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Napolitano a l'Unità: «Si fermi la campagna dei veleni», intervista di Marcella Ciarnelli

Bilancio di una breve vacanza. Fatto in una mattina di mezzo agosto all’ombra degli alberi del giardino di “Casa Matta”, la residenza di Pino e Adriana, gli amici che come negli anni scorsi hanno ospitato un caro amico “importante”, e non solo perché è il presidente della Repubblica, ma perché tale lo è da sempre. Se n’è appena andato il sindaco. Le isole hanno il grosso problema dei collegamenti. La vicenda Tirrenia sta andando come si sa. Giorgio Napolitano, al termine del suo soggiorno strombolano, solo otto giorni, nei quali il riposo si è inevitabilmente intrecciato con le notizie della calda estate della politica, parla volentieri del suo antico amore per l’isola ma anche dell’inquietudine che ha accompagnato la vacanza. Inquietudine e incertezza che avvolgono e rischiano di paralizzare un paese che sta vivendo una sia pur lieve ripresa «in un sempre critico quadro mondiale» e che potrebbe invece trovarsi a fare i conti «con la gelata delle elezioni».

Presidente, dunque è già sulla via del ritorno?
«Ho trascorso otto giorni di riposo come si possono trascorrere qui a Stromboli, un luogo di straordinario incanto e distacco, sempre accogliente e discreto. Ma ciò non toglie che mi sia sentito e mi senta molto inquieto per le vicende politiche di queste due settimane e per le loro implicazioni istituzionali».

Il dialogo, il confronto costruttivo che lei ha sempre auspicato sembrano essere stati cancellati dal vocabolario della politica. Come sta vivendo questi momenti?
«Debbo innanzitutto rilevare come sia ancora una volta scattato un clima di polemiche e contrapposizioni esasperate sul piano politico e come si stia diffondendo in generale un senso di grave precarietà e incertezza per quel che può accadere sul piano della governabilità, della capacità di risposta delle istituzioni ai problemi del paese. Ci sono in Italia segni recenti, positivi e incoraggianti, di ripresa produttiva, di ritorno alla crescita pur se il quadro mondiale resta critico: occorre però consolidarli e rafforzarli e far fronte alle tante difficoltà e incognite che restano, farvi fronte con visioni politiche e azioni di governo adeguate e coerenti. Ma, chiedo, se invece si va verso un vuoto politico e verso un durissimo scontro elettorale quali possono essere le conseguenze per il paese?».

Una domanda la sua che in troppi non sembrano porsi.
«Eppure è proprio di qui che dovrebbe partire la riflessione di tutte le forze politiche». Ma lo scontro aperto all’interno della maggioranza le sembra che tenga conto delle conseguenze? «Certo, si è aperto un serio conflitto politico dentro la coalizione uscita vincitrice dalle elezioni del 2008 e quindi dentro la maggioranza di governo. Non posso, naturalmente, entrare nel merito di quel conflitto né esprimere valutazioni o previsioni circa la sua possibile composizione. Le mie responsabilità istituzionali entreranno in giuoco solo quando risultasse in Parlamento che la maggioranza si è dissolta e quindi si aprisse una crisi di governo. Compirò in tal caso tutti i passi che la Costituzione e la prassi ad essa ispiratasi chiaramente dettano. Sarebbe bene che esponenti politici di qualsiasi parte non dessero indicazioni in proposito senza averne titolo e in modo sbrigativo e strumentale».

Un altro esercizio di questi giorni è l’attacco al presidente della Camera…
«Ho sempre ritenuto che nessun contrasto politico debba investire impropriamente la vita delle istituzioni. Perciò è ora che cessi una campagna gravemente destabilizzante sul piano istituzionale qual è quella volta a delegittimare il Presidente di un ramo del Parlamento e la stessa funzione essenziale che egli è chiamato ad assolvere per la continuità dell’attività legislativa».

Presidente nel giorno in cui lei fa ritorno a Roma qual è l’invito che vuole rivolgere ai tanti protagonisti di una stagione conflittuale che sembrano intenzionati a continuare in questa dannosa contrapposizione?
«Questo è il momento di abbassare i toni, di compiere uno sforzo di responsabile ponderazione tra le esigenze della chiarezza politica e quelle della continuità della vita istituzionale, guardando al paese che ha bisogno di risposte ai propri problemi anziché di rese di conti e di annunci minacciosi nell’arena politica cui non consegua alcuna prospettiva generatrice di fiducia».

L’Unità 13.08.10

"Problemi per l'inizio delle lezioni. Migliaia di cattedre saranno vacanti", di Salvo Intravaia

Avvio dell’anno scolastico nel caos. Quasi certamente, i primi giorni di scuola vedranno migliaia di cattedre ancora vuote. Le operazioni che precedono l’inizio delle lezioni sono infatti in forte ritardo rispetto agli anni passati e al suono della prima campanella in metà delle regioni italiane mancano appena quattro settimane. Un tempo che potrebbe sembrare sufficiente, ma ci sono di mezzo il Ferragosto, le ferie dei dipendenti di uffici scolastici provinciali e regionali, la sistemazione dei docenti sovrannumerari, le assegnazioni provvisorie, le immissioni in ruolo e solo alla fine la nomina dei supplenti.
Per comprendere che quest’anno, nel corso dei primi giorni di scuola, parecchie classi non troveranno uno o più insegnanti in cattedra, basta dare un’occhiata ai siti degli ex provveditorati agli studi e degli uffici scolastici regionali. Tutto tace: nessun calendario di convocazioni neppure per le immissioni in ruolo dei pochi fortunatissimi (10.000 docenti e 6.500 Ata) designati dalla coppia Tremonti-Gelmini. “L’anno scolastico partirà nel caos”, tuona Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria del Pd. In dieci regioni italiane si parte il 13 settembre e in provincia di Trento addirittura il 9.
“Lo denunciamo da mesi: lo spostamento in avanti delle iscrizioni – continua la Puglisi – produrrà lo slittamento delle nomine dei supplenti. Ma non solo: una serie di ricorsi sui trasferimenti complicheranno ulteriormente le cose. Aver voluto l’avvio della riforma delle superiori quest’anno condanna alunni e genitori ad un inizio d’anno quantomeno movimentato”. Meno pessimista ma comunque preoccupato Massimo Di Menna, segretario generale della Uil scuola. “E’ un problema – spiega il sindacalista romano – di tutti gli anni, soprattutto nelle grandi città. Quest’anno, in effetti potrebbe verificarsi qualche disfunzione iniziale in più.
“Purtroppo – continua Di Menna – il sistema di assegnazione delle supplenze è di tipo borbonico: basterebbe assegnare incarichi pluriennali per risolvere il problema”. Ma perché sarà tanto difficile nominare oltre 100 mila supplenti? Quest’anno, per lo spostamento in avanti delle iscrizioni alla scuola superiore dell’era Gelmini e a causa del ricorso al Tar Lazio presentato dalle associazioni dei genitori e degli insegnanti, gli ultimi trasferimenti (quelli della scuola superiore) sono stati resi noti a fine luglio. Ma non solo: il decreto relativo alle assunzioni a tempo indeterminato per l’anno 2010/2011, con i relativi contingenti provinciali, riporta la data del 10 agosto.
Prima di questa data i provveditorati agli studi avrebbero potuto fare soltanto le utilizzazioni dei docenti soprannumerari e le cosiddette utilizzazioni provvisorie dei docenti che non avendo ottenuto il trasferimento desiderano cambiare ugualmente scuola. Ma in provincia di Roma, a titolo di esempio, questo tipo di operazione – come si chiama in gergo – è stata pubblicata appena due giorni fa. A Milano, Napoli e Palermo, tanto per citare le realtà più importanti, ancora nulla.
Prima di procedere alle nomine in ruolo, occorre che i direttori degli uffici scolastici regionali passino agli uffici provinciali le istruzioni operative per l’avvio dell’anno scolastico. E solo dopo si può procedere all’individuazione degli “aventi diritto”. Operazione tutt’altro che semplice, visto che metà delle assunzioni è appannaggio dei precari inseriti nelle graduatorie ad esaurimento e l’altra metà spetta ai vincitori dell’ultimo concorso a cattedra.
L’anno scorso, con tempi più rilassati, in provincia di Milano le utilizzazioni vennero pubblicate il 4 agosto, le immissioni in ruolo cominciarono il 25 agosto, le supplenze vennero assegnate a partire dai primi di settembre e durarono una settimana. E si tratta di numeri considerevoli. Le cattedre rimaste vacanti dopo i pensionamenti e le immissioni in ruolo sono circa 30 mila, cui occorre aggiungere 90 mila supplenze fino al 30 giugno. In totale: una nutrita pattuglia composta da 120 mila supplenti, un docente su sei, che arriveranno nelle scuole quando i provveditori riusciranno a nominarli. Nel frattempo, i dirigenti scolastici potranno, ma quasi certamente non lo faranno, assegnare degli incarichi provvisori, per assistere al balletto dei supplenti ad anno scolastico abbondantemente iniziato.

La Repubblica 13.08.10

"Il viaggio dell'Unità 150 anni dopo. Mille motivi per non votare Lega", di Giuseppe Civati

Arcore, esterno giorno, retro villa. Da una parte il mausoleo, in cui Berlusconi vuole crioconservarsi per l’eternità, dall’altra lo stabilimento della Rovagnati. Due simboli del vivere contemporaneo. In mezzo un grande prato verde, in pieno parco della Valle del Lambro. Berlusconi vuole farci venti palazzine. Dietro casa. Altro che Calvino e la Speculazione edilizia. Qui siamo al manierismo cementizio. Con annesso conflitto d’interessi plurimo: un geometra, che si chiama Magnano (inversione di consonante), un altro “eroe” che ora fa il sottosegretario di Formigoni (all’attrattività e alla promozione del territorio, guarda un po’). Un consulente dell’azienda – che si chiama sinistramente Idra – che fa l’assessore provinciale. Un sindaco che, a causa dell’Ici che non ha più per colpa del governo di Berlusconi, si affida agli oneri di urbanizzazione del Berlusconi imprenditore. Qualche chilometro più a sud, sempre lungo il Lambro, c’è la Cascinazza, un’area di Berlusconi che è stata appena ceduta per essere edificata. A occuparsene hanno mandato Paolo Romani, che fa l’assessore a Monza e, pare, diventerà ministro dello Sviluppo economico. Sappiamo anche di chi. In mezzo, tra Milano 4 e Milano 5, la brutta storia della Lombarda Petroli, con i milioni di litri sversati nel fiume. Chissà che non c’entri la ‘ndrangheta. Perché voi non lo sapete, ma in Lombardia, in una sola settimana, hanno scoperto la mafia e la cocaina. Deve essere stata una sorpresa. Stupefacente.

In fuga da Arcore, in un clima da classica del Nord (tipo Parigi-Roubaix), si prende la Pedemontana. Magari. Perché la Pedemontana non c’è, se ne parla dai tempi dei camuni e delle loro incisioni rupestri, ma la strada non si vede. Gli unici finanziamenti sono arrivati da Prodi, anche se qui si buttano tutti sulla Lega. Perché la Pedemontana chissà quando si fa, ma il ponte sullo Stretto, invece… Si attraversa la Lombardia, verso un altro pratone, quello di Pontida. Il primo a strumentalizzare il famoso giuramento, non lo sa quasi nessuno, fu Craxi. Per battere la Lega sul tempo. Ecco cosa si legge in una cronaca di Leonardo Cohen del marzo del 1990: «È il decalogo del Psi per la rifondazione dell’autonomia regionale. Uno Stato di tipo federativo, dove le Regioni siano dotate di maggior forza e di più sicura autonomia perché si possa attuare il cambiamento che noi caldeggiamo per la forma di governo statale. Insomma, è ormai tempo di voltar pagina, di rinnovare lo strumento del governo locale, vittima di uno Stato sempre più burocratico e centralista». L’impressione è che abbiamo proprio buttato via vent’anni, senza alcun risultato, non fosse stato per Bassanini, che al confronto dei “federalisti a parole” della Lega sembra uno svizzero dei Grigioni.

A Pontida c’è il “sacro suolo”, ma solo per motivi retorici. Perché, invece, tutto intorno, il consumo del suolo avanza. A parte Solza – dove il sindaco Carla Rocca (Pd) ha voluto un Piano di governo del territorio a crescita zero e il recupero del centro storico – il “verde” è padano, da quelle parti, ma non certo ambientalista. Le amministrazioni della Lega abbandonano i parchi, perché sono «baracconi». E c’è un centro commerciale e un nuovo insediamento residenziale a ogni passo. I leghisti bloccano le frontiere ma anche i corridoi ecologici, come ci ricorda Livio Mazzola, parlandoci del parco del Monte Canto e dei problemi che lo riguardano. Il pioniere, in Lombardia, è stato Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano (Milano), anche lui affezionato all’idea di fermare il cemento e di preservare il territorio. Anche in Toscana ci stanno pensando. La Regione vuole cambiare passo. E fa bene. Nella bergamasca leghista, dove si cercano le radici e nel frattempo si devasta il «piano di campagna», quelli del Pd sono attenti all’ambiente: quando i grillini hanno proposto i semafori a led, l’assessore Pierangelo Manzoni ha risposto, sicuro, lo stiamo facendo già. E i grillini ci sono rimasti. Bene.

Si riprende la strada, verso Villa d’Ogna, dove si producono i biliardini e dove l’ordinanza del sindaco qualche giorno fa li ha proibiti. Il calciobalilla, che uno pensa che ce l’abbiano con Fini. Ci sarebbe il problema della crisi occupazionale, della montagna, delle seconde case, quelle dei «puffi» le chiama Severo Speranza del Pd. Severo, netto nei giudizi ma ottimista e antileghista della prima ora, ha puntato sui pannelli solari e parla di biomasse, perché la montagna si salva solo così. Il sindaco del Paese del calcetto ha un fratello che è stato sindaco prima di lui. Lo si ricorda per un’ordinanza che vietava ai cani di abbaiare dopo le 22. Cose che capitano su al Nord. C’è un’ordinanza per paese. A Capriate hanno vietato il kebab, per motivi viabilistici: non c’entra la xenofobia, c’entra la manovra. Altri hanno pensato che bisogna piantarla con i burqa, anche se non ne hanno mai visto uno, nemmeno quando da Orio al Serio si sono recati in villeggiatura. E poi ci sono quelli che non si può «far flanella» dopo una certa ora, andare in giro per i parchi o per le piazze in due o più, che non ci si può sedere sui gradini, né sulle panchine o sulle altalene dopo una certa età, né mangiare per strada. Kebab o pizza, stavolta non importa. Né avvicinarsi ai luoghi di culto se non si è cristiani. Che un laico non sa nemmeno dove parcheggiare, in certi comuni. Ci vuole la guida Michelin delle ordinanze, per non sbagliare. O forse una veloce rilettura delle grida manzoniane, perché l’atmosfera è la stessa.

A Bergamo incontro Dario Guerini. Faceva l’assessore al bilancio, in città, per il Pd. Si discute del contrasto all’evasione fiscale, con le fatture da poter scaricare per i lavori domestici e non solo. E con la tracciabilità, nel tempo in cui Tremonti si mette a copiare Visco, anche se non lo ammetterà mai. Si parla del coinvolgimento dei Comuni nella lotta all’evasione, che Dario provò da assessore: una delle chiavi per rimettere in ordine le cose, in questo Paese. Si tratta dei Comuni virtuosi e dei parametri per valutarne le virtù. E dei controlli e delle sanzioni, puntualmente previsti e puntualmente disattesi e “sanati” qualche mese dopo. Cose che il Pd potrebbe proporre, in attesa che arrivi il federalismo: il sole delle Alpi e dell’Avvenire. Dario abita in via Quarenghi, la via del degrado che la giunta di centrosinistra ha cercato di riqualificare. E c’è riuscita, almeno in parte, perché ci sono ancora lo spaccio e gli spacciatori a cielo aperto. E però il Comune della destra non fa nulla per contrastarli. La sicurezza è un tema da campagna elettorale, non un impegno amministrativo. E gli stranieri sono brutti e cattivi, così si possono “usare” anche la prossima volta, per vincere le elezioni. La morale è: prendere sul serio la Lega, ma senza cercare di imitarla, anzi, passando all’attacco. Perché governano loro, da vent’anni, anche se fanno finta di stare all’opposizione. A pensarci, si potrebbe ripartire da Bergamo, come fecero 150 anni fa 150 bergamaschi. Rappresentavano quasi un quinto dei Mille, allora. E oggi, come allora, il fazzoletto d’ordinanza è rosso, mi raccomando. E va portato al collo, non nel taschino. Mica di confondersi.

L’Unità 13.08.10

Precari della scuola: Gelmini assume 817 docenti. La Cgil: «Una goccia nel mare», di Alice Loreti

Dopo la doccia fredda di mercoledì, ieri è arrivata un’altra notizia che ha fatto raggelare i sindacati della scuola, innescando una guerra di numeri. Se il ministero ha autorizzato solo 91 posti nell’organico delle scuole emiliano-romagnole, contro un fabbisogno di almeno 350 cattedre, «una nota positiva – scrivono l’assessore regionale alla Scuola, Patrizio Bianchi e il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Marcello Limina – è la stabilizzazione di quasi 1.300 precari».
Dati alla mano, le immissioni in ruolo di docenti nella nostra regione saranno 817: 338 andranno al sostegno; 155 posti saranno per le maestre delle materne; 145 cattedre andranno alle elementari;116allemedie e 61 alle superiori. Suddividendo questi numeri per provincia, vediamo che a beneficiare maggiormente delle nomine sarà Bologna, con 196 docenti assunti a tempo indeterminato.

Nel dettaglio, 47 alle materne; 41 alle elementari; 21 alle medie; 9 alle superiori e 78 per il sostegno.

Per quanto riguarda il personale Ata, preziosi collaboratori come bidelli e segretarie, all’Emilia-Romagna spettano 474 assunzioni. «Un passo importante da parte del ministero» continuano Bianchi e Limina, anche se «resta la preoccupazione per le risorse aggiuntive chieste per gli organici dei docenti che sono state ridotte». Le speranze sono tutte affidate al presidente di viale Aldo Moro, Vasco Errani, che ieri ha inviato una lettera al ministro Gelmini per chiederle un incontro urgente. Insomma, visti da qui i dati sulle assunzioni dei precari sembrano un piccolo ed esile raggio di sole nel pieno di una burrasca. Ma tutto cambia, e molto, se si guardano i dati dei posti vacanti o disponibili. Ovvero le cattedre che, nonostante le assunzioni, saranno comunque coperte da precari.

A fornire i numeri è la Cgil.

In Emilia-Romagna le cattedre “vuote” sono 3.800, i contratti a tempo indeterminato, come abbiamo visto, saranno 817. «Solo il 20%» commenta Raffaella Morsia, agguerrita segretaria della Cgil Scuola. Di queste, 61 andranno alle superiori, in tutta la regione. Il che significa che «insegnanti precari che lavorano da 14-15 anni, rimaranno tali chissà per quanto» riflette Morsia. Non va meglio per gli Ata: su 4 mila posti disponibili o vacanti, ne saranno coperti 474 con questa tornata di immissioni in ruolo. Anche in questo caso, «siamo intorno al20%della copertura ». Insomma, per il sindacato si parla di goccioline in mezzo ad un mare forza 6. «Questo è un palliativo agro dolce ad una situazione che non può che lasciare amarezza – continua il segretario -.Con questi numeri si copre solo il 50% dei pensionamenti». Il che, tradotto, significa che dal prossimo anno ci saranno ancora tantissimi precari nelle nostre scuole: saranno loro a coprire l’80% di quei posti liberi. E la continuità della didattica, la stabilità dei docenti, che, va da sé, implica continuità e stabilità anche per gli studenti, «andranno in fumo ». Il paradosso, evidenzia Morsia, è che «uno Stato che dovrebbe non comportarsi da padrone di un’azienda privata, in realtà aumenta il precariato e sfrutta il lavoro dei suoi dipendenti ». C’è poi da mettere in discussione l’autorevolezza del ministro Gelmini: «Alcuni mesi fa, dopo scioperi e presidi – conclude Morsia – ha promesso 23 mila immissioni in ruolo a livello nazionale. Oggi ne ha concesse 16.670, perché Tremonti ha tagliato ancora. Non è nemmeno in grado di portare a termine i suoi impegni. È un ministro sotto tutela».

L’Unità/Bologna 13.08.10

"L’anniversario Sant’Anna di Stazzema, la strage ha sessantasei anni" di Vladimiro Frulletti

Sant’Anna ricorda i suoi martiri, sessantasei anni dopo. Era il 12 agosto 1944 quando la rappresaglia nazifascista compì una delle stragi più efferate della storia del Novecento. 560 persone, soprattutto donne e bambini, furono orribilmente trucidate in quel piccolo paese apuano. Domani sarà il presidente della Regione Enrico Rossi a tenere l’orazione ufficiale in memoria dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. «La presenza del presidente della Regione, che viene a Sant’Anna per la prima volta da quando ricopre questa carica, è un evento importante e significativo»commenta il sindaco di Stazzema, Michele Silicani. Dal 2000 la piccola Sant’Anna è Parco Nazionale della Pace, unico al mondo assieme al Memoriale della Pace di Hiroshima. Le celebrazioni inizieranno di prima mattina alle 8.30 con la messa. Poi il raduno dei gonfaloni, la deposizione delle corone di alloro e la messa sulla piazza della chiesa, luogo simbolo dell’eccidio. Poi il corteo si dirigerà al Sacrario di Colle Cava da dove inizieranno i saluti dei sindaci e del presidente Rossi. Alle 12,30, nei locali del Museo Storico della Resistenza, sarà inaugurata l’esposizione dell’opera «Stazzema» del Maestro Giuliano Vangi che sarà prsente all’inaugurazione. Durante la mattinata partirà da Sant’Anna la marcia della pace diretta a Marzabotto, organizzata per tenere viva la memoria delle vittime delle stragi nazi-fasciste. Promossa e organizzata dall’Arci della Versilia, e dall’Anpi di Lucca, con la Provincia di Lucca e la sua Scuola della Pace, la marcia è un’occasione viva e concreta per tenere alta la memoria, per non cedere alle lusinghe dell’oblio e del tempo che scorre. La prima tappa sarà al Monte Matanna, poi il 13 si marcerà fino a Cutigliano, al Rifugio Porta Franca, il giorno successivo si arriverà a Pracchia. Il 15 agosto, si marcerà da Pracchia a Sambuca Pistoiese: durante questa tappa verrà effettuata una sosta nel paese bolognese di Biagioni dove, insieme alle istituzioni locali, sarà ricordata la strage del luglio 1944. Nel pomeriggio si terrà un consiglio comunale aperto a Sambuca. Il 16 agosto, infine, è previsto l’arrivo a Marzabotto, dove si terrà sosta al Sacrario, un’escursione nel Parco del Monte del Sole e un incontro nella sala consiliare di Marzabotto al quale prenderanno parte le istituzioni locali.

L’Unità/Firenze 12.08.10

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Strage S.Anna/ Napolitano: Sia vivo impegno libertà democratiche. Piena affermazione dei valori della pace e dignità della persona
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella ricorrenza del sessantaseiesimo anniversario dell’eccidio nazifascista di Sant’Anna di Stazzema, ha inviato al Sindaco, Michele Silicani, un messaggio in cui rivolge a tutti i convenuti alla commemorazione il suo “partecipe e solidale” pensiero “per ricordare, insieme con quei martiri, tutte le vittime innocenti della guerra, delle persecuzioni e delle deportazioni”. “La memoria dell’eccidio di Sant’Anna, che appartiene al patrimonio collettivo della nostra Repubblica – afferma il capo dello Stato – deve impegnarci tutti, ciascuno per la propria parte di responsabilità, in un’opera di costante consolidamento delle riconquistate libertà democratiche, nel segno di una piena affermazione dei valori della pace e della dignità della persona, con l’attivo sostegno delle organizzazioni internazionali e sovranazionali”. “In ciò – conclude Napolitano – risiede il significato ideale delle cerimonie commemorative, che offrono, in particolare alle giovani generazioni, gli strumenti per ricordare e comprendere, attraverso le pagine più dolorose della storia italiana, i principi che ispirarono le scelte dei tanti coraggiosi cittadini che si sono impegnati nella resistenza e nella lotta di liberazione per restituire all’Italia il bene supremo della libertà e della dignità nazionale. Si sono così create le condizioni perchè forze politiche e orientamenti culturali diversi dessero vita alla carta fondamentale del nuovo stato democratico, in cui sono enunciati i principi fondamentali cui devono continuare ad ispirarsi le istituzioni repubblicane”.

Agenzia APCOM

Ghedini telefona "Fermiamoci qui" , di Carmelo Lopapa

Qualcosa inizia a incepparsi nella macchina tritacarne messa in moto da Arcore. C´è un timore che sembra si stia insinuando come ruggine nell´ingranaggio finora inesorabile.
Bocchino al legale di Berlusconi: “Credevate che sopportavamo tutto senza reagire?”
Pronta la pubblicazione con le liste delle società offshore legate al Cavaliere. Ed è legato a quel che è stato, e soprattutto quel che sta per essere messo su piazza da house organ e singoli parlamentari vicini al presidente della Camera sul conto del premier, delle sue proprietà, delle sue società, dei suoi rapporti internazionali.
Avvisaglie di una svolta che sta inducendo il Cavaliere a più miti consigli. Al tentativo di una mediazione con gli avversari finiani. Perfino, in via molto riservata, col loro capogruppo Italo Bocchino, considerato finora l´incendiario, da attaccare da ogni fronte. Fino a ieri, quando è stato contattato da Ghedini, invitato a discutere, a stemperare il contrattacco finiano, insomma a discutere.
Dopo settimane di martellamento mediatico, la minaccia di «polverizzare» Gianfranco Fini e i suoi, la richiesta di dimissioni, il rullo compressore sulla casa monegasca, ieri sera, d´improvviso, il ramoscello d´ulivo. «Unità nel Pdl se torna lo spirito costruttivo» si legge nella nota diffusa a sorpresa dal presidente del Consiglio, ancora chiuso ad Arcore, prima di spostarsi forse in Sardegna nel week end. Per comprendere cosa sia avvenuto nelle ultime 24 ore bisogna seguire le tracce di Niccolò Ghedini. Ben più che consigliere giuridico, ambasciatore e stratega, in questa come in altre partite delicate gestite dal suo capo. Ebbene, proprio nella strategia qualcosa forse sta per cambiare perché di fronte all´escalation contro Fini, le cose non sono andate come dovevano. Deputati di Futuro e libertà, FareFuturo, Generazione Italia, il “Secolo”, insomma dalla batteria vicina al presidente della Camera è partita una contraerea inattesa. Soprattutto, non a caso, dai due deputati ex An più legati all´inquilino di Montecitorio: giusto per lasciare intendere che non parlavano per conto proprio. E allora, prima il conflitto di interessi, poi i servizi segreti, quindi, la natura reale dei rapporti di questi anni con il leader libico Gheddafi e con il premier russo Putin.
Ma è stato quando ieri mattina Ghedini – non certo di sua spontanea iniziativa – ha contattato al telefono Bocchino, che il quartier generale berlusconiano ha iniziato a vacillare. «Così non possiamo andare avanti, se continuate su questa strada qui finisce che salta tutto per aria» ha esordito rivolgendosi al capogruppo. «Cosa vi aspettavate? Che potevate attaccare solo voi? Che saremmo rimasti inerti, solo a subire le vostre allusioni sulla casa a Montecarlo? Le vostre richieste di dimissioni? Sappiate che questo è solo l´inizio, caro Niccolò, aspettatevi di tutto». E il seguito della telefonata sembra abbia ammutolito per qualche istante l´avvocato. Su uno degli organi di Futuro e libertà, tanto per cominciare, sarebbe pronto per la pubblicazione l´elenco delle società offshore riconducibili all´impero finanziario di Silvio Berlusconi. Ancora, chi erano e quale sarebbe il casellario giudiziario dei proprietari di alcuni immobili acquistati dall´attuale presidente del Consiglio. In particolare, la villa di Macherio e quella delle Antille, l´assistenza dell´avvocato Cesare Previti, i ruoli di Flavio Carbone e di David Mills. «Se volete parlare di case e di società offshore siamo pronti» ha messo in chiaro Bocchino.
Ma nel carniere c´è dell´altro. Capitolo conflitto di interessi, per esempio: a Ghedini è stato fatto presente che forse sarà sufficiente pubblicare la dichiarazione dei redditi di Paolo Berlusconi per capire se negli ultimi anni siano state nelle sue disponibilità le ingenti somme sborsate per coprire i costi del “Giornale”. O se piuttosto vi sia «altro socio, non palese nei registri della casa editrice». Ma anche come si sia arrivati alla «legge ad aziendam salva Mondadori». Quindi, altro approfondimento verrà riservato dai finiani agli incontri internazionali del premier con Putin e con Gheddafi. Ma il primo contrattacco, già annunciato per le prossime ore, riguarda le ragioni che avrebbero indotto l´avvocato di Luciano Gaucci a rinunciare alla difesa, poi assunta da Angelo Alessandro Sammarco, già legale (oltre che amico) di Cesare Previti nei processi per corruzione. Proprio quel Previti al quale venerdì il premier – particolare non passato inosservato ai finiani – ha reso visita.
Il messaggio non ha fatto in tempo a giungere al “destinatario finale” che Ghedini ha poi richiamato nel pomeriggio Bocchino: «Ma se stasera il presidente Berlusconi dovesse fare una nota dai toni concilianti, in cui apprezza la presa di posizione dei vostri senatori, come lo valutereste?» La valuteremmo bene, noi siamo parte di questa maggioranza, gli ha risposto il capogruppo. Ora sono i finiani a dettare le loro condizioni, per porre fine alla guerra degli stracci appena iniziata e dagli esiti imprevedibili. E sono due, comunicate anche queste a Ghedini: stop al martellamento mediatico contro Fini e rinuncia alla richiesta di dimissioni. Il pallino ora è nella mani del premier.

La Repubblica 12.08.10

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C’eravamo tanto amati. Capezzone-Cicchitto (e Giro) vs. Mariniello-Rossi: in casa Pdl le polemiche non accennano a diminuire. Anzi…

Tutti contro tutti, nel Pdl: a iniziare il fuoco di fila delle polemiche odierne è stato Daniele Capezzone, portavoce del Popolo della Libertà schieramento di centrodestra, il quale, dopo essersi premurato di assicurare che “una larghissima maggioranza di italiani sta con Silvio Berlusconi e apprezza il lavoro importante svolto dal Governo”, ha rilevato che “i cittadini – prosegue – sono stanchi dei frenatori, dei ‘signor no’, di coloro che pensano, come accadeva nella vecchia politica, di esercitare poteri di interdizione, o addirittura di veto e di blocco”.

Per Capezzone è ovvio pertanto che “è impensabile che minoranze di palazzo possano pensare di paralizzare le maggioranze decise dagli elettori”. Si evince che il “frenatore” numero uno altri non è che Gianfranco Fini, a soccorso del quale scendono in campo (è ancora il caso di dirlo?) Generazione Italia e Farefuturo: entrambe fanno riferimento al presidente della Camera e ai “suoi” parlamentari e non fanno sconti all’ala berlusconiana della maggioranza.

A cominciare da Capezzone, come è naturale. Gianmario Mariniello, direttore del sito di Generazione Italia, ricorda come l’ex esponente radicale fosse uno dei più tenaci avversari dell’attuale premier: “Voglio prescindere dall’esito dei processi di ieri e di oggi, e perfino, se possibile, dalla rilevanza penale dei fatti che sono emersi. Ma è però incontrovertibile che Silvio Berlusconi (prescrizione o no) abbia pagato o fatto pagare magistrati; così come da Palermo (ripeto: quale che sia la qualificazione giuridica di questi fatti) emergono fatti e comportamenti oscuri, di cui qualcuno (Berlusconi in testa) dovrà assumersi la responsabilità politica”. In comune c’è soltanto lo stile abbastanza verboso, tra il Capezzone del dicembre 2004 e quello dell’agosto 2010. Farefuturo è, se possibile, ancora più dura nel chiedersi che “idea di politica è quella espressa in questi giorni, in queste settimane, in questi mesi dai caporioni del Pdl? Che idea di politica è quella espressa dalla vulgata berlusconiana sui giornali ‘di famiglia’? Che Italia vogliono questi signori? Sono domande fondamentali, che è necessario porsi”.

Nell’intervento, a firma di Filippo Rossi, si mette in evidenza che il killeraggio politico messo in atto dagli house organ di Arcore e dintorni contro il presidente della Camera è ancora più inquietante di quello visto ai tempi del caso-Boffo, vista anche l’importanza della posta in palio. Rossi conclude, senza mezzi termini, che in giro ci sono “i manganellatori di professione” che hanno il compito di “garantire un potere tutto personale: politico, aziendale, economico. A guardarli negli occhi sembra di vedere, netto e nitido, il conflitto d’interesse di una politica che non ha mai fatto davvero Politica”.

Ma i berluscones, anche quelli di un certo rango come Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, non arretrano: “Lavoriamo per definire dei punti programmatici precisi. A quel punto verrà l’ora della verità, in Parlamento si vedrà se c’è una maggioranza. Qualora non ci fosse, non apriremo la strada a governicchi o operazioni di palazzo, la legittimità democratica richiede che si torni alle urne”. Stessi concetti di Capezzone, solo un po’ più minacciosi nel tono. E, tanto per gradire, Cicchitto ammette che è in corso una campagna stampa de ‘Il Giornale’ e di altri quotidiani, ma, sempre a suo giudizio, “non bisogna dimenticare le altre campagne mediatiche di questi mesi. Ci sono state le dimissioni di Scajola e di Brancher. E Scajola, non ha ancora ricevuto un avviso di garanzia”.

Scendendo nella gerarchia Pdl, si incontra Francesco Giro: il deputato ‘lealista’ rileva che “l’articolo di Farefuturo è violento al solo scopo di esorcizzare la paura del fallimento politico del progetto scissionista di chi ha deciso di seguire Fini”. Ma c’è dell’altro: secondo Giro, i suoi ex-colleghi di partito “Attaccano il potere di Berlusconi – conclude Giro – e dimenticano che è lo stesso potere scelto dal voto di milioni di italiani, grazie al quale Fini occupa la terza carica dello Stato. Strillano soltanto perché ‚ hanno fallito il loro obiettivo e ora hanno paura di perdere tutto”.

Per il Pd, è Matteo Orfini, responsabile Cultura e Informazione del Pd, a sottolineare che “in un momento in cui molti italiani restano a casa perché non si possono permettere di andare in vacanza, in cui le piccole e medie imprese abbandonate a se stesse lottano per sopravvivere alla crisi, in cui le famiglie sono costrette a bruciare i risparmi di una vita per andare avanti, Berlusconi e i suoi seguaci pensano a tutto ma non ai problemi del Paese”.

Per l’esponente dem, “la maggioranza non c’è più, basta leggere l’ormai quotidiano rosario di insulti, veleni, accuse tra i principali esponenti del centrodestra. Sarebbe persino divertente assistere allo spettacolo, se non fosse che l’effetto è la paralisi di un’attività di governo già di base scadente e del tutto inadeguata. Nonostante le mille promesse, ancora siamo senza un ministro dello Sviluppo economico, una vera vergogna, segno più evidente della crisi irreversibile dell’esecutivo: è la fine di un’epoca”.

A giudizio di Orfini, “il Paese ha bisogno di voltare pagina e di recuperare serenità e competenze necessarie a traghettarlo fuori dalla crisi. Nelle prossime settimane occorrerà lavorare a costruire questa prospettiva in Parlamento. Ma se il cupio dissolvi di Berlusconi porterà alle elezioni – ha concluso l’esponente Pd – siamo pronti a raccogliere i frutti del lavoro svolto in questi mesi per rafforzare l’opposizione e costruire l’alternativa”.

Secondo Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria Pd, “ormai nel centrodestra siamo alle manganellate, uno scontro di incredibile durezza che rischia di mettere a repentaglio la tenuta delle istituzioni stesse. Una escalation a cui assiste un Paese attonito, lasciato solo con i suoi enormi problemi da una maggioranza sempre più rissosa e violenta. Se questa crisi, poi, dovesse portare ad elezioni anticipate saremmo pronti – ha precisato l’esponente dem – a giungere ad una proposta fondata sulla sintonia delle forze di centrosinistra e aperta a tutte le forze di opposizione che hanno a cuore la democrazia e il superamento del berlusconismo, per una nuova stagione della vita politica della Repubblica”.

Ironico Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del Pd, il quale sottolinea come “tramontato il federalismo, affondata nella questione morale di una maggioranza sempre più a pezzi, la Lega non sa come uscire dal pasticcio in cui si trova. Come un fedele Sancho Panza il partito di Bossi segue ad occhi chiusi il presidente del Consiglio su una strada che non porta da nessuna parte”.

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"Senza decisioni il paradiso sarà perduto", di Mario Tozzi*

Qual è il futuro dell’isola più famosa del mondo? I nuovi tagli del governo italiano, appena varati, non concedono molte alternative: o l’isola deve essere chiusa per l’impossibilità di esercitare un controllo degno di questo nome – e tanto vale allora blindarla sul serio – oppure tornerà in gioco la speculazione e la volontà di farne albergo di extra lusso per vip e ricchi che non vedono l’ora di violarne la acque trasparenti e i bastioni di granito.

Montecristo è una di quelle isole italiane degne di rilievo mondiale, non solo per il diploma europeo che le è stato conferito per i meriti nella conservazione e tutela dell’ambiente naturale, ma anche perché è l’archetipo dell’isola, l’isola per antonomasia.

Reminiscenze letterarie e la difficoltà di accesso l’hanno resa proibita, e nulla affascina di più al mondo di questa parola. Perfino i quotidiani coreani battono tempestivamente le notizie che riguardano Montecristo, quasi sempre per ribadire che è stata riaperta al pubblico. In realtà l’isola è stata chiusa per decenni e ha funzionato da riserva di caccia per la famiglia reale fino a che non è scampata a progetti di orribili speculazioni edilizie fugati definitivamente da quando è stata ricompresa nel Parco nazionale dell’arcipelago toscano. Ma oggi la situazione rischia di cambiare. I fondi ordinari dei parchi nazionali sono stati ridotti del 50%, cosa che significa, grosso modo, chiudere la metà dei parchi o licenziare la metà dei dipendenti. La situazione è tanto grave che i presidenti dei 23 parchi nazionali minacciano le dimissioni in massa per non rendersi corresponsabili dello scempio che necessariamente seguirà una mutilazione delle risorse talmente pesante da non garantire più alcuna tutela.

La stoltezza di questa manovra non è solo nell’aspetto ambientale: si può pensare che i nostri uomini di governo non abbiano coscienza di cosa significhi proteggere l’ambiente, o che non gliene importi granché, oppure che qualcuno pensi a speculazioni di varia natura. Sta soprattutto nell’aspetto economico: i parchi nazionali attirano ogni anno 95 milioni di presenze (di cui 30 milioni si fermano più di un giorno), con un giro d’affari di 10 miliardi di euro e con un incremento del 15% nell’afflusso turistico rispetto all’anno precedente. I parchi sono cioè un affare d’oro, anzi l’unico che funziona veramente in questi tempi di crisi. Non si riesce a credere che economisti avveduti possano trascurare questo aspetto che ha permesso, fra l’altro, a realtà marginali di acquisire un peso economico notevole grazie alla protezione della natura, come è il caso di paesini come Villetta Barrea e Civitella Alfedena, sconosciuti ai più e oggi fra i maggiori risparmiatori dell’Italia intera. Invece di incrementare quei fondi a 100 milioni di euro l’anno (poco più di due caffè per cittadino italiano ogni dodici mesi), i nostri governanti abbattono a 25 milioni quella dotazione, con un’operazione che non si sa se più suicida o ignorante. In queste nuove condizioni le perle della natura italiana hanno di fronte un bivio: o vengono di nuovo chiuse alle visite e blindate, per non correre rischi di compromissione, o vengono vendute al migliore offerente per fare cassa.

* Presidente del Parco nazionale dell’arcipelago toscano

La Stampa 12.08.10