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"Cara Tv, dacci la nostra ansia quotidiana", di Ilvo Diamanti

La tragedia privata di Sarah Scazzi, esibita in pubblico in tv da “Chi l´ha visto?” e proseguita su “Linea notte”, mercoledì scorso, ha sbancato l´auditel. Oltre 4 milioni di spettatori. Un trionfo di pubblico e di critica. Nonostante le polemiche violente.Il delitto della giovane Sarah Scazzi ha suscitato sgomento. Per come è stato consumato. Ma anche per come è stato scoperto e comunicato. In diretta tv, presenti – e protagoniste – la madre, la zia e la cugina (di Sarah). Rispettivamente: moglie e figlia dell´assassino. A casa dell´assassino. La novità è che lo spettacolo del dolore, stavolta, non solo è avvenuto in diretta. Ma è stato predisposto prima – per quanto in modo inconsapevole. I protagonisti della tragedia erano presenti sulla scena del crimine, davanti alle telecamere. “Prima” del colpo di scena.
Così questa tragedia privata, esibita in pubblico, trasmessa da “Chi l´ha visto?” e proseguita su “Linea notte”, mercoledì scorso, fino a notte inoltrata, ha sbancato l´auditel. Oltre 4 milioni di spettatori. Facendo balzare lo share, in pochi minuti, dal 10% al 33%. Un trionfo di pubblico e di critica. Nonostante le polemiche violente. Perché, comunque, si sono marcati nuovi limiti nella corsa al “reality show” senza limiti. Recitato da attori involontari, che avrebbero rinunciato volentieri alla parte e, soprattutto, al soggetto. Ma proprio per questo più gradito al pubblico. Alla ricerca costante di emozioni forti. Di tragedie consumate in ambito familiare, amicale, locale. In Italia più che altrove. Perché da noi la criminalità costituisce un genere televisivo di successo, che occupa uno spazio specifico e ampio – anzitutto nei notiziari.

La Repubblica 11.10.10

Guardiamo al futuro. Dieci proposte per la scuola di domani

Gli obiettivi di Europa 2020 chiedono a tutti gli Stati membri di promuovere una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile. Per il futuro dell’Italia, per tornare ad avere alti tassi di occupazione, produttività e coesione sociale, dobbiamo raggiungere un risultato molto concreto: dimezzare il nostro tasso di dispersione scolastica e triplicare il numero di laureati. Solo se sapremo investire sui saperi, scommettendo sulla qualità del capitale umano del nostro Paese e su una società della conoscenza diffusa, potremo tornare a crescere.

Il rapporto annuale 2009 dell’ISTAT, fa emergere un vero e proprio allarme educativo. L’Italia ha un primato negativo in Europa: 2 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni non sono né a scuola, né al lavoro; vivono una condizione di vuoto a grandissimo rischio. Il tasso di abbandono scolastico è del 22%: il 12,2% degli iscritti al primo anno della scuola superiore abbandona definitivamente la scuola, il 14% al Sud. I livelli di istruzione della popolazione italiana sono troppo bassi: soltanto il 12,8% della popolazione è in possesso di una laurea, il 40% di un diploma, il 46,6% ha soltanto la licenza media. Il divario nei livelli di istruzione della popolazione italiana (soprattutto adulta) è molto elevato rispetto ai paesi europei. La scuola ha storicamente ottenuto risultati importanti nella lotta all’analfabetismo, ma ancora oggi opera in un Paese con un livello culturale troppo basso. Altri dati allarmanti del rapporto Istat riguardano la lettura e l’utilizzo delle tecnologie da parte dei giovani: 1,2 milioni di giovani nel 2009 non ha letto alcun libro e non sa utilizzare il computer. Il recente rapporto Ocse 2010 evidenzia come la media di investimenti in istruzione dei paesi membri, sia cresciuta fortemente negli ultimi anni e risulti pari al 5,7% del Pil, ma l’Italia si colloca al di sotto della media, investendo solo il 4,5 % del PIL. Penultimi in graduatoria, davanti solo alla Slovacchia. Eppure è dimostrato che la maggiore spesa per istruzione produce rendimenti certi, come un maggior gettito fiscale ed una maggiore occupabilità e la stessa Banca d’Italia sostiene, sulla base di complesse analisi, che il rendimento medio dell’investimento in istruzione è dell’8.9%.

Il Governo non affronta i problemi cronici del sistema scolastico italiano, ma li aggrava, infliggendo 8 miliardi di tagli, e sottraendo 132.000 posti di insegnanti e personale ATA nel triennio. Una cura da cavallo, che sta uccidendo il malato.

Il PD non solo è impegnato a difendere il diritto universale all’istruzione ma intende rendere il sistema scolastico italiano più efficace e più equo. Vogliamo riportare gradualmente l’investimento almeno al livello medio dei Paesi OCSE. Torniamo ad investire sulla conoscenza per garantire a tutti pari opportunità di apprendimento e di educazione. La scuola, per garantire “uguaglianza e libertà”, come ci chiede la nostra Costituzione. La scuola, unico vero ascensore sociale, per ridare slancio ad una società bloccata. Non basta difendere l’esistente, dobbiamo dare a questo Paese una prospettiva di cambiamento.

Vogliamo scuole aperte tutto il giorno, tutto l’anno e per tutta la vita. Facciamo partire di qui il nostro “progetto per l’Italia”, per mobilitare energie, persone, intelligenze, per farne un nuovo movimento. Scuole aperte perché come diceva Caponnetto la mafia teme più la scuola della giustizia. Immaginiamo la scuola come luogo fondante di comunità, dove oltre ai necessari insegnamenti curricolari ci si può fermare il pomeriggio per studiare, fare sport, suonare, recitare, imparare le lingue. Dove diventa un valore anche l’apprendimento non formale e informale.

Vogliamo che in una scuola come questa la qualità, sia intesa come raggiungimento di risultati alti per tutti gli studenti (e non solo per una parte di loro); vogliamo contrastare la dispersione scolastica la discriminazione sociale; il rinnovamento della figura del docente, non più erogatore di conoscenza, ma sollecitatore dell’apprendimento; la ristrutturazione dei luoghi e dei tempi della scuola, oggi fissati rigidamente.

La scuola di domani deve promuovere le persone e le loro conoscenze e competenze lungo tutto l’arco della vita, perché possano acquisire e mantenere i diritti di cittadinanza. Deve dare priorità all’apprendimento, tenendo conto del divenire dei ragazzi nelle diverse età e contesti sociali in cui vivono. Deve formare cittadini capaci di informarsi e aggiornarsi per tutta la vita, per partecipare attivamente e consapevolmente alla vita economica e civile. La scuola che vogliamo ha fra i propri scopi la trasmissione dei principi che fondano la convivenza civile e non può non essere conforme ai principi della Costituzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Questi due pilastri della democrazia implicano oggi la promozione di una cittadinanza attiva in una società e quindi in una scuola sempre più interculturale. Oltre alla necessità di stabilire un’architettura di sistema conforme a questo fine, è necessario operare sul curriculum del cittadino attivo, promuovendo un nuovo protagonismo degli studenti, la parità di genere, una didattica innovativa e interattiva, flessibile, centrata sul metodo cooperativo, laboratoriale, attenta al plurilinguismo e ai nuovi linguaggi, aperta al territorio, con nuove modalità di organizzazione dei tempi, degli spazi, dei gruppi, il che, a qualsiasi età, risulta impossibile senza una pluralità di presenze docenti. Una simile scuola della comunità per le comunità diventa “presidio pedagogico” del territorio, capace di promuovere, attraverso la formazione, nuove relazioni sociali, sviluppo, integrazione e mobilità sociale.

Per raggiungere questi obiettivi è necessario arricchire l’offerta formativa anche attraverso un lavoro di rete, tra scuole e con altri enti ed agenzie impegnate nel territorio, affinché la funzione di “mediazione” della scuola, finora prevalentemente svolta nei confronti della cultura umanistico-classica e occidentale, si rivolga anche alle altre culture, storie, antropologie; nonché alla cultura scientifica, statistica, giuridica ed economica, fortemente penalizzate dalla scuola del passato e anche da quella del presente.

Le conoscenze e le competenze necessarie alla missione culturale e civile della scuola qui tratteggiata andranno tenute in grande considerazione nella formazione iniziale e in servizio dei docenti, anche attraverso una qualificata azione di documentazione delle buone pratiche.

Una scuola veramente accogliente, per tutti, dovrebbe potenziare scambi e relazioni con istituti e famiglie di altri Paesi e promuovere la preparazione pedagogica di una nuova generazione di mediatori interculturali. Nello stesso spirito la scuola dovrebbe non tagliare, ma potenziare e qualificare il sostegno alle classi con alunni diversamente abili (con nuova attenzione ai disturbi specifici di apprendimento e al “semplice” disagio): una pedagogia inclusiva che fa bene a tutti gli alunni, di cui l’Italia è stata leader in Europa.

Oggi più del 60% degli alunni cosiddetti stranieri sono nati in Italia da famiglie immigrate; il PD è da tempo impegnato, a livello legislativo, nell’estensione della cittadinanza ai nati in Italia. Nei casi di emergenza linguistica, che pure esistono, occorre affrontare la domanda investendo, come hanno fatto i governi e le amministrazioni di centrosinistra, in didattica supplementare dell’italiano come lingua straniera ed altri programmi atti a favorire un rapido ed equilibrato inserimento. Per la generalità dei casi occorre però ripensare l’offerta e orientarsi verso nuovi programmi e modalità di apprendimento che possono diventare una ricchezza per il sistema scolastico italiano.

Un nuovo piano straordinario per un’educazione di qualita’ 0-6
Negli ultimi decenni le scienze pedagogiche, psicologiche, sociologiche, così come più recentemente le neuroscienze, insegnano dell’importanza dell’infanzia nella vita delle persone, delle condizioni materiali e relazionali in cui la si vive e delle esperienze educative che vengono offerte. Anche gli economisti oggi sottolineano la necessità che, in una società globalizzata, si investa nel capitale umano garantendo a tutti un’educazione prescolare.

Vogliamo la riunificazione del sistema di educazione prescolare. Serve un nuovo piano straordinario triennale per l’implementazione del sistema territoriale dei servizi educativi della prima infanzia, per raggiungere l’obiettivo del 33% di copertura.

Vogliamo trasformare l’asilo nido da servizio a domanda individuale a diritto educativo di ogni bambino e bambina, come già proposto da molti anni e da molte parti (Legge di iniziativa popolare 0-6 depositata al Senato da Anna Serafini) e garantire ad ogni bambino e bambina del nostro Paese un posto nella scuola della scuola dell’infanzia (oggi le liste di attesa nelle scuole dell’infanzia sono tornate a crescere).

I divari abnormi tra nord e sud del Paese nei livelli di istruzione, si spiegano anche così: nel mezzogiorno sono pochissimi i posti al nido e una rarità il tempo pieno nella scuola primaria.

La scuola primaria: nessun bambino sia lasciato indietro
I modelli educativi del tempo pieno e del modulo con le compresenze degli insegnanti, sono considerati un’eccellenza a livello europeo, e producono, proprio grazie al lavoro in piccoli gruppi, i più alti livelli di apprendimento degli alunni. I test Invalsi e i dati OCSE Pisa parlano chiaro: il rendimento scolastico degli alunni è più alto laddove è più diffuso il modello educativo del tempo pieno.

Noi i gioielli di famiglia del sistema scolastico italiano “tempo pieno e modulo a 30 ore con le compresenze” li rimetteremo in vetrina e li estenderemo in tutto il Paese.

Una scuola autonoma nel sistema delle autonomie locali
Per raggiungere l’obiettivo di dimezzare la dispersione scolastica, come chiesto dagli obiettivi di Europa 2020, non basteranno di certo le pesanti catene dell’ordine e disciplina con cui la Gelmini vuol tenere i ragazzi legati ai banchi delle nostre scuole.

Occorre attribuire piuttosto alla scuola autonoma e all’autonomia di insegnamento quelle risorse necessarie per innovare la didattica della scuola superiore di primo e secondo grado.

E’ solo investendo in un più stretto rapporto tra autonomie locali e scuole autonome, che riusciremo a sconfiggere davvero i mali del sistema scolastico italiano, colmando i divari tra nord e sud del Paese, che questo Governo sta invece ampliando.

Uno degli aspetti fondamentali che concorre alla crescita della qualità della scuola è costituito infatti dal rapporto positivo, dalla collaborazione tra la scuola stessa e le autonomie locali. È, quindi, fondamentale incrementare le relazioni tra autonomie scolastiche e autonomie locali, rendendo la scuola un luogo aperto, un centro in cui la comunità si ritrova e si identifica; inoltre, la scuola deve fruire delle opportunità del territorio.

Il Partito Democratico propone di sottoscrivere definitivamente l’accordo sull’attuazione del Titolo V, già licenziato dalla Commissione Tecnica della Conferenza StatoRegioni.

Un cambiamento così radicale del quadro normativo e della distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni comporta una trasformazione profonda del funzionamento del Ministero dell’Istruzione, oggi fortemente impegnato in una gestione amministrativa centralizzata sulla vastissima organizzazione scolastica, che conta più di 1 milione e 200mila dipendenti, che si articola in autonomie scolastiche distribuite in modo capillare in tutto il Paese. Il Ministero deve potenziare e qualificare le proprie funzioni di indirizzo, di programmazione alta, di verifica, valutazione e controllo rispetto al funzionamento delle autonomie scolastiche e ai risultati di apprendimento dei ragazzi. Gli uffici scolastici regionali, attuali articolazioni del Ministero della Pubblica Istruzione, devono essere trasferiti per le loro competenze e per la maggioranza del personale dipendente alle Regioni.

Alle Regioni spetta definire il dimensionamento e il numero delle autonomie scolastiche, la distribuzione nel territorio delle scuole, le specializzazioni nella scuola superiore.

La valorizzazione dell’autonomia scolastica costituisce per noi una assoluta priorità, non ancora realizzata a distanza di dieci anni dall’approvazione della legge che la ha istituita.

Occorre, quindi, una legge che rimotivi nella scuola la partecipazione degli studenti, delle famiglie e di tutto il personale scolastico, riaffermando l’autonomia e la libertà di insegnamento. Le scuole hanno fatto molto per migliorare i livelli di appren- dimento e combattere la dispersione: hanno prodotto sperimentazioni importanti, molto al di là delle innovazioni di carattere normativo e delle risorse statali alle stesse dedicate. Si tratta di esperienze basate su ricerche e sperimentazioni di grande valore, che dovrebbero essere maggiormente conosciute e diffuse, proprio perché costituiscono buone pratiche per la qualificazione della scuola. E’ importante sostenere questa azione di ricerca e di formazione sul campo dei docenti, affinché diventi un patrimonio comune di tutte le scuole, non solo di quelle che le hanno messe in atto.

Dai livelli essenziali delle prestazioni (lep)
Ai livelli essenziali degli apprendimenti e delle competenze (leac).

In maniera ormai malcelata, la questione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, per il Governo, assume la declinazione di livelli minimi, fondati sui tagli dall’art. 64 della legge 133 del 2008.

La sfida che il nostro Partito vuole lanciare su questo tema è nel merito, fondata su elementi concreti e comprensibili per l’opinione pubblica, ovvero declinare i LEP come livelli essenziali di apprendimenti e competenze necessari LEAC.

La scelta degli apprendimenti e delle competenze, quale elemento determinante per la definizione dei LEAC, consente di garantire l’unitarietà dell’ordinamento dell’istruzione, (un ragioniere di Torino deve avere le stesse competenze di uno di Trapani) e queste competenze devono essere utili a raggiungere quegli obiettivi che la strategia di Lisbona ha indicato e che gli standards internazionali richiedono e rilevano.

Nella definizione dei costi standard occorre far riferimento alla quota capitaria pesata, riferita ad ogni ragazzo in età scolare, ponderata sulla base delle caratteristiche socio-culturali e geomorfologiche del territorio, sulla base della presenza di alunni disabili e di alunni stranieri; questa quota dovrà essere definita sulla base di numerosi indicatori di carattere quantitativo e qualitativo.

Risorse umane e finanziarie certe per la scuola dell’autonomia
Dagli organici di diritto e di fatto, all’assegnazione di un organico funzionale a ciascuna scuola autonoma.

La scuola autonoma, per poter assolvere pienamente il proprio mandato educativo ha bisogno di una stabilità pluriennale delle risorse finanziarie e professionali.

Per questo occorre innovare le norme per dare soluzione al problema dei residui attivi e ricondurre a binari paralleli ed omogenei la tempistica dell’erogazione annuale dei finanziamenti secondo il calendario dell’anno scolastico, per determinare una maggiore trasparenza e responsabilità, permettere una migliore programmazione delle risorse ed altrettanto migliore capacità di analisi e gestione della spesa.

Non può più essere che i finanziamenti della legge 440/97 arrivino con oltre un anno di ritardo, sempre più parcellizzati e in minima parte rispetto allo stanziamento globale. Questi dovrebbero essere attributi integralmente alle scuole subito dopo l’approvazione del bilancio dello Stato, modificando la legge laddove questa prevede un iter molto complicato e ormai privo di senso (come il parere delle commissioni parlamentari sul piano di riparto e la registrazione della direttiva annuale da parte della Corte dei Conti). Questa modifica alla legge 440/97 è una riforma a costo zero ma d’immediato beneficio. C’è poi un problema di trasparenza che va superato con la pubblicazione da parte del MIUR dei parametri utilizzati per inviare i fondi e della composizione delle tranche.

Le scuole autonome oltre ad aver bisogno di certezze sulla dotazione di risorse finanziarie su cui poter contare per poter organizzare al meglio il POF, hanno bisogno di certezze anche sugli organici professionali a disposizione.

Per questo proponiamo il superamento della distinzione tra organico di diritto e organico di fatto, per passare all’assegnazione a ciascuna scuola autonoma di un ORGANICO FUNZIONALE, che includa per reti di scuole anche una quota di personale per le supplenze brevi e professionalità specializzate a supporto dei ragazzi con bisogni speciali (autismo, dislessia, discalculia, etc). L’assegnazione deve poter essere almeno triennale, e concordata con la programmazione attuata dagli Enti Locali dei piani di offerta formativa territoriale. Questo sistema, che costa non molto di più della spesa attuale complessiva dello Stato (ai supplenti vengono pagate comunque la disoccupazione e le ferie non godute), comporterebbe innumerevoli vantaggi, come: il superamento del precariato scolastico; la programmazione certa dei fabbisogni di insegnanti e conseguente piano di reclutamento; la piena autonomia delle scuole nell’organizzazione della didattica per raggiungere l’obiettivo del successo scolastico dei ragazzi e delle ragazze.

Un moderno sistema di valutazione per una scuola pubblica di qualità
Una piena realizzazione dell’autonomia necessita di un sistema di valutazione, di carattere nazionale, con modalità di interlocuzione con i territori, soprattutto con le Regioni, indipendente dal Ministero e responsabile verso il Parlamento, che includa la valutazione dell’intero sistema scolastico, delle scuole,dei dirigenti e dei docenti su base volontaria in relazione all’avanzamento di carriera – come parti integranti di una valutazione complessiva dell’autonomia scolastica (vedi il documento del Forum Politiche dell’Istruzione PD specificamente dedicato al tema della valutazione e rilancio della scuola italiana).

Formare e reclutare gli insegnanti di domani
La situazione in cui versa il precariato dei docenti e ATA richiede attenta considerazione e interventi immediati. La stabilità del personale è essenziale; il precariato è un problema che compromette la qualità complessiva della scuola e potrà essere pienamente superato solo attraverso una più articolata e autonoma organizzazione del lavoro scolastico.

Occorre perciò rendere immediatamente disponibili per l’immissione a tempo indeterminato i posti attualmente coperti con incarico annuale e riprendere in prospettiva il piano di stabilizzazioni intrapreso dal governo Prodi. In previsione del momento in cui cominceranno ad essere disponibili gli abilitati del nuovo sistema di formazione iniziale, va garantito un equilibrio tra immissioni dalle graduatorie e nuovo reclutamento attraverso un’opportuna relazione fra numero chiuso e fabbisogno.

Contrariamente a quanto finora previsto, il nuovo sistema di formazione iniziale dovrà valorizzare le esperienze positive maturate nell’ambito delle SSIS, e in partico- lare i supervisori SSIS, figure chiave per il raccordo scuola-università. E’ necessario introdurre una formazione in servizio obbligatoria e certificata.

La continuità didattica è un bene essenziale: salvo rare e motivate eccezioni, il personale docente dovrebbe rimanere in servizio presso la stessa scuola per non meno di 3 anni. L’accesso all’insegnamento deve avvenire in ogni caso per pubblico concorso; rimane aperto l’ambito territoriale in cui il concorso può essere effettuato, fermo restando il pari diritto di accesso per tutti i cittadini italiani (e ormai anche dell’Unione Europea, unico vincolo essendo quello della conoscenza della lingua).

Nella condizione attuale non riteniamo che ci siano le condizioni giuridiche e gestionali per affidare il reclutamento alla scelta delle singole scuole, scelta di carattere discrezionale, senza alcuna procedura di selezione.

Completare il processo dell’autonomia scolastica implicherà anche l’introduzione della “carriera” dei docenti e la possibilità di istituire figure professionali diversificate, al fine di affrontare la sfida della complessità educativa alla quale l’autonomia stessa deve rispondere.

Cambiare la scuola per dimezzare la dispersione scolastica il passaggio cruciale dalla preadolescenza all’adolescenza L’insuccesso e la dispersione scolastica, i bassi livelli di apprendimento degli studenti e delle studentesse rispetto ai propri coetanei europei, si manifestano nella scuola secondaria di primo e secondo grado. Come tutti sappiamo, il punto di sofferenza è lo snodo che va dagli 11 ai 16 anni, che coincide con il passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza e costituisce il punto debole dell’azione orientativa. E’ qui infatti che si registra il tasso più alto di dispersione scolastica, con punte del 30%, soprattutto nel primo anno degli istituti professionali e tecnici.

Occorre promuovere progetti ed esperienze di continuità e di raccordo curricolare tra i due segmenti scolastici. Invece, il passaggio dalla scuola del primo ciclo alla scuola del secondo ciclo è tuttora problematico.

Perché il biennio diventi realmente orientativo a partire dal primo anno, anzi dai primi mesi della secondaria di secondo grado, è necessario progettare una azione di orientamento incentrata sul recupero e sul riallineamento delle competenze di base, soprattutto di quelle afferenti all’area di istruzione generale (sviluppo degli assi culturali) relative all’equivalenza formativa. Mentre nel secondo anno, invece, dovrebbe essere predisposta ed attivata un azione di ri-orientamento.

Perché questo si realizzi è necessario che si renda effettiva la pari dignità dei percorsi e la loro equivalenza formativa, dei bienni, dei licei, dei tecnici, dei professionali e della formazione professionale, indicando con precisione le competenze culturali in uscita riferite ai quattro assi culturali del biennio, in modo da garantire i passaggi da un indirizzo all’altro senza costringere gli studenti a dover affrontare gli esami di idoneità.

Il Partito Democratico inoltre ritiene l’Anagrafe per combattere la dispersione scolastica strumento utile e necessario, se fatto con criteri che rispondano in modo efficace ed efficiente all’obiettivo di dimezzare il tasso di dispersione scolastica, che l’Europa 2020 impone al nostro Paese. Vogliamo dare impulso alla nascita delle Ana- grafi Regionali degli Studenti (oggi hanno o stanno istituendo le anagrafi solo 11 regioni su 20).

Le norme generali ministeriali secondo noi devono indicare soltanto i criteri per individuare i dati sensibili non acquisibili, salvaguardando le competenze regionali e garantendo allo Stato la possibilità di acquisire, dal sistema delle anagrafi regionali, i dati di cui necessita per l’esercizio delle funzioni che l’ordinamento gli riconosce, tra cui il sistema di valutazione. Nella bozza di Accordo sul Titolo V raggiunta all’unanimità nella Conferenza Stato Regioni, è già prevista la realizzazione di un sistema unitario di raccolta dei dati, a partire dai livelli regionali e quale sistema integrato degli stessi, che consente l’accesso e l’utilizzo da parte di tutti i protagonisti istituzionali (Stato, Regioni, Enti locali e istituzioni scolastiche) e che prevede anche la loro partecipazione nella predisposizione dei criteri che lo governano.

Istruzione e formazione professionale di qualità
Per rilanciare il made in italy nel mondo Occorre connettere organicamente il sistema dell’istruzione, di competenza dello Stato, il sistema della formazione professionale, di competenza delle Regioni nonchè le competenze dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali relative allo sviluppo e al lavoro.

Riteniamo che sia opportuno che esista ampia collaborazione tra i due sistemi, che le Regioni e le autonomie locali attuino una programmazione integrata. Non riteniamo opportuno un processo di unificazione tra i due sistemi, che farebbe perdere ai due sistemi le proprie peculiari caratteristiche e la propria identità, né una concorrenza tra gli stessi.

Occorre allineare i sistemi, qualificarli, migliorare le dotazioni strumentali, sanare e ammodernare strutture e edifici spesso fatiscenti. Il divario territoriale è una delle criticità più rilevanti, da affrontare attraverso (i) la fissazione dei LEAC (ii) la legge sull’apprendimento permanente (iii) il riconoscimento, la validazione, la certificazione pubblica dei crediti e delle competenze e l’accreditamento delle strutture formative (iv) l’offerta di servizi di trasporto e per il tempo libero. È indispensabile un maggior controllo sulla spesa destinata alla formazione e sull’impiego dei fondi strutturali comunitari.

L’istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS) va potenziata e gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) vanno istituiti come esperienze di formazione terziaria non accademica, distinguendo tra un’offerta regionale flessibile, non stabile, legata alle condizioni locali in continua trasformazione, e un’offerta di eccellenza, da consolidare nei settori strategici dello sviluppo del Paese. L’effettiva co-progettazione fra scuola e imprese dei percorsi, e in particolare degli stage, vetrina delle aziende, è uno strumento potente, se ben concepito e utilizzato. Vanno infine individuate forme efficaci di monitoraggio e controllo.

Occorre poi un provvedimento di legge per riconoscere il diritto individuale all’apprendimento permanente, estensione del diritto all’istruzione che condiziona l’accesso a tutti i diritti. Anche la formazione continua va riconsiderata, nel senso di orientare le iniziative verso i soggetti che sono più bisognosi di essere formati, ag- giornati, riconvertiti, e sono più a rischio di perdita del posto di lavoro. Occorre anche un maggior coordinamento tra programmazione regionale e programmazione dei fondi interprofessionali, ampliandone il campo di intervento (apprendisti, lavoratori atipici e discontinui…)

Un piano straordinario per l’edilizia scolastica
Due edifici scolastici su tre non sono a norma di legge, per questo è urgente mettere subito in sicurezza il 65 per cento delle scuole italiane. Da uno studio della KRLS Network of Business Ethics, emerge che in Italia solo il 46 per cento delle scuole ha il certificato di agibilità statica, contro il 98 per cento della Germania, il 93 per cento della Francia, il 92 per cento dell’Inghilterra, l’89 per cento della Spagna, il 77 per cento della Polonia, il 71 per cento del Portogallo, il 64 per cento della Romania, il 58 per cento della Bulgaria e il 53 per cento dell’Albania che chiude la classifica.

Così come sappiamo che tanti Istituti funzionano fuori norma ed in violazione del decreto che per la sicurezza antincendio prevede la permanenza in classe di non più di 26 persone in presenza di una unica porta quale via di fuga, ora a causa dell’aumento del numero degli alunni per classe, deciso dal Governo in carica, spessissimo il limite viene sforato giungendo anche ad avere presenti in classe più di 38 alunni .

E’ in gioco la vita dei ragazzi.

Il Partito democratico propone un piano straordinario per la manutenzione, la messa in sicurezza degli edifici scolastici e l’edificazione di nuove scuole.

Le risorse stanziate, anche dall’ultimo governo di centro sinistra, talvolta non possono essere spese dagli enti locali per i lacci troppo stretti del patto di stabilità interno,che altrimenti verrebbe sforato. Per questo chiediamo di escludere dal patto di stabilità le spese per l’edilizia scolastica , come più volte da noi sollecitato anche in Parlamento. Lo snellimento delle procedure per reperire , liquidare e spendere le risorse, l’apertura di nuovi cantieri per la messa a norma e la ristrutturazione degli istituti scolastici esistenti, oltre che l’edificazione di nuove scuole, permetterebbero anche di dare avvio a centinaia di nuovi cantieri, con un impatto positivo sull’economia e l’ occupazione. Va programmata con le Regioni e gli enti locali, soprattutto nel mezzogiorno, una razionalizzazione e un rinnovamento radicale delle strutture scolastiche destinando a questo scopo, nelle aree sotto utilizzate, i fondi FAS. Togliendo le scuole dagli “appartamenti” in locazione ed edificando nuovi poli scolastici progettati con una architettura innovativa eco sostenibile in linea con le nuove tecniche di risparmio energetico, che sostenga e renda possibile una nuova didattica a classi aperte ed interdisciplinare. Dotando gli Istituti scolastici di palestre, biblioteche e laboratori, facendo intervenire nel controllo e nell’indirizzo dell’utilizzo delle risorse per l’edilizia scolastica il consiglio di istituto delle scuole autonome, rimotivando così anche la partecipazione dei genitori e degli studenti, oltre che dei docenti e di tutti coloro che nell’istituto operano.

«Obama e il suo maestro Mandela. "Il tuo esempio è la mia speranza"», di Barack Obama

Uno era il prigioniero più famoso del mondo. L’altro uno studente universitario che scopriva la politica. Ora l’ex allievo rende omaggio al maestro nella nuova biografia dell’uomo che liberò i neri dalla segregazione. Repubblica.it ne anticipa un brano

COME tanti altri al mondo, ho conosciuto Nelson Mandela da lontano, quando era imprigionato a Robben Island. Per molti di noi lui era più di un uomo: era un simbolo della lotta per la giustizia, l’uguaglianza e la dignità in Sudafrica e in tutto il pianeta. Il suo sacrificio era così grande da incitare ovunque le persone a fare tutto ciò che era in loro potere per il progresso dell’umanità. Nel più modesto dei modi, sono stato uno di coloro che hanno cercato di rispondere al suo appello. Ho cominciato a interessarmi di politica negli anni del college, unendomi alla campagna di disinvestimento e per la fine dell’apartheid in Sudafrica. Nessuno degli ostacoli personali che mi trovavo ad affrontare come giovane uomo era paragonabile a quello che le vittime dell’apartheid vivevano ogni giorno.

E potevo solo immaginare il coraggio che aveva portato Mandela a rimanere in quella cella per così tanti anni. Ma il suo esempio contribuiva ad aumentare la mia consapevolezza del mondo e del dovere che tutti noi abbiamo di lottare per ciò che è giusto. Con le sue scelte, Mandela dimostrava che non dobbiamo accettare il mondo così com’è, che possiamo fare la nostra parte perché diventi come dovrebbe essere.

Nel corso degli anni ho continuato a guardare a Nelson Mandela con ammirazione e umiltà, ispirato dal senso di possibilità che la sua vita dimostrava e sgomento di fronte ai sacrifici necessari per coronare il suo sogno di giustizia e uguaglianza. Di fatto, la sua vita racconta una storia che si erge in netta opposizione al cinismo e alla rassegnazione che così spesso affliggono il nostro mondo. Un prigioniero è diventato un uomo libero; un simbolo di emancipazione è diventato una voce appassionata a favore della riconciliazione; un leader di partito è diventato un presidente che ha promosso la democrazia e lo sviluppo. Anche dopo avere lasciato gli incarichi ufficiali, Mandela continua a lavorare per l’uguaglianza, l’ampliamento delle opportunità e la dignità umana. Ha fatto così tanto per cambiare il proprio Paese, e il mondo, che è difficile riuscire a immaginare la storia degli ultimi decenni senza di lui.

Poco più di vent’anni dopo aver fatto il mio ingresso nella vita politica e nel movimento per il disinvestimento come studente di college in California, sono entrato in quella che era stata la cella di Mandela a Robben Island. Ero appena stato eletto senatore degli Stati Uniti. La cella era ormai stata trasformata da una prigione in un monumento al sacrificio compiuto da così tante persone per una trasformazione pacifica del Sudafrica. Mentre mi trovavo in quella cella, ho provato a tornare indietro nel tempo, ai giorni in cui il presidente Mandela era ancora il prigioniero 466/64, quando la vittoria nella sua battaglia era tutt’altro che una certezza. Ho cercato di immaginare Mandela – quella figura leggendaria che aveva cambiato la storia – come l’uomo Mandela, che aveva sacrificato così tanto per il cambiamento.

Io, Nelson Mandela offre uno straordinario contributo al mondo, restituendoci proprio l’immagine dell’uomo Mandela. […] Mandela aveva intitolato la sua autobiografia Lungo cammino verso la libertà. Ora, questo volume ci aiuta a ripercorrere i passi – e le deviazioni – che ha compiuto durante quel viaggio. Fornendoci questo ritratto a tutto tondo, Nelson Mandela ci ricorda di non essere stato un uomo perfetto. Anche lui, come tutti noi, ha i suoi difetti. Ma sono proprio queste imperfezioni che dovrebbero essere d’ispirazione per ciascuno di noi. Perché, se siamo onesti con noi stessi, sappiamo che affrontiamo battaglie piccole e grandi, personali e politiche, per superare la paura e il dubbio, per continuare a impegnarci anche quando l’esito della lotta è incerto, per perdonare gli altri e sfidare noi stessi. La storia raccontata da questo libro – e la storia della vita di Mandela – non è quella di esseri umani infallibili e di un inevitabile trionfo. È la storia di un uomo disposto a rischiare la vita per ciò in cui credeva e ha lavorato incessantemente per condurre quel genere di esistenza che avrebbe reso il mondo un posto migliore.

Alla fine, è questo il messaggio di Mandela a ognuno di noi. Per tutti ci sono giorni in cui sembra che cambiare sia impossibile, giorni in cui le avversità e le nostre imperfezioni possono indurci a desiderare di imboccare un sentiero più facile, che eviti le nostre responsabilità verso gli altri. Perfino Mandela ha vissuto giorni come questi. Ma anche quando soltanto un tenue raggio di sole penetrava in quella cella a Robben Island, riusciva a vedere un futuro migliore, degno del suo sacrificio. Anche quando ha dovuto fare i conti con la tentazione di cercare vendetta, ha visto la necessità di una riconciliazione e il trionfo dei principi sul mero potere. Anche quando ha raggiunto il meritato riposo, ha continuato a cercare – e continua tuttora – di ispirare i suoi compagni e le sue compagne a mettersi al servizio dell’umanità.

Prima di diventare presidente degli Stati Uniti ho avuto il grande privilegio di incontrare Mandela e dopo la mia elezione ho parlato in varie occasioni con lui al telefono. In genere sono conversazioni brevi: lui è ormai giunto al crepuscolo della sua vita e io devo affrontare il fitto programma di impegni che la mia carica mi impone. Ma sempre, durante queste conversazioni, ci sono momenti in cui traspaiono la gentilezza, la generosità la saggezza dell’uomo. Quei momenti mi ricordano che dietro la storia che è stata scritta c’è un essere umano che ha scelto di far vincere la speranza sulla paura e di guardare avanti, oltre le prigioni del passato. E mi rammentano che, per quanto sia diventato una leggenda, conoscere l’uomo – Nelson Mandela – significa rispettarlo ancora di più.

2010 by Barack Obama/ Agenzia Santachiara da www.repubblica.it

"Il dissesto del suolo costa 213 miliardi", di Valeria Uva

Un’emergenza continua che ci è costata 213 miliardi di euro. Questo è il conto – attualizzato ai valori 2009 – che abbiamo pagato dal dopoguerra a oggi per tamponare e rincorrere le mille fragilità del suolo italiano, dai terremoti alle frane, dalle alluvioni alle esondazioni.
A fare i conti con una fotografia dei costi del dissesto stavolta sono i geologi, addetti per mestiere alla valutazione (e alla prevenzione) del rischio. Il nuovo centro studi dell’Ordine, guidato da Pietro De Paola, ha aggiornato la mappa delle emergenze in Italia, ha incrociato per la prima volta i dati statistici sulle presenze sul territorio con le carte del rischio sismico e idrogeologico, ha rastrellato e attualizzato i mille rivoli in cui dal dopoguerra a oggi si sono incalanati gli stanziamenti pubblici per fronteggiare le emergenze, dall’alluvione di Firenze del 1966 al terremoto in Abruzzo.
Il dato più significativo è proprio quel conto finale: 213 miliardi per la ricostruzione e il risanamento dopo le emergenze, spesi dal 1944 al 2009. Di questi, 161 a coprire i danni da terremoti (il 48% pari a 48 miliardi solo per l’Irpinia) e 52 a riparare quelli per il dissesto.
Una cifra enorme se si pensa che, sempre secondo le stime dei geologi e le richieste dei Piani delle Autorità di bacino, per mettere in sicurezza tutto il territorio dal rischio idrogeologico di miliardi ne basterebbero (si fa per dire) 40, il 68% dei quali dovrebbe andare al centro Nord.
Già perché il dossier «Terra e Sviluppo – Decalogo del territorio 2010 – messo a punto con la collaborazione scientifica del Cresme – che i geologi presenteranno a Roma mercoledì (primo di quello che sarà un appuntamento annuale sul uso e sul consumo di suolo e sui costi anche economici delle emergenze) contiene alcune preziose informazioni.
Si scopre ad esempio che il nostro Paese ha speso per la protezione dell’ambiente (difesa del suolo, riduzione dell’inquinamento e assetto idrogeologico) 58 miliardi nel decennio dal 1999 al 2008, una cifra inferiore alle attese, ma non trascurabile. Ma il problema è che ben 31 di questi (il 54%) è stata assorbita dalle spese di parte corrente (stipendi soprattutto) e solo 26 miliardi sono veramente andati alla prevenzione dei rischi.
«Per cinquant’anni non abbiamo fatto pianificazione – ricorda amaro De Paola – dal 1998, dopo la tragedia di Sarno qualcosa lentamente si sta muovendo e siamo ormai arrivati, anche con il contributo dei geologi, ad avere una mappatura dettagliata del rischio».
«Ma ora – aggiunge – occorre intervenire e frenare il consumo di suolo». Come? De Paola è diretto: «I sindaci hanno in mano tutto il potere di controllo, sorveglianza e gestione del territorio, spetta a loro, ad esempio, reprimere l’abusivismo». Ma avverte: «Sembriamo non ricordarci quanto sia importante la manutenzione del territorio: non più tardi di una settimana fa tre donne sono morte a Prato in un sottopassaggio allagato per una banale fognatura ostruita».
Il rapporto lo dice chiaro: l’89% dei nostri Comuni è a rischio idrogeolico. Vivono con questa minaccia 5,8 milioni di italiani che abitano dentro 1,3 milioni di edifici in zone pericolose. E invece 2,4 milioni di italiani e 6,3 milioni di edifici si trovano in zone ad alto rischio sismico, con il record di Napoli in cui il 92% della popolazione corre pericoli. «I nostri numeri confermano una realtà a tutti nota – lamenta Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme – spendiamo male le nostre risorse con interi capitoli di spesa dirottati dalla prevenzione all’emergenza».
Un’emergenza che può arrivare a durare anche cinquant’anni. Il rapporto dei geologi ci ricorda che ancora oggi dopo 42 anni paghiamo (e pagheremo fino al 2018) un obolo di 168 milioni all’anno (8,4 miliardi in tutto) per il sisma che rase al suolo la valle del Belice, nel lontano 1968.

da www.ilsole24ore.com

"Da Cavour e Garibaldi a Bossi e Berlusconi", di Eugenio Scalfari

LE CELEBRAZIONI dell’unità d’Italia che avranno il loro culmine nel marzo dell’anno prossimo hanno riportato all’attualità la storia del Risorgimento. Libri, spettacoli, film di ampio respiro, confronto di idee e d’interpretazioni. Ma dietro quest’apparenza c’è una più sostanziosa motivazione che spiega il “revival” risorgimentale ed è il problema del federalismo, fiscale e istituzionale.

Questione meridionale e questione settentrionale si sfidano tra loro e infiammano la lotta politica. La prima ha alle sue spalle centocinquant’anni di storia, la seconda è aperta da una ventina d’anni, da quando “Roma ladrona” ha dovuto stringere i cordoni della borsa perché erano venute a mancare le risorse non solo per assistere il Sud ma anche per finanziare nel Nord il tessuto imprenditoriale rinnovando la rete insufficiente e invecchiata delle infrastrutture che costituiscono il sostegno delle piccole e medie imprese.

La sfida federalista ha riproposto con rinnovato vigore la lettura del Risorgimento e dei personaggi che ne costituiscono le icone. Tre soprattutto: Mazzini, Garibaldi, Cavour; e due più defilate per la loro posizione istituzionale ma che hanno comunque avuto un ruolo importante nello svolgimento risorgimentale: Carlo Alberto di Savoia e ancora di più il suo figlio e successore Vittorio Emanuele, primo re d’Italia nel 1861. Mi sembra perciò interessante rivisitare queste vicende e questi personaggi, sia pure con la brevità imposta da un articolo di giornale.

Comincio da Giuseppe Mazzini non soltanto per ragioni di cronologia ma anche perché spetta a lui il merito d’aver posto il tema dell’indipendenza e dell’unità d’Italia – già toccati da gran tempo da poeti e letterati – sul terreno della politica e dell’azione.

* * *

Mazzini emigrò presto, prima in Svizzera poi in Inghilterra, inseguito da mandati di cattura e dalle polizie piemontese, austriaca, francese e poi, fino a quando morì, italiana. In Italia ricomparve saltuariamente e clandestinamente salvo la breve parentesi della Repubblica romana del ’49, schiacciata dopo pochi mesi dagli zuavi di Oudinot.

Questa sua condizione di esule ha indotto molti memorialisti e scrittori che si sono occupati di lui a isolarlo dal contesto storico in cui operò, quasi che i suoi rapporti si limitassero soltanto alla rete della Giovane Italia da lui fondata negli anni Trenta del suo secolo, agli affiliati di quell’associazione e ai giovani cospiratori che comunque lo ebbero come stella polare d’insegnamento e di azione. Un maestro in tutti i sensi e i suoi discepoli, distaccati l’uno e gli altri dalla realtà politica che si svolgeva contro di loro e senza di loro; una schiera di utopisti che si esaltavano a vicenda, molti dei quali affrontarono la morte e le galere con avventure votate all’insuccesso e comunque prive di effetti sulla realtà.

Questa visione, fatta propria dal recente film di Martone che tra poco apparirà nelle sale e che è un bellissimo spettacolo, è però storicamente e politicamente lacunosa. Mazzini non fu affatto un isolato maestro allucinato da un’utopia sanguinaria e sanguinosa di complotti e di terrorismo. I complotti ci furono, i conati rivoluzionari finiti nel sangue e nella sconfitta anche; ma in quegli anni erano il solo modo per esprimere il programma d’una rivoluzione italiana fondata sulla libertà e l’indipendenza nazionale, sui diritti e sui doveri dei cittadini.

Storicamente fu il tentativo di dare un seguito agli ideali della rivoluzione francese che Napoleone aveva esportato in tutta Europa sovrapponendo tuttavia ad essi il potere militare e imperiale. Non è un caso del resto che i primi moti risorgimentali in Italia avvennero nel 1820 e ’21 per iniziativa di ex ufficiali dell’esercito imperiale: Michele Morelli e Salvati in Calabria, Santorre Santarosa in Piemonte con la complicità di Carlo Alberto.

E fu Gioacchino Murat, re delle Due Sicilie e maresciallo dell’Impero a tentare l’avventura italiana dopo Waterloo con il programma di Rimini e poi con la spedizione nel Sud conclusa con la sua fucilazione a Pizzo Calabro. Tutto ciò avvenne molto prima della fondazione della Giovane Italia, così come molto prima le “vendite” carbonare avevano costellato l’Italia con una rete clandestina. La rivoluzione napoletana del 1799 fu il primo segnale di questo lungo percorso risorgimentale e pagò quel tentativo con migliaia di morti e secoli di galera per i sopravvissuti. Non fu dunque Mazzini il primo a tentare insurrezioni che causarono morti e galera.

Quanto al suo isolamento politico, ricordo che i suoi contatti con Garibaldi furono intensi anche se spesso discordanti fino al 1860; ma ci furono anche contatti con Carlo Alberto e con Vittorio Emanuele ai quali scrisse lettere vibranti in occasione delle due guerre d’indipendenza intraprese dai Savoia. Infine fece parte dell’Internazionale, dove ebbe polemiche e scontri con Marx, Engels e Bakunin sulla lotta di classe e sulla rivoluzione sociale che Mazzini accettava nella versione di Pisacane ma respingeva in quella del Manifesto comunista. Un maestro isolato che mandò inutilmente al macello centinaia di giovani infatuati? Proprio non direi.

* * *

Si discute se la figura decisiva del Risorgimento e dell’Unità sia stata quella di Garibaldi o del conte di Cavour. Discussione oziosa perché quelle due personalità ebbero lo stesso rilievo e furono egualmente indispensabili. Mazzini aveva gettato il seme, Garibaldi e Cavour coltivarono l’albero e ne fecero maturare i frutti. Senza Garibaldi l’Italia unita non ci sarebbe stata; senza Cavour non ci sarebbe stata l’indipendenza nazionale né la fine del temporalismo papale.

Aggiungo: senza Carlo Alberto non ci sarebbe stato lo Statuto (il re delle Due Sicilie concesse anch’egli una Costituzione nel ’48 ma poi la ritirò) e senza Vittorio Emanuele non ci sarebbe stato Cavour né Roma capitale. Quasi tutti gli storici del Risorgimento hanno rilevato che quel moto fu un fatto di minoranza, un sentimento elitario e “letterario” che si incrociò con gli interessi concreti di un ceto borghese che stava emergendo soprattutto in Lombardia e in Liguria. Molti di loro hanno anche osservato che mancò la partecipazione popolare cogliendo in questa mancanza la causa della fragilità democratica italiana.

Non sono d’accordo con questa diagnosi. Non già sulla constatazione della mancata partecipazione popolare, che è un dato di fatto incontestabile. Ma la partecipazione popolare non c’è mai stata nelle società contadine confinate nella povertà, nell’isolamento e nell’analfabetismo. Le rivoluzioni sono state sempre e dovunque fatti di minoranza. La pubblica opinione si forma come fenomeno culturale. La rivoluzione dell’Ottantanove è un fatto di minoranza e così quella russa del 1917. Ma fatti di minoranza furono anche la rivoluzione di Cromwell e poi la guerra d’indipendenza americana guidata da Washington. Le società contadine sono state spesso agitate da procellose sommosse dovute alla povertà e alla fame. Sommosse, non rivoluzioni che inaugurano nuove epoche e nuove istituzioni.

Così il Risorgimento. Le masse furono assenti. Ma la perenne fragilità della nostra democrazia non deriva da quell’assenza ma dal fatto che l’educazione delle plebi, come allora si diceva con aulico linguaggio, tardò e fu comunque incompleta. Le masse cattoliche furono educate al pane celeste ma assai poco al pane terreno che per molti anni fu anzi considerato un cibo infetto dal quale astenersi. Quanto alle masse socialiste, furono educate a reclamare sacrosanti diritti ma non riuscirono a coinvolgere né la popolazione contadina né quella artigiana che costituivano il tessuto portante della popolazione attiva. I luoghi di quell’educazione furono soltanto le industrie e il proletariato operaio che in esse formò la propria identità sociale.

Quanto alla critica contro la centralizzazione del potere, anche questo a me sembra un falso problema. I grandi Stati nazionali europei sono nati tutti dalla concentrazione del potere. Così la Francia, così l’Inghilterra, così la Prussia, nocciolo dell’unità tedesca. Il potere centrale è stato un elemento di modernità, Tocqueville ne fece l’analisi perfetta nell’Ancien Régime et la Révolution.

L’aspetto negativo non è stato dunque la centralizzazione ma la burocratizzazione. Sono due elementi distinti e sarebbe grave errore considerarli un “unicum”; molto spesso i poteri locali sono ancor più burocratici di quelli centrali e questo è vero anche nell’Italia di oggi. Dovremo quindi impegnarci in un federalismo che preservi e anzi compia un disegno nazionale ancora largamente lacunoso, smantelli la burocratizzazione centrale e impedisca quella regionale e comunale già ampiamente presente. Si tratta dunque d’un cammino lungo, appena iniziato e purtroppo sotto cattivissime stelle.

da www.repubblica.it

Bersani: sì alla tassa sulla finanza, paghi la crisi chi l'ha creata

Bersani: sì alla tassa sulla finanza, paghi la crisi chi l’ha creata

«Paghi la finanza quello che ha determinato la finanza: si metta tassa sulle transazioni finanziarie». Pier Luigi Bersani parla chiaro e forte nel suo intervento all’Assemblea nazionale del Pd e aderisce con queste parole alla campagna del Partito Socialista europeo sposata dall’Unità nei giorni scorsi (e sostenuta dalla coalizione Europeans for financial reform, dal Global Progressive Forum e da numerose associazioni e organizzazioni sindacali, sociali e culturali europee, e sostenuta in Italia da Cgil, Cisl Uil, Acli, Azione cattolica, Arci e da tanti altri soggetti). Il segretario Pd ha poi spiegato che invece «non è giusto invece tassare le banche perché si ha solo il risultato di aumentare i costi sui clienti». Le parole di Bersani hanno fatto seguito al voto dell’Assemblea nazionale Pd che ha votato l’ordine del giorno per la Ftt (tassazione delle transazioni finanziarie) a livello nazionale.

Leonardo Domenici, deputato al Parlamento Europeo, è il primo a commentare con entusiasmo la decisione dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico di aderire alla grande campagna a livello europeo in favore della FTT, la tassa sulle transazioni finanziarie, che prevede una presentazione coordinata di proposte di legge per l’istituzione della tassa sulle transazioni nei parlamenti nazionali dei paesi membri dell’Unione europea.

«Sono felice che l’Assemblea abbia aderito all’invito che avevo formulato con una lettera aperta ai vertici del PD nei giorni scorsi. Come ha detto il segretario Bersani – ha aggiunto l’On. Domenici – questa tassa sulle transazioni finanziarie serve ‘per assorbire surplus di debito’. C’è infatti bisogno di una politica che riesca a combinare crescita sostenibile, risanamento dei bilanci pubblici e regolazione dei mercati finanziari, anche attraverso il reperimento di nuove risorse. La FTT risponde a queste esigenze perchè può contribuire a sostenere piani di investimento nell’ambito della strategia di sviluppo “Europa 2020” per l’occupazione, la formazione, la ricerca e nuove infrastrutture. Inoltre può essere utilizzata per finanziare attività finalizzate alla riduzione del debito pubblico nei paesi dell’UE e può rendere i mercati finanziari più trasparenti e ridurre i fenomeni speculativi in essi ampiamente diffusi. Bisogna uscire da questa crisi risanando i conti ma non facendo pagare il prezzo ai lavoratori ed ai contribuenti o cancellando il welfare. Deve pagare chi non ha mai pagato e chi con le sue sregolatezze ha creato la crisi economica».

«Non dobbiamo essere timidi quando proponiamo il 20% di tasse sulle transazioni finanziarie, quando proponiamo di detassare il lavoro femminile e giovanile. Dobbiamo poi chiedere una legge elettorale che abbia dentro uguale rappresentanza di uomini e di donne, su questo dobbiamo essere coerenti. Dobbiamo poi essere chiari sul fatto che il nostro nemico non è Berlusconi, sono i mali dell’Italia causati da Berlusconi. Lui se ne deve andare perché ha aggravato questi mali. Non dobbiamo passare da conservatori» aveva detto qualche ora prima il capogruppo al Senato del partito democratico, Anna Finocchiaro.

E alla proposta arriva anche il sostegno del segretario Uil Luigi Angeletti: «Basta ridurre del 10% l’evasione per avere le risorse necessarie ad avviare la riforma fiscale. Occorre spostare il carico dal lavoro a coloro che hanno rendite finanziare, non tassare bot e cct, un alibi, noi non vogliamo tassare i risparmi ma i profitti derivanti dalle transazioni finanziare una richiesta che oggi si fa in tutto il mondo».

da www.unita.it

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“Bersani dal profondo Nord: più tasse alla finanza meno a imprese e famiglie. Ecco il progetto del Pd per l’Italia”, dall’inviato Sara Bianchi

BUSTO ARSIZIO – Pier Luigi Bersani parla dal profondo Nord, per dire senza giri di parole che qui il Pd «Non è straniero». È vero, ammette, «c’è stata una grande prevalenza di Berlusconi e Bossi» che però «partendo dal Nord hanno prodotto un grande danno per l’Italia». Perché il loro sogno di «liberare energie dal settentrione per ridare slancio al paese è fallito. Anzi, ci sta portando fuori dall’Europa».

È da Malpensa Fiere che il segretario Pd guarda al futuro per lanciare le due priorità del partito: «impedire la deriva plebiscitaria-populista di Berlusconi, mettendo in sicurezza la democrazia e predisporre un’alternativa di governo capace di suscitare il risveglio italiano». Ribadisce che la crisi di governo c’è, eccome e che il Pd è pronto a un breve governo di transizione che abbia come primo punto del programma una nuova legge elettorale. Solo più in là vede nuove elezioni Bersani, che si appella «a tutte le forze interessate a mettere in sicurezza democrazia, capaci di riunirsi attorno ad una proposta di legge elettorale ma alla ricerca anche di altre convergenze possibili».

Chi ci sarà nel nuovo Ulivo? «Tutte le forze di centrosinistra – dice il segretario Pd – che hanno attitudine di governo». Una coalizione, torna a chiarire che «non si rifà all’Unione, perché comprende chi è disposto discutere anche di ristrutturazione» E l’Udc? «E’ una forza di opposizione e non di sinistra», chiarisce Bersani, e il nuovo Ulivo «discute con tutte forze opposizione».

Nessuna illusione, dice il segretario ai suoi, sulla fase attuale perché «siamo al secondo tempo di Berlusconi, che è forse il più pericoloso. La promessa non c’è più, resta la forza ideologica, oltre a quella economica e mediatica». E poi «c’è la forza del ricatto». Pier Luigi Bersani vede molta paura in giro, ma assicura «io non ne ho».

Ma Berlusconi, il leader Pd ne è convinto, «Non se ne andrà sorseggiando un tè. Rilancerà fino a far traballare qualche nostro pilastro costituzionale». E senza Pd non c’è alternativa. Perciò, dice Bersani «rifletta chi maltratta il partito». Destinatari del messaggio? Antonio Di Pietro e Nichi Vendola, forse. E ancora: «il Pd discute con tutti ma non facciamo gli utili idioti di qualcos’altro».

Insomma il progetto per l’Italia il Pd ce l’ha e parte da Busto Arsizio. A cominciare dalla proposta Visco sulla tassazione delle transazioni finanziarie, perché deve essere «la finanza a pagare i danni che ha creato». Sul lavoro servono investimenti, innovazione, stimolo all’economia, «mentre si sono peggiorati i sistemi di distribuzione del reddito», dice Bersani che accusa il governo di avere «azzoppato il futuro», con il taglio di investimenti a Università e scuola. La critica è pesante: «hanno sbagliato tutto».

Il fisco, sottolinea il segretario è il «punto centrale della nostra operazione», con l’alleggerimento della pressione fiscale su lavoro e impresa e sulle famiglie con figli. La riforma fiscale resta un’urgenza. «Vogliamo bene alla piccola impresa, ai professionisti che lavorano e stanno nelle regole. Non siamo riusciti a farlo capire». Sul federalismo Bersani rimprovera al governo di volerlo utilizzare «per raddrizzare una gamba storta». Invece dovrebbe essere «la via più efficiente per arrivare a conquistare livelli comuni di servizi essenziali».

Nessuno sconto alla Lega: «37 leggi ad personam approvate, ruberie coperte. Ora si prenda il suo, noi lo mettiamo sui manifesti».Ai suoi l’invito a non far polemiche e a far vedere «la bella gente che abbiamo», alcuni dei quali in Sicilia e Campania minacciati dalla criminalità ogni giorno. «Non possiamo lasciarli soli». Walter Veltroni apprezza «molto» il discorso conclusivo del segretario. E definisce «giusto» il metodo di discussione interna adottato nella due giorni, «un passo avanti importante nel profilo di un partito riformista che mette alle spalle culture del passato».

da www.ilsole24ore.com

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“Rasmussen a l’Unità: tassiamo chi specula”, di Luca Landò
Una tassa s’aggira per l’Europa. Piccola, anzi minuscola. Ma come la talpa evocata da Marx ed Engels preoccuopa, fa paura ma soprattutto non si ferma. Si chiama Financial Transaction Tax (Ftt per farla breve) e prevede che per ogni transazione finanziaria lo 0,05% del valore trattato vada nelle casse dello Stato.

Per il momento è solo un progetto, un’ipotesi di cui l’Unità ha parlato mercoledì scorso dedicandovi la prima pagina e sulla quale è tonato ieri Bersani nel suo discorso a Varese. Non solo, ma Sarkozy l’ha benedetta durante il suo intervento all’Assemblea generale dell’Onu e lo stesso hanno fatto la Merkel, Zapatero e persino Barroso, confermando che l’Europa, tanto per cambiare, è di nuovo divisa. Già, perché mentre il presidente della Commissione, Barroso appunto, fa cenno di sì con la testa, il resto della Commissione e il presidente della Banca Europea, Jean-Claude Trichet, muovono il capo nella direzione opposta. Tanti elogi e molte frenate, dunque. Al punto che non si capisce se la piccola tassa stia andando avanti o non stia correndo il rischio di finire come la vecchia Tobin, molto citata ma per niente applicata. Lo abbiamo chiesto a Poul Nyrup Rasmussen, presidente del Partito socialista europeo che si è fatto promotore di una forte campagna per l’approvazione in Europa della nuova piccola tassa.

Presidente Rasmussen, qual è l’obiettivo della Ftt: ripianare i debiti esplosi con la crisi o frenare chi gioca sul mercato finanziario?
«Entrambi. Quest’anno in Europa, a causa della crisi, dobbiamo fare i conti con un buco di 900 miliardi di euro nei nostri conti pubblici. Abbiamo bisogno di nuove entrate e non possiamo chiedere alla gente di pagare una seconda volta per un guaio combinato da altri. Una tassa dello 0,05% sulle transazioni finanziarie può raccogliere 200 miliardi di euro a livello europeo, di cui 25 miliardi soltanto per l’Italia. Come tasse, oggi, il settore finanziario non paga praticamente niente: quando i vostri lettori comprano l’Unità pagano l’Iva su ogni copia acquistata; quando un trader compra un prodotto finanziario non paga nulla. È arrivato il momento che nel fisco vengano introdotti elementi di correttezza e riequilibrio.
La tassa sulle speculazioni finanziarie, però, agisce anche contro la speculazione, ad esempio colpendo le transazioni automatiche via computer o l’acquisto di prodotti come i “credit default swap che sono stati usati per speculare ai danni della Grecia. Per una volta, siamo nella fortunata situazione di poter affrontare due problemi diversi con lo stesso strumento o, come dite voi, prendere due piccioni… È un’occasione da non sprecare».

Però la Commissione europea ha appena bocciato la proposta ribadendo quanto detto dal presidente della Banca europa Trichet: che può essere efficace solo se presa globalmente mentre se applicata solamente a livello europeo finirà per spingere le transazioni verso altre aree.
«La Commissione, in realtà, non ha bocciato l’ipotesi di una Ftt: per farlo avrebbe dovuto dire espressamente: “quella proposta non ci piace”. Poiché non possono o non vogliono dire una cosa del genere, aggirano il problema nascondendosi dietro alcuni aspetti tecnici. È semplicemente inaccettabile. Sostenere, come hanno fatto, che con la Ftt le transazioni si sposterebbero fuori dall’Europa fa parte di quell’atteggiamento, come dire, falsificatorio che la Destra sta mettendo in atto da tempo. Quella tassa è stata fissata a un livello così basso – stiamo parlando di mezzo decimo di punto percentuale – proprio per evitare che qualcosa del genere possa accadere. Non solo, ma tasse simili esistono già in altri Paesi, in Inghilterra ad esempio. C’è qualcuno che può seriamente sostenere che la “stamp duty” inglese abbia portato a una massiccia fuga di transazioni finanziarie dalla Gran Bretagna ad altri Paesi? Quando parliamo a favore della Ftt, lo facciamo sempre e solo sulla base di fatti concreti: quando la commissione europea parla contro, lo fa senza portare argomenti solidi».

La Commissione propone comunque di tassare gli utili e i compensi delle società del settore finanziario.
«La differenza tra quello che la gente normale versa nelle casse pubbliche e quello che il settore finanziario paga è talmente ampia che ci vorrebbero ben altri strumenti per riportare i due settori su un livello di parità. Noi oggi abbiamo bisogno di una tassa sulle transazioni finanziarie, ma abbiamo anche la necessità di rivedere in modo adeguato le tasse sui bonus e sui compensi nelle società finanziarie e, in genere, sui profitti dell’intero settore. Da questo punto di vista, la proposta della Commissione è positiva, ma a una condizione: che sia in aggiunta alla Ftt, non in alternativa».

Rispetto agli anni passati, questa tassa sta raccogliendo consensi bipartisan: ha fatto scalpore il sì di Sarkozy a cui si è aggiunto quello del conservatore Barroso presidente della Commissione europea, della Merkel e di Zapatero. Come spiega questo fronte trasversale?
«Quando dalle parole si passa fatti, questo fronte non esiste. Il Pse dice sempre quello che pensa e agisce di conseguenza. I governi conservatori si comportanto diversamente: giocano con la proposta di una Ftt globale perché è un argomento che piace agli elettori, ma poi non fanno nulla di concreto per realizzarla. È un tipico esempio di demagogia applicata, roba da manuale. La nostra proposta di una tassa a livello europeo è la sola realmente concreta».

Berlusconi ha definito questa tassa “ridicola”.
«Credo che Berlusconi abbia perso da molto tempo il diritto di spiegare cosa sia ridicolo e cosa no».

In America è partita una forte mobilitazione che coinvolge premi Nobel come Paul Krugman e Joseph Stiglitz. Come pensate di muovervi in Europa? Non ritiene che accanto alla proposta politica sia necessaria, nei singoli paesi, una forte pressione popolare?
«Questa iniziativa può avere successo solo se parte dal basso. I governi e i centri di potere puntano a far cadere il tutto: per questo è indispensabile che la nostra voce arrivi forte alle loro orecchie. Finora abbiamo fatto molto, perché siamo riusciti a far comparire la Ftt sugli schermi radar delle sale di comando, di chi decide. Ora dobbiamo andare oltre e fare in modo che una Ftt europea diventi una strada davvero percorribile. È quello che stiamo facendo con tutti i partiti europei che fanno capo al Pse. Molti sono all’opposizione, ma questo non ci impedisce di preparare proposte di legge da presentare in tutti i 27 Parlamenti dell’Unione europea».

da www.unita.it

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“Se non ora quando?”, di Stefano Fassina

Torniamo alla realtà. Lavoro che manca ed imprese in sofferenza. Viaggio di sola andata dalla precarietà alla disoccupazione per troppi giovani. Esodo di braccia abili e cervelli freschi dal Mezzogiorno. Metà delle donne, soprattutto madri, fuori dal mercato del lavoro. Una quarta settimana sempre più lunga e sempre più vuota per milioni di famiglie. Redditi e ricchezze immense in sempre meno mani, sempre più potenti nella finanza, nell’economia, nei media, nella politica. Furti di futuro per i figli del popolo, in una scuola pubblica umiliata dal Ministro Gelmini, braccio operativo del mitico Tremonti. E poi, smarrimento dell’Europa, guidata da una destra miope, lontana dai padri fondatori, prigioniera di una “cultura della stabilità” ottusa ed autolesionista in quanto priva di una strategia per la crescita ed il lavoro. Quindi, regressione del lavoro in nome della modernità, più lavoro, meno diritti, la linea del Ministro Sacconi nell’epoca Dopo Cristo. Fabbrica Italia non partirà se non ci sarà l’impegno formale delle organizzazioni sindacali ad assumersi precise responsabilità del progetto: ma quale progetto, quali responsabilità dott. Marchionne?

Il più grande ostacolo per l’uscita dalla crisi è di ordine culturale: siamo da quattro anni nel tunnel, sempre più nubi si vedono all’orizzonte, ma il pensiero diffuso non si è svegliato dal “sonno dogmatico”. Dobbiamo guardare alla logica di funzionamento del sistema, indicano Böckenförde e Bazoli in Chiesa e capitalismo. Invece, per inerzia intellettuale e corporativismo cieco, si continuano a riproporre le ricette fallite della crescita bugiarda. È necessaria una svolta culturale, prima che politica, per rimettere a posto un ordine economico e sociale insostenibile, per rianimare la voglia di futuro. «La radicalità non è in noi, ma nella realtà di fronte a noi». Ha ragione Alfredo Reichlin.

Allora, incominciamo ad affrontare la causa di fondo dell’afasia dei riformisti: lo scarto tra la forza dell’economia globale e la triste anemia della politica locale. Proviamo a costruire un’offensiva per riportare la politica a dimensione dell’economia. Al di là dei tecnicismi, ecco il senso della proposta di tassa sulle transazioni finanziarie, una piccola tassa sulla compravendita di derivati ed altri prodotti scambiati a fini meramente speculativi. Certo, c’è bisogno di coordinamento internazionale. Ma, l’Unione Europea può far da apripista per mettere al centro del G20 di Seul a Novembre una tassa sulle transazioni finanziarie dello 0,05%. Si rallentano le speculazioni di brevissimo periodo e si raccolgono risorse per gli investimenti produttivi. Il Global Progressive Forum, partecipato da tutti i partiti democratici e socialisti del mondo, da oltre un anno è impegnato, insieme a mille sindacati, associazioni e movimenti, in Italia zerozerocinque.it, a portare avanti l’iniziativa.

Secondo i calcoli della “Foundation for European Progressive Studies”, nel 2011, con l’aliquota dello 0,05%, si possono raccogliere nella UE quasi 200 miliardi di euro, l’1,5 del Pil. In Italia, si può arrivare a quasi 4 miliardi, l’equivalente di un anno di tagli alla scuola pubblica.

Alziamo lo sguardo. Se non ora, quando?

da www.unita.it

Federico Aldrovandi, dallo Stato risarcimento milionario alla famiglia

Due milioni ai genitori e al fratello del ragazzo morto nel 2005 a Ferrara durante un controllo di polizia. L’avvocato: “E’ un’ammissione di responsabilità d’indubbia valenza”, anche perchè il ministero dell’Interno non era mai stato citato come responsabile civile

Lo Stato riconosce un risarcimento alla famiglia di Federico Aldrovandi. Ai familiari del ragazzo morto a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005 andranno quasi due milioni di euro. In cambio lo Stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti. L’accordo tra le parti è stato raggiunto due giorni fa.

“Sono soddisfatto dal punto di vista professionale, si tratta di una ammissione di responsabilità di indubbia valenza – ha spiegato uno dei legali della famiglia, Fabio Anselmo, ricordando che il ministero dell’Interno non era mai stato citato come responsabile civile – ma anche dispiaciuto dal punto di vista umano, avrei voluto essere in appello. Però capisco la fatica della famiglia per tutta questa battaglia. Ma – ha assicurato – il papà e la mamma di Federico, Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti, saranno comunque in aula in appello”.

Il processo ha avuto luogo proprio grazie al coraggio dei genitori di Federico che non credendo alla versione fornita inizialmente dalla polizia hanno cominciato a raccogliere prove e testimonianze arrivando a pubblicare in un blog su Kataweb, aperto nel gennaio 2006 e diventato uno dei più cliccati in Italia, le foto del figlio massacrato. Armati di solo coraggio e tenacia, a dispetto delle versioni ufficiali che circolavano, riuscirono a trascinare in giudizio gli agenti delle volanti che quella mattina all’alba fermarono Federico. Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto sono stati condannati in primo grado a tre anni e sei mesi per eccesso colposo nell’omicidio colposo. Hanno ecceduto nel loro intervento, non hanno raccolto le sue richieste di aiuto, hanno infierito su di lui in una colluttazione imprudente usando i manganelli, due dei quali si sono rotti, ammanettandolo a pancia in giù con le mani dietro la schiena. Posizione che avrebbe causato un’asfissia posturale.

Le responsabilità penali restano ovviamente in capo agli imputati. I quattro poliziotti di pattuglia quella mattina sono stati condannati in primo grado per eccesso colposo in omicidio colposo, e altri tre loro colleghi sono stati condannati per il depistaggio delle indagini (per un quarto il processo è ancora in corso).

“Oggi si può iniziare a parlare di pacificazione” ha detto Anselmo, ricordando che la famiglia di Federico non ha mai avuto un atteggiamento di contrapposizione nei confronti della polizia, ma ha solo lottato perchè fosse ristabilita la verità su quanto gli era accaduto. “In prima fila alla proiezione ferrarese del film E’ stato morto un ragazzo (Trailer) del giornalista Filippo Vendemmiati sulla vicenda di Federico c’era il questore – ha detto Anselmo – e anche lo stesso Manganelli è stato molto vicino alla madre”. “L’associazione delle vittime delle forze dell’ordine che stiamo fondando – ha concluso – nasce per aiutare chi si trova in situazioni simili ed è in difficoltà. Lo scopo è chiedere aiuto allo Stato affichè non lasci solo chi si trova in queste situazioni”.

da http://bologna.repubblica.it/