Latest Posts

"Servizi di call center. Rifiuto delle imprese a gare pubbliche sempre più al ribasso", di Luigina Venturelli

Assocontact (Confindustria) ha diffidato gli associati a partecipare. Nel settore 15mila posti di lavoro a rischio. Andranno a Bucarest?

Di fronte agli squilibri di un mercato del lavoro precario e dequalificato, un governo ha tre possibilità: intervenire per correggere le iniquità che minacciano un settore, restare a guardare mentre le leggi del mercato compiono la propria opera, oppure – ed è questa la strada scelta dal governo italiano – spingere ulteriormente nella direzione della precarietà e della dequalificazione. Il caso dei call center che operano in outsourcing – denunciano congiuntamente imprese e sindacati – è esemplare. Questa, ad esempio, è la gara da 1,6 milioni di euro indetta da Acquirente Unico (società pubblica controllata dal ministero dello Sviluppo) per la gestione dello Sportello per il consumatore di energia elettrica: garantire un traffico medio di mille chiamate al giorno con rigorosi livelli di servizio, ma anche, in alcuni periodi dell’anno non meglio precisati, picchi superiori alle 10mila chiamate al giorno. «Rispetto ad un’attività media supportata da 8 operatori telefonici, per il minor prezzo possibile ci dovremmo organizzare all’improvviso con cento operatori telefonici adeguatamente formati» denuncia Umberto Costamagna di Assocontact, l’associazione dei call center aderente a Confindustria, che ha diffidato i propri associati dal partecipare al bando. TIRANA O BUCAREST? «La flessibilità va pagata. Di certo una simile richiesta non può essere garantita con operatori regolarmente assunti e con un margine di guadagno che consenta all’azienda di sopravvivere. Così il settore pubblico ci chiede di tornare al passato, a selvagge logiche di prezzo sostenibili solo per chi sfrutta lavoratori avventizi» spiega il rappresentante del comparto, che negli ultimi anni, dalla circolare dell’ex ministro Damiano in poi, ha stabilizzato 26mila persone, soprattutto giovani e donne nel Sud d’Italia. Oggi, però, l’indirizzo è cambiato. Anche la Rai ha indetto una gara per servizi di call center agli abbonati per circa un milione e 400mila telefonate all’anno: «Il prezzo previsto è di 10 euro all’ora, quando solo lo stipendio di un operatore all’impresa costa 14 euro. Comesi fa a partecipare? Chi accettasse simili condizioni non potrebbe assumere il personale, né fare guadagni. Oppure dovrebbe trasferirsi a Tirana o a Bucarest» conclude Costamagna. Ed è allarme occupazionale. «Sono a rischio 15mila posti di lavoro» avvertono le imprese e i sindacati di categoria, che a fine maggio hanno presentato al ministero dello Sviluppo una serie di proposte per riformare il comparto. «Per mettere in sicurezza i call center, tra interventi normativi ed ispettivi, basterebbero 30-40 milioni di euro,meno di quanto costerebbe la cassa integrazione in deroga per le migliaia di persone che oggi rischiano di perdere il lavoro» sottolinea Alessandro Genovesi della Slc Cgil, chiedendo nuove regole per le gare d’appalto, tra cui l’inserimento di clausole sociali e la fissazione di un costo legale minimo per i servizi in outsourcing. «Ma finora il governo non ha mosso un dito».

L’Unità del 19 agosto 2010

"Dal Vietnam ai tassisti", di Guido Crainz

La storia.  Le manifestazioni offrono squarci illuminanti per capire l´Italia repubblicana. Da quelle degli anni Cinquanta, ma soprattutto dal ´68, con nuovi simboli e nuovi miti, fino alle iniziative corporative degli ultimi tempi  Così è cambiata nel tempo una forma di protesta.

Offrono squarci illuminanti, i cortei dell´Italia repubblicana. Nel loro svolgersi e nel loro modificarsi annunciano l´avvio e il declino delle stagioni della speranza: così è sin dall´aprile del 1945, con le sfilate partigiane nelle città liberate. E, sempre alla vigilia della repubblica, con le colonne di contadini meridionali che vanno a occupare le terre incolte.
È una stagione breve, sostituita troppo presto dalle asprezze degli anni Cinquanta e della Guerra fredda, con cortei dispersi non di rado dalla Celere di Scelba. E con divisioni sindacali profonde, che inizieranno a sbiadire solo al mutar di decennio: ad esempio nel 1960 milanese, con manifestazioni che iniziano ad unirsi. E con il “Natale operaio in piazza Duomo” di quello stesso anno, le cui ragioni sono accolte sin dall´omelia del cardinale Montini.
Un´aria diversa inizia allora ad attraversare i cortei, con nuove forme espressive (“fischietti subito vietati”, segnala un prefetto) e con nuovi, giovani protagonisti, nello scenario industriale e sociale del boom economico. È iniziato il percorso che dagli anni Cinquanta conduce ai decenni successivi e le foto di Uliano Lucas, Tano D´Amico e altri ci aiutano a capirlo meglio di molti saggi storici.
Analoghi processi investono i cortei politici: c´è una differenza riconoscibile fra la manifestazione per Cuba in cui muore il giovane comunista Giovanni Ardizzone, nella Milano del 1962, e quelle contro la guerra nel Vietnam che di lì a poco attraversano l´Europa e l´America. Annunciano una nuova “internazionale giovanile” che ha in comune simboli e miti, comportamenti e modi di vestire, canzoni e forme espressive. Annunciano anche il ´68, che ha un inizio solare («Oggi ho visto nel corteo tante facce sorridenti / le compagne, quindici anni, gli operai con gli studenti»), ma conosce in seguito rapide derive, non solo per sua colpa («ed ho visto le autoblindo / rovesciate e poi bruciate», per citare quella stessa, non eccelsa canzone). Sono illuminanti anche le trasformazioni dei cortei operai, che diventano – lo osservava Alessandro Pizzorno – momenti di costruzione identitaria e al tempo stesso strumenti di comunicazione. Ai cartelli “ufficiali” si affiancano quelli improvvisati “dal basso”, e poi pupazzi, conigli e asini a simboleggiare “padroni” e “crumiri”, con un sottofondo di campanacci e tamburi di latta che un documentario di Ugo Gregoretti, Contratto, ci restituisce con efficacia.
Alla fine dell´”autunno caldo” la strage di piazza Fontana segna un altro drastico e drammatico mutar di clima, che negli anni Settanta vedrà anche forme di “militarizzazione” dei cortei extraparlamentari. Quella tesa cupezza sarà brevemente interrotta dall´irruzione allegra e appassionata del movimento femminista, con la sua fantasia e i suoi slogan. O, nel 1977, dalla breve e ironica comparsa degli “indiani metropolitani”, presto oscurata negli stessi cortei dalle mani che mimavano (e talora impugnavano) le P 38. E annunciavano gli “anni di piombo”. Un altro cambio d´epoca verrà poi nel 1980 e lo segnalerà un corteo silenzioso e inatteso, la marcia anti-sciopero dei “quarantamila” della Fiat.
Non mancheranno successive ventate di fantasia (dalle manifestazioni per la pace ai girotondi) ma cresceranno soprattutto quei corporativismi incattiviti di cui saranno simbolo i trattori dei “cobas del latte” e le automobili dei tassisti. Tanti cortei, non riducibili a un´unica cifra. O a una tassa.

La Repubblica del 19 agosto 2010

I trasporti scolastici in crisi per la durata delle lezioni da 50 a 60 minuti?

Per qualcuno, tra le novità del nuovo anno scolastico, dovrebbe esserci quella della durata delle ore di lezione negli istituti superiori che dovrebbe passare dai 50 minuti attuali ai 60.

Se il cambiamento dovesse essere davvero reale, gli effetti ricadrebbero anche sull’organizzazione dei servizi di trasporto per consentire agli studenti la frequenza delle lezioni in alcuni pomeriggi.

È quello che pensa l’Amministrazione provinciale di Reggio Emilia (ma potrebbe non essere la sola) che in questi giorni sta studiando il modo di trovare soluzione al problema, convinta che il passaggio della durata delle lezioni da cinquanta a sessanta minuti costringe le aziende di servizi di trasporto a fare salti mortali per evitare disagi agli studenti. Col rischio di non starci dentro con le spese, come ha precisato con una nota l’assessore della provincia emiliana.

Tutto per miseri dieci minuti!

“La “riformata” ora scolastica di sessanta minuti va a cambiare i momenti di ingresso e di uscita da scuola a scuola. Ciascun istituto decide infatti per conto proprio. “Sono stati esaminati i singoli orari ed il flusso di studenti, con i loro movimenti, ed ognuno, in un clima di grande collaborazione, ha evidenziato le proprie criticità e le proprie esigenze”, ha spiegato l’assessore provinciale alla Mobilità sostenibile, Alfredo Gennari.

“Tra i principali problemi – ha continuato l’assessore – l’enorme sforzo economico, di mezzi ed autisti, che comporterebbe il moltiplicare le corse degli autobus: un costo elevatissimo che, oltretutto, alla fine consentirebbe di trasportare, più o meno, lo stesso numero di studenti dello scorso anno. Le ottimizzazioni ed i risparmi invocati dai vari ministri Gelmini, Brunetta e Tremonti si tradurrebbero dunque in un forte incremento di spesa per gli Enti locali, senza alcun aumento del numero di utenti del trasporto pubblico”.

Ma le cose stanno proprio così?

Nessuna disposizione ministeriale (a parte alcune dichiarazioni del ministro Gelmini mai tradotte in concreto) ha modificato la durata delle lezioni, portandola tassativamente a 60 minuti.

Nei regolamenti di riforma vengono utilizzate le formulazioni presenti nel precedente ordinamento, non viene regolata la questione né si parla di norme transitorie di modifica della durata oraria delle lezioni nelle classi non a riforma. Nulla di nulla.

No. Il problema della riorganizzazione dei trasporti scolastici non può dipendere dalla modifica della durata delle lezioni da 50 a 60 minuti.

Tuttoscuola
19-08-2010
count.gif

Draghi: "Basilea 3 darà stabilità" Ocse vede la ripresa, l´Italia stenta, di Barbara Ardu

Pil, la nostra crescita resta la più debole tra i grandi d´Europa. Il governatore difende l´accordo che imporrà più trasparenza nel settore del credito

ROMA – Rafforzare il sistema bancario avrà un costo «gestibile» e non bloccherà la crescita economica. Non solo. Le nuove regole di Basilea 3 (che costringeranno gli istituti di credito ad avere un capitale più solido e più liquidità), sono scritte proprio per evitare nuove crisi finanziarie, quelle che mettono ko le imprese. Mario Draghi dà disco verde ai due rapporti sulla taratura dei nuovi standard di capitalizzazione bancaria e sui costi di transizione al nuovo regime presentati ieri dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri). Lo fa, il governatore di Bankitalia, in veste di presidente del Financial stability board, “imponendo” così una tabella di marcia per la riunione del G-20 di novembre, quando i Paesi membri dovranno scrivere le nuove regole mondiali del dopo crisi. Ma il comunicato congiunto del Financial stability board e del Comitato di Basilea sulla vigilanza, suona anche come una risposta indiretta al sistema bancario e al mondo imprenditoriale che teme di vedersi chiudere i rubinetti del credito. L´equazione è semplice: meno soldi, meno investimenti, meno sviluppo. Basilea 3, agli occhi di imprenditori e banchieri, è un freno alla crescita (che in Italia è al lumicino, maglia nera tra i Paesi Ocse, come confermano i dati diffusi ieri dall´organizzazione parigina).
Tutt´altro, replica, il Financial Stability Forum. Basilea 3 porterà a una crescita equilibrata e i benefici saranno maggiori dei costi. «Ogni aumento di 1 punto percentuale del rapporto fra capitale ordinario e attività commisurate al rischio – si legge nel comunicato – porterà a una riduzione del livello di Pil di circa 0,20 per cento». In termini di crescita, si tratta di una perdita «di 0,04 punti percentuali» l´anno. Il tutto in cambio di «benefici a lungo termine per la stabilità finanziaria e per una maggiore stabilità della crescita». Una visione di lungo periodo che banche e imprese temono anche perché l´Italia cresce pochissimo. Il Pil nell´area euro è salito nel secondo trimestre dell´anno del 2,8% su base tendenziale, in rialzo rispetto al +2,4% del precedente trimestre. Ma a guidare la crescita è la Germania con le esportazioni (+3,7%) e anche l´Inghilterra mentre l´Italia è ultima (+1,1% in un anno e +0,4% in tre mesi) dietro anche la Francia. «Le prospettive del nostro Paese non sono affatto positive», affermano i consumatori che in una nota avvertono: ad autunno arriverà una stangata da 886 a 1100 euro a famiglia.

La Repubblica del 19 agosto 2010

count.gif

"Sovranità popolare in salsa di destra", di Carlo Galli

Dunque, le pressioni della destra, le minacce, le grida al tradimento, dopo tutto restano. Solo, vanno intese come legittime posizioni politiche, e non devono essere prese alla lettera. Come dire che c´è una sostanza politica – la sovranità del popolo – e una forma, il dettato costituzionale. Caro, quest´ultimo ai barbogi cultori delle scartoffie. Mentre i politici di destra, anzi il popolo della libertà, guardano alla Costituzione come si conviene: come a una varia ed eventuale, da mettere all´ultimo posto nell´ordine del giorno della politica. Al primo, naturalmente, la sovranità del popolo.
Questa è la nuova linea che emerge dai comunicati con cui i capigruppo parlamentari della maggioranza hanno risposto alla durissima e ultimativa nota del Quirinale; una linea che consiste nell´ammettere a denti stretti che il potere di scioglimento delle Camere è del Capo dello Stato e non del Presidente del Consiglio, e al tempo stesso nel ribadire che egli se ne deve servire come vuole la destra, cioè nell´eventualità di una crisi di governo deve ricorrervi in pratica automaticamente. E ciò per non tradire e per non vanificare il nuovo assetto politico generato dalle leggi elettorali susseguitesi dal 1993 a oggi; che avrebbe dato vita a una democrazia presidenziale e non parlamentare, e a una nuova modalità d´espressione della sovranità popolare: non più rappresentata nel Parlamento ma incarnata in un leader e in un Verbo: il programma.
Questa ennesima contrapposizione tra popolo (con la sua voce univoca e tonante) e Palazzo (con i suoi intrighi), tra forma e sostanza – indice di una sbrigativa e qualunquistica idiosincrasia per regole e istituzioni, la stessa che proclama la ‘politica del fare´ (ma, appunto, la proclama soltanto) –, si presenta insomma come un pensiero politico, in quanto tale legittimo, che pretende però di avere efficacia costituzionale fin da subito. Il che legittimo non è, perché fra le procedure di riforma della Costituzione non è prevista la legge elettorale. Che infatti non innova proprio nulla per quanto riguarda la forma della repubblica, che continua a essere – anche se sulla scheda con cui si vota è indicato il nome di un politico – una democrazia parlamentare, e non una democrazia elettorale o plebiscitaria.
Il che significa – occorre ricordarlo perché non si tratta di forma, ma di sostanza – che con le elezioni si eleggono le Camere, non il governo; che questo non è un organo sovrano che tragga legittimazione dal popolo, ma un organo esecutivo legittimato, col voto di fiducia, dal parlamento; che rappresenta, questo sì, la sovranità popolare, e che ne è l´unica espressione legale. E quindi chi ha vinto le elezioni è un partito che ha la maggioranza alla Camera e al Senato, e non un uomo politico nominato premier a furor di popolo; e che se il partito maggioritario perde pezzi – evento anch´esso legittimo, perché i deputati e i senatori sono eletti senza vincolo di mandato, e quindi non sono tenuti, finché sono in carica, ad alcuna ‘fedeltà´ – il Capo dello Stato ha la piena e totale libertà di esplorare se ci sono nelle Camere maggioranze alternative a quella che ha vinto le elezioni, e che non c´è più: la questione non è di legittimità, ma solo di praticabilità politica dell´operazione.
Ora, contrapporre a questa che è l´unica interpretazione possibile della Costituzione la volontà del popolo sovrano, che, ove non fosse riconosciuta si dovrebbe manifestare nelle piazze, non è altro che invocare la rivoluzione, cioè evocare la suprema energia politica che un popolo può esprimere, per travolgere l´ordinamento costituito con la forza irresistibile del suo potere costituente – senza ricorrere a esempi lontani e sanguinosi, qualcosa di simile ai movimenti di massa che hanno provocato il crollo del Muro di Berlino –. Ma sostenere che c´è in Italia una situazione rivoluzionaria, al di là della retorica leghista (peraltro subito rientrata), è quanto meno risibile: semmai, a dominare, non a caso, sono l´apatia politica, lo sfinimento, lo sgomento, il disgusto per la politica.
Dunque, se né la Costituzione né la situazione politica reale supportano le posizioni della destra, queste vanno considerate momenti tattici di spregiudicata intimidazione istituzionale – presumibilmente arginata, almeno per ora, – e, ancor più, forme di un discorso politico demagogico, volto a far passare nell´opinione pubblica la tesi che l´Italia è già ora una repubblica presidenziale-plebiscitaria, per poter presentare esplicitamente questo tema nel programma elettorale delle elezioni anticipate (auspicate come prossime). Questa finalità mediatico-manipolatoria – che solletica l´antiparlamentarismo qualunquistico dei cittadini, agitando fantasmi di congiure di Palazzo – la dice lunga su che cosa sia la sovranità popolare in salsa di destra: il popolo che dovrebbe imporre la propria volontà è in verità una sorta di sovrano immaginario, un corpo scosso da manipolazioni mediatiche e da una overdose ideologica di propaganda populistica; o, se si vuole, un fantasma polemico da utilizzare in tempi agitati, destinato a esprimere la propria sovranità non nella dialettica del parlamento ma nella voce e negli atti di un Capo che, solo, la rappresenta.
Sostituire le istituzioni con la propaganda, la democrazia col populismo, il parlamento col governo, è – questo sì – un sommovimento di vertice che avviene nella stagnazione e nella strumentalizzazione dei cittadini. Assomiglia anzi a quella che si definiva, un tempo, ‘rivoluzione passiva´, di cui costituisce la variante post-moderna.

La Repubblica del 19 agosto 2010

Il Cavaliere e la Mondadori uno scandalo "ad aziendam", di Massimo Giannini

Sotto i nostri occhi, distolti dalla Parentopoli privata di Gianfranco Fini usata come arma di distruzione politica e di distrazione di massa, sta passando uno scandalo pubblico che non stiamo vedendo. Questo scandalo si chiama Mondadori. Il colosso editoriale di Segrate  –  di cui il premier Berlusconi è “mero proprietario” e la figlia Marina è presidente  –  doveva al Fisco la bellezza di 400 miliardi di vecchie lire, per una controversia iniziata nel ’91. Grazie al decreto numero 40, approvato dal governo il 25 marzo e convertito in legge il 22 maggio, potrà chiudere la maxi-vertenza pagando un mini-tributo: non i 350 milioni di euro previsti (tra mancati versamenti d’imposta, sanzioni e interessi) ma solo 8,6. E amici come prima.

Un “condono riservato”. Meglio ancora, una legge “ad aziendam”. Che si somma alle 36 leggi “ad personam” volute e fatte licenziare dalle Camere dal Cavaliere, in questi tumultuosi quindici anni di avventurismo politico. Repubblica ha già dato la notizia, in splendida solitudine, l’11 agosto scorso. Ma ora che il centrodestra discute di una “questione morale” al suo interno, ora che la propaganda di regime costruisce teoremi assolutori sul “così fan tutti” e la macchina del fango istruisce dossier avvelenati sulle compravendite immobiliari, è utile tornarci su. E raccontare fin dall’inizio la storia, che descrive meglio di ogni altra l’enormità del conflitto di interessi del premier, il micidiale intreccio tra funzioni pubbliche e affari privati, l’uso personale del potere esecutivo e l’abuso politico sul potere legislativo.

Il prologo: paura a Segrate

La vicenda inizia nel 1991, quando il marchio Mondadori, da poco entrato nell’orbita berlusconiana, decide di varare una vasta riorganizzazione nelle province dell’impero. Scatta una fusione infragruppo tra la stessa Arnoldo Mondadori Editore e la Arnoldo Mondadori Editore Finanziaria (Amef). Operazioni molto in voga, soprattutto all’epoca, per nascondere plusvalenze e pagare meno tasse. Il Fisco se ne accorge, scattano gli accertamenti, e le Finanze chiedono inizialmente 200 miliardi di imposte da versare. L’azienda ricorre e si apre il solito, lunghissimo contenzioso. Da allora, la Mondadori vince i due round iniziali, davanti alle Commissioni tributarie di primo e di secondo grado. È assistita al meglio: i suoi interessi fiscali li cura, in aula, lo studio tributario di Giulio Tremonti, nel 1991 non ancora ministro delle Finanze (lo diventerà nel ’94, con il primo governo Berlusconi). Nell’autunno del 2008 l’Agenzia delle Entrate presenta il suo ricorso in terzo grado, alla Cassazione. Nel frattempo la somma dovuta dall’azienda editoriale del presidente del Consiglio è lievitata: 173 milioni di euro di imposte dovute, alle quali si devono aggiungere gli interessi, le indennità di mora e le eventuali sanzioni. Il totale fa 350 milioni di euro, appunto.

Se la Suprema Corte accogliesse il ricorso, per Segrate sarebbe un salasso pesantissimo. Soprattutto in una fase di crisi drammatica per il mercato editoriale, affogato quanto e più di altri settori dalla “tempesta perfetta” dei mutui subprime che dal 2007 in poi sommerge l’economia del pianeta. Così, nel silenzio che aleggia sull’intera vicenda e nel circuito perverso del berlusconismo che lega la famiglia naturale alla famiglia politica, scatta un piano con le relative contromisure. Che non sono aziendali, secondo il principio del liberalismo classico: mi difendo “nel” mercato, e non “dal” mercato. Ma normative, secondo il principio del liberismo berlusconiano: se dal mercato non mi posso difendere, cambio le leggi. Un “metodo” collaudato, ormai, che anche sul fronte dell’economia (come avviene da anni su quello della giustizia) esige il “salto di qualità”: chiamando in causa la politica, mobilitando il partito del premier, militarizzando il Parlamento. Un “metodo” che, nel caso specifico, si tradurrà in tre tentativi successivi di piegare l’ordinamento generale in funzione di un vantaggio particolare. I primi due falliranno. Il terzo centrerà l’obiettivo.

Il primo tentativo: il “pacchetto giustizia”

Siamo all’inverno 2008. Nessuno sa nulla, del braccio di ferro che vede impegnate la Mondadori e l’Amministrazione Finanziaria. Nel frattempo, il 13 aprile dello stesso anno il Cavaliere ha stravinto le elezioni, è di nuovo capo del governo, e Tremonti, da “difensore” del colosso di Segrate in veste di tributarista, è diventato “accusatore” del gruppo, in veste di ministro dell’Economia. Può scattare il primo tentativo. E nessuno si insospettisce, quando nel mese di dicembre un altro ministro del Berlusconi Terzo, il guardasigilli Angelino Alfano, presenta il suo corposo “pacchetto giustizia” nel quale, insieme al processo breve e alla nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche, compare anche la cosiddetta “definizione agevolata delle liti tributarie”. Una norma stringatissima: prevede che nelle controversie fiscali nelle quali abbia avuto una sentenza favorevole, in primo e in secondo grado, il contribuente può estinguere la pendenza, senza aspettare l’eventuale pronuncia successiva in terzo grado (cioè la Cassazione) versando all’erario il 5% del dovuto. È un piccolo “colpo di spugna”, senz’altro. Ma è l’ennesimo, e sembra rientrare nella logica delle sanatorie generalizzate, delle quali i governi di centrodestra sono da sempre paladini. In realtà, è esattamente il “condono riservato” che serve alla Mondadori.

L’operazione non riesce. Il treno del “pacchetto giustizia”, che veicola la pillola avvelenata di quello che poi sarà ribattezzato il “Lodo Cassazione”, non parte. La dura reazione del Quirinale, dei magistrati e dell’opposizione, sia sul processo breve che sulle intercettazioni, costringe Alfano allo stop. “Il pacchetto giustizia è rinviato al prossimo anno”, dichiara il Guardasigilli alla vigilia di Natale. Così si blocca anche la “leggina” salva-Mondadori. Ma dietro le quinte, nei primi mesi del 2009, non si blocca il lavoro dell’inner circle del presidente del Consiglio. Il tempo stringe: la Cassazione ha già fissato l’udienza per il 28 ottobre 2009, di fronte alla sezione tributaria, per discutere della controversia fiscale tra l’Agenzia delle Entrate e l’azienda di Segrate. Così scatta il secondo tentativo. In autunno si discute alla Camera la Legge Finanziaria per il 2010. È il secondo “treno” in partenza, e per chi lavora a tutelare gli affari del premier è da prendere al volo.

Il secondo tentativo: la Finanziaria

Giusto alla vigilia dell’udienza davanti alla sezione tributaria della Suprema Corte, presieduta da un magistrato notoriamente inflessibile come Enrico Altieri, accadono due fatti. Il primo fatto accade al “Palazzaccio” di Piazza Cavour: il 27 ottobre il presidente della Cassazione Vincenzo Carbone (che poi risulterà pesantemente coinvolto nello scandalo della cosiddetta P3) decide a sorpresa di togliere la causa Agenzia delle Entrate/Mondadori alla sezione tributaria, e di affidarla alle Sezioni Unite come richiesto dagli avvocati di Segrate, con l’ovvio slittamento dei tempi in cui verrà discussa. Il secondo fatto accade a Montecitorio: il 29 ottobre, in piena notte, il presidente della Commissione Bilancio Antonio Azzolini, ovviamente del Pdl, trasmette alla Camera il testo di due emendamenti alla Finanziaria. Il primo innalza da 75 a 78 anni l’età di pensionamento per i magistrati della Cassazione (Carbone, il presidente che due giorni prima ha deciso di attribuire la causa Mondadori alle Sezioni Unite, sta per compiere proprio 75 anni, e quindi dovrebbe lasciare il servizio di lì a poco). Il secondo riproduce testualmente la “definizione agevolata delle liti tributarie” già prevista un anno prima dal “pacchetto giustizia” di Alfano. È di nuovo la legge “ad aziendam”, che stavolta, con la corsia preferenziale della manovra economica, non può non arrivare al traguardo.

Ma anche questo secondo tentativo fallisce. Stavolta, a bloccarlo, è Gianfranco Fini. La mattina del 30 ottobre, cioè poche ore dopo il blitz notturno di Azzolini, il relatore alla Finanziaria Maurizio Sala (ex An) avverte il presidente della Camera: “Leggiti questo emendamento che consente a chi è in causa con il Fisco e ha avuto ragione in primo e in secondo grado di evitare la Cassazione pagando un obolo del 5%: c’è del marcio in Danimarca…”. Fini legge, e capisce tutto. È l’emendamento salva-Mondadori, con la manovra non c’entra nulla, e non può passare. La norma salta ancora una volta. E non a caso, proprio in quella fase, cominciano a crescere le tensioni politiche tra Berlusconi e Fini, che due anni dopo porteranno alla rottura. Ma crescono anche le preoccupazioni di Marina sull’andamento dei conti di Segrate. Per questo il premier e i suoi uomini non demordono, e di lì a poco tornano all’attacco. Scatta il terzo tentativo. Siamo ai primi mesi del 2010, e sui binari di Palazzo Chigi c’è un terzo “treno” pronto a partire. Il 25 marzo il governo vara il decreto legge numero 40. È il cosiddetto “decreto incentivi”, un provvedimento monstre, dove l’esecutivo infila di tutto. Durante l’iter di conversione, il Parlamento completa l’opera. Il 28 aprile, ancora una volta durante una seduta notturna, un altro parlamentare del Pdl, Alessandro Pagano, ripete il blitz, e ripresenta un emendamento con la norma salva-Mondadori.

Il terzo tentativo: il “decreto incentivi”

Stavolta, finalmente, l’operazione riesce. Il 22 maggio le Camere convertono definitivamente il decreto. All’articolo 3, relativo alla “rapida definizione delle controversie tributarie pendenti da oltre 10 anni e per le quali l’Amministrazione Finanziaria è risultata soccombente nei primi due gradi di giudizio”, il comma 2 bis traduce in legge la norma “ad aziendam”: “Il contribuente può estinguere la controversia pagando un importo pari al 5% del suo valore (riferito alle sole imposte oggetto di contestazione, in primo grado, senza tener conto degli interessi, delle indennità di mora e delle eventuali sanzioni)”. E pazienza se il presidente della Repubblica Napolitano, poco dopo, sul “decreto incentivi” invia alle Camere un messaggio per esprimere “dubbi in ordine alla sussistenza dei presupposti di straordinaria necessità ed urgenza, per alcune nuove disposizioni introdotte, con emendamento, nel corso del dibattito parlamentare”. E pazienza se la critica del Quirinale riguarda proprio quell’articolo 3, comma 2 bis. Ormai il gioco è fatto. Il colosso editoriale di proprietà del presidente del Consiglio è sostanzialmente salvo. Per consentire alla Mondadori di chiudere definitivamente i conti con il Fisco manca ancora un banale dettaglio, che rende necessario un ultimo passaggio parlamentare. Il decreto 40 non ha precisato che, per considerare concluso a tutti gli effetti il contenzioso, occorre la certificazione da parte dell’Amministrazione Finanziaria.

Per questo, nel bilancio semestrale 2010 del gruppo di Segrate, presentato il 30 giugno scorso, Marina Berlusconi fa accantonare “8.653 migliaia di euro relativi al versamento dell’importo previsto dal decreto legge 25 marzo 2010, numero 40” sulla “chiusura delle liti pendenti”, e fa scrivere, a pagina 61, al capitolo “Altre attività correnti”: “Pur nella convinzione della correttezza del proprio operato, e con l’obiettivo di non esporre la società a una situazione di incertezza ulteriore, sono state attuate le attività preparatorie rispetto al procedimento sopra richiamato. In particolare si è proceduto all’effettuazione del versamento sopra richiamato. Nelle more della definizione del quadro normativo, a fronte dell’introduzione di specifiche attestazioni da parte dell’Amministrazione Finanziaria previste nelle ultime modifiche al decreto, e tenuto anche conto del fatto che gli atti necessari per il perfezionamento del procedimento e l’acquisizione dei relativi effetti non sono stati ancora completati, la società ha ritenuto di iscrivere l’importo anticipato nella posta in esame…”. Ricapitolando: la Mondadori mette da parte poco più di 8,6 milioni di euro, cioè il 5% dei 173 che avrebbe dovuto al Fisco (al netto di sanzioni e interessi), in attesa di considerare perfezionato il versamento al Fisco in base alle ultime integrazioni al decreto che saranno effettuate in Parlamento. E le integrazioni arrivano puntuali, alla Camera, il 7 luglio: nella manovra 2011 il relatore Antonio Azzolini (ancora lui) inserisce l’emendamento finale: “L’avvenuto pagamento estingue il giudizio a seguito dell’attestazione degli uffici dell’Amministrazione Finanziaria comprovanti la regolarità dell’istanza e il pagamento integrale di quanto dovuto”. Ci siamo: ora il “delitto” è davvero perfetto. La Mondadori può pagare pochi spiccioli, e chiudere in gloria e per sempre la guerra con l’Erario, che a sua volta gliene da atto rilasciandogli regolare “quietanza”.

L’epilogo: una nazione “ad personam”?

Sembra un romanzaccio di fanta-finanza o di fanta-politica. È invece la pura e semplice cronaca di un pasticciaccio di regime. Nel quale tutto è vero, tutto torna e tutto si tiene. Stavolta Berlusconi non può dire “non mi occupo degli affari delle mie aziende”: non è forse vero che il 3 dicembre 2009 (come riportato testualmente dalle intercettazioni dell’inchiesta di Trani) nel pieno del secondo tentativo di far passare la legge “ad aziendam” dice al telefono al commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi “è una cosa pazzesca, ho il fisco che mi chiede 900 milioni… De Benedetti che me li chiede ma ha già avuto una sentenza a favore, 750 milioni, pensa te, e mia moglie che mi chiede 90 miliardi delle vecchie lire all’anno… sono messo bene, no?”. Stavolta Berlusconi non può dire che Carboni, Martino e Lombardi sono solo “quattro sfigati in pensione”: non è forse vero che nelle 15 mila pagine dell’inchiesta delle procure sulla cosiddetta P3 la parola “Mondadori” ricorre 430 volte (insieme alle 27 in cui si ripete la parola “Cesare”) e che nella frenetica attività della rete criminale creata per condizionare i magistrati nell’interesse del premier sono finiti sia il presidente della Cassazione Carbone (cui come abbiamo visto spettava il compito di dirottare alle Sezioni Unite la vertenza Mondadori-Agenzia delle Entrate) sia il presidente dell’Avvocatura dello Stato Oscar Fiumara (cui competeva il necessario via libera a quel “dirottamento”?).

È tutto agli atti. Una sola domanda: di fronte a un simile sfregio delle norme del diritto, un simile spregio dei principi del mercato e un simile spreco di denaro pubblico, ci si chiede come possano tacere le istituzioni, le forze politiche, le Confindustrie, gli organi di informazione. Possibile che “ad personam”, o “ad aziendam”, sia ormai diventata un’intera nazione?

La Repubblica del 19 agosto 2010

"Cnr, dopo anni di lavoro e ricerca c’è solo il precariato. Per statuto", di Luciana Cimino

Il capitale della conoscenza senza un futuro. Precari per tutta la vita. Succede al Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) dopo l’approvazione del nuovo statuto che riguarda il destino professionale di quasi 4mila ricercatori.
Dopo anni di apprendistato e contributi di sapere dati al principale organismo di ricerca pubblico nazionale e al Paese, una moltitudine di figure professionali che ruota intorno alla scienza italiana si ritrova alla porta senza alcuna possibilità di un contratto a tempo indeterminato.
Il contestatissimo articolo 4 del nuovo statuto prevede che i vari contratti non standard (leggi precari) non possano superare in nessun caso i 10 anni nelle loro svariate forme: assegno di ricerca, borsa di studio, co.co.co. «Dopo sei fuori dall’ente, anche se sei un ricercatore valido e non di rado eccellente», spiega Mariangela Spera, ricercatrice precaria all’Istc (Scienze e tecnologie della cognizione).
E dire che dopo le proteste delle settimane scorse di ricercatori e sindacati, la norma è stata modificata e gli anni di precariato sono passati da 6 a 10. Altro cambiamento ottenuto con la mobilitazione, il conteggio del precariato entrerà in vigore con lo statuto, dunque non sarà retroattivo.
Per Marinella Vicaretti, 36 anni, tecnologa al ministero dell’Ambiente, non è una vittoria: «Mi occupo di inquinamento atmosferico e sono precaria dal 2002, ora so che avrò altri 10 anni di precariato davanti e senza uno sbocco, mi dite che logica ha stare parcheggiati 20 anni in un ente?». «Noi – continua Vicaretti – avevamo chiesto lo stralcio di queste norme. Dunque no, non siamo soddisfatti». «Una cosa – aggiunge Spera – sarebbe stata progettare un limite alla precarietà in virtù di concorsi per il tempo indeterminato da fare in futuro, e una cosa è limitare la vita delle persone e dello stesso Cnr che con il continuo turn over vedrà sicuramente diminuire la qualità della ricerca». Molto discussa è anche la norma che mette un rigido e invalicabile tetto di spesa per il personale. «Vogliono ridurre la pianta organica – dice ancora Spera -ma c’è a monte un progetto di svilimento della ricerca. Noi campiamo soprattutto sui progetti europei, siamo noi ricercatori a procacciare risorse al Cnr. D’ora in poi avendo meno persone e meno formate si vinceranno meno progetti europei e quindi arriveranno meno soldi nelle casse del Consiglio. E vogliono vendere questo statuto come un risparmio di risorse… Ci domandiamo come mai sia stato votato quasi dall’unanimità, persino dal presidente, quando è evidente che queste norme mortificano lo spirito e la natura dell’ente».
APPUNTAMENTO A SETTEMBRE «I cambiamenti sono stati solo di facciata». Rosa Ruscitti, di Flc-Cgil, è lapidaria. «Noi chiedevamodi regolamentare il precariato per aiutare i giovani che si avvicinano alla ricerca. Invece ora non c’è modo di essere assunto a tempo indeterminato». Per questo le proteste non si fermeranno. Ora la questione è in mano alla Gelmini, che ha 60 giorni per convalidare lo statuto. «Cgil, Cisl e Uil scriverannoal ministro per chiedere ulteriori modifiche», conclude Ruscitti dando appuntamento a settembre sotto al Miur. «Il problema -ammette Vicaretti– è costruire forme di protesta visibili, se sciopera la ricerca per 3 giorni a chi interessa? ».

L’Unità del 18 agosto 2010