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Dichiarare senza prevenire, qual è il mestiere di Maroni?

Difficile vigilia della manifestazione romana. Il Pd: l’ordine responsabilità del governo

Dopo la debàcle di Genova, il Viminale mette le mani avanti sul corteo Fiom
Il corteo della Fiom di domani come Italia-Serbia di martedì sera? Il ministro dell’interno, Roberto Maroni, mette le mani avanti in vista del corteo organizzato dalla Fiom e sembra voler scaricare ogni responsabilità sul servizio d’ordine del sindacato. In studio ospite di Porta a Porta, il leghista infatti si è abbandonato a dichiarazioni preoccupanti: «Il rischio di infiltrazioni nel corteo della Fiom è elevato, come hanno detto anche le analisi dei nostri servizi, ma la nostra attenzione sarà massima. Il rischio è che alcuni gruppetti, non certo le 20 o 40mila persone che sfileranno pacificamente, staccandosi vadano a spaccare vetri. L’occasione è troppo ghiotta per l’infiltrazione nella manifestazione anche da parte di gruppetti stranieri». E ancora: «Incontrerò i responsabili della Fiom e sono certo che, essendo questo un grande sindacato, eviteranno con il loro servizio d’ordine che gruppetti di violenti possano fare danni».
Uno scaricabarile in piena regola, che ha innervosito sia il Partito democratico che la Fiom in vista di una manifestazione che agita già gli organizzatori e i dirigenti del Pd. Per i democrats ha parlato il responsabile sicurezza Emanuele Fiano, che ha ricordato al governo «come i rischi di violenze e di provocazioni, in un momento di così evidente crisi economica e sociale, debbano essere prevenuti da chi ne ha la responsabilità». Per il sindacato invece ci ha pensato Giorgio Cremaschi a stigmatizzare delle dichiarazioni che sanno di provocazione: «Se il ministro sa delle cose è suo dovere riferirle agli organizzatori, altrimenti taccia».

da www.europaquotidiano.it

«Maggioranza in agonia», di Massimo Giannini

Il processo di “balcanizzazione” del centrodestra compie un ulteriore salto di qualità. In un solo giorno si moltiplicano gli strappi sul già logoro tessuto politico che dovrebbe tenere insieme il governo per l´intera legislatura. In Parlamento Schifani e Fini rompono sulla legge elettorale. A Palazzo Chigi i ministri rompono con Tremonti sulla finanza pubblica. Al Senato il Pdl rompe con se stesso sul Mezzogiorno. Tre indizi, stavolta, fanno una prova: questa maggioranza non regge più.
Eppure, proprio mentre agonizza, il «berlusconismo da combattimento» diventa più dannoso. Lo dimostra l´ultimo blitz sulla bugiarda «riforma della giustizia» in arrivo: una norma che prevede l´obbligo per la Consulta di deliberare con una maggioranza dei due terzi in tutti i casi in cui si giudichi l´incostituzionalità su una legge. Un´altra misura eversiva: limiterebbe drasticamente l´autonomia dei giudici e squilibrerebbe una volta di più il bilanciamento dei poteri. Un´altra norma ad personam: per il passato, avrebbe impedito la bocciatura del vecchio Lodo Schifani, e per il futuro potrebbe impedire la bocciatura del nuovo Lodo Alfano. C´è solo da sperare che, nella totale entropia della fase, salti anche questa ennesima manomissione dei principi repubblicani.
La rottura sul «Porcellum» è preoccupante. La bega procedurale non riflette più solo un dissenso politico, ma si traduce in un conflitto istituzionale. Il presidente del Senato «avoca» a sé il dibattito sulla nuova legge elettorale, con l´intenzione di frustrare le velleità riformatrici del presidente della Camera. Fini vorrebbe modificare a Montecitorio la «porcata» di Calderoli, per consentire agli italiani di tornare a votare con una legge elettorale più giusta, che tolga alle segreterie di partito il «potere» di nominare i propri parlamentari e restituisca ai cittadini il «diritto» di scegliere i propri rappresentanti. Schifani glielo impedisce, ancorando il confronto nelle sabbie mobili di Palazzo Madama, perché in ossequio ai voleri del Cavaliere preferisce che gli italiani votino con questa pessima legge elettorale. Il risultato, oltre alla spaccatura orizzontale tra Pdl e Fli, è una frattura verticale tra la seconda e la terza carica dello Stato.
La rottura sulla Legge di stabilità è devastante. I «tagli lineari» del ministro dell´Economia affondano non tanto sulla pelle sottile degli altri dicasteri, ma nella carne viva della società italiana. Scuola e università pagano il conto più salato della recessione. Ma è l´intero Sistema-Paese che, senza ossigeno, è a un passo dall´asfissia. Tremonti tiene sotto scacco il governo: in Europa è tornata la tensione sui debiti sovrani, e si teme la «seconda ondata» della tempesta perfetta. L´Italia è ad altissimo rischio: non ha un euro da spendere, e nei prossimi tre anni la Ue esigerà manovre per 9 punti di Pil. Ma la linea del rigore assoluto, se può premiare a Bruxelles, è ormai insostenibile a Roma. Non si governa dicendo solo «no». Neanche (o soprattutto) in tempi di crisi. Il «genio dei numeri» avrebbe dovuto costruire una exit strategy per lo sviluppo. Non l´ha fatto. E oggi è troppo tardi. La «speranza» non c´è più. È rimasta solo la «paura». Il governo non è più in grado di costruire consenso intorno a un progetto di crescita dell´economia e della società italiana.
La rottura sui crediti d´imposta al Sud è promettente. In Senato, ancora una volta, si è formato l´embrione di una maggioranza diversa, intorno ad un emendamento presentato dal gruppo «Io Sud», votato da finiani, Pd, Mpa e alcuni senatori del Pdl. Per il Cavaliere è una calamità. Per il Paese può essere un´opportunità. Fuori dal disperato perimetro berlusconiano, c´è forse una maggioranza alternativa. Per bloccare nuove leggi ad personam ed altri sabotaggi agli organi di garanzia. Per far passare una legge sul conflitto di interessi. Per cambiare la legge elettorale. E magari per sostenere, nel pieno rispetto della Costituzione, un governo che si dia proprio quell´unica missione, e poi riporti gli italiani alle urne. Non si vede altra via, per uscire da questa livorosa e pericolosa decomposizione del «corpo mistico» berlusconiano.

da www.repubblica.it

«Il riconteggio «premia» la Bresso. La Lega: si mette male per la democrazia», di Elsa Muschella

«Tolti» a Cota 12 mila voti, vinse di 9.372. L’ex governatrice: «riproclamazione» la via giusta. I legali del presidente in carica: prima del ricorso aspettiamo Consiglio di Stato

MILANO – Per scaramanzia, ancora non lo dice ufficialmente. Però Mercedes Bresso sa già come finirà il riconteggio delle schede in Piemonte: «Avevo ragione io». Al traguardo manca Torino, tutte le altre sette province hanno portato a termine un calcolo che, in via ufficiosa, per ora conferma quanto lei sosteneva da tempo. Ovvero: Roberto Cota – che il 28 ed il 29 marzo aveva conquistato la poltrona di governatore per 9.372 voti di differenza – starebbe per perdere la sfida delle carte bollate, avendo lasciato sul campo circa 12 mila di quei 15.179 voti delle liste «Consumatori» e «Al centro con Scanderebech» che hanno infiammato la lunga battaglia tra leghisti e democratici per la presidenza della Regione e per i quali il Tar ha disposto la verifica.

E adesso è il Carroccio a temere la perdita di un fortino considerato ormai conquistato. Lo dimostra Umberto Bossi in persona, ricorrendo a una nota ufficiale per difendere «un ragazzo che ha vinto democraticamente le elezioni»: «Se vogliono far perdere Cota – dice il Senatùr – si mette male la democrazia perché chi ha perso, ha perso e basta. C’è qualcuno che vuole annullare dei voti validi». Per il leader dei lumbard «Cota ha vinto e governerà per 5 anni ma se la Bresso dovesse risultare avvantaggiata dal riconteggio allora sì, si metterebbe davvero male». Alle parole del capo di partito fanno seguito quelle del governatore, stanco di una faccenda che si trascina ormai da troppo tempo: «Ma quale riconteggio? – liquida Cota -. Io le elezioni le ho vinte a marzo, di cosa parliamo? Ho vinto e lavorerò per 5 anni».

Non la pensa così l’ex governatrice Bresso: «Se Bossi è tanto convinto, stia calmo e aspetti il percorso della giustizia. Se si mette male per qualcuno è per loro: aver accolto noti taroccatori di liste nella propria coalizione ha comportato dei rischi e ora assistiamo alle conseguenze. Era certo che perdessero, non a caso si erano opposti al riconteggio». Lei, che ha letto più e più volte l’intera documentazione del caso, crede anche di aver bene interpretato le prossime mosse: «La sentenza del Tar sembra parlare di “riproclamazione”, cioè io sarei di nuovo presidente. E mi sembra l’esito più giusto, era me che gli elettori avevano votato. Se invece Tar e Consiglio di Stato si pronunciassero su nuove elezioni, per una nuova candidatura mi rimetterei al giudizio del Pd».

A frenare l’entusiasmo degli avversari è Luca Procacci, il legale della Regione e del governatore Cota: «Dal riconteggio ci aspettiamo un risultato scontato, ma sarà subito oggetto di ricorso. Noi aspettiamo il Consiglio di Stato: il 19 ottobre stabilirà se i criteri indicati dal Tar per il riconteggio sono validi. Noi sosteniamo che siano illegittimi: per la legge elettorale, la croce su una lista collegata al presidente vale per il candidato anche se ci sono dubbi sulla lista stessa». L’avvocato smentisce seccamente pure i rumors sulle dimissioni anticipate di Cota, da molti ritenute un’ancora di salvataggio per portare il Piemonte alle urne prima che la sentenza diventi esecutiva. «Ma se fosse vero – dice Enrico Piovano, legale della Bresso – sarebbe un atto unilaterale impugnabile, compiuto non nell’interesse pubblico ma di un partito politico».

da www.corriere.it

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Bossi: “Se Bresso vince, si mette male”, di Raphael Zanotti
Oggi è la scadenza per il riconteggio, ma Torino chiede una proroga

Oggi, in teoria, sarebbero dovute terminare le operazioni di riconteggio delle schede elettorali. O almeno così recitava la seconda proroga concessa dal Tar ai tribunali del Piemonte. La verifica invece, pur essendo a buon punto, non è finita. Resta Torino, che sta procedendo sempre più velocemente (siamo a oltre 500 scatoloni su 2318), ma che – come annuncia il presidente del tribunale Luciano Panzani – avrà bisogno ancora di un mesetto. Per questo, ieri, è partita la terza richiesta di proroga ai giudici amministrativi, che dovrebbero concederla. Non esistono risultati ufficiali, ma la differenza tra gli elettori delle due liste illegittime (Al Centro con Scanderebech e Consumatori con Cota) e quelli che hanno votato esplicitamente anche per il candidato a presidente Roberto Cota è abissale.

Gli avvocati delle due parti si dicono sicuri delle loro tesi. Quelli del centrodestra sostengono che la differenza non avrà alcun effetto: la circolare del ministero dell’Interno prevede che il voto dato alla singola lista valga automaticamente anche per il candidato a presidente dello schieramento. Quindi – dicono – anche se le due liste sono state eliminate, la croce sul simbolo rimarrebbe valido per il governatore. Quelli di centrosinistra, al contrario, dichiarano che quei voti andranno persi: la circolare si riferisce alle liste valide, non a quelle che non avrebbero dovuto essere nella scheda elettorale.

Deciderà il Tar. Ma se i tecnici si dicono sicuri, la politica mostra chiari segni di nervosismo. Ieri il ministro Umberto Bossi è tornato a parlare del caso Piemonte, dopo l’attacco rivolto ai giudici del Tar solo qualche giorno fa: «Se vogliono far perdere Cota si mette male – ha dichiarato il Senatùr – Si mette male per la democrazia perché chi ha perso, ha perso e basta. C’è qualcuno che vuole annullare dei voti validi». Gli ha risposto, a stretto giro di posta, Mercedes Bresso, ricorrente e candidata sconfitta alle ultime elezioni: «Si mette male per loro, perché più avanza il riconteggio più i voti al centrodestra calano. Suggerisco a Bossi di informarsi prima di parlare. Quei voti sono già stati dichiarati non validi da una sentenza del Tar, si legga la sentenza».

«Manovra senza soldi. La vota mezzo governo», di Bianca Di Giovanni

Il governo vara la legge di stabilità: un solo articolo e le tabelle. Tremonti annuncia nuovi fondi all’Università nel decreto di fine anno. Molti ministri assenti: i più critici Bondi e Galan.

Arriva la nuova legge Finanziaria, ribattezzata di «stabilità»: un solo articolo e molte tabelle già scritte con la manovra di metà anno. Nulla di nuovo: ancora solo tagli e investimenti zero sullo sviluppo. L’Italia resta ferma, paralizzata sotto la scure dell’ultima manovra, che prevedeva 12 miliardi di risparmi l’anno prossimo e 24 quello successivo. In gran parte a carico degli enti locali.
Un vero salasso. Ma accanto all’allarme conti stavolta c’è anche la forte instabilità politica a pesare, con un fronte anti-Tremonti che si concretizza in consiglio dei ministri.
Per di più c’è anche l’ultimo incidente diplomatico che fa infuriare i parlamentari.
La manovra viene varata prima che il Senato abbia dato il suo ok al Dpef (oggi chiamato Dfp), documento propedeutico alla Finanziaria.
Insomma, un pasticcio politico-istituzionale, con pochi soldi e molta tensione. Giulio Tremonti prova ad allargare l’orizzonte: annuncia da subito una sessione per lo sviluppo, con l’avvio della riforma fiscale (mercoledì il primo tavolo) e promette a fine anno «il massimo stanziamento possibile per l’università nel decreto di fine anno».
Ma fuori dal Palazzo la realtà è un’altra: precari sul piede di guerra e possibile fuoco amico in Parlamento. L’Università resta un nodo politico molto difficile da sciogliere. A questo servirà la fiducia già concessa ieri in consiglio.
Il titolare del Tesoro si presenta alla stampa attorniato da cinque colleghi ministri, per dare almeno un segno di collegialità. Dichiara che nella serata precedente c’è stata «un’ottima riunione in cui è stato chiarito tutto », e che il consiglio ha votato all’unanimità dopo appena mezz’ora di discussione «estremamente responsabile».
COLLEGIALITÀ
Ancora una volta la favola bella del governo del fare. Eppure le liti ci sono state, eccome. Tanto che Mariastella Gelmini non si presenta in conferenza (pare avesse un altro impegno), Sandro Bondi non va neppure al consiglio (pare proprio in polemica con Tremonti), così come Roberto Maroni, che però si dichiara certo che non ci saranno nuovi tagli al suo ministero. Quanto al ministro Giancarlo Galan, non solo non partecipa, ma fa dichiarazioni al calor bianco. «È una tragedia – dichiara – Il problema è che non ci sono soldi». Questa è l’unanimità vantata dal titolare del Tesoro. Il quale rivela anche che il consiglio (assente il premier per motivi di salute) ha già varato anche la fiducia.Eil cerchio si chiude: di stabile a questo punto non c’è nulla, né i conti, né la politica.
È il finiano Italo Bocchino a dipingere un quadro a tinte fosche. «Mi sembra inevitabile che il governo sia costretto a mettere la fiducia in Parlamento perché le divisioni all’interno del Consiglio dei ministri sono evidenti – dichiara – la fiducia è lo strumento più agevole per Berlusconi per risolvere i problemi di un fronte ampio di ministri che non condivide le scelte di Tremonti». In effetti soltanto Umberto Bossi si è schierato a difesa del superministro: «Lui è come von Bismarck, il cancelliere di ferro».
TAGLI E ANNUNCI
Dai banchi dell’opposizione è partito un fuoco di fila. Anna Finocchiaro ha scritto a Renato Schifani, chiedendo il rispetto istituzionale che il Parlamento merita. Cesare Damiano ironizza: «Fase due? Dopo i tagli ancora tagli». «Il governa umilia il Parlamento », attacca Stefano Fassina (Pd). Sotto la coltre della polemica politica restano pochi numeri legati alla manovra.
Per il 2011 c’è una manovra di unmiliardo, di tre miliardi nel 2012 e di 9,5 miliardi nel 2013. Ancora presto per valutare gli interventi: nessun documento cartaceo è stato fornito.
Per ora siamo agli annunci. Tremonti promette una fase nuova di sviluppo, di cui discutere in Europa, concentrata su nucleare, Sud, pubblica amministrazione, sociale e riforma fiscale.
Per ora, tuttavia, si comincia dai tagli

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«Berlusconi furioso: Giulio provoca, punta al governo tecnico», di Federica Fantozzi
Il premier e Letta chiedono ai ministri di non parlare nellariunione per non dare «alibi». Ma con Tremonti è gelo: «Poteva dire queste cose mesi fa, così massacra i ministeri»

Perché Giulio queste cose non le ha dette 4 mesi fa? Alcuni ministeri sono letteralmente massacrati. Così si distrugge l’azione di governo. Ho passato la notte a mediare ma non credo sia possibile continuare a farlo».
Raccontano di un Berlusconi (assente alla riunione per i postumi operatori) fuori dalla grazia divina, accerchiato dalla rivolta dei ministri, consapevole che sulla finanziaria il governo può davvero cadere, irritato con l’atteggiamento «provocatorio» del Superministro dell’Economia sospettato, per l’ennesima volta, di giocare una partita in proprio. Il premier ha telefonato ai suoi ministri chiedendo loro di non parlare (linea ribadita al tavolo da Letta) per non dare «alibi», ma con i fedelissimi si è sfogato: «Vedo manovre che non mi piacciono, se Tremonti fa così allora vuole un governo tecnico».
Aspese di quello attuale. Bondi ad esempio:sarà pure l’«anti-effimero» come ha puntualizzato, ma è un ministro sempre più evanescente. Già aveva disertato il red carpet di Cannes in polemica contro Draquila, pellicola «di propaganda che offende la verità e il popolo italiano». Probabilmente per gli stessi motivi, ieri non si è fatto vivo al consiglio dei ministri.Cupa riunione. Rea di tagliare brutalmente i suoi sogni di gloria, insieme al futuro di teatri, cinema, enti lirici, monumenti, siti archeologici, musei. Non è l’unico a friggere. Gelmini ha le lacrime agli occhi, Prestigiacomo rischia di passare alla storia come il ministro dell’Ambiente che ha chiuso i parchi.
L’ultimo scontro bondiano con Tremonti risale a una settimana fa sulla «commestibilità» della cultura, ma il disagio dell’uomo – che non si sente titolare della cultura bensì parafulmine – va avanti da mesi. Amaggio già si lamentava, stufo di «essere fischiato per coprire decisioni altrui», di chiudere sedi all’estero, di scoprire a babbo morto che il governo gli sopprime 232 istituti «inutili». Esautorato, commissariato, smentito, inadeguato fino all’inconsistenza: gli epiteti si sprecano.
Comele richieste di dimissioni: ultima l’Anac, imbufalita per il quasi requiem per il Fus, il tax credit, i finanziamenti alle piccole produzioni. Per l’ombra affettuosa del Cavaliere, effigiata da Disegni come poeta di corte, è un momento gramo. Sul fronte partito il triumvirato è morituro (e, peggio, Berlusconi se ne è pubblicamente lamentato). Sul fronte finanziaria, è appunto una tragedia. Ad Arcore, in qualità di segretario, Bondi rispondeva alle lettere: «Casi umani, richieste pietose». Adesso gli tocca farle lui. L’Espresso ha disegnato una mappa impietosa delle italiche rovine, dagli irrinunciabili maxicartelloni degli sponsor al Colosseo che cade a pezzi, dal 90% delle entrate museali sfumate alla sorpresa della prossima stagione teatrale: soldi per tutto il cast non ci sono, ognuno dovrà fare più parti in commedia. Un po’ come succede nel governo.
Tremonti si fa forte dello stallo e sdrammatizza mangiando un panino alla Dante Alighieri. Bondi anziché le facce dei colleghi a Palazzo Chigi preferisce ammirare i capolavori della Galleria Borghese con il suo omologo tedesco. Berlusconi si riposa a Villa Certosa, dove rimuginerà tradimenti veri e immaginari dando udienza soltanto a Letta e Alfano. Fino al prossimo spettacolo. Magari pirotecnico.

da www.unita.it

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«E intanto il premier placa i suoi ministri», di Amedeo La Mattina
Serie di telefonate: calma e prudenza, il momento è delicato

Lo sbandamento nella maggioranza e nel governo ha vissuto ieri un altro giorno drammatico. E non per colpa di Giulio Tremonti che ha rinviato la copertura della riforma universitaria a dicembre. «Lui fa il Cancelliere di ferro, come ha detto Bossi, per tenere in ordine i conti e costruirsi la successione a Palazzo Chigi. Il problema – spiega un ministro – è Berlusconi, l’assenza di indirizzo: non ha più la forza di imporre un euro di spesa. Il vero premier sembra Tremonti». Il ragionamento è che in questo momento di difficoltà politica, Giulio von Bismarck riempie gli spazi lasciati dal Cavaliere. Del resto è quello che ha spiegato lo stesso leader della Lega e cioè «chi tiene stretta la borsa, tiene stretto il potere».

Al presidente del Consiglio non rimane che consigliare calma e prudenza. Ieri al telefono con la Gelmini ha chiesto di pazientare, di non creare problemi, di non aggiungere altre fibrillazioni a quelle che già ci sono. Il Pdl è attraversato dalla sindrome di balcanizzazione. La maggioranza è appesa a un filo, è assediata dall’interno dai finiani e dall’esterno da manovre per un governo tecnico. E ora Berlusconi non rischia più con il pallottoliere, sente i rumori di fondo che salgono dai suoi gruppi parlamentari, sa che ci sono i numeri per un ribaltone anche in quel Senato in cui la maggioranza sembrava più salda. Certo, ripete (lo ha fatto anche ieri con alcuni suoi interlocutori telefonici dalla Sardegna) che se cade lui cadono tutti. Per cui nessuno può pensare di tagliare il ramo dove è seduto. E’ un messaggio rivolto pure a Tremonti, perché tenere i cordoni della borsa così chiusi indebolisce il governo. Ma per il premier non bisogna farsi tentare dalle urne. «Bisogna invece andare avanti, non moltiplicare le difficoltà». E’ questo l’input che ha dato a Gianni Letta. Il quale ieri al Cdm ha detto: «Dobbiamo approvare questa legge di stabilità senza polemiche».

«Questa non è la sede per discutere di numeri», ha osservato Matteoli che, in qualità di ministro più anziano, ha presieduto il Consiglio dei ministri al posto di Berlusconi convalescente.

Già, l’assenza di Berlusconi. Viene vista come una prova di debolezza e dello strapotere di Tremonti dimostrato dal fatto che il Cdm di ieri è stato convocato improvvisamente il giorno prima e le tabelle con le voci di spesa diffuse ai ministri solo la sera prima la riunione a Palazzo Chigi. «Perché – si è sono chiesti alcuni ministri – Berlusconi non ha rinviato il via libera alla finanziaria? Che fretta c’era? Si poteva aspettare la prossima settimana visto che Berlusconi ha disdetto il suo viaggio ad Algeri». Assente anche il ministro della Cultura Bondi: ha preferito partecipare ad una conferenza stampa alla Galleria Borghese con il suo omologo tedesco Bernd Neumann. Il suo messaggio è chiaro ed è legato ad uno scontro andato in scena in un recente Cdm. Tremonti disse al suo collega che «con la cultura non si mangia» e che in Europa tutti i governi tagliano le spese in questo settore. «Non è vero – insorse Bondi – in Europa, in Francia e in Germania, i governi stanno investendo milioni di euro sui Beni culturali». Ecco, Bondi era accanto al suo collega tedesco – e non a Palazzo Chigi – proprio per sottolineare ciò che accade all’estero: «Non vado lì a chiedergli l’elemosina».

Tremonti non si è mosso di un millimetro. Continua a ripetere che la crisi economica non è finita, ci possono essere colpi di coda e l’Italia deve tenersi sempre al riparo, avere le risorse necessarie all’emergenza. Lo ha ripetuto prima del Cdm alla Gelmini che ha incontrato insieme a Letta e Sacconi. Le ha rinfacciato di avere presentato un emendamento per assumere 9 mila ricercatori senza avere concordato con lui l’aggravio di spesa. «Ma tu – ha replicato il ministro della Pubblica Istruzione – non ti rendi conto delle pressioni che ricevo io tutti i giorni, con le università che ribollono, con le pressioni che vengono dal Parlamento. Qui salta tutto e tu non puoi sempre disporre per gli altri». Tremonti non si è fatto intenerire. Ha ricordato che l’accordo era che i soldi sarebbero arrivati con il decreto milleproroghe. Ma sarà così? Ci credono poco Gelmini, Bondi e Prestigiacomo (anche il ministro dell’Ambiente è sul piede di guerra: «Si rischia di non poter più pagare la luce e gli stipendi di chi lavora nei Parchi»).

da www.lastampa.it

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Il presidente inesistente
Esattamente come lo scorso anno, la legge di bilancio dello Stato viene varata dopo pochi minuti di discussione nel consiglio dei ministri. Assente il capo del governo. Un voto rapido. Una sola persona a fare e a decidere tutto, cioè il ministro Tremonti. L’inesistenza di una autentica leadership politica è plasticamente raffigurata da Berlusconi costretto a casa dall’ennesima terapia medica.
Non sarà dispiaciuto per la forzata assenza, Berlusconi. Anzi, si può ipotizzare che la data dell’operazione alla mano sia stata scelta per evitare al teorico capo del governo l’umiliazione subìta anche da lui lo scorso anno, inflitta stavolta solo ai ministri: un ministro dell’economia che si presenta con i tagli già decisi, impossibili da modificare, troncando progetti, ambizioni, riforme. Si lamenta solo Galan (che nel 2009 non c’era), gli altri chinano il capo, meditano vendetta, non si fanno vedere, hanno scatti d’orgoglio come Bondi.
Lo scorso anno, di questi tempi, la rivolta aperta contro Tremonti indusse qualcuno a scrivere che il ministro non sarebbe durato. E che Berlusconi meditava un secondo tempo della legislatura, liberato dalla «avarizia» del superministro (copyright del Foglio, ma di questi giorni) e proiettato verso riduzione delle tasse, investimenti in opere pubbliche, aiuti alle imprese.
Oggi siamo allo stesso scenario del 2009, peggiorato dal ritardo che l’Italia ha nel frattempo accumulato rispetto ai paesi che cercano di intercettare la debole ripresa.
Nessuno però oserebbe più scrivere che Berlusconi è sul punto di licenziare il ministro avaro. Perché è di gran lunga più probabile il contrario, sia pure per vie traverse. E comunque Tremonti è sulla scena, con le mani sulla valigetta del budget (come fosse il Cancelliere dello scacchiere), sperando di afferrare presto tutto il bastone del comando. Berlusconi è fuori scena.
Come avevamo scritto, facile profezia, la dipartita di Fini ha lasciato un Pdl non più coeso, ma ridotto in brandelli. Tutti si attrezzano a fare come se il capo non ci fosse più, o non potesse più esercitare il ruolo. Altro che Tea party berlusconiani, di cui scriveva ieri qualcuno: il presidente del consiglio deve stare attento a non finirci lui, in fondo alla baia di Boston.

da www.europaquotidiano.it

La realtà sbugiarda il governo

Berlusconi, Tremonti, Brunetta, Gelmini, Maroni ci raccontano un’Italia che non c’è smentita ogni giorno dall’evidenza dei fatti. Finocchiaro: “L’esecutivo sta franando”
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Il tappo sull’Italia sta per saltare, è la realtà che sbugiarda il governo.
Ormai non passa giorno senza che agli annunci di Berlusconi, Tremonti, Brunetta, Gelmini vengano smentiti dall’opposizione, dalle relazioni tecniche degli organi statali, dai giornali.

Questa settimana abbiamo scoperto che la riforma Gelmini dell’Università è un bluff, e per l’emendamento dell’ultimo minuto che prevedeva l’assunzione di 9.000 ricercatori, mancano i fondi. Che dirà la Gelmini ai ricercatori? Suggeriamo un “ragazzi non c’è un euro, la riforma è rimandata a data da destinarsi”. Vi raccontiamo il bluff svelato dal PD in Commissione Bilancio dove è arrivata la relazione tecnica della Ragioneria di Stato che attesta come non ci sia la copertura economica sufficiente per attuare il provvedimento. Vi fidate ancora della Gelmini?

Bene, provate a farlo anche con Renato Brunetta, trionfante nei sondaggi dei primi mesi della nuova avventura belusconiana con i suoi attacchi indistinti ai dipendenti della Pubblica Amministrazione bollati come fannulloni e alle spesa statali, considerate sinonimi di spreco. Ma oggi il quotidiano gratuito LEGGO spiega bene cosa ha fatto in un’inchiesta di due pagine: “Brunetta, tanto rumore per nulla, a picco la riforma” che abbiamo sintetizzato in poche righe.

Cos’altro avrà in serbo Roberto Maroni per la nostra sicurezza? La figuraccia in Eurovisione per la sospensione di Italia-Serbia e tanto più la messa a ferro e fuoco di Genova nel pomeriggio pre-partita sono fatti di cui dovrà rispondere in Parlamento, come ha chiesto il PD. Quel che è sicuro è che a meno che non scarichi le responsabilità sulle forze dell’ordine dovrà rivedere le sue scelte, ammettere le sue colpe. Una lezione di metodo che dovrà seguire anche quando ci sono le buone notizie,smettendo di addossarsi i meriti delle operazioni anti-mafia di polizia e carabinieri.

Il miracolo abruzzese qual è? La ricostruzione è ferma, e le cartoline sui successi del governo che abbiamo fatto ad agosto restano attuali, come dimostra il comunicato di ieri di Stefania Pezzopane che inchioda il presidente della regione Abruzzo e commissario per la ricostruzione Gianni Chiodi alle sue responsabilità visto che ci sono ancora 55.326 terremotati nel cratere, di cui quasi 48.000 solo a L’Aquila. Numeri che Chiodi nasconde, come spiega la responsabile PD per la ricostruzione: “Chi vive nelle caserme e negli alberghi è un assistito e dai conteggi sfugge chi ha un alloggio del progetto Case, ha un contratto di affitto concordato o si trova in autonoma sistemazione. Per questi aquilani è tutto a posto, i problemi del terremoto sono terminati”.

Conti che non tornano, come tra l’altro quelli di Tremonti visto che il debito pubblico continua ad aumentare. A dirlo è Bankitalia nel Supplemento al Bollettino statistico: ad agosto il debito ha toccato i 1.843 miliardi di euro, pari allo 0,12% in più rispetto al precedente mese di luglio quando era pari a 1.838 mld. Siamo ad un nuovo record storico negativo, purtroppo: il debito pubblico risulta infatti cresciuto del 4,69%, mentre rispetto alla fine del 2009 l’incremento è pari al 4,5%.

I dati di Via Nazionale non sono piaciuti affatto al ministero del Tesoro che si è affrettato a rispondere che le cifre di Bankitalia non sono esatte. Surreale! Tanto più che Palazzo Koch ribadisce: fino ad agosto le entrate erano pari a 244,2 miliardi, -2,6% rispetto all’analogo periodo del 2009. La banca è in mano all’opposizione o il governo è in mano alla fantasia?

“Siamo di fronte al fallimento del Governo Berlusconi. Il Paese sta presentando il conto alle politiche fallimentari di questo esecutivo incapace di qualsiasi riforma che possa far ripartire il Paese” afferma Anna Finocchiaro, Presidente dei senatori del PD. “La propaganda sta lasciando il posto alla verità: la riforma dell’università è abortita sotto il peso dei tagli che impediscono qualsiasi investimento su ricerca e innovazione, il nostro paese è meno sicuro nonostante gli annunci e i fatti di questi giorni sono li a testimoniarlo, le nostre famiglie sono sempre più povere come ieri ci ha testimoniato la Caritas. E se tutto questo non bastasse c’è mezzo governo in rivolta contro il ministro dell’economia Tremonti che sta preparando una finanziaria di pesanti taglia alla spesa che riguarderebbero i settori della cultura, degli interni, della difesa e dell’istruzione ( tanto per cambiare…). Questo Governo ormai sta in piedi per un patto di potere tra le tante, troppe, anime di questa maggioranza ma non ha più nulla da dare a questo Paese. Prima se ne va e meglio è per tutti gli italiani”.

Ma.Lau. da www.partitodemocratico.it

"Caro ministro, non ci faccia fuggire dalle università", di Francesca Coin *

CARO ministro Gelmini, sono una ricercatrice di Cà Foscari, insegno sociologia. Mai avrei pensato di scriverle sino ad oggi, ma la situazione è grave. Mi perdoni se per un istante le parlo apertamente. Ho due anni meno di lei e sono rientrata in Italia nel 2008 dopo aver trascorso il resto degli anni 2000 negli Stati Uniti. Quand’ero un Ph. D. student negli States con molti docenti c’era un rapporto di amicizia.

Nel mio Dipartimento c´erano molte donne, young faculty, associate o full professors. Il reclutamento di nuovi docenti era un processo in cui erano coinvolti tutti, anche i graduate students avevano potere decisionale. Tra le tante cose che valutavamo c´era l´età del candidato, perché più l´Università è giovane e più è viva.
Ricordo che al mio arrivo come studente di dottorato al primo anno avevo trovato ad attendermi all´aeroporto il direttore del Dipartimento. Amava gli studenti perché credeva rappresentassero il futuro e voleva che fossimo tutti nelle condizioni migliori per lavorare. Ricordo che a lezione gli undergraduates non avevano timore di porre domande, che c´era complicità tra studenti e docenti, che si respirava un´orizzontalità a me sino ad allora sconosciuta.
Nel 2008 sono rientrata in Italia. Non era mio desiderio, ma la vita a volte fa strani scherzi. Ricordo con opacità un concorso con altri sei colleghi. Due di noi avevano trent´anni, gli altri ne avevano più di quaranta. Discutevano di candidati interni o esterni, del numero di concorsi tentati e destinati ad altri. Parlavano di famiglie e di figli, di bollette, di una passione messa a dura prova dalla precarietà e dalla svalutazione del sapere.
All´epoca sapevo poco dell´università italiana. Non sapevo che cosa significasse essere un ricercatore, sapevo che il mio stipendio entrante negli Stati Uniti era tre volte lo stipendio che prendo ora. Non mi sono stupita ovviamente quando nessuno è venuto a prendermi all´aeroporto, mi sono stupita quando mi sono accorta di avere poche colleghe donne, quando ho conosciuto colleghi che avevano due volte e mezza i miei anni, quando ho realizzato che durante le riunioni ufficiali i ricercatori difficilmente parlavano. Negli anni mi hanno colpita anche altre cose, ad esempio il fatto che l´autonomia di pensiero venisse a volte considerata non tanto come una conquista sublime ma come un segno di arroganza precoce; che in Università come in strada esistessero parole come protettore e tradimento, e che la giovane età non fosse un pregio bensì un difetto: i giovani del resto non hanno un nome, non hanno capitale, non hanno reti di conoscenza già intessute, non hanno potere politico.
Capirà con quanta meraviglia abbiamo vissuto questi mesi, quant´è stato travolgente vedere migliaia di ricercatori mobilitarsi a partire dal senso di stima di sé, dalla responsabilità per il futuro, dall´entusiasmo, dall´amore per il sapere. Capirà con quanta energia abbiamo cominciato a parlare negli atenei della sua riforma e quant´è stato rigenerante scoprire che potevamo cambiare le cose in meglio. Ci siamo accorti che l´Università pubblica può essere riformata anche senza mutilazioni, che basterebbe invertire un po´ la piramide ordinari-ricercatori per ridurre di molto i costi, per aumentare la democrazia interna, per dare un significato onesto al concetto di meritocrazia. Ci siamo resi conto anche che la sua riforma non va in questa direzione, accentra il potere verso l´alto piuttosto che distribuirlo verso il basso.
Ci siamo resi conto che la sua riforma vorrebbe tagliare i corsi di laurea “inutili”, ma che la definizione di inutilità è sempre un po´ ambigua. Infine ci siamo dovuti arrendere al fatto che lei non pensa ai giovani, anzi propone il blocco delle assunzioni di nuovi ricercatori a tempo indeterminato, cosa che non solo spingerebbe i migliori di noi all´esodo, ma che data l´età media del corpo docente italiano spingerebbe nel medio periodo l´Università pubblica al collasso. Non entro nel merito degli effetti congiunti del suo DdL e dei tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario all´Università, perché se lo facessi dovrei concluderne che il governo ha in mente un progetto antropologico regressivo per il popolo italiano. Voglio piuttosto dire che tutti noi siamo preoccupati: ricercatori, precari, studenti, professori associati, professori ordinari e presidi.
Siamo preoccupati perché ci sembra che vi interessi di più il bene di pochi che il bene di tutti, e che Confindustria abbia più diritto ad entrare nella governance dell´Università di quanto quei giovani “capaci, meritevoli ed anche privi di mezzi” di cui parla la Costituzione abbiano diritto di studiarvi. Siamo preoccupati perché crediamo che in questo quadro fosco fatto di crisi economica, di precarietà e di crisi di governo non abbia senso dare prove di forza o perseguire un voto politico. Crediamo che il diritto all´istruzione in Italia sia in pericolo, e che sia nostro dovere proteggerlo oggi domani e sempre, sino a quando riusciremo a creare un´università aperta, orizzontale e di tutti.
(*ricercatrice di Cà Foscari)

da www.repubblica.it

"Salviamo l'Università, tutti insieme, vendendo le frequenze televisive", di Pierluigi Bersani

Caro direttore, spesso tra le parole e i fatti c’è un abisso. Il governo ne ha dato tante prove ma si è proprio superato con il disegno di legge sull’università. È stato presentato come il trionfo della meritocrazia. Avrebbe il nostro plauso se davvero fosse così. Noi stessi siamo interessati ad introdurre innovazioni anche dopo la nostra stessa esperienza di governo. La realtà è purtroppo ben diversa. Il testo introduce circa cinquecento nuove norme che dovranno essere attuate mediante circa mille regolamenti negli atenei. È un monumento alla burocrazia. I professori passeranno le loro giornate a districarsi nel pantano normativo già oggi molto appesantito. Ciò spingerà gli atenei a diventare uguali tra loro, secondo lo standard imposto per legge. Mentre la politica del merito dovrebbe fare esattamente il contrario, cioè promuovere le differenze, incoraggiare gli innovatori e penalizzare chi non merita. A tale scopo bisognerebbe eliminare burocrazie inutili e affidare la regolazione del sistema alla valutazione dei risultati. Ma proprio questa è mancata finora.

A metà del suo mandato il ministro Gelmini non è ancora riuscito a far funzionare la nuova agenzia di valutazione degli atenei – l’Anvur, già approvata a suo tempo dal governo di centrosinistra – e ci vorrà ancora qualche anno prima che essa fornisca risultati utili. Non si è nemmeno accelerato, nel frattempo, il lavoro della struttura ministeriale esistente, il Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca). La valutazione è bloccata e per misurare la produzione scientifica degli atenei si usano dati vecchi di quasi dieci anni. Sono ritardi inaccettabili in ambiti così legati alla velocità del mondo globalizzato. Questa si chiama meritocrazia delle chiacchiere. E infatti non scontenta nessuno. Alla fine il ministro ha promesso sottobanco che gli atenei con i risultati più negativi perderanno pochi soldi. Tutto cambia perché nulla cambi.

Secondo il governo questo paracadute è necessario a fronte della caduta dei finanziamenti. È vero. Una politica del merito la si può fare solo con risorse crescenti, almeno per un primo periodo. Si dice che il deficit non lo consente. Devo qui rifare l’elenco dei soldi buttati via in questi due anni mentre si tagliavano scuola e università? Comunque, per il 2011 il Pd propone un forte aumento delle risorse per la scuola e l’università mettendo in vendita le frequenze liberate dalla transizione al digitale, come fece già il governo dell’Ulivo nel 2001 con le licenze Umts. I Paesi che hanno messo a gara le frequenze hanno incassato un bel po’ di miliardi. Potremmo spenderli a favore dei migliori atenei, per piani di ricerca ben selezionati, per investimenti nel diritto allo studio e per la realizzazione di infrastrutture scientifiche nel Mezzogiorno, che solo con la politica della conoscenza può rimettersi in cammino. Un fatto simile potrebbe modificare la prospettiva dell’università italiana.

Pochi giorni fa è stato assegnato il Nobel per la fisica a Kostantin Novoselov, uno scienziato anglo-russo di 36 anni. Da noi con la legge Gelmini a quell’età faticherebbe perfino a diventare professore e non saprebbe dove trovare i soldi per realizzare le sue ricerche. Del resto la ricerca universitaria è ormai quasi scomparsa dai compiti dello Stato e non se ne trova traccia neppure nel testo all’esame del Parlamento. Intanto, circa cinquecento veri innovatori, selezionati tra i migliori dipartimenti universitari e le aziende hi-tech, attendono da anni di ottenere i finanziamenti già stanziati dal progetto Industria 2015. Si può chiamare riforma solo una politica della ricerca che convinca e appassioni ogni ricercatore italiano. La sfida riguarda tutti, anche noi di centrosinistra e ci prendiamo la nostra parte di responsabilità.

Chiediamo però un ripensamento alla maggioranza che ha governato l’università quasi l’intero decennio passato con risultati negativi. È dovere di tutti cercare soluzioni diverse dal passato. È urgente una svolta. La crisi picchia anche qui. L’occupazione dei laureati è in costante diminuzione. Gli studenti e le famiglie sembrano averne già preso consapevolezza facendo diminuire il numero di immatricolazioni. I primi a rinunciare agli studi sono i figli dei ceti sociali più deboli. Nel disegno di legge il potenziamento del diritto allo studio è affidato al buon cuore di improbabili benefattori, mentre c’è bisogno di un welfare studentesco di tipo europeo, in particolare per le residenze che consentono di spostarsi in città diverse. Perciò non saremo disponibili a discutere di norme senza un quadro certo dei finanziamenti, che non possono dipendere da quel che decide inappellabilmente il ministro del Tesoro, ma solo da una decisione del Parlamento. Stiamo infatti parlando dell’Università cioè del pilastro su cui costruire il progresso civile, culturale ed economico dell’Italia.

dal Corriere della Sera

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Riforma Gelmini senza soldi. Stop per almeno un mese
La ragioneria dello Stato certifica che non ci sono i fondi per assumere 9.000 ricercatori. Meloni: “Le bugie hanno le gambe corte, non ci si può fidare del ministro”
Ragazzi non c’è un euro, la riforma è rimandata a data da destinarsi.
Cose che succedono nell’Italia di Berlusconi e Tremonti, dove le riforme prima si vendono a giornali e tv come cosa fatta per gli elettori, poi si verifica se hanno copertura finanziaria. Ecco, la riforma Gelmini dell’Università, e l’emendamento dell’ultimo minuto che prevedeva l’assunzione di 9.000 ricercatori, la copertura non ce l’ha e il voto slitta a dopo la Finanziaria, tra non meno di un mese, con tanti saluti alla corsia preferenziale per una rapida approvazione. Un bluff svelato dal PD in Commissione Bilancio dove è arrivata la relazione tecnica della Ragioneria di Stato che attesta come non ci sia la copertura economica sufficiente per attuare il provvedimento.
L’analisi tecnica della Ragioneria dello Stato che pubblichiamo in allegato ha segnalato che «sono stati approvati numerosi emendamenti che determinano effetti finanziari negativi tali da pregiudicare la stabilità dei conti di finanza pubblica». E ha espresso «parere contrario» a una serie di modifiche: su tutte, la creazione di un fondo con cui finanziare lo scatto di carriera di novemila ricercatori strutturati – ovvero ricercatori con un contratto stabile a tempo indeterminato, quindi non ricercatori precari – che in questo modo diventerebbero professori associati. Il costo previsto per l’operazione era stato fissato a 80 milioni di euro per il primo anno, 1,7 miliardi in sei anni.

“Le bugie hanno le gambe corte. Dopo aver impegnato per una settimana Parlamento e mondo dell’università a discutere di un emendamento sui ricercatori comunque del tutto insufficiente, oggi abbiamo avuto l’ennesima riprova che delle promesse del governo in fatto di risorse per l’università
non ci si può minimamente fidare – dice Marco Meloni Responsabile PD Università e Ricerca –
la Gelmini ormai non è in grado di assumere alcun impegno: prenda atto del suo fallimento, rinunci all’estremo tentativo di trovare la copertura finanziaria per qualche decina di milioni di euro che
non risolverebbero alcun problema e al tentativo di approvare con un blitz una pessima legge. E lasci al Parlamento la responsabilità di definire nella legge di bilancio le risorse da destinare all’Università”.

Donata Lenzi, deputata del Pd componente dell’ufficio di presidenza del gruppo, rivendica i meriti dei democratici: “Quanto accaduto in commissione Bilancio alla Camera ha svelato il bluff del ministro Gelmini che prometteva risorse che in realtà non ci sono. Adesso aspettiamo il governo alla prova dei fatti della finanziaria e continueremo ad impegnarci affinché agli atenei vengano restituiti i fondi e previsti ulteriori finanziamenti visto che le riforme non si possono fare senza risorse”.

Vi ricordate il siparietto di Tremonti e Gelmini, che solo poche settimane fa annunciavano ‘nuove risorse’ per gli atenei? Noi ce l’abbiamo ancora in mente, ma non ci fa sperare visto che quelle risorse, come dimostra il parere della Ragioneria, non sembrano nella disponibilità del Governo. “Mentre il taglio di 1 miliardo 350 milioni di euro al fondo di finanziamento ordinario dell’università è una cruda realtà scritta nei bilanci dello Stato – ricorda la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni – intanto sulla riforma la maggioranza va in tilt e salta anche la discussione generale del ddl Gelmini prevista per venerdì: tutto l’esame avverrà dopo la sessione di bilancio. E’ un fatto positivo – aggiunge – perché ci darà del tempo per verificare la certezza delle risorse e consentirà a tutte le forze politiche di modificare, anche in profondità, i punti più critici di questa riforma che giudichiamo fortemente centralistica, che non risponde alle esigenze degli studenti e che non garantisce la valorizzazione del personale universitario strutturato e precario. D’altronde anche dal dibattito in commissione era emersa l’insofferenza di larghi settori della maggioranza, come dimostra la sintonia su molti emendamenti sui punti più critici. Era solo il governo ad incaponirsi per un esame sprint”.

Per Ignazio Marino ormai è chiaro come il governo sia “un gigante dai piedi di argilla che annuncia grandi riforme ‘di sistema’ senza avere i soldi per attuarle concretamente. La relazione della Ragioneria generale dello Stato ne dà conferma: non ci sono i fondi, quindi il provvedimento è
svuotato di significato e si prende gioco di atenei e ricercatori. Gli investimenti in ricerca, scuola e università – continua Marino – sono essenziali per il paese. L’Italia dovrebbe prendere esempio dalla Germania, che ha investito in istruzione e innovazione, tagliando le spese sugli armamenti. Basta con i venditori di fumo e i prestigiatori che fingono di tirare fuori dal cappello nuovi orizzonti e grandi cambiamenti senza averne davvero le possibilità”.

Ma.Lau. da www.partitodemocratico.it