitale che gode di tutti i diritti e tutti i finanziamenti al quale viene addirittura concesso che in Italia i crimini di pedofilia vengano considerati “Reati Minori”.
Purtroppo credo signor presidente che la classe politica nel nostro paese sia gravemente malata, si ricorda degli omosessuali solamente in campagna elettorale e si dimentica di loro subito dopo lo spoglio delle schede.
Signor Presidente, onorevoli Parlamentari, vi invito a riflettere con la coscienza nelle mani sottolineando che grazie alle vostre politiche l’Italia è diventato un paese invivibile dal quale tutti oramai vogliono solamente andare via, un paese di non diritto, un paese che calpesta la Costituzione, un paese che oramai è lo zimbello del mondo intero.
Credo di scrivere a nome di tutti gli omosessuali italiani, di molte associazioni e cittadini che ieri sera hanno manifestato sotto Palazzo Chigi, a malincuore non sono potuto essere li fisicamente, ma il mio cuore e quello del mio compagno Manuel c’erano.
Cordialmente
Francesco Zanardi cittadino italiano
Portavoce del movimento Gay Italiani.

"Il bunga bunga della scuola pubblica", Pippo Frisone

E’ bastata mezz’ora nel 2008 al Governo Berlusconi per mettere in atto un bunga-bunga gigantesco a danno della scuola pubblica. Con la L.133/08 si gettarono le basi del più epocale massacro delle risorse umane e finanziarie che la scuola abbia mai conosciuto.
La più grande manovra di bilancio, quella fatta dal governo Amato nel 92-93 di 93.000 Miliardi vecchie lire, oltre 43 miliardi di euro attuali, non arrivò a tagliare cosi tanto nei confronti della scuola.

Un terzo della manovra del 2008, pari a 8 miliardi colpì la scuola per il triennio 2009-12. Un salasso di 135.000 posti che i precari pagano oggi a caro prezzo.
Tagli mascherati da riforme che insegnanti, studenti e famiglie stanno subendo sulla loro pelle, con meno scuola, meno risorse e meno qualità.
Mancano i soldi per il funzionamento e per nominare i supplenti. I Dirigenti Scolastici sono costretti a chiedere sempre più soldi alle famiglie, da 50 euro medie nell’obbligo a 120-150 euro a studente. Una tassa occulta che in tempi di crisi se ne farebbe volentieri a meno.
Di contro non si tagliano i contributi alle scuole private, compresi i bonus alle famiglie né si colpiscono gli insegnanti di religione che continuano il loro insegnamento anche con uno-due alunni per classe mentre alle superiori si arriva anche a 38 alunni per classe! La manovra correttiva di stabilità prevede per il 2011, oltre ai tagli lineari del 10% su tutti i ministeri, una riduzione del 50% dei finanziamenti alla formazione e all’aggiornamento che vanno ad aggiungersi al blocco dei contratti e delle anzianità fino al 2013, a liquidazioni più leggere, e all’aumento dell’età pensionabile per le donne!
A completare il bunga-bunga della scuola, già così disastroso, c’è da sommare il mancato finanziamento dei libri di testo, dell’edilizia scolastica e della messa in sicurezza delle scuole. Un lusso che, come ha detto Tremonti, non possiamo permetterci.
E così, in un sol colpo, vanno in fumo le tante strombazzate riforme da quella sulla contrattazione e quella meritocratica della pubblica amministrazione, con buona pace dei ministri Sacconi e Brunetta. E il rinvio di fatto, per la seconda volta delle elezioni delle R.S.U.
E’ impressione di molti che il governo sia arrivato al capolinea. Occorre mettere fine a questo bunga-bunga berlusconiano-tremontiano-brunettiano. C’è una sola cosa da fare: staccare la spina e mandarli a casa. Per il bene della scuola e per il bene dell’Italia.

da ScuolaOggi 03.11.10

Alitalia, bufera su Sabelli «Fusione con Air France», di Marco Ventimiglia

In tanti lo aspettavano al varco, ma era difficile immaginare che Rocco Sabelli avrebbe finito con l’ammettere quel che molti sospettavano in una dichiarazione contenuta nell’ennesimo libro scritto da Bruno Vespa. «La mia opinione personale – ha dichiarato l’amministratore delegato di quella che è ancora la compagnia di bandiera -, che trasformerò in una raccomandazione agli azionisti, è quella di costruire un “merger” tra Alitalia e Air France/Klm per confluire in un aggregato più grande». PIOGGIA DI REPLICHE Apriti cielo. Anche perché, come si ricorderà, nella complessa trattativa che aveva portato al salvataggio di Alitalia, in parte a spese dei contribuenti, uno dei punti fermi era il mantenimento dell’italianità dell’azienda, tanto è vero che venne introdotto un periodo di cosiddetto “lock up”, fino alla cui scadenza (nel 2013) gli azionisti non possono cedere quote della compagnia. Ed a poco è valso il tentativo di correggere parzialmente il tiro da parte dello stesso Sabelli. Prima, l’amministratore ha specificato che «l’azionariato che controlla Air France è per il 14 per cento in mano al governo francese e per il 12inmanoal personale. Non è detto che i nostri soci non possano avere una partecipazione sull’eventuale aggregato in modo da mantenere a un livello rilevante il peso della proprietà italiana». Poi, con la bufera delle reazioni ormai in pieno corso, Sabelli ha precisato che la sua «è una valutazione personale, legata a processi di consolidamento che interessano l’intera industria del trasporto aereo a livello mondiale». Durissime, come detto, le repliche, a partire dal mondo politico. Il Pd definisce la fusione un fallimento della privatizzazione voluta dal governo. «Ildramma dei giochetti di Berlusconi con Alitalia è che questi costano miliardi alle tasche degli italiani, causano maggiori licenziamenti dei lavoratori e un progressivo declassamento industriale», ha dichiarato Matteo Mauri, responsabile Trasporti del partito. Sulla stessa linea un altro democratico, il capogruppo in commissione Trasporti alla Camera, Michele Meta, per il quale «l’esecutivo ha a cuore gli azionisti più dei lavoratori».

ANCHE COLANINNO Sul fronte sindacale c’è da registrare l’intervento della Cgil, per bocca del leader Guglielmo Epifani, che trova «inquietante» parlare oggi di fusione e chiede chiarimenti per fugare il «sospetto che tutta l’operazione Alitalia sia stata fatta con l’intento di prendere del tempo». Ed ancora, tornando alla politica, l’Idv parla di «uno schiaffo ai lavoratori», il sindaco di Roma Gianni Alemanno vuole «un’Alitalia italiana con l’aeroporto di Fiumicino hub internazionale », mentre l’Udc chiede un chiarimento direttamente al premier. In realtà, una risposta alle affermazioni di Rocco Sabelli, il presidente del consiglio la fornisce proprio nel citato libro di Bruno Vespa affermando lapidario che «la compagnia deve rimanere italiana». Ed a riprova del polverone suscitato dalle parole dell’amministratore delegato, ci sono anche le eloquenti parole del presidente di Alitalia, Roberto Colaninno: «La fusione tra Alitalia e Air France è un’ idea che certamente non è condivisa dagli azionisti della compagnia ».

L’Unità 03.11.10

Il Pd: «Tagliati 74 milioni per le borse di studio». Il ministero: «Solo falsità», di Alessandra Migliozzi

Per il Pd i tagli «sono evidenti». Per il ministero dell’Università la notizia «è priva di fondamento». Per il Pd i tagli «sono evidenti». Per il ministero dell’Università la notizia «è priva di fondamento». È polemica sulle borse di studio universitarie e sugli stanziamenti per coprirle messi a disposizione per il 2011. Nelle tabelle della legge di Bilancio in discussione alla Camera (la Finanziaria) si legge che per il fondo che lo Stato ripartisce fra le regioni per l’erogazione di borse e prestiti d’onore ci sono 25,7 milioni di euro per il prossimo anno, 74 in meno rispetto al 2010, come spiega anche la nota tecnica messa a disposizione dei deputati. Più in generale, è tutto il fondo per il diritto allo studio in perdita: per il 2011 lo stanziamento totale è di poco superiore ai 90 milioni di euro, 96 in meno rispetto al 2010. Le perdite più grosse si registrano sul capitolo borse di studio (-74 milioni), sui collegi universitari (-13,6) sugli alloggi (-5,6 milioni). Per il 2013 per le borse si scenderà a poco meno di 13 milioni. Mentre solo nel 2008 le risorse ammontavano a 152 milioni. Gli effetti del nuovo taglio si vedranno nell’anno accademico 2011/2012.
Ma è già allarme fra gli studenti, anche perché le risorse sono risicate da sempre e c’è chi teme di non poter proseguire gli studi se i fondi non arriveranno o se le Regioni non saranno in grado di integrare di tasca loro. L’associazione dei consumatori Adoc prospetta il rischio che il 35% degli aventi diritto agli assegni potrebbe lasciare l’università se non avrà il sussidio. E intanto è scontro fra opposizione e ministero. Il Pd è stato il primo a lanciare l’allarme tagli e parla di «colpo mortale ai diritti», di «cancellazione delle borse». «Già negli ultimi anni i diplomati che si iscrivono all’università sono calati perché l’università costa troppo – accusa Marco Meloni, il responsabile Università del Pd – Ora le scelte del governo assestano un colpo definitivo al diritto di tutti di accedere ai più alti gradi dell’istruzione».
Ma il ministero getta acqua sul fuoco, afferma che le notizie sui tagli sono «prive di fondamento» e rende noto di aver «già previsto finanziamenti a questo scopo: le risorse saranno regolarmente stanziate». Fonti ministeriali spiegano al Messaggero che i soldi dovrebbero arrivare nel milleproroghe. Ma secondo il Pd il Miur «continua a mentire: è la stessa Finanziaria a dimostrarlo», sottolinea la deputata Manuela Ghizzoni che rimanda direttamente alle pagine del provvedimento per illustrare i tagli. Intanto la Lega, in Piemonte, lancia l’idea di regionalizzare le borse: ciascuna amministrazione dovrebbe pagare solo quelle dei propri studenti. Mentre è giallo anche su altre risorse: quelle per finanziare la riforma dell’università e gli atenei. La capigruppo di Montecitorio ha deciso che la legge Gelmini sarà in aula appena terminate le votazioni della sessione di Bilancio. La data che comincia a girare insistentemente è quella del 18 novembre, un giovedì. Entro fine mese ci potrebbe già essere il voto alla Camera sulla riforma universitaria. Ma «manca qualunque certezza sulle risorse – spiega sempre Ghizzoni – In Finanziaria non c’è nulla e il milleproroghe, a questo punto, arriverà tardi. Si era parlato di un decreto di metà novembre. Aspettiamo e vediamo, ma, stando così le cose, il voto sulla riforma potrebbe slittare ancora».
A evidenziare la necessità di fare chiarezza sui fondi per assumere i ricercatori richiesti dalla riforma è anche la relatrice del Pdl Paola Frassinetti: «Se la riforma va in aula il 18 – spiega – deve prima arrivare il parere della commissione Bilancio e dobbiamo individuare le risorse per i concorsi da associato previsti in un mio emendamento. Ci vuole complementarità tra certezza dei fondi e cammino del provvedimento per facilitarne l’approvazione». Gli atenei attendono anche di sapere in quale provvedimento saranno inseriti i soldi per ripristinare parte del taglio sul fondo di finanziamento del sistema previsti per il 2011. Per ora in Finanziaria non c’è un euro.

Il Messaggero 03.11.10

"In frantumi il patto con gli italiani", di Luigi La Spina

La fine del ventennio berlusconiano nella storia d’Italia è confermata, con una insistenza ormai quotidiana, dalla testimonianza più autorevole e diretta, quella di Silvio Berlusconi. Da quando è scoppiato lo «scandalo Ruby», le giustificazioni con le quali il presidente del Consiglio tenta di spiegare i suoi comportamenti dimostrano la fondamentale crisi di quello che è stato uno straordinario comunicatore e un grande interprete degli umori prevalenti nel Paese. Colui che ne ha rappresentato, con la massima spregiudicatezza, ma anche con la massima efficacia, sia la voglia di modernità, sia la fiducia nel futuro.

Quando, in un’Italia angustiata dalle difficoltà economiche, dalla disoccupazione giovanile, da una paralisi decisionale e legislativa impressionante, il premier rivendica uno «stile di vita» che cozza così clamorosamente con la sensibilità generale, vuol dire che si è rotto il legame più forte che lo ha identificato con i sentimenti della grande maggioranza degli italiani. Quando definisce un «atto di solidarietà», quello manifestato nei riguardi di una escort minorenne, clandestina e accusata di furto, non comprende di ferire milioni di donne che nel nostro Paese faticano a trovare un lavoro onesto.

Quando ripete una vecchia e squallida battuta sugli omosessuali non si accorge di un mondo che è cambiato rispetto ai suoi giovanili anni della metà del secolo scorso.

Anche la seconda e, forse, ancor più importante ragione del forte legame con la maggioranza dei moderati italiani, la convinzione della miracolistica capacità di Berlusconi di risolvere problemi che si trascinano nel nostro Paese da decenni, appare drammaticamente delusa, proprio in questi giorni. Basti pensare ai cumuli di immondizie sulle vie di Napoli che smentiscono clamorosamente le sue assicurazioni sui tempi rapidissimi di una soluzione del «caso rifiuti». Con l’aggravante di una poco onorevole ritirata rispetto alle proteste locali, davanti alle quali si era proclamata una fermezza governativa ben presto abbandonata.

E’ ancora di ieri, poi, la sconcertante ammissione dell’amministratore delegato dell’Alitalia, Rocco Sabelli, relativa all’inevitabilità di una fusione con Air France. Alla faccia dell’annunciato altro «miracolo» berlusconiano, la salvezza, peraltro a caro prezzo, dell’italianità della compagnia aerea nazionale. Così come appare indeciso e timoroso l’atteggiamento del governo nei confronti delle urgenze sulla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali, a cominciare dalla linea dell’Alta velocità Torino-Lione.

Ecco perché, nonostante le apparenze, la crisi del berlusconismo non è provocata dalle inchieste giudiziarie sul suo conto. Né, confermando le apparenze, dall’efficacia dell’azione delle opposizioni. Ma nasce dalla fondamentale rottura tra il Cavaliere e la sensibilità di una parte importante dei moderati italiani. Proprio quella parte che vorrebbe rappresentare Fini, ma che il presidente della Camera teme di irritare se mostrasse di voler uscire dal recinto del centro-destra.

Così, una normale evoluzione del sistema politico che dovrebbe sancire il passaggio dalla cosiddetta seconda Repubblica a una fase nuova, anche se per ora indistinta, è bloccata da una serie di insopportabili tatticismi che rischiano di provocare una vera e propria crisi istituzionale. Un presidente del Consiglio come Berlusconi, com’è evidente, non si dimetterà, se non costretto da un voto di sfiducia parlamentare. Il leader di «Futuro e libertà» cerca di evitare d’apparire come il traditore del centrodestra, in odiosa combutta con la sinistra. Bersani esita a presentare una mozione che potrebbe mettere in imbarazzo il presidente della Camera. I parlamentari del Pdl, consapevoli dell’inconsistenza di un partito che esiste solo in quanto esiste Berlusconi, temono che la caduta del premier non possa lasciare superstiti fra di loro e giudicano più rischiosa la dissociazione dal premier che la resistenza, anche oltre ogni limite di dignità.

Con il mondo che guarda sbigottito, e non più sprezzantemente divertito, le cronache della nostra cosiddetta politica nazionale, bisogna porre fine a questi piccoli, ma pericolosi giochi di interdizioni reciproche, di furbizie personali, di calcoli di convenienze partitiche. L’opposizione, a cominciare dalla forza determinante, il Pd, faccia fino in fondo il suo mestiere, presentando, se davvero non ha paura di un’eventuale prova elettorale, una mozione di sfiducia. Fini, se pensa di poter interpretare i sentimenti di una parte non piccola dei moderati italiani, dimostri il coraggio della coerenza e la capacità di sfidare accuse e insinuazioni. I parlamentari del Pdl sappiano scegliere se credere più in se stessi o in Berlusconi. Quelli della Lega decidano se, sull’altare di un lento e confuso processo federativo, si può sacrificare ancora l’appoggio al presidente del Consiglio.

E’ possibile, e anche probabile, che lo sbocco di una crisi di questo governo non porti a un altro ministero, in questa legislatura. Non esistono governi tecnici. Tutti, quando hanno una maggioranza in Parlamento, sono governi politici che devono avere un programma condiviso e un sostegno coeso tra i partiti che lo promuovono. Ipotesi non facile nella composizione attuale delle Camere. Ma la paralisi decisionale davanti ai gravi e urgenti problemi dell’Italia d’oggi è un rischio più grave di nuove elezioni. Se il centrosinistra è diviso, incapace di candidare un leader credibile e tale da ispirare fiducia e magari un po’ d’entusiasmo, se il centrodestra non è in grado di pensare a un altro premier che non sia l’attuale presidente del Consiglio, non è giusto che la democrazia italiana resti bloccata in attesa di tempi più favorevoli.

La Stampa 03.11.10

"Comincia l'Obama 2 con l'incognita società civile", di Federico Rampini

l presidente evita l’umiliazione in Senato ma la catastrofe della Camera lo inchioda a pesanti responsabilità. Nell’analisi del voto giocano due forze contrastanti: giovani e donne hanno tradito il sogno obamiano, accusato di eccessiva cautela. Ma anche i repubblicani devono fare i conti con una radicalizzazione a destra. Barack Obama incassa una dura sconfitta, evita una débacle irrimediabile. Il partito democratico perde nettamente la maggioranza alla Camera ma la conserva al Senato. Il presidente può tirare un sospiro di sollievo perché ha subìto un rovescio che rientra nel tradizionale ciclo politico americano. Andò peggio a Ronald Reagan, Bill Clinton, George W. Bush: tutti alle elezioni di mid-term persero la maggioranza in ambedue i rami del Congresso.

Ma i precedenti storici non bastano ad evitare lo choc. Perché alla Camera le dimensioni dell’avanzata repubblicana sono travolgenti: è il più grosso ribaltamento dei rapporti di forze dal 1948. In due anni Obama sembra avere dilapidato gran parte del patrimonio di consensi, l’aureola di carisma, l’alone di speranza che avevano circondato la sua vittoria nel 2008. Significativo è il fatto che gli abbiano voltato le spalle molte donne, che erano state una colonna portante nella sua elezione alla Casa Bianca. Da oggi comincia una fase che si può definire Obama 2. Parte di fatto un’altra campagna elettorale: a destra come a sinistra, si aprono le grandi manovre per la corsa alla Casa Bianca nel 2012. Per Obama, che darà una conferenza stampa a Washington alle ore 13 (le 18 in Italia), non è facile “interpretare” il risultato elettorale e la lezione da trarne. Nell’emorragìa di voti che ha penalizzato il partito democratico confluiscono infatti due spinte contraddittorie. Da una parte lo hanno disertato quelle fasce di “nuovo voto” – giovani, minoranze etniche, ambientalisti, pacifisti – che rimproverano a Obama di non essere stato abbastanza audace nelle riforme.

D’altra parte si sono spostati a destra molti elettori centristi, moderati e indipendenti, sensibili alla propaganda del Tea Party: convinti cioè che Obama abbia fatto fin troppo, con manovre di spesa pubblica anti-crisi che hanno scavato una voragine nel deficit pubblico. Nel rimpasto della sua squadra di governo Obama dovrà fare una scelta: andare verso un secondo biennio più moderato, alla ricerca di compromessi con la maggioranza repubblicana alla Camera; o al contrario impostare la seconda metà del suo mandato su un “muro contro muro”, abbandonando l’illusione di un dialogo bipartisan.

Sul fronte opposto, i repubblicani devono evitare di essere inebriati da questa vittoria. Certo il Tea Party emerge come la grande novità del momento. Questo movimento ha studiato a perfezione proprio il “modello Obama”, ha usato la mobilitazione della società civile per scardinare l’establishment di partito. E’ una “insurgency”, un’insurrezione della società civile che vuole riappropriarsi della propria sovranità. Ma queste mobilitazioni possono essere fiammate brevi, se vengono catturate e dirottate da un ceto politico tradizionale. Di qui al 2012 sarà l’economia a decidere tutto. Se Obama non trova la terapia giusta per accompagnare l’America verso una ripresa che crei posti di lavoro, la sua figura di leader resterà associata a una fase di declino e di impoverimento della nazione. In quanto alla destra populista, sogna lo Stato minimo e tagli alla spesa pubblica drastici almeno quanto quelli proposti da David Cameron in Inghilterra. Una visione dottrinaria che rischia di aggravare la crisi precipitando l’America in una nuova depressione.

La Repubblica 03.11.10

"Torino, Politecnico precario", di Caterina Perniconi

Le eccellenze ci sono. Ma in Italia si fa di tutto per danneggiarle. Un esempio è il Politecnico di Torino: un gioiello in continua espansione incastonato nelle ex officine ferroviare, sotto le Alpi piemontesi. Un campus universitario che raccoglie 6 mila studenti stranieri su 30 mila totali. Ma che oggi rischia di non riuscire a mantenere il livello altissimo che lo contraddistingue. Per questo motivo l’università ha preso posizione contro la riforma del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini e i tagli previsti nella finanziaria del 2008.

Il bilancio dell’eccellenza torinese che raccoglie le facoltà di Ingegneria e Architettura, infatti, è costituito per il 30% dai fondi pubblici (FFO) e per il 70% da finanziamenti provenienti da fondazioni bancarie, enti e progetti europei. A causa di un vincolo legislativo non può spendere più dell’80% dell’FFO per gli stipendi di docenti e personale tecnico-amministrativo. E i tagli che attaccano il fondo di finanziamento ordinario obbligano l’ateneo, a scapito della qualità, a non investire sulla didattica, al blocco del turnover (quindi a non sostituire i docenti che vanno in pensione) e alla precarizzazione dei professori con contratti che sfuggono al vincolo di bilancio. A fronte di un corpo docente di circa 850 persone, al Politecnico ci sono altri 750 atipici tra assegnisti, co.co.co., borsisti e dottorandi.

“Anche loro hanno contribuito a far grande il Politecnico” spiegano i ricercatori riuniti in assemblea insieme ai precari, che invidiano il loro contratto a tempo indeterminato perché in molti con questa riforma rischiano di dover rinunciare a lavoro e sogni. “Io ho 36 anni – racconta Francesco Pescarmona – e secondo il ministro Gelmini adesso potrei aspirare a un contratto da ricercatore a tempo determinato, che mi manterrà precario per altri 8 anni, dopodiché a 44 anni non mi resterebbe che sperare, a fronte di una valutazione positiva, che il mio ateneo abbia i soldi per assumermi nel suo bilancio. Perché se la situazione economica fosse come quella di adesso, non avrei speranze”.

Qualche speranza hanno cercato di dargliela i deputati del Partito democratico, con un emendamento che prevedeva per gli assegnisti di ricerca l’ingresso diretto al secondo triennio di contratto a tempo determinato. Tre anni in meno di precarietà prima del concorso. Ma il governo ha espresso parere negativo. Lo stesso esecutivo di cui fa parte il ministro Gelmini che dice che questa riforma serve a mettere i giovani in cattedra a 30 anni. Ma quali?
I ricercatori hanno interrotto la didattica dando voce a una protesta che unisce tutti: studenti, precari e docenti. E che è servita a scoperchiare un vaso di Pandora. “Da questa riforma intravediamo un modello di università pubblica gestita da privati e fatta per rendere profitti – spiegano ricercatori e precari – noi vogliamo avere un’istruzione indipendente che preveda una formazione di base all’università e una professionale nelle aziende. Queste ultime invece vogliono trasferire la seconda sugli atenei”. La deriva aziendalistica di facoltà come ingegneria e architettura, che creano professionisti “pronti all’uso” è facile. “Quest’anno ricorrono i 150 anni di cultura Politecnica – spiegano le ricercatrici Marika Mangosio e Caterina Mele – che si sono contraddistinti per una formazione critica e d’insieme che ora vogliono semplificare e rendere aziendalista, andando contro la Costituzione”. La paura è quella di vincolare la ricerca ai privati, cancellando quella di base che non interessa alle aziende e minando l’autonomia.

“La nostra protesta – spiega Gustavo Ambrosini – cioè attenersi al contratto e ridurre le ore di didattica frontale, ci mette in difficoltà. Perchè se uno è bravo in determinate ricerche è giusto che trasmetta ciò che sa agli studenti. Ma non possiamo accettare una riforma che ci manda a morire e precarizza i ricercatori creando un esercito di schiavi. Un metodo che non fa altro che rafforzare il potere dei baroni che li hanno in pugno”. E spiegare agli studenti che è importante fare un percorso all’interno dell’università anziché rispondere al richiamo delle sirene provenienti dalle aziende, è molto difficile. “Questa riforma scardina anche le basi del diritto allo studio – spiega Simone Baglivo, studente – e in Piemonte la situazione è anche peggiore”. La Regione, infatti, potrebbe ridurre della metà i finianziamenti e il presidente Roberto Cota ha proposto di finanziare solo gli studenti piemontesi. In piazza ci sono tutti gli altri, quelli che vivono nelle residenze universitarie ottenute per merito e per il basso reddito familiare che dall’anno prossimo potrebbero restare senza un tetto. Col rischio di abbandonare gli studi per sempre.

Il Fatto Quotidiano 02.11.10