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"Caos atenei, tutti contro le promesse del governo", di Gioia Salvatori

«Tra qualche giorno ci sarà un passaggio cruciale per la formazione della coscienza critica delle nuove generazioni: spiegare agli universitari perché il prof non c’è», dice uno studente. E allora saranno assemblee col megafono e riunioni, rabbia e striscioni più di adesso, perché ora nei corridoi si aggira solo chi deve fare esami. Intanto continua la mobilitazione nelle università italiane: diecimila ricercatori hanno deciso di non prestarsi alla docenza, l’inizio delle lezioni è a rischio in decine di atenei in tutta la Penisola e, mentre studenti e ricercatori (ieri la loro notte bianca su radio e tv web) annunciano sit in piazza Montecitorio contestualmente alla discussione del ddl Gelmini, l’università si prepara a tre giorni di mobilitazione negli atenei dal 4 al 6 ottobre. Non c’è unità tra base e professori di lungo corso: dopo la promessa di Tremonti di finanziare la riforma universitaria entro due mesi, finisce sotto il fuoco di fila la conferenza dei rettori (Crui) accusata dal coordinamento nazionale dei ricercatori, dalla rete degli universitari-Link, dall’Uds e dai giovani democratici, di flirtare col governo in cambio di un piatto di lenticchie. «Le promesse di Tremonti e della Gelmini sono vane senza soldi e per salvare gli atenei dalla bancarotta, per finanziare la riforma universitaria, il diritto allo studio e i bandi di concorso servono 5miliardi. Non credo il governo li troverà. Noi siamo disposti al dialogo ma non smetteremo di chiedere il riconoscimento dello status giuridico per i ricercatori-docenti: una riforma a costo zero. Siamo aperti al governo ma non ci faremo intimorire dai baroni e dai presidi che ci ricattano quando ci asteniamo dalla docenza», dice Marco Merafina, coordinatore del Cnru (coordinamento nazionale ricercatori universitari) alla fine di un’assemblea a Roma. A studenti e ricercatori le promesse dei ministri Gelmini e Tremonti non bastano: a dare il polso sono i numeri dell’Università degli studi di Roma La Sapienza dove a 223 bandi per corsi che dovevano tenere i ricercatori, hanno risposto in 30. Gli atenei coi grandi numeri soffrono di più: Roma, Bologna, Napoli Federico II, Torino statale e Bari statale. Così i senati accademici uno dopo l’altro, decretano l’impossibilità di un regolare avvio dei corsi, inevitabile se i ricercatori, una categoria che tiene circa il 40% delle lezioni,non sale in cattedra. Nella Capitale i rettori, nonostante la posizione ufficiale della Crui, protestano: da Tor Vergata Renato Lauro fa sapere che alla voce fondo ordinario «siamo sotto-finanziati per32milioni di euro secondo valutazioni del ministero ». Dalla Sapienza Luigi Frati fa sapere che «alla Sapienza occorrono 70-80milioni di euro: Tremonti e Gelmini si facciano carico della situazione nella Finanziaria 2011. Mi rifiuto di approvare il bilancio preventivo 2011in rosso». Poi ricorda i tagli effettuati con gli accorpamenti di facoltà (ce ne erano 23 ora sono 11) e provoca: «Il governo magari manderà un commissario, ma io non mi dimetterò ». Guido Fabiani, il rettore di Roma Tre, ha chiesto fondi per far diventare i ricercatori docenti: sono tanti e troppo preziosi per la didattica; ha stretto un accordo con Tor Vergata per ottimizzare, in tempi di magra, fondi ricerca e laboratori. GRANDI E PICCOLI Gli atenei più grandi, quelli dove più difficile è gestire i buchi di bilancio e la protesta, difficilmente riusciranno ottimizzando le poche risorse a coprire i buchi di docenza. Qualcuno invece ci prova: al Politecnico di Torino il Cda è orientato ad adottare la soluzione minacciata dal rettore dell’università di Bologna: via al reclutamento di professori a contratto per supplire coi contrattisti precari i ricercatori, denuncia l’Udu. Gli atenei toscani di Pisa, Siena e Firenze pensano a una mobilitazione unitaria ai primi di ottobre per coinvolgere il governatore della Toscana Enrico Rossi nella protesta. A Pisa la facoltà di scienze fisiche e matematiche va verso lo stop dei corsi sine die fino al ritiro del ddl Gelmini e Padova e Pavia potrebbero approdare alla stessa decisione. A Firenze alla facoltà di scienze politiche i corsi opzionali sono scomparsi dall’offerta formativa, le lezioni inizieranno il 27 settembre anziché il 20 a scienze politiche. A Ferrara la facoltà di architettura è bloccata dalle defezioni dei ricercatori e anche le università di Parma e Ancona sono in difficoltà: piccoli atenei dove i corsi saltano per il blocco del turn-over, dove il mancato rimpiazzo dei pensionati si fa sentire tanto quanto la protesta dei ricercatori. Tra qualche giorno, quando gli studenti torneranno, gli atenei saranno tutta un’assemblea: coscienza critica da formare al di fuori delle aule.

L’Unitò 25.09.10

"-Tante piccole Adro, la Lega marchia il Nord", di Paolo Berizzi

Gli altri Adro sono paesoni che gli assomigliano, laboratori del neorealismo leghista dove – tra estensioni cromatiche (rigorosamente verdi) e incisioni post-celtiche, soli delle alpi e guerrieri – il marketing padano non solo è accettato.
Anzi, è addirittura coccolato dalla maggioranza delle comunità. Benvenuti a Cividate al Piano, pianura bergamasca, 5mila abitanti di cui solo 589, stando all´immancabile petizione, contrari alla trovata del sindaco Luciano Vescovi: una piastrellona raffigurante l´ormai celebre sole a spicchi incastonata nel selciato di piazza Papa Giovanni XXIII, di fronte al Comune a guida ovviamente leghista. A chi si è permesso di obiettare il primo cittadino ha risposto: «Quel simbolo è un segno della nostra cultura popolare, operaia e contadina». Vescovi scantona, per ora. Ma quest´anno potrebbe dover rinunciare alla vista del suo ornamento architettonico: a Cividate (da civitas, era una colonia romana, ironia della storia) ci saranno le elezioni comunali. E quel sole vìola le «norme per la disciplina della propaganda elettorale».
I leghisti di Cividate sono gente di fede oltre che di fantasia. A Natale nel presepe della loro sede hanno sostituito il superato Gesù con una più attuale statuetta di Umberto Bossi. «Marchiamo il territorio», sintetizza un dirigente leghista. Le officine della pop art del Carroccio sono soprattutto tra le roccaforti Bergamo e Varese. Capriate San Gervasio offre un sole delle alpi sul cancello della casa comunale. Nel 2005 la prefettura segnalò il caso al ministero dell´Interno. Che definì l´installazione «illegittima». Ma dopo cinque anni il sole è ancora lì, per la gioia del sindaco Cristiano Esposito, già censore di kebab e negozi etnici. La provincia di Bergamo è targata Lega, molti cartelli stradali sono in dialetto. Palazzago, altro esempio di propaganda applicata al territorio. L´area feste non ospita solo kermesse padane. Eppure vi fa capolino una scultura con impresso, a imperitura memoria, il simbolo elettorale della Lega Lombarda: cartina della regione e immagine di Alberto da Giussano.
Quasi un´ossessione, ormai. Altro che le scritte a vernice sui cavalcavia delle strade: oggi i dirigenti del Carroccio ingaggiano fabbri e scultori. Prendete Varese. Se a Vedano Olona la giunta si è accontentata di ornare il municipio con orpelli del partito, a Castronno si sono superati. Già che si doveva ricostruire, il sindaco Luciano Grandi ha pensato che il ponte di ingresso al paese fosse più carino se “firmato” con la scritta Castronno e due soli delle alpi. «Solo un segno beneaugurante», ha chiosato, furbetto. «Ma siccome sono stato eletto con la Lega sono nate le polemiche» (e chissà perché). Fa discutere anche il colpo d´ala del suo collega di Dosolo, Mantova. Una mattina gli alunni sono andati a scuola e hanno trovato i dossi pedonali di un altro colore: non più rossi – come usa dappertutto – ma verde. Suggestiva la versione del vicesindaco Dennis Asinari: «Il verde conferisce all´abitato un´impronta ecologista». Già. In fondo di cosa stupirsi se, come racconta il ministro dell´agricoltura Galan, il suo predecessore Zaia aveva ricoperto i corridoi del ministero con passatoie verdi. A Buguggiate resiste la “rotonda dei ciclisti” opera del senatore Giuseppe Leoni in occasione dei mondiali di ciclismo. I ciclisti scolpiti in volata? Sono i big della Lega. Il New York Times lo definì un esempio di cattivo gusto. Non fu il solo.

La Repubblica 25.09.10

"Confindustria: tutti intorno a un tavolo", di Teodoro Chiarelli

Chissà se passerà agli annali come «il patto di Genova». Certo la proposta «per la crescita, la competitività e l’occupazione» che Confindustria lancia dal centro congressi disegnato da Renzo Piano e incuneato nel cuore del Porto Antico del capoluogo ligure, potrebbe riannodare le fila di un confronto fra le parti sociali che sembrava irrimediabilmente sfilacciato. «Ci sono tutte le condizioni per decidere di fare insieme un primo tagliando all’accordo del 2009 e, con i sindacati tutti, firmatari e no, verificare oggettivamente lo stato dell’arte», dice Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria.
Sette volte ripeterà nel suo intervento «tutti insieme». Una chiara operazione di disgelo verso la Cgil dopo gli scontri sulla questione Fiat. «Non abbiamo nessun preconcetto nei confronti di nessuno – spiega il vicepresidente di Confindustria per le relazioni industriali – più siamo, meglio è». I tempi? «Al più presto, entro l’anno mi sembra ragionevole. L’importante è che non si pongano condizioni, non si mettano limiti. Bisogna sedersi sgombri da preconcetti, con l’obiettivo di guardare avanti e non con lo specchietto retrovisore».
Gli industriali, dice Bombassei, sono anche pronti a un accordo interconfederale sulle regole di rappresentanza. «Non una legge. La legge eventualmente dopo, per darne validità generale». Bombassei non si sottrae comunque al tema caldo della Fiat. Non nomina il Lingotto, ma sostiene la richiesta di un contratto specifico per l’auto. «Dobbiamo riflettere tutti insieme sul fatto che la competizione internazionale potrebbe anche porre la necessità di avere discipline specifiche per singole realtà aziendali o di comparto». Il vicepresidente della Confindustria, sostiene che «ci dobbiamo domandare se, mentre intorno a noi è cambiato il mondo, non ci sia la necessità di ripensare agli accorpamenti settoriali che sono stati costruiti cinquanta o sessanta anni fa in un contesto totalmente diverso da oggi. Allargare il campo di applicazione dei contratti è un obiettivo, ma non può essere un vincolo. Razionalizzare è corretto, ma potrebbe risultare utile e necessario anche specializzare».
Ma in Confindustria c’è anche grande preoccupazione per l’insufficiente crescita del Paese e le pesanti ricadute sull’occupazione, soprattutto per i giovani: il 27,9%, più di uno su quattro, non ha un lavoro; se poi si guarda alle giovani donne del Sud si sale al 40,3%. Ecco perché la presidente Emma Marcegaglia sbotta di fronte all’ottimismo del governo: «Non è vero che siamo andati meglio di altri Paesi. Siamo stati fortemente colpiti, siamo entrati nella crisi già in crisi: negli ultimi dieci anni siamo cresciuti l’1% meno degli altri Paesi. La Germania, il nostro maggiore competitore, nel 2010 crescerà del 3,4%».
Sulla stessa lunghezza d’onda Banca d’Italia. «Con la crisi – spiega il vicedirettore generale di via Nazionale, Ignazio Visco – l’Italia ha sofferto una contrazione tra le maggiori osservate nei Paesi avanzati, non per le difficoltà del sistema bancario, che ha retto meglio che altrove, ma per gli effetti della recessione. Il nostro Paese è stato colto dalla crisi in un momento delicato, di trasformazione del sistema produttivo dopo quindici e più anni di stagnazione economica».
Dichiarazioni che non piacciono per niente a un irrefrenabile Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione. «I dati ufficiali e strutturali – replica stizzito – sottolineano che l’Italia ha attraversato la crisi meglio di tanti altri Paesi che ci davano lezioni. Chiedere all’Italia, con i gap infrastrutturali che ha, di crescere come la Germania è un po’ troppo». È la presidente di Confindustria a rispondere, con un sorriso tirato, al ministro. «Non chiediamo di crescere al 3,4% come la Germania, ma almeno al 2% come la media europea, questo sì. Con le riforme si può fare. Invece siamo al massimo all’1,2%. Dobbiamo concentrarci sulla crescita, tutti insieme: imprese, sindacati e politica». Oggi, con gli interventi di Luigi Angeletti, Raffaele Bonanni, Guglielmo Epifani, Maurizio Sacconi e della stessa Marcegaglia capiremo se ci sono spazi di manovra.

La Stampa 25.09.10

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“Finalmente Confindustria ha capito ma ora la smetta con la conflittualità”, di Luisa Grion

«Bene, finalmente anche la Confindustria si è accorta che siamo messi male e che in termini di politica industriale questo paese non sta facendo nulla. Ora però la Marcegaglia passi dalle parole ai fatti». Così Maurizio Landini, leader della Fiom-Cgil, commenta le parole della presidente degli imprenditori, che critica l´ottimismo del governo e di chi continua a dire che – quanto ad economia – «siamo messi meglio degli altri».
Landini, Confindustria dice sulla crisi quello che vuoi dite da tempo. Soddisfatto?
«No, perché vedo tante dichiarazioni e niente di concreto. Per fortuna gli industriali hanno preso atto che il governo non fa nulla sul terreno della politica industriale. Ma quello stesso governo – d´accordo proprio con Confindustria – sta mettendo in discussione i diritti dei lavoratori e tenta di cancellare il contratto nazionale. Ora mi aspetto che l´atteggiamento delle imprese cambi».
Cosa dovrebbe fare Confindustria?
«Smetterla di perdere tempo firmando accordi separati e investire piuttosto sul lavoro. Non si esce dalla crisi puntando sulla conflittualità. Non si rilancia l´economia se invece di guardare ai veri problemi delle imprese e alla mancanza di innovazione dei prodotti, si continua a pensare che tutti i guai siano dovuti ai salari dei lavoratori e ai loro diritti».
Lei parla di innovazione dei prodotti, ma va pur detto che dove la crescita è più forte, ad esempio la Germania, ci sono aiuti alla ricerca che le nostre imprese si sognano.
«Vero. Ma in quegli stessi paesi le imprese, da sole e senza aspettare i governi, da sempre investono in innovazione molto più delle nostre».
Ma la Marcegaglia chiede anche meno tasse sia per le imprese che per i lavoratori, non è un buon punto di partenza?
«La riforma fiscale va fatta certo, ma non pensando ad un generico taglio delle tasse. Bisogna tenere conto di come – durante la crisi – lavoratori e pensionati abbiano pagato di più e di come, sul fronte delle imprese, sia invece aumentata l´evasione fiscale. Il fisco va riformato, ma bisogna parlare di lavoro, estendere a tutti l´utilizzo degli ammortizzatori sociali e bloccare i licenziamenti. E´ così che si riparte».
Il fatto che oggi la Marcegaglia e i leader sindacali si vedano per discutere di contrattazione, può segnare una svolta nei vostri rapporti con le imprese?
«Non vedo fatti e non basta parlare ai seminari: bisogna discutere ai tavoli della contrattazione, firmare intese che coinvolgano tutto il sindacato e convalidarle con i referendum dei lavoratori. Ma su questo fronte direi che non ci siamo: nei prossimi giorni le imprese hanno piuttosto in calendario appuntamenti per disdire il contratto nazionale dei metalmeccanici ed estendere agli altri settori gli accordi di Pomigliano. Bisogna cambiare strada, e lo dico non solo per difendere i lavoratori, ma perché questo atteggiamento danneggia le imprese e il Paese».

La Repubblica 25.09.10

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E il duro Bombassei dialoga con la Fiom

Prima ha guidato la manifestazione della Fiom sino all’ingresso del Porto Antico dove, 500 metri più avanti, si teneva il convegno organizzato da Confindustria. Poi ha chiesto di poter parlare dal palco: un breve intervento per poter illustrare i perché della protesta genovese. Franco Grondona, segretario della Fiom di Genova, è un uomo pragmatico. Duro e puro, vecchio stampo forgiato dai lunghi anni trascorsi allo stabilimento siderurgico dell’Ilva, ma lontano anni luce dalla protesta fine a se stessa e inconcludente. Si sciopera, si lotta, anche a oltranza, ma per raggiungere poi un accordo, un risultato per i lavoratori.
Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria per le relazioni sindacali e ieri, in attesa di Emma Marcegaglia, padrone di casa al centro congressi dei Magazzini del Cotone, non è certo una mammoletta, ha fama di duro nelle trattative. Eppure ieri è rimasto colpito da quella richiesta a sorpresa. Non se l’è sentita di far parlare il sindacalista dalla tribuna, ma lo ha invitato a un faccia a faccia in una saletta riservata.
Nell’incontro Bombassei e Grondona hanno parlato di contratto e occupazione, con particolare riferimento alle vicende di Fincantieri e Ilva. «Abbiamo posto a Confindustria – riferisce Grondona – il problema della rappresentanza. Bombassei ci ha detto che c’é un problema di competitività, che è necessario salire sul treno di Pomigliano e nessuno può avere diritti di veto. Noi abbiamo sottolineato che gli accordi separati non possono valere per tutti. Un accordo è tale se non è una capitolazione, se entrambe le parti ci perdono qualcosa, ma Confindustria chiede al sindacato di perderci troppo».
Alla fine Grondona ha commentato: «Un incontro fra persone educate, in cui ognuna è rimasta della propria opinione». Ma al di là dei contenuti – nessuno pensava di trovare un qualche clamoroso accordo – resta il segnale, positivo di questi tempi randagi, che persone su fronti opposti tornino comunque a parlarsi e a confrontarsi. In questo senso Bombassei ha dimostrato la propria coerenza con il messaggio lanciato dalla tribuna genovese.
Alla manifestazione della Fiom al Porto Antico, fra decine di bandiere rosse e uno striscione con lo slogan «Mai schiavi», hanno partecipato, secondo gli organizzatori, poco meno di 2 mila persone. Al corteo ha preso parte anche una rappresentanza degli orchestrali del Teatro Carlo Felice che si oppongono alla cassa integrazione: un breve concerto di ottoni davanti all’Acquario e poi il serpentone sino al cordone di polizia e carabinieri che proteggeva l’accesso al centro congressi. Slogan, urla e canzoni ironiche, ma tutto si è svolto senza incidenti. Momenti di tensione si sono registrati solo al passaggio di alcuni congressisti di Confindustria che hanno sfilato davanti al corteo della Fiom, bloccato dalla polizia a circa 500 metri dai Magazzini del Cotone. Un gruppo di persone si è staccato dal corteo e, urlando alcuni slogan, ha cercato di avvicinarsi ai congressisti, ma è stato bloccato dallo stesso servizio d’ordine della Fiom.

La Stampa 25.09.10

"Come affondare l'unica banca multinazionale italiana", di Tito Boeri e Luigi Guiso

E’ stato un gesto di irresponsabilità, in cui hanno giocato un ruolo decisivo le fondazioni bancarie, quello che ha portato all’impeachment di Alessandro Profumo senza un sostituto e senza un preciso capo d’accusa. Un nuovo amministratore delegato dovrà essere trovato entro poche settimane, da un consiglio tutt’altro che coeso al suo interno. Bene che si faccia sin d’ora chiarezza sui criteri e le procedure che verranno seguite nel selezionare i candidati. Sarà fondamentale anche rivedere la governance di Unicredit che si è rivelata fragilissima. La lezioni da trarre è che le fondazioni devono uscire dalle banche. Gioverebbe alle banche, alla collettività. E anche a loro.

Il metodo scelto per far fuori Alessandro Profumo da Unicredit è stato dei peggiori.

IMPROVVISAZIONE E IRRESPONSABILITÀ AL POTERE

Gli azionisti hanno ovviamente il diritto di sostituire un amministratore delegato. Buoni azionisti lo fanno quando l’ad smette di produrre valore per l’impresa. Buoni azionisti, prima di farlo, trovano un adeguato sostituto, soprattutto se l’avvicendamento avviene in un momento di tensione come quello oggi attraversato da Unicredit: una colosso bancario in mezzo al guado della svolta organizzativa che dovrebbe portare alla banca unica e con 4.100 esuberi all’orizzonte. Buoni azionisti decidono il cambio di management all’interno del consiglio di amministrazione, con tutte le sue componenti, per evitare futuri scollamenti.
A Unicredit non è andata così: Profumo è stato licenziato fuori dal cda e solo la sua insistenza, quella del collegio sindacale e dei consiglieri indipendenti nel pretendere un voto palese ha provocato un dibattito e una scelta tra i consiglieri. Ciò non ha rimediato all’altro problema, l’assenza di un sostituto. Chiunque capisce che trovare un manager adatto a gestire una banca di quelle dimensioni e complessità richiede tempo perché si pesca da un pool molto ristretto: farlo in fretta produce quasi sicuramente errori seri. Il presidente Dieter Rampl ha avocato a sé le deleghe ma non può tenerle per più di qualche settimana senza violare nella sostanza le istruzioni di vigilanza oltre che principi elementari di governance. Ma il sostituto dovrà ora trovare il gradimento delle varie consorterie che hanno prodotto il licenziamento di Profumo, processo che non promette tempi rapidi. Dovrà essere tedesco? O piuttosto provenire dal Veronese? O, per accontentare entrambi, magari lo si cercherà nell’Alto Veneto, ai confini con il Sud Tirolo? Tanti più vincoli si aggiungono alla ricerca del prossimo amministratore delegato, tanto più è probabile che l’osservanza di questi vada a discapito dell’unico criterio che dovrebbe informare la scelta: competenza e adeguatezza a gestire l’ottava banca europea, sin qui l’unica banca multinazionale italiana. Bene che si faccia fin d’ora chiarezza sui criteri e le procedure. Ad esempio, non ci risulta che sia stata sin qui incaricata un’agenzia di head hunting. È così? Perché?

PERCHÉ UNA SCELTA COSÌ PRECIPITOSA?

La gestione di Profumo non è stata priva di errori. Ma non è facile giustificare una scelta tanto precipitosa con una cattiva performance dell’ad, almeno per quel che è dato conoscere.
Primo, sotto la guida di Profumo la dimensione dell’istituto è aumentata di cinque volte e mezzo in dieci anni senza registrare perdite di efficienza e garantendo un cost income ratio piuttosto stabile al 55 per cento (vedi tabella 2). Dal 29 aprile 1997 al 17 settembre 2010, la durata della carica di Profumo, titolo e dividendi hanno offerto un rendimento dell’8 per cento, contro il 7 per cento delle banche italiane in generale.
Secondo, la performance di Unicredit durante la crisi non è stata peggiore di quella delle altre grandi banche italiane, che possono essere prese come benchmark. La tabella 1 mostra i rilevanti dati di bilancio negli ultimi quattro esercizi (due antecedenti alla crisi e due successivi alla crisi), comparandoli con quelli di altre grandi banche italiane. Durante la crisi il ROE medio è stato attorno al 5 per cento, in linea con quello di Intesa-San Paolo e superiore a quello delle altre banche (1). Insomma, le informazioni disponibili dicono che Profumo ha gestito una fase difficile con risultati comparabili, se non migliori degli altri, rafforzando la stabilità dell’istituto senza ricorrere a interventi dello stato.
Terzo, è vero che la forte crescita di Unicredit e l’errore compiuto con l’acquisizione di Capitalia (a prezzi troppo alti) hanno contribuito alla crisi di capitalizzazione del 2008 ed a risultati inferiori a quelli di altre grandi banche nel 2009. Ma l’outlook di Unicredit è dato in netto miglioramento da tutti gli analisti: ad esempio, Ubs prevede un raddoppio del return on equity nell’anno in corso e un ulteriore aumento nel 2011; e lo stesso fanno gli analisti di Nomura. Dietro lo scenario in ripresa ci sono le misure intraprese da Profumo in termini di aumento di capitale (ovviamente indigeste ai grandi azionisti) e di tagli ai costi. E alla luce di prevedibili miglioramenti degli utili, la scelta di disfarsi di Profumo avrebbe avuto vita breve, come le congiure che non si consumano in una notte. Occorreva fare in fretta, sfruttando l’estemporanea convergenza di interessi di azionisti altrimenti eterogenei: fondazioni italiane e partecipanti tedeschi al capitale, per i quali un manager forte e indipendente come Profumo era diventato ingombrante per la realizzazione delle loro strategie. Il peso crescente delle banche libiche nell’azionariato di Unicredit è stato solo un pretesto per il dimissionamento forzato, come ha ammesso lo stesso Rampl (LINK a intervista al Corriere). Del resto il chiarimento tra i soci di maggioranza e Profumo su questo aspetto c’era già stato da settimane.

UN PROBLEMA DI ARROGANCE O DI GOVERNANCE?

Profumo è stato accusato di avere accumulato molto potere di fronte alla proprietà dell’impresa. È stato definito “arrogante”. Vero. Come non avevamo mancato di rilevare su questo sito, all’inizio di ottobre 2008, in mezzo alla tempesta che aveva colpito Unicredit, Profumo, davanti agli studenti del Collegio di Milano, aveva ribadito la sua intenzione di lasciare il timone della sua banca per il suo sessantesimo compleanno, cioè otto anni dopo, rivelando una fiducia assoluta nel fatto che il suo consiglio di amministrazione lo avrebbe appoggiato in modo incondizionato e ancora così a lungo. I compensi ricevuti negli ultimi dieci anni da Profumo (50,7 milioni di retribuzioni, 7 di assegnazioni azionarie e 40 di buonuscita) sono una dimostrazione del potere che aveva accentrato su di sé. Si tratta di più di tre volte la media dei compensi dei manager delle altre grandi banche italiane, oltre che di quasi duecento volte il costo del lavoro medio dei dipendenti Unicredit in questo periodo.
Se un amministratore delegato acquisisce tanto potere rispetto agli azionisti, ciò riflette una debolezza intrinseca dell’azionariato e una correzione di rotta è desiderabile. Ma non necessariamente nel manager, quanto nella struttura e nella qualità della proprietà. Questo avrebbe dovuto fare Unicredit. Invece si ritrova un board assembleare, con ben 23 consiglieri, i cui interventi vengono battuti dalle agenzia di stampa ancora prima di essere conclusi. Con evidenti conflitti di interessi (pensiamo al caso di Maramotti, vice-presidente del Credito Emiliano, banca concorrente di Unicredit, che è stato particolarmente attivo nella cacciata di Profumo) .

QUANDO LE FONDAZIONI AFFONDANO UNA BANCA

Nell’allontanamento di Profumo hanno esercitato un ruolo cruciale le fondazioni bancarie, definite dal Financial Times “una importante parte regionale del controllo politico-economico del sistema (in italiano nel giornale) sulle banche”. Questo è il dato su cui riflettere.
Le fondazioni dovevano uscire gradualmente dall’azionariato delle banche e non dovevano comunque utilizzare le loro partecipazioni come strumento di controllo. Ciò perché per costituzione hanno obiettivi distorti: essendo di emanazione politica privilegiano il controllo sull’efficienza. Se investite della scelta del management possono preferire un manager arrendevole e ossequioso a uno competente e indipendente. Per le loro finalità istituzionali, le fondazioni dovevano investire le loro dotazioni in modo da contenere il rischio e massimizzare gli utili per renderli alle loro comunità in opere di pubblica utilità. Detengono invece portafogli, concentrati aumentando il rischio dell’investimento e trasferendolo di fatto ai loro concittadini: è quanto è accaduto con la ricapitalizzazione di Unicredit. In cambio ottengono il potere di decidere la composizione dei cda e rimuovere manager, spesso perdendo di vista le finalità sociali e le stesse esigenze delle comunità locali. Ad esempio, è singolare che le fondazioni ampiamente rappresentate nel board di Unicredit (9 consiglieri su 23 sono di loro nomina) non abbiano trovato nulla da ridire quando è emerso che la banca aveva collocato un’enorme quantità di prodotti derivati presso piccoli e grandi enti locali, esponendo a gravi rischi i loro bilanci futuri.
Peccato, perché la diversificazione avrebbe reso le Fondazioni al contempo meno vulnerabili a una crisi che per lungo tempo è destinata a ridurre i profitti delle banche e in grado di allargare il proprio raggio di azione, sentendosi meno vincolate alla base locale tradizionale. Peccato, perché dare in gestione le banche (come qualunque impresa) a un manager compiacente significa anche darla a uno poco competente. A pagare saranno i cittadini che oggi i sindaci, non si capisce bene a che titolo, dicono di difendere.
La lezione da trarre da questa vicenda è che bisogna scrivere la parola fine sul controllo esercitato dalle fondazioni bancarie sulle maggiori banche italiane. Niente più posti da consigliere nei cda delle banche decisi dalle fondazioni magari al loro interno, niente più manager nominati e rimossi da organismi di stretta nomina politica. Affidino il ricavato dalla cessione di queste posizioni a dei gestori, come il resto della loro dotazione. La parola d’ordine deve essere diversificazione. Farà bene anche a loro, oltre che alle banche e al sistema delle imprese. Le banche rischiano di offrire dividendi molto magri per un periodo di tempo molto lungo. Se le fondazioni non diversificano il loro portafoglio, rischiano di finire dissanguate.

Per le tabelle 1 e 2 clicca qui

(1) Unicredit calcola il Roe come il rapporto tra l’Utile d’esercizio (comprensivo delle minority) e ilPatrimonio netto di pertinenza del Gruppo. Ci è sembrato più corretto sostituire, nel numeratore di tale rapporto utilizzare l’Utile netto di pertinenza del Gruppo (cioè escluse le minority). In questo modo il Roe calcolato da noi risulta inferiore rispetto al Roe pubblicato ogni anno nel bilancio di Unicredit.

da lavoce.info

Assessore-choc: “Fuori i disabili dalle classi”, di Federico Genta

Basta disabili a scuola. Non imparano e disturbano. Meglio per tutti una comunità, dove mandarli seguiti da personale specializzato. Parole dell’assessore all’Istruzione di Chieri, comune torinese di 36 mila anime adagiato sulle colline verso l’Astigiano. Parole pronunciate durante il Consiglio comunale aperto dell’altra sera, che indignano i genitori di bimbi portatori di handicap. Famiglie che sognano per i loro figli un futuro fatto di integrazione, non di isolamento. Frasi che fanno accapponare la pelle al sindaco, pediatra in pensione, che dice: «Lo hanno frainteso. Io lo conosco bene Giuseppe Pellegrino è una persona sensibile. Intelligente. Non intendeva offendere ma sollevare un problema».

Ed eccolo qui l’assessore finito nel mirino. Avvocato civilista di 64 anni, console onorario della Repubblica Slovacca per Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Vedovo e con tre figli. L’altra sera durante l’incontro sulla scuola, è andato giù duro. E, a freddo, continua a non comprendere il motivo di tanto scandalizzarsi. «Qualche genitore si è sentito offeso? E perché mai? Ho detto soltanto quel che pensano tutti: quei ragazzi a scuola disturbano». Il sindaco Francesco Lancione cerca di mediare: «Pellegrino ha sbagliato e glielo ho detto alla fine della riunione. Il clima era teso e ha parlato a sproposito, fuori luogo. Né io e nemmeno questa amministrazione condividiamo ciò che ha detto. Capisco che tanti genitori possano essersi sentiti umiliati. Sono persone che devono essere aiutate, non allontanate dalla comunità».

E in paese è rivolta. Sulle barricate sale per prima Barbara Zamboni, presidente del III° Circolo scolastico, e mamma di due bambine diversamente abili. «Mi chiedo dove quel politicante trovi la faccia tosta di esprimersi in questo modo? Affrontiamo ogni giorno mille difficoltà. E secondo l’assessore cosa dovremmo fare? Tenere i nostri bambini fuori dai luoghi pubblici, perché non pesino sui bilanci e non disturbino? Dobbiamo forse metterli in lager perché sono più sfortunati degli altri?»

Lui, il Console onorario, Giuseppe Pellegrino, ascolta le critiche, e non fa una piega. «ma di cosa si lamentano? Noi facciamo tantissimo per questi studenti. Ma anche i genitori devono rendersi conto che sono tempi duri per tutti». E ribadisce il concetto. «Aiutiamo i genitori e gli consigliamo il percorso migliore per i propri figli». E secondo lei dove dovrebbe portare questa strada? «A creare luoghi adeguati ai reali bisogni di questi ragazzi. Oggi ci sono comunità specializzate. Non sempre mamma e papà sono d’accordo, ma è nostro compito convincerli». La scuola, secondo lui non serve. «Lasciarli in classe con gli altri compagni è inutile? Ci sono ragazzi, qui da noi, che passano la mattina a dare calci e pugni ad un muro. Disturbano e non imparano nulla». E gli insegnati di sostegno che dovrebbero assisterli non bastano? «Non possono fare nulla. E questi ragazzi con l’istruzione non hanno nulla a che fare».

La Stampa 24.09.10

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Scuola, Pd: assordante silenzio Gelmini su dichiarazioni contro disabili

De Torre: da assessore Pellegrino parole agghiaccianti, presentata interpellanza “Davanti alle agghiaccianti dichiarazioni dell’assessore all’istruzione di Chieri, il silenzio del ministro Gelmini è assordante”. Così la deputata democratica, ex sottosegretario all’istruzione, Letizia De Torre interviene nel merito delle dichiarazioni dell’assessore all’istruzione del comune di Chieri (To), Giuseppe Pellegrino, che intervenendo in consiglio comunale sul tema degli alunni disabili nelle classi, ha affermato: “basta disabili a scuola. Non imparano e disturbano. Meglio per tutti una comunità, dove mandarli seguiti da personale specializzato. “Ho depositato a riguardo un’interpellanza parlamentare per sapere quali iniziative intende assumere il ministro Gelmini per rispondere a tale grave provocazione che cavalca l’onda di una cultura discriminatoria pericolosamente dilagante, che va a minare profondamente la natura inclusiva della scuola italiana”.

"Tagli e precarietà, insegnanti e operai lottano insieme", di Roberto Ciccarelli

Per il presidente della Repubblica è necessario un cambiamento, da farsi col più ampio consenso: la politica deve riformare la scuola «sanando disparità e disuguaglianze». La qualità va elevata «motivando gli insegnanti». Per fare questo, avverte Napolitano, «bisogna investire». La pratica dell’indisponibilità alla didattica non obbligatoria si è riversata dall’università alla scuola. Elena Pistolesi, coordinatrice della rete 29 aprile per l’ateneo di Modena e Reggio Emilia, conferma che la protesta dei ricercatori contro la riforma Gelmini ha spinto il Senato accademico a rinviare l’inizio delle lezioni al 14 ottobre.
I docenti di ruolo e quelli precari nella scuola stanno invitando i loro colleghi di Modena e provincia a non accettare la didattica aggiuntiva (corsi di recupero, progetti e gite scolastiche) oltre le 18 ore stabilite dal loro contratto. I primi effetti si sono registrati a Vignola dove l’assemblea sindacale del liceo Allegretti ha deciso di non sostituire i docenti precari tagliati dalla riforma Gelmini. Solo negli istituti superiori modenesi sono state tagliate 225 cattedre e 150 lavoratori Ata, mentre i precari sono oltre mille. L’orientamento dei sindacati, incalzati dal coordinamento «Politeia» guidato da Ioannis Lioumis – docente di ruolo in matematica e fisica – e dal combattivo coordinamento dei docenti precari guidato da Fabiana Stefanoni – docente precaria di storia e filosofia che anche quest’anno ha ottenuto una cattedra sul filo di lana – è quello di estendere questa nuova pratica ai 30 istituti superiori della provincia modenese. Il soggetto connettivo di queste lotte è «Politeia», un coordinamento a cui aderiscono tutti i sindacati, docenti di ruolo e precari. Nel corso dell’ultimo anno «Politeia» ha condotto una battaglia contro il sovraffollamento delle classi presentando al Presidente della Repubblica Napolitano, alla corte costituzionale e alla camera una petizione firmata da 12 mila persone contro i tagli che hanno imposto la creazione di classi da 35 persone e non da 25 come impone la legge. «A differenza degli ultimi anni – afferma Fabiana Stefanoni – cresce una nuova consapevolezza tra i docenti, su di loro pesa il taglio agli stipendi e l’aumento dell’età pensionabile delle donne». Il primo segnale di questa inversione di tendenza è venuto dall’adesione degli insegnanti di tutte le sigle sindacali allo sciopero degli scrutini a giugno. La protesta autogestita dal coordinamento dei precari è partita dall’istituto tecnico Selmi, il più popoloso della provincia, e si è diffusa fino a Carpi e a Finale Emilia. Trentaquattrenne di Monzambano in provincia di Mantova, Fabiana ha letto la Recherche di Proust viaggiando tra Mantova e Milano dove ha frequentato la scuola di specializzazione che oggi le permette di insegnare. Da sei anni misura la sua vita con i 12 punti che l’insegnamento annuale aggiunge alla sua graduatoria, ma non ha mai rinunciato all’attività politica.
Il coordinamento precari ha ricevuto la solidarietà della Rsu-Fiom della Ferrari di Maranello. Solidarietà ricambiata venerdì scorso quando Fiom e Fim hanno indetto un picchetto notturno contro i «sabati comandati». «Insieme ai precari della scuola – afferma Elvis Fischetti, delegato Fiom, irpino di 35 anni, da 14 in Ferrari – facciamo parte di una generazione che lotta contro la precarietà che è riduzione dei costi in fabbrica e a scuola». Il 16 ottobre saranno entrambi alla manifestazione della Fiom a Roma per difendere la contrattazione collettiva e dare voce ad una generazione «indisponibile».

Il Manifesto 22.09.10

"La parentopoli dei prof ecco le grandi dinastie che comandano gli atenei", di Davide Carlucci e Silvano Foschini

Il 13 settembre a Palermo, un ragazzo, un cervello italiano, è volato dall´ultimo piano della facoltà di Filosofia. Si è suicidato. Aveva 27 anni, si chiamava Norman Zarcone, era un dottorando in Filosofia del linguaggio e, racconta il padre, da qualche tempo era particolarmente deluso, depresso: gli avevano fatto capire, senza mezzi termini, che per lui non c´era spazio nell´università italiana. Qualche mese prima un altro ragazzo, cinque anni più giovane, Gianmarco Daniele, aveva presentato a Bari, capitale del nepotismo accademico italiano, una tesi di laurea: “L´università pubblica italiana: qualità e omonimia tra i docenti”, una ricerca nata per raccontare come le università italiane siano in mano a un gruppo di famiglie. E per documentare come esista un nesso scientifico tra nepotismo e il basso livello della didattica e della ricerca. Daniele ora è all´estero, con una borsa di studio europea. Ma davvero nell´università italiana non c´è spazio per questi talenti, solo per i parenti? Quali sono le grandi dinastie di casa nostra? E a due anni dalla “svolta anti-baroni” annunciata dal ministro Maria Stella Gelmini – che ora torna a invocarla per giustificare nuovi tagli – i baronati stanno davvero segnando il passo? O sono ancora loro a comandare?
LA TOP TEN
A Bari, nella facoltà di Economia, la stessa dove si è laureato Daniele, è cambiato poco. L´economista Roberto Perotti, italiano formatosi al Mit di Boston, in un saggio del 2008 “L´università truccata” (Einaudi) aveva indicato quello come il caso limite, «tanto incredibile da raccontare in tutto il mondo». A Economia 42 docenti su 176 hanno tra loro legami di parentele, il 25 per cento, record assoluto in Italia. I leader indiscussi a Bari e in Italia nella classifica delle famiglie restano così i Massari. Commercialisti affermati, con un passato nel Partito socialista di Craxi, in cattedra hanno almeno otto esponenti, tutti economisti. Uno di loro doveva essere anche in commissione durante la laurea di Daniele, peccato che quel giorno avesse un impegno. «Abbiamo vinto tutti concorsi regolarissimi», rispondono loro, quando vengono tirati in ballo. I capostipiti della dinastia sono i tre fratelli, Lanfranco, Gilberto e Giansiro, che hanno in mano il dipartimento di Studi aziendali e giusprivatistici e, seppur nell´ombra, l´intera facoltà. Le nuove leve sono invece Antonella (ordinaria a Lecce), Stefania, Fabrizio (tutti e tre figli di Lanfranco), Francesco Saverio e Manuela. A fare concorrenza ai Massari, in facoltà, c´è la famiglia Dell´Atti (6) e quella dell´ex rettore Girone, con cinque parenti in cattedra: ci sono Giovanni e la moglie Giulia Sallustio, ormai in pensione, il figlio Gianluca, la figlia Raffaella e il genero Francesco Campobasso. A Foggia conta ancora molto la dinastia dell´ex rettore, Antonio Muscio, secondo con 7 parenti nella top ten nazionale con la new entry Alessandro, assunto nell´ultimo giorno di rettorato del papà e nella sua stessa facoltà, Agraria. Nell´ateneo lavoravano anche mamma Aurelia Eroli (dirigente amministrativa, ora in pensione), la figlia Rossana, la nipote Eliana Eroli, il genero Ivan Cincione e la sorella Pamela.
A Roma le grandi casate sono due: i Dolci e i Frati. Un figlio di Giovanni Dolci, uomo chiave dell´odontoiatria italiana, è Alessandro, ricercatore a Tor Vergata. La moglie, Alessandra Marino, è ricercatrice alla Sapienza. Dove lavora anche il genero di Dolci, Davide Sarzi Amedè, marito di Chiara, a sua volta odontoiatra al Bambin Gesù. Un altro figlio di Dolci, Federico, lavora a Tor Vergata, mentre Marco è ordinario a Chieti. Accanto a papà Frati invece c´è sua moglie Luciana Angeletti e sua figlia Paola (insegnano a medicina, ma non sono medici) e il figliolo Giacomo.
Sempre molto forti le famiglie a Palermo, come aveva avuto modo di accorgersi Norman Zarcone. Il record è dei Gianguzza, cinque tra Scienze e Medicina. Ma le dinastie palermitane sono cento, sparse in tutte le facoltà, per un totale di 230 docenti “imparentati”. Economia è il regno dei Fazio (Vincenzo, Gioacchino, Giorgio), a Giurisprudenza ci sono i Galasso (Alfredo, il figlio Gianfranco, la nuora Giuseppina Palmieri), a Lettere i Carapezza (i fratelli Attilio e Marco, ora associato, il cugino Paolo Emilio, suo figlio Francesco), a Ingegneria (18 famiglie, 38 parenti) i Sorbello o gli Inzerillo, a Matematica i Vetro (Pasquale, la moglie Cristina, il figlio Calogero), Agraria è nelle mani di 11 nuclei familiari. Coincidenze statistiche? Davvero è così nel resto d´Italia e in tutta Europa?
LA RICERCA
Secondo i dati raccolti nella tesi di Daniele, no. Lo studente ha infatti sviluppato un indice medio che misura la percentuale di omonimia in ogni facoltà di ogni ateneo e la percentuale media di omonimia in campioni della popolazione italiana in numero uguale ai docenti presenti nella facoltà osservata. Il risultato è incontrovertibile: in quasi tutti gli atenei l´indice di omonimia è più elevato rispetto alla media nazionale. Dieci volte di più a Catania, poco meno a Messina. Molto superiori alla media sono anche la Federico II di Napoli, Palermo, Bari, Caserta, Sassari e Cagliari. Le più virtuose sono invece Trento, Padova, il Politecnico di Torino, Verona, Milano Bicocca. Certo: non sempre avere lo stesso cognome significa essere parenti. Ma considerando anche che spesso molti familiari di professori hanno cognomi diversi, il dato è un´attendibile quantificazione statistica, per approssimazione, della diffusione del nepotismo. Anche perché gli atenei segnati con la penna rossa da Daniele sono proprio quelli al centro delle inchieste giornalistiche e della magistratura. «Il dato italiano – spiega Daniele – è in controtendenza con il resto d´Europa: quasi ovunque il tasso di omonimia nelle università è minore della media nazionale. Gli atenei tendono ad attrarre docenti da fuori, con cognomi diversi da quelli locali». Lo studio confronta poi i dati sulle omonimie con le valutazioni del Censis sulla qualità delle università. E in media gli atenei con più omonimi sono quelli che producono meno e viceversa. Ma davanti a questi numeri, la politica e il mondo accademico come si comportano? Sono nemici o complici delle grandi famiglie che hanno in mano l´università italiana?
LA RESISTENZA
«Ci prendono in giro», ha tuonato il presidente della conferenza dei Rettori, Enrico Decleva, la cui moglie Fernanda Caizzi è stata condannata in appello, e poi prescritta, per aver pilotato un concorso a Siena nel 2001. «Il qualunquismo sulle parentopoli è una giustificazione per uccidere l´università pubblica». La legge Gelmini approvata al Senato a luglio prevede un codice etico obbligatorio per tutti. Ma a Bari (il primo ateneo ad approvarlo, quattro anni fa) gli escamotage fanno scuola. Virginia Milone è stata assunta quando il padre si è impegnato a trasferirsi nella sede decentrata di Taranto. «Capirai: la nostra facoltà è diventata la valvola di sfogo dei parenti», dice il rappresentante degli studenti Francesco D´Eri. La docente Maria Luisa Fiorella, otorino come il padre, era stata respinta dalla facoltà (a scrutinio segreto). Ora, con un colpo di coda, i baroni vogliono tornare a votare: con l´alzata di mano. Il codice è servito solo a Farmacia: Giulia Camerino ha rinunciato al concorso da ricercatrice bandito nel dipartimento della madre. «Ho studiato tutta una vita, non volevo vivere con un bollino che non meritavo». «Se parliamo di baronati è tutto come prima – dice Mimmo Pantaleo, segretario nazionale della Flc della Cgil – E se le università non bandiscono concorsi, a pagare sono solo i ricercatori figli di nessuno». Il ministro Gelmini promette di trasformarne, con il nuovo piano di programmazione, diecimila in associato. Vuol cambiare la progressione di carriera con un contratto triennale, una successiva valutazione, e quindi un ulteriore contratto triennale per diventare associato. Ma per ora quelli che salgono di grado hanno sempre cognomi pesanti: a Cagliari è appena stato promosso ordinario Francesco Seatzu, figlio d´arte sardo. A valutarlo, in commissione, c´era Isabella Castangia, con la quale Seatzu ha lavorato gomito a gomito negli ultimi anni. «Tutto è come prima, più di prima», attacca Tommaso Gastaldi, professore di Statistica alla Sapienza, instancabile fustigatore del malcostume universitario. L´ultimo esempio, racconta, è la nomina di due docenti: lui aveva previsto i loro nomi già nel 2008. I soliti noti, nonostante i proclami del Governo, continuano a comandare. E non vogliono lasciare il campo ai giovani. Che si ribellano: l´Air, l´associazione italiana dei ricercatori, ha indetto una petizione per bloccare «l´eccessiva “discrezionalità” nei criteri di valutazione dei concorsi universitari».
GLI OVER 70
Molti docenti con più di 70 anni ricorrono ai tribunali amministrativi per posticipare il loro pensionamento, accelerato da una norma voluta dall´ex ministro Fabio Mussi. Vuole rimanere in servizio Emilio Trabucchi, ordinario di Chirurgia e presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Nipote dell´omonimo luminare della Biomedicina e deputato Dc morto nel 1984, Trabucchi ha due nipoti nell´università, Emilio Clementi, straordinario nel dipartimento di Scienze precliniche “Lita Vialba”, e Francesco Clementi, ordinario di Farmacologia. «Abbiamo specializzazioni diverse. E in tutti i casi parlano le pubblicazioni», precisa Trabucchi. Ha scelto di ritirarsi, invece, Vittorio La Grutta, nobiltà accademica palermitana: medico il nonno, professore il padre, rettore il fratello (dell´ultima leva è rimasta la figlia, Sabina, psicologa). «Quando siamo saliti in cattedra, eravamo orfani. Ma ce l´abbiamo fatta lo stesso, senza favori». Diverso il destino dei Cannizzaro, altra famiglia storica siciliana. «Stanislao, il grande chimico, era un mio avo – racconta Gaspare, che ora è in pensione ma ha due figli docenti – ma io non sono figlio d´arte. In famiglia c´è sempre stato interesse per la scienza: è una tradizione». A Sassari resistono al pensionamento Mariotto Segni (il cui padre, Giovanni, oltre che presidente della Repubblica è stato rettore) e Giulio Cesare Canalis, il papà della showgirl Elisabetta, direttore della Clinica radiologica. Ma soprattutto l´ex rettore Alessandro Maida, tuttora potentissimo – spinge per bandire 52 concorsi – e ancora per un po´ collega dei figli Carmelo e Ivana, piazzati nella sua facoltà, Medicina, del cognato, Giorgio Spanu, della moglie Maria Alessandra Sotgiu, e di altri nipoti e cugini. A Udine, dopo la fusione tra ospedale e università, sono stati nominati i nuovi direttori di dipartimenti. Nessuna sorpresa: i manager, ben pagati, sono tutti baroni di lungo corso come l´ultrasettantenne Fabrizio Bresadola, che ha piazzato il figlio Vittorio, la nuora Maria Grazia Marcellino e un altro figlio, Marco. Laureato in Filosofia ma non per questo escluso: insegna storia della Medicina.

La Repubblica 24.09.10