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"Slitta il voto sul ddl. Gelmini si arrabbia", di Roberto Ciccarelli

Lo slittamento del voto sulla riforma Gelmini dell’università a dicembre è una nuova affermazione del movimento dei ricercatori che hanno bloccato l’anno accademico nella maggioranza degli atenei italiani. Nella seduta della conferenza dei capigruppo tenuta ieri mattina a mezzogiorno a Montecitorio, è stato rigettato il progetto del governo di strozzare i tempi di discussione nella commissione cultura e di votare in aula il provvedimento a partire da martedì 4 ottobre. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha deciso di fissare la discussione generale giovedì 14 ottobre e di rimandare l’approvazione del disegno di legge al termine della sessione di bilancio. «Una scelta obbligata» ha commentato Fini il quale, pur riconoscendo le ragioni del governo, ha ricordato che non è possibile esaminare «provvedimenti onerosi» durante la sessione di bilancio.
Al dibattito mattutino non ha potuto assistere il ministro dell’università Maria Stella Gelmini, costretta a restare sulla porta perché il governo era già rappresentato dal ministro per i rapporti con il parlamento Elio Vito. Nel corso della seduta della commissione cultura convocata alle tre del pomeriggio, sembra che abbia manifestato una profonda delusione per la decisione di Fini. «Ognuno si prenderà le proprie responsabilità», avrebbe affermatoi, facendo così intendere che è a rischio l’«accordo» che tiene in vita la sua riforma. Più tardi, nelle dichiarazioni ufficiali, i toni sono stati ammorbiditi. Il ministro ha confessato solo un «rammarico» nel rispetto delle «decisioni del Parlamento».
A quale accordo avrebbe alluso Gelmini nella sua replica in commissione? Non certo con i ricercatori della rete 29 aprile i quali hanno espresso soddisfazione per la prima, vera, battuta d’arresto della riforma più impopolare della storia dell’università italiana. La riforma Gelmini «è una legge indecente – affermano in un comunicato – che smantella l’università pubblica e ne consegna le briciole in mano ai rettori. Ci auguriamo che il governo sfrutti la pausa di riflessione per dare ascolto al mondo universitario e dare avvio a una riscrittura radicale del ddl». «Quella di ieri è stata una grande vittoria del movimento – sostiene Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil – Per l’università è fondamentale una riforma condivisa alla quale mi auguro che partecipi la Conferenza dei Rettori che fino ad oggi ha accettato il baratto del governo: prima la riforma, poi vi diamo le risorse».
E se fosse proprio questo l’accordo al quale si è riferita il ministro? «Se confermata – è intervenuto Enrico Decleva, presidente della Crui – questa decisione porterà alla rottamazione del provvedimento». Nel timore di questo scenario Mariastella Gelmini ha prima alluso a una richiesta di ope legis da parte del movimento degli indisponibili e poi ha rilanciato la proposta che il governo sta usando per spaccare il fronte tra ricercatori e studenti: garantire 10 mila posti da professori associati nei prossimi 6 anni a partire dal 2011. «Non abbiamo mai chiesto ope legis, pensarlo è solo offensivo – ribatte la Rete 29 aprile – Il governo vuole far credere che una normale progressione di carriera sia una gentile concessione invece che un diritto dei ricercatori che se lo meritano. I ricercatori non sono intenzionati a diventare professori in mezzo alle macerie di un’università aziendalizzata».
Una posizione molto determinata che viene sostenuta da un crescente movimento di opposizione. Solo ieri la facoltà di Architettura-Quaroni della Sapienza di Roma ha ospitato un’assemblea con 800 studenti, mentre 500 studenti di ingegneria bloccavano la fermata metro Colosseo. A Padova sono stati in mille a partecipare ad un corteo davanti al Palazzo del Bò, subendo una carica della polizia.
«I tentativi di accelerazione da parte del governo erano finalizzati ad anticipare il movimento degli studenti – riflette Claudio Riccio, della Rete della conoscenza – La nostra mobilitazione ha risvegliato un’opposizione balbettante». La settimana scorsa Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione cultura, ha infatti abbandonato l’aula per protestare contro il contingentamento dei tempi. Ieri, insieme al capogruppo alla camera Dario Franceschini, ha ottenuto lo slittamento del voto. «E’ il momento di giocare a carte scoperte – ha affermato – all’università mancano 1,3 miliardi di euro. Il governo dica come intende compensarli e quali risorse aggiuntive stanzierà».

Il Manifesto 01.10.10

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Tecnica della scuola: Riforma Università, il Pd fa slittare a novembre l’esame finale della Camera”, di Alessandro Giuliani
L’esame in Aula alla Camera del disegno di legge sulla riforma dell’Università si svolgerà non prima di novembre: lo slittamento è dovuto alla necessità di considerare gli aspetti economici del ddl al termine della sessione di bilancio. Ma anche perché la commissione Cultura non ha ancora concluso l’esame del testo. La decisione – non proprio attesa – è stata espressa il 30 settembre dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, nel corso della conferenza dei capigruppo della Camera.

Il ministro Gelmini, con la maggioranza, avrebbero voluto portare la riforma all’esame dell’Assemblea già dalla prossima settimana, ma il presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini, ha protestato contro i tempi troppo stretti concessi a un provvedimento che è stato “fermo sette mesi nell’altro ramo del Parlamento”. Così sono state determinate le nuove date: la discussione generale del ddl, inizialmente fissata per la prossima settimana (il 4 ottobre), si svolgerà dieci giorni dopo, il 14 ottobre (la Flc-Cgil ha annunciato un presidio davanti Montecitorio), e l’esame degli emendamenti a novembre, dopo la sessione di bilancio.

Inutilmente il ministro Gelmini ha tentato di partecipare alla conferenza dei capigruppo, ma ha ricevuto un no visto che, spiegano dalla presidenza della Camera, “alla riunione era già presente un rappresentante del governo – il ministro per i Rapporti con Parlamento, Elio Vito – e durante la capigruppo non si entra nel merito dei provvedimenti”.Secondo la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, e la deputata Donata Lenzi, dell`Ufficio di Presidenza democratico, lo slittamento dell`esame parlamentare della riforma universitaria ottenuto dal Pd dopo la richiesta in ufficio di presidenza del capogruppo, Dario Franceschini va considerato positivamente. “Ci muoviamo – si legge in una nota congiunta – perché alle università, a tutti gli atenei, venga restituito il maltolto di questi due anni di governo Berlusconi e vengano aggiunte risorse per l`ingresso di giovani e la progressione in carriera di chi è già in ruolo. Queste sono le precondizioni per poter affrontare i temi di merito e le modifiche, sicuramente necessarie a migliorare l`efficienza del sistema universitario”.Soddisfazione è stata espressa anche dai ricercatori, che proprio con il nuovo anno non accetteranno incarichi per sostenere corsi di insegnamento privi di titolare. Ma anche dagli studenti: secondo Claudio Riccio, portavoce dell’associazione Link-coordinamento universitario, lo slittamento dell’esame del ddl rappresenta un segnale incoraggiante per chi intende fermare la sua approvazione: “La mobilitazione – dichiara Riccio – sta crescendo e ottiene i suoi primi risultati: la paura del Governo e il risveglio dell’opposizione”. Secondo gli studenti il mese di ottobre sarà quindi cruciale per l’esito delle contestazioni, peraltro in crescita: il 4, 5 e 6 ottobre in tutti gli atenei italiani si svolgeranno mobilitazioni coordinate con i ricercatori: assemblee, lezioni in piazza, blocco delle lezioni, azioni e iniziative, cortei; l’8 ottobre, in molte città gli universitari scenderanno in piazza al fianco dell’Unione degli Studenti; il 16 ottobre gli studenti saranno in piazza con la Fiom e il 17 alla Sapienza assemblea dei movimenti sociali

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“Università, slitta la riforma”, di ALESSANDRA MIGLIOZZI

ROMA – Si allungano i tempi per l’approvazione della riforma dell’università alla Camera, con uno slittamento della discussione in aula che rischia di portare il disegno di legge Gelmini su un binario morto, lontano dal sì definitivo entro l’anno, lontanissimo dall’ok entro l’autunno chiesto dallo stesso ministro. Ieri, infatti, la riunione dei capigruppo di Montecitorio ha deciso che il testo non arriverà più in aula la prossima settimana, ma il 14 ottobre, alla vigilia della sessione di bilancio. In pratica la legge farà capolino in assemblea e poi sarà bloccata fino a che si parlerà di Finanziaria alla Camera. Quando tornerà in aula sarà «certamente modificata», spiega la relatrice in commissione Paola Frassinetti, per cui il ddl dovrà ripassare dal Senato dove rischia di ”scontrarsi” con la sessione di bilancio di palazzo Madama. E se la legge sarà approvata entro l’anno c’è da sperare che il quadro politico si ricomponga perché in caso di elezioni anticipate le norme rimarrebbero carta morta. Anche per questo ieri il ministro Gelmini non ha nascosto il suo malumore: «Sono rammaricata, ma rispetto le decisioni del Parlamento», ha detto uscendo dalla commissione Cultura dove era arrivata carica di promesse: «Con il ministro Tremonti abbiamo trovato le risorse per gli stipendi, per il diritto allo studio e per i ricercatori». Per ricercatori c’è un pacchetto ad hoc che ruota attorno a due misure. «Per prima cosa- ha detto Gelmini- intendiamo garantire con un cofinanziamento alle università la messa a concorso di un congruo numero di posti di associato all’anno nei prossimi 6 anni, a partire già dal 2011». Alla fine è stato disposto il rinvio della discussione al 14.
Anche i rettori hanno espresso tutta la loro preoccupazione: discutere la riforma, spiega una nota della Conferenza dei capi di ateneo, alla vigilia della sessione di bilancio «equivale molto probabilmente, nella situazione politica attuale, alla rottamazione del provvedimento».

Il Messaggero 01.10.10

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Tempi lunghi per il ddl università

I rettori temono apertamente la «rottamazione della riforma», le reti dei ricercatori più contrari alle novità sottolineano la «vittoria» contro il provvedimento. Da dovunque la si guardi, è chiaro a tutte le parti in causa che la scelta di far debuttare nell’aula della Camera la riforma dell’università il 14 ottobre, in ritardo di dieci giorni rispetto alle previsioni, va ben oltre le questioni di calendario parlamentare. Il 15, infatti, a Montecitorio inizia la sessione di bilancio, che può rimandare fino a novembre, se non addirittura a gennaio, il voto sugli atenei. Uno slittamento che potrebbe anche tramutarsi in affossamento per un disegno di legge presentato alle camere quasi un anno fa.
Se modificato – come appare ormai pressoché certo – il provvedimento dovrebbe tornare al Senato per il terzo passaggio parlamentare. In un periodo in cui il barometro della politica potrebbe già indicare un fortissimo rischio di elezioni.
Un rischio che basta a spiegare la reazione del ministro Mariastella Gelmini che, dopo la decisione assunta ieri mattina dalla conferenza dei capigruppo, è sbottata: «Abbiamo garantito una lunga fase di elaborazione e approfondimento – ha rivendicato la responsabile dell’Università –, abbiamo lavorato con Tremonti per assicurare le risorse, abbiamo fatto quanto era nelle nostre possibilità. Rispetto le scelte del parlamento, ma l’attività del governo finisce qui». E non è mancato un curioso fuori programma con la Gelmini che ha provato a partecipare alla capigruppo mattutina ma si è vista sbarrare le porte della sala dove si stava svolgendo la riunione, con la motivazione che all’interno fosse già presente per l’esecutivo il titolare dei rapporti con il parlamento, Elio Vito.
Di tutt’altro tenore le reazioni del Pd che ha criticato il «blitz fallito» della Gelmini. Ed era stato proprio il capogruppo democratico a Montecitorio, Dario Franceschini, a rivolgere il giorno prima un appello al presidente dell’emiciclo Gianfranco Fini affinché venisse garantita una discussione più lunga. Trovando d’accordo l’Udc. Per Manuela Ghizzoni (Pd) proprio il tempo potrebbe essere un utile alleato nell’ottica di avere dal governo «una garanzia sulla certezza delle risorse».
Quello dei fondi è uno dei grandi interrogativi che circondano la riforma. Mercoledì scorso, in una conferenza stampa congiunta a Palazzo Chigi, la Gelmini e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, avevano assicurato di ripristinare il taglio al fondo di finanziamento ordinario degli atenei con il decreto milleproroghe atteso per fine anno.
Ma novità sono attese anche sul testo come confermato dalla stessa responsabile del Miur. Che ha confermato di attendersi «una soluzione per i ricercatori» che rischierebbero di rimanere fuori dagli atenei. Il suo appello è stato raccolto dalla relatrice, Paola Frassinetti (Pdl), che ha definito la riforma «necessaria» e ha garantito che si proverà comunque ad approvarla entro l’anno. Il termine per la presentazione degli emendamenti in commissione Istruzione scade lunedì 4 ottobre alle 19. In quella sede, proprio attraverso la relatrice, il governo potrebbe presentare una proposta di modifica con un piano di concorsi in spalmato su cinque-sei anni che consenta a 9-10mila ricercatori di passare nei ruoli da associato.
Come detto, l’allungamento dei tempi è stato accolto con stati d’animo diversi all’interno delle università. Mentre il presidente della conferenza dei rettori (Crui), Enrico Decleva, ha evidenziato il rischio che «il conseguente vuoto legislativo potrebbe per contro prolungarsi di nuovo per anni, bloccando le procedure sul reclutamento che interessano tanti giovani studiosi meritevoli», un sospiro di sollievo è giunto dalle associazioni dei ricercatori. La rete 29 aprile l’ha interpretato come «una pausa di riflessione che consentirà evidentemente di inserire nel provvedimento anche correttivi di tipo finanziario».

Il Sole 24 Ore 01.10.10

"La fine di un mondo", di Aldo Schiavone

Un vuoto di governo di proporzioni mai viste, e un dissesto sociale che rischia di andare da un momento all´altro fuori controllo. La crisi finale del berlusconismo – annunciata da tempo, ma ora precipitata con un´accelerazione imprevedibile – presenta al Paese un conto difficile da fronteggiare, con risvolti persino drammatici.
Non lasciamoci ingannare dalla farsa e dal fango: le volgarità e le bassezze dell´estate. Con il voto dell´altro giorno alla Camera, e con l´imminente nascita del nuovo partito di Fini, si sta muovendo qualcosa di duro e di serio, che tocca forze, interessi, rappresentazioni, che attraversano le nostre vite, e condizionano il nostro futuro.
Si è chiusa una fase della storia d´Italia: quella iniziata fra il ‘93 e il ‘94, con l´avventura politica di Silvio Berlusconi. Diciassette anni: praticamente una generazione cresciuta sotto il segno di una “macchina politica” che avrebbe dovuto cambiare la nostra società, e che ora non sembra avere altro scopo che di proteggere il destino personale del suo costruttore. Il ciclo si chiude esattamente e spietatamente dov´era cominciato: dai rapporti difficili – per non dire impossibili – del Presidente del Consiglio con i giudici e la giustizia.
Finisce un mondo: politico e ideologico. Politico, innanzitutto. Berlusconi aveva creduto di poter riunificare la destra italiana mescolando tradizioni e culture, bisogni e visioni del mondo in un nuovo amalgama, ispirato a un´interpretazione unilaterale e semplicistica della nuova modernità italiana – quella indotta dalla rivoluzione tecnologica postindustriale – e da un´idea impoverita fino alla scarnificazione della democrazia: con le istituzioni della rappresentanza (e innanzitutto quel Parlamento che lo mette ogni volta a disagio, perché non ne capisce il senso) svuotate in nome di un populismo mediatico chiuso intorno alla sola celebrazione del suo leader carismatico. Questo disegno gli si è spezzato fra le mani, proprio nel momento in cui sembrava aver colto il suo maggior successo elettorale. Perché la verità – nuda e cruda – è questa: Berlusconi non sa governare. Non sa tener conto di situazioni complesse, se non provando a ridurle a se stesso. Sa fare solo campagne elettorali – che è cosa ben diversa. E l´incapacità dimostrata in questi due anni a tener insieme la sua maggioranza – che non chiedeva altro se non di essere diretta con un po´ di saggezza, di disinteresse e di passione – ha dell´incredibile. Negli ultimi mesi il premier ha praticamente smesso di governare – tutto nelle mani del silenzioso Tremonti – e i conclamati successi in politica estera non sono che aria fritta nel provincialismo: basta mettere il naso fuori d´Italia per rendersi conto che mai negli ultimi decenni abbiamo contato così poco.
Insieme al fallimento politico, si consuma anche la dissoluzione ideologica. Berlusconi non aveva inventato niente: ma aveva saputo offrire all´Italia uno specchio magico (in parte coincidente con le sue televisioni, in parte con la sua stessa persona: ma c´era dentro anche qualcosa di più profondo), in cui l´Italia degli anni novanta potesse riflettersi e riconoscersi. Individualismo acquisitivo deregolato e dirompente: consumate, arricchitevi, e al diavolo lo Stato – per il resto basto io. Ebbene, questo specchio si è rotto, e da un pezzo. Non a caso, è da anni che Berlusconi non riesce più davvero a parlare al Paese. La crisi ha cambiato il nostro paesaggio interiore più di quanto non si fosse previsto. C´è bisogno d´altro: di più idee, di più pensiero, di nuove strategie: lo stantio liberalismo che il presidente del Consiglio continua a proporre è inservibile di fronte ai problemi che abbiamo innanzi. Se oggi egli fosse soltanto un imprenditore, e dovesse partire da zero, con la cultura che si ritrova, dubito che andrebbe lontano.
Nella notte del berlusconismo arranca un Paese in larga parte stremato. Il logoramento sociale dell´Italia è in effetti impressionante. Compromessi quasi tutti i legami che tengono insieme sia le regioni, sia le classi. Degradato quasi ogni spazio pubblico – fisico o culturale. L´occupazione giovanile ai minimi europei. Eroso fino all´osso quel che resta del lavoro operaio, abbandonato a se stesso – senza regole e quasi senza protezione – il nuovo lavoro ad alta densità di conoscenza. Un prelievo fiscale sempre più iniquo, che penalizza quasi solo i più deboli. Nessun nuovo investimento sulle grandi infrastrutture tecnologiche, sulla scuola, sulla ricerca, mentre i nostri rivali europei dirottano su questi settori risorse enormi.
Ma queste due emergenze – quella politica e quella sociale – non sono disgiunte. È anzi la loro connessione che determina la gravità del momento. E non è un caso se il partito che più sembra guadagnare da questa situazione sia quello di Bossi, che alimenta il suo carattere qualunquistico-popolare proprio del disfacimento politico e del dissesto sociale.
La democrazia non poggia sul vuoto. Presuppone la tenuta del corpo in cui vive: la sua coesione di fondo, la presenza di un tessuto connettivo in grado di tenere unite le sue parti e le sue diversità. Ebbene, io oggi mi chiedo se una delle conseguenze più catastrofiche del berlusconismo non sia proprio questo: che un pezzo consistente dei nostri gruppi dirigenti – non solo politici – abbia smesso di pensare all´Italia come un insieme, come un tutto, e stia coltivando l´idea di una secessione silenziosa e di fatto fra due società: una che affonda nel buio delle sue paure, dei suoi rancori e della sua nuova povertà; e una che si salva, perché è riuscita – ai danni dell´altra – ad agganciare il mondo e le sue sfide. È un´idea che fa paura: ma è qui – a poter pensare perfino questo – che ci hanno portato.

La Repubblica 01.10.10

"La lezione tedesca di Berselli", di Franco Mosconi

Quando se n’è andato, nella primavera scorsa, Edmondo Berselli aveva da poco finito il suo ultimo libro, L’economia giusta (Einaudi). Dove si legge: «Ehi, c’è qualcuno là fuori che si ricorda della New Economy, e dei suoi successi?». Arriverà mai un tempo nel quale potremo dargli una risposta all’altezza? Qualcosa come: «Sì, forse siamo diventati meno ricchi – anzi, più poveri – e la crescita non è più senza fine. Ma forse l’economia si è fatta più giusta».
Già, arriverà mai quel tempo? La domanda nasce perché quello di Berselli è un libro essenziale, rigoroso e, a un tempo, intriso di passione umana. Come ha scritto Ilvo Diamanti «quasi un invito a non dimenticare. Noi, certamente, non ci dimenticheremo di lui».
La ricchezza di quella che, pur all’interno di un’ampia produzione letteraria, può essere considerata la sua eredità morale e intellettuale, si presta a una molteplicità di letture. Tutti i quattordici brevi capitoli in cui il saggio si articola meriterebbero un commento, pieni come sono di citazioni d’autore (da Marx ai pontefici passando per Keynes e Friedman) e, soprattutto, delle riflessioni personali dell’autore. La grande storia del pensiero dell’otto- novecento e la triste cronaca dei nostri giorni si alternano in modo lieve, a tratti commovente.
Pagine che riflettono un amore per gli altri, specie i meno fortunati, coloro che sono fuori dal gioco, lontani dalle luci della ribalta.
E un’attenzione al lavoro dell’uomo e alle virtù civiche connaturate alle nostre comunità locali, dove la coesione sociale è (era?) di casa. Tutte cose che sono in forte contrasto, seguendo il filo del suo ragionamento, con l’«amoralità» di moltde transazioni finanziarie.
In questa più ampia prospettiva, mi soffermerò su due letture, fra le molte possibili nell’Italia incerta e confusa di questi anni. Chiamerò la prima di taglio «germanico», perché mai come oggi, nel nostro paese, il tema della grande Germania e delle sue eccezionali performance economiche e sociali è salito in cima all’agenda politica.
La domanda è d’obbligo: c’è solo fortuna nell’aver raggiunto quei livelli di stabilità e solidità (politica ed economica)? Si tratta solo di una positiva concatenazione di eventi sviluppatisi nei decenni seguiti alla Seconda guerra mondiale? Se vogliamo andare alla radice vera delle questioni dobbiamo fare un bel passo indietro; facendolo, scopriremo non solo le virtù del «modello di capitalismo tedesco» (o «germanico» o «renano») ma anche la direzione di una possibile «via d’uscita» – ecco la seconda possibile lettura del volume – dalla crisi in cui siamo intrappolati da più di due anni. È lo stesso Berselli a guidarci in questo cammino, certamente con le sue straordinarie doti intellettuali: con la ragione e con il cuore.
L’economia sociale di mercato e la dottrina sociale della Chiesa sono le due grandi fonti d’ispirazione che lo hanno animato nelle scrivere queste novantanove pagine. Svettano dunque i pensatori di origine tedesca: pensiamo ad autentici maestri del Novecento come Max Weber e Albert Hirschmann; agli «ordoliberali» della Scuola di Friburgo, Walter Eucken e Wilhelm Röpke; pensiamo soprattutto a Joseph Ratzinger: Papa Benedetto XVI è sovente citato da Berselli per la sua enciclica sociale, Caritas in Veritate, vista in assoluta continuità con la Rerum Novarum di Leone XIII e le due encicliche di Giovanni Paolo II, Laborem Exercens e Centesimus Annus. Anche sul piano più squisitamente politico, è la Germania al centro della riflessione; o, quanto meno, ne rappresenta il punto di partenza obbligato. Nel capitolo intitolato «Al centro dell’Europa» il protagonista assoluto è Konrad Adenauer, che fondò la Cdu e alleatosi con i liberali – scrive Berselli – «varò un ampio programma di riforme (…) con misure a favore del libero scambio, del sostegno al reddito attraverso l’aumento delle pensioni e dell’unificazione europea». È poi alla “Lezione di Bad Godesberg” (1959) che è dedicato un intero capitolo per gettare luce sulla genesi della «nuova Spd», capace sin da allora di approvare l’idea di un «libero mercato in cui regna sempre una effettiva concorrenza».
Costruendo su queste solide basi tutti i governi tedeschi (vuoi a maggioranza Cdu, vuoi a maggioranza Spd, vuoi anche di Grosse Koalition) hanno edificato un possente stato sociale e, in spirito di collaborazione con le realtà imprenditoriali e sindacali, dato vita alla famosa «co-determinazione» e a un assetto del mercato del lavoro che si sforza di evitare i licenziamenti.
Il sistema finanziario (in primis, banche e compagnie di assicurazione) è infine l’altro ingrediente che concorre a spiegare la ricetta del «capitalismo renano», come emerge dalle pagine che Berselli dedica, appunto, ai «modelli di capitalismo». Al riguardo, egli rilegge il dibattito che al principio del 1991 si svolse sulle pagine della rivista il Mulino, con gli interventi di Michel Albert e Romano Prodi, entrambi fautori del «renano» rispetto al «neo-americano » (o «anglosassone»).
Già, il 1991: esso potrebbe apparire assai lontano, e in effetti lo è. Ciò non solo per i quasi vent’anni trascorsi ma anche perché – all’epoca – l’Occidente si trovava già in piena euforia liberista: quella che, cammin facendo, si sarebbe addirittura trasformata in un «imbroglio», quello del «pensiero unico monetarista » e del Washington Consensus.
Poi il grande crack: siamo così condotti dalla riflessione centrata sulla Germania a una di stampo più universale, la seconda lettura di cui si diceva.
Il crollo del 2008-2009 non deve tuttavia sorprendere, è l’argomentazione di Berselli. Laddove, prima, c’era la redistribuzione operata col welfare e, poi, una gestione dell’economia che lasciava salire sia l’inflazione che il debito pubblico, c’è ora – scrive Berselli – l’invito ai cittadinirisparmiatori a indebitarsi. Il famoso sostegno della «domanda aggregata» di keynesiana memoria tenuto in piedi con i mutui subprime, le carte di credito, i derivati e tutte le altre diavolerie dell’economia di carta.
Poteva reggere questo sistema? Naturalmente no, anche se non tutto è perduto. C’è una nota di speranza che possiamo trarre dalle pagine de L’economia giusta, a condizione però di riconoscere, dopo il crollo di questi anni, il «peccato originale della cattiva distribuzione della ricchezza». Da qui l’assoluta necessità di politiche redistributive, sulle quali l’Europa – il tanto vituperato modello europeo plasmato sull’economia sociale di mercato – ha un indubbio vantaggio sugli Stati Uniti, che sono destinati a dividersi fra «ricchi e Lumpen». Per dirla con le parole di Berselli: «Un ordine sociale fondato su un’economia regolata dalla Stato e temperata dal welfare può riaffiorare nella globalizzazione ritrovando un ruolo e una posizione competitiva?». In Europa, certo, ma soprattutto nella «sua» Italia, abbiamo il dovere – morale, prima di tutto – di ricercare e costruire con tutte le nostre forze una risposta positiva a questa sua domanda, quella con la quale ci ha lasciati.

Da Europa Quotidiano 01.10.10

Il Consigli di Stato boccia il Ministero. Istituti sconvolti

Per la riforma Gelmini un colpo basso dal Consiglio di Stato: ribadita l’ordinanza del tar del Lazio che aveva accolto un ricorso dello Snals contro la riduzione dell’orario scolastico nelle classi intermedie di istituti tecnici e professionali. Ora, ad anno scolastico avviato ormai in tutta Italia, le scuole dovrebbero rivoluzionare tutti gli orari settimanali dalla seconda classe in poi, ripristinare i vecchi orari, rifare le cattedre e richiamare gli insegnanti che in seguito alla riforma erano stati dichiarati in sovrannumero. Insomma per l’istruzione tecnica e professionale (in pratica la metà delle scuole superiori) si va verso un caos mai visto.

Si paga in tal modo la fretta del ministro che, in risposta alle sollecitazioni di Tremonti che chiedeva alla scuola più sacrifici di quelli previsti dalla riforma, aveva anticipato i tagli dì orari previsti per quest’anno solo alle prime classi anche alle classi successive. Lo Snals aveva impugnato il provvedimento perché privo, come vuole la legge, del parere necessario anche se non vincolante del Cnpi (Consiglio nazionale della pubblica istruzione). Il Tar del Lazio all’inizio di agosto aveva accolto il ricorso. Alla fine dello stesso mese si era pronunciato anche il Cnpi che a sua volta aveva bocciato l’allargamento della riforma. La Gelmini però non aveva tenuto in considerazione queste valutazione ed aveva continuato imperterrita per la sua strada forse sperando che il consiglio di Stato a cui il ministero aveva fatto ricorso le avrebbe dato ragione. Se non altro per evitare che ad anno iniziato fosse costretta a sconvolgere l’attività della metà delle scuole superiori. Il ricorso ministeriale ora è stato respinto. Quali sono le conseguenze? Si calcola che dovranno essere ripristinate almeno 10 mila cattedre. Un’impresa titanica, perché comporta di far tornare nelle scuole che erano stati costretti ad abbandonare appunto 10 mila insegnanti e rimetterli in attività. E per gli studenti dalla seconda classe riprendere gli orari delle lezioni che valevano fino allo scorso anno scolastico. “Con questa ordinanza – si legge in un comunicato dello Snals – il Consiglio di Stato ha preso atto del parere del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione – parere fortemente critico – e ha ritenuto che l’amministrazione non possa “esimersi dal rideterminarsi sulla definizione dell’orario complessivo annuale delle lezioni delle seconde, terze e quarte classi degli istituti tecnici e delle seconde e terze classi degli istituti professionali”. Il segretario generale dello Snals Marco Paolo Nigi, ha espresso soddisfazione per la pronuncia del Consiglio di Stato, soprattutto per l’equilibrio dimostrato dai giudici di Palazzo Spada che hanno coniugato la necessità di mantenere nell’alveo della legittimità l’azione amministrativa con gli interessi di tutti i componenti della scuola a salvaguardia della qualità dell’offerta formativa”. Conseguenza certa: ora istituti tecnici e professionali sono nel panico. E non se la vedrà bene nemmeno la stessa Gelmini che, dopo l’intervento del Consiglio di Stato, sarà costretta a ridurre il gettito di risparmi forniti dalla scuola di alcuni milioni di euro.

da ScuolaOggi 01.10.10

"Famiglie e imprese senza rete", di Tito Boeri

IL 29 settembre il pensiero di tutti era rivolto ad altro. Poi d’improvviso è comparsa, sul sito del ministero dell’Economia, la prima Decisione di Finanza Pubblica (Dfp). È un documento annunciato dalla riforma delle procedure di bilancio varata a fine 2009. Arriva con mesi di ritardo, stranamente senza che nessuno, neanche dai banchi dell´opposizione, si sia premurato di lamentarne la mancanza. In realtà la Dfp non decide nulla, si limita a fotografare l´esistente. Sarebbe stata utile come cornice per la manovra varata in primavera. Invece arriva con l´autunno annunciando nella premessa di essere non solo la prima, ma anche l´ultima Dfp a vedere la luce, perché il coordinamento delle politiche di bilancio a livello europeo imporrà, d´ora in poi, un diverso titolo e calendario (speriamo rispettato) per questo documento.
Ma la vera ragione per cui sarà l´ultima decisione di finanza pubblica è nel voto di fiducia alla Camera che ha certificato come ormai l´unica vera priorità dell´agenda di governo è quella di prendere tempo, sopravvivere, rinviando ai posteri ogni decisione impegnativa. Peccato, perché questa ultima decisione ci va già stretta: la Dfp nasce già vecchia. Le revisioni del Patto di Stabilità e Crescita su cui sta maturando un consenso a livello europeo rendono, infatti, gli scenari di finanza pubblica prospettati in questa “decisione” del tutto inadeguati. Tra l´altro il documento, a pagina 19, ultimo capoverso, ci informa che la manovra varata prima dell´estate è destinata ad avere risultati inferiori al previsto per via dell´andamento deludente delle entrate. In effetti, nei primi sei mesi dell´anno le entrate tributarie sono calate del 3,5 per cento nonostante i due trimestri di crescita della nostra economia. Gli scostamenti sono ancora contenuti (si tratta di circa 3 miliardi di entrate in meno), ma fanno riflettere sulla possibilità di recuperare davvero più di 8 miliardi all´evasione fiscale da qui al 2012, come previsto dalla manovra.
Non è invece la prima volta e non sarà certo l´ultima che un governo punta solo a spostare la sua fine più in là. Ma la delusione tra chi aveva creduto in un esecutivo capace di decidere è questa volta più forte. Per via dei numeri che la maggioranza poteva esibire in entrambi i rami del Parlamento: sarebbero stati più che sufficienti per prendere decisioni importanti. E anche perché l´indecisione condita ad un attivismo di facciata nei primi due anni e mezzo di vita del governo hanno creato una miscela esplosiva: si sono moltiplicate le decisioni che dovranno, prima o poi, essere prese da qualche politico per ovviare a un vuoto normativo. Si sono scientemente rimossi molti automatismi di sistema rendendo l´incapacità dei governi di decidere ancora più onerosa per famiglie e imprese. È finita l´era della “bella figura”, titolava qualche settimana fa la “Lex Column” del Financial Times: l´economia italiana non può più andare bene prescindendo dalla politica, dall´avere un governo capace di decidere.
Gli esempi di come l´incapacità di decidere ha generato ulteriore indecisione abbondano. Dei dodici decreti previsti dalla legge delega sul federalismo, solo due sono stati varati. Questi due si limitano a demandare a ulteriori deleghe: sono una delega della delega. Si pensi al cosiddetto federalismo demaniale che chiederà allo stato di decidere cosa è alienabile e cosa no e a comuni e regioni di scegliere cosa fare di questi beni in base a principi tra di loro contraddittori, tra i quali qualcuno (chi?) dovrà prima o poi operare una scelta. Le bozze di decreto che determinano i costi standard, non contemplano alcun criterio oggettivo nel riparto della spesa sanitaria. Saranno tutte decisioni politiche che, quel che è peggio, dovranno essere rinegoziate ogni anno. Insomma, nessuna decisione, salvo quella di aumentare il numero e la frequenza delle decisioni che dovranno essere prese in futuro. Altro esempio, forse più vicino alle imprese, in questi mesi nella concessione della Cassa integrazione c´è stato il sorpasso degli strumenti ordinari da parte di quelli in deroga, demandati alle scelte discrezionali della politica. Il risultato è che molte imprese e lavoratori non sanno se potranno contare ancora su questi ammortizzatori sociali l´anno prossimo. Al posto del “nuovo Statuto dei Lavori” che doveva essere completato entro il primo anno di governo, c´è stato solo il collegato sul lavoro all´ultima Finanziaria: 50 articoli, alcuni dei quali con 40 tra commi e sottocommi, che servono solo a concedere al Governo una delega a scrivere altri commi. Il disegno di legge sull´università approvato a luglio dal Senato contiene più di 150 deleghe che rinviano alla produzione di altre leggi, per un totale di circa 500 nuove norme, che imporranno interventi legislativi per poi aggiungersi a un apparato normativo già elefantiaco. Purtroppo non si può neanche fare finta di nulla, pensando che tanto le deleghe non verranno mai esercitate. Bisogna, al contrario, cominciare ad attrezzarsi ad un cambiamento che magari non interverrà mai. Siamo in quell´interregno dove fioriscono le consulenze giuridiche. I consulenti del lavoro, non a caso, sono in continua crescita in un periodo di forte crisi occupazionale.
Il crescente distacco del mondo imprenditoriale e delle associazioni di categoria da questo governo riflette l´insofferenza per una paralisi decisionale più costosa che in passato. È un disagio che misura anche lo spazio per un´alternativa. Dovrebbe l´opposizione mostrare di essere capace di decidere su alcuni punti programmatici, come l´ingresso dei giovani nel mercato del lavoro (le cui asperità sono state ieri ulteriormente documentate dall´Istat), i nuovi ammortizzatori sociali, la riforma fiscale e le liberalizzazioni. Se non è in grado di farlo che ameno si impegni sin d´ora a sfoltire il calendario delle decisioni politiche: meno rinvii, meno deleghe delle deleghe, più automatismi. Sarebbe anche questo un modo per ridurre, e per davvero, i costi della politica italiana.

L’Unità 01.10.10

Adro. Nuovo esempio di un governo fallimentare

I senatori del Pd chiedono al governo di far rimuovere i simboli leghisti e di riferire in Parlamento. Richiesto il trasferimento del prefetto di Brescia. “Abbiamo definito vergognoso e deplorevole il comportamento del sindaco della giunta leghista di Adro per la decisione di esporre il simbolo del suo partito nella scuola pubblica di Adro. Ma troviamo altrettanto deprecabile la risposta del Governo che oggi, in Commissione Istruzione del Senato, ha di fatto evitato di dare risposte chiare e definitive sui tempi di rimozione dei simboli del Sole delle Alpi, su chi ha l’autorità per farli rimuovere, insomma non ha dato soluzioni al problema.” Lo ha dichiarato la senatrice del Pd Vittoria Franco, prima firmataria di una interrogazione, sottoscritta dai colleghi del Pd Mariangela Bastico, Mauro Ceruti, Maria Pia Garavaglia, Antonio Rusconi, Anna Serafini , Albertina Soliani e Vincenzo Vita, nonché dai Vicepresidenti del Guppo Pd Senato, Nicola Latorre e Luigi Zanda. I parlamentari hanno chiesto al Governo “di riferire in Parlamento sulle reali intenzioni del ministro per rimuovere quei simboli e per riportare quella scuola nell’alveo della costituzione, dell’autonomia delle istituzioni scolastiche e del pluralismo. E’ inammissibile sottolineano i senatori democratici – che in un Paese civile e democratico accada un fatto simile”. “Eppure – hanno continuato – il Ministro Gelmini sa bene che le istituzioni scolastiche hanno l’obbligo di assicurare la neutralità dell’insegnamento e che il compito del titolare dell’Istruzione è quello di garantire un’offerta formativa priva di condizionamenti di ordine politico”. “Dopo l’invito autorevole del Presidente Napolitano a rimuovere quei simboli, dopo la richiesta di chiarimento in Parlamento da parte dell’opposizione, dopo le proteste di famiglie e operatori della scuola di Adro, la reticenza e la riluttanza a rispondere da parte del Governo appare ancora più grave e inaccettabile”.

“Il ministro Maroni provveda al trasferimento del Prefetto di Brescia, dottoressa Brassesco Pace: per noi questa è una misura ormai inevitabile”. E’ quanto hanno chiesto con un’interrogazione al ministro dell’Interno i deputati del Pd Paolo Corsini e Pier Angelo Ferrari “dopo la vicenda, ormai universalmente nota – hanno ricordato – della scuola di Adro dove il Sindaco ha dato un oscuro esempio del tipo di regime “leghista – padano” che si intende instaurare nella scuola pubblica. Il Prefetto di Brescia – hanno spiegato Corsini e Ferrari – sempre presente in termini a manifestazioni di rappresentanza, ad inaugurazioni e celebrazioni, non ha preso alcuna posizione in questa delicata vicenda, assumendo un atteggiamento pilatesco, facendo finta di non vedere, evitando di dire ciò che era più logico, cioè richiamare pubblicamente il Sindaco al rispetto delle norme connesse all’utilizzazione di bandiere e simboli nelle sedi pubbliche. Per questo noi riteniamo che sia doveroso un intervento sanzionatorio nei confronti dello stesso Prefetto che non ha voluto garantire la legalità”.

www.partitodemocratico.it

"I capolavori dell'arte salvati dalla tecnologia", di Irene Tinagli

Chi pensava che l’eredità di tanti grandi artisti del passato fosse destinata ad ammuffire nelle sale più o meno visitate di qualche museo non aveva fatto i conti con l’avanzare delle nuove tecnologie. Proprio in questi giorni Botticelli e i capolavori del Rinascimento fiorentino sono tornati a emozionarci non attraverso una mostra ma da foto digitali in altissima definizione che stanno spopolando sul Web.
Nonostante tanti luoghi comuni, arte e tecnologia non sono mai state completamente separate. Dalla creazione di colori che resistessero al tempo, o che consentissero sfumature e certi effetti di luce, alle tecniche e i materiali che hanno consentito sculture sorprendenti e innovative, fino allo sviluppo più recente di luci speciali per mostrare quadri antichi e preziosi senza danneggiarne lo splendore, o all’archiviazione digitale di intere biblioteche regalateci intatte dal tempo ma nascoste nei luoghi più disparati del mondo. Ma le applicazioni della tecnologia all’arte non si fermano qui e continueranno a sorprenderci ed emozionarci in futuro. E questo deve darci gioia e speranza non solo per l’arricchimento culturale che questi progressi portano con sé, ma anche per la loro portata economica e le ricadute che hanno sulle prospettive di crescita del nostro Paese.

Come mostra un recente studio realizzato dall’Istituto Tagliacarne su impulso di Unioncamere e del ministero per i Beni e le Attività Culturali, le attività connesse alla valorizzazione e promozione del patrimonio culturale sono una vera e propria filiera produttiva. Conta circa 900 mila imprese, dà lavoro a 3,8 milioni di persone e produce un valore aggiunto di circa 167 miliardi di euro, ovvero il 12,7% del valore aggiunto prodotto dall’economia italiana. Un’universo produttivo sempre più ampio e variegato, in cui si intrecciano attività tradizionali e artigianali, tecnologie, comunicazione e nuove professioni. Un settore che oltretutto, sempre secondo i dati del Tagliacarne, dal 2001 al 2006 ha avuto una crescita media annuale superiore alla media in Italia, sia in termini di valore aggiunto (+4,3% contro +3,5%) sia di occupazione (+2,9% contro +1,3%). Dati forse poco pubblicizzati, ma di cui bisognerebbe essere tutti più consapevoli. Qualcuno, comunque, ci sta già provando. E infatti proprio da questa consapevolezza è nato DNA Italia, il primo salone italiano dedicato alle tecnologie per la conservazione, fruizione e gestione del patrimonio culturale, che apre oggi a Torino. Tre giorni in cui il Lingotto darà spazio a workshop, dibattiti, e a numerosi progetti, materiali, e tecnologie d’avanguardia applicate o applicabili al Patrimonio Culturale. Dal multimediale alle nanotecnologie, dall’imaging alle tecnologie spaziali: un’occasione per guardare un po’ avanti e immaginare tutto quello che si potrebbe fare in questo bel Paese così ricco di risorse eppure oggi così avvilito.

Un Paese incapace di sollevare lo sguardo dai propri piedi, preoccupato dal baratro in cui sembra sempre dover cadere da un momento all’altro, ignaro delle vette che potrebbe raggiungere se solo sapesse alzare la testa.

La Stampa 01.10.10