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"Il l'aureato", di Massimo Gramellini

Mi unisco alla ministra Gelmini nel caldeggiare la laurea honoris causa a Umberto Bossi in scienza della comunicazione. Il rettore dell’Università dell’Insubria, cui si deve la brillante iniziativa, non ha certo bisogno di aiuto per redigere le motivazioni del meritato riconoscimento, ma vorrei comunque ricordare il contributo del dottor Bossi alla comunicazione politica in un Paese come il nostro, stremato dal linguaggio ipnotico dei democristiani e da quello inaccessibile di Spadolini, che riusciva a pronunciare anche sette congiuntivi di seguito senza sbagliarne uno.

Dopo una fase pionieristica, nella quale il dottor Bossi ha saputo sapientemente alternare il registro scurrile (è l’età del celodurismo e del tricolore carta igienica) con la metafora guerriera a sfondo erotico (i kalashnikov e lo spadone di Alberto da Giussano piantabile in luoghi ogni volta piacevolmente diversi), negli ultimi tempi l’accademico ha imboccato una strada davvero innovativa: l’abolizione delle parole, retaggio ingannevole del passato, sostituite da ombrelli, diti medi e mani aperte a casseruola. Questa è, al momento, la punta più avanzata della ricerca. Ma confidiamo negli studi del dottor Fabrizio Corona.

La Stampa 07.08.10

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“Bossi, il dito medio con la laurea”, di Francesco Merlo

Non vuole premiare Umberto Bossi con il dito medio d´argento, ma vuole che l´università lo laurei honoris causa. La ministra Gelmini, definitivamente rivelandosi come la principessa del Parnaso, propone all´Accademia italiana di dare il tocco e la toga all´efficacia della volgarità nel linguaggio politico, di maritare il Sapere con l´indecenza grammaticale, di adottare l´insulto come forma di comunicazione colta.
E mette le mani avanti. Prima ancora di spiegare si difende: «Voglio proprio vedere chi avrà il coraggio di mettere in dubbio il buon diritto di Umberto Bossi, che è parte della storia di questo paese, a ricevere una laurea honoris causa». Caso classico di excusatio non petita («scusa non richiesta» lo traduciamo per Bossi e la Gelmini) questa dichiarazione è un evidente segno di cattiva coscienza.
La Gelmini ha infatti tutto il diritto di sventolare Bossi come bandiera ideale, di esaltarlo come padre della patria padana, di rimanere incantata dinanzi alle sue ruvidezze. Ma per queste ragioni potrebbe al massimo certificargli il celodurismo assegnandoli il “priapo di cera” o magari insignirlo di uno speciale “premio Omero” come inventore di nuovi miti, vate del dio Po e dell´ampolla. Le è invece venuta di l´idea di fargli conferire dal Senato accademico di Varese (ci vuole l´unanimità) una laurea che se davvero gli fosse assegnata confermerebbe la fenomenale levitazione dell´asino che diventa aquila ma intanto immensamente illumina l´aureola sapienziale di questa nostra Minerva.
Ricordo che nello studio di Quintino Cataudella, già vecchio e malato, un´intera parete era tappezzata dai titoli che le università di ogni parte del mondo gli avevano conferito e non si capiva se erano quelle ad onorarlo o se era lui ad onorare quelle. È vero che oggi una laurea non si nega a nessuno ed è probabilmente giusto che questo genere di “onore” abbia perso la sacralità di una volta. Ma Bossi dottore non è neppure uno sproposito, è una caricatura, un bel copione per Corrado Guzzanti. E basti pensare alla lectio magistralis che dovrebbe tenere nell´aula magna e all´anello che gli verrebbe donato per sposarlo con la Scienza. Chissà, potrebbe partire da lì il movimento delle “dislauree” ad honorem, dottori che vengono sdottorati per non meritare quel che ha meritato Bossi…
Eppure questa notizia spiritosissima è proprio vera: la signora che amministra e governa la cultura italiana sta seriamente cercando di celebrare il suo ispiratore politico, il suo capo, il suo leader con quello che di meglio si ritrova tra le mani, non un titolo nobiliare ma accademico, non un marchesato ma una laurea. Al fondo c´è l´arrogante certezza che il sapere non sia fatica di libri, che la cultura non sia un traguardo da raggiungere ma un omaggio che si ottiene per raccomandazione. E, come tutti capiscono, non c´è migliore raccomandazione di quella del ministro. È insomma della Gelmini che parla la proposta di laurea molto più che di Bossi: asinus asinum fricat (e questa non la traduciamo per non fargliela capire).
Ma ascoltiamola ancora e, per un attimo, prendiamola pure sul serio: «Se c´è uno che la merita è lui». È evidente che, trattandosi di Scienza della Comunicazione, la Gelmini non può riferirsi ai programmi di Bossi, al federalismo o alla secessione, alla rivolta contro Roma, al rifiuto di pagare le tasse, alla difesa dell´etnia padana contro gli stranieri, i meridionali, i neri, gli omosessuali e i mussulmani. La Gelmini non può insomma proporre di laureare honoris causa un progetto politico. Sono invece gli strumenti, le forme, gli slogan, la parlata, il codice, il gergo e lo slang che, secondo la Gelmini, meritano l´alloro.
Di sicuro a molti altri italiani Bossi è apparso autentico, simpatico e sanguigno, ma la Gelmini vuole dargli la laurea perché prometteva «pallottole», definiva i rivali degli altri partiti «lumache bavose», con la bandiera «si puliva il culo», proponeva di «impiccare» gli avversari politici, mettere «l´anello la naso dei meridionali» , schedare gli extracomunitari «con le impronte dei piedi», «buttare nel cesso il tricolore» e intanto propalava corbellerie storiche su Federico Barbarossa, Alberto da Giussano, Cattaneo… Bossi è un repertorio infinito di parole rozze, di slogan violenti, di trivialità strampalate. Di sicuro ci si può laureare in Scienza della Comunicazione studiando Bossi ma non si può laureare Bossi in Scienza della Comunicazione. Ci si può laureare studiando il potere e il valore della pernacchia e dell´esibizione del dito medio, ma non si possono laureare la pernacchia e il dito medio. A meno che la Gelmini, nota latinorumista di Brescia, vedendo Bossi all´opera non sia si ricordata che in medio stat virtus.

La Repubblica 07.08.10

"Chi vuole cancellare il Parlamento", di Andrea Manzella

Ci sono in giro grossi (e interessati) equivoci. Che ogni crisi parlamentare debba avere fatalmente una soluzione elettorale. Che ogni dissenso nella maggioranza parlamentare «uscita – come si dice – dalle urne» debba necessariamente portare allo scioglimento delle Camere. Che ogni “diverso” esercizio delle funzioni di rappresentanza parlamentare (quella che la Costituzione vuole «senza vincolo di mandato») rientri nella negativa retorica del “ribaltone”(o del tradimento).
Sono equivoci che hanno radice in un diffuso quanto perverso “credo” illiberale: la scomparsa del Parlamento. La cancellazione delle assemblee parlamentari come luogo di rappresentanza effettiva e concreta della società nazionale. Con la connessa illusione che questa società sia pietrificata e immutabile con il flash del momento elettorale. E che il governo allora eletto ne sia l´unico legittimo rappresentante.
La società cambia, invece, ogni giorno. Non a caso il mito di Proteo domina, da qualche millennio, la politica. Quali ne siano i difetti e gli eccessi (e ce ne sono tanti) il Parlamento, per la sua stessa struttura, non recide mai il cordone ombelicale che lo lega alla mobile società che rappresenta: anche per le sue spinte al mutamento. Perfino nei peggiori suoi momenti, il Parlamento non è mai del tutto auto-referenziale. È sempre il «porticato tra le istituzioni e la società civile», come lo definì, fulmineamente, Hegel.
Non è la stessa cosa per il governo, con le sue separatezze istituzionali. Se l´intermediazione parlamentare viene meno o entra in sofferenza, la diversa volontà governativa non può prevalere come decisione finale. La logica delle democrazie non è fatta di plebisciti, di acclamazioni e di elezioni a comando: fuori della loro periodizzazione costituzionale. Dove non è stato finora così, si sta cambiando. La coalizione liberal-conservatrice in Gran Bretagna ha proposto a Westminster la durata fissa delle legislature: a meno che non ci sia una decisione dei due terzi dei Comuni per lo scioglimento anticipato oppure si constati la impossibilità di formare un governo entro quattordici giorni da un voto di sfiducia.
Ma allora perché, invece, da noi viene così degradata questa funzione di bilanciere del Parlamento? Perché la bandiera dell´elettoralismo è continuamente agitata contro il parlamentarismo? Vi concorrono due false opinioni.
La prima è quella di chi ritiene che l´elettore vota solo per darsi un governo e non anche per darsi un Parlamento. È una tesi rinvigorita dagli artifici contenuti nell´attuale sistema elettorale per creare comunque una maggioranza parlamentare; dalla personalizzazione (per legge) delle coalizioni in campo; dal meccanismo di nomina dei singoli parlamentari (senza vera scelta degli elettori). E, tuttavia, la tesi non sta in piedi. Vi è certo l´esigenza, fondamentale per ogni vitale democrazia, di darsi un governo che governi. Vi è certo la giusta, perdurante necessità popolare di rendere chiara e semplice la politica con scelte bipolari ragionevoli. Ma questi due bisogni democratici non sono in contrasto con la necessità di un vero Parlamento.
Perché il diritto al Parlamento è anche – e forse innanzitutto – il diritto degli elettori che non hanno votato per il vincitore: il diritto all´opposizione. Ma c´è pure il diritto di tutti gli elettori ad avere un governo: anche quando il sistema elettorale, per quanto forzato esso sia, non dia la maggioranza ad una delle forze in campo. Allora è il meccanismo naturale della democrazia che spinge a cercare nel Parlamento le intese e i compromessi possibili tra le rappresentanze di parti fino a ieri contrapposte. Il Parlamento come garanzia di funzionamento della stessa democrazia. È accaduto, appena ieri, in Germania, in Gran Bretagna. L´idea del “voto unico”, del Parlamento come ruota di scorta del governo “eletto” è una idea profondamente sbagliata. Non solo perché contro la nostra Costituzione scritta ma perché non corrisponde a come vanno realmente le cose del mondo. Perfino quando vi è un presidente direttamente eletto come in Francia, tutte le ultime riforme costituzionali sono state nel senso di un rafforzamento di istituti e prerogative parlamentari.
La seconda tesi è di chi ritiene che il patto di coalizione elettorale sia immodificabile in Parlamento, a meno che non si voglia ritornare alle urne. Anche qui è evidente l´errore. La realtà dei fatti dice invece che pietrificati nelle loro specifiche funzioni di collante di cartelli elettorali, sono semmai proprio gli accordi di coalizione. Molto spesso: “buoni per vincere, non per governare”. Spetta, invece, precisamente a Parlamento e governo rendere politicamente e giuridicamente praticabili quegli accordi.
In tutto questo la retorica del “ribaltone” (il termine che Giovannino Guareschi genialmente inventò: ma per quel 25 luglio…) non c´entra proprio. Non c´entra per il Parlamento che fa il dovere suo. E non c´entra neppure per il governo che si rimpasta o aggiusta il suo programma originario. Siamo nella normale prassi delle democrazie: che vale (dovrebbe valere) per la “prima”, per la “seconda” e per ogni Repubblica che sarà dato agli italiani di vivere (sempre, ovviamente, che sia una Repubblica).

La Repubblica 07.08.10

Finocchiaro: «Un patto per la Repubblica», di Concita De Gregorio

Lo stallo. La palude. Anna Finocchiaro vede il rischio di un pantano politico da cui più passa il tempo più sarà difficile uscire, più passa il tempo più grande sarà il senso di scoramento dei cittadini esausti. Da qui parte la rotta che prova a tracciare, e che tocca tutti i nodi sul tappeto. Il voto e il governo tecnico, le alleanze, Fini e Nichi Vendola, il Terzo polo, la sinistra, le primarie. La disillusione degli elettori, prima di tutto.
«Cominciamo da questo. Sento forte il pericolo che anche nel nostro popolo si diffonda lo smarrimento. Vorrei dire con molta chiarezza: non siamo nelle condizioni di nutrire scoramento né smarrimento. Siamo a una svolta che porta buone notizie. Si chiude oggi, più rapidamente del previsto, una fase della vita politica segnata da un attacco senza precedenti alle forme del vivere democratico. Illegalità, furberie, pratiche illecite come sistema: è questo che entra in crisi. Immondizia da spazzare via».

Con il voto? Il Pd è pronto al voto o lo teme?
«Un partito è pronto alle elezioni per definizione. Abbiamo un segretario eletto da poco con milioni di voti, 320 fra deputati e senatori, migliaia e migliaia di quadri e amministratori. Un popolo che è pronto a mobilitarsi solo che lo si chiami. Sul terreno delle alleanze abbiamo una crisi di abbondanza: siamo il secondo partito del paese, il primo di opposizione. Poi, aggiungo però: vogliamo andare a votare con una legge elettorale che priva i cittadini della possibilità di scegliere gli eletti? Io dico di no. Fare una nuova legge elettorale è una responsabilità da assumersi di fronte al Paese, non una scusa per evitare il voto».

Dunque serve un governo di servizio che faccia la riforma elettorale, lei dice.
«Sarebbe opportuno, sì, ma non è questione che stia nelle nostre mani. La scelta è nelle mani del presidente della Repubblica, sempre che si verifichino alcune condizioni. Per prima cosa Berlusconi si deve dimettere. Il premier agirà come ha sempre fatto: per il suo interesse. Gli conviene avere un parlamento fatto di signorsì, la democrazia non lo interessa, direi che sovente lo infastidisce. Se dovesse temere un logoramento, visto lo stato, potrebbe rimettere il mandato. A quel punto toccherà al presidente della Repubblica agire con il senso di responsabilità che ha esercitato in questi anni. Certo una delle questioni centrali per sbloccare la perdita di rappresentanza nel rapporto fra elettori ed eletti è proprio la legge elettorale. Se si dovesse andare ad un ‘governo del presidente’, io preferisco chiamarlo così, l’opposizione dovrà decidere se sostenerlo».

Crede davvero che la Lega voglia una nuova legge elettorale? Sono molti coloro ai quali conviene tenere questa.
«Non all’Italia. La Lega vuole un sistema dove i cittadini chiedano conto direttamente agli amministratori. Questo deve valere oltre che a livello locale anche sul piano nazionale, se c’è coerenza. Bossi pure farà quello che gli conviene. Vuole ottenere il federalismo fiscale, ha sopportato nell’attesa l’oltraggio di sostenere il governo degli affari di quella che chiamava la Roma ladrona. Anche i suoi elettori posso perdere la pazienza».

Torniamo al governo del presidente. Si parla di Tremonti. Non crede che se il Pd lo appoggiasse potrebbe alienarsi una quota del suo elettorato?
«La discussione sui nomi è surreale. L’incarico lo dà il presidente della Repubblica. Un governo tecnico ha un mandato circoscritto: non deve governare, deve fare una cosa. Sarebbe difficile anche per me dal punto di vista simbolico e politico accettare un eventuale governo che non segni discontinuità col passato, ma bisognerebbe per una volta non pensare alle convenienze di partito: dovremmo pensare a quel che serve per voltare pagina. Misurerei le scelte non sulla cabala dei nomi ma sulle esigenze dell’Italia».

Quale legge elettorale, eventualmente? Lei crede che la Triplice, l’alleanza tra Fini Casini e Rutelli, segni la fine del bipolarismo?
«Lo si vedrà col tempo. E’, questo, un centro dove Casini sta nel solco della tradizione, Rutelli si approssima all’Udc. Fini è piuttosto l’uomo di quella destra liberale che l’Italia non aveva. Prima di pensare al numero di poli chiederei piuttosto, subito, un’alleanza per la Repubblica. Chiamiamo forte all’appello tutti coloro che sono fedeli ai principi della Costituzione. Prendiamo noi l’iniziativa. Sulla libertà di stampa, sul diritto di sciopero, sulla difesa delle istituzioni e della magistratura: abbiamo scherzato? Se è questo che vogliamo difendere allora vediamo chi è disposto a dire: chiunque vinca questi principi non si toccano».

Potrebbe essere un elenco che va da Fini a Beppe Grillo. Anche Grillo sostiene la necessità di un governo tecnico, ha sentito.
«C’è molta confusione sotto il sole. Proviamo a vedere chi è davvero pronto a sottoscrivere un patto per la Repubblica. Fini sono convinta che lo farebbe, Di Pietro se smette gli abiti del caudillo che attacca il Capo dello stato, Vendola certamente, e i movimenti».

Vendola si è candidato alle primarie. El País oggi scrive che è l’unico in grado di sconfiggere Berlusconi. Anche lei come D’Alema non lo voterebbe?
«Le primarie si fanno se si fa una coalizione. Se si decide, sulla base di un programma, di fare un’alleanza che si presenti al voto allora si parla di primarie. Altrimenti, di nuovo, è un dibattito surreale. Non siamo a questo. Siamo al punto in cui chi davvero sente il dovere di evitare che Berlusconi torni a governare deve trovare la via efficace per ottenerlo. Il resto è demagogia, un danno che alimentando chiacchiere ci facciamo da soli. Cerchiamo piuttosto di sottrarci al rischio che la difesa dei principi democratici diventi una clausola di stile. Contiamoci su questo: chi sta dalla parte delle regole che servono al Paese. Cominciamo a farlo subito, nei dibattiti in tutta Italia, nelle feste dell’Unità, in ogni luogo».

C’è anche il tema del rinnovamento della classe dirigente, molto sentito dagli elettori.
«Certo, e c’è prima ancora il tema delle prospettive che vogliamo dare ai giovani di questo paese, che siano dirigenti o non lo siano. Per rinnovare non basta mettere cinque quarantenni in lista. Bisogna fare leggi che favoriscano l’accesso al lavoro e alla vita attiva dei ragazzi. Il primo punto del programma sia questo».

L’Unità 07.08.10

Alfano il guardaSilvio

l ministro della Giustizia non concepisce che il PD voglia archiviare il berlusconismo e se la prende con Bersani. Ha person una buona occasione per tacere. Nell’evidente tentativo di mascherare le (tante) debolezze e contraddizioni dell’esecutivo di cui è parte, Angelino Alfano, ministro della Giustizia, ha deplorato “l’inaudita violenza” delle parole che Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, ha pronunciato durante un’intervista pubblicata oggi da “La Repubblica”. Peccato, per il Guardasigilli, che il leader del Pd abbia soltanto invitato le forze politiche di opposizione a “liberarsi” di Berlusconi. Ma non solo: Alfano ha anche osservato che chi auspica l’allontanamento di Berlusconi da Palazzo Chigi “sottovaluta gravemente quale potrebbe essere la reazione di milioni e milioni di italiani che due anni fa hanno votato per questo governo e che si sentirebbero espropriati della sovranità parlamentare”. Infine, essendosi forse accorto che parlare di ‘reazione di milioni e milioni di italiani’ (quale, poi?) è stato un po’ troppo, Alfano tenta di correggersi concludendo che “rispetto ai giochi di Palazzo del ’95 sono cambiati uomini e soggetti istituzionali”.
Secca la risposta di Stefano Di Traglia, portavoce del segretario Pd: “Le parole pronunciate dal ministro Alfano contro il segretario Bersani sono incredibili. Di inaudito e violento c’è solo il comportamento di un ministro che, invece di dedicarsi a risolvere i problemi della Giustizia, pensa bene di aggredire il leader del maggior partito di opposizione. Ci piacerebbe sapere, a proposito di democrazie occidentali, in quali altri paesi moderni può accadere qualcosa di simile. È del tutto legittimo, da parte di Bersani, lavorare affinché il paese si lasci alle spalle 16 anni di rissa inconcludente – ha concluso Di Traglia – e che le forze politiche più responsabili sentano questo come un dovere verso l’Italia”.
Per la serie: aver perso una buona occasione per tacere. A giudizio di Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del Pd, lungi dal voler esprimere un’”inaudita violenza”, Bersani ha sottolineato che “lasciarsi alle spalle Berlusconi è nell’interesse del Paese: l’attuale premier è sceso in campo 16 anni fa promettendo un ‘nuovo miracolo italiano’ che, con tutta evidenza, non si è mai realizzato. Oggi abbiamo solo più tasse, più disoccupazione soprattutto tra i giovani, e un sistema economico sempre piu’ condizionato dalle cricche cresciute all’ombra del Capo. Le forze di opposizione devono confrontarsi lasciando da parte interessi particolari: Il Pd lavora e lavorerà – ha assicurato Migliavacca – per accorciare le distanze e per preparare l’alternativa”.
Per Davide Zoggia, “le dichiarazioni del ministro Alfano son sconcertanti. Di scandaloso c’è solo il bilancio fallimentare di un governo che in due anni, dalla giustizia all’economia, non si è mai occupato degli italiani, impegnato com’era a difendere interessi particolari. Invece di fare l’avvocato del premier – ha aggiunto il responsabile Enti Locali del Pd – Alfano lavori per risolvere i problemi della giustizia lacerata da 16 anni di berlusconismo. D’altronde la credibilità del ministro Alfano rispetto agli operatori della giustizia è pari a zero: ha dedicato gran parte del suo tempo nella realizzazione di leggi ‘ad personam’”.

Per Cesare Damiano, capogruppo PD in commissione Lavoro alla Camera “il centrodestra, che si è sempre vantato di esibire virilmente i muscoli nella contesa politica, si scopre oggi essere una compagine di “mammolette” che scorge nell’intervista di Bersani nientemeno che l’uso “di un linguaggio di violenza inaudita”. C’è di che rimanere stupefatti. La verità è che il centrodestra ha i nervi a fior di pelle e cerca di nascondere la sue profonde divisioni attaccando a testa bassa chi svolge un normale
ragionamento politico basato sulle regole dettate dalla Costituzione”.

www.partitodemocratico.it

Il Pd in spiaggia per l'alternativa

Il 7 e l’8 agosto il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna si mobilita con una campagna contro i tagli della manovra, organizzando banchetti e iniziative in diverse località turistiche della riviera adriatica.
Venerdì 7 e sabato 8 agosto il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna promuove una campagna di mobilitazione contro i tagli della manovra finanziaria e per informare i cittadini sulle idee e le proposte per rilanciare la ripresa del Paese.
La campagna avrà luogo in diverse località turistiche della riviera adriatica, a dimostrazione che “il PD non va in vacanza ma è presente per denunciare l’operato di un governo lontano dai cittadini”queste le parole del segretario regionale del PD, Stefano Bonaccini. “Un governo – aggiunge – che sta perdendo i pezzi e si dimostra, ogni giorno di più, incapace di attuare una politica in grado di affrontare la crisi economica e rilanciare la crescita del nostro Paese. Il PD è in campo, anche nel mese di agosto, con le sue proposte e i suoi progetti per un’Italia più equa, in cui sviluppo e servizi crescano di pari passo”.

Dai Lidi ferraresi a Rimini, passando per le spiagge di Ravenna e Cesena, il PD proporrà una serie di iniziative, incontri e banchetti per distribuire i materiali e i gadget della campagna. Tutti gli appuntamenti in programma si svolgeranno grazie all’impegno di centinaia di volontari e volontarie del partito e dei Giovani Democratici che indosseranno canotte con la scritta “salvataggio – prepariamo giorni migliori per l’Italia”. Non solo, un aereo con uno striscione recante lo slogan “no tagli no bavagli”sorvolerà l’intero litorale nella giornata di domenica.

Questo l’elenco delle iniziative in programma: sabato 7 agosto, in provincia di Ferrara, banchetti nelle spiagge a Porto Garibaldi, Lido degli Estensi e Lido di Spina, in quest’ultima località, presso il Bagno Granchio, a partire da metà mattina e fino al pomeriggio, sarà organizzato un torneo di beach volley targato PD. Ogni squadra avrà un nome che si riferirà ad alcune proposte e punti fermi del partito. Sempre sabato 7 agosto, appuntamento a Rimini in piazza Cavour, dalle ore 8.30 alle 13; a Riccione, banchetto in piazzale Roma dalle 9.30 alle 12; a Misano, banchetto presso il Conad statale 16, dalle 9.30 alle 12; a Cattolica, in via Cabral dalle ore 9.30 alle 12 e a Bellaria-Igea Marina, volantinaggio in spiaggia, durante tutta la mattinata.

Domenica 8 agosto, sarà invece la volta dei Lidi ravennati: dalle 9 alle 12.30, appuntamento a Lido Adriano, piazza Antonio Vivaldi; Punta Marina, piazza Saffi; Marina di Ravenna, piazza Adriatica; Porto Corsini, Parcheggio diga; Marina Romea, piazza Italia; Casal Borsetti, via del Mare e mercato domenicale in via Casal Borsetti e Lido di Dante, via Matelda. Nel comune di Cervia, dalle 9.30 alle 12.30 e la sera, dalle 21.30 alle 23, il PD sarà presente in viale Roma, viale Milazzo e viale De Amicis; negli stessi orari, una serie di iniziative sono in programma a Milano Marittima in via Forlì, a Pinarella in viale Emilia e a Tagliata in viale Sicilia. Sempre domenica 8 agosto, sul litorale cesenate, a Cesenatico, nel corso della mattinata, dieci pedalò, navigheranno lungo la costa, distribuendo ai bagnanti le pesche nettarine della Romagna, oltre ai materiali della campagna di mobilitazione. A Gatteo Mare e San Mauro Mare, saranno organizzati alcuni gazebo informativi vicino alla spiaggia.

“Ammortizzatori sociali per Mirandola e Rovereto”

L’on. Ghizzoni del Pd: “Fare il possibile per riannodare il filo del dialogo”. “A Mirandola come a Rovereto per dare garanzie di futuro ai lavoratori è necessario assicurare il ricorso agli ammortizzatori sociali: quelli nazionali per l’OCL, quelli regionali in deroga per il Gruppo Medica. È l’obiettivo per il quale tutti dobbiamo impegnarci.”
L’on. Manuela Ghizzoni del Pd esprime così la sua solidarietà ai lavoratori di Mirandola e Rovereto e dichiara il proprio impegno perché siano messi in campo gli strumenti adeguati a tutela dei lavoratori.

In merito all’annuncio della messa in mobilità dei 28 dipendenti della Medica e all’inasprimento dei toni della vertenza all’OCL di Mirandola che coinvolge sessanta lavoratori, la parlamentare carpigiana auspica “che tutti i soggetti coinvolti, con il contributo fattivo degli Enti locali e delle Istituzioni, facciano quanto possibile perché si riannodi il filo del dialogo e del confronto”.

“La crisi occupazionale morde ancora – prosegue l’on. Ghizzoni – eppure, in modo del tutto irresponsabile, il governo per mesi ha tacciato di catastrofismo le voci preoccupate dell’opposizione sostenendo che la crisi era alle nostre spalle. In modo altrettanto irresponsabile il ministro Sacconi si è opposto alla proposta di allungare da 12 a 18 mesi il periodo di cassa integrazione mentre la recente manovra di Tremonti, invece di affrontare la riforma degli ammortizzatori sociali, attacca le retribuzioni dei dipendenti pubblici e le pensioni di tutti”

L’esponente del Pd rileva come, anche in questo caso, a ridurre l’effetto della crisi per le imprese e per i lavoratori c’è il Piano anticrisi siglato tra Regione, Associazioni di impresa e Sindacati. “Tutti i soggetti hanno ribadito il proprio impegno per confermarne la validità anche il prossimo anno – conclude l’on Ghizzoni – ma all’appello manca il Governo, il quale non ha ancora conferito i 70 milioni previsti per quest’anno e tace sul suo impegno per il prossimo”.