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"Prof migliore d'Italia: disoccupato", di Francesco Moscatelli

La Gelmini lo premierà come “docente dell’anno” ma è precario e quindi resta senza cattedra
È il professore più bravo d’Italia. È rimasto senza lavoro anche quest’anno. Si chiama Luca Piergiovanni, ha 37 anni, e insegna(va) italiano alle medie «G.B. Grassi» di Uggiate-Trevano, in provincia di Como. Una settimana fa, mercoledì 30 giugno, ha ricevuto questa mail: «Gentile collega, a nome del presidente nazionale dell’Anp (l’Associazione nazionale Dirigenti e Alte professionalità della Scuola), ti esprimo vive congratulazioni per il tuo successo nell’aggiudicazione del premio “Docente dell’anno”». Le motivazioni? «Per il tuo impegno nell’innovazione didattica attraverso l’uso delle tecnologie».
Un trionfo. Peccato che lo stesso giorno sia scaduto il suo ennesimo contratto a termine.
Luca è un professore del 2010. Di quelli che danno del tu al computer. Da un paio d’anni, quando si parla di «strategia delle tre i», lui e i suoi studenti girano l’Italia per spiegare agli altri come si fa: hanno vinto il premio «A scuola di innovazione» del Ministero dell’Istruzione, hanno partecipato al «Forum della Pubblica amministrazione» di Roma, al «Toscana Lab», hanno esportato in Lombardia i corsi di alfabetizzazione informatica per anziani e hanno aperto un sito internet multimediale dedicato alla musica e alla letteratura (www.chocolat3b.podomatic.com). Idee e progetti che andrebbero valorizzati. E che invece hanno il respiro corto del precariato.
«All star» color fucsia ai piedi, e piercing d’acciaio sotto il labbro, Luca apre la porta della sua casa di Valmorea, un minuscolo comune incollato alla Svizzera, e, nonostante si sia appena iscritto per la quinta volta al centro per l’impiego, prova a sorridere. L’appartamento, in affitto a 400 euro al mese (spese e bollette escluse), stona decisamente con il suo look: le pareti sono rivestite con una vecchia carta da parati grigia, i mobili sono di mogano scuro. «Vivo qui da cinque anni, ma sono sempre sul punto di traslocare – spiega Luca, sfoderando un fortissimo accento toscano – . Il mio posto è stato tagliato e a settembre non so se potrò insegnare e nemmeno dove mi spediranno». Originario di Arezzo, laureato con 110 e lode in Lettere a Perugia, Luca aveva tentato la carriera accademica. «Dopo due pubblicazioni scientifiche, tante pacche d’incoraggiamento e tre anni di tira e molla, ho deciso di frequentare i corsi di abilitazione all’insegnamento – ricorda -. Dalle mie parti, però, trovare un posto era impossibile. Nemmeno una supplenza.
E dire che c’era una scuola media proprio a cento metri da casa mia. Per non cadere in depressione, a 32 anni, sono tornato al mio lavoro del liceo: il disc jockey. Facevo 3 o 4 serate a settimana: dance anni ’70-’80, house, musica latina. Per campare ho fatto di tutto: il karaoke sulla riviera romagnola e il barman alle feste cubane. Quando ho ricevuto una proposta da Como mi è sembrato di rinascere».
Il rosario, in realtà, era appena iniziato. «Nel 2005 ho avuto un contratto completo fino al 31 agosto – spiega -. A partire dall’anno successivo, però, le cose sono peggiorate: ogni anno una scuola diversa, contratti in scadenza il 30 giugno e pochissime ore di lezione a settimana». Lo stipendio? Ottocento euro al mese, compresi i consigli di classe, i colloqui con i genitori e la correzione dei compiti. Quest’anno ha toccato il fondo con uno «spezzone orario»: due classi, dodici ore a settimana. Per raggiungere quota 18 ore e lo stipendio base di 1300 euro al mese si è dovuto inventare alcuni corsi pomeridiani. «Intendiamoci: non sono un martire. Ma quando sento parlare di fannulloni mi viene da piangere – continua Luca -. Ci sono altre migliaia di persone, anche più anziane di me, nelle mie stesse condizioni.
Ci chiamano ragazzi, ma mi sembra assurdo che a 37 anni uno non possa pensare di crearsi una famiglia. Mi hanno detto che alle premiazioni per il “Docente dell’anno” ci sarà il ministro Gelmini. Sto preparando una lettera da consegnarle: com’è possibile che in Italia il merito e l’impegno non paghino mai?». Fuori dalla finestra del salotto svetta il monte Generoso, che divide l’Italia dalla Svizzera. «Chissà dove finisco dopo le vacanze. Alla mia ragazza hanno offerto un posto dall’altra parte del confine. Quasi quasi ci vado anch’io. Se rimango qui, rischio di trovarmi ancora a fare il dj alle feste cubane. Altro che figlioli».

da La Stampa del 7 luglio 2010

"Le tensioni dentro il Pdl allungano ombre su tutto il centrodestra", di Massimo Franco

Lo scontro Fini-Berlusconi è il sintomo di un progetto in affanno

In questi giorni non si sta esaurendo soltanto l’ultimo legame politico e personale fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Più passa il tempo, più appare in affanno il progetto del Popolo delle libertà, come movimento che doveva unire e contaminare le identità del centrodestra diverse dalla Lega. Dal punto di vista numerico, è vero quanto ha affermato ieri il sottosegretario a Palazzo Chigi, Paolo Bonaiuti: «Il dissenso all’interno del Pdl fa capo solo ad una piccola minoranza», rispetto ad un’«enorme maggioranza». Ma politicamente, il partito del premier sta subendo colpi che presto potrebbero comprometterne l’identità e suggerire nuove soluzioni. Berlusconi lo sa bene. Per questo ieri ha riunito solo i vertici degli ex di Fi. Ed ha ribadito che il Pdl è nato per «sconfiggere la vecchia logica delle correnti e della partitocrazia, da qualunque parte provengano». Ma la moltiplicazione dei gruppi è un sintomo. Conferma la sensazione che il centrodestra sia abitato da progetti e ambizioni troppo diversi per convivere ancora a lungo.

Lo scontro sulle intercettazioni; le faide siciliane dentro il centrodestra; la ribellione contro la manovra economica e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, da parte dei governatori, guidati da Roberto Formigoni; l’ipotesi, o forse la speranza che Fini possa approdare altrove: sono tutti indizi di una scommessa unitaria in bilico. Nel centrodestra ci si affronta senza il timore che l’alleanza si rompa perché l’opposizione è debole e l’alternativa non si vede; ma anche perché cresce il sospetto che il Pdl sia un contenitore temporaneo, vittorioso alle elezioni politiche del 2008 e tuttavia precario nella percezione dei suoi stessi fondatori. È come se il patto sul quale è stato fondato fosse stato rimesso in discussione, perché le cose sono andate diversamente dalle aspettative. Berlusconi sembra convinto di poter fare a meno di Fini: di «questo» Fini, come in passato ha dimostrato di poter prescindere dai centristi dell’Udc. E l’ex leader di An conferma senza volerlo la deriva accentuando ogni distanza e resistendo al tentativo di cacciata. Ormai la domanda non è più se presidente del Consiglio e della Camera prenderanno strade diverse, ma quando e come celebreranno l’addio.

L’effetto di questa bomba a tempo è di trasformare un partito pensato come il perno della stabilità in un moltiplicatore di tensioni e di spinte centrifughe. Al punto che la rivolta degli enti locali contro la cura drastica proposta da Tremonti con il sostegno delle istituzioni e degli altri governi europei assume significati ambigui. Non si capisce fino in fondo se nasca soltanto dall’impossibilità di sostenere riduzioni di spesa così rilevanti; oppure se alle difficoltà oggettive si saldi il calcolo di marcare un territorio politico limitato per proteggersi da un quadro nazionale sfilacciato. Quando Formigoni minaccia la restituzione delle deleghe al governo, ufficializza uno scontro con Palazzo Chigi e soprattutto con Tremonti che non è facile governare; e proprio dalla Lombardia che è il cuore del potere berlusconiano e leghista. La richiesta di fiducia decisa da Berlusconi sulla manovra può essere letta anche come il tentativo di neutralizzare questi calcoli dettati dagli interessi locali; e di spostare nel tempo qualunque esito traumatico di uno scontro politico e di leadership che all’elettorato deve apparire lunare nel suo autolesionismo. Ma le piccole crisi virtuali che si susseguono senza sbocco, e a distanza sempre più ravvicinata, testimoniano il baricentro perduto dal centrodestra. E la riunione di ieri con gli ex «azzurri» evoca senza volerlo anche l’esistenza di una corrente berlusconiana. È una situazione che consente a governo e Pdl di galleggiare; ma, almeno finora, non di affrontare con fiducia e determinazione il resto della legislatura.

Corriere della Sera del 07 luglio 2010

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"Riso amaro. Quei nove centesimi nelle tasche dei contadini", di Carlo Petrini

Che cosa si può comprare oggi con 9 centesimi di euro? Non bastano per un sms, forse sono sufficienti per pochi chiodi. Non mi viene in mente molto altro, se non che è il prezzo all´ingrosso di un chilo di carote. Ma è soltanto uno dei tanti esempi possibili se parliamo di cibo. È probabile che i lettori non se ne siano accorti perché a loro costa sempre uguale se non di più, ma i prezzi che spuntano i contadini sono in declino costante da anni. Le aziende agricole producono quasi tutte in perdita e la cosa passa sorprendentemente sotto silenzio. A qualcuno importa ancora della nostra agricoltura?
Dal dopoguerra a oggi il settore non è mai stato così in crisi come adesso: si pensi soltanto che un quintale di grano viene pagato tra i 13 e i 15 euro, a un prezzo decisamente più basso di addirittura vent´anni fa, quando ne costava 25. Solo nell´ultimo quinquennio ha perso il 30% circa. E nel mezzo c´è stata l´inflazione dei costi di produzione: come rilevano le associazioni di categoria, oggi produrre un ettaro di grano a un contadino costa 900 euro, mentre ciò che ne ricava sono 600 euro. Sfido chiunque a non farsi passare la voglia di lavorare a queste condizioni. Tutti i settori vivono questa crisi: le stalle di bovini e suini stanno subendo una vera e propria ecatombe. Solo nel settore lattiero-caseario siamo passati da più di 180 mila stalle nell´89 alle attuali 43 mila circa. Il prezzo medio dei suini, al chilo, nel 1990 era di 1,2 euro, nel 2009 è lo stesso.

Siamo arrivati al punto che andrebbe bene il commercio equo e solidale per i nostri contadini, e non per quelli dei Paesi poveri. Secondo dati ufficiali, nel 2009 i prezzi all´ingrosso sono diminuiti rispetto all´anno precedente del 71% per le carote, del 53% per le pesche, del 30% il grano, del 30% il latte, del 19% l´uva e il trend quest´anno non sembra migliorare, anzi. Una volta i contadini dicevano che il riso era l´unico prodotto che dava loro una certa sicurezza, perché anche se tutto andava male un minimo di guadagno lo offriva sempre. Beh, neanche il riso si salva, se nell´ottobre 2009 costava quasi 50 euro al quintale e oggi arriva a 30.

Un disastro di proporzioni mai viste, ma forse se ne stanno accorgendo soltanto i contadini, sempre più disperati. Perché a noi la carota pagata 9 centesimi ai contadini continua a costare un euro al chilo, con l´incredibile ricarico del 1100 per cento. Il latte, pagato la miseria di 30 centesimi al litro, lo compriamo a più di un euro e le pesche, che al chilo valgono più o meno come un litro di latte, ci costano invece quasi due euro.
È pazzesco, eppure è la norma e non fa più notizia. E non sono cose congiunturali: sono strutturali. La nostra agricoltura è ancora per fortuna fatta di tante aziende medio-piccole, e questa è sempre stata la nostra vera forza. Diversità, radicamento sul territorio che ha fruttato anche in termini di bellezza relativa della nostra nazione, la capacità di preservare la biodiversità che è anche espressione culturale, di un´evoluzione lenta e attenta, principale risultato del nostro “adattarci localmente”. Ma queste aziende medio-piccole hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti, con la capacità di guardare al lungo periodo. La nostra agricoltura per quanto originale nel contesto europeo non è immune dai processi di industrializzazione, centralizzazione e ancora di più concentrazione che hanno investito le agricolture dei Paesi del Nord Europa, della Francia, della Gran Bretagna, sul modello di ciò che è avvenuto negli Stati Uniti: è l´idea che si possa produrre cibo senza contadini. Tanto il cibo lo si fa viaggiare; tanto bastano pochi addetti che si trasformano in operai a cottimo per le grandi industrie o le catene di distribuzione.
Abbiamo una delle agricolture anagraficamente più vecchie d´Europa. Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania, dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8. Significa che in Germania ci sono più persone in agricoltura con meno di 35 anni che con più di 65. E se non bastano gli anziani, arrivano gli immigrati, che visto l´andazzo non è poi tanto sconveniente sfruttare anche in maniera violenta. L´altro giorno ero a Zibello, cittadina diventata marchio internazionale di qualità per via del culatello. Sulle panchine del paese ho visto delle donne con il sari indiano. «Gli indiani riescono a sopportare la vita grama dei nostri vecchi» mi è stato detto quando ho chiesto perché erano lì.
Chi altri vuole sopportare questa vita grama? Nessuno, e il problema è proprio quello. Come si fa a vivere se il cibo viene pagato così poco? Se le campagne non hanno più uomini e donne che le popolano e le mantengono vive? Sotto lo scintillìo degli scaffali nei nostri luoghi di spesa spesso c´è un commercio che tende ad avere le stesse caratteristiche di quello nei Paesi in via di sviluppo: sfruttamento, intermediari che fanno il bello e il cattivo tempo, infiltrazioni della malavita che fa viaggiare i prodotti a puro scopo speculativo, contadini che alla fine si riducono in miseria e devono mollare. È la faccia triste del progresso, il risultato cui tutte le agricolture “moderne” e “competitive” saranno destinate se non ci si rende conto che il lavoro contadino va riconosciuto, rispettato, premiato, incentivato, protetto, portato in palmo di mano come base profonda e intelligente della nostra società. Forse ci vogliono meno industrie e più persone nelle campagne.
I fanatici del Pil questo non lo capiscono, bollano come “poesia” la vendita diretta (in costante crescita), i mercati dei contadini, la piccola produzione che non è in grado di far viaggiare merci per tutto il mondo ma riesce bene a coprire il fabbisogno dei mercati locali. Senza contadini sparirà anche il “made in Italy” agro-alimentare: non basteranno le industrie a spacciare una menzogna, ovvero prodotti sempre più finti, di peggiore qualità, sempre più omologati su un livello medio-basso. E la colpa sarà di tutti, la colpa è già di tutti.
I commercianti: sette gruppi di grande distribuzione si spartiscono il 98% del loro mercato. I ricarichi tra il prezzo finale e il prezzo di origine sono altissimi. Questi soggetti sono i più potenti, più forti delle multinazionali delle sementi, perché con quest´oligopolio sono in grado di condizionare qualità, caratteristiche, prezzi alla produzione. Se “mangiare è un atto agricolo” – e dobbiamo prenderne tutti coscienza – anche distribuire è diventato un atto agricolo, ma in negativo: quando il prodotto non ha le caratteristiche richieste non viene ritirato, e la leva del poter decidere i prezzi è micidiale. In questo modo si orienta l´agricoltura, s´instaura un meccanismo che fa tendere alle grandi concentrazioni, che per questi gruppi sono più facili da gestire. Non voglio prendermela troppo con la grande distribuzione perché concorre a questa situazione insieme a tutti gli altri soggetti coinvolti nei processi del cibo, ma il principale gruppo operante in Italia era nato nel secolo scorso per difendere i diritti dei più deboli, per rendere il cibo accessibile ad ampie fasce di popolazione. Ancora oggi punta molto sui diritti del consumatore nelle sue pubblicità, e gli va riconosciuto che molti passi avanti in questo senso sono stati fatti, ma voglio far notare che il lavoro svolto a favore dei contadini non viene sufficientemente comunicato e, aggiungo, deve essere implementato. Parlo della Coop perché ritengo sia un soggetto forte in grado di sviluppare una trasformazione virtuosa. Quando mio nonno, socialista, macchinista ferroviere, nel lontano 1920 costituiva con altri “compagni” la cooperativa di consumo di Bra, la sua città, aveva chiare le finalità solidaristiche di questa istituzione. Rivitalizzare oggi queste finalità significa costruire un nuovo patto tra contadini e cittadini, rafforzare l´informazione, la tracciabilità dei prodotti, l´educazione alimentare, sostenere l´agricoltura locale e la stagionalità dei prodotti. A coloro che mi dicono che questo già avviene dico che non è sufficiente. A coloro che mi dicono che non è sostenibile dal punto di vista finanziario dico che è l´unica politica in grado di rilanciare la Coop in un contesto di grande crisi.
Ma è facile dare la colpa agli altri, piuttosto rendiamoci conto che neanche noi siamo esenti da responsabilità. Quando leggo che, a fronte del problema delle mozzarelle blu che sono spuntate come puffi un paio di settimane fa, ci sono state reazioni “possibiliste” dei consumatori («Io le compro lo stesso, perché costano pochissimo, poi al massimo se vedo che sono blu le butto via») mi rendo conto che siamo vicini a un punto di non ritorno. Conta soltanto più il prezzo, pretendiamo prezzi così bassi che non possiamo neanche più lamentarci se la qualità è scadente. Al massimo si spreca, si butta via. Del resto, la qualità neanche la sappiamo più riconoscere. Insorgiamo per le zucchine a sei o sette euro d´inverno quando non ci rendiamo conto che è folle chiedere le zucchine d´inverno. Adesso che sono in stagione, per la cronaca, costano un euro o poco più. Se noi per primi, come consumatori, piccoli ingranaggi indispensabili al sistema, non cominciamo a renderci conto che il cibo va pagato il giusto, che ha valore e non soltanto prezzo, che dobbiamo aiutare i contadini perché “mangiare è un atto agricolo”, allora non cambierà mai niente, e la nostra agricoltura morirà seriale, finta e omologata come in tanti altri Paesi del mondo che hanno già commesso questi errori. Vedi gli Stati Uniti, dove non a caso si sta assistendo a un vero e proprio rinascimento guidato dai foodies, persone che hanno a cuore il loro cibo e quello dei loro figli, si riforniscono nei mercati contadini, sviluppano reti di vendita diretta su internet, invogliano una nuova generazione di giovani a diventare contadini o chef che fanno del locale e dell´ecosostenibilità delle bandiere da apporre su cucine strepitose.
Mi chiedo quando avremo una politica agroalimentare degna di questo nome, che educhi i cittadini a scelte responsabili, sostenibili e piacevoli, che dia una mano a quei contadini che producono in maniera corretta per il loro e il nostro bene. Non vedo segnali forti né al governo né all´opposizione. Per anni gli agricoltori sono stati assistiti con sussidi a pioggia, depauperando così il loro modo di produrre e fare impresa, e oggi sono isolati e gabbati. Dobbiamo aspettare anche noi che la buona agricoltura ci muoia tra le braccia? Perché nessuno scende in piazza per difendere i contadini? Ci vuole un rinascimento che non guardi solo al Pil, che vada al di là degli interessi di categoria sussidiati per mantenere in vita un´agricoltura che, se non è già morta, è destinata a farlo presto. Un rinascimento che, credetemi, non è poesia come molti invasati del Pil sostengono. È un rinascimento che parte dall´agricoltura ma non è soltanto agricolo. È di vera civiltà.

la Repubblica del 7 luglio 2010

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"Il secondo atto della farsa Brancher", di Giovanni Valentini

Caso Brancher, atto secondo. Con le dimissioni-lampo del ministro-fantasma, s´è chiuso in qualche modo il caso giudiziario innescato dalla sua improvvida nomina e dal suo ancor più improvvido ricorso al legittimo impedimento. Ma contemporaneamente si riapre ora il caso politico di un ministro ad interim dello Sviluppo economico, vacante ormai da oltre tre mesi, interpretato dal presidente del Consiglio in prima persona con la disinvoltura di un attore-regista che scrive il copione e recita due parti in commedia. E per di più, in pieno conflitto di interessi, a mezzo servizio tra il governo e la sua azienda privata.
Era già discutibile che si affidassero deleghe immaginarie a un fantomatico ministro al Decentramento, nel vortice di una crisi mondiale e in vista della manovra finanziaria per fronteggiarla, prima di colmare un vuoto del genere nell´organico governativo. È come se l´ex commissario tecnico Marcello Lippi, nell´impossibilità o incapacità di sostituire l´infortunato Pirlo in Nazionale, avesse deciso improvvisamente di scendere in campo al suo posto. Con l´ulteriore aggravante che, in questo caso, lo stesso premier è anche il patròn della squadra avversaria, di cui decide la formazione e il modulo di gioco.
È proprio al ministro dello Sviluppo economico, infatti, che è demandato il compito di sovrintendere al settore nevralgico delle telecomunicazioni: un comparto industriale che – come ha ricordato appena ieri il presidente dell´Agcom, Corrado Calabrò, nella sua relazione annuale – corrisponde al 3% del Prodotto interno lordo. E all´interno di questo mercato, c´è appunto la televisione, tanto cara al capo del governo; c´è la Rai e c´è Mediaset, insieme a tutti gli altri concorrenti. In questa paradossale situazione, Berlusconi non ha più neppure la foglia di fico che ricopriva le sue vergogne televisive, quel paravento ministeriale dietro cui ha cercato finora di nascondere l´intreccio tra gli interessi aziendali e le responsabilità istituzionali.
Se non vuole innalzare dunque un monumento equestre al suo conflitto di interessi, mettendosi in sella a un cavallo imbizzarrito, il presidente del Consiglio ha il dovere di lasciare al più presto la guida dello Sviluppo economico e nominare un titolare effettivo, nella pienezza dei suoi poteri e – si spera – della sua autonomia. Non una controfigura, uno stuntman, un cascatore. Né tantomeno un dipendente o ex dipendente del Biscione. Ma auspicabilmente una figura qualificata, autorevole e rispettabile, in grado di tutelare gli interessi generali del Paese e di tutti gli operatori del mercato.
Adesso, dopo aver imposto le dimissioni al ministro-fantasma, Berlusconi deve dimettere se stesso dal ministero vacante. Ogni ulteriore indugio o rinvio sarebbe un´altra dimostrazione di impotenza politica, di sudditanza del governo alle logiche spartitorie della Lega o di qualche altra componente di quella che fu la maggioranza di centrodestra. Così si rischia di ridurre lo Sviluppo economico a una scatola vuota, a una dépendance di Palazzo Chigi, proprio nel momento in cui occorrerebbe invece una cabina di regia per guidare appunto la ripresa e lo sviluppo nazionale.
La formula del “ghe pensi mì” forse può anche funzionare per gestire una fabbrica o una fabbrichetta. Ma certamente è inadeguata per amministrare un´azienda-Paese, nello spirito della concertazione e nella ricerca del maggiore consenso possibile. Altrimenti, il pericolo è quello di un´involuzione autoritaria, di un isolamento personalistico e velleitario, in una paranoia politica e istituzionale che non ha più nulla a che vedere con il governo di una democrazia.

la Repubblica del 7 luglio 2010

L'amaca di Michele Serra

C´è un presagio di dissoluzione, attorno al potere del signor B, che mette in movimento speranze e congetture. Più congetture che speranze, per dire la verità: e anzi l´estrema varietà delle congetture, quasi tutte avventurose o improbabili, non consente eccessive speranze. Si consultano gli amici bene introdotti, per non tradire le attese sparano nomi a caso, almanaccando sulle convergenze più ardite: un tandem Montezemolo-Vendola (sarebbe divertente, perlomeno), Fini Rutelli e Casini con il Pd ma non tutto, la massoneria buona, i poteri forti che nessuno sa bene che cavolo siano, e l´amministrazione Obama che funziona come una volta la Cia, ma all´incontrario, «vedrai che Obama manovra per dare una sterzata». Manca solo il ritorno di Maciste (era di Genova, potrebbe guidare i portuali alla rivolta, chissà se Obama e Montezemolo lo appoggerebbero).
Vent´anni di Berlusconi, ammesso e non concesso che siano solo venti, lasciano sul campo una destra ridotta a regimetto indecoroso e albertosordista, e una sinistra a casino ambulante. Un collasso strutturale delle idee e del modo di organizzarle. Si guarda dunque ai singoli, si spera nel bel gesto, nell´assolo virtuoso, nell´outsider, nel Santo. I credenti, beati loro, possono pregare. Noi altri nemmeno quello, accidenti.

la Repubblica del 7 luglio 2010

L'ira del fronte del Nord "Senza dialogo sarà rottura", di Marco Alfieri

Formigoni: «Non posso pensare che si aprirà uno scontro istituzionale»
Tensione, impotenza e nervi tesi. Ma soprattutto l’impellenza di uscire politicamente dal cul de sac dopo giorni e giorni di un pressing sul governo amico decisamente a rischio flop.
Per i governatori forzaleghisti del Nord l’ennesimo muro di gomma alzato da palazzo Chigi sulla manovra imbarazza non poco, dietro i desiderata di una correzione al fotofinish, le minacce di restituire le deleghe, e la richiesta pressante di riaprire un dialogo «perché non posso pensare che si voglia far partire uno scontro istituzionale» (copyright di Roberto Formigoni). «Soprattutto perché l’ennesimo stop arriva direttamente dal peone Azzollini», sbotta una fonte vicina al Pirellone. «Mica da Tremonti né tantomeno da Berlusconi. Come si fa, dai…». Per le Regioni, ha ribadito il relatore della manovra, tutto resta com’è. Niente «equa spalmatura dei sacrifici, pur a saldi invariati», come richiesto da Formigoni.
Nemmeno è servito a placare i governatori l’annuncio del ministro Raffaele Fitto, che in serata ha confermato la presenza del ministro Tremonti (ma non di Berlusconi) alla conferenza unificata di giovedì, tanto più a pochi minuti dal via alla discussione in aula. «La convocazione del tavolo non risolve in alcun modo la questione, non è la soluzione», ha tuonato il presidente dei governatori, Vasco Errani. «Anzi, conferma ancor di più l’urgenza di un incontro con il presidente del consiglio perché si parla tanto di federalismo ma si prende esattamente la direzione opposta».
Eppure se Errani è costretto a tenere insieme tutto il quadro delle regioni italiane, virtuose e viziose – «anche quelle sudiste paradossalmente più disponibili ad accettare i tagli di Tremonti in cambio di concessioni sul patto di stabilità e sui deficit sanitari», nota maliziosa una fonte padana – la fibrillazione sopra il Po, riserva elettorale del centrodestra, sta ormai tracimando. Si va dall’ottimismo di maniera di un Roberto Cota, che saluta con soddisfazione l’approvazione in Senato di un emendamento sulla flessibilità per le regioni virtuose perché «è un’anticipazione dei meccanismi che il federalismo renderà strutturali», ma senza commentare la probabile fiducia che metterà il governo sulla manovra, al più bellicoso Lombardoveneto, che ogni anno lascia 40 miliardi di residuo fiscale a Roma.
Anche qui doppio registro. Cuore oltre l’ostacolo nelle dichiarazioni ufficiali: «il Parlamento sta accogliendo in queste ore alcune delle nostre istanze», enfatizza Luca Zaia; ben altri aggettivi a microfoni spenti, da parte del suo entourage, verso il “povero” Azzollini. Più muscolare, a parole, Roberto Formigoni. «Quella di Tremonti – spiega il governatore lombardo – è una posizione a priori, visto che i nostri tagli valgono il 14% dell’intero budget regionale, quelli ai ministeri appena l’1%». A questo punto «restituire le deleghe non sarà tanto un atto ostile, bensì un fatto inevitabile».
Ma è un fuoco di paglia impotente anche il suo, visto che in serata il governo amico ha blindato i conti. Salvo clamorosi dietrofront (il Pirellone sta lavorando ad un’ennesima controproposta), tagli confermati alle Regioni per 8,5 miliardi sui 14 totali applicati agli enti locali. Al massimo sarà la conferenza Stato-Regioni a decidere dove toccare. Ma senza alcun meccanismo cogente che premi o sanzioni virtuosi e viziosi e soprattutto con lo spettro di un voto di fiducia che spazzerebbe via qualsiasi refolo di miglioramento.
Per capire il clima tra l’imbarazzato e lo schizofrenico che si respira in Padania alla vigilia del federalismo fiscale, bastava in fondo ascoltare l’altra mattina un dibattito sulla manovra a cui hanno partecipato il sindaco leghista di Varese, Attilio Fontana, e il potente assessore regionale al Bilancio, il formigoniano Romano Colozzi. Entrambi concordi nel massacrare il federalismo demaniale del tandem Tremonti/Calderoli, giudicato inutile e dannoso.
Insomma Lega e Pdl; Pdl e Lega, e la solita faglia irrisolvibile Nord-Sud, che rischia di sfasciare il governo. Una linea che fatica a restare sottotraccia in queste ore febbrili, come conferma anche Fontana. «Non si è voluto andare a colpire i centri di spreco che sappiamo tutti dove sono, questa è la verità», chiosa il presidente di Anci Lombardia. «Si sappia che se si fanno i tagli lineari, senza colpire i cialtroni e premiare i virtuosi, sarà la morte di ogni speranza di cambiamento in questo paese…».
La Stampa del 7 luglio 2010

Ricerca, in una lettera aperta le proposte dei professori

Un gruppo di docenti di varie università si rivolge al presidente del Consiglio e al ministro con una serie di suggerimenti sul sistema di governo delle università

al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
e al Ministro dell’Università Maria Stella Gelmini
Presidente Berlusconi, ministro Gelmini,

Con riferimento al disegno di legge sull’Università in discussione in Parlamento, desideriamo far Loro pervenire, con questa lettera aperta, le considerazioni che seguono.

Riconosciamo pienamente che il ddl è basato su valori di efficienza e di merito, valori fortemente compromessi anche per gravi responsabilità di noi accademici, ma siamo allo stesso tempo convinti che nella sua forma attuale esso non possa imprimere la svolta necessaria, né creare il contesto adeguato per un uso virtuoso dell’autonomia universitaria.

Noi riteniamo che la ricerca debba essere l’obiettivo centrale della riforma. Senza un solido collegamento con la ricerca una buona didattica è impossibile. Riteniamo anche che sia indispensabile un efficiente sistema di incentivi, un complesso di premi e penalizzazioni, legato soprattutto ai risultati della ricerca

Puntare, come il disegno di legge fa, sul rafforzamento della governance centrale degli atenei, e su innesti esterni nei consigli di amministrazione, significa adottare uno strumento irrilevante, e probabilmente degradante delle istituzioni universitarie. Le rappresentanze esterne, che sanno poco o niente di ricerca e di scienza, e che non partecipano al finanziamento, creano spesso satrapie locali incontrollabili e autoreferenziali. Ciò che è accaduto nella sanità e che sta accadendo in sedi universitarie in cui tali innesti sono stati introdotti in via sperimentale dovrebbe pur mettere in guardia!

Noi riteniamo:
(1) Che sia necessario in primo luogo recuperare i ritardi nella valutazione della ricerca, su cui deve essere basato il nuovo sistema degli incentivi.
(2) Che destinatari principali degli incentivi debbano essere le unità base della ricerca, e cioè i dipartimenti, e che la misura degli incentivi debba essere significativa, ben al di sopra delle percentuali fino ad oggi utilizzate e del 3% dedicato alla valutazione delle politiche di reclutamento degli atenei.
(3) Che i dipartimenti debbano essere potenziati, con una radicale riduzione del potere discrezionale degli organi centrali di governo degli Atenei. E’ improbabile che stimoli in questa direzione vengano dai consiglieri istituzionali della riforma, la Conferenza dei Rettori o il CUN.

I firmatari della presente si augurano che queste raccomandazioni trovino spazio nella riforma dell’Università su cui il governo sta lavorando. Per quanto riguarda i punti elencati sopra, si dichiarano disponibili, anche in forza dell’esperienza acquisita nella valutazione della ricerca e nella direzione di istituti universitari, a fornire precisazioni ed elaborazioni.

Paola Potestio, Univesità di Roma 3
Luigi Ambrosio, Scuola Normale Superiore di Pisa
Vincenzo Balzani, Università di Bologna
Vincenzo Barone, Scuola Normale Superiore di Pisa
Franco Brezzi, Istituto Universitario di Studi Superiori, Pavia
Cesare Chiosi, Università di Padova
Gaetano Di Chiara, Università di Cagliari
Giovanni Dosi, Scuola Superiore S. Anna, Pisa
Ele Ferrannini, Università di Pisa
Filippo Frontera, Università di Ferrara
Gabriele Ghisellini, Istituto Nazionale di Astrofisica
Isabella Gioia, Istituto Nazionale di Astrofisica
Marco Lippi, Università di Roma “La Sapienza”
Laura Maraschi, Istituto Nazionale di Astrofisica
Giorgio Parisi, Università di Roma “La Sapienza”
Franco Peracchi, Università di Roma II “Tor Vergata”
Aldo Rustichini, University of Minnesota
Michele Salvati, Università di Milano

da www.repubblica.it