Latest Posts

Strage di Bologna, Bersani in corteo: "Non prolungare il segreto di Stato"

Angela Fresu oggi avrebbe 33 anni. Una giovane donna. Invece la vita di Angela è stata spezzata a soli 3 anni, mentre con la mamma, nella sala d’aspetto della stazione di Bologna, attendeva il treno che l’avrebbe portata in vacanza.
Era il 2 agosto, alle 10.25 la vita di Angela è stata spazzata via da una bomba. Il corpo della madre, Maria, non è stato mai ritrovato.
10.25 del 2 agosto 1980. La maggior parte degli italiani sta inaugurando le ferie estive. In tanti, tantissimi sono in viaggio. La stazione di Bologna, uno snodo centrale nel traffico ferroviario del nord, è piena. Persone pronte a partire, ci sono adulti, giovani alla loro prima vacanza da soli, ci sono bambini che dormono sulle gambe delle madri. All’improvviso un boato, la scoppia una bomba. Distrugge un’ala della stazione, spazza via 85 persone, ne ferisce 200.

10.25, 2 agosto. Per Bologna quell’ora e quella data da 30 anni sono una ferita che sanguina. È il ricordo di un suono assordante, di un odore forte e penetrante, è il ricordo delle urla, delle sirene spiegate. Di mani e braccia che ne cercano altre da tirare fuori dalle macerie. Di una città nel panico che però ha saputo da subito mettersi in moto per aiutare.
Una bomba, che colpendo Bologna ha colpito tutto il paese, che a 30 anni di distanza continua a chiedere una giustizia, chiede che siano individuati i mandanti di quella strage. Chiede che il segreto di stato sia abolito, perché sapere è un diritto.
La stazione negli anni ha subito diverse ristrutturazioni, ma quello squarcio nella sala d’aspetto resta lì, e quell’orologio sulla sinistra resterà fermo, segnando le 10,25.
Il ricordo della strage è vivo in quell’orologio fermo, in quello squarcio nel muro della sala d’aspetto, nelle parole spezzate di Sandro Pertini, che piange.
Sono trascorsi 30 anni, la strage della stazione di Bologna ha solo una parte di verità. Sappiamo solo chi portò quella bomba, ma ancora non sono noti i mandanti. I familiari delle vittime, i feriti e tutti gli italiani ancora non sanno il perché di quella strage.
In un anniversario così importante il Governo ha scelto di essere rappresentato solo dal Prefetto. Non c’è stato alcun ministro o membro del governo al classico incontro con i familiari delle vittime al Palazzo Comunale, nessuno alle commemorazioni.
Un’assenza rumorosa, mentre davanti alla stazione due ragazze trentenni hanno letto i nomi delle 85 vittime della strage.
Per Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione delle vittime, “C’è stato da parte di molti politici un triste tentativo di immiserire la manifestazione, ma i cittadini non sono disposti a farsi zittire. Questa manifestazione, la solidarietà e la partecipazione dei cittadini che ogni 2 agosto vogliono farci sentire la loro vicinanza, non è un elemento di disturbo da eliminare, ma è il segno di una società vitale”.
Il discorso di Bolognesi viene interrotto una dozzina di volte da forti applausi, come sono forti le parole di Bolognesi contro il governo: “Dopo sei anni le nuove norme in favore delle vittime non sono applicate. All’inizio di questa legislatura abbiamo avuto le assicurazioni e le promesse del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma nulla è stato fatto e la legge è ancora in gran parte inattuata: la delusione dei familiari delle vittime è grande”.
Il presidente dell’associazione ricorda gli esecutori materiali della strage: “i neofascisti dei Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini”, sottolineando che “hanno scontato condanne pagate a prezzi di saldo: non esiste detenuto in Italia che abbia goduto di maggiori benefici”. E conclude: “Il progetto eversivo della P2 è oggi ormai in gran parte attuato”.
Per l’associazione, anche la pista internazionale messa a disposizione dalla commissione Mitrokhin subirà lo stesso misero esito delle precedenti piste alternative. “A questo punto – dice Bolognesi – sarà necessario che la Procura di Bologna riprenda le indagini sui mandanti per colpirli come meritano”
Viene letto anche il messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che chiede che vengano colmate “le persistenti lacune e ambiguità sulle trame e le complicità sottese a quel terribile episodio”.

Pier Luigi Bersani, segretario nazionale del PD, nei giorni scorsi ha scritto una lettera ai parenti delle vittime, in cui garantisce “il nostro impegno affinché possa emergere tutta la verità, perché adesso ne abbiamo solo degli spezzoni”. Perché “non è accettabile che chi condannato a portare sul proprio corpo e per tutta la vita i segni della violenza terroristica non possa avvalersi di ciò che gli è riconosciuto per legge o che lo possa fare in maniera anche solo parziale.”
Stamattina il Segretario ha deciso di essere presente a Bologna, con la delegazione del PD, guidata da Francesca Puglisi, membro della segreteria nazionale, composta dai parlamentari eletti a Bologna. Una scelta, quella di Bersani e del PD, che si contrappone alla fuga del Governo dal ricordo per le vittime della strage.
Ieri Ignazio La Russa, Ministro della difesa, ha motivato l’assenza del governo: “Cos’è successo gli altri anni? I ministri li avete fischiati. E allora avete già la risposta al perché non viene nessuno questa volta”.
In realtà l’associazione dei parenti delle vittime aveva già previsto di ridurre la presenza del rappresentante del governo al solo discorso nel palazzo comunale, proprio per evitare i fischi della piazza.
Pier Luigi Bersani, dal corteo, risponde al ministro: “il Governo ha fatto molto male a non esserci, è una cosa molto, molto triste, speravo che all’ultimo momento ci ripensassero”, si tratta di “una scelta che non può essere accettata, perché è chiaro che ci sono dei problemi come il segreto di Stato o il tema dei risarcimenti alle vittime, ma un Governo deve affrontare queste situazioni e deve guardare la gente negli occhi: non si può governare solo con gli applausi”. Per Bersani, dunque, l’assenza dell’esecutivo “non è giustificabile, perché il Governo deve andare dove ci sono i problemi, sennò che Governo è?”.

Per Francesca Puglisi il discorso di Paolo Bolognesi è stato: “Intenso e bellissimo. La cappa oscura che ancora nasconde la verità sulla strage fascista del 2 Agosto ha a che fare con la P2, con logge segrete e la massoneria, ancora oggi ben presenti nei gangli del potere. Così attentano ogni giorno la nostra democrazia. Noi siamo il Partito dei poteri deboli. Chi ha in se gli anticorpi democratici, faccia sentire la propria voce e si unisca a noi in una battaglia di libertà”.

Anche Carlo Giovanardi, senatore del PDL, aggiunge le sue farneticazioni: “Ogni anno a Bologna si è riproposto il triste spettacolo di una piazza che invece di ricordo e dolore ha espresso odio e livore per coloro che ritiene avversari politici. Bene ha fatto quest’anno il governo a non partecipare”.
Parole dure e irrispettose, a cui risponde Emanuele Fiano, responsabile del Forum sicurezza del PD: “L’assenza del governo alla commemorazione del trentennale della strage di Bologna è un oltraggio e le parole usate per giustificare questa scelta una vergogna. Le affermazioni del sottosegretario Giovanardi sono lo specchio della miseria morale di una maggioranza e di un governo che hanno rinunciato a rappresentare il paese nel giorno in cui si commemora uno degli episodi più drammatici della sua storia recente. Ritenere fazioso chi, dopo 30 anni, chiede di conoscere la verità è immorale e dividere il paese in fazioni è frutto di cattiva coscienza. Il dovere della politica è quello di ricordare e di agire per accertare la verità e non dividere. Chi ha a cuore la verità e la democrazia accetta i fischi e le contestazioni se in gioco ci sono i valori su cui è fondato il nostro Paese”

Da quel 2 agosto sono passati 30 anni, ma ancora oggi chi ha avuto un familiare ucciso dalla bomba, chi porta ancora addosso i segni di quell’attentato vive cercando la verità. Una verità che non può e non deve essere chiesta solo il 2 agosto, ma dev’essere pretesa, a gran voce, tutti i giorni.

Fra.Mino

www.partitodemocratico.it

Ricerca. Pd, nuovo statuto Cnr mina indipendenza e autonomia

“La bozza del nuovo statuto del Cnr, così come è, contrasta i principi di indipendenza e libera attività di ricerca degli Enti pubblici. Chiediamo al ministro Gelmini di prorogare i tempi per la trasmissione dello statuto agli uffici del suo dicastero”. Lo ha detto Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura della Camera che ha presentato una interrogazione al ministro Gelmini.
“Il testo dello statuto – ha proseguito Ghizzoni – elaborato dal Consiglio di amministrazione integrato dai cinque esperti nominati dal ministero Gelmini, ha ricevuto il parere negativo del Consiglio scientifico generale dell’Ente che lo giudica non innovativo e non corrispondente ai principi ispiratori della legge per l’autonomia statutaria degli Enti pubblici di ricerca. In particolare, il nuovo statuto marginalizza il ruolo della comunità scientifica nei processi decisionali dell’Ente anche in aperto contrasto con la carta europea dei diritti dei ricercatori. La nuova organizzazione prefigurerebbe il Cnr più come un Ente strumentale dalla ridotta capacità di autogoverno, piuttosto che un Ente pubblico di ricerca autonomo, il cui ruolo è la produzione di nuova conoscenza al servizio del Paese. Inoltre, sono incluse norme dal carattere finanziario e regolamentare e non statutario. Tra queste, la definizione di un tetto massimo alla durata dei contratti a termine che, in presenza del blocco del turn-over e delle assunzioni previsti dalla manovra di Tremonti, determinerà la cessazione dei rapporti precari pluriennali. Sono tutti validi motivi che rendono necessaria una riflessione approfondita e suggeriscono la proroga dei termini della trasmissione dello Statuto agli uffici ministeriali”.

"Federalismo: non si colpiscano costi e servizi", di Marco Causi

Il Parlamento sta lavorando sull’attuazione della legge sul federalismo fiscale. Questo lavoro fa emergere tanti errori ed omissioni da parte del Governo, un federalismo più parlato e chiacchierato, e spesso urlato, che non seriamente progettato.
Abbiamo presentato in Commissione bicamerale un documento che mette nero su bianco come noi pensiamo debba essere attuata la legge sul federalismo fiscale. La maggioranza ha presentato un suo diverso documento, che a nostro parere resta subalterno alle spinte territoriali egoistiche e alle visioni di drastica riduzione del welfare costituzionalmente garantito, che il Pd contrasta con forza.
Nel nostro modello di federalismo un’attenzione sempre maggiore va data ai livelli essenziali delle prestazioni e ai costi standard, in modo da fare efficienza e da utilizzare i potenziali risparmi per sostenere i livelli di servizio nei settori e nei territori sotto standard. Siamo anche molto critici sulle ipotesi governative di autonomia impositiva dei Comuni, basate su imposte la cui gestione resterà statale e sul rischio di una “service tax” potenzialmente regressiva.
Soprattutto, nella nostra visione l’avvio del nuovo sistema di finanziamento della spesa pubblica locale e regionale potrà esserci solo quando sarà possibile ristorare le risorse tagliate dalla manovra economica estiva Un federalismo che dovesse ripartire dalle asticelle così abbassate sarebbe una vera e propria beffa per tutti i cittadini italiani, colpiti nella fornitura e nel costo di tanti servizi essenziali.
I due documenti, invece, concordano su altri punti, in cui vengono chieste correzioni di rotta rispetto a quanto il Governo ha affermato nella Relazione sull’attuazione del federalismo fiscale, illustrata dal Ministro Tremonti. Viene arricchito il quadro informativo della Relazione governativa e ne vengono ribaltate alcune distorsioni, ad esempio facendo vedere che la spesa discrezionale dello Stato centrale è superiore a quella del comparto locale, diversamente da quanto lo stesso Tremonti ha più volte affermato. Si chiede al Governo un approccio più attento e strutturale alla questione degli assegni di invalidità, la quale nasconde l’importante tema dell’assistenza agli anziani non autosufficienti. Si critica l’idea che la nuova imposta municipale possa essere facoltativa, poiché ciò entrerebbe in rotta di collisione con quanto previsto dalla legge per il calcolo dei fondi perequativi.
C’è da sperare in un ravvedimento della maggioranza, oppure una coerente applicazione della legge sul federalismo rischia di essere ben lontana.

L’Unità 02.08.10

"Ecco gli italiani dai piedi leggeri" di Franco La Cecla

C’è una nuova classe, apparentemente invisibile, che si sta formando da circa vent’anni, una classe che non fa parte della borghesia italiana, che non rientra nell’esercito di precari, né in quello dei raccomandati per famiglia, politica, censo e appartenenza. È una strana compagine di quarantenni, trentenni, ventenni che ha abbandonato l’Italia appena finiti gli studi, o addirittura durante gli studi, fulminata sulla via dell’Erasmus dalla scoperta che la vita all’estero, in Europa, poteva essere tre volte più interessante, facile, appassionante che in Italia. Non si tratta di emigrati nel vero senso della parola e nemmeno di una fuga di cervelli, ma di italiani, ragazzi e ragazze, uomini e donne che stanno all’estero in Europa «come se fossero in Italia».
Hanno scoperto che le complicazioni burocratiche, il clima fatiscente e ricattatorio dell’università italiana, lo strangolamento delle potenzialità giovanili è una malattia solo italiana e semplicemente, rapidamente si sono messi in salvo con un’ora di aereo, chi a Barcellona, chi a Berlino, chi a Parigi, chi ad Amsterdam e altri in Polonia, Portogallo, a Londra, e perfino a Riga e Vilnius.
Io che sono più anziano di loro, ho scoperto a un certo punto che era stupido vivere in una città cara e inefficiente come Milano e che Parigi offriva molto di più con un costo della vita molto inferiore e un’apertura al mondo impossibile a Milano. Quando mi chiedevano dieci anni fa perché stessi a Parigi rispondevo: «È l’unica città italiana che funziona». E non era una battuta, davvero per me Parigi era quello che l’Italia poteva essere se non fosse stata governata negli ultimi cinquant’anni da una classe dirigente che faceva e fa di tutto per restare indietro rispetto all’Europa e al mondo.
La mia era una protesta contro le regole ridicole di una società, quella italiana, che umiliava il merito e ignorava la globalizzazione con un disprezzo verso la cultura, gli intellettuali, i ricercatori. Ricordo ancora l’incredibile piacere di essere chiamato da agenzie sconosciute, da datori di lavoro mai visti, da centri di ricerca i cui direttori non mi avevano mai invitato a cena, ma avevano letto le mie ricerche. Che felicità essere giudicato dal proprio fare e non dalla propria rete di compiacenti alleati!

Quella che mi sembrava una scelta individuale era già invece la scelta di migliaia di architetti, esperti di comunicazione, curators d’arte, videoartisti, fotografi, psicologi, antropologi, registi, artisti, musicisti, danzatori e danzatrici. Il mio amico Emiliano Armani, piacentino, stava da quindici anni a Barcellona. Vi era andato a cercare una formazione in Italia impossibile, quella nello studio del grande Miralles che ti prendeva in stage, ma ti pagava anche. Incredibile per un giovane architetto che era abituato ad essere sfruttato dagli studi milanesi o a volte dover pagare per lavorare in un’agenzia di una grande firma. Emiliano sta ancora a Barcellona, la situazione è cambiata, un po’ più difficile, oggi con la crisi, ma non ha la più vaga intenzione di tornare in Lombardia.
È lui però a dirmi che in realtà ha scoperto di essere italiano proprio a Barcellona. Perché, dice, gli italiani in Italia sono individualisti e non fanno quasi mai gioco di squadra, è solo all’estero che scoprono di avere qualcosa di particolare che li distingue dagli altri, un’italianità che gli “altri”, gli “stranieri” riconoscono subito e che è considerata una qualità e non solo un tic nervoso. E ribadisce che Barcellona per lui è una città italiana, nel senso che lui ci si muove pensando di restare italiano, di non perdere i contatti con l’Italia. Ma è da Barcellona che può agire con una libertà e una creatività che in patria sarebbe solo punita come impertinenza giovanile e incapacità di rispettare faccendieri, speculatori, malavitosi e politici ignoranti.

Michele Ferrà è un siciliano che si è trasferito a Berlino per impiantare una casa di produzione di video e film. Berlino gli dà la tranquillità, l’efficienza, la convenienza – qui la vita costa quattro volte meno che in Italia – e una rete mondiale di contatti. Michele rimane siculo e palermitano fino in fondo, ma non tornerebbe mai a Palermo, città a cui non perdona il carattere nero, spaventosamente squallido e corrotto, la voragine della connivenza mafiosa e l’incapacità di sperare e di fare. Eppure lui non diventerà berlinese, né americano – paese in cui va spesso – né thailandese, paese in cui gira i suoi film.
Matteo Pasquinelli è un ricercatore nel campo dei mass-media e dei cultural studies. Ha fondato Rekombinant, è una delle persone più informate e preparate sul mondo del web, della trasformazione post-globale, delle mutazioni del neo-capitalismo. Pensate che gli abbiano mai offerto nulla in Italia? Pensate che l’Università di Bologna gli abbia spalancato le porte dei laboratori? Ma nemmeno per sogno. Allora sono dieci anni che vive sostenuto da istituzioni britanniche, olandesi, tedesche e che continua a inventare analisi della situazione reale, a scrivere sulle riviste specializzate, ad aprire siti. Lui non diventerà olandese, né tedesco perché è indelebilmente uno spinozista romagnolo, epicureo riminese, nelle sue valigie stipa, a ogni ritorno, farina di castagne dell’Appennino e sangiovese.

Quando andiamo a spasso in una delle sue città europee alla ricerca di un ristorante che non ci faccia troppo sentire la nostalgia a me della caponata e a lui della piadina, ho l’impressione che qualcosa di differente sta accadendo a una parte d’Italia. Queste persone e molte, moltissime altre sono l’Europa, senza bisogno di troppi discorsi e teorie, e hanno capito qualcosa che i teorici dell’Europa non hanno mai capito: che l’euro e l’Europa sono la possibilità di restare italiani, greci, spagnoli, francesi senza essere umiliati dalle stupide politiche nazionali dei rispettivi paesi. Essere europei significa mantenere una propria identità senza doverla confondere con un’appartenenza a una classe dirigente che in patria blocca i processi d’apertura e trasformazione.
Ovviamente questo è il quadro positivo, profondamente innovatore di questa compagine di nuovi europei, sono quello che George Steiner chiama “luftmenschafte”, uomini dai piedi leggeri, una definizione sprezzante con cui i nazisti appellavano gli ebrei e tutti i cosmopoliti. La parte tragica sta nel fatto che questo è il risultato di un’espulsione: per l’Italia si tratta della liquidazione di una potenziale classe dirigente di professionisti, pensatori, ricercatori, imprenditori. E questa è davvero una tragedia: ognuno dei miei amici italiani in Europa condivide amari ricordi di strade bloccate, di rifiuti, di offerte di lavoro ricattatorie, di posti universitari in cambio di una beota fedeltà alla noia accademica.
Allora stare in Europa è diventata anzitutto una forma di cura, un dirsi: ma no, ma no, il mondo non può essere così meschino, c’è merito, speranza, possibilità di trovare persone con cui costruire assonanze e con cui inventare, sperimentare, creare senza il peso di coloro che hanno sempre fatto sì che il mondo dovesse sembrare solo un circolo chiuso e vizioso.

"Il mercato dei deputati", di Aldo Schiavone

Tutti quelli – e sono in tanti – che hanno giudicato in questi anni con piena buona fede Silvio Berlusconi come il protagonista di un grande rinnovamento della politica italiana dovrebbero riflettere su quello che sta accadendo oggi dentro e intorno al Pdl, dopo la rottura con Fini.Nel tentativo, per adesso senza apprezzabili successi, di soffocare sul nascere la secessione che sta disgregando il suo partito, il presidente del Consiglio non esita a ricorrere (egli stesso o i suoi fedeli) a quanto di più vecchio, opaco, consunto e dolorosamente squallido abbia mai saputo esprimere, da sempre, lo scontro parlamentare e la lotta tra gli schieramenti. Voglio dire, a organizzare una specie di attacco su due fronti: da un lato la campagna acquisti nel campo dell´avversario, per indurre a defezioni dell´ultima ora. Dall´altro la denigrazione dell´avversario e dei suoi familiari, l´intimidazione personale affidata ai quotidiani di famiglia e agli uomini più fedeli: come quello Stracquadanio che ha preannunciato a Fini la stessa sorte di Boffo, infangato dal “Giornale” di Feltri. Così facendo, si sta raschiando senza esitare nella melma che sempre si deposita e stagna al fondo di ogni democrazia: nella speranza unicamente di durare – non si sa per quanto.
Intendiamoci bene: non si tratta di moralismo. Anche se – e va pur detto – nulla impedisce di misurare la politica con il metro del giudizio morale. Qui è in questione altro. E cioè la distanza abissale che si è ormai determinata fra l´annuncio originario, e poi tante volte ripetuto da Berlusconi, di voler rinnovare dai fondamenti la vita pubblica del Paese, il suo costume, il suo stesso modo di essere, e le pratiche desolanti cui stiamo assistendo in questi giorni. E c´è di più: e cioè che Berlusconi ha avuto nei sedici anni della sua vicenda politica davvero in più occasioni (lasciamo stare quanto per meriti suoi, e quanto per colpe altrui) la forza e l´opportunità di governare davvero il Paese– l´ultima, due anni fa, dopo la strepitosa vittoria elettorale che sembrava aver consegnato l´Italia nelle sue mani. Come, nel volgere di una manciata di mesi, sia passato da quel successo all´attuale disastro, e per giunta di fronte a una crisi evidente del principale partito d´opposizione, è tema che dovrebbe far pensare chiunque, anche nell´elettorato più fedele. Sono cose che capitano solo a chi non ha (più) un progetto, non ha intorno a sé un gruppo dirigente appena degno di questo nome, e non cerca altro che di navigare a vista, tra una campagna elettorale e l´altra.
E adesso in questo fango sul competitore, nell´esercitare spregiudicatamente ogni tipo di pressione sui punti ritenuti più fragili delle forze di cui dispone il rivale – nel ridursi a questo tipo di mercato della politica, o per meglio dire: nel ridurre la politica, la sua politica, a questo tipo di mercato – c´è come il segno di un´abdicazione e di una resa. Di un livellamento verso il basso che ha tutta l´aria di un irresistibile precipitare verso il fondo.
Il problema non è quanto questi metodi possano scandalizzare. Scandalizza invece – e dovrebbe scandalizzare ogni italiano – che il berlusconismo si sia ridotto ormai solo a questo, che null´altro abbia da offrire se non una disperata volontà di sopravvivenza, oltre la quale nulla si riesce a intravedere se non la determinazione del Capo a lottare per se stesso, e per il suo destino pubblico.
Non ci possiamo permettere altri tre anni così. Dobbiamo sottrarre la lunga transizione italiana – postdemocristiana e postindustriale – al fallimento di chi ne è stato finora il principale protagonista politico. È questo, per prima cosa, il compito che ci aspetta. Squadernare di fronte al Paese una simile urgenza, non in termini di parte, ma come una grande necessità nazionale. Anche a destra lo sanno, al di là di Fini e dei suoi, pur se non riescono ancora a dirlo, ma solo a sussurrarlo. C´è bisogno di aria nuova, di nuove idee, di un nuovo stile. E di nuova politica.

La Repubblica 02.08.10

******

“Tra offerte e minacce le telefonate del Cavaliere a caccia di otto voti”, di Mauro Favale

Ecco la campagna-acquisti segreta. Berlusconi lo ha detto “Sentirò personalmente i deputati e i senatori che hanno costituito Futuro e Libertà”.
Si va dal corteggiamento («Stiamo pensando a un nuovo ruolo per te») alle minacce («Verrai deferito ai probiviri») ai consigli («Torna di qua, Fini vi ha fregato»). Metodi e strategie della mega-campagna acquisti estiva in corso tra Camera e Senato. La impongono i numeri, delicatissimi, sui quali Silvio Berlusconi si sta giocando la maggioranza. E quindi è partita la manovra: pescare tra i centristi, Udc e Api, considerati il ventre molle e più propenso al salto di schieramento, rivolgersi al gruppo misto (che, come dice il nome, contiene parlamentari di varia estrazione) e, soprattutto, riconquistare i finiani. D´altronde Berlusconi lo ha detto: «Sentirò personalmente tutti e 33 i deputati che hanno costituito il gruppo di Futuro e Libertà. E così farò per i senatori».
In quel caso, più che una campagna acquisti, sarebbe una campagna ri-acquisti. È già successo: i tre diniani (Daniela Melchiorre, Italo Tanoni e Maurizio Grassano) che in questi giorni hanno assicurato il loro appoggio al governo, erano stati eletti con il Pdl. Passati all´opposizione, sono ora tornati con Berlusconi. Con la maggioranza, voterebbe anche Riccardo Villari, ex di Udeur e Pd. Operazioni andate a buon fine, a fronte dei rifiuti che il premier ha ricevuto da Renzo Lusetti e Dorina Bianchi (entrambi Udc) e dal deputato eletto all´estero Ricardo Merlo. Ma gli sforzi maggiori sarebbero indirizzati alla riconquista di quei finiani considerati, a torto o a ragione, più fedeli al governo. «Quando iniziò quest´avventura – spiega Amedeo Laboccetta, napoletano, fedelissimo di Berlusconi – subito dopo il Consiglio Nazionale, Fini raccolse 39 firme di deputati e 14 di senatori. Ora mi sembra che alla Camera i finiani siano 33 e al Senato 10. I numeri variano e qualcuno cambia idea. La fedeltà dei finiani è tutta da verificare», assicura Laboccetta.
Si racconta che Gianfranco Paglia, deputato del Fli (acronimo di Futuro e libertà per l´Italia), ufficiale dell´esercito, medaglia d´oro al valor militare, subito dopo la costituzione del nuovo gruppo abbia mandato una e-mail ai colleghi del Pdl per avvertire che mai avrebbe votato contro il governo. I berlusconiani, poi, considerano difficile un voto contrario dell´avvocato Giuseppe Consolo. Così come del ministro Andrea Ronchi. Ieri Libero stilava un elenco dei finiani “cattivi” (8, tra cui Bocchino, Granata e Briguglio) e “gli altri”, quelli sui quali il premier starebbe facendo pressione. Racconta Massimo Corsaro, deputato ex An che in questi mesi ha tenuto in mano il “pallottoliere dei finiani”: «Stiamo monitorando l´andamento delle adesioni. Mi pare legittimo. Fini ha giocato sulla buona fede, prospettando la costituzione di un nuovo gruppo e la permanenza nel Pdl. Prima o poi i probiviri si riuniranno e decreteranno un´incompatibilità. E allora sarà difficile che tutti i finiani siano disposti a essere estromessi dal partito».
Il clima, insomma, è questo. «Passiamo il week end a rispondere al telefono – racconta il senatore finiano Maurizio Saia – le pressioni sono enormi e inevitabili. Ma nessuno si lascerà affascinare. Non è una telefonata che ci farà cambiare idea». Spavaldo è anche Carmelo Briguglio: «Lui si muove? E noi non stiamo fermi». E il sottosegretario Roberto Menia aggiunge: «Berlusconi è stato male informato: si aspettava quattro gatti e ci siamo ritrovati in 33. E tanti fanno la fila per entrare». E a quel punto si aprirebbe un nuovo fronte della campagna acquisti: trattenere i transfughi. Qualche nome? Santo Versace assicura che resterà nel Pdl, anche se le sue posizioni («Chi ha problemi con la giustizia faccia un passo indietro») sono più simili a quelle di Fini. E tra i dubbiosi nel Pdl, nuova categoria della politica estiva, ci sarebbero anche Chiara Moroni e Giancarlo Mazzucca. Le grandi manovre proseguono.

La Repubblica 02.08.10

"Nuove regole per salvare l'Opera", di Sandro Cappelletto

Il Carlo Felice di Genova viaggia, nel 2010, verso un deficit di 17 milioni di euro. Non è per ora previsto l’arrivo di nuove risorse e il pagamento degli stipendi diventa a rischio. Riccardo Garrone, petroliere e consigliere di amministrazione del teatro della sua città, constata che, in queste condizioni, la messa in cassa integrazione per tutti i dipendenti è uno scenario possibile, se non probabile.
L’industriale non parla a vanvera. Un accordo sottoscritto dalla Conferenza delle Regioni nel pieno della crisi che stiamo attraversando prevede che questo ammortizzatore sociale venga esteso anche a realtà occupazionali prima escluse. Le fondazioni lirico-sinfoniche vi sono comprese. Tuttavia, fino ad oggi, non vi hanno fatto ricorso.

Spesso la cassa integrazione precede la mobilità, il prepensionamento, la perdita del posto di lavoro. Un esito fino a pochi anni fa impensabile per un settore fortemente targato «made in Italy» come il teatro d’opera: non perché i deficit non esistessero, ma perché il ripiano, da parte del Comune, della Regione, dello Stato, era sempre assicurato. Non è più così: le riflessioni di Garrone, di altri consiglieri e anche di alcuni politici, a Genova come altrove, ipotizzano la chiusura e la riapertura del teatro con regole nuove. Cooperativa tra gli orchestrali, nuovi contratti a tempo determinato e per un numero inferiore di dipendenti, stagioni ridotte nel tempo, uso del teatro anche per altre forme di spettacolo. Con chi si stipuleranno questi nuovi accordi? Con chi ci sta.

Arturo Toscanini, che negli Anni Venti del Novecento aveva speso tutto il suo prestigio e la sua autorità perché anche ai «lavoratori della musica» venissero riconosciuti diritti irrinunciabili – assunzione a tempo indeterminato, ferie, assistenza sanitaria, pensione – ne sarebbe sconvolto.

È ormai evidente che sta andando in frantumi il patto sociale tra Stato e teatri d’opera, stipulato nel 1967 con la «legge Corona», dal nome di Achille Corona, allora ministro dello Spettacolo. Il proclama era solenne: «Lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale». Da quell’anno sono iniziati, con perfetto parallelismo, i deficit e i ripiani. Nel 1993, accusato di aver raggiunto il record di 33 miliardi di lire di passivo in 30 mesi di gestione, l’allora sovrintendente dell’Opera di Roma, Gian Paolo Cresci, dichiarò senza timore di poter essere smentito: «Mica li ho inventati io, i deficit. Ci sono sempre stati e sempre ci saranno».

Recentemente, i ministri Tremonti e Bondi hanno ricordato che negli ultimi dieci anni le tredici principali fondazioni liriche italiane hanno accumulato 100 milioni di euro di passivo. Se lo stanziamento del Fondo Unico dello Spettacolo previsto dalla Finanziaria 2011 sarà ridotto, rispetto a oggi, di un ulteriore 30 per cento, la situazione di Genova, che già oggi non è un’eccezione, diventerà la regola. Cosa accadrà, allora? Cassa integrazione per tutti i cinquemila dipendenti, in una soluzione «all’Alitalia», e nascita di nuove «compagnie»? Ma davvero si troveranno i capitali privati disposti all’impresa?

La riforma del settore approvata dal Parlamento il mese scorso mostra già la sua fragilità, perché non affronta le radici del problema: sicurezza almeno triennale delle risorse stanziate, riscrittura del contratto nazionale di lavoro, con diritti e doveri chiaramente stabiliti. Perché non risponde alla sola domanda che conta: i teatri d’opera sono considerati un peso per la collettività o una realtà produttiva e professionale di cui andare fieri nel mondo? Li deve sostenere la spesa pubblica o, come per tutti i vizi privati, ognuno se li paghi?

Se la politica non decide, lo farà, come sempre, la realtà. E anche nella lirica accadrà quanto sta avvenendo in altri settori: i talenti emigreranno, si produrrà più opera all’estero che da noi, sarà difficile evitare che si affermino quei nuovi, più severi modelli contrattuali che stanno prendendo forma in altre realtà industriali.

La Stampa 02.08.10