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"Democrazia malata", di Luigi La Spina

Il caso «Marcegaglia-il Giornale» segna un’altra tappa sulla via di un inquietante imbarbarimento della vita pubblica italiana.
Da una parte, c’è un’inchiesta, condotta col solito metodo delle intercettazioni a strascico, che porta a un controllo delle conversazioni dell’intera direzione di un quotidiano, a perquisizioni in ufficio, in casa e, perfino, intime, di giornalisti a cui dovrebbe essere garantita la riservatezza delle fonti e la libertà di inchiesta.

Dall’altra, la stessa libertà professionale a cui giustamente si appellano i vertici del «Giornale» dovrebbe essere tutelata nei confronti della presidente della Confindustria, la quale confessa di essersi sentita minacciata dagli avvertimenti ricevuti. In mezzo, una pubblica opinione sconcertata per il sospetto che il ricatto, il dossieraggio mirato ipotechi pesantemente le sorti della nostra politica e la condotta, sia dei nostri leader di partito, sia dei rappresentanti delle principali forze sociali del Paese.

Le perplessità sulla robustezza dell’impianto accusatorio e sul modo con il quale si è giunti a giustificare una perquisizione così spettacolare nascono, purtroppo, per due ordini di considerazioni. Il primo riguarda la sorte di molte altre inchieste sui cosiddetti vip della vita pubblica italiana promosse dal pm Henry John Woodcock e concluse, compresa quella che riguardava infamanti accuse contro Vittorio Emanuele, con proscioglimenti senza neanche arrivare a un rinvio a giudizio. Con grave e ingiustificato danno per la credibilità di un’intera categoria di procuratori della Repubblica e fornendo insperate armi propagandistiche al vittimismo giudiziario del capo del governo e dello schieramento di centrodestra.

La seconda considerazione riguarda, ancora una volta, un sistema di intercettazioni telefoniche che, partendo da una vicenda specifica, può allargare il controllo della magistratura sulle conversazioni telefoniche dei cittadini praticamente senza limiti, né di tempo, né di argomento, né di interlocutore. Una prassi investigativa che, quando coinvolge la professione giornalistica, rischia di ledere sia il diritto alla riservatezza di coloro che vengono intercettati, sia la libertà di informare l’opinione pubblica senza censure preventive. Non si può invocare il rispetto dei principi fondamentali della nostra Costituzione, però, senza pretendere il pari rispetto per la libertà di giudizio e di azione politica dei principali protagonisti della nostra vita pubblica.

Altrimenti, apparirebbe una farisaica difesa corporativa che, con una falsa ingenuità, fa finta di non cogliere il rischio di un grave inquinamento della lotta politica. La coincidenza tra le critiche a Berlusconi e al suo governo e l’avvio immediato di campagne accusatorie, da parte dei giornali più schierati col centrodestra, indirizzate contro chi ha avuto l’ardire di non condividere l’opinione del presidente del Consiglio o l’operato del suo esecutivo è troppo puntuale e ripetuta per non alimentare un grave timore. Un grave timore confermato, del resto, dalle parole rese dalla Marcegaglia al procuratore di Napoli, a proposito della minaccia alla sua libertà di giudizio e di espressione pubblica.Questa preoccupazione è ancora più giustificata se si considerano, poi, i protagonisti e il tenore delle critiche che hanno suscitato tali campagne. L’ex direttore dell’«Avvenire», un giornale certamente non schierato a sinistra, Dino Boffo, aveva risposto ad alcune lettere di lettori con toni assolutamente moderati e con considerazioni del tutto legittime. Così come del tutto ragionevoli e condivisibili sono gli inviti al governo della Marcegaglia, altro personaggio non etichettabile certo come un pericoloso estremista antiberlusconiano, a un’azione più concentrata a risolvere i veri problemi degli italiani, senza perdersi in liti personalistiche tra fondatori dello stesso partito.

Se il confronto politico e delle idee, in Italia, si esercita con i fumogeni contro le persone e con gli assalti alle sedi di coloro che hanno un’opinione diversa o cercando di intimidire, preventivamente o immediatamente dopo, chi osa criticare il governo o il suo leader vuol dire che la nostra democrazia è davvero malata.

La Stampa 08.10.10

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“I SIGNORI DEI DOSSIER”, di GIUSEPPE D´AVANZO

Bisogna ascoltare la vittima. Interrogata, Emma Marcegaglia dice: “Ho sicuramente percepito l´avvertimento come un rischio reale e concreto per la mia persona e per la mia immagine (…) Il Giornale era piccato sia per le mie dichiarazioni contro l´operato del governo sia, soprattutto, per il fatto che io stessa e Confindustria ci siamo sempre filati poco il Giornale (…) Non mi era mai capitato che un quotidiano tentasse di coartare la mia volontà con queste modalità”.
Le modalità ora sono note. La presidente di Confindustria in agosto critica in più occasioni il governo. La macchina del fango (l´abbiamo vista al lavoro e denunciata da un anno a questa parte) si prepara a travolgerla se non corregge il suo pensiero. La “sventurata” non si corregge.
Al Giornale della famiglia Berlusconi raccolgono dunque un dossier (così annuncia il vicedirettore) e si preparano all´abituale rito di degradazione a meno che non ci sia – ultima chance – un passo indietro della Marcegaglia, un pubblico ripensamento magari in un´intervista concessa al giornale che vuole umiliarla per “venti giorni di seguito”.
Quel che conta è quella formula: “coartare la mia volontà”, come dice la Marcegaglia. Sono parole che separano il diritto-dovere di informare e ogni possibile modello di giornalismo da un giornalismo degradato a minaccia e calunnia. Un pessimo, miserabile giornalismo che non informa, ma deforma; un alambicco venefico a uso politico che non si assegna l´incarico di rendere più consapevole la volontà dei propri lettori, ma di screditare i non conformi al potere, di condizionarne la volontà, le parole, le decisioni. Chi parla oggi di libertà di stampa, dinanzi agli “avvertimenti” contro la Marcegaglia, agli ascolti telefonici subiti dal direttore e vicedirettore del Giornale, alle perquisizioni in redazione, nasconde il nodo che va sciolto. In gioco non è la libertà dell´informazione, ma semplicemente e più drammaticamente la libertà dei cittadini spaventata, aggredita dall´informazione controllata direttamente dal potere politico e diventata il manganello che disfa chi dissente, la sua vita, la sua reputazione, il suo futuro. La questione trasferita nel terreno giuridico trova un´etichetta: violenza privata, una fattispecie che appare inadeguata ai comportamenti spietati e distruttivi che indica, alla violenza che designa. E comunque è di questo che discutiamo: di “un delitto contro la libertà morale, intesa come libertà dell´individuo di determinarsi spontaneamente e liberamente”.
Ancora un volta, non tiene conto discutere dei sicari, di chi materialmente si è incaricato e s´incarica del lavoro sporco (sono pagati per farlo, lo fanno: che dio li perdoni). È più rilevante ricordare quanti delitti contro la libertà morale sono stati commessi in quest´ultimo anno; chi li ha commissionati e perché; quali sono le conseguenze per la nostra libertà, per la nostra democrazia. Bisogna indicare, allora, il mandante perché un responsabile di questo metodo – che ha trasformato la politica in scandalo, il giornalismo in killeraggio, l´uso di informazioni distruttive in strategia per prevalere nella contesa politica punendo i dissidenti – c´è. Ha un nome. È Silvio Berlusconi.
Le sue impronte digitali sono dovunque. A cominciare dall´inizio di questa storia. Luglio 2009. Berlusconi non è messo bene. Scombussolato dalla commistione tra boudoir e selezione della classe dirigente politica, travolto da una minorenne che confessa come e quando “Papi” le ha promesso o la ribalta dello spettacolo televisivo o un seggio in Parlamento come custode della volontà del popolo sovrano, il Cavaliere programma una “campagna di autunno”. Promette che replicherà “colpo su colpo”. Decide di muovere contro i suoi avversari, autentici e presunti, tutte le articolazioni del multiforme potere che si è assicurato con un maestoso conflitto d´interesse. Stila una lista di nemici. Vuole demolirli. Licenzia quelli tra i suoi dipendenti che gli appaiono mosci, deboli. Vuole sicari pronti a sporcarsi le mani. Li sceglie. Li nomina. È il padrone di un´industria di notizie di carta e di immagini che muove come vuole. È anche il presidente del Consiglio e governa le burocrazie della sicurezza (già abbiamo visto in un´altra stagione i suoi servizi segreti pianificare la demolizione dei “nemici in toga”). La sovrapposizione dei tre poteri (politico, economico, mediatico) può essere letale. Deve esserlo. Chiede e raccoglie nelle sue mani le informazioni – vere, false, mezze vere, mezze false, sudice, fresche o ammuffite – che possano tornare utili per il programma di vendetta e punizione che ha preparato. Quelle informazioni, opportunamente manipolate, sono rilanciate dai giornali del premier nel silenzio dei telegiornali del servizio pubblico che controlla, nell´acquiescenza di gruppi editoriali docili o intimiditi. Questo è il metodo.
Gli avversari, autentici o immaginati, cominciano a cadere come birilli. La prima a farne le spese è Veronica Lario, moglie ribelle. La ritraggono a seno nudo. Le attribuiscono un amante. È un´adultera. Segue il direttore dell´Avvenire, Dino Boffo. È colpevole di aver dato voce all´imbarazzo delle parrocchie per la vita disonorevole del premier. Il sicario del Giornale lo aggredisce con una falsa informativa giudiziaria. Gli grida contro: sei un omosessuale. Quel delitto avviene sotto gli occhi di tutti. Anime fioche e prudenti in cerca di un alibi per la loro arrendevolezza fingono di non vedere e tacciono. Il silenzio colpevole e complice consente a Berlusconi di abbandonare ogni scrupolo, di dispiegare contro i suoi avversari le pratiche e le tecniche di un potere che rinuncia ad ogni legittimità per mostrarsi come pura violenza. Il dispositivo liberato di ogni impaccio, di ogni decenza o scrupolo democratico, dopo Boffo il giornalista, investe Mesiano il giudice. Lo spiano e lo calunniano le telecamere di Canale5. Tocca poi al presidente della Camera, Gianfranco Fini, responsabile di un civile dissenso politico. Lo minacciano di “uno scandalo a luci rosse” se “non rientra nei ranghi”. Il presidente della Camera non rientra nei ranghi. Al contrario, spiega in pubblico con più decisione le ragioni del suo dissenso. Gli assestano la lunga bastonatura dell´appartamento di Montecarlo in affitto al cognato. Contro questo avvilimento della politica e del governo alza la voce Emma Marcegaglia. Contro di lei si prepara la furia dei sicari…
Sempre dietro queste manovre ricattatorie appare Berlusconi. È lì in prima persona. Lo si scorge ancora – se ricordate – nell´affare Marrazzo. È al Cavaliere che viene consegnato il video del ricatto. Invita il governatore a comprarselo non a denunciare i ricattatori. Trattiene le immagini per sé: avrebbero potuto tornare utili in campagna elettorale. Si avvista la presenza del Cavaliere nel dossier che, dentro il Popolo della libertà, preparano per schiacciare Caldoro, governatore della Campania. Gli viene presentato quel documento. Il Cavaliere non se ne scandalizza. E d´altronde, per andare indietro di qualche anno, riceve nelle sue mani i nastri delle intercettazioni tra Fassino e Consorte. Li ascolta ad Arcore e a chi glieli consegna il premier dirà: “Come posso sdebitarmi per questo prezioso regalo”? L´utilità politica di quell´intercettazione è così evidente che il Giornale di famiglia – chi altro? – la pubblicherà sette giorni dopo.
Se, dunque, si rimettono in sesto i ricordi, la violenza inflitta a Emma Marcegaglia per “coartare la sua volontà” sorprende soltanto gli ipocriti che non vogliono vedere come una macchina del fango dove si concentrano potere politico, economico e mediatico mette in pericolo la nostra libertà. Quel che ci viene periodicamente rivelato (Lario, Boffo, Mesiano, Marrazzo, Fassino, Caldoro, Fini, Marcegaglia) è – come ci è parso chiaro da tempo – un sistema di dominio che spaventa, che minaccia l´indipendenza delle persone, l´autonomia del loro pensiero e delle loro parole. È una tecnica di intimidazione che minaccia la libertà di chi dissente o di chi si oppone all´uomo che governa. È, più semplicemente, un attentato alla libertà.

La Repubblica 08.10.10

"L’Aquila libera dalle macerie. Basta aspettare fino al 2079", di Jolanda Buffalini

Sessantanove anni, un’esistenza intera dalla culla alla vecchiaia, almeno fino a quando non si avvererà la promessa del premier Berlusconi di prolungare la vita a 120 anni. 69 anni è il tempo, secondo Legambiente, necessario per eliminare i cumuli di macerie che paralizzano L’Aquila e gli altri paesi del cratere, ai ritmi attuali di smaltimento.
«Macerie anno zero» a 18 mesi dal sisma del 6 aprile 2009, sostengonoVittorio Cogliati Dezza e Angelo Di Matteo. «Errori e omossioni», per gli esponenti ambientalisti, hanno prodotto l’esasperante lentezza che «toglie ai cittadini la speranza
di rientrare a casa». «Indecisioni e incertezze», secondo Legambiente, insieme a errori di calcolo, sono all’origine di questa tragedia.
«La stima dei calcinacci è – secondo la Regione – di 2 milioni e
650mila metri cubi, di cui uno e mezzo solo a L’Aquila ma i conti non tornano». A Villa Sant’Angelo, per esempio, la stima ufficiale è di 28mila metri cubi, mentre secondo gli abitanti è di 40mila.
C’è il problema dello stoccaggio con l’unico sito, la discarica ex Teges, ormai quasi colmo. «Il ministro Prestigiacomo – dice Legambiente – si era impegnata, il 9 luglio, a prendere in mano la situazione ma, 9 mesi dopo, non è successo nulla» e si discute ancora su sei siti individuati allora. Esiste, però,
una legge, la 203 del 2003 che impone il 30% di materiali riciclati negli appalti pubblici e nel settore edile, «totalmente disapplicata». A L’Aquila, dice il responsabile abruzzese
di Legambiente, Angelo Di Matteo, «non c’è un metro cubo di
aggregato riciclato prodotto dal trattamento delle macerie». E invece proprio la «realizzazione di impianti di riciclaggio darebbe forte impulso a un’imprenditoria innovativa riducendo la necessità di nuovi siti e nuove cave». Legambiente chiede finanziamenti adeguati e procedure rapide di trasferimento ai comuni.
Il dramma quotidiano di chi si trova di fronte al problema delle macerie lo racconta Maria Raniello, funzionaria della soprintendenza, perché il problema è certo di tempo ma anche di qualità e di certezze. «Una pietra lavorata, un cornicione, una
finestra, li conserviamo, certo, ma cosa dobbiamo fare delle pietre da costruzione antiche?». Non c’è un programma di ricostruzione, le indicazioni sono ambigue, gli abbattimenti sono stati fatti come veniva, con colonnine e capitelli finiti sotto
cumuli di detriti. Poi: «Il proprietario potrà sempre chiedere perché siano state buttate via le pietre della sua casa». Però, il povero dipendente della nettezza urbana, dopo un po’ che si piega a raccogliere materiali pesanti, reagisce: «Dottoré, non è
che esagera?» e «Ha ragione, perché non ci sono regole a cui appigliarsi».
Sulle pietre scolpite, due esponenti dell’assemblea cittadina, Antonio Gasbarrini e Giusi Pittari, hanno presentato un esposto, perché lasciate a cielo aperto, chiunque se ne può apappropriare.
E la funzionaria conferma: «Si pensa a contenitori allarmati,
perché ci sono posti dove le itte si caricano le pietre e se le portano. Ma «nessuno decide». Luigi Fabiani fa parte dell’assemblea cittadina ma è anche presidente dell’Asm, la municipalizzata che si occupa di rifiuti e macerie. Aggiunge
problema a problema: «Ha presente le formiche? Noi stiamo
raccogliendo sasso a sasso, però far i detriti c’è il gesso che è un rifiuto speciale, tossico, si produce percolato ». Fabiani si dice d’accordo con l’istallazione di impianti sulla base di un piano industriale. Il presidente Gianni Chiodi ha convocato per il 14 i sindaci, ma «quello che manca è una legge. Quella che avrebbe dovuto fare la Regione e che invece stiamo facendo noi, con
iniziativa popolare».

L’Unità 07.10.10

Università, Pd: Gelmini fa marcia in dietro su ‘Lodo salva rettori’

Ghizzoni: era moneta di scambio per avere ok a riforma . “A conferma che le nostre obiezioni non erano peregrine oggi è arrivata puntuale la riformulazione del Governo all’emendamento che portava a 78 l’età pensionabile dei rettori attualmente in carica. Si trattava di una norma gerontocratica, paradossalmente non sgradita ad un ministro che invoca continuamente il ringiovanimento accademico e il merito. E’ stata quindi abolita una norma che molti hanno letto come una moneta di scambio da offrire ad alcuni rettori”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta la nuova formulazione dell’emendamento ‘salva rettori, approvata oggi alla Camera.

Università, Pd: esame ddl slitti a dopo sessione di bilancio

Ghizzoni: prima affrontare questione risorse poi riforma. “L’atteggiamento di totale chiusura alle proposte delle opposizioni, in particolare a quelle del Pd, è la conferma che il governo non ha alcuna intenzione di arrivare ad una riforma condivisa del sistema universitario”. Lo sostiene la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni che sottolinea come: “nel corso dell’esame sono state bocciate tutti le nostre proposte prioritarie: dalla restituzione del maltolto agli atenei (1,5 miliardi solo per il 2011) alla autonomia responsabile, basata sulla valutazione dei risultati; dall’istituzione di borse di studio nazionali che tengano conto simultaneamente di reddito e merito degli studenti; all’arricchimento delle opportunità del diritto allo studio; dal contrasto al precariato della conoscenza con l’istituzione del contratto unico formativo di ricerca alla proposta per arrivare in cattedra in 6 anni fino al piano straordinario per portare in 6 anni almeno 15.000 ricercatori (strutturati e precari) nel ruolo di professore. Insomma sono state respinte tutte le proposte che avrebbero potuto raddrizzare un provvedimento storto e iniquo. L’unica novità, peraltro insufficiente a risolvere i problemi dei ricercatori ha, per il momento, ricevuto il ‘disco rosso’ dalla commissione bilancio perché priva di copertura finanziaria. Insomma, tutto l’esame in commissione ha dimostrato che per poter parlare seriamente di università è necessario giocare a carte scoperte e quindi sciogliere la questione delle risorse. Per questo ribadiamo che l’esame del ddl deve slittare dopo la sessione di bilancio”.

"Firenze, ricorso sull'eterologa Legge 40 alla Consulta", di F. Fan.

La prima sezione del Tribunale civile di Firenze ha sollevato il dubbio di costituzionalità sulla norma della legge sulla fecondazione artificiale (legge 40) con la quale si vieta alle coppie sterili di accedere alla fecondazione eterologa, con ovuli o seme donati da persone esterne alla coppia. Lo hanno reso noto gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini, che assistono i coniugi che hanno presentato la richiesta.
L’uomo soffre di mancanza di spermatozoi causata da terapie fatte in adolescenza. Torna quindi alla Corte Costituzionale la legge 40 sulla fecondazione assistita.

Il governo: «Ritorno al far west»
«È ormai evidente che nei confronti della legge 40 c’è un’attacco di alcuni tribunali. Non su punti marginali ma puntando alla struttura della legge per smontarla. Si dica che si vuole tornare al Far West»: è il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, ad affermarlo dopo avere appreso dell’ordinanza che porta la legge 40 sulla fecondazione assistista in Corte Costituzione nella parte che riguarda l’eterologa. «Si vuole così colpire la volontà popolare perchè, tra l’altro, l’eterologa era uno dei punti sottoposti al voto referendario» ha detto Roccella.

La coppia: noi le vittime
«Siamo stati le vittime dei centri di fecondazione assistita che operano all’estero, non vogliamo essere anche vittime della legge 40»: a parlare è E.G., impiegata piemontese, quasi architetto di 38 anni che racconta la ragione che ha spinto lei e il marito M.C di 34 anni, a ricorrere alla magistratura per vedere riconosciuto il diritto a realizzare anche in Italia una fecondazione eterologa. «Abbiamo tentato per due anni – ha spiegato la donna che intende mantenere l’anomimato – e per caso abbiamo scoperto che il problema di mio marito – la mancanza di spermatozoi – ci avrebbe impedito di avere figli». Da quel momento cominciano, come per tante altre coppie italiane, i viaggi della speranza nei centri all’estero dove la fecondazione eterologa non è vietata. «Siamo andati in Svizzera e anche a Praga. Ho provato sei volte – ha aggiunto la donna – spesi oltre 15 mila euro. Non è servito a nulla. Ora vogliamo provarci di nuovo ma nel nostro paese».

La donna, sfinita dalla delusione per i tentativi falliti, non si è arresa e ha cominciato a informarsi, fino ad arrivare all’associazione Luca Coscioni e ai legali Baldini e Gallo che li hanno seguiti nel ricorso al tribunale di Firenze. «Bisogna far sapere i rischi per le coppie che vanno all’estero di trovare non pochi problemi – ha concluso – ma ora serve cambiare la legge. Spero solo che facciano presto».

Pollastrini, Pd: «Verso norme più sagge»
«Macchè ritorno al Far West, come paventa Roccella, piuttosto ritorno alla possibilità di avere anche nel nostro paese norme più sagge delle attuali e vicine alle speranze di tante coppie che aspirano ad essere genitori». Così Barbara Pollastrini, deputata del Pd. «Pezzo dopo pezzo- aggiunge l’ex ministro – la legge 40 viene smontata perchè pasticciata e scritta ideologicamente».

L’Unità 07.10.10

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«Siamo stati in Svizzera costretti a finire i soldi», di Federica Fantozzi

Non mi serve l’anonimato. Non mi piacciono le cose nascoste. Mi chiamo Vincenza Spriveri, ho 38 anni, casalinga, di Avola provincia di Siracusa…». Una delle migliaia di coppie che per avere un figlio è dovuta andare all’estero. Turismo riproduttivo, è il burocratico neologismo. Viaggi della speranza per i protagonisti. Suo marito, 41 anni, metalmeccanico, non l’ha mai lasciata sola. Quando comincia la vostra storia? «Siamo sposati da 9 anni. Non restavo incinta, le analisi. Mio marito soffre di azoospermia. Dopo una semplice inseminazione, abbiamo desistito. Il suo lavoro non andava bene, due cicli costarono 350 euro». Poi? «Per 5 anni niente. Non c’erano possibilità economiche, avevamo il mutuo per la casa e spese importanti. Nel 2006 ci hanno parlato del centro Hera. Abbiamo scoperto che l’infertilità di mio marito è dovuta a un cromosoma femminile nel suo Dna. E ci hanno consigliato l’eterologa». Suo marito è d’accordo? «Sin dall’inizio. Non si può fare un passo del genere senza la piena condivisione del coniuge. È stato lui a volersi controllare. E mi ha sempre accompagnato». C’era già la Legge 40. Siete andati all’estero? «I medici ci hanno indirizzato fuori. Ma non sapevamo come muoverci, non parliamo inglese. Ci consigliarono la Grecia, ma c’erano gli incendi, era difficile raggiungerla. La mia ginecologa ha contattato un medico italiano che lavora a Londra, ma era una soluzione troppo cara». L’associazione vi ha seguiti? «Ci hanno proposto di scegliere tra Svizzera, Belgio, Spagna… Difficile decidere. Abbiamo chiesto: dove mandereste vostra figlia? Alla fine, l’opzione è stata per la Svizzera». Quando avete cominciato? «Nel 2007. A maggio il colloquio, la clinica voleva conoscerci. A giugno sono tornata per un esame particolare che in Italia non fanno. A luglio, la stimolazione andando a Catania a giorni alterni e mandando fax quotidiani in Svizzera. Poi il primo impianto, e il secondo a ottobre. Invano». Avete lasciato perdere? «Altri due tentativi nel 2008. Ad aprile l’embrione non ha avuto la forza di andare avanti. A maggio non è riuscito. Basta. Eravamo con l’acqua alla gola.». Quanto avete speso? «La prima volta 4400 euro. 15mila solo di medici. In tutto ci siamo mangiati 30mila euro. Quando vedo in tv che fanno i figli e li buttano, mi viene rabbia. Il governo non ci tutela. Ecco perché all’estero le sale d’aspetto sono piene. Credevo di essere sola, non è così.». Avete fatto ricorso? «Sì, in diversi tribunali. A Roma no, perché pare che con il Papa certe istanze non vengano accolte». Avete pensato all’adozione? «Non è facile. Tempi lunghi. E quella internazionale è costosa. Se non riusciamo così, ci penseremo». È fiduciosa? «Vorrei ritentare in Sicilia. Senza viaggi. L’ansia, la fatica, l’eventuale delusione è inimmaginabile. Almeno sarei a casa mia».

L’Unità 07.10.10

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“Sei anni di battaglie e sentenze così la legge è stata smantellata
Dalla diagnosi pre-impianto agli embrioni congelati, quanti pezzi persi per strada”, di Maria Novella De Luca

Sei anni di battaglie e di ricorsi. Di bimbi nati e di altri attesi invano. Di coppie con la valigia sempre pronta per viaggi della speranza nelle cliniche della fertilità. Di donne e uomini affetti da malattie genetiche esclusi dalla possibilità di diventare genitori. Ora che il divieto di fecondazione eterologa, ultimo cardine della legge 40 sulla procreazione assistita approvata il 19 febbraio del 2004, verrà sottoposto alla Consulta, l´intera legge appare come bombardata, di fatto priva di senso e di autorità. A forza di sentenze di tribunali civili, tribunali regionali, e soprattutto di pronunciamenti della Consulta, tutti gli articoli più contestati sono stati via via smantellati.
Approvata dopo una battaglia più politica e ideologica che scientifica, la legge è stata poi confermata dal referendum del 2005, che doveva abrogarne alcuni articoli, ma non è riuscito a raggiungere il quorum. Ed è iniziata allora, nel 2005, la battaglia legale, così come avevano promesso le associazioni. «Faremo una valanga di ricorsi in nome di tutte le coppie sterili, discriminate da questa legge». Sia nelle aule dei tribunali che con atti di vera e propria disubbidienza civile. Ed è stata una donna sarda, Simona, affetta da talassemia, a compiere nella primavera del 2005 la prima azione di resistenza. Simona rifiuta di farsi impiantare gli embrioni che aveva prodotto con una fecondazione assistita, violando l´articolo della legge che prevedeva l´obbligatorietà. «Chiedo di fare la diagnosi pre-impianto, altrimenti rischio di mettere al mondo un bimbo malato». I ginecologi dell´ospedale Microcitremico di Cagliari sono costretti a congelare gli embrioni. Nel settembre del 2007 Simona vince la sua battaglia, e il tribunale del capoluogo sardo ammette la diagnosi pre-impianto sugli embrioni, pur in presenza del divieto della legge 40.
Migliaia di coppie intanto “migrano” ovunque nel mondo pur di riuscire ad avere un bambino. La Spagna è la meta preferita, ma i paesi dell´Est inaugurano il low cost della fecondazione, in una corsa, spesso pericolosa, al ricchissimo business della procreazione. Intanto aumentano i ricorsi di coppie che chiedono di poter congelare gli embrioni, di non doverli impiantare tutti e tre, e di accedere alla fecondazione eterologa. Nel 2008 il ministro della Salute Livia Turco vara delle nuove linee guida: è una piccola rivoluzione. Pur nelle strettissime maglie della legge 40 la Turco introduce un´apertura alla diagnosi pre-impianto e ammette il ricorso alle tecniche per le persone affette da Hiv o epatite C. Avvocati e coppie, medici e costituzionalisti, insieme ad associazioni come Hera di Catania, Amica Cicogna e Luca Coscioni, si costituiscono in vere e proprie class action contro la legge.
Nell´aprile del 2009 arriva la spallata più forte: la Consulta dichiara incostituzionali gli articoli che riguardano il divieto di crioconservazione degli embrioni, il divieto di congelarli, e la diagnosi pre-impianto. In moltissimi centri si ricominciano ad eseguire le tecniche vietate da oltre 5 anni. Un anno dopo, siamo ormai allo scorso inverno, si ricostituisce la class action contro l´articolo 4, ossia il divieto di fecondazione eterologa. Il 21 maggio del 2010 è tribunale di Strasburgo a pronunciarsi: «La fecondazione eterologa è un diritto», dicono i giudici europei. Poi le date incalzano: pochi giorni fa Robert Edwards, inventore della fecondazione in vitro riceve il Nobel per la Medicina. La Chiesa insorge, tuona contro l´etica violata. Ieri infine il tribunale di Firenze che rinvia la parola alla Consulta. Che dovrà ora pronunciarsi sull´articolo 4, il più difficile, il più controverso.

La Repubblica 07.10.10

"Perchè è incostituzionale l'inchiesta sui magistrati", di Alessandro Pace

Il proposito del Presidente Berlusconi di chiedere l´istituzione di una commissione parlamentare d´inchiesta sui pubblici ministeri «famigerati», enunciato domenica scorsa in chiusura della festa nazionale del Pdl a Milano, non ha il benché minimo fondamento costituzionale ed urta, anzi, contro due fondamentali principi del nostro ordinamento.
Il primo è che l´istituzione di una commissione parlamentare d´inchiesta compete in esclusiva alle singole Camere, tant´è vero che su di essa il Governo non può porre la questione di fiducia (art. 116 comma 4 regolamento Camera). Il secondo è che il nostro sistema costituzionale presuppone una parità tra i poteri dello Stato e, quindi, tra gli organi che tali poteri esprimono, tant´è vero che la Corte costituzionale ha il compito di dirimere gli eventuali conflitti derivanti da reciproche menomazioni (art. 134 della Costituzione). Conseguentemente, come sarebbe farneticante che una Camera istituisse una commissione d´inchiesta sul funzionamento dell´altra Camera o che le Camere istituissero una commissione d´inchiesta sul funzionamento della Presidenza della Repubblica, è altrettanto farneticante il proposito di istituire una commissione d´inchiesta su singoli magistrati e, quindi, indirettamente, sulle modalità di esercizio del potere giudiziario sia giudicante che requirente.
Recita l´art. 82 della nostra Costituzione: «Ciascuna Camera può disporre inchieste su materie di pubblico interesse. A tale scopo nomina fra i propri componenti una commissione formata in modo da rispecchiare la proporzione dei vari gruppi. La commissione d´inchiesta procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell´autorità giudiziaria».
L´ultima frase ci fa comprendere tutta l´importanza delle inchieste parlamentari. Diversamente dalle inchieste che possono essere istituite dal Governo, dalla pubblica amministrazione e, al suo interno, dalla stessa magistratura, le inchieste istituite dalle singole Camere o dalle due Camere con una legge (oppure con un atto bicamerale non legislativo) possono giovarsi del massimo dei poteri istituzionali riconosciuti dal nostro ordinamento, e cioè dei poteri che, in quel dato momento storico, spettano al magistrato (civile, penale, amministrativo, contabile) nello svolgimento delle sue funzioni (principio del così detto «parallelismo»). Non però i «poteri di giudizio», che spettano al giudice e solo al giudice, ma i «poteri istruttori» che competono al giudice per la ricerca della verità, tra cui ad esempio, il potere di disporre perquisizioni e intercettazioni telefoniche (ma sempre con gli stessi limiti che incombono sui magistrati).
Tutto questo potere – che, come detto, costituisce il massimo riconosciuto dal nostro ordinamento -, mentre può essere utilizzato per accertare le disfunzioni del nostro sistema che incidano direttamente o indirettamente sul bilancio dello Stato (ed in questo senso costituisce materia di «pubblico interesse» un´inchiesta sulle carenze dell´organizzazione giudiziaria, pienamente ammissibile), non può invece essere utilizzato per criminalizzare o perseguire singoli magistrati, come vorrebbe Berlusconi. L´accertamento delle responsabilità «giuridiche» individuali è infatti compito dei giudici che «sono soggetti soltanto alla legge» (art. 101 comma 2 della Costituzione); non è compito del Parlamento e della politica (che, per definizione, è partigiana).
Infine, non costituisce «materia di pubblico interesse», nel significato che a tale locuzione è attribuito dal primo comma dell´art. 82 della Costituzione, un´inchiesta che, in aggiunta alle leggi ad personam finora votate (il lodo Schifani, il lodo Alfano, la legge sul legittimo impedimento ecc.), serva per impedire la celebrazione dei processi a carico del Presidente del Consiglio per i reati comuni a lui contestati.

La Repubblica 07.10.10

Federalismo svuotato

Quando si parla di federalismo non si capisce più quale siano le posizioni del governo e della Lega. Quando è tra i propri sostenitori, la Lega tuona contro tutti gli ostacoli alla realizzazione del decentramento. Quando è a Roma continua ad avallare le decisioni del governo che di fatto svuotano e rimandano alle calende greche la riforma federale. Per usare un’espressione del segretario Bersani “siamo di fronte al federalismo delle chiacchiere”.

Sembra tutto troppo facile per Berlusconi & Co. parlare di riforme e di successi ottenuti, quando poi, conti alla mano, nessuna riforma è stata ancora realizzata e i successi si sono dimostrati evidenti fallimenti.

In questi giorni l’esecutivo ha aperto un tavolo con le Regioni per discutere le criticità del federalismo: mettere in linea il decreto legislativo sulla fiscalità regionale con la legge delega 42. Restano dei miraggi per il governo prevedere come costi standard “non sanitari” l’assistenza, l’istruzione e la spesa in conto capitale del trasporto pubblico locale. Una difficoltà in più per le Regioni alle prese con la definizioni dei costi e delle risorse da fiscalizzare. Insomma il federalismo proposto dal governo se diventasse legge così come è, non sarebbe di nessun aiuto per i cittadini (che vedrebbero un aumento delle tasse) e complicherebbe ancora di più il già complesso sistema fiscale italiano.

Questi sono i principali punti della riunione straordinaria tra le Regioni e governo. Romano Colozzi, coordinatore degli assessori al Bilancio ha inoltre evidenziato la necessità di armonizzare il sistema fiscale delle regioni con i tributi da cedere agli enti locali. “Le Regioni rischiano – ha dichiarato Colozzi – di essere messe nelle condizioni di cedere aliquote non ancora ricevute, per sostituire trasferimenti che non sono ancora definiti. L’introduzione dei cosiddetti costi standard, in sostituzione della spesa storica, previsti dall’altro decreto di attuazione del federalismo potrebbe essere introdotto già nel 2012, senza aspettare l’anno successivo”.

“Gli enti locali non sono mai stati peggio, siamo di fronte al federalismo delle chiacchiere”. Lo ha detto Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, a margine della nona assemblea annuale di Legautonomie sulla finanza locale.

Bersani ha annunciato che dopodomani a Varese il Pd presenterà una sua proposta di federalismo fiscale “dentro la più generale proposta di riforma fiscale. Il Paese ha bisogno di investimenti immediati e di affrontare i problemi sociali nuovi” e per fare questo gli enti locali, che non sono una malattia bensì una medicina, sono lo strumento migliore: “purtroppo invece – ha concluso – sono
stati trattati come centri di costo e questo è stato un errore gravissimo”.

Per il federalismo fiscale “non voglio che ci sia una falsa partenza”. Questo è stato il primo commento di Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni uscendo dal ministero dell’Economia. Sebbene Errani abbia apprezzato la volontà del governo di aprire un tavolo tecnico sulla manovra e sul trasporto pubblico locale, ha voluto ricordare che da parte delle regioni “ci sono alcuni punti irrinunciabili che vanno chiariti, a cominciare dal pieno rispetto della delega della legge 42, alla definizione dei livelli essenziali di assistenza e dei livelli essenziali delle prestazioni. Va chiarito il rapporto col federalismo municipale e le garanzie sull’autonomia statutaria”. Ora la palla torna al governo che dovrà garantire risposte concrete alle richieste dei governatori.

In una dichiarazione congiunta Claudio Martini e Davide Zoggia, responsabili Politiche Locali e Enti Locali del Pd, hanno posto l’accento sul fatto che “l’apertura del governo alle richieste dei presidenti delle regioni e degli enti locali giunge tardiva ed è contraddetta d un reale svuotamento del federalismo. Almeno non sia una nuova manovra dilatoria. Sono anni che assistiamo da parte del governo a dichiarazioni di intenti non suffragate da fatti concreti. Anzi spesso nei confronti degli enti locali questo esecutivo ha preferito seguire una strada punitiva. Allo stato attuale il dibattito è incagliato nelle commissioni parlamentari, per cui stiamo per presentare documenti alternativi e interamente sostitutivi per cui il governo deve dare segnali veramente tangibili di una inversione di rotta uscendo dalle fase delle chiacchiere.

Restano in sospeso dei punti essenziali quali il pieno rispetto della delega sul federalismo fiscale in relazione all’autonomia regionale. Inoltre bisogna definire i Livelli essenziali di assistenza (Lea) e dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), ciò significa che per determinare il fabbisogno bisogna prima indicare quali sono i servizi che le Regioni devono garantire ai cittadini per l’assistenza, la sanità, l’istruzione e il trasporto pubblico locale. Bisogna inoltre fare chiarezza sul il rapporto con il federalismo municipale perché nel decreto non convince la norma relativa su quali risorse delle regioni vadano ai Comuni. Sono punti irrinunciabili su cui è necessaria la massima chiarezza, anche perché sul federalismo il governo non è mai andato oltre gli annunci”.

“I cinque punti critici del Decreto legislativo sulla fiscalità indicati dalle Regioni sono gli stessi che abbiamo posto stamattina in Bicamerale: quindi siamo pienamente solidali con il lavoro che Vasco Errari sta svolgendo a nome di tutte le Regioni”. Lo ha dichiarato Marco Causi, deputato Pd e componente della commissione Bicamerale per l’attuazione del Federalismo. Causi ha spiegato che “i decreti attuativi devono essere fedeli ai principi e ai criteri scritti nella legge 42: dato che il Pd ha contribuito a scrivere questa legge ci teniamo moltissimo che venga applicata in modo fedele e che non venga tradita. Per la definizione dei fabbisogni standard non si può prescindere dalla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, non solo in campo sanitario ma anche in quello dell’assistenza, dell’istruzione, del trasporto pubblico locale e delle funzioni fondamentali di comuni e province. Su questo tema fondamentale il governo ha proceduto in questo mesi con troppa superficialità e faciloneria e, di fatto, oggi è in gravissimo ritardo. Inoltre, il Pd condivide le perplessità che il presidente Errani ha manifestato sull’impianto proposto per il finanziamento dei comuni: è vero che il decreto sull’autonomia impositiva dei comuni propone soluzioni parziali e discutibili e che ciò determina un’area di incertezza sulle modalità con cui le Regioni saranno chiamate a concorrere al finanziamento degli enti locali territoriali. Infine, non dobbiamo dimenticare che la quadratura dei conti del federalismo non potrà avvenire a partire dall’asticella finanziaria drammaticamente abbassata dalla manovra economica estiva. Il presidente Errani ha detto che il governo si è dichiarato disponibile a lavorare su questi punti: speriamo che la disponibilità sia vera. Per parte nostra continueremo ad incalzare il governo nelle sedi parlamentari come abbiamo fatto in questi due anni”.

A.Dra