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Migliaia gli studenti in piazza in tutta Italia «Gelmini dimettiti». Tafferugli a Milano

La rete calcola che oggi siano scesi in piazza in tutta Italia «circa 300mila studenti» in «più di 100 piazze italiane». Chiedono investimenti nell’istruzione, provvedimenti per l’edilizia scolastica, una didattica nuova e più diritti per gli studenti. Insomma, una scuola pubblica e non la sua demolizione di fatto.
A Firenze, il corteo vede una folta partecipazione. Qualcuno dalla testa della manifestazione ha lanciato un fumogeno, bottiglie di vetro e uova contro la sede della scuola privata degli Scolopi, in via Cavour. Un gesto che ha suscitato la reazione e la protesta degli altri studenti che sfilavano. Piccolo tafferuglio poi davanti alla prefettura: spintoni e qualche pugno, alcuni ragazzi sono poi identificati dalle forze dell’ordine intervenute. Gli animi si sono placati e il corteo ha ripreso la sua marcia. Cortei anche a Siena e Livorno.

A Milano ci sono stati tafferugli vicino all’Università statale. Gli studenti, 20mila per gli organizzatori, la metà per la Questura, verso il Provveditorato hanno lanciato uova e petardi verso la sagoma di Mariastella Gelmini. E, dicono agenzie di stampa, sono state lanciate pietre verso l’edificio del Provveditorato. Una delegazione degli studenti è stata lasciata passare e ha costruito con cartoni e sacchi una piccola struttura militare davanti il cancello d’ingresso: «Provveditorato limite invalicabile: zona militare, vigilanza a cura del generale Colosio». Gli insulti più frequenti contro il provveditore Giuseppe Colosio e il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Ha aperto il il corteo un manifesto che ritrae il ministro con una tuta mimetica dell’esercito. «Ci tagliano gli insegnanti, ci riducono i laboratori, ci costringono in classi da oltre 30 studenti», ha spiegato Gianmarco del coordinamento dei collettivi studenteschi. «È vergognoso – ha aggiunto – che invece il ministero avalli progetti che di fatto introducono l’educazione militare nelle scuole».

Sempre a Milano alcuni studenti riferiscono di essere stati caricati dalla polizia. Un funzionario della Digos della Questura è rimasto leggermente ferito all’occhio destro dopo che un giovane gli ha spruzzato del liquido urticante durante il confronto nei pressi dell’ateneo. Un docente precario racconta che la polizia in piazza Missori ha caricato con manganellate un gruppo di universitari in corteo non autorizzato. Al momento non risultano feriti.

A Roma continua la protesta davanti al ministero dell’istruzione. «Dimissioni» urlano le migliaia di ragazzi e ragazze mentre continuano ad arrivare altri manifestanti in viale Trastevere; alcuni di loro hanno cantato sulle note di “Bella Ciao”, un testo modificato ed intitolato “Ciao Stella”. Non sono mancate, tra gli striscioni davanti al ministero, critiche al sindaco di Roma e alla presidente della Regione Lazio: su uno striscione c’è scritto «Alemanno-Polverini Roma ve schifa».

Gli studenti del Movimento dei giovani democratici di Tivoli hanno srotolato sotto al Miur un mega striscione con l’eroe dei videogame anni ottanta, Pac-man, che mangia il premier.

Nella capitaleè arrivato sotto il ministero dell’Istruzione, tra fumogeni viola e lo striscione “Chi apre una scuola chiude una prigione”, il corteo di studenti che manifesta contro la riforma Gelmini. Ad aspettarlo alcune centinaia di manifestanti; tra loro una trentina del collettivo “Senza tregua” che si è disposto davanti all’entrata del dicastero indossando delle maschere con un volto bianco e portando uno striscione su cui è scritto: «Ci rubano il futuro». Sul Tevere gli studenti hanno calato un altro striscione: «voi le barriere, noi il ponte».

Migliaia di studenti – diecimila secondo gli organizzatori, quattromila per la questura – da stamane sfilano a Napoli per protestare insieme al mondo dell’Università contro i tagli alla scuola e alla ricerca italiana.

Le manifestazioni contro la riforma della scuola stanno avendo una «grande partecipazione in tutte le città italiane». Lo sottolinea una nota dell’Unione degli studenti. «A Torino – prosegue il comunicato – stanno manifestando 30 mila studenti, a Bologna 20 mila, a Milano 15 mila, a Firenze 5 mila e anche nelle città più piccole da Siena a Cosenza, da Catanzaro a Genova si registra la partecipazione di più seimila studenti. A Roma dove il corteo è appena partito, si registrano più di 30 mila persone, una partecipazione molto più imponente rispetto a quella del primo corteo del 2008 che ha lanciato la mobilitazione dell’Onda». «Una partecipazione così alta – dichiara Stefano Vitale, dell’Unione degli Studenti – è ben al di sopra delle migliori aspettative. È in atto una grande risposta degli studenti contro le politiche di questo governo. Tra poco dal Ministero pretendiamo delle risposte».

Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini risponde com’è suo solito e si ammanta di “nuovo” e di cambiamenti – a suo dire – tutti per il meglio. Per lei la protesta ripropone «vecchi slogan di chi vuole mantenere lo status quo». E ovviamente chi protesta lo fa per ideologia politica, non certo perché vede demolire la scuola pubblica. Rincara la dose il ministro: chi contesta oggi «è aprioristicamente contro qualsiasi tipo di cambiamento e crede di usare la scuola come luogo di indottrinamento politico della sinistra». E ancora: «Bisogna avere il coraggio di cambiare. È indispensabile proseguire sulla strada delle riforme: dobbiamo puntare a una scuola di qualità, più legata al mondo del lavoro e più internazionale. Per ottenere questi obiettivi stiamo rivedendo completamente i meccanismi di inefficienza che hanno indebolito la scuola italiana in passato». Muro contro qualsiasi possibile dialogo, quindi.

L’Unità 08.10.10

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Scuola: Pd, “E’ Gelmini la prigioniera di slogan stantii, ascolti disagio studenti” . Dichiarazione di Francesca Puglisi Responsabile Scuola Segreteria PD
Il ministro Gelmini ascolti il disagio che oggi migliaia di studenti stanno manifestando dalle piazze di tutta Italia, invece di continuare a negare l’evidenza perché, purtroppo, se qui c’è qualcuno che abusa di vecchi slogan è proprio il ministro, quando parla di scuola come “luogo di indottrinamento politico della sinistra”.

Altro che qualità della scuola: gli studenti, dopo gli interventi del governo, sono costretti a stare in aule sovraffollate oltre il limite della decenza e della sicurezza e pagano in prima persona e tutti i giorni i tagli operati dal governo.

E quindi il governo dia alle scuole autonome le risorse umane e finanziarie per l’innovazione didattica che serve per riallineare i livelli di apprendimento degli studenti italiani a quelli dei coetanei europei.

Begum e Sara, la rivolta delle donne

Le donne dell’esecutivo provinciale Pd: “Begum Shahnaz e Sara Scazzi, due donne messe a tacere per sempre perché rivendicavano la libertà di pensare e di agire”. Questa sera è in programma a Novi una fiaccolata di solidarietà con Nosheen, la giovane pakistana aggredita dal fratello, e con tutte le donne che subiscono quotidianamente violenza. Sarà anche l’occasione per esprimere il cordoglio della comunità per la morte di Begum Shahnaz, la madre di Nosheen uccisa dal marito. In occasione della fiaccolata le donne dell’esecutivo provinciale del Pd di Modena – Cristina Cavani, Carla Ghirardini, Maria Cecilia Guerra e Caterina Liotti – ripropongono il tema della violenza sulle donne e individuano un legame stretto tra l’omicidio di Novi e quello di Avetrana. “Una riflessione – spiegano le quattro esponenti del Pd – che non ha la pretesa di rappresentare il pensiero di tutte le militanti del partito ma che offriamo come contributo al dibattito su integrazione, violenza e politica di genere”. Ecco la loro nota

«Begum Shahnaz e Sara Scazzi, due donne uccise perché gli uomini volevano la loro obbedienza, messe a tacere per sempre perché rivendicavano la libertà di pensare e di agire. Due donne lontane per origine e cultura, diverse per età e condizioni di vita ma accomunate dallo stesso destino. Due storie che parlano non solo dell’oppressione e del dolore delle donne ma anche della loro rivolta e della reazione feroce che questa provoca nel potere maschile ormai privo di autorevolezza e dignità, ridotto a pura forza, a violenza primordiale.

Begum e Sara, due donne in rivolta contro la legge non scritta che guida la società degli uomini. Sara subisce la punizione estrema perché non si concede al desiderio dello zio. Begum patisce la condanna a morte perché difende la libertà della figlia e – attraverso quella – la sua libertà. Come Antigone, entrambe seguono la legge del cuore e pagano il prezzo estremo del loro rifiuto.

Ma noi conosciamo, o facciamo finta di conoscere, solo la rivolta di Sara, quella delle donne libere d’Occidente, e la violenza degli uomini che ancora non sono capaci di fare i conti con quella libertà. Poco o nulla sappiamo invece della rivolta di Begum, quella delle donne che vivono in comunità patriarcali dove è inaudita ogni forma di emancipazione.

La storia di Begum e di sua figlia Nosheen dimostra che una crepa – non sappiamo ancora quanto profonda – si è aperta nei solidi muri di quelle comunità, mondi finora indisponibili al contatto con l’esterno eppure già contaminati dall’Altro. Messaggeri della modernità in quel mondo chiuso sono le seconde generazioni, i giovani immigrati, e tra loro soprattutto le giovani donne che ormai vestono come le loro coetanee italiane, ascoltano la stessa musica, adottano lo stesso gergo, navigano e chattano, gustano il piacere della libertà. E non vogliono tornare indietro.

Altra cosa è la gioventù delle banlieues, dove ragazzi emarginati e senza prospettive di studio né di lavoro si aggrappano come risorsa estrema all’identità di un islam puro e immaginario. Chi fa questi paragoni – segnatamente i leghisti e i loro imitatori del Pdl – semplicemente non sa quel che dice.

Il cambiamento è già in atto, la modernità sta erodendo le antiche culture patriarcali dall’interno e gran parte del merito va al coraggio di donne come Begum e Nosheen, che sfidano la rabbia di chi non si rassegna a perdere potere su di loro.

Ma forse un po’ di merito va dato anche a quella tenace ricerca del dialogo, del confronto, a quella curiosità che in questi anni, nelle nostre città, abbiamo coltivato l’un l’altro, a quel socchiudersi lento e progressivo delle porte e delle finestre che impedivano di conoscersi e di riconoscersi.

Insomma l’integrazione – unica alternativa seria alla violenza e alle guerre di religione – dimostra di funzionare e di scardinare catene secolari, checché ne dicano i profeti di sventura della destra. Chi pratica il dialogo lavora per la libertà, non chi se ne riempie la bocca andando a caccia di moschee con la croce in mano. Farisei pericolosi, questi ultimi, alleati di fatto con gli integralisti che vorrebbero combattere e che invece rafforzano ricostruendo i muri che, da una parte e dall’altra, uomini e donne di buona volontà stanno cercando di abbattere.

Aiutiamo le tante Nosheen che vivono e crescono tra noi a conquistare l’ultimo traguardo sulla strada della libertà: il diritto a diventare italiane. Aiutiamole a combattere la loro battaglia per la cittadinanza perché coincide con la nostra battaglia per un Paese più civile, più libero, più sicuro».

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Novi, il Pd: la Giunta regionale si costituisca parte civile

La richiesta è contenuta in una risoluzione presentata dai gruppi del centrosinistra. Vecchi: “Moltissime donne migranti guardano alle libertà femminili con speranza”. L’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato una risoluzione sui tragici fatti di Novi presentata dai Gruppi della maggioranza di centrosinistra (primi firmatari Luciano Vecchi e Palma Costi). Nella risoluzione, in cui si condanna con fermezza l’uccisione e il ferimento delle due donne pakistane da parte dei familiari, si chiede alla Giunta regionale di costituirsi parte civile nel processo contro i responsabili di una inaccettabile sequenza di violenze.

Nel presentare la proposta di risoluzione il consigliere del Pd Luciano Vecchi ha sottolineato come “moltissime donne migranti guardano alle libertà femminili con speranza e come grande opportunità e sognano di poter studiare, lavorare e non sottostare alle violenze patriarcali”.

Riferendosi anche ai più recenti casi di cronaca, Vecchi ha ribadito come “episodi così gravi di violenza familiare sono spesso all’ordine del giorno in Italia e non hanno, purtroppo, né colore né religione né etnia ma partono dalla mancata educazione al rispetto dell’altro, soprattutto quando si tratta di donne e minori”.

“Sosteniamo – ha aggiunto Vecchi – tutte quelle associazioni, scuole, reti di vicinato ed enti locali, tra i quali il Comune di Novi di Modena, che operano per fare in modo che i soggetti più deboli non vengano lasciati soli e ai margini delle nostre collettività e agiscono per promuovere la cultura del rispetto degli altri e della parità di genere.

A Novi – ha concluso il consigliere democratico riferendosi anche alle irresponsabili prese di posizione del centrodestra – si è avuta l’ulteriore dimostrazione che tutti coloro, italiani e no, che si oppongono ideologicamente all’idea stessa di integrazione delle persone e delle comunità straniere, fa il gioco di chi rifiuta il dialogo e vuole riaffermare il dominio dell’uomo sulla donna”.

"La moviola del dolore", di Francesco Merlo

Spudorata, scandalosa, maledetta televisione! Odio, come mai mi era capitato, quel malefico schermo che mi ha fatto dimenticare la bimba morta attizzando la mia morbosità sul dolore della madre. La faccia sgomenta davanti alla morte ha infatti seppellito la morte. Non c´era più una ragazzina ammazzata dallo zio, strangolata e violentata, ma c´era solo quel volto.
E tutti eravamo lì a cercarne gli spasmi, a violarne lo smarrimento, a misurare l´incommensurabilità del dolore infinito. E senza neppure l´imbarazzo delle condoglianze; senza quel caldo, facile e ipocrita conforto che si offre in genere bisbigliando, con bigliettini discreti, con gesti misurati e veloci. No, la tv ha reso astratto quel dolore, ne ha ingigantito i dettagli ma ne ha annullato la concretezza.
È davvero odiosa la tv che non ha permesso a una mamma straziata di cercare la compostezza dei sentimenti, non le ha dato il tempo di dominarsi, di raccapezzarsi e l´ha esposta alla insana curiosità dell´Italia, ha degradato la sua pena non solo e non tanto a tecnica spettacolare dell´evento quanto soprattutto a distrazione dall´evento; non più un oltraggio a tutte le ragazze del mondo, a quella bimba bella che tutti avremmo voluto come figlia, ma una moviola infinita dell´indecenza: le rughe, i capelli, le labbra, gli occhi asciutti, una specie di autopsia in diretta, un furto d´anima, uno squartamento interiore, il feroce avvilimento della maternità.
E poi c´è l´orribile fatto che, spenta la tv, ci è tornato addosso non lasciandoci a bocca aperta ma al contrario a bocca chiusa perché la nostra struttura mentale è troppo debole, un delitto così non è commestibile e il rigetto è totale. C´è quello zio stupratore che nessuno immagina così. In quelle sue foto con gli attrezzi di campagna sembra un pover´uomo sfatto dalla fatica di vivere. Nessuno potrebbe attribuirgli pulsioni vitali. Non riesci a credere che dietro la sua faccia di contadino tostato dal sole e dalla pesantezza dei giorni ci sia un priapo ottuso, un criminale sessuale.
Ma è sempre così con la cronaca nera, che i vecchi maestri del giornalismo ci insegnavano a non commentare mai. Il male è un mistero che non può essere chiarito da nessuna sociologia, da nessuna scienza della psiche. Sì, certo, può venire in mente la famiglia che non è solo lo scrigno dei valori e il focolare degli affetti ma anche il luogo dei delitti contro le donne, degli stupri, della violenza sui bambini. E chi ogni tanto organizza il family day dovrebbe forse ricordarsi come nella famiglia italiana si coltivino in segreto e nel rancido le emozioni più basse e più malate e come le donne siano sempre sottomesse e sopraffatte.
E in questa storia indiavolata ci sono anche la campagna italiana e i contadini, da Verga in poi campo di battaglia di tutte le strategie e di tutte le costruzioni ideologiche: i buoni sentimenti, i proverbi, il cibo di una volta, la dolcezza dell´agro pastorale. Ebbene, ogni volta che la cronaca ci spinge a gettare un occhio in questo mondo «felice» scopriamo le caverne mentali e la violenza più bestiale, da Pacciani a questo zio che uccide la nipote e poi stupra il cadavere.
Ma forse sono solo sociologismi raccattati alla rinfusa e alla ricerca di una logica sociale della follia che semplicemente non c´è. Forse non abbiamo il diritto di ridurre le cose più insondabili dell´universo a economia, a sociologia, a psicologia e neppure ad astrologia.
Di certo in questa storia c´è solo la novità del ruolo che ha avuto la televisione. Ieri sera la figlia dell´assassino, la cugina di Sara, nascosta dietro una specie di serranda ha espresso con forza un grande disprezzo per il proprio padre. Ancora una volta è la voce che abbiamo sezionato, era la figlia che cercavamo. E invece senza turbamenti, con tono deciso e definitivo la ragazza ha rotto per sempre il suo rapporto familiare. E di nuovo abbiamo dimenticato il fatto e ci siamo interrogati sulla paternità perché forse questa inedita televisione dimostra che non è vero che Dio sta nei dettagli, non è vero che nel viso impietrito della madre c´era la morte della figlia e non è vero che nella voce decisa di quell´altra figlia c´erano quell´assassinio e quell´assassino. Adesso sappiamo che nel dettaglio non c´è la storia concentrata ma al contrario c´è la fuga. E più ti avvicini al dettaglio più sparisce la notizia, più cerchi Dio e più lo scopri lontano.

La Repubblica 08.10.10

Appello di Napolitano per giovani e ricerca. «Le Camere discutano le misure anticrisi», di Marcella Ciarnelli

Un confronto parlamentare sulle misure da adottare per uscire da unacrisi che, vale per l’Italia ma anche per altri Paesi europei, è ancora al di là dall’essere superata nonostante qualche segnale di ripresa. Il presidente della Repubblica, ad Oporto per partecipare al sesto simposio del Cotec su ricerca e innovazione, ha invitato le Camere, il luogo deputato al confronto, a impegnarsi in una discussione che faccia individuare misure che possano contribuire a condurre il Paese fuori da una crisi segnata da «una ripresa ancora incerta, non uniforme e complessivamente, proprio in Europa, insufficiente». E l’occasione per farlo ci sarebbe già nella prossima sessione di bilancio. «E’ importante -ha detto Napolitano- che si discuta in Parlamento sulle misure da prendere e sul programma nazionale di riforme che dovrà essere presentato da tutti i paesi dell’Unione europea e al quale ha già fatto riferimento il ministro Tremonti», un testimone importante di un governo che si è appena visto riconfermare la fiducia in Parlamento. E, quindi, non deve fare altro che lavorare. NORD E SUD Ma qualunque siano le iniziative per fronteggiare la situazione «incerta» non bisognerà sottrarsi all’impegno di «sostenere l’occupazione, soprattutto giovanile» e considerare «prioritario investire sulla ricerca» che, per l’Italia come per ogni altro paese «è una sfida vitale per la sopravvivenza dell’industria continenatale, per il benessere dei nostri popoli». E, a proposito dell’Italia, il presidente non ha mancato di sottolineare che un divario ancora troppo grande tra le regioni del Nord e del Sud pone oggettive difficoltà che pesano anche nel campo della ricerca. Le parole di Napolitano, l’invito al confronto parlamentare, arrivano dopo un periodo in cui di confronto politico ce n’è stato davvero poco. E la rissa ha rischiato di prevalere. Mentre il Paese reale, i lavoratori, le famiglie, i giovani hanno continuato a scontrarsi con una crisi senza precedenti. Per cercare di superarla sono stati necessari tagli. Ma ancora una volta Napolitano ha sottolineato la necessità di farli in modo che servano davvero a garantire il futuro. «Iltempo dei giochi è finito. Il governo tragga spunto dalle parole del Capo dello Stato e apra finalmente un confronto serio in Parlamento per misurarsi con le oggettive difficoltà in cui si trova la nostra economia, bassa crescita e disoccupazione in primo luogo, e sul programma nazionale di riforme che l’Europa chiede a tutti gli Stati». Così Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria Pd. Per il portavoce dell’Idv, Leoluca Orlando «bene ha fatto il presidente della Repubblica ad esprimere serie preoccupazioni sulla grave crisi economica che attanaglia il nostro Paese. Un giovane su tre è disoccupato, le aziende continuano a chiudere e molte famiglie non arrivano alla fine del mese».

L’Unità 08.10.10

"È solo uno spot elettorale il federalismo per decreto", di Mariantonietta Colimberti

Boccia: è il volantino con cui il Carroccio chiederà i voti. Casini il più duro. Uno spot elettorale pagato alla Lega, «che da partito della demagogia diventa il partito delle tasse», una «cornice senza quadro», un «provvedimento pericoloso». L’accusa di Pierferdinando Casini, lanciata nel corso di una conferenza stampa, è tempestiva e senza appello, a meno di due ore dal consiglio dei ministrilampo che in mezz’ora ha varato il decreto legislativo della delega sul federalismo fiscale. E l’ha fatto 48 ore dopo che – come ha sottolineato il presidente della conferenza delle regioni Vasco Errani – con i ministri competenti era stato definito «un metodo di lavoro che non prevedeva la riunificazione dei decreti sul federalismo fiscale e sui costi standard per la sanità».
Un’accelerazione sospetta, dunque. Decisa in fretta, esautorando regioni e commissione parlamentare ad hoc. E infatti Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del gruppo del Pd alla camera, denuncia: «La forzatura fatta dal governo spiega chi ha davvero paura del voto in questo paese». E spiega: «Le regioni che non saranno in grado di rispettare i costi standard, visto che il fondo di perequazione non esiste, saranno obbligate a introdurre tasse locali e l’invarianza della pressione fiscale è una bufala di Calderoli che, infatti, ha ammesso che stanno studiando un provvedimento specifico». Qualcuno, conclude Boccia, «dovrà pagare e non saranno le regioni del nord che per Bossi sono soltanto uno sterminato serbatoio di voti. Lui è il dominus del governo e vuole un manifesto elettorale con cui battere cassa. Il decreto sul federalismo è il volantino con cui la Lega chiederà voti».
A partire dal federalismo ieri l’Udc ha lanciato un’iniziativa politica, annunciando una «campagna di verità, provincia per provincia a partire dal Nord», per spiegare questo «falso federalismo» che «mette le mani nelle tasche degli italiani», a differenza di quanto va raccontando Giulio Tremonti. Ma Casini si è spinto oltre, rivolgendo un appello alle altre forze di opposizione, Pd e Idv: «Chiediamo che il Pd si svegli. Finora questo processo è andato avanti grazie anche alla non ostilità di Pd e Idv. Non credo siano Alice nel paese delle meraviglie, si stanno rendendo conto di ciò che sta accadendo». Il leader dell’Udc ha parlato anche di legge elettorale, sottolineando che un’intesa «trasversale» c’è, anche se «non c’è fretta», se Berlusconi pensa di andare avanti. Altrimenti, «basta aprire il cassetto». «Sull’Udc non abbiamo mai avuto pregiudiziali e ora che Cuffaro è fuori dal partito di Casini ne abbiamo ancora meno» ha mandato a dire il capogruppo di Idv Donadi. In controluce, prende corpo un fronte antispot e anti-Lega: e a Fini fischiano le orecchie.

da Europa Quotidiano 08.10.10

"Il duello non è finito ma solo sospeso", di Marcello Sorgi

Inaugurata due giorni fa con la conferenza stampa in cui il premier ha escluso ancora una volta le elezioni anticipate, la tregua Berlusconi – Fini ha ricevuto ieri una conferma da parte del Presidente della Camera.
Nell’intervista al programma di Santoro “Annozero”, infatti, Fini ha spiegato di non credere all’ipotesi di scioglimento anticipato delle Camere, di essere disposto a collaborare all’approvazione del Lodo Alfano costituzionale e di immaginare d’ora in poi un rapporto di consultazione del Pdl con Futuro e libertà, dal momento che la maggioranza di centrodestra poggia adesso su tre gambe, e non più su due.

Di più l’ex-cofondatore non voleva e forse non poteva dire, la tregua essendo per ora appesa a uno stallo inevitabile e a un chiarimento neppure cominciato sulla possibilità che il governo arrivi a fine legislatura e sul percorso che dovrebbe assegnarsi. L’approvazione ieri in consiglio dei ministri di un’altra parte importante dell’attuazione del federalismo gratifica ovviamente la Lega, ma in nessun modo affronta le richieste venute da Fli in materia di rafforzamento dell’unità nazionale, che restano dunque sospese, e in mancanza dei quali il varo definitivo dello stesso federalismo resta appeso ai finiani. Il via libera alla ripresa della trattativa sul Lodo Alfano, dopo lo stop and go di fine estate, lascia aperto il problema dello scudo temporaneo, che Berlusconi rivendica fino alla conclusione del complesso iter parlamentare della legge costituzionale, ma che Fini e i suoi hanno bollato fin qui come l’ennesima inaccettabile legge ad personam. Anche il richiamo alla riforma della legge elettorale, che Berlusconi e Bossi hanno detto chiaramente di non volere (a meno di non introdurre ulteriori facilitazioni sul premio di maggioranza, come dice la proposta del Pdl presentata al Senato), fa capire che Fini non vuol chiudere del tutto il filo di comunicazione con l’opposizione, a partire dal Pd che spinge ancora per la cancellazione del Porcellum e per il varo di un governo d’emergenza, mirato proprio alla riforma elettorale, in caso di nuova rottura della maggioranza di centrodestra.

Siamo dunque ancora ben lontani da un’effettiva ripresa della collaborazione tra i due pezzi ormai separati del partito del premier. E più che di vero riavvicinamento, dopo aver ascoltato un giorno dopo l’altro Berlusconi e Fini, forse si può parlare di un assai diffidente scrutarsi a distanza. Il duello non è finito, non è neppure archiviato, forse è solo sospeso. E i due leader, nell’attesa, sono fermi, assolutamente fermi.

La Stampa 08.10.10

"In piazza per difendere scuola e atenei pubblici", di Jolanda Buffalini

Macerie è quel che resta della scuola pubblica dopo i tagli che hanno riportato il numero degli studenti per aula a cifre da dopoguerra, abolito laboratori anche nei professionali e la possibilità di studiare due lingue, cancellato l’informatica e ridotto le ore di italiano. Caschetti gialli in testa, dunque, gli studenti delle superiori saranno oggi in 80 cortei annunciati dall’Uds, nelle strade e nelle piazze di 60 città italiane. Ma non saranno soli. Ci saranno anche gli universitari, perché il disegno di legge del ministro Gelmini, in discussione alla Camera, mina – anziché riformare – le fondamenta dell’università pubblica. l’Unione degli universitaria lanciato sul sito costruttori di sapere (costruttoridisapere. it) una foto-petizione: 1600 fotografie con caschetto giallo in testa. Anche Roberto Saviano – raccontano gli studenti dell’Udu di Pavia – ha solidarizzato, accettando una maglietta con la scritta «costruttori di sapere», dopo una conferenza sulla lotta alle mafie. Insieme a ragazze e ragazzi che hanno coniato lo slogan «chi apre una scuola chiude una prigione», ci saranno i sindacati e la rete dei ricercatori e dei precari delle università. Sciopera Unicobas mentre l’indicazione della Flc-Cgil, è di scioperare alla prima ora (all’ultima nei turni pomeridiani o serali). «Saremo in tanti alle manifestazioni studentesche», spiega il segretario Domenico Pantaleo, perché saranno tanti «i precari licenziati, i ricercatori, le rappresentanze delle Rsu». Quella di oggi, secondo il sindacalista, «è solo una prima tappa di una mobilitazione che non deve spegnersi con un unico grande fuoco». Mobilitazione che vedrà un altro momento importante il 14 ottobre (e un altro sciopero di un’ora), quando alla Camera si discuterà il Ddl Gelmini. «Il baratto accettato dai rettori – sostiene Pantaleo – è scandaloso, si sono accontentati di briciole, anzi di promesse vuote». Finanziamenti, superamento della precarietà e diritto allo studio sono gli obiettivi della mobilitazione nelle università. Offerta formativa che «è sempre più povera, particolarmente nel Mezzogiorno» e lavoro per «le migliaia di precari licenziati», gli obiettivi per la scuola. E poi il pericolo che accomunai diversi gradi: «la privatizzazione del sistema dell’apprendimento, che sta diventando un diritto per pochi». È, sostiene Pantaleo, «un arretramento culturale simboleggiato dalla farsa degli sponsor privati, leghisti a Adro, da supermercato nella provincia Andria Trani Barletta». 14 OTTOBRE L’assenza di risorse nella riforma dell’università ha avuto, ieri, la prova del nove in commissione cultura alla Camera. Nella discussione alcuni emendamenti delle opposizioni sono stati accolti ma «nulla di sostanziale », precisa Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd. L’unico emendamento presentato dalla maggioranza per 1500 concorsi ad associato, «meno di un terzo – sostiene Giovanni Bachelet – del necessario», non ha copertura finanziaria, la commissione bilancio si pronuncerà mercoledì. Riformulato, su indicazione dell’opposizione, l’articolo che avrebbe consentito ai rettori di restare in carica fino a 78 anni, «una vera gerontocrazia», secondo Manuela Ghizzoni. Il Ddl Gelmini andrà, dunque, alla discussione in Assemblea, immutato nei punti sostanziali del centralismo e del reclutamento dei docenti. La maggioranza (compresa la componente Fli che chiede il ripristino degli scatti di anzianità), chiederà probabilmente alla conferenza dei capigruppo, lunedì, di anticipare la discussione prevista per il 14.Ma, a parte obiezioni di tipo regolamentare, sostiene Manuela Ghizzoni che «è giusto giocare a carte scoperte», sapendo, cioè, «cosa si prevede nella sessione di Bilancio per la riforma universitaria, a cominciare dal maltolto, un milirado e mezzo di tagli»

L’Unità 08.10.10

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“Dopo il sì alla norma pro-ricercatori il ddl università la prossima settimana arriva in aula”, di Claudio Tucci

Si è chiuso l’esame del ddl di riforma dell’università in commissione cultura della Camera con la votazione di tutti gli emendamenti e degli articoli del provvedimento. Per il mandato alla relatrice, la pidiellina Paola Frassinetti, manca ancora il parere delle commissioni competenti che arriverà entro mercoledì prossimo, quando è riconvocata la commissione per il via libera in vista dell’approdo in aula ormai sempre più probabile il 14 ottobre.

Tra i pareri, decisivo sarà quello della commissione Bilancio considerando che ieri è stato approvato l’emendamento pro ricercatori (concorsi in 6 anni da associato per 9mila posti) della relatrice, istituisce un «fondo per la valorizzazione del merito accademico» e che quindi comporterebbe una variazione nella copertura finanziaria.

Sui tempi di chiusura del testo, la relatrice, Frassinetti, continua a sperare in un anticipo dell’esame del ddl o che si possa «con l’accordo di tutti, esaminare il provvedimento durante la sessione di bilancio» che inizia il successivo 15 ottobre. Probabilmente lunedì ci sarà una conferenza dei capigruppo per decidere l’eventuale nuovo calendario. Manuela Ghizzoni (Pd) auspica invece che l’esame del ddl avvenga dopo la sessione di bilancio dal momento, spiega, che «i nostri emendamenti di sostanza non sono stati accolti».

Preme invece per un’approvazione in tempi brevi, Futuro e Libertà, che ha portato a casa l’ok di tre proposte strategiche: il ripristino degli scatti meritocratici di stipendio per ricercatori e professori; il piano straordinario di assunzioni a professore associato; lo sblocco del turn over per le università virtuose, consentendo il recupero integrale delle risorse finanziarie derivanti dai pensionamenti, al fine di consentire nuove assunzioni, per quelle università in regola con i conti. Tra gli emendamenti approvati oggi, spicca la possibilità concessa agli atenei di riconoscere crediti formativi agli studenti vincitori di medaglie olimpiche, paraolimpiche e nazionali. «Un riconoscimento ai meriti sportivi», hanno commentato soddisfatte le due proponenti, le pidielline, Manuela Di Centa e Gabriella Carlucci

Il Sole 24 Ore 08.10.10