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Fassino: "Purché vada via", intervista di Denise Pardo

Primo, liberarsi di Berlusconi. Con l’appoggio di chi ci sta, Fini compreso. E il voto? “Prima cambiamo le regole”. Sull’apertura a Gianfranco Fini: “A fasi di emergenza, alleanze di emergenza”. Sulle accuse di non cogliere al volo la possibilità delle urne: “Nessuna paura di votare, ma prima sarebbe più ragionevole un governo di transizione che cambi la legge elettorale”. Attenzione all’impazienza, invece: “Siccome il nostro popolo non ne può più di vedere Berlusconi a Palazzo Chigi, chiunque appaia come in grado di mandarlo a casa, penso alla candidatura di Nichi Vendola, viene abbracciato come la Madonna Pellegrina”. Così Piero Fassino, ex segretario Ds, pluriministro, notabile Pd e inviato speciale Ue per la Birmania, riflette, analizza e spiega in un colloquio con “L’espresso” le posizioni del partito nel momento più caldo della crisi del Pdl.

Il caso Fini, la maggioranza in bilico e in fibrillazione…

“Siamo alla fase conclusiva del lungo ciclo berlusconiano. Erano quattro partiti e quattro leader, ora Casini è all’opposizione, Fini sta prendendo a dir poco le distanze. Su legalità e giustizia il governo ha dovuto ridimensionare i suoi progetti “normalizzatori”. La gestione del potere quanto meno malsana ha mostrato l’intreccio tra politica e affari, si sono dimessi due ministri, cinque o sei esponenti sono sotto inchiesta, emerge una spregiudicatezza inaudita, il tutto con una crisi economica affrontata con soluzioni modeste e passive. Il centrodestra è di fronte alla sua consunzione”.

Fini è stato sostenuto senza riserve dal Pd. Non è stata un’apertura esagerata? Non finisce per disorientare?

“Nessuno è così sciocco da pensare che Fini sia di sinistra. Ma se uno come lui prende posizioni coraggiose su temi come immigrazione, etica, giustizia e legalità, rivelando differenze ed elementi di contraddizione della maggioranza, e se la via per arrivare a scardinare il berlusconismo passa anche per una scomposizione del blocco berlusconiano, qual è il problema, scusi?”.

Il grimaldello per scardinare il berlusconismo è un’altra destra o una sinistra forte?

“Tutt’e due. In politica le cose si tengono. Il fatto che Casini, all’opposizione da due anni (votando in Parlamento il 95 per cento con Pd e Idv) e ora Fini, si siano smarcati, cambia lo scenario. Per andare oltre Berlusconi, abbiamo sia bisogno che le contraddizioni della sua compagine esplodano, sia che l’opposizione abbia una proposta di governo alternativa credibile”.

Fini è sotto la bufera della casa a Montecarlo. Che ne pensa?

“È la manifestazione di un imbarbarimento, di una politica brutale che non rinuncia a nessun argomento pur di aggredire l’avversario. Il deputato Pdl Giorgio Stracquadanio lo ha teorizzato: “Bisogna applicare a Fini la cura Boffo”. Ho provato sulla mia pelle quel che vuol dire: capitò a Prodi a Dini e a me con le calunnie di Telekom Serbia”.

È davvero possibile la costruzione di un terzo polo con Casini, Rutelli e Fini?

“Si vedrà. I primi due vogliono costruire un polo centrista con un risultato elettorale più consistente. Fini, però, potrebbe anche presentarsi da solo. In ogni caso, la crisi del centrodestra sta ridisegnando la geografia politica e un passaggio elettorale non può non tenerne conto. Per questo abbiamo proposto un governo di transizione di breve durata – non un ribaltone, che sia chiaro – per dare al Paese una nuova legge elettorale. Il rischio è che uno qualsiasi dei tre o quattro schieramenti vinca l’elezione con il 35 per cento dei voti e che raggiunga il 55 per cento dei seggi grazie al premio di maggioranza. Si tratterebbe di una sproporzione che non esiste in nessuna legge elettorale vigente nel mondo”.

Chi potrebbe guidare l’ipotetico governo di transizione?

“Il nostro obiettivo primario è la legge elettorale. Chiunque lo condivida è bene accetto, quindi oltre il Pd e l’Idv e l’Udc, il raggruppamento finiano è certo un interlocutore. Ma può essere anche più allargato, non metto pregiudiziali. A fasi di emergenza, alleanze di emergenza. Il possibile premier? Non partecipo al totonomine ed è evidente che non può essere Berlusconi”.

Quindi, chiunque altro?

“Chiunque altro punti a questa meta e alla necessità di superare il berlusconismo”.

Come mai il Pd non cavalca la possibilità di andare a votare, ma anzi frena? Così tanta paura di perdere?

“Non abbiamo nessuna paura, glielo ripeto. Non bisogna farsi guidare dalla pancia, soprattutto in un momento come questo, bisogna ragionare. Non c’è il minimo dubbio che si debba andare a votare, anche perché chiudere il ciclo berlusconiano e aprire una nuova fase richiede una legittimazione democratica. Quindi alle urne si andrà, sarebbe più ragionevole con nuove norme, ma se ci si deve andare con le attuali, noi chiederemo il voto per vincere”.

Allora, forse, c’è un vizio comunicativo.

“No. L’impazienza, più che comprensibile, di liberarsi di Berlusconi porta a dire: al voto, al voto. Ma attenzione, l’impazienza si può capire dal punto di vista emotivo e psicologico ma poi bisogna fare i conti con la realtà. Prendiamo, per esempio, il successo che ha avuto ultimamente una possibile candidatura di Vendola. Vendola è figlio di questa impazienza e siccome il nostro popolo non ne può più di vedere Berlusconi lì, chiunque appaia in grado di mandarlo a casa viene abbracciato come la Madonna pellegrina. Vendola che è intelligente sta cercando di trasformare un’impazienza in una speranza, il che è naturalmente utile ma non è sufficiente. Ma per vincere le elezioni è necessaria la definizione di una proposta e di un programma forte che non illuda sui temi caldi: fisco, immigrazione, federalismo, lavoro, crescita delle imprese, Mezzogiorno. La partita si giocherà sulla credibilità e sulla capacità di dare risposte alle paure e alle inquietudini che Berlusconi e la Lega hanno saputo intercettare”.

Quali sarebbero gli allealti possibili? L’Udc, Sinistra e Libertà, i grillini?

“L’alleanza si deve basare su un programma sottoscritto. In alcuni comuni e in alcune regioni abbiamo vinto con alleanze che andavano dalla sinistra radicale all’Udc con un ruolo di guida Pd. Pensi alla Liguria con uno schieramento che va da Grillo fino all’Udc, alla Basilicata con Rifondazione e i casiniani, e così via in molte altre realtà locali”.

Quindi il modello è quello delle regionali?

“Si parte intanto da lì”.

Nessuna paura di andare votare, dunque. Secondo lei, la linea della segreteria Pd rende efficacemente questa posizione?

“So per esperienza quanto sia difficile essere segretario di un grande partito. Ma Bersani è uomo pragmatico e ha naso politico. Sarebbe bene evitare la corsa di troppi dirigenti a mettersi in prima fila per accreditare l’idea “il vero leader sono io”. Anche per questo, spesso, non riusciamo a trasmettere l’immagine di un partito che si misura fino in fondo con i problemi nuovi e che non ha paura di mettere in campo le innovazioni necessarie. La sinistra porta nel suo bagaglio culturale un limite di continuismo che a volte frena la capacità di apertura alle domande che via via la società ci pone. Sa cosa risposi nel 2001 appena eletto segretario in un momento molto difficile, a un giornalista francese che mi chiese: “Che sinistra ha in testa?””.

Cosa?

“Gli dissi: “Una sinistra che non abbia paura”. La sinistra nasce per cambiare il mondo e per un curioso paradosso poi ogni volta che c’è da cambiare qualcosa, ci chiediamo con timore cosa accadrà. Dobbiamo avere il coraggio di dire anche cose in contrasto con quello che avevamo detto in passato. Se la sinistra vuol vincere non deve avere paura”.

L’Espresso 13.08.10

“Così il mio Cepu farà porta a porta per Silvio” di Federica Fantozzi

Francesco Polidori, 62 anni, umbro, è Mister Cepu. Vende formazione: corsi di recupero, ripetizioni. Forse anche a Berlusconi (che, per ricambiare, gli ha inaugurato l’università telematica E-Campus di Novadrate) cui ha consegnato un progetto di restyling del partito. Terrorizzando gli attuali responsabili e coordinatori.
Come ha conosciuto Berlusconi?
«Mesi fa il premier ha partecipato a una cena milanese con gli imprenditori, organizzata da un’associazione di categoria, per conoscerne il pensiero e le esigenze. Si parlava dei Promotori della Libertà, quelli della Brambilla. Io gli ho detto come dovrebbe, secondo me, organizzare il partito sul territorio: contattando le famiglie».

Non lo fanno già i militanti pidiellini?
«Noi del Cepu siamo puntuali. Formiamo il promotore, lo motiviamo, gli chiediamo resoconti. Sappiamo che deve avere un tornaconto personale».

Di che tipo? Carriera nel partito o seggio politico?
«Io lo chiamo compenso civile. Se c’è da eleggere un consigliere comunale, vediamo chi ha guadagnato più crediti. Si parte dal territorio».

Perché nel suo schema il territorio è così cruciale?
«È piccolo e più controllabile. E lì Berlusconi è poco presente».

Lui ha condiviso la sua analisi?
«Sì. Gli ho presentato il progetto in una riunione con gli amministratori e i responsabili del PdL, con tanto di diapositive. Berlusconi si chiedeva se convenisse coinvolgere l’apparato di partito o piuttosto gente nuova. Alla fine ha detto: pensiamoci, ci rivediamo dopo le ferie. Se mi chiamano andrò, sennò l’avventura è finita».

Gli altri presenti come l’hanno presa?
«E’ stato difficile far capire il progetto. Ho avuto molte difficoltà».

Beh, persone nuove uguale (o molto vicino a) partito nuovo… E’ comprensibile che la Brambilla non sia contenta di veder svanire i suoi Promotori.
«Lei in realtà non c’era. C’erano Verdini, Meloni e altri. Alcuni erano dubbiosi: abbiamo già la nostra organizzazione, dicevano. Vedremo».

Cos’è esattamente il Cepu?
«Un marchio nato nel 1969. Da 40 anni ci occupiamo di tutto quello che riguarda scuola e formazione: doposcuola, assistenza universitaria dal 1992, inglese informatica…»

E italiano. Le tre “i” del Cavaliere ante litteram.
«Ricorda la Scuola Radio Elettra? L’abbiamo comprata noi. Offriamo servizi a chi ha un problema con la scuola: organizziamo assistenza personalizzata con i tutor. C’è anche il lato burocratico: tasse, iscrizioni, acquisto di libri di testo».

Un approccio decisamente aziendale. Molto berlusconiano, non trova?
«Il nostro è un sistema estremamente organizzato. Il presidente l’ha apprezzato. Finora nel partito ha funzionato così: andate e fate propaganda. Ma non si può improvvisare».

Lei prevede una cellula tipo, il “vicinato”, ogni sezione elettorale. Cioè 60mila. Con il compito di andare porta a porta. Ma qual è il valore aggiunto?
«La formazione. Non tutti sono in grado di farlo. Si tratta di fare politica a domicilio, entrare nelle famiglie a spiegare cosa fa il governo, ma soprattutto a capirne i bisogni. Non solo a chiedere il voto. È un lavoro lungo”.

Che funziona?
«Certo. Viviamo in una comunità. Tutti vogliamo che i nostri anziani siano trattati bene, che i giovani non si perdano. Se fai del bene, i voti vengono da soli».

Tre volontari per cellula fa 180mila persone impegnate gratis o per prebende di là da venire. Crede davvero che esistano? «Saranno molti di più. È pieno di persone che vogliono aiutare il proprio quartiere. Perché lo spirito è questo. Tanti vogliono dedicarsi al prossimo. Pensi solo a quanti pensionati giovani, neanche 60enni, che ci sono in giro…».

Quindi, il Cavaliere passerebbe dalla valanga rosa alla valanga della terza età?
«Questo lo ha detto lei. Io sono un imprenditore e faccio un ragionamento di sistema».

L’Unità 13.08.10

"La destra anarchica e i rischi per il paese", di Giorgio Ruffolo

Per non essere sopraffatti da quello che Giorgio Napolitano ha definito il “bailamme” in cui è precipitata la condizione politica del paese, bisogna tentare di districare dal gioco degli inganni e dalle scandalistiche “rivelazioni” le grandi costanti che rendono comprensibile la storia politica del paese.
Lo fa lucidamente Eugenio Scalfari quando individua la più importante di queste costanti: «il fiume carsico» di una destra anarcoide, che può assumere attraverso il tempo forme apparentemente contraddittorie, come quelle del totalitarismo fascista e quella del privatismo berlusconiano, ma sostanzialmente omogenee nel populismo: e cioè nel disprezzo delle istituzioni democratiche e nella delega dell´azione politica a un capo carismatico. Niente di più illiberale. Pure, grandi pensatori liberali come Benedetto Croce sostennero, quest´ultimo per breve tempo, il fascismo. Non c´è da stupirsi se oggi liberali meno insigni sostengano il berlusconismo.
Il populismo privatistico è dunque la forma berlusconiana della costante anarcoide della destra italiana. Una novità importante è costituita dalla sua alleanza con l´altra forza dirompente emersa nella storia recente del nostro Paese: la Lega. Insieme, queste due forze rappresentano una minaccia di disgregazione della democrazia e dell´unità nazionale.
Ora, è proprio questa minaccia (lasciamo stare le ambizioni personali, sarebbe strano che non vi fossero) che ha motivato Fini e una pattuglia della destra nel tentativo di frenare questa deriva e di fare emergere una destra liberale e democratica: insomma, una destra “normale”.
Come reagiscono i “liberali di casa nostra”? Esortando Gianfranco Fini e i suoi a rientrare nella disciplina berlusconiana per scongiurare crisi e ricorso alle elezioni. Non un «rientro all´ordine» ma piuttosto, data la natura anarcoide del berlusconismo, un «rientro al disordine».
E la sinistra? Che cosa propone la sinistra «riformista»? Di liberarsi di Berlusconi, grazie a una maggioranza che non esiste. E che, se mai esistesse, diverrebbe subito il più ambito bersaglio della demagogia berlusconiana. Non mi sembra una grande idea.
Sia ben chiaro. Andrea Manzella ha perfettamente ragione quando afferma che è in Parlamento, e non in un ricorso continuo alle elezioni, che si formano e si ricompongono, democraticamente, le maggioranze.
Ma qui si tratta di sapere se ci sono, o no, le condizioni politiche per nuove maggioranze. In caso di crisi, questa prerogativa appartiene esclusivamente al Capo dello Stato. E non vi sono dubbi che in tal caso egli la eserciterebbe con il consueto rigore. Ma tocca alla sinistra, come a tutte le parti politiche, manifestare la sua posizione nel merito.
Penso che la proposta di un governo di transizione tradisca la paura di perdere. Che è il miglior modo di perdere effettivamente, sia che non sia possibile realizzarla; sia, soprattutto, che lo sia.
Mi pare che abbia ragione Ilvo Diamanti (Repubblica, 9 agosto). Non dobbiamo temere le elezioni, che sono l´occasione di recuperare finalmente una iniziativa politica smarrita affrontando i grandi problemi del Paese, dalla economia al federalismo alla giustizia, con proposte chiare e distinte. Dobbiamo temere assai più «l´assenza di alternative e di speranze», il silenzio della sinistra, salendo su un vascello fantasma.
Silvio Berlusconi è una minaccia provvista ancora di un largo consenso. Lo si deve affrontare e battere in campo aperto, non lo si può sgambettare.

La Repubblica 13.08.10

"C'è peccato e peccato", di Michele Brambilla

Che ne è dell’inchiesta su Verdini? E di quella sulla P3? E Cosentino, l’ex sottosegretario sul quale pende un mandato d’arresto, e che continua a guidare il Pdl in Campania?
E che fine ha fatto Brancher, nominato ministro per cercare di sfuggire, grazie al legittimo impedimento, a un processo nel quale è poi stato condannato? E il ministero lasciato libero dal dimissionario, o meglio dimissionato Scajola, e ancora vacante? E il senatore Dell’Utri, condannato in appello a sette anni per concorso in associazione mafiosa e ancora ben ancorato al suo seggio in Senato?

Erano questi i temi che fino a pochi giorni fa occupavano le prime pagine dei giornali. Tutto svanito, tutto evaporato, tutto cancellato dall’inchiesta sulla casa di Montecarlo lasciata in eredità ad An e finita in affitto al fratello della compagna di Fini. Sembra che l’intera «questione morale» ora sia ridotta solo a questo, solo alla casa di Montecarlo e alle presunte responsabilità di Fini.

Intendiamoci bene. Non è in discussione l’importanza della vicenda Fini-Tulliani. Anzi. «Il Giornale», sollevandola, ha dato una notizia; di più, ha fatto uno scoop, e quindi tanto di cappello. Quanto a Fini, ha davvero il dovere di chiarire fino in fondo ciò che non è stato ancora chiarito: anche prendendo per buona la sua autodifesa, resta da accertare chi ci sia dietro la misteriosa finanziaria che ha acquistato l’immobile. Il punto è un altro. È che c’è da chiedersi che razza di clima sia un clima in cui la politica vien fatta ormai esclusivamente a colpi di dossier sui peccati altrui; e un clima – quel che è peggio – in cui chiodo scaccia chiodo, e quindi ha dignità di attenzione soltanto l’ultimo, in ordine cronologico, degli scandali sollevati. Nei giorni scorsi Giuliano Ferrara ha scritto una riflessione interessante su dove ci sta conducendo questa politica del fango nel ventilatore. Ci permettiamo di aggiungerne qualche parola.

Il primo degli effetti perversi di questa politica (e di questa informazione) fatta di accuse e controaccuse, è appunto che sbandierando uno scandalo si ottiene l’effetto di cancellare i precedenti. Ma il secondo, forse finora sottovalutato, riguarda l’ancor più perverso risultato di attribuire a ciascuna vicenda un valore equivalente a tutte le altre. Così, a chi contesta una condanna in appello per mafia, o un procedimento per camorra, o pressioni per condizionare gli incarichi di magistrati, si risponde che un altro ha forse favorito un cognato nell’acquisto di una casa, e tutto si azzera. E a chi ad esempio parla di una casa editrice che ha cambiato proprietà perché alcuni giudici sono stati corrotti (c’è una sentenza passata in giudicato che lo stabilisce) si replica di tacere perché il cognato di Fini gira con una Ferrari e ha uno polo griffata Ralph Lauren. Ripetiamo: non stiamo prendendo le difese di Fini, ma la domanda posta l’altro giorno da alcuni suoi uomini («Se deve dimettersi Fini, che peraltro non è ancora formalmente inquisito, perché non dovrebbe dimettersi Berlusconi con tutti i procedimenti che ha avuto e che ha tuttora?») non è priva di logica.

A uno scandalo si risponde contrapponendo un altro scandalo, vero o presunto. Dell’avversario non si risparmia alcun aspetto della vita, quella privata compresa. Coloro che, al tempo della questione Noemi-D’Addario, dicevano che non si mette il naso sotto le lenzuola altrui, sono gli stessi che hanno invocato e ottenuto le dimissioni di Marrazzo e del sindaco di Bologna Delbono, finiti nell’occhio del ciclone essi pure per storie di sesso; e hanno mandato all’ergastolo civile l’ex direttore di «Avvenire» Dino Boffo per un patteggiamento per molestie telefoniche. Che cosa c’entrasse poi Boffo nello scontro politico attuale, ogni persona dotata di un mimino di onestà intellettuale lo sa: zero.

«Moralista» è l’aggettivo-scomunica con cui si riduce al silenzio chiunque osi sollevare una questione morale. Il principio è che siamo tutti peccatori (c’è sempre qualche commentatore col turibolo che cerca di dare dignità cristiana a questo giochetto) e quindi nessuno può impartire lezioni, né chiedere chiarimenti, a chicchessia. Ora, non c’è dubbio che siamo tutti bisognosi di essere perdonati per qualcosa, non esistendo per alcuno l’impeccabilità. Ma l’imbroglio è appunto quello di equiparare ogni «peccato», di silenziare chi ti contesta una corruzione ricordandogli la sua multa per sosta vietata.

Questa battaglia contro i «moralisti» ha lo scopo neanche troppo recondito di cercare un’autoassoluzione, di portare a un «tutti colpevoli quindi tutti (anzi, noi) innocenti», di mettere ogni cosa sullo stesso piano, di confondere le pagliuzze con le travi. E il guaio è che molti italiani ormai si sono assuefatti, e a simili incantatori hanno finito per credere.

La Stampa 13.08.10

"La sveglia Usa-Bce: la crisi non è finita", di Gianni Del Vecchio

La disoccupazione sale, i consumi ristagnano: la ripresa di autunno è una chimera.
Brutte notizie per chi aveva già archiviato la pratica della crisi economica, magari illuso dai primi segnali di ripresa dopo un paio di anni di buio profondo. Gli ultimi dati che arrivano sia di là che di qua dell’Atlantico gridano forte una verità indigesta: la recessione non è ancora finita. E a soffrire saranno soprattutto i lavoratori, visto che lo spettro della disoccupazione di lunga durata sta pericolosamente prendendo forma. Tanto che già si parla di sindrome giapponese, visto che il paese del Sol levante ha a lungo sperimentato il cocktail deflazionistico di bassa crescita e perenne disoccupazione.
Cominciamo da ciò che sta succedendo in America. Lì il mercato del lavoro annaspa e gli ultimi dati hanno gelato le previsione ottimistiche degli analisti. Riporta il Dipartimento del lavoro che nella settimana terminata il 7 agosto, le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione sono salite a 484mila, con un incremento di duemila unità. Gli analisti avevano invece calcolato un calo delle richieste a 465 mila dalle precedenti 479mila. Da segnalare, poi, il clamoroso boom delle richieste dei sussidi di disoccupazione d’emergenza, saliti in una settimana da circa 61mila a un milione. Un balzo però favorito dalla nuova legge, che ha ampliato la platea di soggetti idonei a ricevere il sostegno finanziario. Cifre che comunque fanno pericolosamente il paio con le fosche previsioni della Federal Reserve di martedì scorso. La Fed ha lasciato invariato il costo del denaro, ai minimi storici con il tasso sempre compreso fra lo 0 e lo 0,25 per cento. E la motivazione è che il ritmo della ripresa dell’economia Usa è rallentato molto negli ultimi mesi, tanto che nel breve periodo è destinato a essere più modesto del previsto. La banca centrale statunitense, poi, ha sottolineato le pessime condizioni del mercato del lavoro (confermate ieri), di quello immobiliare e di quello del credito bancario «che ha continuato a contrarsi ». Insomma, uno scenario da piena deflazione.
Che, purtroppo, somiglia molto a quello disegnato dalla Banca centrale europea sull’altra sponda dell’Atlantico. Nel suo bollettino mensile la Bce appare piuttosto pessimista: disoccupazione e difficoltà aziendali freneranno la “mini-ripresa” europea. L’economia dell’area euro, per la Bce, dovrebbe certo continuare a beneficiare della crescita globale e delle misure di sostegno al credito, tuttavia «ci si attende che la ripresa dell’attività sia frenata dal processo di aggiustamento dei bilanci aziendali in corso in diversi settori e dalle prospettive per il mercato del lavoro». Prospettive tutt’altro che rosee: Sul mercato del lavoro gli analisti dell’Eurotower hanno riveduto al ribasso, di 0,2 punti percentuali per il 2010 e di 0,1 punti percentuali per il 2011, le aspettative sul tasso di disoccupazione nell’eurozona, portandole rispettivamente al 10,1 e al 10,2 per cento. E fin quando la percentuale di chi non ha lavoro rimarrà in doppia cifra, non si potrà dire di aver scavallato la crisi.
Con queste previsioni, non stupisce la brutta giornata delle borse, anche se tutto sommato meno negativa di quella di mercoledì. A Milano il Footsie-Mib ha chiuso gli scambi al meno 0,19 per cento. In lieve calo anche Parigi (meno 0,20 per cento) e Francoforte (meno 0,31 per cento) mentre sul finale Londra è riuscita a spuntare un recupero del più 0,43 per cento dopo una seduta sempre in rosso.
Dello stesso tenore l’andazzo americano: dopo un avvio pesante Wall Street ha ridimensionato le perdite e a metà seduta il Dow Jones cedeva lo 0,34 per cento, il Nasdaq lo 0,72 per cento.

da Europa Quotidiano 13.08.10

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Negli Usa è boom di disoccupati. Allarme Bce: “Ripresa a rischio”

Si profila come un fuoco di paglia lo slancio atteso dall’economia europea sul secondo trimestre; i dati ufficiali verranno pubblicati domani da Eurostat ma negli ultimi giorni si sono moltiplicati segnali scoraggianti sulla dinamica che sta assumendo la ripresa: rallentamento. Non tanto in Europa, ma negli Stati Uniti. Solo che essendo il recupero del Vecchio Continente prevalentemente alimentato dal commercio globale la questione ha implicazioni deprimenti anche da questa sponda dell’Atlantico.

Già martedì sera la Federal Reserve, la Banca centrale Usa, aveva “risvegliato l’Orso” (termine con cui i trader chiamano i sentimenti ribassisti sui mercati) rivedendo in peggio le prospettive di ripresa e riattivando alcune misure di stimolo. Il tutto ha innescato pesanti cali delle Borse, proseguiti anche oggi in misura però più modesta. Oggi altri segnali negativi sono giunti dal mercato del lavoro e dal settore immobiliare. Soprattutto hanno deluso le richieste di sussidi di disoccupazione negli Usa: invece di calare nell’ultima settimana sono salite, seppur di poco è bastato a farle tornare ai massimi da sei mesi.

La mancanza di lavoro si conferma il tallone di Achille di questa ripresa economica, negli Usa come in Europa minando così il contributo di consumi e mercato interno alla crescita. È uno dei problemi che secondo la Banca centrale europea tenderà a frenare la ripresa sui prossimi sei mesi, l’altro è il contraccolpo delle manovre di risanamento sui conti pubblici, comunque indispensabili. Nel secondo trimestre si è assistito a un «rafforzamento» dell’attività e «per il terzo si delinea un quadro migliore delle aspettative», ma nel bollettino mensile di oggi l’istituzione ha ribadito tutta la sua prudenza sui mesi a venire. «Ci si attende che la ripresa sia frenata dal processo di aggiustamento dei bilanci in corso in diversi settori e dalle prospettive per il mercato del lavoro».

Domani, prima di Eurostat il quadro delle Big dell’area euro si completerà con i dati sul Pil di Germania e Francia, se sulla prima è atteso uno scatto vigoroso, perfino più 1,2 per cento in media secondo gli analisti, dall’Esagono è previsto un più moderato più 0,4 per cento, livello in linea a quello riportato nei giorni scorsi dall’Italia. Sull’insieme di Eurolandia è atteso un più 0,7-0,8 per cento rispetto al trimestre precedente. Ma già la scorsa settimana il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet aveva avvertito che la ripresa si sta delineando «disomogena» tra paesi, e che proseguirà a ritmi «modesti». E poi aveva aggiunto: «Non cantiamo certo vittoria sull’economia». Guardando al mercato del lavoro, la Bce rileva alcune indicazioni in parte incoraggianti. La disoccupazione, al 10 per cento nell’area euro a giugno per il quinto mese consecutivo, resta ai massimi dal lancio della divisa unica. Ma dopo gli incrementi del 2009 nel primo trimestre si è stabilizzata «segnando un notevole miglioramento rispetto alle dinamiche fortemente negative registrate in precedenza». Ma nemmeno cala, e il dato giunto oggi dagli Usa mette in evidenza come la questione sia problematica anche oltre oceano.

Gli Stati Uniti hanno già pubblicato i dati sul Pil del secondo trimestre: la crescita, in questo caso su base annua, è ulteriormente rallentata al 2,4 per cento, dopo il più 3,7 per cento dei primi tre mesi e dopo un brillante più 5 per cento a fine 2009. Inoltre a giustificare le attese di una moderazione degli scambi globali si aggiungono anche i segnali di rallentamento anche dall’irruenta Cina, che infatti su giugno ha riferito di un netto ridimensionamento della crescita sulle importazioni. Durante il secondo trimestre la generale crescita del Pil cinese si è attestata al 10,3 per cento, rispetto al più 11,9 per cento dei primi tre mei. Intanto oggi Eurostat ha riferito di una battuta d’arresto a giugno dell’industria nell’area euro: dopo quattro mesi consecutivi in crescita la produzione è diminuita dello 0,1 per cento. La debolezza generale risente di un calo dello 0,9 per cento sulla produzione di beni di consumo durevoli, laddove gli altri raggruppamento sono rimasti espansivi. Il paragone su base annua resta comunque positivo, con un più 8,2 per cento sulla produzione totale.

La Stampa 13.08.10

"Veneto come la Catalogna, bufera su Zaia", di Nicola Pellicani

L´opposizione: statuto secessionista. Bossi: Stato delinquente, l´Idv lo denuncia. Il no dei finiani: così i residenti saranno favoriti nei concorsi pubblici. C´è la bandiera con il leone, c´è l´inno, ci sono gli ambasciatori. Ma ci sono soprattutto “i veneti”, che vengono prima di tutti gli altri. La maggioranza di centrodestra, guidata dal leghista Luca Zaia presenta la bozza dello statuto regionale, ed è subito polemica. Il presidente è stato di parola: “Prima i veneti” era lo slogan della sua campagna elettorale che l´ha portato a stravincere le elezioni, ma adesso quello slogan potrebbe diventare uno dei punti di forza dello statuto. Basta leggere l´articolo 4 (comma 6): «La Regione si adopera in particolar modo a favore di tutti coloro che dimostrano un particolare legame con il territorio». Tradotto significherà avere una corsia preferenziale nei bandi per la casa, nei concorsi e così via.
Del resto l´articolo in questione è coerente con la politica leghista, un po´ meno con quella del Pdl, ma la bozza dello statuto è ora nero su bianco, come annuncia euforico lo stesso Zaia: «Prima il Veneto: è evidente nel testo questo principio che ispira la nostra azione politica, che non è affatto sinonimo di egoismo, ma della volontà di riconoscere la nostra identità. Siamo a uno spartiacque cruciale nella storia del Veneto – annuncia – con questo statuto abbiamo l´occasione di dare al popolo veneto la sua Carta fondamentale, e di fare della nostra regione un avamposto di modernità che abbia come suo faro illuminante il federalismo e le sue radici nell´identità condivisa della nostra comunità. È uno di quei momenti in cui un governatore può dire di essere orgoglioso della sua squadra».
Già, governatore. È l´altra novità contenuta nello statuto. La parola nuova: non più presidente della Regione, come sta scritto nella Costituzione, bensì governatore. Il Veneto come la Catalogna. Una volta scelto l´inno e gli ambasciatori, il governatore potrà contare su uno statuto che gli offre la possibilità di mettere la fiducia, per rendere più agevole l´azione di governo e scongiurare l´eccesso di manovre ostruzionistiche da parte dell´opposizione. L´obiettivo di Zaia è approvare lo Statuto entro marzo 2011. «Se entro un anno non approviamo lo statuto, mi dimetto», aveva detto all´indomani dell´incoronazione. Il conto alla rovescia è partito, anche se questa bozza arriva dieci anni dopo la prima, presentata con altrettanto entusiasmo dall´ex presidente della Regione Giancarlo Galan – rivale in tutto e per tutto di Zaia – si vantò di essere stato il primo in Italia a tagliare il traguardo. La realtà è che oggi il Veneto, assieme a Molise e Basilicata, è l´unica Regione a non avere ancora la sua “carta”.
Intanto, l´opposizione spara a zero contro la bozza-Zaia. Le parole più dure arrivano dall´Idv. Mentre da Messina il segretario dell´Italia dei Valori Salvatore Mammola, con la benedizione di Di Pietro, presenta l´ennesima denuncia a Bossi per vilipendio (il Senatùr aveva parlato in un comizio di «Stato delinquente che ha portato via le risorse al Nord»), tocca a Leoluca Orlando bollare come «razzista e secessionista» la bozza di statuto del Veneto. Critiche anche dal Pd. «La Lega si attarda su problemi inutili buoni solo a distogliere l´attenzione dalla crisi» – dice il veneziano Davide Zoggia, responsabile nazionale degli Enti Locali – Se gratti sotto il verde, ormai trovi solo la ruggine». Per il finiano Benedetto Della Vedova è invece «irragionevole, affermare il principio secondo cui prima vengono i veneti. È una formula inconsistente». Critica anche l´Udc: «I principi fortemente autonomisti enunciati in quella bozza – dice Antio De Poli – nel migliore dei casi rimarranno parole al vento».

La Repubblica 13.08.10

"Assunzioni all'insegna dello squilibrio", di A.G.

La scuola di questa estate sembra proprio non fare rima con equità. Le “avvisaglie” si sono avute con la manovra Finanziaria, che aveva inizialmente condannato (solo!) la scuola ad un triennio di doppie penalità (mancato rinnovo del contratto e niente scatti d’anzianità). Poi è stata la volta delle lodi alla maturità, con Calabria e Puglia a fare il pieno e la Lombardia come al solito buona ultima. La ruota, sempre all’insegna della disomogeneità, si è poi ribaltata quando l’Invalsi ha reso pubbliche le risultanze degli apprendimenti fatti registrare prima con il test standardizzato rivolto agli alunni di terza media, lo scorso 17 giugno, e poi con le verifiche cui sono stati sottoposti gli alunni delle classi seconde e quinte della scuola primaria e della classe prima della secondaria di primo grado (in questi ultimi due casi la sfida sulle competenze è stata stravinta dal Nord, in particolare dalle regioni più ad Ovest).In linea con gli sbilanciamenti dell’ultimo periodo è anche la (magra!) tornata di immissioni in ruolo prevista dal ministero dell’Istruzione dopo il via libera ottenuto nei giorni scorsi dal Mef: il dato è contenuto nella tabella relativa al ‘contingente’ ripartito da viale Trastevere, provincia per provincia, per i quattro ordini scolastici (infanzia, primaria, media, superiore) ed in base alle diverse classi di concorso.A seguito dell’alto numero di cattedre vacanti e della bassa presenza di docenti titolari in sovrannumero, alla regione Lombardia sono stati assegnati 1.547 posti. Seguono, a distanza, il Lazio (1.124) e la Campania (1.006). Sotto le mille unità tutte le altre Regioni, con il alcune del Sud in sensibile minoranza di posti. Viale Trastevere ha anche ufficializzato la ripartizione a livello di tutti gli ordini scolastici: come anticipato nei giorni scorsi, per la scuola d’infanzia saranno realizzate 1.681 nomine per il ruolo, per la primaria 792, per la secondaria di primo grado 1.740, in quella di secondo grado 729, per il sostegno 5.022 (oltre la metà dell’intero contingente) e per il personale educativo 36.Per quanto riguarda l’infanzia si conferma lo strapotere della Lombardia, con 263 posti a ruolo. Che stride con i 38 posti andati alla Liguria ed i 40 ad Abruzzo, Friuli e Calabria. La scarsità di assunzioni nella primaria si azzera, addirittura, per 27 Province e 3 Regioni (Campania, Puglia e Sicilia). Spiccano, a livello di scuola, media inferiore le 168 nomine che verranno realizzate e Roma, ma anche le 83 di Milano e Napoli. Decisamente squilibrata anche la ripartizione nella secondaria, che ha dovuto fare i conti prima con i tagli previsti dalla Legge 133/08, poi con la riforma del comparto ed infine con le recenti coperture di migliaia di posti vacanti da parte del personale di ruolo rimasto soprannumerario: alla luce di queste ultime novità, nella capitale saranno appena 69 i docenti assunti con contratto a tempo indeterminato. A Milano appena 46. A Napoli 44. Seguono Firenze 27 e a Torino 25. Meglio, comunque che in altri capoluoghi di provincia: a Genova e Venezia 10, a Bologna 9, a Perugia e Catania 8, a Palermo 6, a Parma e Cagliari 2, a Trieste solo un posto.Un discorso a parte merita il sostegno, che per il secondo anno consecutivo farà la parte del leone. L’elevato numero di immissioni in ruolo si deve sempre all’applicazione della Legge 133/08 che ha introdotto la copertura graduale, fino al 70% del totale, dei posti riservati al supporto degli studenti disabili: anche per quanto riguarda il sostengo, il numero maggiori di assunzioni si realizzerà in Lombardia (675), poi in Campania (637), e nel Lazio (549), Puglia (444), Sicilia (440) e Piemonte (407). Poi, via via, tutte le altre Regioni: chiude il Molise con soli 33 docenti di sostegno precari. Per tutti (in genere anche per qualcuno in più) entro il 31 agosto arriverà, via telegramma, la convocazione presso l’Usp dove si è inseriti nella graduatoria ad esaurimento.

Tecnica della Scuola 13.08.10