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"Ma nell'agenda manca l'Italia", di Massimo Giannini

Datemi il Lodo, e vi solleverò il mondo. Sarebbe il “titolo” migliore, per la due giorni parlamentare che è valsa al presidente del Consiglio la “fiducia avvelenata” con la quale dovrebbe governare fino al termine della legislatura. E a sentire le sue parole di ieri al Senato, sembra davvero che Silvio Berlusconi abbia in mano i destini dell’universo. Forse non ce ne siamo accorti. Ma ha salvato lui le banche americane dal disastro, convincendo Obama a varare il più grande piano di aiuti della storia americana (mentre tutti sanno che il Tarp nasce alla Casa Bianca dalla testa di Lawrence Summers).

Ha salvato lui la Russia, convincendo l’amico Putin a non attaccare la “nemica” Georgia (mentre tutti sanno che a Tbilisi nessuno conosce il Cavaliere). Ha salvato lui il mondo, convincendo Obama a firmare con Putin il trattato sulla riduzione degli arsenali atomici “prima del G8 dell’Aquila” (mentre tutti sanno che a firmare Start 2 è stato Medvedev il 7 aprile di quest’anno, cioè nove mesi dopo il vertice dei Grandi in Abruzzo). L’ultimo stadio del berlusconismo ci precipita dunque in una surreale “terza dimensione”. Tra la meta-storia e la meta-politica. Tra la propaganda velleitaria del salto nel cerchio di fuoco staraciano, e la comicità involontaria del “Grande Dittatore” chapliniano.

Se in questo “tempo sospeso” il premier si fosse occupato anche dell’Italia, magari adesso staremmo tutti un po’ meglio. E invece, a dispetto della tonitruante campagna mediatica di regime, stiamo molto peggio. Peggio nei tassi di crescita, che come si è finalmente accorta anche la leader della Confindustria Marcegaglia ci inchiodano stabilmente agli ultimi posti dell’Eurozona. Peggio nei salari, che come denuncia il segretario della Cgil Epifani ci fotografano storicamente agli ultimi posti dell’area Ocse. In questa lenta accelerazione del declino, l’unica certezza della fase è la strutturale latitanza del governo. L’ultimo provvedimento qualificante varato dall’esecutivo risale al 28 maggio scorso: la manovra economica da 25 miliardi. Da allora, a Palazzo Chigi e in Consiglio dei ministri, più nulla. Il governo è “sede vacante”, come dimostra la vicenda di due istituzioni che aspettano da troppo tempo di tornare alla piena funzionalità gestionale e amministrativa.

Oggi ricorrono i 95 giorni di assenza del presidente della Consob. Da quando ha lasciato il suo incarico Lamberto Cardia, il 28 giugno scorso, il principale organo di vigilanza sul mercato finanziario e sulla Borsa è senza “testa”. È vero che in questi tre mesi i tre commissari che provvisoriamente lo governano (Vittorio Conti, Luca Enriques e Michele Pezzinga) stanno facendo un lavoro egregio e infinitamente migliore di quello che la stessa Commissione ha svolto nei sette anni di gestione Cardia. Questo è un miracolo che ci conforta, ma che non può durare. In Piazza Affari accadono fatti di un qualche rilievo, tra le società quotate sta avvenendo di tutto, dal ribaltone su Unicredit ai movimenti su Premafin. Come si può accettare che l’unica poltrona che interessa alla maggioranza sia quella del quarto commissario (anche quello mancante), sulla quale si allungano ancora una volta i tentacoli della Lega di Bossi, attraverso la candidatura tutt’altro che eccelsa di Carlo Maria Pinardi? Come si può immaginare che un’autorità amministrativa così importante per il controllo dei mercati possa operare a “scartamento ridotto”? Si parla da settimane della probabile nomina dell’attuale viceministro dell’Economia, Giuseppe Vegas. Forse non è la migliore delle scelte possibili, vista la provenienza del candidato da un impegno governativo e da un partito politico (è stato senatore di Forza Italia). Ma potrebbe essere comunque accettabile. Cosa si aspetta a formalizzarla?

Ma oggi si “celebrano” soprattutto i 150 giorni di interim del presidente del Consiglio alla guida del dicastero dello Sviluppo Economico. Da cinque mesi esatti, la quinta potenza economica d’Europa non ha un ministro che si occupa stabilmente e strutturalmente della gestione dei fondi alle imprese. Dei 170 tavoli di crisi aziendali sparse per la penisola. Delle vertenze Fiat di Melfi e Pomigliano. Dei dissesti dell’Eutelia e degli esuberi Telecom. Dei disastri della Glaxo e della chimica in Sardegna. Una “vacatio” inconcepibile, in qualunque altra democrazia industriale, e invece “normale” nell’autocrazia berlusconiana. In compenso, il premier-ministro, in quanto competente “ad interim” anche sulla materia delle telecomunicazioni e del sistema radiotelevisivo, si occupa della distribuzione delle frequenze tv nel “triangolo delle Bermude” Rai-Mediaset-Sky, e del rinnovo del contratto di servizio con la stessa Rai. Un conflitto di interesse intollerabile, in qualunque altra democrazia occidentale, e invece “normale” nell’anomalia berlusconiana.

Da cinque mesi il premier prende in giro gli italiani, le parti sociali e le istituzioni. Al presidente della Repubblica aveva promesso la nomina del successore di Claudio Scajola “la prossima settimana”: era il 28 giugno scorso, e da allora sono passati invano altri tre mesi. Non pago di aver snobbato irresponsabilmente l’invito di Giorgio Napolitano, Berlusconi ha bissato la presa in giro il 3 settembre. “La prossima settimana sottoporrò al capo dello Stato il nome di un nuovo ministro per lo Sviluppo Economico”, ha scritto in un comunicato ufficiale. Quasi quattro settimane dopo, non c’è traccia del nuovo ministro. Il Quirinale aspetta. Gli industriali aspettano. I sindacati aspettano. Per “intrattenerli” ancora un po’, l’altroieri alla Camera, nel suo discorso sulla fiducia il presidente del Consiglio si è lanciato in un’autodifesa appassionata non solo della sua missione di risolutore dei problemi planetari, ma anche del suo lavoro di ministro pro-tempore: “Allo Sviluppo Economico non c’è alcun vuoto di potere: ho lavorato ininterrottamente anche nel mese di agosto, esaminando i dossier di decine di crisi aziendali, intervenendo per la soluzione e firmando più di 300 decisioni per il ministero”.

I risultati pratici di questo “lavoro ininterrotto” non si sono visti. L’unica cosa di cui non dubitiamo è che il premier abbia effettivamente esaminato “decine di dossier”. Ma con tutta evidenza devono aver riguardato “altro”, considerato ciò che nel frattempo ha sfornato la macchina del fango nella battaglia contro Gianfranco Fini. La Consob, il ministero per lo Sviluppo, l’economia italiana: tutto può aspettare. Il presidente del Consiglio ha ben altri impegni. Non possiamo pretendere che trovi anche il tempo per governare l’Italia.

La Repubblica 01.10.10

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“Cinque mesi con il ministro-fantasma stop a incentivi, liberalizzazioni e nucleare”, di Roberto Mania

Tutti gli impegni sospesi e i nodi irrisolti di un dicastero senza guida. Cento giorni bastano per esaurire la luna di miele tra un governo appena insediato e i suoi elettori, in centocinquanta un ministero senza ministro scompare definitivamente dalla planimetria del potere. Diventa un ministero fantasma. Da cinque mesi, cioè ventidue settimane, centocinquanta giorni, appunto, in Italia non c´è il ministro dello Sviluppo economico.
Claudio Scajola, travolto dallo scandalo della casa con vista Colosseo acquistata non si sa da chi, si dimise il 4 maggio: da allora il dicastero è retto ad interim dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Che, in Via Veneto, nell´ex Palazzo delle Corporazioni, sede del ministero si è recato una sola volta, il 6 maggio, giorno del suo insediamento. Da allora mai più. Mai. Il ministro ad interim lo fa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Ma il Presidente Giorgio Napolitano ha chiesto un ministro a tempo pieno.
Contro Berlusconi ministro ad interim è stata presentata dall´Italia dei valori di Antonio Di Pietro una mozione di sfiducia. La Camera la esaminerà lunedì prossimo e voterà il giorno successivo. Un voto contro un ministro che non c´è, nonostante la Grande Crisi che ha sconvolto il globo, ridisegnato gli equilibri del commercio mondiale, trasformato le strutture produttive, riscritto le regole della competizione. Cose di cui dovrebbe occuparsi anche, se non soprattutto, il ministero dello Sviluppo.
Da cinque mesi la stanza del ministro al primo piano di Via Veneto non viene nemmeno aperta. Si accumulano la polvere e pure i dossier. Nel suo discorso alla Camera dell´altro ieri, il premier Berlusconi ha rilanciato il ritorno all´energia nucleare. Non ha fatto scalpore come la promessa di concludere la Salerno-Reggio Calabria, ma rischia di fare la stessa fine: lettera morta. Perché l´Agenzia per la sicurezza nucleare non è stata ancora costituita. Manca l´accordo sul nome del presidente nonostante la disponibilità dell´oncologo Umberto Veronesi. Senza l´Agenzia non può essere presa alcuna decisione che riguardi il nucleare, a cominciare dalla scelta dei siti sui quali costruire le nuove centrali. Scajola aveva promesso la prima centrale entro la fine della legislatura. Il ritardo accumulato farà slittare tutto alla prossima. I tecnici del ministero hanno anche preparato il dossier sulla strategia nazionale per il nucleare, ma il via libera del Consiglio dei ministri non è ancora arrivato. Tutto fermo.
Ferma anche la legge sulla concorrenza. Per la verità il sottosegretario Stefano Saglia l´ha preparata con qualche timida liberalizzazione in materia di distribuzione dei carburanti e del credito. Poca roba. Comunque rimasta in uno dei cassetti di Palazzo Chigi dove Saglia l´ha portata il 3 luglio.
Gli uffici tecnici del ministero dello Sviluppo, nonostante la frustrazione di realizzare un lavoro senza sbocchi, hanno redatto il disegno di legge annuale per le piccole imprese. Di fatto il recepimento di una direttiva europea (lo “Small business act”) per sostenere le aziende di piccola dimensione. Nessuno l´ha preso in considerazione.
Un ministro serve anche far passare i suoi emendamenti nella Finanziaria (l´ultima per lo Sviluppo è stata una vera Waterloo con perdita di fondi e di competenze) come per “strappare” al Cipe le risorse per i propri progetti. Ma senza ministro e con quello dell´Economia, Giulio Tremonti, che considera superfluo il dicastero di Via Veneto, l´approvazione della delibera per la ripartizione del Fondo (300 milioni) a favore delle aree di crisi continua ad essere rimandata. I tecnici del ministero si sono sentiti dire che non c´erano i dettagli della distribuzione. Alla fine hanno scoperto che poco meno della metà del fondo è andato, per volontà di Tremonti, alla Tirrenia. Per le aree di crisi sono rimasti solo 160 milioni.
La riforma degli incentivi per le imprese è rimasta al palo, la delega scade a febbraio ed è difficile che possano essere rispettati i tempi. Non va avanti nemmeno la riorganizzazione degli enti per l´internazionalizzazione, Ice (Istituto per il commercio estero) in testa. Franco Frattini puntava ad assorbirlo dentro la Farnesina, il sottosegretario Adolfo Urso, finiano, con la delega al commercio estero non ha, per evidenti ragioni, grandi margini di manovra. Per i primi di novembre è prevista la missione di sistema (governo, imprese e banche) nei paesi del Golfo. Lì si fanno gli affari. Senza ministro dello Sviluppo probabilmente ci andrà Frattini che però è il ministro degli Affari esteri. Appunto.

La Repubblica 01.10.10

"Obiettivo Nord, ecco le carte del Pd", di Mariantonietta Colimberti

I Democratici si scaldano per la campagna elettorale sfidando il Carroccio sul suo terreno
A Varese, nel profondo nord, dove la festa del 2 giugno viene celebrata senza inno di Mameli e la Lega è stimata al 35 per cento nei sondaggi online del quotidiano locale, l’8 e il 9 ottobre prossimi sbarcherà il Pd con la sua Assemblea nazionale. È il secondo appuntamento nell’ambito del percorso avviato con la prima assemblea programmatica tenutasi a Roma il 21 e 22 maggio di quest’anno. Un percorso attraverso i temi cruciali per un paese, il nostro, da due anni alle prese con la crisi economica e da mesi paralizzato dai conflitti politici che stanno dilaniando governo e maggioranza.
Il percorso avviato dal Partito democratico si concluderà nella primavera 2011. L’obiettivo è quello di delineare un progetto riformista complessivo che parli a tutto il paese, pur nella diversità dei problemi specifici delle differenti aree geografiche.
Andare al nord a parlare di contenuti significa innanzitutto affrontare la questione fiscale e le difficoltà dei ceti produttivi. Che il governo Berlusconi ha soltanto blandito con promesse non mantenute di riduzione delle tasse, mentre l’agognato federalismo segna il passo.
Sul fisco il Pd arriverà con una proposta molto forte messa a punto da un gruppo di lavoro guidato dal responsabile economico Stefano Fassina, sintetizzabile nello slogan “Fisco 20-20-20”. Una vera e propria riscrittura del patto fiscale, rivolta a produttori, lavoratori, professionisti e imprese.
L’aliquota del 20 per cento è l’aliquota di riferimento per la tassazione dei redditi da lavoro, di impresa e da capitale/ rendita, con l’esclusione dei titoli di stato.
La parte più innovativa della bozza in via di definizione, che parla anche di Irpef e di famiglie, è quella relativa alla tassazione dei lavoratori autonomi, dei professionisti e delle imprese. La scelta di fondo è quella di premiare chi rischia e reinveste nell’attività.
Innanzitutto, si prevede la graduale eliminazione dell’Irap sul costo del lavoro.
La misura shock è però un’altra: in una fase in cui l’accesso al credito è sempre più difficile, chi patrimonializza l’impresa o la sua attività avrà azzerata l’Irpef o l’Ires sulla parte di capitale reinvestita.
Inoltre, la parte prevalente del reddito d’impresa o di lavoro autonomo o professionale viene tassata come il reddito da capitale, cioè con imposta sostitutiva del 20 per cento. È prevista anche una forte semplificazione della selva di agevolazioni attualmente in vigore.
Una riforma come quella delineata nella bozza Fassina ha bisogno, evidentemente, di gradualità. E infatti l’ipotesi è quella di una realizzazione per moduli. Caposaldo della proposta e della sua attuazione è la riallocazione del carico fiscale, che vale quasi tre punti percentuali di pil: «Da chi paga a chi non paga; dai redditi da lavoro e impresa ai redditi da capitale e alla rendita; da attività e consumi inquinanti ad attività e consumi verdi». Inevitabile che la lotta all’evasione e all’elusione fiscale sia «condizione necessaria » per realizzare le proposte.
«Non possiamo avere – si legge nella bozza – livelli di imposizione anglosassoni e livelli di evasione sudamericani».
A Varese-Malpensa Fiere si parlerà anche di autonomie locali e federalismo, di infrastrutture, di scuola, di sanità, di agricoltura e di immigrazione.
È da questi temi concreti e (soprattutto alcuni) anche molto scottanti che il Pd proverà a ristabilire il suo dialogo col nord. Vincere la scommessa non sarà facile, perché essa contiene anche un profilo culturale e di etica pubblica, ma presentarsi con proposte credibili e concrete può essere un buon inizio.

da Europa Quotidiano 01.10.10

"Chissà chi Kippah", di Massimo Gramellini

Mentre Bossi si scusa con i romani (li aveva chiamati «porci», ma era una battuta), Ciarrapico insulta gli ebrei. Non è facile star dietro al dibattito culturale del centrodestra italiano. Dai banchi austeri del Senato di cui fa parte (e questa davvero non è una battuta), il Ciarra della libertà si chiede se Fini abbia già ordinato la kippah, il copricapo ebraico. Non occorre un grande sforzo di esegesi: secondo un senatore della Repubblica nata dalla lotta al fascismo e a maggior ragione dal rifiuto dell’antisemitismo, gli ebrei vanno tutti accomunati al traditore per antonomasia, Giuda Iscariota. Neanche il cardinal Lefebvre nei giorni di luna piena si era mai spinto a tanto.

Come è triste dover parlare di queste persone e di questi argomenti. Però fino a quando si continuerà a considerare un esercizio di folklore lo scempio dei valori con i quali siamo cresciuti, che credevamo condivisi? E col tricolore bisogna pulirsi il sedere, e il Risorgimento fu un complotto dei poteri forti, e la Resistenza non parliamone, e la Costituzione è comunista, e Roma è porca e ladrona, e i neri puzzano, e gli ebrei tradiscono, e i rom attaccano il malocchio. Non so voi, ma io non lo trovo divertente. E neppure innocuo. Qualcuno dirà che certa gente ha sempre pensato certe cose, senza trovare il coraggio di dirle. Ecco, vorrei tanto sapere chi glielo ha dato, adesso, quel coraggio. Forse ci siamo distratti un attimo. Per favore, non distraiamoci più.

La Stampa 01.10.09

Taglia la cultura chi non capisce la cultura

Nel bell’editoriale del mensile di Umberto Allemandi, l’impietoso, drammatico quadro dello sfascio del nostro patrimonio culturale.
È difficile sostenere che la cultura possa essere esentata dai drastici risparmi che l’equilibrio dei bilanci pubblici impone a tutti. Ed è inutile rimpiangere il fiume di denaro sciupato nel passato per beni culturali fasulli, in massima parte non meritevoli di così nobile classificazione. Beni non apportatori delle sostanze nutritive vitali con cui la cultura contribuisce alla buona salute di un Paese. I tagli dunque potrebbero perfino essere accolti con sollievo se servissero finalmente a staccare l’ossigeno ad attività pretestuose della cui privazione oggi e domani nessuno patisce, se non i diretti destinatari di denaro pubblico che serviva esclusivamente alla loro sussistenza personale.

Parassiti culturali. Lo scandalo Premio Grinzane Cavour è esemplare. Quei tagli dovevano essere fatti da tempo. Oggi comunque potrebbero venire considerati una salutare pulizia se basati su valutazioni consapevoli, caso per caso, della qualità di quanto debba essere sostenuto a qualsiasi costo e di quanto invece possa essere eliminato senza rimpianto. Tagli benvenuti dunque se imponessero uno stop definitivo alle cosiddette e maledette erogazioni a pioggia, espressioni del sistema di un Paese da secoli strutturato sulla cortigianeria e sulla mendicità intellettuale. Di un Paese sostanzialmente assistenziale. Da ciò reso pusillanime, pigro, servile e corrotto. Un Paese ben rappresentato dai personaggi impersonati da Totò e Alberto Sordi.

Il sistema delle sovvenzioni era molto apprezzato dai detentori del potere economico e politico perché garantiva la sottomissione remissiva di un settore vocazionalmente inquieto e critico che in se stesso coltiva germi di pericolose virulenze. Ma per selezionare occorre una conoscenza sicura dei prodotti e delle attività, una competenza che soltanto la pratica della cultura può dare, una severità rigorosa capace di prescindere da qualsiasi giudizio che non sia una valutazione del merito e della qualità. Nessuno degli uomini politici e degli amministratori che ci governano sembra dotato di tali requisiti, di un’autentica consuetudine, esperienza e frequentazione della cultura. Chi non usa la cultura nella propria vita privata, chi non l’ha resa parte integrante della propria esistenza quotidiana, chi quindi non sa quanto essa sia essenziale non meno del cibo e delle vesti, è improbabile che possa operare con sapienza chirurgie che possono risultare letali per il benessere profondo del Paese. Ad esempio, erano state finanziate quantità assurde di libri vanitosi, inutili, pleonastici, velleitari e dispendiosi. Eppure il libro è tuttora il principale deposito e vettore di cultura: non dovremmo finanziarne più nessuno? Alcune fondazioni e governatorati regionali hanno deciso così. Su cento libri, non è totalmente sciocco, per i 98 da gettare, negare ai due o tre meritevoli il supporto di cui hanno bisogno per esistere ed essere divulgati?

Il fatto è che fondazioni e Regioni dopo aver detto di sì a tutti ora trovano più comodo dire di no a tutti. Per risanare un’azienda occorrono, ma non bastano, tagli; di soli tagli un’azienda soccombe. Occorre innovazione, capacità di riforme spesso non costose, ma semplicemente intelligenti. Tagliare con una mano, creare con l’altra. Questa è la forza e il senso della politica, il talento del governare. Di innovazioni non vediamo il minimo segnale. Questo giornale cerca con fatica di mantenersi distaccato da pregiudizi, luoghi comuni e schieramenti di parte, finge di ignorare comportamenti e linguaggi inadeguati, imbarazzanti per la loro volgarità, limitatezza, convenzionalità e oscurantismo, ma basta scorrere la squallida cronaca degli ultimi mesi perché chiunque possa farsi un giudizio della pessima qualità, dell’incredibile mal governo dei beni culturali in Italia. Ecco l’agghiacciante sequenza (nessuno osi dire che il Governo è inattivo nei beni culturali):

Restauratori
La riforma (quasi 2Omila domande giunte) appare fatalmente destinata a impantanarsi in una dimensione che denota colpevole imprevidenza mettendo a repentaglio una tradizione professionale in cui l’Italia è ancora leader.

Parchi nazionali.
La stessa ministra Prestigiacomo ha minacciato di chiuderne almeno metà se non verranno annullati i tagli di bilanci che erano già insufficienti. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Letta, incalzato da Giulia Maria Crespi del Fai, ha suggerito di promuovere una campagna stampa. Il braccio destro del capo del Governo! Se ci crede, non può pensarci lui?

Arcus.
Doveva alimentare in via sussidiaria i beni culturali, ora è sospettata di usi impropri, arbitrari e non prioritari. Leggete la lista integrale delle elargizioni in questo numero comprende casi e privilegi veramente imbarazzanti.

Beni demaniali.
L’elenco di dodicimila edifici e luoghi da trasferire in nome del federalismo terrorizza le amministrazioni periferiche (Regioni e Comuni) che li equiparano in gran parte ad altre bocche da sfamare rifilate a chi non ha pane abbastanza per se stesso. Di fatto espone edifici rilevanti e paesaggi all’abbandono oppure al rischio di usi devastanti per l’inevitabile soccombenza a interessi particolaristici che localmente (per di più in condizioni di indigenza) non paiono arginabili e controllabili. Fatto sta che lo Stato si alleggerisce di colpo di una mole pesantissima di beni di rilevanza culturale. Intanto, le città di Firenze e di Roma si sbranano con il Ministero per la spartizione dei biglietti del David e del Colosseo. E’ solo l’inizio del federalismo culturale.

Permessi edilizi.
L’avvento dopo le Dia delle Scia (licenze di costruire con semplice autodichiarazione) rappresenta il comodo cedimento della classe dirigente alla propria inettitudine riformatrice, alla propria incapacità di imporre la faticosa riforma di un’asfissiante burocrazia. Diventa quasi impossibile il controllo delle Soprintendenze. La sciagurata pratica del «silenzio assenso» per le attività edilizie significa nel Paese più delicato del mondo l’abbandono all’anarchia del paesaggio (già dimezzato e devastato negli ultimi sessant’anni), del patrimonio edilizio e dei centri storici. Di fatto è un autocondono.

Il fotovoltaico.
La tolleranza di un regime folle di incentivazioni dì insediamenti non regolati costituisce la minaccia di un cancro distruttivo di paesaggi agricoli ancora bellissimi e incoraggia l’abbandono di pregiate colture incontaminate da secoli. In pratica, si annuncia la replica di ciò che le serre sono state per la deturpazione del paesaggio. Liguria docet.

Questi sono soltanto alcuni e più vistosi comportamenti dell’attuale politica italiana. Berlusconi, Tremonti (che tace ma agisce) e Bondi certamente hanno loro problemi, meriti e talenti, ma di fatto nel settore artistico e culturale dimostrano cinica e terrificante incomprensione o indifferenza per le vere esigenze di tali beni malgrado il loro grande valore, rivelandosi persone stranamente prive di sensibilità e dimestichezza culturale (al di là di vacue e tronfie dichiarazioni di circostanza che ormai non riescono a ingannare neppure il più ottuso seguace. Ma è possibile che sia soltanto questa, così nefasta e spericolata, così cinica, la nostra «politica» nei beni culturali? Consoliamoci: sono state anche varate le ricompense per gli sponsor che dovranno finanziare i restauri del Colosseo. Uno dei principali simboli e richiami turistici del Paese) e il direttore Resca ha predisposto le gare per la gestione delle fonti di introiti per 25 musei e luoghi archeologici (biglietterie, negozi, pubblicazioni, mostre). Sono iniziative necessarie e indispensabili (da sole non giustificherebbero l’aver creato un’apposita Direzione). Passi che tali gare siano tanto restrittive da far temere d’esser state anch’esse progettate ad personam (anzi ad aziendam: lo scandalo è che gli italiani non si scandalizzano più), ma appaiono mostruosamente caratterizzate da un solo obiettivo, da una monomaniaca ossessione: lo «sfruttamento». In questo modo di fare politica la redditività dei beni artistici sembra essere l’unico valore ammesso. Una concezione davvero rozza e riduttiva per un Paese assai dotato di arte e bellezze come l’Italia.

Zero assoluto invece per riforme che sarebbero davvero necessarie e innovative. Per esempio, modificare la legislazione affinché la gestione degli introiti non sia più centralizzata ma venga assegnata a ciascun museo renderli autonomi perché assumano la responsabilità diretta del proprio successo e della propria conduzione. Premiare i dirigenti in relazione a iniziative e risultati. Restauratori, parchi nazionali, beni demaniali, paesaggio, edifici e centri storici, culture agricole tradizionali: sono capacità professionali, beni e temi a dir poco capitali del patrimonio nazionale (nostra vera, unica ricchezza), che ci accingiamo a perdere irrimediabilmente. Perderli è una prospettiva spaventosa. Perderli per un deliberato banditismo o per rapina sarebbe orribile e doloroso, come subire una violenza, come una guerra persa, ma perderli per insipienza o incompetenza di qualcuno cieco e sordo (o, se preferite, ignorante e arrogante) è irritante in misura insopportabile. Tutto ciò che uccide la nostra cultura, uccide la capacità di difendere e conservare quanto rendeva ancora diversa, ancora bella, ancora attraente la nostra Italia. Non s’illuda, caro lettore, non è uno scherzo. Nessun pentimento, nessun lieto fine a sorpresa. E la condanna a una morte certa dalla quale non sarà possibile resuscitare.

Il Giornale dell’Arte settembre 2010

Università, Pd: rinvio è una garanzia su certezza risorse Ghizzoni e Lenzi: prima governo restituisca maltolto ad atenei poi discutiamo nel merito

“Vogliamo rassicurare i ricercatori e i rettori sugli effetti del rinvio dell’esame parlamentare della riforma universitaria. La nostra azione è finalizzata ad intrecciare la riforma con le risorse che vogliamo vedere scritte in atti contabili. Non ci bastano certo le promesse e non si costruiscono i bilanci con delle dichiarazioni in conferenza stampa. Ci muoviamo perché alle università, a tutti gli atenei, venga restituito il maltolto di questi due anni di governo Berlusconi e vengano aggiunte risorse per l’ingresso di giovani e la progressione in carriera di chi è già in ruolo. Questa sono le precondizioni per poter affrontare i temi di merito e le modifiche, sicuramente necessarie a migliorare l’efficienza del sistema universitario”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni e la deputata, Donata Lenzi dell’Ufficio di Presidenza democratico commentano lo slittamento dell’esame parlamentare della riforma universitaria ottenuto dal Pd dopo la richiesta in ufficio di presidenza del capogruppo, Dario Franceschini.

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(ER) ATENEI. GHIZZONI (PD): SI DICA SUBITO QUANTE RISORSE CI SONO ‘C’È GROSSO TAGLIO DA COMPENSARE’.

(DIRE) Roma, 30 set. – “Chiediamo al governo, se ci sono le risorse, di dirci quante sono perche’ c’e’ un grosso taglio da compensare sull’universita’ e servono anche nuovi investimenti”.
Cosi’ Manuela Ghizzoni, capogruppo in commissione Istruzione del Pd, all’uscita dall’odierna seduta a cui ha preso parte anche il ministro Mariastella Gelmini. “Il momento e’ delicato serve chiarezza sulle risorse che vanno messe subito a bilancio. Comunque ora se ci sarannoproposte emendative le ascolteremo”.

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UNIVERSITA’: GHIZZONI, METTANO RISORSE IN PROSSIMO BILANCIO

(ANSA) – ROMA, 30 SET – ”Mettano subito le risorse nella prossima sessione di bilancio”. Lo chiede Manuela Ghizzoni (Pd) sottolineando come a oggi la legge di riforma dell’universita’ sia priva di copertura. ”Noi – ha detto al termine della riunione odierna della
commissione Cultura della Camera – siamo disponibili ad ascoltare, ma vogliamo fatti concreti: allochino da subito le risorse nel prossimo bilancio.

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PRIMA VITTORIA DEL PD SULL’UNIVERSITA’

E’ appena terminata la conferenza dei capigruppo e sono contento di annunciarvi che è passata la proposta del PD: il disegno di legge Gelmini verrà posto in votazione solo dopo la discussione della legge finanziaria (oggi chiamata legge di stabilità). I tempi previsti di conseguenza sono i seguenti: lunedi 14 Ottobre inizierà la discussione sull’università senza votare gli articoli. Il giorno seguente comincerà la discussione finanziaria che impegnerà la Camera per tuttto il mese e forse i primi di Novembre. Quando sarà concluso questo argomento riprenderà il dibattito sulla legge Gelmini.

Non è solo una vittoria di calendario. In questo modo si costringe Tremonti a scoprire le carte e avremo modo di fare la battaglia di opposizione per il ritiro dei tagli che rischiano di portare al collasso gli atenei. Sarà quindi definito il contesto finanziario e diventerà più seria la discussione sulle norme proposte dal governo. Su queste rimane fermo il giudizio negativo contenuto nel documento inviato ieri.

Abbiamo, quindi liberato i rettori dal ricatto che avevano subito dal governo che suonava prima la legge e poi i soldi. Ora c’è più spazio per il dibattito e la mobilitazione contro una legge che va cambiata radicalmente.
Speriamo di continuare così

Walter Tocci

Soluzione rifiuti? Riempire il Parco nazionale del Vesuvio

Bianchi: “Emergenza mai finita, no a discarica nel parco nazionale del Vesuvio. Realacci: “Ripartire da comuni come Pollica”. Bossa: “Sui rifiuti ‘San Silvio’ non ha fatto nessun miracolo; una follia ampliare le discariche” Penati: “L’immobilismo del presidente Podestà porterà l’emergenza anche a Milano”.
Siamo in balia di ‘un governo irresponsabile: che prima vende come risolta un’emergenza che non è mai finita e ora si ostina a voler aprire una discarica da 3 milioni di tonnellate nel parco nazionale del Vesuvio’, queste le considerazioni di Stella Bianchi, Responsabile Ambiente del Partito Democratico, una volta appresa l’assurda proposta per risolvere l’emergenza rifiuti a Napoli.

“Ancora un danno permanente per versare rifiuti in un buco che prima o poi si riempirà –ha dichiarato la responsabile democratica -. Le misure di buon senso continuano a mancare, a partire dalla raccolta differenziata e dall’avvio degli impianti di trattamento”.

La Bianchi ha poi denunciato le solite plateali azioni di facciata del presidente del consiglio con tanto di telecamere a seguito: “Berlusconi è sceso a inaugurare trionfalmente l’inceneritore di Acerra, che però continua a non funzionare. Questi i risultati a Napoli del governo del fare, purtroppo gli stessi de L’Aquila, dell’Alitalia, delle migliaia di imprese in crisi”.

E proprio sull’inceneritore di Acerra si è espresso Alessandro Bratti, esponente del Partito Democratico in Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, evidenziando che ‘la comunicazione del governo continua ad essere poco chiara’. “L’impianto ha un problema tecnologico, i dati non sono mai stati comunicati ufficialmente: sarebbe interessante sapere che tipo di controlli sono stati fatti, e quanti, e quali i risultati ottenuti. A noi sono arrivate segnalazioni di esposti sulle emissioni alla Procura di Nola. Risulta anche al governo? Ci rispondano nel merito”, ha dichiarato Bratti.
E come ha detto il Commissario Bratti ‘serve un’assunzione di responsabilità, perché si tratta di un tema delicato sia sotto il profilo ambientale e sanitario che sotto quello sociale, fatti che il PD ha denunciato da tempo, l’emergenza c’è ancora, con buona pace dell’incauta propaganda che il governo ha orchestrato da due anni. A Terzigno c’è una situazione di esasperazione che va condannata, ma il governo e anche la Regione contribuiscono molto a far peggiorare la situazione’.

‘Il re è nudo’, ha detto Ermete Realacci Responsabile green economy del Pd, commentando la critica situazione dei rifiuti riemersi in questi giorni a Napoli. “Spenti i riflettori della propaganda è evidente che la questione dei rifiuti in Campania è tutt’altro che risolta. Si continua ad inseguire affannosamente la ricerca di siti per realizzare le discariche, rinnovando improbabili ipotesi come quella di un sito all’interno del parco del Vesuvio”.

Realacci ha poi spiegato tecnicamente tutte falle nella gestione rifiuti: “Fatica a decollare la raccolta differenziata con percentuali ancora troppo basse e lontane da standard accettabili. E’ traballante e insufficiente l’impianto del termovalorizzatore di Acerra. Sono quasi assenti gli impianti di compostaggio e questa mancanza penalizza fortemente i comuni virtuosi che effettuano la raccolta differenziata. Eppure è da questi che si deve ripartire, da esperienze come quella di Pollica e del Sindaco Angelo Vassallo. Un comune dove la raccolta differenziata ha superato il 70%, un amministratore che ha dimostrato che una Campania diversa è possibile”.

E intanto in queste ore le popolazioni di Terzigno e Chiaiano, stanno protestando per impedire lo sciagurato ampliamento delle due discariche. La deputata Pd, ed ex sindaco di Ercolano, Luisa Bossa, ha ribadito che ‘non si possono più chiedere sacrifici a territori e cittadini che hanno già pagato il loro prezzo’.

“Terzigno e Chiaiano -ha spiegato la deputata Pd -ospitano da un anno due megadiscariche allestite in deroga alla normativa europea. Dovevano essere un rimedio temporaneo e straordinario per affrontare l’emergenza, nell’attesa di mettere a regime il ciclo ordinario dei rifiuti. In un anno, dopo gli annunci reboanti e dopo aver gridato al miracolo di aver portato Napoli fuori dall’emergenza, non c’è stato nulla. ‘San Silvio’ il miracolo non lo ha fatto. Siamo esattamente dov’eravamo un anno fa”.

“La discarica nel Parco nazionale del Vesuvio, a Terzigno –ha concluso Bossa – oltre ad essere contro la normativa europea, è contro ogni norma di buon senso. Lo stesso vale per quella del Parco delle Colline di Chiaiano. Invece di pensare ad ampliarle, acquisendo nuove cave, si proponga ai cittadini un piano per la bonifica e ci si dia da fare seriamente per il decollo del ciclo ordinario dei rifiuti, che significa differenziata, compostaggio, termodistruzione, e quindi chiusura delle discariche”.

L’on. Bossa ha depositato, sul caso Terzigno, una interrogazione urgente al Presidente del Consiglio, che sarà discussa in aula a Montecitorio giovedì prossimo. A rispondere ci sarà il sottosegretario Guido Bertolaso.
‘Il governo del fare è soltanto uno slogan, ma gli italiani stanno pagando sulla loro pelle le menzogne di un esecutivo immobile’ lo ha detto Rosa Villecco Calipari, vicepresidente dei deputati del PD. “I sindaci dei comuni partenopei, le scuole, le famiglie, sono mobilitati e non basterà dire che sono strumentalizzati dalla camorra per sminuire la loro protesta. Le cifre sono allarmanti tra roghi e guerriglia in questi giorni è andato in fumo circa un milione di euro al giorno”.

Il rischio reale è che questa situazione incontenibile sui rifiuti si estenda anche nella città di Milano, e questo lo ha evidenziato Filippo Penati, vicepresidente del consiglio regionale lombardo e capo Segreteria politica di Bersani. “Dopo un anno e mezzo di giunta Podestà alla provincia di Milano non si è fatto nessun passo avanti, dopo che Berlusconi in persona era venuto a dire in campagna elettorale che con Penati presidente Milano sarebbe diventata come Napoli. Mentre, invece, insieme alla mia giunta e con i poteri commissariali avevo fatto approvare in via definitiva un piano che prevedeva per la provincia di Milano l’autosufficienza del ciclo integrato dei rifiuti con la realizzazione di un nuovo termovalorizzatore”.

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Dislessia, approvata la legge. Soddisfazione dell’on. Manuela Ghizzoni relatrice del provvedimento alla Camera

La Commissione cultura del Senato ha approvato in via definitiva la legge sulla dislessia. Soddisfazione è stata espressa dall’on. Manuela Ghizzoni (Pd), relatrice del provvedimento alla Camera dei Deputati. Ecco la sua dichiarazione.
«L’approvazione della nuova legge sulla dislessia e sui disturbi specifici d’apprendimento conclude un iter cominciato già nella scorsa legislatura e che ha raccolto ampia condivisione. Dopo l’iter alla Camera e la sua approvazione all’unanimità in commissione Istruzione, finalmente è arrivata l’approvazione in via definitiva in Commissione al Senato e non possiamo che esserne contenti, avendola sostenuta sia nella precedente legislatura dai banchi della maggioranza, che in questa dall’opposizione.

La legge fornisce risposte a migliaia di bambini con difficoltà specifiche di apprendimento nella lettura, nella scrittura e nel calcolo una realtà stimata tra il 3 e il 5 per cento degli alunni in età scolare, per i quali per troppo tempo è stato reso difficile, se non precluso, il pieno diritto allo studio e al successo scolastico».