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"Università, quella riforma fatta con i tagli", di Sergio Pimpinelli

A leggere i giornali appare evidente che le diatribe e le accuse reciproche di nefandezze all’interno della maggioranza hanno reso collettivamente molti dei suoi componenti una sorta di rei confessi e quindi il governo oggettivamente inaffidabile.
È sconcertante constatare come la prevalenza di disvalori quali il perseguimento del successo e dell’arricchimento personale abbia innescato un Big bang inculturale che sta barbaramente soffocando diritti e doveri considerati naturali, e sanciti dalla costituzione, come il lavoro, la salute, la solidarietà, l’istruzione e la cultura il cui soddisfacimento rappresenta il grado di civiltà di un paese.
A fronte degli scandalosi sperperi nella finanza pubblica, che viene trattata come un pozzo senza fondo a cui attingere per soddisfare interessi indecenti, il governo, per tamponare la crisi che stiamo attraversando, propone tagli indiscriminati in tutti i settori della vita pubblica le cui nefaste conseguenze sono facilmente intuibili.
Per esempio, dovrebbe andare in discussione alla camera la legge di riforma dell’università. Come può essere credibile una riforma elaborata da un governo che non sembra avere a cuore le sorti della cultura e dell’istruzione pubblica? Un dato su tutti rende assolutamente logica questa diffidenza: i tagli economici già effettuati nel passato e quelli futuri ventilati con la prossima legge finanziaria renderanno gli stanziamenti così miserrimi da vanificare la più virtuosa delle riforme!
La situazione è già così compromessa da indurci a esultare perché due nostre università occupano il fondo della classifica delle prime duecento università a livello internazionale mentre l’Italia è, almeno teoricamente, tra le prime dieci nazioni industrializzate. Ciò è ancora più sconfortante se si pensa che la gran parte delle nazioni europee hanno raggiunto livelli di eccellenza nella ricerca e addirittura la Germania, come riportato in un recente articolo sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, dopo essere stata praticamente distrutta e divisa per molti decenni e quindi aver vissuto una situazione di gran lunga peggiore dell’Italia, oggi ha riconquistato il ruolo di leader mondiale in questa attività. In questo quadro l’Italia riveste prevalentemente il ruolo di serbatoio di esportazione intellettuale.
In questo periodo in cui l’università pubblica sta cadendo sotto pesanti colpi cosiddetti riformisti, che in realtà non riformano nulla, è bene richiamare l’attenzione delle istituzioni accademiche ai loro doveri istituzionali di custodia dei principi civili fondamentali che sono alla base dell’unità nazionale e non tradire tale missione con comportamenti ruffiani o accondiscendenti verso il potere politico come suggerito, per esempio, dall’incredibile proposta, riportata dalla stampa, per il conferimento di una laurea Honoris causa in scienze della comunicazione al ministro Umberto Bossi e sostenuta, in maniera del tutto irrituale, dal ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Mariastella Gelmini.
Anche se per il ministro Bossi questa potrebbe essere finalmente l’occasione di organizzare una festa di laurea autentica dopo quelle propiziatorie organizzate in passato tale proposta risulta irricevibile in quanto riguarda un personaggio che, pur essendo un ministro della repubblica, non riconosce il nostro paese come nazione, ha vilipeso la bandiera nazionale e ha mostrato sentimenti razzisti. Secondo l’articolo 169 del testo unico delle leggi sull’istruzione superiore approvato con regio decreto del 31 agosto 1933, n. 1592, e ancora in vigore, «La laurea ad honorem può essere conferita soltanto a persone che, per opere compiute o per pubblicazioni fatte, siano venute in meritata fama di singolare perizia nelle discipline della facoltà o scuola per cui è concessa». Non risulta che il ministro Bossi abbia prodotto opere o pubblicazioni significative in una delle discipline della facoltà in scienze della comunicazione. Pertanto, il riconoscimento delle sue doti di comunicatore, per quanto straordinarie, fanno al massimo di lui soltanto un interessante oggetto di studio. Anche perché, se per assurdo bastassero le doti comunicatorie, allora si potrebbe conferire la laurea ad honorem (questa può essere conferita a persone decedute) anche a grandissimi comunicatori e persuasori, ovviamente non accostabili al ministro Bossi, come Mussolini, Hitler e altri sanguinari dittatori della storia mondiale passata e recente. A questo proposito, è bene ricordare la recente polemica sulla proposta per il conferimento della laurea ad honorem a Gheddafi (sic!) da parte di una facoltà universitaria del nostro paese.
Vista l’inadeguatezza del governo, sarebbe auspicabile che il mondo accademico, o almeno la parte migliore di esso, insieme a una forte azione di protesta, prendesse l’iniziativa di una conferenza nazionale sull’università pubblica per individuare in modo spietato le proprie colpe e responsabilità ed elaborare un piano di riforma razionale, che ponga finalmente al centro la formazione e la ricerca, da imporre all’attenzione delle forze di opposizione per costruire un barlume di speranza a cui migliaia di giovani vorrebbero disperatamente aggrapparsi. E questo sì che sarebbe un miracolo.

da Europa Quotidiano 06.10.10

"Via l´Irap, addizionali Irpef più alte così il federalismo rivoluziona le tasse", di Roberto Petrini

Rinvio sulla “fetta” di Irpef che l´Erario cederà. Niente maggiorazioni sui redditi bassi. Sanità, più morbidi del previsto i criteri per calcolare il fabbisogno standard.
Costi standard per le prestazioni sanitarie, ampia autonomia fiscale alle Regioni che potranno arrivare ad azzerare l´Irap (l´imposta sulle attività produttive che oggi pesa il 3,95 per cento) ma avranno anche in mano la possibilità di aumentare le micidiali addizionali Irpef con una scalettatura che va dallo 0,5 per cento nel 2013 al 2,1 nel 2015 (comunque meno del testo entrato nei giorni scorsi che fissava il tetto massimo al 3 per cento). Tra le altre novità: un parte dell´accisa sulla benzina che passa alle Province e un fondo di solidarietà tra Regioni povere e ricche, finanziato con l´Iva, che garantirà trasporti e assistenza.
La «grandissima riforma a bassa tensione» annunciata ieri da Tremonti segna una decisa accelerazione del federalismo fiscale che potrebbe arrivare al traguardo entro marzo 2011. Oggi il consiglio dei ministri varerà un solo provvedimento che comprende fisco regionale, costi sanitari standard e federalismo provinciale. L´accordo con le Regioni prevedeva il varo di tre decreti separati e l´improvviso colpo di gas ha provocato la protesta del presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, esponente del Pd: «La corsa contro il tempo può provocare danni, il federalismo che vogliamo è una cosa seria che non possiamo realizzare attraverso forzature». Critico anche Roberto Formigoni, governatore della Lombardia ed esponente del Pdl: «Sui costi standard non c´è stato nessun confronto e questo crea certamente una difficoltà».
Il provvedimento è già frutto di limature e ritocchi rispetto alle precedenti versioni più radicali di impronta leghista. I fabbisogni standard (cioè i tetti di spesa per le prestazioni sanitarie) non saranno più desunti dalla media della spesa delle tre regioni con bilancio sanitario in pareggio. Il metodo sarà più morbido: si dovranno valutare anche «qualità» (ad esempio la soddisfazione dei cittadini), «l´efficienza» (il costo medio dei ricoveri) e l´appropriatezza (ovvero l´efficacia delle cure, dimostrata, ad esempio, dalla scarsa presenza di ripetuti ricoveri dello stesso paziente). Inoltre a far media saranno tre regioni scelte «politicamente» tra le cinque migliori: si parla di Lombardia, Toscana, Marche, Veneto ed Emilia Romagna, ma non è escluso che entri una regione del Sud come la Basilicata.
Anche sul fisco regionale sono da registrare un paio di marce indietro: la più importante è la rinuncia ad indicare la quota di partecipazione Irpef che sarà devoluta alle Regioni. Oggi la fonte di finanziamento principale delle Regioni è il 44,7 per cento dell´Iva, ci si aspettava (anche in base alle richieste di Bossi) che scendesse al 25 e venisse compensata con un più ampio gettito Irpef. Il testo invece rimanda a successive decisioni.
Si riduce anche la temibile addizionale Irpef del 3 per cento che lo Stato avrebbe consegnato subito alle Regioni: i governatori potranno mettere mano a questi aggravi solo in modo graduale con un tetto dello 0,5 nel 2013, dell´1,1 per cento nel 2014 e del 2,1 nel 2015. Attenzione, però, per evitare squilibri è prevista una norma per cui chi aumenta l´Irpef più dello 0,5 per cento non può ridurre l´Irap, né tantomeno azzerarla. Nessun governatore potrà ingraziarsi imprenditori e professionisti a scapito del lavoro dipendente. Dagli aumenti delle addizionali saranno esentati i primi due scaglioni di reddito, i più bassi.
Il cammino del federalismo è tuttavia appeso ai difficili equilibri parlamentari. Nella commissione bicamerale per il federalismo fiscale, dove devono passare tutti i decreti, il finiano Mario Baldassarri è determinante (sui 15 componenti di maggioranza è l´unico di Fli e l´opposizione conta su 15 membri). Ieri Baldassarri ha rilasciato una polemica intervista al Mattino denunciando la confusione e la poca omogeneità dei bilanci comunali e chiedendo di fatto tempi più lunghi.

La Repubblica 07.10.10

"Scene da fine impero. E Alemanno si genuflette", di Mariantonietta Colimberti

Sarà stato per avvicinare le istituzioni ai cittadini che ieri è stata inscenata a Roma la pagliacciata con location, come si dice oggi, in piazza Montecitorio. E per la stessa ragione i romani e il paese intero hanno potuto vedere il sindaco della capitale in veste di maggiordomo e la presidente della regione Lazio nelle funzioni di badante mentre, rispettivamente, accompagnavano e imboccavano il “nemico padano” divenuto ospite.
Il pranzo “della pace” tra la delegazione leghista e le massime autorità locali (con l’eccezione encomiabile del presidente della provincia Nicola Zingaretti) si è svolto secondo un cerimoniale e una coreografia sguaiati, tanto più indecorosi per il valore simbolico del luogo scelto: tovaglia a quadroni da trattoria, gigantesco paiolo per la polenta, la Polverini che imbraccia il tarél per rimestarla mentre sorride giuliva ai fotografi, Alemanno che accende il sigaro a Bossi, il tegame per i rigatoni con la pajata, il parmigiano, la cicoria, la coda alla vaccinara, i cuochi padani col grembiale verde e Alberto da Giussano stampato sopra. E le guardie padane di fronte al palazzo della camera dei deputati; e i cori da stadio delle tifoserie avversarie obbligate a condividere l’armistizio.
Umberto Bossi che risponde alle domande di carattere culinario con la stessa serietà con cui dice che «se non ci sono i numeri, meglio andare a votare» e chiede «dove c…. corri a Roma il Gran Premio?» è meno ridicolo del sindaco padrone di casa che con voce chioccia e un po’ imbarazzata cerca di stemperare il sicuro riacutizzarsi delle polemiche: «Su questo ci verificheremo… l’importante… senza insulti, con il massimo, diciamo così, rispetto reciproco…». Uno statista.
Perché in fondo l’unico che non ride e neanche tanto sorride in questa rappresentazione da fine impero, da romanità del “magna-magna” (alla lettera) e di orgoglio padano da osteria, è lui, il Senatùr. Ha dovuto accettare prima di scusarsi e poi di partecipare al pranzo riparatore per aver sciolto in modo offensivo l’acronimo dell’antica Roma. Non appare molto interessato a questo rito di pacificazione; soprattutto, non ha alcuna intenzione di apparire ai suoi quello che si è piegato e che arriva col cappello in mano o con la cenere sui capelli. Bossi spalanca la bocca e mangia, come gli altri, ma non accondiscende, non concede parole gentili o appena di circostanza. Accetta i gesti ossequiosi e servili che gli vengono rivolti con indifferenza e distacco. Sembra quasi disprezzare un po’ queste cariche istituzionali che lo riveriscono. Si concede persino l’insulto diretto a una anziana signora gli aveva gridato: «Magnate ‘a polenta, no ‘a coda…». Le risponde: «Cornuta!». Quando Alemanno dice a un giornalista che sì, questa giornata è una cosa seria, «rispetto reciproco, Italia unita e federale», il ministro per le riforme insiste sul secondo aggettivo costringendo il sindaco a ripetere: «E anche unita».
In un evento targato Lega – con Bossi c’erano Roberto Calderoli, Luca Zaia, Roberto Cota – si sono inseriti anche due ex colonnelli di Gianfranco Fini, da tempo affrancatisi dalle vecchie obbedienze: Maurizio Gasparri a tavola e Ignazio La Russa in piazza. Quest’ultimo ha sfiorato la rissa con alcuni militanti del Pd che avevano intonato il coro di «fascista, fascista». Il ministro – secondo quanto hanno riferito alcuni presenti – si è diretto verso di loro «in maniera provocatoria, con gli occhi spiritati e aggressivi». Su questa descrizione il commento ironico sarebbe anche troppo facile.
Dopo tutto, cosa resterà di questo spettacolo indecente? Quale immagine di Roma e della romanità promuoveranno la genuflessione di Alemanno e il banchetto pagano senza la solennità dei funerali antichi? Ma forse non c’è niente di cui stupirsi, perché i protagonisti del pranzo di ieri sono i sodali di chi in senato strappava a morsi la mortadella quando cadde il secondo governo Prodi e i sostenitori del presidente del consiglio che racconta barzellette, bestemmia e insulta le donne. E però è quasi certo che, anche quando tutto questo sarà finito, la Polverini che imbocca Bossi resterà come un cult nell’archivio indelebile di internet.

da Europa Quotidiano 07.10.10

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Roma, questo ti meriti
Il punto più basso nella storia, già non esaltante, dell’amministrazione di Roma. La giornata più umiliante per la gente della Capitale. Roba da sprofondare per la vergogna. Garantendosi però che i primi a sprofondare siano Alemanno e Polverini. Cioè un sindaco che svende funzione e dignità per uno strapuntino al tavolo del potere nazionale; e una governatrice della cui unica specialità nota ci si è dimenticati troppo presto: la fabbricazione di tessere sindacali fasulle, un’attività che la Lega nord può apprezzare solo ora, dopo essersi riempita a sua volta di scandali e di questioni morali.
L’abbuffata di piazza Montecitorio seppellisce Roma sotto una montagna di stereotipi, luoghi comuni, anacronismi dai quali aveva tentato per decenni di liberarsi.
Il riscatto nei confronti del Nord Italia che guarda alla Capitale con diffidenza si affida alla pajata e al vino dei Castelli. È anche inevitabile: per quanto riguarda tutto il resto (ciò che conta davvero), sotto Alemanno Roma è tornata in pieno la città dove le regole sono calpestate e i servizi disattesi, dove prevale la legge del più forte sulla strada e negli uffici pubblici, dove la vigilanza è crollata e l’efficienza dimenticata. Torna ad affidarsi alla coda alla vaccinara una metropoli che ha perduto l’ambizione di entrare nella competizione globale. Ancorché pugliese, Alemanno ne è il sindaco perfetto quando indossa la toga e le foglie d’alloro alle sfilate dei finti legionari: incapace di elaborare progetti strategici, il primo cittadino si rifugia nel folclore, e solo per difendere il suo posticino nelle manovre per il dopo-Berlusconi.
Pazzesco, ripensando alle polemiche della destra contro i sindaci progressisti delle notti bianche e delle feste del cinema: vette del pensiero, rispetto ai rigatoni al sugo di Alemanno.
Tutto questo nella dura persistenza di un colossale problema politico. Il Bossi imboccato e coccolato di ieri può fare pena o rabbia. Ma il barbaro da blandire e addolcire, vezzeggiare e riverire, rimane l’emblema del disprezzo e della negazione di un ruolo alto, orgoglioso, della Capitale. Un ruolo che del resto, in questi termini e con questi personaggi, Roma non merita neanche di riconquistare.

da Europa Quotidiano 07.10.10

"Due modi di scalare le istituzioni", di Michele Ainis

Futuro e libertà s’appresta a diventare l’ottantaduesimo partito della seconda Repubblica. Una madre generosa, dato che fin qui ha partorito cinque o sei figli l’anno, e senza l’aiuto della fecondazione artificiale. Cambia qualcosa per la politica italiana quest’ennesima creatura? E cambia qualcosa per le istituzioni, per i loro fragili equilibri?
Domanda malandrina, perché chiama in causa il presidente della Camera, che del nuovo partito è fondatore e leader. Ma è un dubbio che ci era già rimbalzato addosso quando Berlusconi aveva giudicato incompatibile lo scranno di Fini con il battesimo dei gruppi parlamentari targati Fli. Sicché, a rigirarla fra le dita, la domanda di giornata è un’altra: cambia qualcosa per la sua permanenza in carica la trasformazione dei gruppi in un partito? In punta di diritto no, non cambia nulla. Perché i regolamenti parlamentari escludono la mozione di sfiducia verso il presidente d’assemblea.

Una scelta fatta per liberare lo stesso presidente dai ricatti di questa o quella maggioranza, per renderlo indipendente, e perciò imparziale. Perché d’altra parte il cordone ombelicale che legava il presidente del Consiglio a quello di Montecitorio si spezzò già durante l’Ottocento, quando Crispi fece cancellare il proprio nome dall’elenco dei votanti, per non confondersi con le truppe del governo, per marcare una distanza. E perché infine ogni parlamentare – anche se presiede l’assemblea – ha l’obbligo di iscriversi ad un gruppo, perché di norma a ogni gruppo corrisponde un partito, e perché dunque tutti i presidenti di Montecitorio hanno sempre indossato una maglietta di partito.

Ma non c’è solo il metro della doverosità: in queste faccende è altrettanto importante l’opportunità costituzionale, benché nessuna norma ne abbia mai stabilito il perimetro, i confini. Insomma una categoria sfuggente, e perciò opinabile come l’etica pubblica di cui costituisce la proiezione, come le regole di correttezza, come la distinzione fra rappresentanza (formale) e rappresentatività (sostanziale). È su questo terreno che s’esercita il ruolo del Capo dello Stato, quando rifiuta per esempio la promulgazione d’una legge: non in base a un giudizio di legittimità costituzionale (che spetta viceversa alla Consulta), ma per l’appunto in quanto la ritiene lacerante, in contrasto con l’unità degli italiani, e quindi sommamente inopportuna. È opportuno che il partito del presidente della Camera sia determinante per la prosecuzione della legislatura? Tutto sommato ci può stare, d’altronde è lo stesso film cui abbiamo già assistito quando al suo posto c’era Bertinotti. Ed è opportuno che il presidente Fini imponga nel calendario dei lavori la riforma elettorale che sta a cuore al suo partito? Qui la domanda ti fa storcere la bocca. Ma soprattutto: c’è una differenza fra conquistare Montecitorio da presidente di partito (com’era già successo a Bertinotti, e prima di lui a Casini), e conquistare un partito da presidente di Montecitorio?

Diciamolo senza troppi giri di parole: la differenza c’è e si vede. Altro è scalare le istituzioni attraverso la politica, altro è scalare la politica attraverso le istituzioni. Altro è fondare un gruppo parlamentare per esprimere un dissidio rispetto alla maggioranza cui appartieni, una divergenza di strategie o di priorità ma non anche di obiettivi; altro è trasferire questo disaccordo dai corridoi di Montecitorio alle piazze, alle città. Che cos’è infatti un partito? Un’associazione di persone che condividono una visione di parte, dunque particolare e partigiana, dell’interesse generale. I partiti si distinguono l’un l’altro (o almeno dovrebbero: ma in Italia non sempre succede) perché inalberano concezioni opposte della società, dei suoi bisogni, delle sue prospettive. Sicché giocoforza si dividono, e dividono i loro elettori; ma è opportuno che il divorzio venga sottoscritto da chi rappresenta viceversa l’unità? A queste domande può rispondere soltanto il diretto interessato. Ma le domande, diceva Oscar Wilde, non sono mai indiscrete. Lo sono, talvolta, le risposte.

"Rischio d'autunno", di Gad Lerner

Cominciano a volare gli avvoltoi, come spesso accade quando la controparte imprenditoriale e governativa alimenta le divisioni interne al movimento sindacale.
Chi ha tirato uova e fumogeni contro la sede nazionale della Cisl, così come chi un mese fa impedì al suo segretario Raffaele Bonanni di parlare alla festa democratica di Torino – pure in quel caso ricorrendo all´aggressione con i fumogeni – sono personaggi dell´”area antagonista”, estranei al mondo del lavoro. Ma per certi versi appare ancor più grave la tensione sfociata giovedì scorso a Treviglio (Bergamo) in assalto alla sede locale della Cisl da parte di operai della Same iscritti alla Fiom-Cgil. Episodio che rischia di ripetersi altrove, se è vero che anche a Merate (Lecco) ieri degli operai della Fiom si sono introdotti minacciosamente negli uffici di un sindacato percepito improvvisamente come “nemico”.
L´esasperazione per le deroghe contrattuali, peggiorative delle condizioni di lavoro, sta montando in una minoranza organizzata qual è la Fiom-Cgil, che pure resta il maggior sindacato per numero di tessere fra i lavoratori metalmeccanici. La gran massa dei quali vive la propria retrocessione sociale come destino ineluttabile, resta scettica sulla convenienza degli scioperi, e tanto meno aspira a regolamenti di conti intestini.
Se dunque gli avvoltoi estranei al mondo sindacale agiscono con metodi da commandos, sperando di lucrare simpatia nella minoranza operaia che vorrebbe costruire una linea di resistenza alle deroghe contrattuali, è l´insieme del sindacalismo di base a rischiare una degenerazione letale.
Susanna Camusso, una dirigente riformista proveniente dalla Fiom, non poteva assumere la guida della Cgil in un momento più drammatico per la storia gloriosa di questa confederazione, la quale sopportò più di mezzo secolo fa scissioni, ostracismo e discriminazioni ben più pesanti, ma senza mai cadere nella tentazione di reagire con violenza.
La Cisl tutto è tranne che un sindacato “giallo” o filo-padronale. Con la cultura pragmatica che la caratterizza, nel corso della sua storia ha assunto posizioni moderate e collaborazioniste, ma in altri periodi si è trovata all´avanguardia nei conflitti sindacali. Al suo interno convivono anime diverse, e non a caso uno dei suoi esponenti più autorevoli del passato, Pierre Carniti – capace di rompere con la Cgil di Luciano Lama sul punto unico di contingenza – oggi critica apertamente la linea filogovernativa di Bonanni. Chi addita la Cisl come “nemico” scava la fossa a un´unità sindacale senza cui le condizioni di vita dei lavoratori non hanno mai fatto passi avanti in questo paese.
L´attacco alle sedi sindacali, l´aggressione dei dirigenti cislini, violano un tabù che neppure negli anni bui del terrorismo fu mai infranto. Per trovare un precedente dobbiamo andare indietro negli anni fino al 1962, quando a Torino una gran massa di operai della Fiat in sciopero diede l´assalto alla sede Uil di piazza Statuto per contestare la firma di un accordo separato. Piazza Statuto, però, anticipava una lunga stagione di lotte unitarie, grazie alle quali i lavoratori raccolsero una quota significativa di benefici del miracolo economico italiano. Le violenze odierne, al contrario, evidenziano solo la debolezza e la lacerazione di un sindacalismo che pare predestinato a gestire una fase di arretramento del lavoro salariato.
Tradurre il malessere sociale in guerra tra sindacati, sarebbe l´esito più umiliante del trentennio che ci separa dalla marcia dei quarantamila e dalla sconfitta operaia alla Fiat. Nessuno dei due tronconi in cui s´è diviso il movimento sindacale può vantare un rinnovamento significativo della sua cultura e della sua rappresentanza. Ma chi nel mezzo di una crisi prolungata volesse scimmiottare la lotta di classe sotto forma di intimidazione alla Cisl, non solo offende la democrazia e la tradizione del sindacalismo italiano, ma infligge la certezza di un domani buio al popolo delle formiche.

La Repubblica 07.10.10

"E' stato morto un ragazzo". I Parlamentari del PD ER: "sulla Rai, in prima serata"

Deputati e Senatori del PD regionale appoggiano la richiesta dell’Associazione Articolo 21 e della Famiglia Aldrovandi per la proiezione sulla tv nazionale del documentario sulla vicenda di Federico Aldrovandi.
Questa la richiesta fatta dai Deputati e Senatori del Partito Democratico dell’Emilia-Romagna al Presidente della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, Sen. Sergio Zavoli:

“I Deputati e i Senatori del Partito Democratico dell’Emilia-Romagna appoggiano l’iniziativa dell’Associazione Articolo 21 e della famiglia Aldrovandi che hanno lanciato un appello, a cui hanno aderito oltre 30 mila firmatari, affinché venga proiettato dalla Rai in prima serata il film-documentario E’ stato morto un ragazzo di Filippo Vendemmiati”.

Beni culturali, Pd: Bondi riferisca in parlamento su dichiarazioni Resca

De Biasi: così si svilisce professionalità di molti operatori. “Bondi risponda delle affermazioni del direttore generale del patrimonio culturale, Mario Resca che oltre a dichiarare ciò che tutti sappiamo, e cioè che mancano le risorse economiche, sostiene che in Italia mancano le competenze per affrontare i problemi del patrimonio culturale”. Così la deputata democratica componente della commissione Cultura di Montecitorio, Emilia De Biasi che invita il ministro dei Beni culturali a riferire in parlamento su queste “gravi e infondate affermazioni che sviliscono la professionalità di molti operatori del settore. Il ministro – prosegue De Biasi – dovrebbe anche rendere conto dello stato generale delle biblioteche nel nostro paese. Siamo infatti tutti felici che si siano reperiti i fondi per la biblioteca nazionale di Firenze – anche perché se si aspettava ancora un po’, questo governo sarebbe riuscito nell’impresa mancata dalla natura con l’alluvione – ma una rondine non fa primavera e dietro la biblioteca di Firenze vi sono migliaia e migliaia di biblioteche che aspettano un piano di rilancio e di rivalutazione. In terzo luogo – prosegue – Bondi dica finalmente cosa intende fare per il mondo dello spettacolo che è sull’orlo del collasso. Consiglieremmo sommessamente al ministro – conclude – di guardare ai disastri di una pessima gestione della cultura del nostro paese invece di inseguire ovunque i fantasmi del comunismo”.