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"«Per la riforma una corsia preferenziale». Il Pd teme la trappola «Pronti per votare»", di Simone Collini

Bersani sospetta che dietro il niet di Schifani a Fini ci sia la volontà di far finire su un binario morto la riforma elettorale. Il leader del Pd lavora alla strategia delle alleanze in vista di un possibile voto in primavera.
Finocchiaro: «Maggioranza e governo non stanno più in piedi». D’Alema: «Normale che Bersani dialoghi con Vendola e Udc»

«Speriamo che non sia un modo per non cambiare la legge elettorale». Pier Luigi Bersani, racconta chi ci ha parlato dopo l’arrivo della risposta di Renato Schifani a Gianfranco Fini, concede il beneficio del dubbio al presidente del Senato. Il leader del Pd non si spinge a dire esplicitamente, come fa il capogruppo dell’Idv Felice Belisario, che «la maggioranza punta solo a insabbiare una vera riforma». Ma tra i Democratici è più di un semplice sospetto che dietro la volontà di mantenere la discussione nel ramo del Parlamento in cui Pdl e Lega sono autosufficienti ci sia il tentativo di far finire la discussione su un binario morto senza neanche farla arrivare alla la Camera, dove invece i finiani sono determinanti. Il centrosinistra attende Schifani alla prova dei fatti, sfidandolo cioè a mettere la riforma su una corsia preferenziale. E comunque quel che è certo anche alla luce di questo braccio di ferro tra Fini e Schifani, dice Anna Finocchiaro, è che «maggioranza e governo non stanno più in piedi» e che è meglio se cedono il passo a chi vuole «restituire ai cittadini una sovranità reale».

AGGREGARE E ALLARGARE
L’ipotesi di un governo tecnico che permetta di cancellare il “porcellum” per andare poi al voto è sempre l’obiettivo principe. Ma il Pd si tiene pronto per ogni evenienza, compresa quella di andare alle urne con questa legge elettorale.
Da qui il lavoro di Bersani per «aggregare e allargare». Ovvero, dar vita al Nuovo Ulivo insieme a Sinistra e libertà e Idv e aprire un confronto con l’Udc. L’avvio di dialogo tra Bersani e Nichi Vendola viene giudicato «naturale» da Massimo D’Alema: «Il Pd sta lavorando opportunamente sulla linea di Bersani, che è quella di costruire una coalizione tra tutte le forze dell’opposizione», dice il presidente del Copasir. «È normale che il leader del maggiore partito di opposizione cerchi il dialogo con tutte le forze dell’opposizione».Eallora devono stare tranquilli quelli che paventano uno spostamento a sinistra del Pd. Primo perché «se Vendola fosse un interlocutore pericoloso» non sarebbe stato eletto «per due terzi» con i voti del Pd («tra l’altro la Puglia è la regione meglio governata del Mezzogiorno, dopo forse solo la Basilicata»). E secondo, «se tra cinque giorni succederà, come è già successo in passato, che Bersani incontrerà Casini, questo non dovrà suscitare l’idea che il Pd si stia spostando troppo a destra».
L’incontro con Vendola diversi malumori li ha però suscitati. Anche perché viene giudicata «demenziale», come fa il veltroniano Giorgio Tonini, l’ipotesi del governatore pugliese di un governo «di scopo» che si occupi di legge elettorale e non di economia. E lo stesso tentativo di Bersani di lavorare sia sul fronte della sinistra radicale che su quello dei centristi suscita perplessità in Sergio Chiamparino: «Apprezzo gli sforzi per dire “mai più Unione”, bisogna solo stare attenti perché l’Unione potrebbe presentarsi come eterogenesi dei fini». Dice il sindaco di Torino, presentando il suo libro “La sfida” insieme a Walter Veltroni: «L’Unione può diventare, di là delle intenzioni, il prodotto di unpercorso politico in cui “con chi” metterci d’accordo viene prima di “su cosa” metterci d’accordo». E l’ex segretario, oltre a dire che «la democrazia in Italia è a rischio» perché «una democrazia in cui il governo non ce la fa e l’alternativa non c’è è a rischio», critica le alleanze «costruite solo contro un nemico».

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«Riforma voto, è lite istituzionale Fini a Schifani: al Senato si arenerà», di Silvio Buzzanca
No di Palazzo Madama al “trasloco”. Pd: maggioranza finita. Dal Pdl bordate al presidente di Montecitorio: “Giudizi abnormi, non è imparziale”. Casini (Udc): prendo atto che l´esigenza di cambiare è avvertita da tutti

ROMA – Guarda Gianfranco che della legge elettorale ce ne occupiamo noi al Senato. Risposta ineccepibile Renato, ma so già che non ne farete nulla. Il tono del dialogo fra il presidente del Senato e quello della Camera non è questo. È più garbato, ma la sostanza è quella di uno scontro durissimo fra Palazzo Madama e Montecitorio, fra la seconda carica dello Stato e la terza.
A rompere il tran tran parlamentare del giovedì è arrivata infatti ieri la risposta di Schifani alla lettera di Fini con cui chiedeva, causa eccessivo carico di lavoro della commissione Affari costituzionali del Senato, di trasferire a Montecitorio il dibattito sulla legge elettorale. Il presidente del Senato, sentito il presidente Carlo Vizzini, fa sapere al collega, «di aver avuto ampie garanzie dal presidente della Commissione Affari costituzionali sulla possibilità di proseguire nell´esame della legge elettorale». Il presidente del Senato ricorda poi a Fini che della questione il Senato se ne occupa dal 22 dicembre del 2008 e che il 2 dicembre del 2009 Palazzo Madama ha votato una mozione presentata da Anna Finocchiaro che includeva la legge elettorale fra le riforme istituzionali da discutere al Senato.
Fini ci pensa un po´. E alla fine affida ai suoi più stretti collaboratori una risposta al vetriolo. «È ineccepibile la risposta del presidente del Senato, nell´ambito del leale rapporto di collaborazione tra i due rami del Parlamento», dice il presidente della Camera. «Ma è altrettanto evidente – aggiunge – che c´è una questione politica, perchè risulta difficile pensare che il Senato manderà avanti davvero la riforma della legge elettorale».
Una bomba che scatena la reazione furibonda del centrodestra e aggiunge un nuovo capitolo alle “malefatte” di Fini nei confronti del Pdl. «Fini ha pronunciato giudizi abnormi sul Parlamento ed è evidente ormai che ha trasformato l´aula della Camera in “un bivacco di manipoli”, commenta Osvaldo Napoli. Secondo il vicepresidente del Pdl alla Camera, «mai si era mai visto il presidente della Camera preoccupato del profilo politico di una materia parlamentare come è la legge elettorale». Un errore che porta Napoli a chiedere l´intervento di Napolitano: «Le parole del presidente della Camera sono abnormi e un intervento del presidente della Repubblica per rasserenare il clima e le istituzioni sarebbe un segnale da tutti auspicato». Ovviamente nel Pdl c´è grande apprezzamento per la decisione di Schifani, considerato un vero garante delle istituzioni, mentre a Fini viene addebitato il progetto tutto politico e di parte di trasferire la discussione a Montecitorio dove il gruppo di Futuro e Libertà e molto più consistente. Una ricostruzione che non piace a Carmelo Briguglio: «Uno Schifani che sarebbe politicamente asessuato e indipendente dal governo e dagli interessi politici del presidente del Consiglio, è immagine che induce al sorriso», dice il finiano. Gli altri attori politici assistono interessati alla nuova rissa fra Pdl e Fli. Casini, con una buona dose di ironia, osserva: «L´insistenza con cui il Senato ha voluto calendarizzare il dibattito sulle legge elettorale mi conforta: vuol dire che c´è un´esigenza, ormai avvertita da tutti, di superare l´attuale legge». Anna Finocchiaro, presidente dei senatori democratici, dice invece che «lo spettacolo offerto dai presidenti delle Camere, schierati su posizioni diverse e in evidente conflitto politico, è l´ennesima testimonianza del fatto che maggioranza e governo non stanno più in piedi». I leghisti, invece, sono contrari alle modifiche al Porcellum e dicono che non è una priorità.

da www.repubblica.it

"Intervista a Manuela Ghizzoni: «Senza fondi Gelmini dovrebbe dimettersi»", di Jolanda Bufalini

La parlamentare Manuela Ghizzoni, battagliera capogruppo Pd in commissione Cultura, assieme al segretario Pier Luigi Bersani ieri ha incontrato una delegazione di ricercatori e studenti. Riforma senza copertura finanziaria.
Il re è nudo? «Non vorrei che qualcuno avesse la memoria corta: risale a due settimane fa il siparietto di Mariastella Gelmini con Giulio Tremonti che assicuravano che le risorse ci sono. Ora il governo ha smentito il suo ministro e io spero che il ministro sia conseguente».
Cosa significa conseguente? «Gelmini ha messo la faccia su questa riforma. Io mi dimetterei».
Cosa significa la mancanza di soldi? «Sono senza copertura due emendamenti del governo, quello che prevede 9000 assunzioni straordinarie in sei anni (misura per noi largamente insufficiente) e quello che prevede la restituzione degli scatti stipendiali per le fasce più basse di reddito. Erano gli emendamenti grimaldello per il via libera alla riforma».
Ma mancano anche i soldi per il funzionamento ordinario degli atenei? «C’è una voragine nelle casse dello Stato per l’università: un miliardo e 350 milioni sottratti dal governo. Ma così le università porteranno i libri in tribunale. Gelmini dichiara: “mi impegno per gli stipendi”. Non basta, il maltolto va restituito».
Come? «Trovare i soldi per l’università è una scelta politica. Vendano le frequenze rese libere dal passaggio al digitale».
La riforma non è necessaria? «Abbiamo sventato il colpo di mano di una legge frettolosa che la maggioranza voleva portare in Aula il 4 ottobre. Ma non ci sto a passare per una reazionaria che tiene bordone alle baronie locali».
Perché una riforma così importante non appassiona l’opinione pubblica? «Nessuno può chiudere gli occhi di fronte a meccanismi non limpidi di selezione e le nostre proposte sono scritte, nero su bianco. Ma se l’opinione pubblica è sospettosa è anche perché su questo ha lavorato il governo, raccontando atenei in mano alle baronie e ai concorsi truccati ».
Bisogna distinguere fra eccellenze e mediocrità? «Bisogna riconoscere che in Italia c’è una buona media, altrimenti non si spiegherebbe perché tanti nostri giovani sono appetibili all’estero, soprattutto considerando che siamo il fanalino di coda per investimenti ».
Quale differenza fra i due schieramenti? «Nella delega al governo, articolo 5, lettera C, si prevede la revisione, la riduzione dell’organico, non il miglioramento. Noi siamo per investire nel capitale umano e i 4000 concorsi a ricercatore che si stanno svolgendo, risalgono al governo Prodi. Siamo per incrementare senza ope legis ma con la possibilità della progressione di carriera per chi vi lavora».

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“L’università scende in piazza, «Avete commissariato il sapere»”, di Gioia Salvatori
Da Roma a Bari, da Pavia a Firenze la protesta di studenti, ricercatori e dottorandi. Sott’attacco la coppia Gelmini e Tremonti. Pier Luigi Bersani: «La riforma dell’istruzione umilia gli atenei»

Di un contentino nel milleproroghe non si accontentano. Vogliono che il ministro dell’Istruzione, con tutto il governo, vada a casa, perché «questa riforma Gelminator non l’ha scritta da sola». Hanno facce giovani, magliette con su disegnati mattoni, caschi gialli da cantiere in testa, catene di carta stagnola al collo: simboli del muro dell’ignoranza da abbattere, dell’università-cantiere di sapere, dell’università distrutta dai tagli. Del ministro Tremonti non si fidano neppure quando dice, mentre anche Lega e pezzi del Pdl premono, che «per l’università ci sarà il massimo dei fondi possibili nel decreto di fine anno». Contestano il metodo: «non vogliamo gli avanzi, l’istruzione pubblica deve essere priorità». «Soldi all’università non alle bombe» è uno dei leit motiv di una lunga giornata di contestazione universitaria, con tanto di blocchi del traffico a Roma centro per un corteo non autorizzato e lanci d’uova contro la sede della conferenza dei rettori (Crui) da parte di un manipolo di collettivi. Ieri tremila studenti, ricercatori e dottorandi sono giunti da tutta Italia in piazza Montecitorio a Roma, aderendo al sit-in indetto da Udu e Flc Cgil a cui hanno partecipato anche i Giovani Democratici, per protestare contro la riforma dell’università e chiedere le dimissioni della Gelmini. Non fa niente se il ddl, che ieri doveva andare in Aula, arriverà solo dopo la Finanziaria: lo stop di Tremonti al ddl per assenza di copertura galvanizza la piazza: «È un chiaro segno dell’incapacità di questo governo», dicono gli universitari. «La Gelmini è commissariata da Tremonti, ora va aperto un confronto sui mali dell’università e un percorso fatto di assemblee per scrivere una riforma tutta diversa. Una riforma che prima di tutto tenga fuori i privati dall’università pubblica», dice Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell’Udu. È tra i primi ad arrivare in piazza insieme ai colleghi di Torino, «Sai che in Piemonte l’Edisu rischia di diventare un ente inutile tra un anno?».È l’ente regionale per il diritto allo studio del Piemonte, punta d’eccellenza nel settore, noto per erogare copertura totale delle tasse universitarie agli studenti con Isee fino a 18mila euro; inoltre finanzia case per studenti e mense universitarie che rischiano di chiudere per via di un taglio che riduce i fondi da 22 milioni a 7: la presidente si è già dimessa. Il Politecnico a Torino è occupato come Ingegneria a La Sapienza, la rabbia è tanta nelle facoltà scientifiche. E poi ci sono gli studenti di Pavia e Urbino «disposti a fare sacrifici, ma il governo deve garantire fondi a ciò che è importante sia pubblico: la sanità e l’istruzione»; ci sono i sardi arrivati in aereo e gli aspiranti architetti de La Sapienza, i più fantasiosi. Nel pomeriggio mettono all’asta una ricercatrice: si va a ribasso, dai 500 euro del bando iniziale viene aggiudicata per «un rimborso spese». Speranze nel futuro poche e non si può neppure andare all’estero: a Daniele tre università londinesi hanno bocciato la richiesta di master. La motivazione? La laurea triennale che avrà in mano non gli darà adeguati strumenti tecnici, non attesta la capacità di uso dei programmi di progettazione, a Londra è carta straccia. A fine giornata si rilanciano assemblee in tutto il paese e i due cortei studenteschi di domani a Roma, dove i ragazzi saranno accanto agli operai della Fiom. Arriveranno da tutta Italia, si dice, e anche ieri la mobilitazione è stata nazionale. A Bari i ricercatori hanno bruciato in piazza i loro curriculum, a Pavia corteo per le vie del centro, a Firenze lezioni di medicina davanti all’ospedale Careggi, a Pisa occupato il Rettorato. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che ieri ha incontrato una delegazione di universitari e ricercatori, non ha dubbi: «La riforma degli atenei viene vissuta come fumo negli occhi dalle forze vive dell’università. Volerla approvare è fuori dal mondo». Poi rilancia la proposta affidata alle colonne del Corriere della Sera e propone al governo la vendita delle frequenze digitali libere per finanziare gli atenei.

da www.unita.it

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Messaggero: Sit-in a Montecitorio, al via le occupazioni. I rettori: serve un miliardo
15-10-2010

di ALESSANDRA MIGLIOZZI
ROMA – I soldi per l’università e per i concorsi per i ricercatori saranno trovati e arriveranno entro la fine dell’anno. Dopo aver intimato l’alt alla riforma Gelmini perché priva di coperture economiche, ieri il ministro dell’Economia Tremonti ha rassicurato sull’intenzione di reperire comunque le risorse mancanti: da parte del governo, ha detto, c’è l’impegno «a mettere quanti più soldi possibili sull’università. Sappiamo quanto significano queste voci, ma si deve agire con lo strumento tecnico disponibile, che non è la legge ordinamentale, ma una legge economica di bilancio». Pace fatta, dunque, fra il responsabile del Tesoro e la collega Gelmini, che comunque non ha digerito lo stop al suo ddl tanto che ha messo la palla in mano a Tremonti spiegando che la riforma c’è ed è «innovativa», ma spetta all’Economia decidere se coprirla o meno. Bossi dà fiducia al capo del Tesoro: «I soldi ci sono, alla fine si troveranno». Ma la maggioranza resta guardinga: i finiani sono pronti a far saltare il ddl se resta senza coperture. E la pidiellina Valentina Aprea, presidente della commissione Cultura, dice «bene le rassicurazioni ma noi continuiamo a sostenere il ministro Gelmini. Quindi aspetteremo la legge di stabilità e il milleproroghe per vedere se saranno soddisfatte le nostre richieste. Solo a quel punto daremo il via libera alla riforma dell’università». Intanto gli atenei si preparano allo sconquasso se i fondi non arriveranno. Quanti soldi servono lo dice Enrico Decleva, presidente della Conferenza dei capi di ateneo, la Crui, e rettore della Statale di Milano: «Per impedire il collasso delle università serve 1 miliardo considerando che per il 2011 solo sul fondo ordinario è previsto un taglio di 1,3 miliardi a cui vanno aggiunti i 139 milioni in meno per le borse di studio e i soldi tagliati alle università non statali. Apprezziamo le dichiarazioni di intenti di Tremonti, ma avranno valore, a questo punto solo quando ci sarà una quantificazione delle risorse. Ci siamo già scottati una volta, due settimane fa, quando avevano garantito fondi per la riforma». Senza certezze gli atenei non potranno fare i bilanci preventivi per il 2011 che sarebbero in programma già a partire della prossima settimana. «A malapena riusciamo a chiudere il consuntivo del 2010- aggiunge Decleva- perché i soldi di quest’anno non sono arrivati tutti». Ma se i rettori chiedono soldi e riforme la ‘base’ non li segue sul sì al ddl Gelmini. Ieri studenti, docenti e ricercatori hanno chiesto a gran voce, con un sit-in a Montecitorio, il “ritiro” del testo e dei tagli e «le dimissioni del ministro che ormai non è più credibile, è ostaggio di Tremonti». Uno spezzone dei manifestanti ha contestato i rettori sotto la sede della Crui. L’Unione degli universitari annuncia presidi a oltranza, negli atenei sono cominciate le occupazioni. «In 25mila sepolti vivi nella Gelminiera», hanno scritto su uno striscione i ricercatori di Ingegneria della Sapienza. I loro colleghi di Pavia, invece, sono arrivati a Roma con i caschi gialli: «Vogliamo ricostruirla noi l’università», hanno spiegato mentre gli studenti recitavano un Ave Gelmini, una preghiera per chiedere risorse.Alcuni universitari di Firenze sono scesi in piazza vestiti da fantasmi per simboleggiare la «morte della ricerca, del diritto allo studio, dell’università» decretata dalla riforma. Insieme alla contestazione i manifestanti hanno portato avanti le loro proposte. «Noi abbiamo delle idee e chiediamo che siano ascoltate – spiegano dalla Rete 29 Aprile che raccoglie decine di ricercatori – Vogliamo anche noi la riforma del sistema, ma non questa e chiediamo al governo di ascoltarci».
«Occorre ripristinare subito i fondi altrimenti molti atenei rischiano di chiudere e non poter pagare gli stipendi- ha spiegato in piazza il segretario della Flc Cgil, Mimmo Pantaleo- la riforma va rivista, così com’è è sbagliata. Ora che c’è stato lo stop bisognerebbe aprire un confronto». La piazza ieri ha tenuto lontani i politici. Fini è stato fischiato mentre passava a distanza per entrare alla Camera. Mentre il segretario del Pd Bersani non ha incontrato gli studenti per motivi di sicurezza, avvertito dai suoi che c’erano alcuni manifestanti pronti alla contestazione

dal Messaggero

«Milano 2015, odissea nell´Expo viaggio nel grande sacco dei privati», di Alessia Gallione e Andrea Montanari

Dopo il 2015 su quelle aree una speculazione immobiliare da 400 milioni di euro. Fondazione Fiera e Cabassi cedono in comodato d´uso i terreni su cui si terrà l´evento

MILANO – La foto di gruppo è quella del 31 marzo del 2008 e Letizia Moratti la conserva ancora nel suo ufficio a Palazzo Marino. Tutti sorridenti, in quell´istantanea che immortala la vittoria di “squadra” bipartisan di Milano sulla rivale Smirne: il sindaco, Roberto Formigoni, l´allora presidente della Provincia del Pd Filippo Penati, il premier Romano Prodi. Un´era geologica fa. Perché da allora sono passati 927 giorni. Il “grande evento” del 2015 aspetta ancora di partire e dopo mesi di scontri e impasse, soltanto ieri è stato sciolto quello che avrebbe dovuto essere il primo dei nodi: la disponibilità dei terreni (privati) su cui sorgeranno i padiglioni di Expo. Un accordo in extremis raggiunto a cinque giorni dall´esame – martedì 19 – di fronte al Bureau International di Parigi, che aveva dettato un ultimatum in vista della registrazione ufficiale. Ma a cui tutti, a cominciare dai protagonisti del centrodestra, sono arrivati divisi.
La strada è segnata: i proprietari di quei terreni, Fondazione Fiera e gruppo Cabassi, hanno risposto positivamente alla richiesta della Moratti che, per presentarsi con qualcosa in mano a Parigi aveva chiesto «l´immediata e incondizionata disponibilità delle aree». «Un accordo un po´ sofferto, ma sulla scelta più idonea – ha commentato il presidente di Fondazione Fiera Gianpiero Cantoni – Non siamo né speculatori né interessati a operare se non in grandissima trasparenza».
Ma in quel gran gioco dell´oca che è diventato Expo, siamo tornati alla casella di partenza: il destino di quel milione di metri quadrati alla periferia Nord-Ovest della città era già stato scritto nel 2007. Un pezzo di niente, sulla carta terra agricola o con destinazioni industriali o artigianali, su cui caleranno però investimenti pubblici per più di un miliardo (oltre ai 10 per strade e metropolitane) rendendo appetibile quel triangolo stretto tra autostrade e ferrovie. È allora che fu abbozzato con Fondazione Fiera (proprietaria di 520mila metri quadrati) e il gruppo Cabassi (260mila) l´accordo finalmente approvato ieri: un comodato d´uso con diritto di superficie. Con la possibilità di costruire, 18 mesi dopo l´Expo, oltre 400mila metri quadrati di nuove case, uffici e negozi concentrati su metà dell´area (340mila metri quadrati), mentre l´altra metà resterà pubblica. L´indice di edificabilità è dello 0,52, in realtà raddoppia visto che si dovranno concentrare le volumetrie, facendo nascere palazzi da 14-18 piani. Un nuovo quartiere da 15mila abitanti, accusa il centrosinistra, un´operazione immobiliare da 400 milioni di euro.
Un tesoro conteso fino all´ultimo, perché è attorno a quelle plusvalenze che si è giocata la partita. Nonostante i privati siano chiamati oggi a pagare, oltre agli oneri di urbanizzazione, anche parte delle infrastrutture: il modo per garantire l´interesse pubblico. Attacca Penati: «Quello della Moratti è un regalo ai privati. La partita dell´Expo è politica ed è tutta giocata nel Pdl». Stefano Boeri, candidato sindaco alle primarie di centrosinistra, è uno degli architetti che ha disegnato il progetto del 2015: campi da coltivare con tutti i sapori del mondo al posto dei tradizionali padiglioni. Un orto planetario che questo accordo «sbagliato», dice, cancellerà con «una colata di cemento». Secondo i suoi calcoli, tra opere Expo e residenze future si arriverà a oltre 700mila metri quadrati: l´equivalente di 25 Pirelloni.
L´evento che avrebbe dovuto rilanciare la Capitale del Nord, finora è stato soltanto il palcoscenico di uno scontro di potere interno al centrodestra, per stabilire chi gestirà le leve di comando e i futuri appalti e cantieri. È così che se ne sono andati 927 giorni. In un braccio di ferro tra Letizia Moratti, il sindaco-commissario a cui il governo ha appena affidato altri poteri da “Bertolaso del Nord” per velocizzare i lavori a colpi di deroghe, e Roberto Formigoni, il governatore del “ventennio” di dominazione in Lombardia. Una battaglia di personalismi, una contesa tra l´anima laica del Pdl e quella cattolico-ciellina. Non a caso l´area scelta per i futuri padiglioni sorge vicino al nuovo polo fieristico di Rho-Pero e, per la maggior parte, è in mano alla Fiera, feudo ciellino e formigoniano fino all´avvento alla presidenza di Cantoni, fedelissimo del Cavaliere.
Gli ultimi mesi sono stati contrassegnati dall´indecisionismo del sindaco, che ha sempre propugnato la scelta del comodato d´uso con i privati, e dai veti del presidente della Regione che ha difeso fino all´ultimo la strada di una “newco” pubblica per acquistare i terreni. A comprare le aree ci aveva provato anche la società di gestione guidata allora da Lucio Stanca, l´ex ministro chiamato da Berlusconi alla guida: l´offerta arrivò a 180 milioni, ma finì in nulla. Formigoni iniziò così la sua partita a scacchi deflagrata in uno scontro aperto tra istituzioni: lo scorso luglio il Pirellone propose di comprare il milione di metri quadrati.
Per il governatore, che è arrivato a ventilare l´ipotesi dell´esproprio, era la via migliore e più trasparente per garantire «l´interesse pubblico». Per i detrattori, una mossa per mettere le mani su Expo tagliando fuori l´alleata-nemica Moratti e gestire attraverso Infrastrutture lombarde – il braccio operativo di Regione Lombardia – i lavori. Non solo. Chi possederà le aree deciderà anche cosa vi sorgerà. Per ora, in mano pubblica rimarrà un parco tematico che ruoterà attorno alle serre con tutte le colture del mondo, un auditorium, le case del villaggio Expo e tre padiglioni destinati al centro di produzione Rai. Ma il resto è tutto da inventare e anche qui il mondo dell´edilizia milanese vorrà pesare. Chi si contenderà quei lavori? E poi ci sono gli interessi di chi, oggi, non è della partita, come Salvatore Ligresti (che pure possiede gran parte di un´area dismessa non lontana dal sito Expo, che il Comune ha in programma di trasformare in una nuova Défence), ma che osserva con aria nient´affatto disinteressata quel che accade intorno a Rho-Pero. Nella peggiore delle ipotesi, perché sul mercato asfittico di questi anni si riverseranno altre migliaia di metri quadrati costruiti e da vendere, e la concorrenza dà sempre fastidio. Nella migliore, l´affare sarà così grande che forse anche gli esclusi di oggi troveranno un posto a tavola.

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«Il pacco regalo di Letizia», di Roberto Rho

Ci sono voluti 927 giorni – due anni e mezzo – di litigi e di veleni, ma alla fine il super-commissario dell´Expo, Letizia Moratti, è riuscita a mettere il fiocco sul pacco regalo per gli immobiliaristi e i costruttori (tutti naturalmente privati) che oggi possiedono i terreni sui quali Milano ospiterà, tra quattro anni e mezzo, i 20 milioni di visitatori dell´Expo e su cui all´indomani del 2015, con una colata di cemento senza precedenti, nascerà una cittadella da 400mila metri quadrati e circa 15mila abitanti. Sì perché, per la prima volta nella storia dei grandi eventi, una manifestazione che durerà cinque mesi e si rivolgerà ad un pubblico (auspicabilmente) internazionale, con arrivi dagli aeroporti di tutto il mondo, si terrà su terreni privati.
Sarebbe bastato il buonsenso di una massaia per capire che l´acquisizione della disponibilità di quelle aree era il problema da sciogliere prima di ogni altro. E invece la Moratti si è imbarcata prima in una planetaria operazione diplomatica per garantirsi – attraverso scambi di favori e sostegni economici – i voti sufficienti per battere la concorrenza di Smirne, poi ha speso il primo anno a difendere la sua leadership solitaria (che pretendeva l´imposizione di un manager di sua esclusiva fiducia, Paolo Glisenti). Ha sprecato il secondo in un estenuante balletto con il ministro Tremonti (di fondi statali ne sono fin qui arrivati con il contagocce) e con il manager voluto da Silvio Berlusconi in persona, il parlamentare Lucio Stanca, vittima della sua inefficienza e della pretesa di mantenere doppio incarico e doppio stipendio. Infine, nel terzo anno, è venuto in superficie lo scontro di potere e di interessi che fino a quel momento aveva attraversato sotto traccia tutta la vicenda dell´Expo. Una guerra tutta interna al centrodestra, nella quale la sostanza della questione (meglio il comodato d´uso o l´acquisto dei terreni?) è diventata anche il pretesto per ribadire – o conquistare – il ruolo di king maker nella più grande partita politico-affaristica milanese del decennio, e per governare l´ingente flusso di denaro che scorrerà intorno a Rho-Pero.
Tra la Moratti e Formigoni, oggi, è la prima ad avere il pallino in mano. Ma resta la colossale anomalia dell´evento pubblico sui terreni privati. E la soluzione da ieri ufficiale, quella del comodato d´uso (i terreni sono “in prestito” all´Expo per sei anni, poi torneranno ai privati con annesso il cambio di destinazione d´uso, da agricoli a edificabili, e con il servizio di tutte le infrastrutture costruite per il 2015: dunque il loro valore si sarà moltiplicato), non solo non garantisce la tutela dell´interesse pubblico, ma è anzi un regalo da diverse centinaia di milioni ai privati. Formigoni, per il momento, sorride sornione. Ha l´aria di chi sa che, così com´è spudoratamente congegnata, l´operazione potrebbe non reggere all´urto delle critiche (e magari all´esame di qualche giudice, contabile o peggio). E assapora il gusto della rivincita.

da www.repubblica.it

«Università, non c’è più il ricatto», di Walter Tocci

È sospeso l’esame del disegno di legge per l’università. Riprenderà solo dopo la sessione di bilancio e comunque non prima di dicembre, per poi andare al senato in terza lettura.
Ieri non c’è stato neppure l’inizio del dibattito. La conferenza dei capigruppo ha confermato il programma già stabilito su richiesta del Pd. La scomposta iniziativa della Gelmini ha messo inutilmente in tensione il mondo universitario facendo perdere tanto tempo in discussioni inutili sul calendario. Che questo fosse l’unico metodo da seguire era già stabilito dal buon senso e dal rispetto dell’articolo 81 della Costituzione, ma ora la dimostrazione più eloquente è venuta proprio dalla brutta figura del ministro sull’emendamento per i concorsi da associato, al quale il ministero dell’economia ha dato parere negativo in commissione bilancio.
Il contrasto fra Tremonti e Gelmini conferma che avevamo ragione noi, che perfino il governo non riesce a lavorare se prima di approvare le norme non si definisce il quadro finanziario.
Ora l’università è libera dal ricatto del governo che aveva imposto l’approvazione della legge come condizione di una vaga promessa di finanziamenti in futuro. Nella sessione di bilancio ci batteremo per eliminare i tagli e anzi per aumentare le risorse. Avanzeremo proposte precise chiedendo provvedimenti coraggiosi per finanziare l’università. Si può cominciare a intaccare le rendite finanziarie oppure vendere le frequenze che si liberano con la transizione al digitale, mettendo così a disposizione miliardi di euro nei prossimi anni.
In ogni caso Tremonti non potrà continuare a imbrogliare le carte, sa bene che è obbligato a mettere i soldi per garantire la sussistenza degli atenei.
Ha giocato una brutta partita a poker facendo intendere che erano pronti a chiudere le università italiane e la minaccia è apparsa credibile perché la destra riesce a intimidire la gente e perché la gente si aspetta le cose peggiori da questa destra. Ma neppure la Lega e il Pdl possono permettersi di arrivare a tanto e saranno costretti alla fine a stanziare i finanziamenti necessari.
Ora è possibile discutere sul merito della legge. Spenderemo il tempo disponibile per spiegare gli effetti concreti che avrebbe l’approvazione del ddl. L’attuazione in contemporanea di 500 nuove norme e di 1000 regolamenti produrrebbe la paralisi di qualsiasi attività nei prossimi anni. Ciò è già successo per un provvedimento assai più contenuto come il decreto 180 del 2008 che ha modificato le regole concorsuali. Era stato annunciato come la panacea meritocratica e ha avuto solo l’effetto di complicare le procedure già in corso, tanto che in due anni nessun concorso si è ancora concluso.
Per costruire il ricatto hanno stabilito che quelle regole non si potessero usare per i concorsi futuri. In questo modo hanno creato artificiosamente un vuoto legislativo finalizzato a ottenere dalle burocrazie accademiche un consenso incondizionato sul disegno di legge. Ora che la sua approvazione è rinviata di mesi non si può mantenere l’università bloccata.
Chiederemo quindi la proroga delle procedure concorsuali del decreto 180, che ormai sono conosciute dal sistema universitario e potranno essere gestite più agevolmente. Il governo non dovrebbe avere alcuna ragione per rifiutarsi di prolungare la validità di quelle norme che ha portato a suo tempo con tanto entusiasmo all’approvazione del parlamento.
Insomma il ricatto deve finire non solo sui finanziamenti ma anche sui concorsi.
Potremo allora tornare a chiederci che cosa significa riformare davvero l’università. In campo non c’è solo la legge del governo, c’è anche la soluzione alternativa del Pd, già illustrata nel precedente messaggio del 5 febbraio 2010 (a proposito, per un errore informatico in quel documento è saltata l’ultima parola “gratuita”).
Sulla base delle osservazioni che abbiamo ricevuto proporremo un testo più avanzato. La nostra proposta va nella direzione opposta a quella del governo cancellando norme invece di aggiungerne di nuove e affidando la regolazione del sistema a una rigorosa valutazione dei risultati. Su questa base si affrontano gli altri problemi: lo sviluppo del welfare studentesco, l’accesso dei giovani alla ricerca, le carriere all’interno del nuovo ruolo di professore universitario. Avremo modo di approfondire questi argomenti. L’università ora è libera di discutere sul proprio futuro.

da www.europaquotidiano.it

«Per i terremotati in hotel la «villeggiatura» è finita», di Jolanda Bufalini

Da oggi gli hotel dell’aquilano che ospitano gli sfollati non forniranno più pasti, non cambieranno la biancheria e non puliranno più le stanze. Chiodi rassicura sui pagamenti, ma le promesse non bastano.

«Siamo tutti aquilani e tutti terremotati», dice Mara Quaianni, «e ci dispiace molto, loro non hanno colpa», aggiunge riferendosi ai concittadini che vivono negli hotelda sfollati.
«Purtroppo non abbiamo altro modo per far valere le nostre ragioni». Da oggi gli albergatori de L’Aquila non forniranno la pulizia, il cambio della biancheria, e non serviranno i pasti. «Nonostante le rassicurazione del commissario Chiodi, ad oggi non risultano pervenute le nostre spettanze, ovviamente, non appena riceveremo quanto dovuto, riattiveremo i servizi che abbiamo garantito, con grandi sacrifici sin dall’inizio del post-sisma», dice ancora la signora Quaianni, che è vice presidente di Federalberghi e che si vede costretta a snocciolare l’elenco delle inadempienze della Sge, la struttura per la gestione dell’emergenza: «A settembre abbiamo avuto un acconto sul mese di gennaio e un saldo del 25% su settembre».
Niente soldi per gli albergatori, niente per i puntellamenti, niente per le autonome sistemazioni, ovvero per chi dovrebbero ricevere un contributo per pagare l’affitto. Il sindaco Cialente chiede «assoluta solerzia alla Sge» anche se sa che «lì qualcosa non funziona», lo stesso comune ha anticipato 28 milioni e, senon rientreranno, «non saprò come pagare gli stipendi». Dovrebbero arrivare almeno 60 milioni, che non basteranno a pagare tutti i debiti e che, tuttavia,nonarrivano. Interpellato al telefono, il nuovo vicecommissario Antonio Cicchetti si trincera dietro a un «Non so, non ci sono ancora, d’altra parte nell’ordinanza non c’è scritto che mi devo occupare di questo». Effettivamente l’ordinanza non definisce le deleghe del sub commissario, però, alla caserma della Guardia di finanza, l’ufficio del dottor Cicchetti c’è, anzi, non appena il sindaco ha rimesso il suomandato, raccontano, è stato sollecitato a liberare le scrivanie al più presto.
Risponde, invece, agli albergatori aquilani il commissario Chiodi, annunciando che parte degli 80,5 milioni disponibili per le spese per l’emergenza- Abruzzo sarà utilizzata anche per gli hotel e facendo sapere che sonostati firmati pagamenti per 2,6 milioni di euro, a copertura delle spettanze fino al mese di febbraio: «Siete disumani, avete avuto più dei vostri colleghi delle altre province eppure siete i meno solidali». «La solidarietà c’è», dice invece l’albergatrice Mara Quaianni ma «sono due mesi che ripetiamo a tutti che non riusciamo ad andare avanti». E non è questione di buona volontà, si tratta di pagare stipendi e forniture in una realtà dove l’economia è ferma. Gianni Chiodi la butta sul ritornello, mediaticamente collaudato, dell’ingratitudine degli aquilani, che èuna cosa che fa impazzire nella città dove la ricostruzione nonè iniziata e la popolazione assistita raggiunge le 55mila unità.
Di ieri è la polemica su un “trucco contabile” che ha consentito al commissario Chiodi di parlare, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, di soli 3000 sfollati. È insorta l’assessore Stefania Pezzopane: «Non è con l’illusionismo che si risolvono i problemi, sono 55.326 le persone che vivono in una condizione di grande disagio. 48 mila nella sola Aquila». Oltre ai 3 mila negli alberghi ci sono gli assegnatari del progetto

CASE
Non è soltanto, l’aspirazione a veder riparate le proprie abitazioni. C’è anche, per esempio, l’obbligo, se ti allontani peruna settimana, di comunicarlo alle autorità. A rischio, se non lo fai, di trovare i sigilli sulla porta. Come è avvenuto mercoledì ad una badante, assente dalla sua casa a fitto concordato tutti i giorni tranne il sabato e la domenica. Come stava per succedere ad un anziano sordo che non apriva la porta ed è stato considerato assente.
In questo caso la mobilitazione dei vicini è riuscita a fermare l’espulsione.Nonsi sentono a casa loro nemmeno coloro che hanno trovato un alloggio con l’affitto assistito, che sono spesso, dice Stefania Pezzopane, «alloggi al limite della vivibilità».
Il commissario Chiodi replica che nonc’è nessuna intenzione di dividere i terremotati in «serieA e serie B, il conteggio diverso serve ad ottimizzare i calcoli, visto che la situazione più urgente è quella di chi vive in albergo ». Ma intanto di magie dei numeri ce ne sono tante, la settimana scorsa, nel question time al Senato, Guido Bertolaso ha sostenuto che ci sono 14 miliardi per L’Aquila.
Qui nessuno li ha visti.

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Intervista a Massimo Cialente: «I soldi per l’emergenza erano già finiti l’anno scorso», di Maria Grazia Gerina

«Quando arriveranno i soldi?»,
domanda concitato il sindaco de l’Aquila Massimo Cialente. Dall’altro capo del telefono, Gaetano Fontana, che da settembre 2009 guida la cabina di regia per la ricostruzione. Il punto è sempre quello. Ossia: i soldi per l’emergenza, finiti da un pezzo, mentre l’emergenza continua, migliaia di aquilani vivono ancora negli alberghi. Da oggi si ritroveranno senza cambio della biancheria e senza pasti…
«È allucinante, già vivere in albergo non è una vacanza, come dice il premier, ci sono dati medici riscontrati, un netto aumento del diabete: adesso tolgono anche biancheria, tovaglioli da bagno e pasti? Chiodi deve chiamare gli albergatori e garantire che entro pochi giorni sarà in grado di pagarli. Anche loro stanno con la corda al collo».
Da quando non vengono pagati?
«Finora hanno ricevuto solo piccole cifre, per il resto sono andati avanti grazie alle banche».
Quando arriveranno i soldi?
«È la questione che ho posto prima di dimettermi da vicecommissario per la ricostruzione. La situazione è questa: i soldi per l’emergenza sono finiti dall’anno scorso. Da allora siamo andati avanti a pezzi e bocconi. Non avendo soldi per la ricostruzione abbiamo speso quelli dell’emergenza anche per puntellare, demolire e rimuovere le macerie. Ora quei soldi devono essere restituiti all’emergenza. Il decreto del 6 ottobre sulla carta ci ha trasferito circa 80 milioni ma qualcosa si è inceppato a livello burocratico e attendiamo l’autorizzazione della Banca d’Italia».
Ma una volta erogati basteranno?
«Dipende da come Chiodi deciderà di distribuirli. Io, come sindaco, devodare a circa 22mila persone i contributi per la sistemazione autonoma, che non sono erogati da maggio. Sono circa 30 milioni. A cui si aggiungono 28 milioni che ho anticipato per i tre mesi precedenti».
E i soldi per la ricostruzione?
«Ci sono 704mila euro e, grazie ai meccanismi di controllo che abbiamo attivato, le spese di ricostruzione de l’Aquila sono molto più basse delle altre zone terremotate,ma abbiamo perso 9 mesi per far partire anche solo i cantieri facili, quelli per rendere di nuovo agibili le abitazioni laddove le strutture hanno tenuto: se tutto va bene, dovremo aspettare la prossima primavera».

da www.unita.it

«Dopo tante parole tutto come prima», di Irene Tinagli

Desta scalpore lo stop alla riforma dell’Università dato dalla Commissione Bilancio. Fa discutere sia perché questa riforma è stata sempre presentata dal governo come uno dei perni della sua azione innovatrice, sia perché mette in mostra le contraddizioni di un rimpallo di responsabilità e di uno scarso coordinamento tra vari ministri.

Ma non erano proprio il ministro Tremonti e la Gelmini che non molto tempo fa ci rassicuravano che le risorse per la riforma dell’Università c’erano? Insomma, questa riforma ha assunto ormai un significato politico molto forte: il suo slittamento a fine anno sarebbe un duro colpo all’immagine del governo, in una fase peraltro molto delicata. Ma mentre tutti riflettori sono sullo slittamento, poche riflessioni sono condotte su ciò che è alla base di questo rinvio e le sue implicazioni non tanto per la tenuta del governo, ma per la riforma stessa e l’Università. La riforma infatti è stata bloccata dalla Commissione Bilancio per la mancata copertura finanziaria di 23 dei 26 articoli del provvedimento.

Di fatto però a far saltare la copertura è un emendamento introdotto alla Commissione Cultura della Camera, che istituisce un Fondo per far passare, nel periodo dal 2011 al 2016, 9000 ricercatori a professori associati. Oltre due miliardi di euro in sei anni destinati non a progetti di ricerca o investimenti, ma per «stabilizzare» 9000 ricercatori. Non si tratta di una vera e propria ope legis, perché questi ricercatori saranno assunti secondo procedure di valutazione, abilitazione e chiamata già previste dalla riforma, ma il fatto è che con questo emendamento si dà priorità ad un solo aspetto della riforma (l’assunzione di associati) prima che molti altri aspetti cruciali del provvedimento vengano definiti e regolamentati, primi fra tutti gli incentivi legati ai criteri di assunzioni e promozioni delle università, che restano demandati a decreti successivi, le risorse da distribuire secondo valutazioni di qualità e così via.

In un sistema di questo genere far partire le assunzioni «per chiamata» significa di fatto immettere definitivamente nel sistema accademico novemila persone sulla cui futura performance e qualità nessuno sarà chiamato a rispondere direttamente. Intendiamoci: di per sé, la chiamata diretta non è un male: se le Università ricevessero davvero i fondi sulla base della qualità del loro lavoro, e fossero chiamate a rispondere fino in fondo delle proprie scelte, l’abolizione dei concorsi e la chiamata diretta sarebbero in realtà il metodo più sensato e snello di condurre ricerca scientifica, così come avviene negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e molti altri Paesi. Ma questi cambiamenti chissà quando saranno effettivi nella nostra Università. Non solo: nessun emendamento si è preoccupato delle nuove posizioni di accesso al sistema: si aiutano i ricercatori già operativi, ma che ne sarà di tutti i dottorandi o aspiranti ricercatori che non avranno nessuna risorsa per i famosi contratti a tempo determinato? È difficile pensare a come si coltiveranno le prossime generazioni di ricercatori quando tutte le (poche) risorse mobilitate saranno destinate a professori associati e ordinari. Questa misura getta moltissime ombre sulla portata innovativa e le aspirazioni rivoluzionarie della riforma. Che ne è del rinnovamento, del rigore della selezione legata a meriti e risultati, e soprattutto delle opportunità per i più giovani? Questa confusione e questi cambiamenti di rotta sono difficilmente spiegabili se non con il tentativo di sopire le tante proteste di quest’autunno e sbloccare l’attività degli Atenei, nonché di far recuperare un po’ di popolarità al governo in difficoltà. Tuttavia, non è così che si fa bene al Paese.

Le riforme andrebbero portate avanti con visione d’insieme e coerenza interna, non dando priorità ai pezzi che fanno comodo al momento. Questa nuova configurazione della riforma potrà giovare a molti ricercatori già inseriti da tempo nel sistema e ai rettori che così potranno stabilizzare le attività dei loro atenei senza tanti stravolgimenti e senza rimettere troppe cose in discussione. Ma non gioverà ad un vero rinnovamento del nostro sistema, che avrebbe richiesto non tanto soldi per accontentare qualcuno e sopire le proteste, ma una riforma vera, organica, con più fondi da distribuire alle università secondo criteri di performance e finanziare progetti di ricerca innovativi e all’avanguardia. E non giova alle nuove generazioni, che avrebbero avuto bisogno di risorse per nuove posizioni di accesso e percorsi chiari e che invece si vedranno la strada sbarrata da un provvedimento che alla fine metterà a rischio l’apertura di nuove posizioni per molti anni a venire, così come è già avvenuto altre volte in passato.

Siamo quindi di fronte a una situazione molto triste perché, comunque vada, sarà una sconfitta. Sarà una sconfitta se la riforma si arenerà, perché con essa salteranno anche le cose buone che vi erano rimaste e che sarebbe stato opportuno avviare quanto prima (a partire dalle borse di studio per gli studenti più bravi che avevano fatto sperare tante famiglie). Ma sarà una sconfitta anche se il governo troverà le risorse per vararla con questi ultimi emendamenti, perché alla fine sarà l’emblema della natura inguaribilmente gattopardesca di tanta nostra azione politica: discussioni, lotte, proteste, grandi epocali riforme che aspirano a cambiare tutto e che finiscono poi per lasciare tante cose come prima.

da www.lastampa.it

«Il Paese dei dottori laureati al parcheggio», di Umberto Eco

La classica laurea quadriennale italiana, con una tesi finale che talora (anche se non sempre) poteva tener testa alle tesi di PhD di altre università, era un unicum italiano. Negli altri paesi in genere c´è un primo corso triennale alla fine del quale si prende, come in Francia, una license o come nei paesi anglosassoni un BA, o baccellierato. Poi si può fare quello che in America si chiama master (ma non è esattamente quello che è ora un nostro master) e, per chi ha una vocazione alla ricerca, il PhD alla fine del quale, e solamente alla fine del quale, si viene nominati Dottore (lasciamo da parte i dottorati francesi di vari cicli perché c´è da perderci la testa). Essere Dottore, in America, è così importante, che in certe situazioni formali, per onorare uno studioso, non lo si chiama “Professor” Smith bensì “Doctor” Smith. Il Professor può essere anche un laico assunto a contratto, il Doctor ha conseguito il massimo titolo accademico.
Non vi dico i guai quando un nostro laureato andava a proseguire i suoi studi all´estero. La laurea italiana con la sua tesi di dimensioni mostruose valeva un PhD americano? Di solito si diceva di no. Valeva solo un BA? Era un´ingiustizia. Si poteva equipararla a un Master? Era da discutere.
Ecco perché non era assurdo che, con la riforma Berlinguer, si tentasse una equiparazione dei titoli e dei periodi di studio.
La riforma era partita inoltre dalla persuasione che in Italia il numero degli studenti iscritti che non si laureavano fosse alto perché la laurea quadriennale, con il fantasma della imponente tesi finale, incoraggiava gli abbandoni o quei fuori corso chiamati “studenti in sonno”. Ora si scopre che gli studenti italiani tardano anche a terminare il triennio. È una iattura, di cui andranno meglio analizzate le cause, ma di cui non è responsabile il sistema 3+2.
Veniamo alla seconda iattura. Su questo stesso numero di Alfabeta Gigi Roggero mi fa dire (ma onestamente aggiunge “grosso modo”) che ci volevano più laureati anche se meno preparati. Non credo di aver mai detto così, avrò detto che ci volevano più laureati anche se con un anno di meno, ed è cosa molto diversa. Infatti quando si discuteva della 3+2 ero convinto (come lo sono ancora) che in tre anni ci si possa preparare molto bene, e meglio di quanto non avvenga in un triennio americano che, per poter ricuperare su una high school disastrosa, di non solito non insegna più di quanto non faccia (o non facesse) un nostro buon liceo (e l´aspetto positivo di un BA non è nella profondità degli insegnamenti, ma nel fatto che i ragazzi vivono in college, con frequenza obbligatoria, con la possibilità di avvicinare i professori quando lo desiderano).
Come in tre anni ci si possa preparare in modo eccellente lo spiego subito, partendo dalla mia personale esperienza di studente di filosofia negli anni cinquanta. All´epoca, per la laurea quadriennale, occorreva dare diciotto esami. I nostri professori (che, detto incidentalmente, erano personaggi della taratura di Abbagnano, Bobbio, Pareyson eccetera) si erano messi tutti d´accordo in modo che alla fine dei quattro anni, tra un esame e l´altro, si riuscisse a portare (oltre ai corsi monografici) quasi tutti i classici della filosofia, da Platone a Heidegger. A seconda del quadriennio in cui capitavi poteva accaderti di saltare, che so, Hegel, ma quando ti eri scozzonato su Aristotele, Spinoza o Kant (tutte e tre le critiche) eri poi in grado di leggere da solo il resto.
Di questi diciotto pesantissimi esami, per laurearsi entro il quadriennio (chi andava fuori corso o era studente lavoratore o era incappato nella classica nevrosi da tesi) se ne davano cinque in ciascuno dei primi tre anni, e tre nell´ultimo, per avere tempo da dedicare alla tesi. Nessuno è mai morto di fatica.
Ora, se quei quattro anni dovevano formare un esperto in filosofia, c´erano molti esami che con la filosofia non c´entravano, come latino, italiano, o quattro di storia. Visto che all´epoca queste materie si erano già fatte molto bene al liceo, si sarebbero potuti eliminare almeno tre di quegli esami, ed ecco che si sarebbe arrivati a quindici esami di materie filosofiche, liquidabili in tre anni (senza tesi finale), e leggendo ugualmente i classici e non dei riassunti.
Perché non si è fatto così per l´attuale triennio e si è presupposto di avere a che fare con adolescenti sottosviluppati? Perché si è data un´interpretazione restrittiva e fiscale dei “crediti”. I crediti sono un modo di quantificare il lavoro svolto dallo studente, in modo che se si sposta all´estero si sappia a quale livello di studio parificarlo. Si è deciso di calcolare i crediti in base alle ore passate a casa a studiare (una stupidaggine, o una finzione) o al numero di pagine da portare per l´esame. Inoltre, per giustificare il lavoro di molti vecchi e giovani docenti, si sono stabiliti tanti moduli con un numero di ore assai limitato. Ed ecco che, in base ai crediti a cui ha diritto per quel modulo, lo studente non deve studiare più di – diciamo – cento pagine, al punto da protestare se il docente gli dà un testo di centoventi pagine. Gli editori si sono riciclati facendo libri di testo tisicuzzi, e così lo studente è stato incoraggiato a leggere poco, in fretta, e ad accumulare crediti (che sono misura soltanto quantitativa) a scapito della qualità del suo apprendimento. Mentre, se proprio ci si voleva attenere all´uso europeo dei crediti, bastava legarli al numero e al risultato degli esami; se qualcuno dà due esami in luogo di uno, e col massimo dei voti, non interessa sapere quanto abbia studiato a casa; o ha studiato più degli altri, o è più sveglio, e gli si diano dunque tutti crediti che si è guadagnato, ma non gli si diminuisca il peso del lavoro, perché deve imparare a faticare.
Ho persino il sospetto che con criteri così severi forse si laureerebbero più ragazzi, perché si troverebbero di fronte a una sfida e non sarebbero incoraggiati a rigirarsi i pollici. Ma se poi non si laureano in tempo si deve anche ritenere che, tranne ovviamente le eccezioni folgoranti, arrivino già sottosviluppati dalla media superiore, come risulta dai test che denunciano ignoranze abissali – e quindi bisognerebbe mettere in discussione anche quanto avviene prima dei diciott´anni.
A rendere inoltre risibile il 3+2 c´è poi la storia grottesca del “dottore”. In tutti gli altri paesi si è dottore solo dopo il dottorato di ricerca e dunque dopo almeno otto anni di studio. Con i diplomi precedenti si è solo Mister, Herr o Monsieur. Alcuni di noi avevano sconsigliato di seguire il vecchio andazzo e di definire già dottore chi terminava il biennio della laurea magistrale; ma il legislatore, forse anche sotto la pressione di tutte le mamme e i babbi d´Italia, con il Decreto del 22 ottobre 2004, n.2707 ha infine stabilito: «A coloro che hanno conseguito, in base agli ordinamenti didattici di cui al comma 1, la laurea, la laurea magistrale o specialistica e il dottorato di ricerca, competono, rispettivamente, le qualifiche accademiche di dottore, dottore magistrale e dottore di ricerca».
Spero che il lettore abbia capito: in Italia si diventa dottore tre volte, una volta dopo tre anni, l´altra dopo due e l´altra ancora dopo tre o quattro. A parte i dottorati conferiti dal cameriere o dal posteggiatore. Come faranno all´estero a prendere sul serio i nostri dottori anche se arriveranno con le tasche piene di stupidi crediti?

Il numero 3 di Alfabeta2 sarà in gran parte dedicato all´università italiana. Dell´ampio saggio “Riflessioni sparse sull´università” di , ecco il capitolo dedicato alla laurea breve.

da www.repubblica.it