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Marcinelle: 54° anniversario della tragedia in Belgio

Intervento dell’on Gianni Farina alla Camera dei Deputati
Signor Presidente, tra pochi giorni, a Marcinelle, in occasione della giornata nazionale del sacrificio e del lavoro italiano nel mondo, rinnoveremo memoria e affetto, dolore e riconoscenza per i tanti piccoli grandi uomini caduti sul lavoro. Storie che sono dentro noi, dentro ogni famiglia ed ogni villaggio di un’Italia che non vuole e non può dimenticare il suo passato. Marcinelle, il passato di figli suoi che hanno avuto coraggio, che hanno travolto i sentimenti, spezzato le radici che li legavano a una terra avara e matrigna, violentata dall’alba al tramonto, per carpire la tenue speranza di un futuro più giusto e più umano. Che cosa sei venuto a fare tu, fanciullo lucano in terra di Francia? Assunto a noleggio – siamo a fine Ottocento – per servire i vetrai della Loira e del Rodano in uno dei mestieri più bestiali e malsani esistenti ? Che cosa sei venuto a fare tu, giovane ligure, alle saline di Fangouse, se non per essere vittima del massacro di Aigues-Mortes di un maledetto agosto del 1893; vittima, tra decine, della guerra tra i poveri per un misero
tozzo di pane? Anche allora, « Mort aux italiens ! », il grido si alzava possente: erano i lavoratori francesi scesi a combattere lo sfruttatore sbagliato, colpevole solo della sua disarmata miseria. Che cosa sei venuto a fare ? Protagonista, ognuno di loro, dell’esodo di massa di cui è, assieme, ricca e vittima la storia della nostra patria. E allora ? Perché non insegnarla questa storia, nelle scuole della Repubblica, recuperando quei tanti valori di cui è ricca quella lunga e spesso drammatica vicenda ? Insegniamola nelle scuole ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze, che vivono la grande avventura dell’unione dei popol d’Europa, dell’unione dei liberi, dei diversi e dei solidali. Se si parte da quel passato,
recuperando quelle radici, possiamo costruire un sogno: cittadini di ogni provenienza che vivono in Italia e in Europa e nel mondo, offrendo ogni giorno il loro sapere di uomini e donne liberi tra popoli, etnie e nazioni liberi e uguali. Liberi come non furono gli schiavi bianchi nell’agghiacciante descrizione di un giornale italiano di San Paolo, fuggiti dalla miseria, allettati dalle promesse dagli agenti dell’emigrazione e poi costretti a vendere l’unica loro ricchezza: le braccia da lavoro, a condizioni persino sovente più disumane che in Italia. Liberi nei cuori e nella mente di milioni di anonimi protagonisti delle rimesse
verso la patria: la fonte del sudore degli onesti a cui si abbeverarono masse di gente italica immiserite in un atavico sottosviluppo. Liberi come aspiravano ad essere quei nostri emigranti calabri incontrati, più di trent’anni fa, in uno dei periodi più bui della storia dell’Argentina moderna, in un circolo italiano della capitale, attanagliata dalla repressione e
dalla violenza. Liberi come milioni di uomini e di donne costretti ad abbandonare la terra tanto amata in quell’esodo di massa di un dopoguerra figlio di un’umiliante sconfitta storica e morale. È storia del sacrificio italiano nel mondo. È storia di ieri. È storia vissuta
sulla nostra pelle. L’Italia, la nostra Repubblica, è oggi un Paese libero e sviluppato nel contesto dei popoli e delle nazioni grazie anche, in tanta parte, al realizzarsi di quel giuramento e di quel sogno. Sto concludendo. È il « quarto stato » che ha riscattato la sua vita costruendo un degno avvenire per tutti. Abbiamo vissuto combattendo la povertà, l’emarginazione e la solitudine, così limpidamente espressa in uno struggente sonetto di Salvatore Quasimodo: « Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera. ». Abbiamo combattuto per i diritti e i doveri di ogni persona perché sappiamo che in ogni uomo c’è un cuore che batte, un anima, un’aspirazione e una speranza. Ed è per questo che tanti di noi hanno combattuto e combattono per sconfiggere gli istinti razzisti e xenofobi di cui siamo stati vittime. Vogliamo lavorare – ho concluso veramente – in Italia, in Europa e nel mondo alla costruzione dell’unione dei liberi e dei diversi, come solennemente affermato nella Costituzione europea. Se ci riusciremo anche il sacrificio degli eroi del lavoro dell’8 agosto 1956 a Le Bois du Cazier non sarà stato vano.

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In occasione del 54esimo anniversario della tragedia di Marcinelle in Belgio, l’INCA CGIL come ogni anno, ricorda le vittime. Era l’8 agosto del 1956 quando 262 minatori, per lo più italiani (136), morirono inghiottiti in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile ‘Le Bois du Cazier’.

Correva l’anno 1956, ricorda l’INCA CGIL in una nota, “quando il mondo si fermò a guardare ciò che accadeva in Belgio, in quella maledetta miniera dove si sono fermati i cuori di coloro che, emigrati dai paesi più poveri, speravano in una vita migliore”. La presidente dell’INCA, Morena Piccinini spiega come l’impegno prioritario del patronato, sin dalla sua costituzione, sia stato quello di “tutelare i diritti individuali” e, insieme al sindacato, “di difendere la salute e le condizioni di vita dei lavoratori in Italia e dei nostri connazionali all’estero”.

La presidente dell’INCA illustra l’importanza e la necessità di ricordare ogni anno, in occasione del “triste anniversario”, la storia dei lavoratori italiani emigrati poiché ciò “aiuta a far comprendere, soprattutto alle giovani generazioni quanto sia importante in qualsiasi democrazia il ruolo del sindacato e del patronato nella difesa dei diritti”. “Far vivere la centralità del lavoro, battersi contro la precarietà aumentando le tutele e i diritti – conclude Piccinini – rappresentano i principi e i valori che, immutati nel tempo, ci aiutano ogni giorno a svolgere il nostro lavoro con la stessa passione che animò il nostro intervento in quel lontano 1956”.

Diverse iniziative in programma l’8 agosto si susseguiranno nella mattinata: alle ore 9.45 proprio al ‘Grand’ Place de Marcinelle’, l’INCA Belgio depositerà una corona di fiori al monumento internazionale dedicato alle vittime del lavoro. La cerimonia proseguirà alle 10.30 al cimitero ai piedi del monumento ‘Aux mineurs et sacrifice des minerurs Italiens’; mentre alle 11.30, un’altra corona di fiori sarà depositata nello stesso luogo dove è avvenuta la tragedia di ‘Bois du Cazier’, dalle associazioni dei minatori al monumento ‘Aux victimes’.

da www.cgil.it

"Donne e lavoro, la lunga rincorsa a ostacoli", di Marina Iacovelli

L’occupazione femminile in Italia ha registrato un forte incremento fino al 2003 quando, sull’aumento totale degli occupati, ben un terzo era costituito da lavoratrici. Questo trend si è però interrotto e, nel 2009, il tasso di occupazione delle donne è sceso al 46,4 per cento, un valore molto lontano da quello dell’Unione europea (58,6 per cento). È quanto emerge dal documento “Il lavoro delle donne in Italia. Osservazioni e proposte”, approvato all’unanimità dall’Assemblea del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, il Cnel, il 21 luglio scorso. “Nonostante il nostro paese possa vantare una delle più avanzate legislazioni a favore delle donne – spiega la consigliera Aitanga Giraldi – , il permanere di problemi strutturali nel nostro mercato del lavoro, e l’ormai annoso dualismo tra Nord e Sud, pongono all’attenzione del legislatore e degli operatori economici e sociali molte sfide. Il Cnel ha da tempo inserito, quale priorità della propria attività istituzionale, l’impegno a favore della maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro e del rafforzamento del loro ruolo nella vita economica e sociale del paese.

Nonostante l’esigua presenza di consigliere (8 su 121 componenti, di cui 4 nominate dalla Cgil e 3 esperte nominate dal presidente della Repubblica), a partire dalla precedente legislatura, si è introdotto il metodo del mainstreaming nella stesura dei principali documenti del Cnel, metodo che ha evidenziato una crescente sensibilità verso l’ottica di genere”. Il documento approvato è dunque la conclusione, a fine consigliatura, di un lungo percorso di riflessione e di attività. “Un lavoro fatto nella convinzione – sottolinea Giraldi – che le donne sono una risorsa fondamentale non solo per lo sviluppo economico e sociale del nostro paese, ma soprattutto per un dopo crisi innovativo e competitivo”. Il documento è suddiviso in tre parti. La prima analizza l’evoluzione della presenza femminile nel mercato del lavoro negli ultimi 10 anni ed evidenzia gli ostacoli e le opportunità che le donne incontrano in quest’ambito. La seconda prende in esame la situazione previdenziale delle donne, che è il risultato evidente delle difficoltà incontrate nel mercato del lavoro. La terza parte contiene 10 proposte che vanno dall’occupabilità alla conciliazione, dalla previdenza obbligatoria e complementare al bilancio di genere nella Pubblica Amministrazione.

Le donne e il lavoro nell’Italia del nuovo millennio Nel nostro paese la crisi ha investito una situazione già difficile dell’occupazione femminile, contribuendo ad accentuarne le criticità storiche. Le conseguenze sono state particolarmente evidenti nel Mezzogiorno, che ha assorbito quasi la metà del calo complessivo delle occupate (-105 mila donne) e che già presentava bassi tassi di occupazione femminile. In questa area il tasso di occupazione è del 30,6 per cento, contro il 57,3 per cento del Nord-est. Si è ulteriormente abbassato il tasso di occupazione delle donne con titolo di studio inferiore al diploma di scuola secondaria superiore, che nel Mezzogiorno raggiunge un livello appena superiore al 20 per cento. Solo le laureate riescono a stare al passo con i livelli europei, se si escludono però le giovani, che continuano a incontrare difficoltà all’ingresso nel mercato del lavoro.

Si accentuano anche le difficoltà delle donne in coppia con figli: considerando la classe di età 25-54 anni e assumendo come base le donne senza figli, i tassi di occupazione sono inferiori di 4 punti percentuali per quelle con un figlio, di 10 per quelle con due figli e di 22 punti per quelle con tre o più figli. Tale andamento non si riscontra nei principali paesi europei. A tutelare una parte delle famiglie con figli dal rischio di perdita del lavoro di uno dei genitori è stato il ricorso alla cassa integrazione. Al tempo stesso la famiglia ha svolto il consueto ruolo di ammortizzatore sociale, sopportando il peso della mancanza di occupazione dei figli. L’azione congiunta di questi due aspetti ha quindi mitigato gli effetti della crisi, almeno per il momento. Uno dei principali ostacoli per l’occupazione delle donne è la scarsità dei servizi sociali, soprattutto nel Meridione. Mentre negli altri paesi europei l’occupazione femminile aumenta al crescere dell’età dei figli, con un tipico andamento a “U” (cioè con una rapida discesa nei 3 anni immediatamente successivi alla nascita del figlio e un successivo graduale ritorno al lavoro), in Italia continua a diminuire.

La probabilità di non lavorare per 18- 21 mesi dopo la nascita di un figlio è di quasi il 50 per cento ed è influenzata in maniera significativa dall’età della madre: le madri meno giovani rientrano più frequentemente al lavoro, mentre quelle sotto i 25 anni sperimentano maggiori difficoltà. Per le donne non occupate la probabilità di entrare nel mercato del lavoro dopo la nascita di un figlio è quasi nulla a qualsiasi età. Il grado di istruzione è un fattore molto importante: sono le donne con istruzione elevata quelle che rientrano nel mercato del lavoro a pochi mesi dalla nascita del figlio, mentre le donne con bassa e media istruzione spesso non rientrano affatto. A 4 anni dalla nascita del bambino, infatti, il 60 per cento delle donne con bassi livelli di istruzione è ancora fuori dal mercato del lavoro.

Le donne con un titolo di studio più elevato tendono inoltre a conciliare meglio lavoro e famiglia: sono in grado di mobilitare più risorse, beni e servizi e tempo dei familiari (inclusi i partner che collaborano di più nelle coppie più istruite), e di utilizzarle in maniera più efficiente e razionale. Dedicano meno tempo al lavoro domestico e più tempo ai figli, contribuendo in questo modo a ridurre gli effetti negativi sui bambini piccoli dovuti all’assenza di ambedue i genitori. Nel panorama internazionale l’Italia rappresenta un’eccezione anche rispetto all’uso del tempo. Le donne italiane, sommando sia il tempo per il lavoro remunerato che quello per il lavoro non remunerato, lavorano in realtà ben più degli uomini. Il 77 per cento del tempo dedicato al lavoro familiare è a carico femminile, a testimonianza di una persistente e significativa asimmetria di genere.

Pur essendo i padri un po’ più collaborativi rispetto al passato, i cambiamenti sono lenti e la divisione dei ruoli è ancora molto rigida. I dati recenti, infatti, dimostrano che i maggiori cambiamenti nella divisione del lavoro tra i due generi sono avvenuti nell’ambito della cura dei figli, molto meno invece nell’ambito del lavoro domestico vero e proprio. Il lavoro delle donne è fondamentale per difendere le famiglie e i figli dal rischio di povertà. Uno studio che analizza le situazioni di povertà reddituale delle famiglie europee mostra come quelle monoreddito con figli minorenni siano la tipologia più vulnerabile. Il loro reddito medio pro capite è inferiore del 30 per cento a quello delle famiglie a doppio reddito.

Favorire l’occupazione femminile ha poi ricadute positive sia sulla formazione delle coppie sia sulla loro stabilità. Inoltre l’incremento dell’occupazione femminile risponde ai desideri delle donne. Meno del 20 per cento delle occupate tra i 35 e i 45 anni, infatti, concorda con l’affermazione che essere casalinga consente alla donna di realizzarsi quanto un lavoro retribuito. E anche tra le casalinghe questa percentuale non supera il 30 per cento. Ciò significa che la grande maggioranza delle casalinghe ritiene che la propria condizione corrisponda a una rinuncia personale in termini di opportunità di realizzazione. Tutti i più recenti studi economici, infine, spiegano come la riduzione del divario occupazionale di genere possa essere un importante motore di sviluppo. Lo spreco delle risorse femminili caratterizza infatti i paesi in declino come il Giappone e l’Italia.

La situazione previdenziale delle donne in Italia Il documento del Cnel, elaborato dopo un ciclo di audizioni con Inps, Inpdap, Ipost, Enpals e Inpgi, conferma che l’esistenza di discriminazioni salariali tra donne e uomini, dovuta alle caratteristiche del mercato del lavoro e alle condizioni dell’occupazione femminile (carriere discontinue, “tetto di cristallo”, lavoro di cura, ecc.), si traduce in differenti trattamenti previdenziali, che rendono le donne anziane normalmente più povere degli uomini loro coetanei. Pur in presenza di un’anzianità anagrafica maggiore di quella degli uomini, infatti, l’anzianità contributiva risulta inferiore a quella dei colleghi maschi. Un’ulteriore criticità riguarda la previdenza complementare: il decreto legislativo n. 5/2010, infatti, ha introdotto un sistema di calcolo attuariale diversificato per uomini e donne ma che penalizza queste ultime.

Per quanto riguarda il recente aumento a 65 anni dell’età pensionabile delle donne nel settore pubblico, il Cnel ricorda che, prima della riforma del 1995, le donne dello Stato già andavano in pensione a 65 anni. Con quella riforma, in analogia con quanto previsto per il settore privato, il requisito di vecchiaia per le donne si è abbassato a 60 anni, con la facoltà di permanere in servizio fino a 65. Nella realtà, sottolinea il Cnel, le donne, sia nel privato sia nel pubblico, rimangono in servizio oltre i 60 anni di età e, in genere, più a lungo degli uomini, nel tentativo di compensare la discontinuità nelle loro carriere professionali. Il Cnel ricorda inoltre che la differenza di età pensionabile tra donne e uomini risponde a un criterio di “discriminazione positiva” nei confronti delle donne: un modo di riconoscere e valorizzare la differenza femminile, stabilendo un “vantaggio” per le donne rispetto agli “svantaggi” da esse incontrati nel corso della loro carriera (minor reddito e “doppio lavoro”).

In conclusione, la donna italiana lavora meno a lungo e fa meno carriera rispetto all’uomo, versa meno contributi, percepisce redditi pensionistici sensibilmente inferiori a quelli dell’uomo, percepisce in prevalenza pensioni ai superstiti o prestazioni a carattere assistenziale a carico della fiscalità generale, risulta maggiormente esposta al rischio di povertà. Inoltre, vivendo in media più a lungo dell’uomo, corre un maggior rischio di vivere l’ultima parte della vita in stato di disabilità (3,1 anni per gli uomini e 5,4 anni per le donne).

da www.rassegna.it

"Nuovo tetto per l'Ispra", di Antonio Sciotto

In tempi di trivellazioni disastrose sotto il mare, dovremmo preoccuparci di questi ricercatori. Ma il governo ha portato il loro istituto, specializzato sull’ambiente, sull’orlo del baratro. Si tratta dell’Ispra, e i suoi studiosi si erano già arrampicati sui tetti alla fine dell’anno scorso, passando su un edificio della periferia di Roma – Casalotti – perfino il Capodanno. Con botti, panettoni, spumante, con le loro famiglie finalmente vicine. E poi erano arrivate le promesse, da «marinaia»: la ministra dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo garantì il rilancio dell’istituto e il futuro del personale, con un protocollo siglato in pompa magna. Tanto che i ricercatori erano pure scesi dal tetto. Ma nulla: a distanza di 6 mesi sull’Ispra è tornata la mannaia dei tagli, i laboratori sono congelati e privi di mezzi, centinaia di precari temono di perdere il posto. E così, in settembre, potrebbero «bissare»: il tetto o qualcos’altro, non lo dicono ancora.
Intanto, da ieri, la protesta si è riattivata, perché improvvisamente tra i corridoi dell’istituto è piombata una notizia ferale: il «rosso» accumulato dall’Ispra non verrà coperto dal ministero, e dunque comincia una violentissima campagna tagli. Si fermeranno tante ricerche in atto, i contrattisti a termine rischiano di non vedere a fine anno l’agognata proroga. Uno dei commissari dell’ente, che ha incontrato ieri informalmente una delegazione di lavoratori, non ha potuto che confermare, e allargare le braccia: «Ci aspetta un autunno difficile, in cui dovremo operare delle scelte pesanti. Tenerci i precari, o fermare alcuni studi». Insomma, per il momento siamo al massimo della confusione.
E d’altra parte i commissari – o meglio, un prefetto e due commissari – sono i vertici dell’Ispra sin dalla sua nascita. L’istituto per le ricerche sull’ambiente vede la luce nel 2008, ma non ha mai avuto una regolare dirigenza: lo volle la stessa ministra Prestigiacomo, appena insediata, per unificare tre vecchi istituti – l’Icram (studi sul mare), l’Infs (fauna selvatica) e l’Apat (agenzia servizi tecnici per l’ambiente) – ma fu subito commissariato, e da allora è rimasto così. Il personale – frutto perlopiù dell’accorpamento dei tre enti – è formato da circa 1500 dipendenti, ma 300 di loro sono precari.
Le ricerche svolte dall’Ispra sono molto importanti per l’ambiente: inquinamento, specie protette, biodiversità, pesca, tutela del territorio, rischio idreogeologico. Ma ci sono anche diversi casi di cronaca recente: ad esempio, sono stati ricercatori Ispra a mettere in luce i pericoli di inquinamento che vengono dalle cosiddette «navi dei veleni», inabissatesi nei nostri mari (il manifesto vi ha dedicato un’inchiesta nei mesi scorsi). Ancora, l’Ispra ha in mano una commessa dell’Eni, per il monitoraggio continuo delle basi petrolifere al largo delle coste italiane: anche questo progetto è in pericolo, e non va certo spiegato perché sarebbe importante, al contrario, che non si fermasse neanche un giorno (la recente «marea nera» Usa dice tutto).
I soldi di cui l’Ispra ha bisogno per coprire il suo buco di bilancio e ripartire, sono 24 milioni di euro (5 milioni dei quali necessari specificamente per le ricerche sul mare). Ci sono voci che forse qualcosa – circa 8 milioni per coprire giusto le emergenze – potrebbe essere reperito già entro settembre: «Stiamo lavorando con il governo», ha detto ieri uno dei tre commissari congedando la delegazione di ricercatori, e impegnandosi a riconvocarli ufficialmente a fine agosto. Ma chissà.
«Finora non abbiamo visto che tagli e promesse: ma tutte le nostre attività, così come i contratti del personale, hanno bisogno di risorse – spiega Angela Imperi, ricercatrice Flc Cgil – E il protocollo siglato al ministero? L’80% di quegli impegni non è stato rispettato fino a oggi».
Massimiliano Bottaro, ricercatore e rappresentante Usi-Rdb, ricorda le 59 notti passate sul tetto della sede di Casalotti: «Abbiamo combattuto praticamente per le stesse cose che ancora oggi ci negano: più fondi alla ricerca, la conferma e l’assunzione di tutti i precari. Io sono a termine da 10 anni, e sono in molti come me. In 200 hanno già perso il posto a giugno 2009, mentre noi – altri 200 – siamo riusciti ad avere una proroga grazie alla lotta sul tetto. Ma per il resto, mi sembra che abbiamo ottenuto ben poco».
C’è molta amarezza, e paura, tra i ricercatori Ispra, nonostante abbiano avuto la forza di lottare in passato, e la conservino anche oggi: ma il governo è quello che è, lo sanno bene. L’opposizione li sta sostenendo e – in incognito – pare anche qualche deputato della maggioranza, dell’area «finiana»: ma il nome è top secret, come si può capire, berlusconiani e leghisti non perdonano.
Secondo la Usi-Rdb, peraltro, i soldi per sanare il debito sarebbero già in cassa: perché l’istituto vanterebbe un credito con il ministero dell’Economia di 14 milioni di euro, mentre in un conto – per il momento blindato – stazionerebbero 22,5 milioni destinati ad adeguare le sedi ex-Icram. Basterebbe quindi uno sforzo per sbloccare queste risorse.
«La richiesta di assestamento del bilancio Ispra e la piena attuazione del Protocollo d’intesa sul precariato erano stati fin dal giugno scorso i punti centrali delle nostre rivendicazioni e avevano portato i lavoratori a mobilitarsi davanti al ministero dell’Ambiente – dice Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil – Siamo pronti a un autunno caldissimo per contrastare le scelte di un governo irresponsabile».

Il Manifesto 07.08.10

"Dietro il boom lo spettro disoccupazione lunga", di Marco Alfieri

Jobless recovery la chiamano gli economisti. Ripresa senza occupazione. L’ultima cartolina arriva dalla Camera di Commercio di Varese, una delle grandi province manifatturiere d’Italia: nel secondo trimestre l’economia locale ha ripreso la marcia produttiva (+3,1% sul 2009) ma senza muovere il mercato del lavoro. Anzi, il saldo negativo atteso tra ingressi/espulsioni è salito a 4 mila addetti. È il picco più alto da quando Unioncamere produce le Indagini congiunturali. Nel 2009, tra fallimenti e crisi aziendali, nel Varesotto sono rimaste a spasso più di 7.500 persone e solo il 15% delle imprese mette in conto nuove assunzioni entro l’anno.
Varese è solo l’ultima stazione di una lunga spoon river laburista rimasta nascosta dal fumo statistico di una ripartenza economica a lungo attesa. Nelle province gemelle per struttura industriale, da Vicenza a Treviso, da Bergamo a Brescia passando per Torino, Reggio Emilia e Bologna, il mantra è identico: ripresa su ordinativi, export e fatturato ma calma piatta sull’occupazione. Dopo il lungo inverno recessivo la svolta non si trasferisce sul mercato del lavoro. Per Franca Porto della Cisl Veneto siamo davanti ad una «disoccupazione di lungo periodo». Un mostro «sconosciuto» per un territorio che ha tirato per 30 anni senza sosta. Vecchie certezze aggredite da una realtà infuocata. Secondo le stime di Veneto Lavoro nell’ultimo anno sono aumentati del 20% gli addetti incapaci di rioccuparsi nell’arco di 6 mesi, la boa tipica in cui chi veniva espulso dal circuito rientrava in gioco. Per Bankitalia nel 2009 la disoccupazione veneta è salita dal 3,5 frizionale al 4,8% e rimbalzerà nel 2010 (già persi 80mila posti di lavoro), causa una platea industriale piena di macerie: quasi 1400 procedure di crisi aziendali aperte per 35mila addetti a rischio.
In Lombardia la disoccupazione «è schizzata al 6,4% e salirà oltre l’8% entro dicembre, perché dei 100 mila in cassa integrazione straordinaria molti perderanno il posto», calcolano dalla Cgil. Nei primi tre mesi dell’anno nella provincia di Milano hanno chiuso 1.686 aziende artigiane, portandosi dietro un -17,8% di assunzioni nell’edilizia, servizi e manifatturiero.
Non bastasse, in Italia a luglio la cassa straordinaria ha doppiato quella ordinaria (52 milioni di ore contro 27), colpendo impieghi finora stabili in imprese tradizionali, età elevata e scolarità bassa. Per una moria nazionale di occupati che nella crisi si è bruciata 800 mila posti di lavoro. Rispetto alla prima fase recessiva in cui la contrazione è passata dalla diminuzione delle assunzioni e delle proroghe di lavoro temporaneo, specie nella meccanica e le costruzioni, questa fase di jobless recovery è meno selettiva né la cig può continuare all’infinito a fare da materasso, se è vero che gli interventi a sostegno di cassintegrati e disoccupati sul biennio valgono 21-22 miliardi di euro. Tanto più in un frangente in cui la crisi atterra nel bel mezzo di un processo di selezione delle nostre imprese. Molte di quelle comprese tra i 20-50 addetti stavano ristrutturandosi, introducendo innovazioni di prodotto e di processo, ripensando la governance, accrescendo e diversificando la proiezione sui mercati esteri. Stavano insomma uscendo dai vecchi distretti con cui si facevano economie di scala per la domanda interna. Per questo se i dati Istat sono positivi, attenzione a separare i numeri della ripresa dal mercato del lavoro. Lorenzo Bini Smaghi ieri lo ha ripetuto: «l’export da solo non basta per crescere e assicurare una riduzione della disoccupazione, soprattutto giovanile. Ci vogliono investimenti e una ripresa dei consumi».
Proprio l’occupazione under 35, insieme alla scarsa produttività del nostre imprese, resta la vera piaga, come dimostra un’analisi di Datagiovani, il braccio statistico del Local Area network di Padova. «L’esame dei flussi 2009 – spiega il direttore Luca Romano – mostra come 2 disoccupati su 10 siano proprio ragazzi che nel 2008 lavoravano (216 mila su 1 milione 74 mila)». Per una disoccupazione verde che è quasi doppia a quella totale e con pericolose e inedite impennate sopra il Po (9,1% in Lombardia e quasi il 12% in Piemonte

La Stampa 07.08.10

"Temistocle Martines, l'uomo che passò la vita a difendere la Costituzione", di Michele Ainis

No, non c’è un uomo che potrà salvarci dalla nostra crisi etica, economica, sociale. E anzi faremmo bene a smetterla d’appendere ogni speranza all’Uomo della Provvidenza. Ne abbiamo già incontrato uno, e dovrebbe esserci bastato. Il riscatto dei popoli fiaccati da una lunga malattia dipende dalle nuove generazioni che subentrano in luogo delle vecchie, dipende dall’impegno di chi fin lì si limitava ad osservare lo spettacolo, in conclusione dipende dai popoli medesimi, non da questo o quel condottiero.

Però se devo fare un nome, eccolo: Temistocle Martines. Era il mio maestro, ed era anche l’autore del manuale di diritto costituzionale sul quale si sono formati per decenni gli studenti di Giurisprudenza. Pure i nuovi arrivati continuano a studiarlo, dato che il manuale di Martines viene aggiornato a cura d’un altro suo allievo, Gaetano Silvestri. Tuttavia non è per ragioni d’appartenenza accademica che cito qui il suo nome. Né perché pensi che quel vecchio gentiluomo siciliano dalla schiena un po’ ingobbita, se fosse ancora vivo, saprebbe indicarci una via d’uscita dalla crisi. D’altronde Martines era un uomo problematico, allevava dubbi, non dettava soluzioni.

Ma sta di fatto che tra le nostre sciagure nazionali c’è l’assedio che via via si stringe attorno alla Costituzione, e sta di fatto inoltre che mancano gendarmi che sappiano ricacciare indietro gli invasori. Un assedio scandito da attuazioni tardive, disapplicazioni sistematiche, prassi distorsive, falsi storici, controriforme abbozzate in fretta e furia e per lo più abortite. Il capo d’accusa nei confronti dell’art. 41 (impedirebbe la libertà d’impresa: e perché mai?), che in quest’estate del 2010 risuona in lungo e in largo dentro le mura del Palazzo, non è che l’ultimo esempio della malafede con cui la politica scarica sulla Costituzione tutte le colpe del proprio fallimento, della propria genetica impotenza a liberarci dalle lobby burocratiche o affaristiche. Ecco perché in ultimo l’Italia è diventata un paese senza legge: non c’è spazio per la legalità se la legge più alta viene costantemente ignorata o disattesa.

Martines aveva vent’anni nel 1947, quando la Carta repubblicana fu approvata. Verso quella Carta la sua generazione nutriva perciò un legame sentimentale, oltre che intellettuale. Lui poi trasformò questo legame nella propria professione, nel suo mestiere di studioso e di docente. «Sono fra gli ultimi romantici – disse di sé pochi mesi prima di morire, in un dibattito a Bologna sulle riforme costituzionali – e difendo l’attuale Costituzione, che è una Costituzione ancora valida. La difendo perché non è vero che la Costituzione non ha funzionato; non è vero che bisogna modificarla perché non consente stabilità di governo. Questa stabilità in Italia non c’è stata perché il sistema dei partiti non l’ha consentito. E allora è il sistema dei partiti che semmai bisogna modificare, non già la Costituzione, che certamente non lo ha voluto così com’è adesso e non può quindi esserne ritenuta responsabile».
Insomma, è bene che la legge fondamentale sia attuata sino in fondo, prima di pensare a come riformarla: o almeno era questa la sua profonda convinzione, che rifletteva d’altra parte il concetto a lui altrettanto caro della Costituzione come un divenire, come sorgente di processi normativi che per l’appunto andrebbero esplorati nelle loro potenzialità inespresse, per svilupparli magis ut valeant, al meglio della capacità espansiva della nostra Carta.

Da qui l’avversione verso la Costituzione “materiale”, evocata a sproposito – oggi come ieri – per giustificare il trionfo della forza sulle regole. Ma che cos’è quest’altra Costituzione di cui mai nessuno ha letto un rigo, che nessun presidente ha mai promulgato? Mortati vi scrisse un libro sopra nel 1940, allo scopo d’illustrare come ogni documento costituzionale viva nella prassi dei rapporti politici e civili, anziché nei caratteri di piombo delle Gazzette ufficiali. Giusto, se il concetto in questione aiuta la scienza giuridica a liberarsi da un eccesso d’astrattezza, a puntare gli occhi sulla terra. Giusto due volte, se serve a indicare il mutevole atteggiarsi della storia rispetto alle possibilità interpretative cui si prestano le parole vergate dai costituenti. Sbagliato tre volte, quando viceversa vi si trae argomento per legittimare letture deformi e deformanti rispetto alle parole della Costituzione, e anzi contro quelle medesime parole.

Non era forse questa l’intenzione di Mortati, benché in Italia nel 1940 fosse in vigore lo Statuto albertino, che il Regime aveva fatto diventare carta straccia. Ma dopotutto la sua teoria si prestava a molti equivoci. C’è una pagina di Martines – data alle stampe nel 1957 – in cui l’allora giovane studioso contesta un’affermazione di Mortati, ossia che in caso di contrasto fra Costituzione formale e materiale sia quest’ultima a prevalere sulla prima. No, dice Martines, è vero casomai il contrario, perché la forma scritta assicura stabilità e certezza delle regole. Da qui la conclusione: «Nel caso in cui, pertanto, si produca una frattura fra una norma formalmente costituzionale e la sottostante Costituzione materiale, la prevalenza spetterà alla prima, come alla sola formalmente giuridica, che (sia pure svuotata di ogni contenuto) continuerà ad essere valida in quanto appartenente all’ordinamento sino a quando dall’ordinamento stesso non verrà eliminata».

C’è in questo passo, nei termini più netti, la distinzione tra il fatto e il diritto, tra l’essere e il dover essere. Tale distinzione s’innesta nel codice genetico del costituzionalismo, che non a caso ottenne il suo battesimo con l’avvento delle Costituzioni scritte, dopo le due grandi rivoluzioni – quella francese e quella americana – di fine Settecento. Da allora in poi non è più il re che fa la legge, ma è la legge che fa il re. O almeno dovrebbe, in uno Stato di diritto. Ma in Italia il diritto è ormai una foglia di fico sul corpo nudo del sovrano. Anche per responsabilità dei costituzionalisti, certo, del loro realismo malinteso, che in molti casi maschera in realtà un abito servile verso il principe di turno, senza troppe differenze fra principi di destra e di sinistra.

Invece Martines non fu mai iscritto a un partito, e per ricompensa non rivestì mai gli uffici pubblici che i signori di partito dispensano ai fedeli. Le sue cariche erano tutte accademiche: preside di facoltà, direttore dell’Istituto di studi sulle regioni del Cnr, presidente dell’Associazione dei costituzionalisti italiani. L’università era la sua casa, i suoi allievi la sua seconda famiglia. Tanto che nel testamento divise fra loro la propria sterminata biblioteca, affinché ciascuno ne conservasse un ricordo tangibile. Ma quella abitata da Martines era un’altra università, anche se dalla sua morte sono passati meno di tre lustri. Lui venne a insegnare alla Sapienza di Roma perché a quel tempo le “chiamate” si decidevano in base alla competenza, non all’appartenenza. Ora funzionano come al supermercato: un premio di fedeltà per i clienti affezionati.

C’è insomma una corruzione dei costumi accademici, oltre che civili. Tu vai per convegni, sfogli riviste e almanacchi, e incontri carrieristi o specialisti, più spesso l’uno e l’altro tipo umano sotto la medesima divisa. Martines, e gli altri della sua generazione, nutrivano una concezione totale del diritto costituzionale, s’interessavano alle fonti normative, ma altresì alla storia delle istituzioni, alle libertà, all’organizzazione dei poteri. Ora, quando va bene, c’è qualcuno che sa tutto su niente, su un singolo istituto dal quale attinge inchiostro per inondare l’universo di pagine quasi sempre incommestibili. Gente pronta a barattare il principio con il principe, tanto il primo non ti riempie la scodella. Sarà per questo che Martines non ha lasciato beni al sole. Morì il 2 giugno 1996, nel giorno in cui la Repubblica celebrava i suoi primi cinquant’anni. Sta a noi raddoppiare quest’anniversario.

LA FAMIGLIA
Temistocle Martines nasce a Messina nel 1926, figlio di Giuseppe (ingegnere) e Concetta Lombardo (nipote di Ettore Lombardo Pellegrino, giurista e parlamentare). Si laurea con una tesi in Diritto romano in Giurisprudenza a Messina nel 1948. Inizia subito a svolgere attività di ricerca come volontario presso l’università di Catania. Segue il suo maestro Paolo Biscaretti di Ruffia a Pavia. Dal settembre 1951 lavora presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, come vice segretario nel direttivo dei servizi spettacolo, informazioni e proprietà intellettuale, fino al dicembre 1954. Insegna per quasi trent’anni alla facoltà di Giurisprudenza di Messina, dapprima Diritto costituzionale, ma poi anche Contabilità di Stato e Diritto pubblico regionale.

LA CARRIERA
Insigne costituzionalista, fonda a Messina una delle più importanti scuole giuspubblicistiche nazionali ed europee. Professore ordinario dal 1963, è tra i fondatori della facoltà di Scienze politiche a Messina, di cui diventa preside succedendo al cognato Lorenzo Campagna, illustre civilista prematuramente scomparso.
Nel 1981 diventa preside di Giurisprudenza, sempre a Messina, incarico che mantiene fino all’ottobre 1982. A novembre lascia la sede messinese per trasferirsi alla facoltà di Giurisprudenza dell’università La Sapienza di Roma. Nel novembre 1983 viene chiamato a dirigere l’Istituto di studi per le regioni del Consiglio nazionale delle ricerche, carica che manterrà fino alla sua morte. Nel novembre 1995 viene eletto alla presidenza dell’Associazione italiana dei costituzionalisti. È per molti anni presidente della sezione messinese di Italia nostra e per una breve parentesi (dal maggio ’85 al novembre ’87) diventa anche consigliere comunale come indipendente di sinistra.
In occasione del referendum del 1993 sulla legge elettorale si schiera per il mantenimento del sistema proporzionale.
È stato tra i fondatori dei comitati per la Costituzione, promossi da Dossetti.
Muore il 2 giugno 1996, dopo una lunga malattia, nella sua città natale, lo stesso giorno in cui la Repubblica compiva cinquant’anni.

LE OPERE
Ha scritto praticamente su tutti gli aspetti del diritto costituzionale ed è stato autore di fortunati manuali universitari. Le sue Opere sono ora raccolte in quattro volumi (Milano, 2000, Giuffrè).
È conosciuto per il suo manuale di Diritto costituzionale (Giuffrè), e per il Codice costituzionale (2002, Laterza). Utilizzati anche Diritto pubblico (Giuffrè) e Lineamenti di diritto regionale, scritto insieme a Antonio Ruggeri e Carmela Salazar (Giuffrè).

LA FACOLTÀ
La facoltà di Giurisprudenza di Messina è tra le più prestigiose della Sicilia. Qui si laurearono alcune delle più grandi personalità della classe dirigente siciliana e nazionale. Fu la prima facoltà ricostruita dopo il terremoto del 1908. Tra i docenti si sono succeduti personaggi illustri come Vittorio Emanuele Orlando, considerato il fondatore del diritto costituzionale in Italia, a Gaetano Silvestri, giudice della Corte costituzionale.

Il Sole 24 Ore 05.08.10

"Pronta l'offensiva mediatica di Berlusconi", di Natalia Lombardo

Sventato l’incubo estivo di ritrovarsi nei talk show un qualche «futurista» poco marinettiano e molto finiano, se non la cravatta rosa del presidente della Camera in persona, Silvio Berlusconi rafforza le armi mediatiche per annullare tutti, chiama a Palazzo le truppe per schierarle su vari fronti. Ha anticipato la campagna d’autunno in tv, nella speranza che coincida con le elezioni, di fatto eliminando la par condicio prima ancora di farlo in Parlamento, con il progetto allo studio di Paolo Romani il «non ministro» alle Comunicazioni.

Dottor Jekyll e Mister Hyde. Il cavaliere in bilico sta già usando armi «tradizionali» per annientare Gianfranco Fini e i suoi. Con i giornali di sua proprietà o da lui influenzati, come dimostra il killeraggio a pioggia esercitato da Il Giornale e da Libero a colpi di dossier preparati e tirati fuori al momento giusto dai cassetti, quel «giornalismo alla Pecorelli» dice Giulietti di Articolo21, che affonda nella vita personale; il fuoco è a raggiera sulle persone più vicine a chi ha sgraffiato la corona: Menia, Granata e Flavia Perina. Fendenti anche nella Rete, da Facebook al sito «ForzaSilvio» a «Predellino».

Ma Berlusconi è ossessionato dalla guerra in tv. Minzolini ha già collocati i finiani all’opposizione, forte anche degli approfondimenti estivi che il direttore generale Rai, Mauro Masi, è riuscito a limitare ai tg.

Ieri sera lo speciale Tv7 e il domenicale, condotti da Monica Maggioni. L’ordine, già divulgato dal pasdaran Stracquadanio è: «Fini e i suoi non vanno presentati in video come Pdl, ma come quota del 3%». Consultati a Palazzo Grazioli i fidati uomini Rai con la valigia in mano. Da notare come Fini, un tempo forte a Viale Mazzini con persone in posti di peso, abbia perso appeal, e questi abbiano virato verso Berlusconi via Gasparri: dal silente Mauro Mazza, direttore di RaiUno nato con i missini «ragazzi del Secolo», al consigliere Gugliemo Rositani, che nel tentativo di dare un colpo al cerchio (far passare la fiction di Barbareschi) pare ne dia di più forti alla botte berlusconiana.

Ma nel dosaggio in tv deve perdere quota anche Bossi, per timore che la Lega faccia man bassa di voti al Nord. Motivo per cui il Carroccio tornerà alla carica nel Cda del 15 settembre per fare fuori Corradino Mineo da RaiNews e piazzare Ferraro, di Sky. I leghisti hanno visibilità certa, se pur di notte, con L’Ultima Parola di Paragone.

I programmi per famiglie. Ma dicono che Berlusconi punti a invaderli, essere «testimonial» di se stesso per mostrare il volto truccato da buon padre di famiglia che pensa al Paese, cancellare l’immagine cattiva del dottor Hyde con quella rassicurante del dotto Jekyll: invadere suadente nelle cucine degli italiani a colazione con Unomattina a Domenica In (senza Baudo) sulla Rai, farsi vedere nei salotti a Buona Domenica su Mediaset dove gioca in casa. Nelle sue reti il premier non ha nomi forti per i talk show, a parte Belpietro; Matrix con Vinci non segna colpi. In Rai l’obiettivo numero uno, per Silvio, è eliminare Santoro. Masi ha fallito, giovedì 23 settembre Santoro torna e con Annozero.

La mission «Epurare Michele» fallita anche da Massimo Liofredi, direttore di RaiDue da mesi dato in uscita, il 15 settembre dovrebbe essere affidata a Susanna Petruni, vicedirettore del Tg1 vicinissima a Bonaiuti, alla quale il cavaliere donò la farfallina che lei esibì al collo conducendo il tiggì. Dopo tanti rinvii, a Susanna potrebbe essere affidato un talk show su RaiDue: un’anti-Santoro donna, colmando il vuoto del contenitore levato a Monica Setta il giovedì sera (Peccati) o quello del pomeridiano I Fatti del giorno. I palinsesti Rai sono stati definiti fino al 31 dicembre: non ci sono nomi nuovi, il programma di Maurizio Belpietro è caduto nel nulla. Il pezzo forte resta Bruno Vespa (anche se in calo di ascolti) che ha già mostrato un distacco da Fini non invitandolo alla famosa cena in terrazza.

Il premier combatterà la controffensiva di RaiTre: Floris e Gabanelli, Annunziata e Iacona, Fazio (con Saviano), Serena Dandini e la satira di Gene Gnocchi. A Masi, che si è visto tornare pure Paolo Ruffini, il compito di mettere i bastoni fra le ruote a programmi «contro» e che godono di ottimi ascolti.

In tempi di schieramenti tra Pidiellini e Futuristi, La7 è destinata ad essere terzo polo mediatico, in crescita di ascolti sul traino di Enrico Mentana. Il quale vuole mostrarsi giornalista ed imparziale, bisogna vedere cosa accadrà quando «il gioco si farà duro». Qui c’è un drappello dei conduttori di peso, come Gad Lerner, e anche la coppia Telese-Costamagna che si punzecchia In Onda ha shakerato la conduzione di Lilli Gruber a Otto e mezzo. Il Ferrara televisivo sembra «in sonno» (ma si ventilava un ritorno in Rai); Daria Bignardi ha lasciato RaiDue dopo che «hanno mandato in onda Topolino e spostato me a notte fonda» per aver ospitato Morgan.

L’Unità 07.08.10

"Sulla giustizia la prova della verità", di Liana Milella

Chi lavora con lui al programma già ammette riservatamente che il capitolo sulla giustizia sarà quello più esplosivo. Scritto apposta per misurare l´effettiva volontà dei finiani di andare avanti o mandare tutto all´aria. Ed essere costretti, qualora ci fossero dei loro ripetuti no, magari ad andare pure alle elezioni.
Ma gettando sugli uomini del presidente della Camera tutta la responsabilità e cercando di evitare la fuga di chi, tra i berluscones, odia il voto anticipato e sarebbe tentato di abbandonare in quel caso la barca. Venti, trenta parlamentari si vocifera.
Processo breve in versione hard, lodo Alfano costituzionale, ddl intercettazioni rivisitato rispetto al testo sdoganato dagli stessi finiani. E poi la responsabilità civile dei magistrati e l´attribuzione di poteri assoluti alla polizia giudiziaria, tutto a svantaggio dei pubblici ministeri. E ancora la tanto promessa separazione delle carriere e del Csm, uniti al cambio di guardia sull´obbligatorietà dell´azione penale. Chiosa un berlusconiano: «È tutto quello che il Guardasigilli Alfano avrebbe dovuto fare in questi due anni e che non ha fatto…». Già, il famoso programma del Pdl sulla giustizia, ancora lì, rimasto sulla carta. Schiacciato dall´emergenza dei processi di Berlusconi, che anche stavolta la fanno da padrone. Processo breve e lodo Alfano servono a questo, per far fronte alle tre grane giudiziarie milanesi (Mills, Mediaset, Mediatrade) per ora congelate solo grazie al legittimo impedimento sponsorizzato da Casini, ma lì pronte a ripartire se solo la Consulta azzera o sconquassa la legge il prossimo 14 dicembre.
Dalla parte di Fini capiscono l´antifona e reagiscono a metà tra la fermezza e il dialogo. Con una strategia in testa, riassumibile così: «Berlusconi cerca di provocarci. Lui aspetta al varco i nostri “no” per far saltare il banco. Ma noi a questo gioco non ci prestiamo». E allora la reazione è tutt´altra. Anche questa sintetizzabile in una battuta, che si poteva raccogliere ieri da più di un finiano: «La nostra è una linea attendista, ma anche ottimista: noi non diamo lasciapassare a scatola chiusa, sulla base di una riga generica in un presunto programma. Vogliamo andare a fondo. Conosciamo l´uomo Berlusconi, sappiamo che nelle leggi sulla giustizia la trappola si può nascondere pure in una sola riga. Quindi, prima di pronunciarci, vogliamo prima vedere i testi perché due anni di legislatura ci hanno insegnato che pure nelle virgole di queste leggi si celano… diciamo… delle anomalie».
E per dimostrare che non ci sono atteggiamenti preconcetti a prescindere, ecco che i finiani citano due casi e fanno una differenza. Tra lodo Alfano e processo breve. «In linea di principio, sul lodo in veste costituzionale non c´è un nostro “no” di tipo aprioristico. Alla fin fine, approvarlo è quasi un dovere dopo aver già detto sì al legittimo impedimento che ne era il presupposto. Ma sul processo breve la musica è tutt´altra. Lì vogliamo andare con estrema cautela». E insistono con la litania dei testi scritti, perché «senza quelli non si dice né sì, né no a una legge sulla giustizia».
E qui, inevitabilmente, si sente già aria di «confronto sostenuto». Di rissa. Inevitabile, come quella sulle intercettazioni. Ancora più violenta questa perché in ballo ci sono i dibattimenti del premier. Il quale si è già fatto due conti. Il lodo Alfano è fermo al Senato, ha davanti quattro passaggi parlamentari e un referendum confermativo perché la sinistra non lo voterà mai. Quindi, dal punto di vista dell´immediata utilizzabilità, è comunque una legge inutile. Resta il processo breve, dibattimenti da tre anni in primo grado, due in secondo, uno e mezzo in Cassazione, per “spegnere” subito quelle inchieste giudiziarie. Soprattutto se la Consulta boccia lo scudo provvisorio.
Per l´ennesima volta, nella storia delle leggi ad personam di Berlusconi, tutto si giocherà sulla norma transitoria. Che già è stata oggetto di duro scontro con le opposizioni e su cui sono già appuntati i riflettori del Quirinale. Quell´ultimo articolo di una legge che stabilisce se si applica oppure no, e in che misura, oppure in che misura ai processi in corso. I finiani sono d´accordo sul principio che il processo non può durare all´infinito. Lo ribadiscono. Ma sono contrari a una legge che «cada come una mannaia sui processi in corso» solo per salvare il premier perché questo «è inaccettabile».

La Repubblica 07.08.10