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"Sono le aziende a scatenare questa lotta di classe", di Luigina Venturelli

La lotta di classe si fa sempre in due. Sul caso di Melfi non è il caso di discutere chi dei due abbia cominciato, se l’azienda o il sindacato. Mi limito solo ad osservare che, nella sua lunga storia, la Fiat non è mai stata ferma a prendere colpi». Aris Accornero, professore emerito di Sociologia industriale all’Università La Sapienza di Roma, lo può affermare a ragion veduta. Negli anni Cinquanta fu uno dei tanti licenziati per rappresaglia dalla casa automobilistica. Professor Accornero, niente di nuovo, dunque? Siamo alla vecchia lotta di classe?
«Le vicende Fiat degli ultimi mesi ci hanno riportato molto indietro. Marchionne ha fatto una brusca sferzata rispetto ai primi anni della sua amministrazione, quelli della grande ripresa dell’azienda, dovuta anche al tenore decisamente più civile delle relazioni industriali».
Eppure il manager ha invitato i sindacati ad archiviare l’epoca dei conflitti tra operai e padrone. «Se c’è una spinta verso la lotta di classe, in questa fase storica, è proprio quella delle aziende, che stanno facendo scontare ai lavoratori il peso delle ristrutturazioni conseguenti alla crisi. Il lavoro è nei guai rispetto al secolo scorso, la globalizzazione non gli ha fatto bene. L’impresa impone e poi dice ai dipendenti: se così non vi piace, me ne vado da un’altra parte. Di questo passo tra una decina d’anni saremo alle stesse condizioni di lavoro della Cina o di qualche paese africano». Quali sono le alternative?
«Forse sarà la lotta di classe degli operai cinesi a salvarci: le battaglie dei lavoratori si stanno diffondendo anche lì, e diverse conquiste sono già state ottenute, a cominciare da alcune ondate di aumenti salariali».
Marchionne ha proposto un nuovo patto sociale. Si parla molto di partecipazione dei lavoratori alle imprese.
«Appunto. Se ne parla molto, da diversi anni ormai, ma nessuno alza mai un dito. E la colpa non è nemmeno delle aziende o dei sindacati, perchè senza una forte iniziativa politica non si può fare nulla». Quale nuovo sistema di relazioni industriali servirebbe all’Italia?
«Un sistema più articolato, visto che la gran parte della manodopera si è spostata dalla grande alla piccola impresa. Oggi solo il 28% dei lavoratori sta in un’azienda con più di 500 dipendenti, trent’anni fa era il 46%. Per questo non possiamo abbandonare il contratto nazionale, quel che importa è la tutela degli ultimi. Chi dice che il contratto nazionale è morto, crede di vivere in un altro paese, manco fossimo la Germania delle grandi industrie».
Infatti è la grande industria Fiat a chiedere di derogare al contratto nazionale. «Se si vuole implementare l’industria in Italia, si possono anche chiedere sacrifici. Ma le deroghe e le riforme non si fanno con i dicktat, come è successo a Pomigliano. Del resto, che cosa c’entra l’ingiunzione con la partecipazione?».

L’Unità 27.08.10

"Sarkozy affonda nell´opinione dei francesi", di Anais Ginori

Dopo la grande cacciata dei rom, 6 su 10 non vogliono che si ricandidi. Richiami dall´Onu e dall´Europa E dalla Chiesa una condanna senza appello. Una volta ha raccontato di non leggere i sondaggi a colazione perché «tanto cambiano sempre e bisogna guardare oltre». La dieta potrebbe essere davvero appropriata in questi giorni. Nicolas Sarkozy sta avendo solo brutte sorprese dalle ultime indagini demoscopiche, che in realtà scruta con ansia, come molti leader. Una caduta inesorabile. L´estate più nera da quando siede all´Eliseo. È cominciata con l´affaire Bettencourt, che ha fatto aleggiare il sospetto di tangenti intorno a lui, e finisce ora con l´immagine della Francia patria dei diritti umani sotto accusa per razzismo e xenofobia. Il richiamo dell´Onu, poi dell´Europa, la stampa internazionale che lo paragona al maresciallo Pétain, nemici come Villepin pronti a colpirlo dall´interno, e infine le parole del Papa come una condanna senza appello.
Tutti questi attacchi, e neanche i sondaggi che lo salvano. La cacciata dei rom, appositamente lanciata in pieno agosto con parata di poliziotti e telecamere, non ha portato consensi a Sarkozy. Meno di un francese su due (48%) approva la campagna di rimpatri «volontari», secondo un sondaggio pubblicato ieri dal Parisien. A un anno e mezzo dalla fine del mandato, il 62% degli elettori è anzi contrario alla sua ricandidatura, scrive Le Point che si domanda in copertina: «Ha già perso?». In quest´estate nerissima, la gauche ha ripreso forza. Non solo con un Dominique Strauss-Kahn che – sempre nelle indagini a campione – stravincerebbe contro Sarkozy al secondo turno, ma anche con Martine Aubry.
Nel mondo cattolico i consensi per il presidente sono al 47%, contro il 61% di un anno fa. Il nervosismo per i richiami del Vaticano è palpabile all´Eliseo. Alain Minc, consigliere del capo dello Stato, ha sbottato contro il «Papa tedesco» che si permette di dare lezioni alla Francia. A distanza, gli ha risposto André Vingt-Trois, presidente della Conferenza episcopale, denunciando un «clima malsano». L´arcivescovo incontrerà entro la fine del mese il ministro dell´Interno Brice Hortefeux. «Dirò quello che i cattolici pensano sulle misure prese e quali sono i limiti che non bisogna oltrepassare». Ieri sono partiti altri due aerei per la Romania con a bordo 258 rom. Il ministro dell´Immigrazione Eric Besson vuole accelerare i rimpatri e ha convocato una riunione tra i ministri europei sulla questione rom, scavalcando le autorità della Ue.
«Non cederemo di fronte a chi cerca la polemica sistematica», sono state le prime parole di Sarkozy ai suoi ministri, in questo non felice ritorno dalle vacanze. Dopo l´estate nera, lo aspetta un autunno caldo. Arriva in parlamento la riforma delle pensioni, con la prima mobilitazione dei sindacati prevista il 7 settembre. E Sarkozy dovrà presentare la Finanziaria, cercando di mantenere due promesse apparentemente inconciliabili: riportare il deficit al 3% del Pil nel 2011 senza però toccare le tasse.

La Repubblica 27.08.10

"Tutti in corsa per la cattedra, ma i precari restano a secco", di Alice Loreti

Se collabori sei out. Il Coordinamento precari delle scuole bolognesi torna sul piede di guerra. E lo fa con una campagna rivolta ai colleghi assunti. «La non collaborazione finalmente è sulla bocca di tutti – c’è scritto sul volantino -. Ora mettiamola in pratica ». Sotto, quattro vignette che rappresentano due donne. Una ha un contratto a tempo indeterminato, l’altra è una precaria e vive di supplenze. «Perché non dovrei accettare ore aggiuntive?» chiede la prima. «Perché lavori al posto di un altro», risponde la seconda. Non è una guerra, sia chiaro. Ma una richiesta di aiuto e solidarietà che i precari lanciano nel disastrato mondo della scuola. Matteo ha 31 anni e da 4 lavora come docente di italiano alle superiori. Per arrivarci ha studiato, e tanto. Prima l’università, poi la Ssis, i corsi di abilitazione. Soldi, impegno e passione. «Mi sono iscritto alla Ssis quando il ministro Fioroni promise 150 mila assunzioni di docenti. Poi non se ne è più fatto nulla». Matteo ha sempre campato grazie alle supplenze annuali: Imola, Crevalcore, Castiglione. La scuola chiama e lui risponde. Ma da settembre, la musica cambierà. Le scuole superiori sono le più colpite quest’anno, tra tagli e riforma Gelmini. Su 197 nuove immissioni in ruolo a Bologna, sono solo 9 le cattedre. «Dovrò vivere attaccato al telefono – racconta Matteo – in attesa che mi chiami un preside per farmi fare una supplenza. È quasi impossibile che riesca ad averne una annuale. Lo scorso anno è stato quello della mazzata a elementari e medie. Quest’anno tocca alle superiori ». In queste circostanze, l’obiettivo è uno: salvare lo stipendio. E se non arriva dalla scuola, allora bisogna trovare un’altra strada. «Ci sto pensando – continua -. È difficile immaginare di fare altro,maper arrangiarmi sono pronto anche a lavare piatti». A cambiare occupazione e prospettiva: «Da un progetto di vita ad un mezzo di sopravvivenza». Susanna di anni ne ha 49 ed è precaria da 11. Insegna inglese alle medie e alle superiori e detiene un record: «Ho girato tutte le scuole dell’Appennino ». Per 9 anni ha fatto supplenze “spot”: una settimana di qua, un mese di là. Poi, negli ultimi due anni, sono arrivati gli incarichi annuali. «Quest’anno chissà se mi chiameranno,maci credo poco». Anche lei ha studiato tanto per prepararsi: l’università, lunghi soggiorni all’estero per imparare l’inglese alla perfezione. «Sto pensando a cosa poter fare per sopravvivere – dice -. Non so davvero come campare senza questo lavoro. Io faccio l’insegnante per scelta, perché voglio farlo. E per fortuna vivo sola, se no come farei?». Edoardo ha 33 anni e insegna italiano alle medie da 4. L’anno scorso ha avuto ben 4 supplenze, roba da Risiko. «A settembre sono stato a casa – elenca – poi ottobre e novembre ho lavorato, a dicembre ancora a casa e da metà gennaio fino alla fine della scuola ho lavorato». Tutti istituti diversi, manco a dirlo, e tutti in provincia di Bologna. «La mia prospettiva? – si chiede -. Stare a casa. I tagli avanzano inesorabili». E in prima linea ci sono proprio i precari. «Per ora non ho alternative, vorrei insistere su questa strada. Per avere lo stipendio qualche lavoretto si trova. Speriamo». Già, bella cosa la speranza. Ma non basta di fronte al sistematico smantellamento della scuola pubblica operata dall’inarrestabile duo Gelmini-Tremonti. E così i precari bolognesi hanno deciso di chiedere una mano a chi ha già passato il loro calvario, in tempi diversi. Quando alla fine, con un pò di pazienza, il tempo indeterminato arrivava. «Se gli assunti accettano questo sistema – spiegano -, ovvero cattedre che superano il monte orario previsto dal contratto, ore aggiuntive per coprire le assenze, la pratica sempre più diffusa dello smembramento delle classi, il silenzio di fronte ad aule sovraffollate, di fatto collaborano con il disegno di dismissione della scuola pubblica. E con il nostro licenziamento ». Da qui, lo slogan. Perché chi tappa i buchi che dovrebbero spettare a un precario, «è out».

L’Unità/Bologna 27.08.10

Licei, il classico non piace più crollano le iscrizioni alle prime

Ecco i dati del Ministero. Boom per i linguistici. Molto gettonata l´opzione Scienze applicate, corso dello Scientifico senza il Latino. Crollano i licei classici e decollano i linguistici dell´era Gelmini. Bene scientifici e artistici, in crescita rispetto all´anno scorso. Continuano invece a perdere iscritti gli istituti tecnici e i professionali. In vista della prossima apertura dell´anno scolastico, il ministero dell´Istruzione ha completato la raccolta dei dati riguardanti gli alunni iscritti nelle classi della scuola secondaria di secondo grado, che quest´anno avvia la riforma partendo dalle prime. Tra rinvii e polemiche, lo scorso mese di marzo, famiglie e studenti italiani hanno scelto tra i nuovi licei previsti dalla riforma (classico, scientifico, delle scienze umane, linguistico, artistico, musicale/coreutico), i nuovi indirizzi dell´istituto tecnico e quelli dell´istituto professionale riformato. Soltanto adesso è possibile avere una fotografia degli indirizzi promossi e di quelli bocciati da ragazzi e genitori. Il confronto con gli iscritti in prima dello scorso anno è significativo: i licei classici perdono una fetta considerevole di alunni ed è boom per i licei linguistici di nuova formazione. Nel 2009/2010, su 100 ragazzi delle prime classi 10 avevano scelto il ginnasio e 22 lo scientifico. A settembre le new entry al classico saranno appena 7 su 100, mentre allo scientifico quasi 23.
Ad incontrare il favore dei ragazzi, sembra essere soprattutto l´opzione Scienze applicate: il corso di studi del liceo scientifico senza il Latino, ma con Scienze potenziate e Informatica. I detrattori, lo hanno subito battezzato “scientifico light”, ma sembra gradito ai ragazzi. Un dato che contribuisce a confermare la crisi dell´istruzione classica. Tra i nuovi licei, ha fatto il pieno di iscritti il linguistico, fino all´anno scorso relegato ad indirizzo sperimentale soltanto in alcuni licei socio-psico-pedagogici: gli ex magistrali. Da settembre infatti tutte le sperimentazioni sono state cancellate: continueranno soltanto per coloro che devono concludere il corso di studi intrapreso l´anno scorso e negli anni precedenti. Da solo, il nuovo liceo gelminiano ha messo raccolto quasi 34 mila adesioni, una parte delle quali sottratte, con tutta probabilità, ai classici che proponevano sperimentazioni con la lingua straniera potenziata e certamente agli ex istituti magistrali, che nonostante l´opzione economico-sociale, fa registrare un calo superiore ad un punto percentuale.
Dopo anni di difficoltà, i licei artistici, che dal prossimo anno assorbono gli ex istituti d´arte, sembrano in ripresa. Sono stati gettonati da quasi 4 studenti su 100, più del 2009/2010. Discorso a parte per il liceo musicale e coreutico nuovo di zecca, ma di fatto a numero chiuso. I 38 istituti autorizzati in tutta Italia ad attivare una prima classe hanno dovuto procedere ad una selezione e non è possibile al momento stabilire il gradimento delle famiglie italiane. Le novità introdotte dalla Gelmini per gli istituti tecnici e gli istituti professionali (meno materie, più ore di laboratorio e orario più corto) non sono riuscite al momento a risollevare le sorti degli istituti che hanno contribuito al boom economico degli anni sessanta. I primi continuano a perdere consensi: meno 2,3 per cento in meno di un anno fa. I secondi, perdono poco meno di un punto. Ma gli istituti che nelle intenzioni del legislatore dovrebbero colmare il gap esistente in Italia tra domanda di tecnici specializzati da parte delle aziende e offerta da parte delle scuole e dell´università potrebbero essere rivalutati l´anno prossimo.

La Repubblica 27.08.10

""Lavorare in sicurezza è un lusso". Bufera sulle parole di Tremonti", di Felicia Masocco

«Un lusso che l’Italia non può permettersi ». Questo sarebbe per il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, la 626, la legge che detta le regole della sicurezza sul lavoro. Tremonti aveva espresso il suo pensiero mercoledì sera, alla Berghem Fest, festa della Lega ad Alzano Lombardo. In realtà qualcosa lo aveva detto qualche ora prima, al meeting di Rimini, ma lì era stato più generico, parlando di «diritti perfetti» che l’Italia non può più permettersi altrimenti le fabbriche vanno altrove. Il pensiero è andato alla Fiat e alla vicenda di questi giorni. Da Alzano è arrivata invece la precisazione-boomerang: il «lusso» era la sicurezza sul lavoro. Uno schiaffo, in un Paese in cui il lavoro uccide in media tre persone al giorno e ne ferisce -spesso invalidandoli gravemente- centinaia di migliaia in un anno. Contro le parole del ministro si è aperto un fuoco di fila, critiche che hanno costretto Tremonti ad intervenire nuovamente: «Una polemica eccessiva per cinque parole, cinque».
COSTRETTO A CORREGGERSI Non sono parole per l’Anmil, l’associazione dei mutilati e degli invalidi per cause di lavoro. «La tutela della vita e della salute sono valori fondanti della nostra cultura e della nostra società e sarebbe assurdo metterli in discussione», dichiara il direttore Sandro Giovannelli. E intanto la cronaca registrava la notizia di due operai ustionati gravemente a Lucca, per l’esplosione di una cisterna piena di bitume, unodi loro è in prognosi riservata. Il giorno prima un operaio era morto a Barletta per le esalazioni tossiche di una cisterna, aveva 51 anni, lavorava a giornata «anche per pochi euro» raccontano i familiari. Certo lui di lussi non se ne poteva permettere. «Farebbe meglio a citare meno Berlinguer e a rispettare la 626», ha tagliato corto il leader pd Pierluigi Bersani. «Con l’affermazione di Tremonti, il governo getta la maschera e, francamente, il modello cinese dei diritti del lavoro che il ministro vorrebbe prendere a riferimento,non ci convince», afferma l’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano. Per l’Idv parla il portavoce Leoluca Orlando: «Le dichiarazioni di Tremonti sulla 626 sono vergognose». Dichiarazioni «assurde e sorprendenti» anche per l’Ugl con Nazzareno Mollicone. Per Franco Lotito, presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inail, l’affermazione del ministro lascia «stupiti». Dure le critiche dei sindacati di base: se per l’Usb «la sincerità di Tremonti è abominevole». Questo e altre le prese di posizioni che, a fine giornata hanno portato Tremonti a più miti consigli. «La sicurezza sul lavoro è una irrinunciabile conquista della civiltà occidentale – ha spiegato il ministro – L’eccesso occhiuto di burocrazia è un derivato della stupidità». Questo soprattutto in Italia perché la nuova legge è pensata per la grande industria e quindi si adatta poco al tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese. Smentita doverosa, «ma non basta -chiosa Fammoni, segretario confederale Cgil – Servono le scuse formali ai tanti che vengono colpiti da un lavoro insicuro.Mad’altronde perché stupirsi con un governo che non tutela la dignità dei lavoratori, che vuole smantellare lo Statuto dei diritti e abrogare l’art.41 della Costituzione. Con il lavoro inteso solo ed unicamente come costo, mai come valore sociale».

L’Unità 27.08.10

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La sicurezza sul lavoro? Un lusso che l’Italia non può permettersi
Parola del Ministro Tremonti. E intanto si continua a morire sul lavoro. Altri 3 incidenti mortali nelle ultime 24 ore
Antonio Della Pietra, aveva 51 anni, lavorava a San Ferdinando di Puglia, in provincia di Barletta, e ieri è morto mentre si trovava sul fondo di una cisterna, insieme ad altri 2 colleghi. Con catrame e solvente impermeabilizzava la cisterna, le esalazioni lo hanno ucciso.

Carlantonio Coppola, 43 anni, è morto in provincia di Salerno. Si trovava su un’impalcatura e azionava un montacarichi quando è stato colpito da una scarica di corrente elettrica che gli ha fatto perdere l’equilibrio. L’uomo è caduto da un’altezza di circa tre metri battendo violentemente la testa. E’ morto sul colpo

Questa mattina a Coselli, in provincia di Lucca, due operai sono stati vittima di un’esplosione mentre si trovavano all’interno di una cisterna che stavano riparando.

Sono solo 3, gli ultimi in ordine di tempo, dei lavoratori che muoiono ogni giorno in Italia sul posto di lavoro.
Chi glielo spiega a loro, alle loro famiglie, a tutti quelli che sono rimasti feriti in modo grave, a tutti quelli che ogni giorno rischiano la vita nei luoghi di lavoro, che per il ministro dell’economia Tremonti la legge 626, una delle meno rispettate, quella che regola la sicurezza sui luoghi di lavoro, è “un lusso che non possiamo permetterci”?

La presenza di ministro alla semplificazione Calderoli, deve aver ispirato Tremonti che, dal palco della Berghem Fest ad Alzano Lombardo dichiara: “Dobbiamo rinunciare a una quantità di regole inutili” e sottolinea che «robe come la 626 sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l’Ue e l’Italia che si devono adeguare al mondo”.
Tutto questo mentre ogni giorno in Italia le morti sul lavoro sono una costante e proprio ieri altri 2 operai sono morti sul luogo di lavoro, a cause di norme di sicurezza non rispettate.

Per Stefano Fassina, responsabile economico del PD, è necessario un tempestivo chiarimento da parte di Tremonti, perché: “La sicurezza sul lavoro è un valore assoluto, e le affermazioni di Tremonti, se non categoricamente smentite, sono doppiamente vergognose perché giungono al termine di una giornata segnata da incidenti mortali sul lavoro. Se questo è il programma del governo sul mercato del lavoro ci troviamo di fronte ad una strada impercorribile che troverà sempre la nostra piena opposizione. La destra italiana con Sacconi e Tremonti non fa le riforme, difende le rendite e punta a migliorare la competitività delle imprese
sulla pelle dei lavoratori.” Per Fassina, quella che si prospetta è: ”una ricetta impossibile sul piano economico ed inaccettabile su quello etico. Il ministro chieda scusa innanzitutto alle famiglie delle vittime del lavoro e alle decine di lavoratori che ogni giorno sono colpiti da incidenti. Non esiste modernità senza dignità del
lavoro”.

Cesare Damiano, capogruppo Pd Commissione Lavoro della Camera, con le parole del Ministro Tremonti, “il governo della controriforma del lavoro getta la maschera. Quello che invece l’Italia può permettersi è un ministro come Tremonti che, a giorni alterni, passa dal socialismo al neo-liberismo”. Damiano continua ricordando che: ” Il Partito Democratico, che ha voluto con il governo Prodi il Testo unico sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, continuerà la sua battaglia a difesa dei diritti dei lavoratori.
Noi pensiamo che i Paesi emergenti debbano progressivamente avvicinarsi agli
standard dell’Europa, anche per garantire, nella globalizzazione, una competitività regolata.” E conclude dicendo che: “Francamente, il modello cinese dei diritti del lavoro che il ministro Tremonti pare vorrebbe prendere riferimento, non ci convince.
Vorremmo, infine, ricordare al ministro che solo nella giornata di ieri sono
morti altri due lavoratori”.

Per il senatore Salvatore Treu, “Le parole del ministro Tremonti sono un lapsus gravissimo. Le smentisca immediatamente. Se per il ministro dell’Economia e per questo Governo salvare delle vite è un lusso, allora abbiamo superato ogni limite”.
Al ministro Tremonti, va ricordato che in Italia si continua a morire al lavoro, mentre si esercita quel diritto/dovere che sta alla base della nostra Costituzione. Una strage infinita che aumenta ogni giorno, come confermano gli incidenti avvenuti negli ultimi 2 giorni.
Quello che serve non è l’abolizione di obbligi, ma una politica seria sulla sicurezza e sulla prevenzione nei posti di lavoro, incentivando le aziende che investono sulla sicurezza dei propri dipendenti e che li assumono regolarmente da quelle aziende che speculano e sfruttano i lavoratori.

Fra.Mino

www.partitodemocratico.it

"Sprechigi", di Tommaso Cerno e Primo Di Nicola

Dalle radio della Guerra Fredda alla “Memoria del Futuro”, dal Concordato alla biosicurezza: ecco i 90 comitati della presidenza del Consiglio. Uffici spesso inutili ma con migliaia di poltrone e consulenze. C’è un ufficio a Roma che teme ancora la Jugoslavia comunista. Un comitato, inventato nel 1956, con il compito di regolare le trasmissioni della neonata Rai nel territorio di Trieste. Divisa in zone dopo la seconda guerra mondiale. Bene, quell’ufficio esiste ancora. Poco importa se il muro di Berlino è crollato, i confini non ci sono più, la Slovenia fa parte dell’Unione europea e la Rai si vede bene pure da Lubiana. Ad aprile il governo Berlusconi l’ha rinnovato per l’ennesima volta con precisione svizzera. Un presidente e un drappello di consulenti scelti fra esperti ministeriali, direttori in pensione ed ex politicanti a caccia di un posto al sole. A Trieste nemmeno si ricordavano di doverli indicare: «Non lo dica a noi, stiamo aspettando i nomi dal Comune e dalla Provincia. In più c’è un membro del ministero delle Poste e un esperto nominato dal governo», ribattono alla presidenza del Consiglio. Pure se lo domandi ai triestini del Corecom, il comitato regionale di controllo sulle trasmissione radiotelevisive, cascano dalle nuvole: «Il comitato statale? Era stato abolito. Abbiamo assunto noi quelle competenze ».

Dopo un paio di giorni, però, qualcuno ci ripensa: «Forse ci siamo sbagliati, abbiamo le competenze di un altro comitato che adesso non c’è più. Quello potrebbe esistere ancora». Una svista? Macché. Ne sopravvivono a decine di uffici fantasma alla presidenza del Consiglio. Su Internet ne compaiono una trentina al massimo, quelli più attivi.

Ma un elenco completo esiste. “L’espresso” l’ha trovato: novanta strutture spesso doppioni di altre, passate incolumi lungo le due Repubbliche. Nulla ha potuto il rogo delle leggi obsolete appiccato dal ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli. Nulla il taglio degli enti inutili che ha cancellato 480 poltrone giudicate «spreco», lasciandone tuttavia in vita più di mille. Sotto l’ombrello del potente segretario generale Manlio Strano ce ne sono addirittura di più. Capaci di sfilarsi dalla Finanziaria di Giulio Tremonti, che ai ministri ha fatto versare lacrime e al premier ha lasciato le consulenze praticamente intatte.

Così, mentre gli ospedali tagliano letti per far quadrare i conti e la polizia prende il taxi perché non ha i soldi per la benzina, a Palazzo Chigi uno stipendio non si nega a nessuno. Alla faccia della devolution, è a Roma che si studia da decenni la toponomastica di Bolzano. Nomi di strade in tedesco ma conti all’italiana. C’è poi un comitato per la difesa non violenta, uno per l’infanzia e un altro con l’arduo compito di «rafforzare la classe dirigente del Paese». Ci sono gli esperti di sicurezza dei trasporti, quelli del credito agevolato. E c’è un commissario per ogni alluvione, smottamento o temporale si abbatta sull’Italia. Individuarli nel mare dei denari pubblici che annaffiano la Presidenza del consiglio non è impresa facile.

Nei bilanci, infatti, comitati, commissari e commissioni si mimetizzano fra i capitoli di spesa. Milioni di euro nascosti fra la paga dei dirigenti, il leasing per le nuove auto blu, il boom di missioni estere, arredi e manutenzioni. Eppure anche quest’anno i fondi previsti per foraggiare questi uffici fantasma sono oltre 12 milioni. Di cui circa 2,2 servono a elargire gettoni di presenza. Si passa da super-uffici come il comitato nazionale permanente per Mediocredito che nell’ultimo bilancio pesa per 1 milione 789 mila euro, agli 849 mila del Dipartimento innovazione, ai 424 mila per le politiche comunitarie, fino a 1 milione 105 mila euro per la struttura che avrebbe il compito di rilanciare l’immagine dell’Italia.

«Sono organismi a durata temporanea che si occupano di questioni urgenti», ribattono a Palazzo Chigi. Già. Come quello che ha il compito di attuare gli accordi fra Stato e Chiesa dopo il Concordato del ?€˜29, rivisto nel 1984. Gli uffici sono addirittura due: uno studia l’accordo, l’altro si occupa di interpretare eventuali incomprensioni. Perché, come si dice, due teste sono meglio di una. Soprattutto se a rimborso spese. Quando va bene si riuniscono tre volte l’anno, rivelano alla segreteria, e scavano negli accordi fra Italia e Santa Sede. Se si prova a chiamare Palazzo Chigi per chiedere a che punto siano i lavori e se ci sia qualche nodo irrisolto che ancora sfugge al Paese, la risposta è sempre la stessa: «Le inviamo la pubblicazione prodotta dal comitato. Lì potrete trovare tutte le risposte che vi interessano». Eccola: si intitola “Dall’accordo del 1984 al disegno di legge sulla libertà religiosa”. Niente data. In copertina l’immagine di Giovanni Paolo II in preghiera ad Assisi coi capi delle altre religioni. Era il 27 ottobre 1986. L’introduzione è di Giuliano Amato, quand’era presidente del Consiglio. La prima volta era nel 1992.
Se c’è in ballo un’emergenza, non si bada a spese. L’esempio della Protezione civile fa scuola. La struttura di missione messa in piedi per organizzare gli aiuti a L’Aquila ha fatto schizzare i conti di Palazzo Chigi da 4,2 miliardi a più di 5 miliardi. Un aumento forse indispensabile. Solo che lo stesso meccanismo va avanti da anni anche per la Torino- Lione, che emergenza non è. Nel 2002 fu nominato un comitato per supportare la delegazione italiana per la Tav, nominata già nel 1996 per velocizzare l’opera. A distanza di 14 anni, non soltanto la Torino-Lione ancora non c’è, ma gli organismi pubblici nel frattempo si sono moltiplicati: «Ora stiamo pagando una commissione che fa consulenza a un commissario.

Eppure quel commissario ha già alle sue dipendenze un’altra struttura identica, istituita anche stavolta dalla presidenza del Consiglio, che fa la stessa consulenza », riassumono i giudici contabili. Non bastasse, dal 2005 gli esperti sono cresciuti in numero e costi. Prima ce n’era uno soltanto, poi due, poi tre, fino ai sei attuali. Lo stesso trend della commissione per il recepimento delle direttive europee. Nel 2002, quando l’Italia era appena entrata nell’euro ed era tutto da fare, bastavano 12 esperti per sbrigare le pratiche. Oggi invece ne servono 29. Spesso incompetenti. Secondo la Corte dei conti, infatti, queste figure tecniche «non sempre presentano i requisiti peculiari dell’istituto e appaiono sovrapponibili a quelli dell’amministrazione ». Dubbi anche sui tempi del mandato: «La durata si protrae a tal punto da non poter essere più definita temporanea». Con questo meccanismo, a ogni urgenza corrisponde un nuovo ufficio. Poi l’emergenza finisce e l’ufficio rimane. Durante il governo Berlusconi le strutture di missione foraggiate sono diventate 24. Storie di sprechi una simile all’altra. A partire da quelle che dovrebbero servire, sulla carta, a ridurre la spesa pubblica.

Per tagliare enti e leggi, infatti, era nata la cosiddetta “Unità per la semplificazione”. Tanto ha semplificato da essere passata da 12 a 16 componenti nel giugno 2008. Una squadra di tre dirigenti, pagati per coordinare quattro funzionari, con la possibilità di assumere altri 12 esperti.

Al solito. O come la struttura che dovrebbe valutare l’impatto finanziario delle leggi. Nel 2003 contava 15 esperti, oggi sono saliti a 20 con un impatto finanziario, appunto, che per ora pagano i cittadini. Quando il centrodestra l’ha prorogata nel maggio 2008 ci ha pure aggiunto un posto da dirigente generale con compiti di studio. Al punto da prendersi la censura della Corte che già nell’aprile 2009 parlava di «incarichi non giustificabili». Se anche i tagli sfiorano Palazzo Chigi i superstiti sono sempre parecchi. Basta guardare l’Ente italiano per la montagna. Ha cambiato un paio di nomi, ma è sempre al suo posto. Una sforbiciata di organismi l’ha subita, spiegano a Palazzo Chigi. Peccato che restino in carica un consiglio direttivo e un comitato scientifico, oltre agli immancabili revisori dei conti. Ogni premier sceglie un suo presidente. E così Silvio Berlusconi ha nominato Massimo Romagnoli, un ex deputato di Forza Italia, al posto del prodiano Luigi Olivieri. Nella Finanziaria dei tagli, poi, Tremonti ha lasciato 407 mila euro diretti all’Agenzia nazionale per i giovani. Una missione sponsorizzata da Bruxelles, spiegano al dipartimento di Palazzo Chigi. Ma sorvolano sulla composizione: 34 membri. Il presidente è un ex dirigente dei giovani di Alleanza nazionale, Paolo Giuseppe Di Caro, rimasto fuori dal Parlamento e ripescato su indicazione governativa all’Ang, che gli passa uno stipendio da 101 mila euro. Largo ai giovani, si dirà. Perché Di Caro non si sente di certo solo. A tenergli compagnia, fra dirigenti e collaboratori, c’è una squadra da altri 450 mila euro l’anno.

L’esercito di esperti è quasi sempre fatto di «ex qualcosa»: professore o burocrate, generale in pensione o politico trombato, dirigente o assessore ripescato dal sottobosco dei partiti. Sono loro che mandano avanti la baracca dei comitati. Ce n’è uno per il turismo, che costerà circa un milione. Un altro si occupa di politiche comunitarie e spende 424 mila euro. C’è la struttura permanente per il Mediocredito che chiude a 1,7 milioni e, ancora, il comitato per la minoranza slovena, quello per l’accesso ai documenti amministrativi, per la statistica e per l’innovazione tecnologica. Una commissione assegna invece i vitalizi agli sportivi, un’altra i premi alla cultura, un’altra ancora aggiorna il protocollo dei vip. Secondo la Corte dei conti, questi cosiddetti esperti, tanto esperti non sono. Spesso anzi il curriculum è la fotocopia di profili già presenti (e stipendiati) nella pubblica amministrazione. Quei fannulloni, per dirla con Brunetta, che nemmeno volendo potrebbero fare gli straordinari a piazza Colonna, visto che a sbrigare il lavoro ci pensano i sosia a gettone. E se l’etica nella scelta dei consulenti qualche dubbio lo solleva, in fatto di bioetica l’Italia sta in una botte di ferro. Di commissioni temporanee, diventate permanenti, ce ne sono addirittura due. E quella che si occupa di biosicurezza, tecnologie e scienza della vita conta un numero di dirigenti, esperti e consulenti che da soli fanno un consiglio regionale. Dal presidente Leonardo Santi dell’università di Genova, alla pattuglia ministeriale da 14 delegati fino all’immancabile corazzata di esperti: quindici professori in viaggio verso la capitale da Milano, Napoli o Pavia.
L’ultimo nato di Palazzo Chigi ha un nome piuttosto evocativo: comitato per la memoria del Futuro. Dura in carica cinque anni, naturalmente rinnovabili. È datato 2009, dopo la conferenza di Barcellona che si propose di trasformare il Mediterraneo in una spazio comune. Nella pratica gli esperti dovranno «promuovere relazioni internazionali », magari svolazzando nei paesi interessati. Che sia roba grossa si capisce al volo. Il presidente è Gianni Letta. Per il resto è un elenco di ambasciatori, professori, archeologi e superdirigenti da Joaquin Navarro Vals, ex portavoce di Giovanni Paolo II, al presidente dell’Ice Umberto Vattani fino a Irene Pivetti. E se mai ce ne fosse bisogno, l’articolo 2 apre le porte ad altro personale.

Stavolta, però, a piazza Colonna mettono le mani avanti: «Non derivano oneri a carico di Palazzo Chigi», spiegano dalla segreteria. E chi paga le missioni? «Le amministrazioni di appartenenza del personale ». Cioè sempre lo Stato. L’obiettivo finale è nobile. Una rete di musei «in cui figurino, l’uno accanto all’altro, elementi costruttivi capaci di testimoniare visivamente l’unitarietà di fondo della cultura mediterranea». E forse prima o poi nascerà l’ennesimo comitato. Stavolta certamente utile, almeno a spiegare a un italiano medio che cosa significhi quella frase.

L’Espresso 27.08.10

"Guerra tra Berlusconi e Bersani Il premier: propone un´ammucchiata", di Mauro Favale

Scontro tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il segretario del Pd Pierluigi Bersani, che ieri su Repubblica aveva proposto la creazione di un “nuovo Ulivo” per battere il Cavaliere alle prossime elezioni. Il premier bolla l´iniziativa come «un´ammucchiata, che ricorda il vecchio teatrino della politica di cui gli italiani sono stufi». La risposta del leader democratico: «È lui che guida un´ammucchiata sempre più rissosa. Basta con questo governo del manganello».
Il suono della «campana del Pd», come l´ha definita Pierluigi Bersani, non piace a Silvio Berlusconi. Su Repubblica il segretario dei democratici offre in una lettera la sua ricetta «per sconfiggere il premier» e il Cavaliere contrattacca attraverso un messaggio diffuso sul sito dei Promotori della Libertà, la struttura coordinata da Michela Vittoria Brambilla che quest´estate ha funzionato da megafono già una decina di volte. «Anche oggi – afferma Berlusconi in mattinata, dopo la lettura dei giornali – si può cogliere la fotografia di due situazioni contrapposte: da un lato il governo del fare; dall´altro, i politici di professione e i loro giornalisti di riferimento che discutono di ammucchiate fuori del tempo. Come si può pensare – prosegue – nell´anno di grazia 2010, di resuscitare alleanze dal collante incerto, dai programmi ancora più incerti, dalle prospettive addirittura incertissime?».
Bersani attende mezza giornata, durante la quale incassa da alleati e compagni di partito molti apprezzamenti e qualche critica. Poi da Pontelagoscuro, provincia di Ferrara, dalla festa del Pd locale, sbotta: «Adesso no, adesso basta. La mia è una proposta politica chiara e precisa. La sua è un´ammucchiata. È lui che sta pretendendo di governare con una compagnia che si insulta tutti i giorni. Si manganellano ogni giorno». E cita ironicamente Eros Ramazzotti per spiegare cosa intende per «alleanza democratica». Un patto aperto, dedicato «a tutti quelli che…». Senza escludere né Pier Ferdinando Casini, né Gianfranco Fini, né Luca di Montezemolo. Bersani ripesca l´idea dell´Ulivo che, spiega, «rappresenta una critica all´esperienza dell´Unione. Nell´Ulivo c´è un´idea di partiti che si mettono al servizio di un movimento di riscossa civica e morale». Ricalcando quanto scritto nella sua lettera a Repubblica, il segretario Pd sottolinea che «non dobbiamo uscire solo da una governo ma da una stagione, da una fase che ormai è lunga 10-15 anni e che non ci ha portato niente, né in termini di avanzamento economico né di spirito civico». Il patto proposto da Bersani è rivolto «a chi è preoccupato per la democrazia e può prendere la forma di un patto elettorale». Assicura che «noi non abbiamo paura delle elezioni, ma se arrivano quelle anticipate devono avere un padre e una madre, Berlusconi e la sua crisi. Se arrivano le ha volute lui per i problemi suoi».
Sul palco di Pontelagoscuro (dove nel 2002 venne celebrata la prima festa dell´Ulivo) il segretario del Pd usa una metafora per attaccare anche la Lega, un partito che «sta attaccato al vecchio zio per prendergli l´eredità». Offre la sua lettura della “ribellione” dei finiani: «Per uno che è venuto via da un duce vero, sopportarne uno da operetta può darsi gli dia fastidio». Infine, torna a parlare della sua proposta di nuovo Ulivo che sembrerebbe archiviare quella «vocazione maggioritaria» di veltroniana memoria: «Per me, quella è la vocazione del fratello maggiore che ha più responsabilità degli altri nell´organizzare il campo del centrosinistra. E così il Pd cresce anche come partito».
La sua ricetta sembra piacere ad Antonio Di Pietro: «Siamo contenti che anche Bersani oggi voglia ricostruire un nuovo Ulivo per rilanciare un´alleanza democratica ma ad un patto: che passi attraverso le urne». Via libera anche dai Verdi di Angelo Bonelli e dal Prc, quest´ultimo con alcuni distinguo: «Sì all´alleanza anti Berlusconi – spiega Paolo Ferrero – ma no all´Ulivo perché non siamo interessati a partecipare al governo». Insiste sulle primarie, invece, Sinistra ecologia e Libertà che ha già avanzato la candidatura di Nichi Vendola: «Perché – è convinto Paolo Cento – non sono solo una questione di forma della democrazia, ma la sostanza di una nuova relazione».

La Repubblica 27.08.10

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Prodi: bravo Pierluigi, ora i fatti

«Bravo Pierluigi. Ci voleva proprio. Ma adesso bisogna passare subito ai fatti. Nei rapporti con la nostra gente, con le altre forze politiche e soprattutto nella capacità di contrastare il declino dell´Italia. Il confronto è su chi sul serio sa rivitalizzare il sistema Paese. Non è solo il problema Berlusconi. Il futuro è di chi sa dipingere e subito dopo costruire un futuro per l´Italia». Romano Prodi ha molto apprezzato le parole scritte da Pierluigi Bersani. Soprattutto ha sospirato di fronte a quella “parola” che gli è tanto cara: “Ulivo”. Ma l´ex premier non ha sottolineato solo le frasi del documento “bersaniano”, anche il clima che è riuscito a creare. «Quanto tempo era che non succedeva», ha detto con una punta di amarezza il Professore. La lettura, racconta lo staff di Bersani, ha confermato un messaggio già mandato a Prodi prima della pubblicazione. «Gli abbiamo detto che gli sarebbe piaciuto».
L´effetto, di fatti, si è subito sentito. Prodi nella sua vacanza in provincia di Reggio Emilia, in casa della suocera, è andato a prendere i giornali di prima mattina. Conferma di quello anticipato da Roma. I commenti con i suoi amici sono stati subito positivi. Commenti privati. «Io non esisto» ripete lui che si diverte a fare il Vecchio della Campagna, il Saggio della Bassa. L´ex premier, infatti, ripete come un mantra di non pensare a un ritorno “pubblico” di qualsiasi tipo. «Non sono Cincinnato. Un´epoca è comunque chiusa. Largo ai giovani. Io insegno». «Negli Usa e in Cina» aggiunge con vezzo critico verso l´Italia. Ma gode come un pazzo al fatto che la gente normale lo fermi per strada. «Professore, torna?». Lo rincuora che illustri sconosciuti gli chiedano di Flavia, la moglie operata. «Come sta la sua signora?».
L´uscita di Bersani lo ha colto in questo momento, fra pubblico e privato, felici e preoccupati. Anche Prodi temeva un appannamento del segretario del Pd, l´amico ventennale su cui ha sempre puntato. Ha sempre vissuto malissimo la marginalizzazione di cui ha accusato il Pd di Walter Veltroni dopo il «corriamo da soli» che, ancora accusa, «ha messo in crisi» il suo governo. Con Dario Franceschini ci sono stati gli strascichi post-veltroniani, poi la discesa in campo dell´amato Bersani. Da cui però non è mai arrivato lo scatto che anche il Professore si aspettava. Mentre seguiva con attenzione preoccupata il grande attivismo di Giulio Tremonti, battezzato «Visc/onti» da qualche amico di Prodi per la nuova linea non più così contraria rispetto a quella del predecessore, Visco.
Adesso Prodi è tornato al centro del campo, ultimo, antico vincitore di uno scudetto. Da cui imparare. Non parla, ma tanti lo cercano. Lui sta a guardare. Persino le possibili aperture di Bersani a Casini, Fini e Montezemolo. Gli ultimi due li conosce come pochi, ne sa le astuzie tattiche e strategiche. Non gli era piaciuto il «patto repubblicano» abbozzato mesi fa da Bersani e finito in nulla. «Non per l´idea in sé, ma per il rischio che venga preso per un gesto tattico. Serve sempre e ancora un grande progetto. Con il Pd al centro del confronto». Ha apprezzato le mosse dell´ex segretario di An, ma lo dipingeva come «un generale con attorno sergenti e non si sa se davvero ci sono delle truppe».
Adesso la possibilità che Bersani abbia preso in mano il pallino rincuora molto il Professore. Come l´asse che pare crearsi con Dario Franceschini, allontanatosi da Veltroni. «Alla trasmissione tv di Fazio era stato bravissimo» era un ricordo-impianto ricorrente. E sul Pd: «L´interpretazione comune rischiava di essere quella di un partito diventato autoreferenziale, con rapporti troppo deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani, messi in secondo piano dai ristretti obiettivi dei dirigenti e delle correnti e dai rapporti di vertice con le altre forze».
Se è svolta, Prodi ci spera. Lui pubblicamente tace, le sue voci pubbliche sono entrate in funzione. «Il Pd deve essere il centro del centrosinistra. – dice l´ex ministro di un defunto Programma, Giulio Santagata – Su questa credibilità, su questa capacità si gioca la costruzione di qualsiasi coalizione e di qualsiasi possibilità di mandar via Berlusconi». Con una stoccata a Veltroni: «La nuova stagione ulivista può aprire le porte ai tanti delusi, lasciati per strada in questi anni».

La Repubblica 27.08.10

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“Grande alleanza a senso unico?”, di Rudy Francesco Calvo

La lettera a Repubblica del segretario del Pd raccoglie consensi a sinistra e nel partito, perplessità tra i centristi. La lettera inviata da Pier Luigi Bersani a Repubblica conferma quanto già era stato evidenziato nei giorni precedenti: esiste all’interno del Pd un’ampia maggioranza, trasversale rispetto alle mozioni congressuali, favorevole alla nascita di una «alleanza democratica » per provare a superare definitivamente il berlusconismo.
Dario Franceschini l’aveva chiamata «costituzionale », ma la coincidenza tra le due coalizioni prospettate è confermata esplicitamente dallo stesso capogruppo: «Quella di Bersani è la mia stessa linea».
Un’alleanza di «emergenza», che può sostenere un governo di transizione o anche presentarsi unita al voto, con l’intento di dar vita a una «legislatura costituente», basata su «un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali». Dopodiché, toccherà a un «nuovo Ulivo» ricostruire il campo del centrosinistra.
È l’idea che non piace a Veltroni e ad altri esponenti dem (Fioroni, Marino, Barbi tra questi), che preferirebbero sin da subito un rilancio della vocazione maggioritaria e di alleanze coerenti sul piano programmatico. «Ritengo che un’alleanza da Ferrero a Fini sia qualcosa di complesso, di poco comprensibile, di molto poco serio», spiega il responsabile welfare del Pd.
Al di là delle critiche interne, la linea in “due tempi” di Bersani si scontra con alcuni nodi non secondari da sciogliere e con dati di fatto che non dipendono dalla volontà del Pd. Innanzitutto, la proposta del segretario dem giunge proprio nel giorno in cui Bossi e Berlusconi sembrano aver rimesso nel cassetto l’idea delle elezioni anticipate. Riguardo alla «alleanza democratica », poi, il segretario dem dice di rivolgersi anche a «forze contrarie al berlusconismo» che in condizioni normali «avrebbero un’altra collocazione » (il riferimento è a Casini e Fini), ma anche a «energie esterne ai partiti». In questo contesto, a chi verrebbe affidata la leadership? E come sarebbe scelta? La questione non è secondaria, ma potrebbe anzi risultare determinante proprio per coinvolgere nel progetto queste forze, politiche e non.
Più che a cedere al corteggiamento di Berlusconi, infatti, Udc e Fli (ma anche l’Api rutelliana ed elementi attualmente esterni alla politica, come l’associazione di Montezemolo Italia futura) puntano a mettere in campo immediatamente un terzo polo autonomo, piuttosto che un’alleanza con il centrosinistra. I segnali concreti in quest’ultimo senso, infatti, sono stati finora ben pochi. E ancora ieri Casini ha dimostrato freddezza: «Mi sembra positiva – ha detto commentando la lettera del segretario dem – l’intenzione di assumersi la responsabilità di riorganizzare l’area della sinistra democratica». Come a dire: la questione non ci riguarda.
Figurarsi Fini.
Il progetto del «nuovo Ulivo », inoltre, non sembra prospettare la stabilizzazione di un’alleanza con l’Udc (direzione che era stata seguita dai dem finora), all’interno del bipolarismo che comunque Bersani dice di voler difendere.
Gli ricorda inoltre il veltroniano Walter Verini che «qualsiasi riforma elettorale e istituzionale » che si vuole attuare dovrebbe essere coerente con quell’assetto. Il che si traduce nel rifiuto di una legge elettorale di stampo proporzionale, che invece è indicata come uno dei punti principali in caso di un’ampia alleanza anti-berlusconiana.

da Europa Quotidiano 27.08.10

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“La proposta del segretario non convince tutta la minoranza”, di G.C.

Gelidi i veltroniani gli ex Ppi attaccano: difficile unire Fini e Prc. Ma Franceschini Marini e Fassino dalla parte del leader. Chiamparino: “Buona la strada indicata”
«Loro litigano, noi ci rimettiamo in movimento e con l´unità di tutto il Pd». Pier Luigi Bersani è soddisfatto delle reazioni che la sua proposta di Nuovo Ulivo e di un´Alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi ha ricevuto nel partito. Sergio Chiamparino – il sindaco di Torino indicato come possibile competitor del segretario in future primarie, magari in ticket con Vendola – ha detto che è «una buona strada da percorrere: l´idea dell´Ulivo lanciata da Bersani è buona perché tende a escludere la santa alleanza di chiunque per battere Berlusconi e perché ripropone il progetto di una coalizione alternativa al centrodestra prescindendo dall´autosufficienza del Pd». Dalla parte di Bersani sta anche Dario Franceschini, il leader della minoranza di “Areadem” che di «alleanza costituzionale» aveva già parlato. Una parte di “Areadem” (oltre a Franceschini, Franco Marini e Piero Fassino) è ormai con il segretario. Di certo non Walter Veltroni.
Benché il veltroniano Walter Verini si limiti a ricordare con garbo a Bersani che ha perso solo tempo perché a un Ulivo rinnovato ci aveva pensato già Veltroni, in realtà la distanza è massima. Sta in quella “vocazione maggioritaria”, ovvero di un Pd calamita e assopigliatutto che è l´antitesi della strategia di coalizione da Bersani (così come da D´Alema) ritenuta vincente. Per ora tuttavia si gioca di fioretto – come osservano nel partito – ma dietro c´è rumore di spade. «Bene la riaffermazione dell´Ulivo del ´96, il cui progetto veniva a compimento proprio con la nascita del Pd – commenta Verini – Se quel Pd avesse continuato il suo cammino, oggi l´alternativa sarebbe più credibile». Malumori inoltre tra alcuni ex Ppi. Beppe Fioroni è ipercritico: «Io personalmente ritengo che un´alleanza da Ferrero a Fini sia qualcosa di complesso, di poco comprensibile, di molto poco serio». Dubbi di Mario Barbi, Enrico Gasbarra e Vincenzo Vita. Dei punti principali dell´appello affidato a Repubblica, il segretario del Pd aveva parlato prima con Bindi, Letta, D´Alema, Franceschini, Fassino. Rosy Bindi, presidente del partito, sottolinea: «La proposta di Bersani indica con efficacia la nostra prospettiva, restituendo credibilità e forza alla nostra alternativa con lo stesso respiro dell´idea originaria dell´Ulivo».
Apprezza anche Fassino: «È una proposta forte che accelera la costruzione di un´alternativa e indica la via per realizzare una coalizione credibile e in sintonia con le domande del paese». Il lettiano Francesco Boccia, il dalemiano Ugo Sposetti, Vasco Errani e Vannino Chiti sono schierati in modo compatto con il segretario. Sposetti gli darebbe «un bell´otto e mezzo per il messaggio forte al partito e al paese». Boccia incalza: «Mai più gli errori del passato». A Errani piace «la via indicata per il cambiamento».

La Repubblica 27.08.10