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«La banca di Berlusconi in ogni vetrina Aci», di Giovanni Pons

Il gruppo controllato da Ennio Doris e Fininvest tratta in esclusiva. Mediolanum pronta a “ereditare” la dote degli sportelli Sara in vendita

MILANO – La vendita di Banca Sara, la rete di 500 promotori finanziari con 2,4 miliardi di euro di raccolta e controllata dalla Sara Assicurazioni di proprietà dell’Aci (Automobile Club italiano), rischia di passare alla storia come uno dei più clamorosi casi di conflitto di interesse di cui beneficiano società partecipate dal presidente del Consiglio. La storia è la seguente. La Banca Sara è stata creata nel 2002 dalla Banca di Roma e poi venduta nel 2004 alla Sara Assicurazioni nell’intento di creare sinergie con i propri agenti e con i circa 1500 sportelli dell’Aci. Ma questi obiettivi non sono mai stati raggiunti e Banca Sara continua a produrre perdite tanto che nel bilancio 2008 la controllante ha dovuto svalutare la partecipazione per 38 milioni. Nel 2009 la situazione migliora leggermente ma prima di Natale i vertici decidono di mettere in vendita Banca Sara affidando il mandato alla Sin&rgetica, la società di consulenza fondata da Bruno Ermolli, molto conosciuto sulla piazza milanese per essere uno dei consiglieri più ascoltati da Silvio Berlusconi.

La Sin&ergetica, il cui amministratore delegato è Massimiliano Ermolli, figlio di Bruno, individua nella Banca Network Investimenti (di proprietà della Sopaf di Giorgio Magnoni) il partner ideale per procedere a una fusione tra le reti delle due società che porterebbe alla creazione di un gruppo da 1100 promotori con più di 6 miliardi di euro di risparmio in gestione. Il piano industriale preparato per conto delle due società dalla stessa Sin&ergetica e da At Kearney prevede importanti sinergie di costo e il salvataggio di quasi tutti i 160 dipendenti. Sembra un percorso in discesa ma il primo giugno arriva un primo colpo di scena. Una lettera dell’advisor Sin&ergetica avvisa di aver chiesto a diverse entità di formulare un’offerta di acquisto non vincolante per Banca Sara entro il 10 giugno specificando che Sara Assicurazioni “condurrà trattative anche con altri potenziali acquirenti”. Tra le offerte che arrivano sul tavolo di Ermolli jr. c’è anche quella di Mediolanum, il gruppo finanziario controllato da Ennio Doris in società con la Fininvest. Ed è proprio su questa offerta che Sara concentra la sua attenzione concedendo una trattativa in esclusiva che scade il prossimo 8 luglio. “Siamo interessati a Banca Sara – ha dichiarato Doris pochi giorni fa – ma prima vogliamo verificare se il nostro modello può essere esportato in altre società”.

In realtà, secondo una ricostruzione attendibile, Mediolanum non avrebbe alcuna intenzione di integrare la sua rete con quella di Banca Sara poiché le differenze di organizzazione sono enormi. Però Doris sarebbe attratto da un altro tipo di affare che l’advisor Sin&ergetica gli avrebbe prospettato: ricevere una dote di circa 10 milioni per chiudere l’attività di Banca Sara togliendo così le castagne dal fuoco all’Aci che non vuole mettere la faccia in un’operazione di questo tipo. Parallelamente potrebbe poi scattare un accordo tra l’Aci e Mediolanum riguardante i 1500 punti vendita che al momento detengono il monopolio del Pra (pubblico registro automobilistico), cioè di tutti i proprietari di auto italiani, una lista più che appetitosa per qualsiasi società di gestione del risparmio. A questo proposito il ministro del Turismo Maria Vittoria Brambilla si sarebbe impegnata a prorogare nel tempo il monopolio del Pra che da solo vale 227 milioni di euro di entrate per l’Aci. E ha messo sotto tutela l’Aci di Milano nominando Massimiliano Ermolli (lo stesso che sta gestendo la vendita di Banca Sara) commissario il quale si candida anche a formare il nuovo vertice in una lista che comprende oltre a lui Geronimo La Russa, figlio del ministro della Difesa, e Eros Maggioni, compagno del ministro Brambilla. Insomma un coacervo di interessi neanche tanto mascherati che si sta addensando intorno ai business dell’Aci e da cui alla fine potrebbero beneficiarne la Mediolanum di Doris e Berlusconi, figli e compagni di ministri, società di consulenza vicine al premier. E a rischiare il posto di lavoro, come al solito, dipendenti e promotori della sfortunata Banca Sara.

da www.repubblica.it

«La complicata ricerca di un sostituto dell'ICI», di Vincenzo Visco

Un’imposta sul patrimonio immobiliare è considerata la migliore soluzione per il finanziamento degli enti locali. E infatti è negli Stati Uniti vige la property tax. Perché allora in Italia è stata abolita l’Ici e si parla ora di introdurre una imposta sui servizi? Dal confronto tra vari tipi di tassazione si ricava che qualsiasi prelievo basato oltre che su logiche tariffarie su parametri integrativi avrebbe comunque l’effetto di trasferire il prelievo dai contribuenti più ricchi agli altri. E in particolare determinerebbe un maggior onere sulle classi medie.

Uno dei problemi aperti dopo la soppressione dell’Ici sulla prima casa casa e che tale rimane anche dopo la pubblicazione della Relazione del Governo sul Federalismo Fiscale è quello di trovare una nuova fonte di prelievo per il finanziamento degli enti locali. Si parla da molti mesi, e anche nella Relazione, di una imposta sui servizi che dovrebbe (forse) assorbire anche alcune tariffe in vigore. Per il momento, tutto è molto incerto e confuso; proprio per questo può essere utile prospettare una razionalizzazione delle varie opzioni possibili (e praticate) per una tassazione in sede locale.

IL PRINCIPIO DEL BENEFICIO
È opinione diffusa, e abbastanza condivisa tra gli studiosi, che un buon sistema di finanziamento degli enti locali dovrebbe far riferimento al cosiddetto principio del beneficio: ognuno dovrebbe pagare per il finanziamento dei beni e servizi prodotti dalla collettività, in base ai benefici effettivamente ricevuti. Ciò porta immediatamente all’idea di tariffa, ma poiché non è possibile calcolare esattamente in che misura ciascun cittadino beneficia di beni e servizi ampiamente indivisibili, la realizzazione pratica del principio porterebbe ad un’ipotesi di ripartizione dei relativi costi pressoché uniforme tra i cittadini, in quanto, più o meno tutti, beneficerebbero nella stessa misura dell’attività dell’ente locale. La soluzione tecnica è la “poll tax”, un prelievo eguale per tutti (una tariffa onnicomprensiva) in grado di coprire i costi di produzione. La introduzione di una poll tax per il finanziamento dei servizi locali fu proposta dalla signora Thatcher per il Regno Unito e fu una delle cause della sua caduta e sostituzione alla guida del governo, per la evidente iniquità del prelievo proposto.
Un altro ragionamento, pur sempre legato alla teoria del beneficio, porta a conclusioni alquanto diverse: fermo restando che esistono servizi pubblici locali a domanda individuale per i quali si può ben applicare la logica prezzo-tariffa, va riconosciuto che i proprietari di immobili sono fra i principali beneficiari di servizi locali efficienti che contribuiscono alla crescita dei valori immobiliari; inoltre sia la domanda che i costi di offerta dei servizi forniti nei centri urbani sono più elevati di quelli forniti in periferia. Si conclude quindi che un’imposta sul patrimonio immobiliare è la migliore soluzione per il finanziamento degli enti locali. Nel caso di immobili in affitto si può discutere circa l’opportunità di ripartire l’onere dell’imposta tra proprietari e affittuari.
Questa soluzione è quella da sempre adottata dagli Stati Uniti e da numerosi altri paesi, e anche, molto timidamente, dall’Italia con l’Ici. Negli Stati Uniti, la property tax fornisce un gettito molto rilevante: tra un quinto e un quarto dell’intero gettito delle imposte dirette, oltre il 3 per cento del Pil; le aliquote di imposta sono elevate: mediamente l’1 per cento del valore patrimoniale; la base imponibile è rappresentata dal valore effettivo di mercato con i catasti che vengono continuamente aggiornati. In sostanza, l’Ici non era che una pallida riproduzione di una normale imposta locale sul patrimonio, eppure è stata ritenuta insopportabile e abolita.

CONFRONTO TRA IMPOSTE
Vediamo quali possono essere state le cause e le conseguenze di questa scelta che ci costringerà ad acrobazie logiche e tecniche per individuare un prelievo sostitutivo.
A questo fine utilizziamo (tabella 1) i dati relativi alla distribuzione del reddito e del patrimonio delle famiglie italiane elaborati ogni anno dalla Banca d’Italia per via campionaria e riportati all’universo (per un valore complessivo del solo patrimonio mobiliare di oltre 5mila miliardi nel 2006). I dati consentono di verificare la distribuzione del patrimonio che corrisponde alla distribuzione del reddito per decili di famiglie e quindi di valutare gli effetti distributivi rispetto al reddito di differenti forme di prelievo locali che forniscono lo stesso gettito: una poll tax, un’imposta proporzionale sul reddito e un’imposta proporzionale sul patrimonio immobiliare con aliquota dello 0,5 per cento.

I risultati sono riassunti nella tabella 2, dalla quale si ricava che a) il gettito potenziale di una imposta sul patrimonio immobiliare valutato ai prezzi di mercato, applicando un’aliquota molto ridotta, del 5 per mille, è molto elevato: oltre 26 miliardi di euro. Se si decidesse di concedere una detrazione di imposta generalizzata tale da escludere dal prelievo il primo decile di contribuenti, come avviene negli Stati Uniti e come avveniva con l’Ici, il gettito rimane consistente: oltre 21 miliardi. b) Un’imposta proporzionale sul patrimonio funziona come un’imposta lievemente progressiva rispetto al reddito (sia pure con qualche imperfezione). c) L’approccio tariffario al funzionamento degli enti locali (poll tax) è, come ovvio, molto regressivo. d) Confrontando l’imposta patrimoniale con un prelievo proporzionale sul reddito, a parità di gettito, si verifica che, con la patrimoniale, pagano meno gli 8 decili più bassi e di più i due decili più elevati (i più ricchi). L’incidenza media è comunque molto bassa.

Concludendo, rispetto a una imposta patrimoniale, qualsiasi prelievo che finanzi i servizi locali facendo riferimento oltre che a logiche tariffarie anche a parametri integrativi, quali il reddito, i metri quadri dell’abitazione, la composizione dei nuclei familiari, come presumibilmente farebbe la nuova imposta, avrebbe comunque l’effetto di trasferire il prelievo dai più ricchi agli altri contribuenti; e, poiché alle famiglie più povere dovrà comunque essere assicurata una protezione, ciò significa un maggior onere sulle classi medie. In sostanza l’abolizione dell’Ici, invece di una sua razionalizzazione mediante revisione dei valori catastali e riduzione delle aliquote, sembra essere stata motivata essenzialmente da ragioni di carattere distributivo.

da www.lavoce.info

«Massacro in Libia. L'appello de l'Unità per gli eritrei prigionieri», di Umberto De Giovannangeli

Il dramma dei 245 rifugiati eritrei e somali trasferiti forzatamente dal centro di detenzione di Misurata al centro Sebha, nel sud della Libia, il 30 giugno si sta ulteriormente aggravando.

Cresce l’indignazione dopo la denuncia dell’Unità.

Secondo testimonianze dirette raccolte oggi dal Consiglio Italiano Rifugiati, i 245 sono stati sottoposti a forti maltrattamenti e sono tenuti in estrema scarsità di acqua e di cibo. Alle persone che presentano ferite e gravi condizioni di salute non sono fornite cure mediche. Molti rifugiati, riferisce il Cir, sono feriti ed estremamente debilitati dopo un viaggio nel deserto chiusi in container di metallo per oltre 12 ore: dall’alba al tramonto del 30 giugno.

Il centro di Sebha
Si trova nel mezzo del deserto del Sahara dove attualmente la temperatura supera i 50 gradi. Sembra che questo trattamento sia stato decretato come «punizione» per una rivolta e un tentativo di fuga che si è verificato nel centro di Misurata la sera del 29 giugno. Il Cir sottolinea che tra le persone ci sono numerosi rifugiati eritrei respinti nel 2009 dalle forze italiane dal Canale di Sicilia in Libia. Anche in riferimento al trattato di amicizia italo-libico, già la sera del 30 giugno il Cir aveva chiesto l’intervento del premier Berlusconi e del ministro degli Esteri Frattini. Il Cir ha inviato oggi una lettera al Presidente della Repubblica Napolitano, appellandosi alla sua sensibilità per i diritti umani; contemporaneamente, ha scritto una lettera al ministro dell’Interno Maroni, chiedendo che l’Italia si faccia carico di queste persone, offrendo al governo libico l’immediato trasferimento e reinsediamento nel nostro paese.

Il Pd: Frattini continua a tacere
«Per salvare la vita ai circa trecento eritrei che si trovano ora rinchiusi nel centro di detenzione di sebha in libia, il governo italiano deve muoversi immediatamente usando tutti i mezzi diplomatici e tutte le pressioni politiche del caso».Llo chiede Jean Leonard Touadi, parlamentare del Partito Democratico. Toaudi sottolinea che «a tutt’oggi frattini continua a tacere, il suo silenzio è imbarazzante e se dovesse proseguire getterebbe un’ombra pesante sulla credibilità internazionale dell’Italia. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale – conclude il deputato Pd – il governo italiano deve intervenire su Tripoli. Alla luce di questo ennesimo episodio di negazione dei diritti umani ci dobbiamo interrogare sull’opportunità degli accordi sui respingimenti con il governo libico».

Indignato anche l’Idv
«La vicenda dei 300 cittadini eritrei fa emergere sempre di più il grave errore commesso dal governo italiano che ha scelto di delegare la Libia nelle politiche d’immigrazione», sottolinea il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando. Il Pd e il partito di Antonio Di Pietro annunciano una interrogazione parlamentare sul caso.

da www.unita.it

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«Salviamo quelle vite», di Jean-Léonard Touadi

Silenzio di Morte» era questo il titolo dell’editoriale de l’Unità che, unico quotidiano italiano, ha squarciato ieri il velo di cinica indifferenza che circonda il dramma che stanno vivendo i profughi eritrei in Libia. Ma la notizia avrebbe meritato la prima pagina di tutti gli altri giornali.

Una notizia come quella del dramma dei profughi eritrei avrebbe meritato la prima pagina di tutti gli altri giornali perché si tratta di un’emergenza nel contempo umanitaria, politica e costituzionale.

L’emergenza umanitaria immediata riguarda la sorte di trecento profughi eritrei in pericolo di morte con l’avallo del nostro governo firmatario di un “trattato d’amicizia” con un regime orgogliosamente ed ostinatamente basato sulla violazione sistematica dei diritti umani, come ampiamente documentato in questi anni da numerosi report indipendenti.

Da fonti attendibili in Libia gli immigrati eritrei – molti dei quali espulsi dall’Italia – sono stati trasferiti da Misrath verso Sebha nel sud della Libia in due container di ferro, del tipo di quelli utilizzati per il trasporto di merci sulle navi cargo, in condizioni inumane e degradanti per l’alta temperatura, il sovraffollamento e la mancanza d’aria. Le stesse fonti riferiscono di conoscere nomi e cognomi degli immigrati eritrei con i quali sono in contatto permanente e riferiscono di maltrattamenti e addirittura di torture subiti. Quest’ultima circostanza, se confermata, metterebbe l’Italia in una situazione di palese violazione del dettato costituzionale che proibisce al nostro paese di espellere cittadini stranieri in paesi dove possono subire torture o trattamenti degradanti e disumani.

Per salvare la vita ai circa trecento eritrei che si trovano ora rinchiusi nel centro di detenzione di Sebha in Libia, il governo italiano deve muoversi immediatamente usando tutti i mezzi diplomatici e tutte le pressioni politiche. Le autorità diplomatiche della nostra ambasciata sul posto a Tripoli sono state informate della situazione dagli organismi di sostegno e accompagnamento degli immigrati. La situazione a Sebha è grave.

Il governo italiano ha solo 48 ore di tempo per non incorrere nel gravissimo reato di non assistenza a persone in pericolo e di correità per deportazioni di massa.

Sullo sfondo c’è la politica dei respingimenti del nostro governo. Non solo contraria al diritto internazionale che sancisce in modo inequivocabile il principio di non-respingimento (articolo 33 della Convenzione di Ginevra), ma del tutto ideologica e strumentale in quanto la fermezza sbandierata lede il diritto al vita di quei pochi tra gli immigrati irregolari (meno del 10 per cento degli irregolari che entrano in Italia) in possesso dei requisiti per richiedere l’asilo politico esercitando un diritto garantito dalla nostra Costituzione. Con la benedizione dell’Italia, Gheddafi ha allestito sulle coste e nei deserti libici una piccola Guantanamo personale.

Rivolgiamo un appello urgente al governo e alle forze politiche tutte per salvare le vite umane degli immigrati africani in Libia. La “difesa della vita”, slogan molto presente nel dibattito politico italiano, non può e deve limitarsi all’embrione e al malato terminale. C’è di mezzo la vita dei tanti già nati che rivendicano il diritto di restare in vita.

da www.unita.it

Le nostre idee per cambiare l'Europa. L'Italia in Europa e nel mondo

Diritti, lavoro, uguaglianza, equità cosa sono oggi? Parole guida che negli anni della globalizzazione sono sempre più interconnessi.
E oggi il tema che i partiti progressisti devono affrontare non è se sia morta la socialdemocrazia, ma trovare nuove ricette per affrontare i temi aperti dalla globalizzazione. “C’è una fase storica che ha visto colpite le ricette della globalizzazione”, ha sottolineato il segretario del PD, Pier Luigi Bersani , intervenendo al seminario L’italia in Europa e nel mondo. Dove eravamo, dove saremo promosso dal Centro Studi del PD insieme al Forum Esteri.
“Della crisi la destra ha fruito, ma non ha aperto altre strade – ha detto -ora si aprono delle possibilità ed i partiti progressisti, comunque si chiamino, sono di fronte a questo problema. Questa è la sfida: se sapranno sbrogliarlo bene, se no amen”. Per Bersani l’unica via e’ quella di un fronte unito dei partiti progressisti europei. “La dimensione dei progressisti e’ quella continentale, dobbiamo riprendere l’orgoglio di una visione europeista, vorrei che i progressisti fossero combattivi nelle proposte nelle piattaforme, serve il coraggio delle riforme: bisogna dire che non si cresce senza cambiamenti “. Per esempio, in questo momento di crisi, servirebbero una o due misure europee sulla crisi, sul lavoro e sull’ambiente. Allora l’Europa riprenderà subito contatto con la gente. Basterebbe una politica comune del lavoro, va fatto comprendere ai partiti di altri paesi perché se stai nel ripiegamento vince la destra non c’è verso” , ha insistito. Eppure, se e’ vero “che la destra ha preso i voti coltivando le paure, e anche vero “che non ha un orizzonte, non sa dove portarla la gente e questo distacco coinvolge tutti”. Bersani ha quindi sottolineato la situazione degli italiani nelle nuove gerarchie internazionali , sempre più debole dato che non usciremo dalla crisi nella posizione con cui ci siamo entrati: “Stiamo perdendo posizioni, da 10 anni cresciamo meno e abbiamo più inflazione . Non è che stiamo sottovalutando il fatto che ormai siamo percepiti come un paese che scivola? Non è per questo che scattano dei meccanismi difensivi? L’Italia è bloccata, fai export e non riescono ad attrarre investimenti, nel peacekeeping porti soldati e non determini nulla… tanto vale rifugiarsi in Val Brembana e accontentarsi della diplomazia che fa qualche affare, con il fascino e la simpatia di uno che gli affari li sa far bene”.
Il passo successivo in Italia è stato quello della discussione su delle “idee balorde. “Dovevamo rallentare la globalizzazione? Come con l’ampolla di Bossi nell’oceano? Poi sono tornati alla triade Dio, Patria, famiglia che Tremonti mixa con un revival europeista. Ma attenzione che è anche l’Europa che va verso Tremonti con il ripiegamento degli ultimi anni, cioè la riduzione dell’idea comunitaria, la riduzione dell’idea di un processo da portare avanti”.
Certo ci sono stati tentativi di reazione in diverse parti d’Europa ma “i partiti di sinistra si sono arroccati su posizioni conservative di vecchie idee, o hanno tentato una terza via che ha rischiato la subalternità ad altri modelli. L’altra globalizzazione di fine ‘800 porto a un ripiegamento e poi alla guerra. E le forze socialiste finirono ai margini o si legarono a un patriottismo non nazionalista ma non tanto dolce da non prendere i fucili in mano”. E anche oggi c’è in gioco un’idea di società “non come mi chiamo io o come si chiama un altro – ha sottolineato il leader democratico – il PD deve fare una battaglia politica dell’Europa. Riprendiamoci anche l’orgoglio di una visone europeista. Facciamolo con i gruppi parlamentari, son contento che D’Alema sia alla FES nei luoghi dove si costruisce un’elaborazione perché senza pensiero non si va da nessuna parte. So che non può bastare il welfare di una volta, l’universalismo di contratti con meno diritti. Come rispondiamo? Vogliamo lavorare su come ripensare la fiscalità, il mercato? Non voglio lasciare alla deriva di una destra che non ha orizzonti la gente. Vincono ma i governi non sono popolari, il distacco è pesante. Se vince il populismo vincono le relazioni speciali tra leader, se vince il riformismo vince un altro film: relazioni internazionali segnate da logica e stabilità. E non è un caso se riesci ad aver e un profilo riformista i risultati ci sono, non possiamo proporre in Italia alcune cose senza rilanciarle a livello europeo, altrimenti gli altri parleranno con noi di commercio e con gli USA di strategia come i cinesi”.

Serve il coraggio di riforme: dobbiamo dire che non si cresce senza cambiamento, non c’è futuro. Con il rigore ci sia crescita ed equità. “Faccio una proposta, agire con battaglie civili riconoscibili: come l’immigrazione, i nuovi italiani, i minori figli di immigrati sono un tema bellissimo, ormai son 50.000 ogni anno. Io propongo una campagna per dire che quel bambino che non è un immigrato o un italiano adesso gli diciamo chi è, sennò è una vergogna. Così l’ambiente deve essere fattore di una crescita logica, umana, decente, mentre la destra si attarda sull’idea che l’ambiente è contrario allo sviluppo. Possiamo dimostrare che è utile come ridurre le disuguaglianze nei redditi, tutto aiuta la crescita. tutto per essere all’altezza di un’Italia nel mondo che possa guardarsi allo specchio anche qua”.

Gli altri interventi della giornata.
“Non bisogna avere paura di muoversi verso orizzonti nuovi”. E’ l’esortazione arrivata da Piero Fassino nel corso del suo intervento. “L’unificazione del riformismo non è un tema solo italiano, costruire un campo riformista è un tema europeo e mondiale. In questo contesto il socialismo è una esperienza europea, ma se si vuole guardare al mondo si deve fare i conti con una pluralità di esperienze, con un campo vasto e largo che in Europa ha una caratterizzazione specifica per ragioni storiche, non ideologiche, e che tra l’altro non esclude altre forme di riformismo”.
Del resto, se in Europa si dialoga con i socialisti “è per ragioni storiche, non politiche” visto che nel vecchio continente il progressismo si è in gran parte identificato con la tradizione socialista. Ma non sono socialisti altri interlocutori del Pd nel mondo, e non è un caso, peraltro, che “tra i suoi viaggi Bersani abbia dato un posto di rilievo alla Cina, agli Stati Uniti e al Brasile”. D’Alema, poi, presiederà una fondazione di ‘progressisti’, non di socialisti. “E’ la testimonianza che in Europa ci si pone il problema di costruire un campo più largo”, spiega.

Secondo Fassino, in questo senso assume un valore ancor più importante la nomina di Massimo D’Alema a presidente della Feps: “Il fatto che alla presidenza di una Fondazione progressista sia stato chiamato un esponente del Pd e non un esponente socialista vuol dire che ci si pone il problema di costruire un fronte più largo”. Fassino ha anche enfatizzato il lavoro del segretario del Pd Bersani: “Le sue missioni più importanti sono quelle a Pechino, Washington e in Brasile”.

Per il dirigente Pd, insomma, “bisogna lavorare a uno schieramento più largo, in Europa sarebbe velleitario non tenere conto del radicamento dei socialisti, lavorando però ad una proiezione più larga”.

“Per il Partito democratico si apre una fase entusiasmante per costruire il fronte dei progressisti europei – ha detto David Sassoli, capodelegazione del Pd al Parlamento europeo – sono in crisi tutte le famiglie politiche europee e nel Pse il dibattito sul futuro della socialdemocrazia è ormai aperto. Il Pd ha una grande
chance: scommettere sulla sua vocazione per far convergere culture e sensibilità diverse e dare forza a un nuovo fronte di centrosinistra”.

Pierluigi Castagnetti ha dato un giudizio severo dell’analisi condotta dai socialisti europei sulla ragione del proprio declino. “Non sanno dare una risposta al paradosso di questi mesi. E cioè: come mai, in piena crisi, la destra perde ma noi perdiamo ancora di più?”. Ricorda che alle prossime politiche voteranno i figli dell’Ulivo, quei ragazzi che vagivano quando Prodi si presentò per la prima volta alle urne. “E’ doloroso ma dobbiamo guardare in faccia alla realtà. Il socialismo non trasmette più credibilità spiega- noi italiani dobbiamo accentuare la nostra solitudine per un tempo che temo sarà ancora lungo. Altrimenti rischiamo di ipotecare il futuro dei nostri elettori giovani. Loro non sono interessati alla copia sfuocata dell’esperienza giovanile dei loro padri”.

“La preoccupazione di Castagnetti mi pare che rientri tra la categoria del ‘non c’è problemá. Preoccuparsi, infatti, dell’influenza politica della socialdemocrazia europea sul progetto politico del Pd è del tutto inutile. Per una semplice ragione: il Pd non era, non è e non sarà mai un partito socialdemocratico che si riconosce nell’Internazionale socialista o nel socialismo europeo. Se così fosse, con altrettanta semplicità, non ci sarebbe più il Pd e ognuno andrebbe per la sua strada” gli ha risposto Giorgio Merlo, vice presidente della commissione di Vigilanza Rai.
La ragione della crisi per Sandro Gozi è in scelte di almeno 10 anni fa “Quando la maggioranza dei governi in Europa e negli USA erano progressisti, non è stato veramente elaborato un pensiero politico alternativo al neo-capitalismo liberista di Reagan e Thatcher. Ed è forse quella la ragione per cui oggi, di fronte al crollo di quel modello, le forze socialiste non appaiono come un’alternativa credibile”.

“Il progressismo europeo deve liberarsi da schemi e riflessi che risalgono a prima del crollo del muro di Berlino. Il rischio che corriamo, infatti, è di inseguire il passato, dimenticando che la vera sfida è nel rapporto con la profonda trasformazione che attraversa la società. E’ necessario riconoscere gli errori della cosiddetta terza via -prosegue Gozi- le istanze di lavoratori, artigiani, piccole imprese, ad esempio, non sono diverse o incompatibili tra loro. Anzi”.

“Dobbiamo allora rivolgerci all’intera societá, impegnarci contro le derive finanziarie dell’economia e le crescenti disparitá di reddito, riaffermare in modo radicale la promozione dei diritti civili. Non si tratta di salvare il capitalismo, si salverá da solo.Si tratta di collocare al centro il lavoro e la produzione reale. Per seguire questo progetto la via non può essere quella di rifondare la socialdemocrazia. Occorre invece superare le tradizionali divisioni politiche novecentesche tra le forze di centrosinistra. Socialisti, liberali, social-democratici, democratici, verdi, devono lavorare ad una nuova proposta progressista europea, attorno a due pilastri, libertá di scelta e responsabilità”.

Ma tra tanti interventi gran parte dell’attenzione era per il debutto di Massimo D’Alema in veste di presidente della FEPS. E il suo intervento è partito da un punto: “La politica estera del governo ridimensiona il ruolo dell’Italia nel mondo”. Massimo D’Alema, aprendo i lavori della giornata dedicata dal Pd a ‘L’Italia in Europa e nel mondò, non ha lesinato critiche al presidente del Consiglio e all’esecutivo. Se è vero, infatti, che la politica estera è per sua natura “un mix tra affari e ideali”, con il governo attuale è più difficile coniugare queste spinte contrastanti. “Per quei leader che devono rispondere all’opinione pubblica del loro paese- dice D’Alema con un motto di spirito- è problematico avere relazioni speciali con il capo del nostro governo. Sono più facili, invece, per quelli che non hanno questo problema”. Battute a parte, D’Alema fa una disanima impietosa del modo in cui i governi di centrodestra si sono mossi nello scacchiere internazionale. “In questi anni difficili- spiega- il ruolo dell’Italia si è ridimensionato, ma non c’è stato un lineare declino. Ci sono stati anche momenti alti della presenza internazionale dell’Italia, e ciò è stato legato alla capacità di affrontare sia i nodi della politica interna (come l’ingresso nell’euro e il risanamento dei conti pubblici) sia le responsabilità internazionali (come la missione nei Balcani)”.
Non a caso, osserva l’ex premier, “quell’Italia ha ottenuto il presidente della commissione europea e contemporaneamente il commissario alla concorrenza, cosa mai accaduta prima di allora”.
Oggi, secondo D’Alema, “non c’è un posto per noi alla tavola” dello scacchiere internazionale. L’Italia ‘potenza’ è alle spalle. “Nell’equilibrio del 2009- sottolinea l’ex ministro degli Esteri- siamo settimi, da quarti o quinti che eravamo. E la tendenza inarrestabile è che il nostro futuro non sia più tra i primi 4-5 paesi più ricchi del mondo”. Per sfuggire a un destino segnato dalla crescente importanza dell’asse trans-pacifico cino-russo, bisogna investire sulla capacità dell’Europa di assumere iniziative e muovere risorse.
“La forza della politica estera italiana si dispiega nella dimensione europea- dice D’Alema- il nostro posto nel mondo è legato alla ripresa coraggiosa e vigorosa del processo di integrazione europea”.
Serve dunque una “politica forte, lungimirante, un’inversione di rotta, una classe politica seria mentre, purtroppo, quella di oggi non sembra essere all’altezza delle sfide e delle opportunità. La forza della politica estera italiana si dispiega nella dimensione europea”, dice D’Alema e “non c’è un posto per noi a tavola, bisogna avere la forza di conquistarlo”. Ma per farlo, per sedersi a quel tavolo servono risorse che si stanno sempre più assottigliando. “L’Italia ha cancellato dal bilancio le politiche di aiuto allo sviluppo, ha rinunciato a buona parte dei suoi impegni internazionali”. A sostegno della sua tesi D’Alema ha ricordato come tra il 2007 e il 2008 il governo Prodi destinava lo 0,35 per cento del Pil alla politica estera. “Oggi siamo riscesi allo 0,27- dice D’Alema- ma quello che colpisce è che l’Italia ha cancellato gli aiuti allo sviluppo, soffre di un’imbarazzante morosità nei confronti del fondo mondiale per l’Aids e di molte agenzie multilaterali. E’ chiaro- conclude- che se vengono meno questi impegni si indebolisce enormemente, dal punto di vista dell’immagine e della sostanza, il ruolo dell’Italia. Essere protagonisti attivi del multilateralismo costa”.

da www.partitodemocratico.it

«Comencini unite: l'Italia non è un paese per donne», di Fulvia Caprara

Cristina scrive e Francesca dirige lo spettacolo-pamphlet “Libere” “Per proporre un modello femminile nuovo e sentirsi meno sole”

Ci voleva «un gesto di teatro», dice Francesca Comencini, per lanciare una mobilitazione di idee, proposte e desideri che riguarda le donne di oggi. Quelle, spiega l’attrice Lunetta Savino, «che non si riconoscono nelle storie e nelle immagini rimandate da certe cronache», quelle «contrarie alle scorciatoie», quelle che bando alla «lagna, perchè bisogna essere vitali e propositive». Ci voleva un atto creativo che mettesse insieme, come accade stasera a Roma, all’Accademia Nazionale della Danza, donne di diverse generazioni e le facesse dialogare, anche per ritrovare il senso perduto della comunità: «Quando mi hanno chiamata – dice un’attrice giovane e sulla cresta dell’onda come Isabella Ragonese – mi sono sentita meno sola». Lo spettacolo si chiama Libere, lo firma Cristina Comencini e la regia è della sorella Francesca. Sulla scena si fronteggiano due interpreti di età differenti, molto amate dal pubblico del cinema e della tv, molto premiate, molto richeste. Due che, in questo momento della loro carriera, potrebbero fregarsene di pensare all’identità femminile calpestata: «Mi ha colpito – racconta Savino – una cosa che mi ha raccontato Paola Cortellesi. Una sera, all’uscita del suo camerino, si è trovata davanti un padre con una ragazza giovanissima. La richiesta era: ”mia figlia vorrebbe diventare famosa, che cosa deve fare?”. Il punto era solo quello, acquistare visibilità, e quindi capire quale fosse il mezzo più rapido per riuscirci. Non c’era una passione specifica per qualcosa, solo la voglia di guadagnare in fretta la luce dei riflettori».

In questo e in tante altre cose, dice Savino, «c’è qualcosa di insano». Qualcosa a cui si può porre rimedio, anche mettendo a confronto, come accade in scena, due donne che si parlano: «Sono nata negli Anni Ottanta – osserva Ragonese -, quando la tv era già piena di Drive in, certo, siamo state educate alla libertà, ma poi crescendo ci siamo scontrate con un mondo che va da un’altra parte». Quello dello spettacolo, per tanti aspetti più aperto e illuminato, non fa eccezione: «La bella presenza è diventata una voce del curriculum. E basta guardare uno show in tv per notare lo stupore provocato da una presentatrice o da una valletta che risponde a tono e dice cose sensate. E poi le toilette. Su quelle delle donne il giudizio estetico è sempre più duro, e non riesco a capire perchè ancora oggi si debbano vedere, in qualsiasi programma, uomini normalmente vestiti con accanto signorine in mutande e reggiseno. Ma perchè?». A lei è andata bene. Paolo Virzì, in Tutta la vita davanti, l’ha lanciata nel ruolo di una ragazza normale: «Quando siamo andati in giro a presentare il film, continuavo a incontrare spettatrici che mi dicevano “oddio, finalmente mi sento rappresentata”. Il mondo è talmente vario… e invece il cinema ripropone sempre e solo due immagini femmnili, la bonazza e la sfigata. Se sei una via di mezzo è un guaio, non sei strafiga e non sei nemmeno così brutta da poter fare le parti da caratterista».

All’appello del gruppo «Di Nuovo» hanno risposto in tante, attrici comprese, ma, racconta Savino, «ho anche trovato diffidenza. Nell’universo degli attori c’è tanto individualismo, reticenza ad esporsi». Tra le prime a dire di sì, Stefania Sandrelli, Carla Signoris, Isabella Ferrari, Angela Finocchiaro, Carlotta Natoli, Cristiana Capotondi, Isa Danieli, Maddalena Crippa: «Vogliamo trovare un linguaggio diverso da quello della politica, scegliere noi le nostre rappresentanti, lavorando in modo trasversale, quindi inglobando orientamenti diversi». Al centro di Libere, cui seguirà dibattito, (e che avrà riprese autunnali), c’è il dialogo, dice Francesca Comencini, «tra la nostra generazione e quella delle ragazze più giovani, per capire che cosa abbiamo lasciato in eredità e che cosa, invece, non siamo riuscite a trasmettere». Intorno alle donne, nonostante le battaglie e le conquiste, qualcosa si è fermato: «Non amo il lamento, ma mi è capitato varie volte, per esempio leggendo le critiche, di avvertire un certo tono condiscendente e di pensare che, se fossi stata uomo, gli accenti sarebbero stati diversi». Libere è importante anche per un altro motivo, piccolo, personale, tenuto volutamente tra parentesi: «Io e Cristina abbiamo sempre avuto percorsi diversissimi, questa è anche una bella occasione per abbandonare certe reciproche e sane rivalità, ritrovando la felicità di lavorare insieme».

da www.lastampa.it

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«Non è cambiato nulla, gli uomini continuano a odiare le donne», di Silvia Ballestra

Due elementi colpiscono nell’ennesima giornata di follia omicida contro le donne. Il fatto che Gaetano De Carlo, a poche ore l’una dall’altra, abbia ucciso ben due ex fidanzate, e che l’assassino fosse uno “stalker” conclamato. Non un raptus, non qualcosa di inatteso. Con Maria Montanaro la relazione era finita da poco, Livia Balcone, invece, sua compagna in un passato non vicinissimo, era già da un po’ vittima delle sue persecuzioni. Minacce, molestie e anche un’aggressione, che l’avevano spinta a depositare ben sette denunce contro quest’uomo pericoloso, fargli togliere il porto d’armi. C’era in corso un processo che però non è bastato a fermarlo, così al dolore di amici e parenti delle vittime si aggiunge la frustrazione. Un’impotenza che coglie anche chi si occupa di queste questioni da tempo poiché si ha la sensazione che, nonostante la presa di coscienza del problema “femminicidio” di questi ultimi anni, le cifre della cronaca sembrano inarrestabili. La legge sullo stalking, da noi, è recente ed è presto per fare bilanci ma è certamente un passo avanti, il riconoscimento di un problema, l’ultimo campanello d’allarme. Ora, è vero che, sebbene sembrino rispondere a un copione, a un preciso profilo criminale, questi delitti hanno a che fare con specifiche patologie, dinamiche, rapporti. Solitudini, ossessioni, desideri insoddisfatti. Ma non dipendono solo dalle singole storie personali e familiari: chiamano in causa anche la condizione socio-culturale, e dunque politica, di un Paese intero. Da tempo, ormai, da più parti, si sottolinea come il corpo delle donne sia oggetto delle più diverse forme di violenza e sopruso. Ciò che solo qualche anno fa sembrava indicibile, liquidato come argomento polveroso e “vetero”, ci è stato ora raccontato e mostrato, analizzato e denunciato anche nella sua versione più attuale: la mercificazione continua del corpo della donna – buono per vendere di tutto – è talmente martellante e presente da non poter più essere negata o liquidata con argomentazioni leggere da commedia all’italiana. Da anni si parla di veline e velinismo, si parla di monnezza sottoculturale, di modelli deleteri, di certe trasmissioni orrende che sviliscono le donne, ma da quel versante nulla cambia. Pupe, veline e bonazze in costume continuano a occupare l’etere e lo spazio con ammiccamenti e promesse irraggiungibili. Ci siamo indignate, indignati, abbiamo scritto che tutto si tiene, che considerare le donne come merci da possedere e esibire non è dignitoso per nessuno e non può restare senza conseguenze. Nel frattempo abbiamo scoperto che da noi le donne sono usate anche come benefit nella corruzione dei potenti. Chissà allora se una legge sulle persecuzioni può bastare o non servirebbe, pure, un cambiamento più generale, uno scatto d’orgoglio. Una recente classifica della qualità della vita nelle città, accanto a qualità, quantità e efficienza dei servizi, livello dell’offerta culturale, ha posto come parametro anche il numero di omicidi e violenze domestiche: non sarà un caso che fra le prime venticinque non c’è nessuna città italiana.

da www.unita.it

«Bersani sulla Manovra: insegnanti pagano, Berlusconi no», di Bianca Di Giovanni

Sulla manovra c’è troppo conformismo verso il governo, da parte della classe dirigente, dei giornali, anche delle forze sociali. Non basta dire va benino: se mancano le risorse per la crescita bisogna dire che va male». Pier Luigi Bersani torna ad attaccare il muro dell’asservimento al pensiero dominante, l’atteggiamento acritico che condanna il Paese al silenzio di fronte a una manovra «ingiusta e recessiva», dice Anna Finocchiaro al suo fianco. Il leader del Pd accusa gli osservatori, i giornali («ancora titolano: parte il federalismo? E quando arriva?»), gli industriali timidi interlocutori di un governo inerte. In Senato la commissione avanza a rilento, anche se con colpi micidiali come quelli sferzati dalle proposte del relatore. «Pezza peggiore del buco», attacca Bersani citando Roberto Formigoni.

La manovra non può essere corretta: va riscritta. Perché «manca un richiamo forte al Paese, a uno sforzo comune dove chi ha di più dia di più». Non può essere – insiste Bersani – che un professore ci mette mille euro e un grande possidente, come Berlusconi, non paga nulla. Non può essere che alla fine «il Paese è meno equo e meno ricco», aggiunge paolo Giaretta, relatore di minoranza. Non può essere che il centro (cioè lo Stato) paghi tre miliardi e rotti e le periferie (Regioni, Province e Comuni) oltre 14. Non può essere che si torni indietro su tutto: federalismo, premi al merito dei pubblici dipendenti, scuola. Non può essere che le fasce deboli paghino oggi, per ritrovarsi dopo ancora daccapo. Perché se il Pil non riprende fiato, non ci sarà risanamento. I tagli lineari non sono mai riusciti, la lotta all’evasione già cifrata è un inedito tutto da verificare, la spesa corrente continua a lievitare.

I conti restano a rischio. nonostante non siano state destinate risorse né alle banche, né agli investimenti. Sono a rischio non solo per la crisi. «Almeno una decina di miliardi di manovra sono dovuti a errori del governo», insiste Bersani. E via alla conta: Alitalia, Ici, lotta all’evasione allentata, voli di stato aumentati, spese dei grandi eventi, sgravi sugli straordinari mentre la gente era in cassa integrazione. «Quanto ci è costato tutto questo?». Ma l’opposizione «non è contro una manovra finanziaria ora – puntualizza Finocchiaro – Sappiamo che è necessaria. Siamo contro questo tipo di manovra». Come riscriverla? «Non si dica che il Pd non ha una proposta.

L’abbiamo e l’avevamo mesi fa: i fatti ci hanno dato ragione», dichiara Bersani. Tre i pilastri della proposta: fisco più leggero per le famiglie deboli, anticipo del federalismo, interventi per lo sviluppo. Dove prendere i soldi? Magari mettendo le mani nelle tasche dei grandi proprietari, con la tassazione sulle rendite (esclusi i Bot) a livello europeo. «Possibile che in Inghilterra Cameron possa portare l’aliquota dal 18 al 28% e da noi non si possa far nulla?» si chiede il leader democratico. Ancora. mettendo a gara le frequenze Tv. Reintroducendo le misure antievasione di Visco. E le banche? A loro non si chiede nulla? «Non vogliamo una tassa, che pagherebbero i clienti – conclude Bersani – ma vogliamo metter eil potere nelle mani dei consumatori, eliminando ad esempio il massimo scoperto».

da www.unita.it

A maggio disoccupazione stabile ma è record per quella giovanile

Per il terzo mese consecutivo il tasso è all’8,7%. Gli occupati registrano una flessione dello 0,2 per cento rispetto ad aprile e dell’1,1 per cento rispetto a maggio 2009. Per i giovani è il top dal gennaio 2004. Disoccupazione femminile al 10%

ROMA – Tasso di disoccupazione stabile a maggio per il terzo mese consecutivo all’8,7%. Ma per giovani e donne è sempre più difficile trovare lavoro. E’ quanto emerge dai dati Istat sull’occupazione. In base alla stime gli occupati a maggio registrano una flessione dello 0,2 per cento rispetto ad aprile (quando erano aumentato dello 0,2 per cento) e dell’1,1 per cento rispetto a maggio 2009. Il tasso di occupazione è pari al 56,9 per cento, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile e di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il numero delle persone in cerca di occupazione diminuisce dello 0,1 per cento rispetto ad aprile, segnando un aumento del 15,5 per cento rispetto a maggio 2009. Il tasso di disoccupazione si conferma stabile per il terzo mese consecutivo all’8,7 per cento; l’aumento rispetto a maggio 2009 è di 1,2 punti percentua

Giovani. Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a maggio è salito al 29,2% dal 29,1% di aprile (dato rivisto). Si tratta del dato più elevato dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 2004.

Donne in difficoltà. A maggio l’occupazione maschile risulta invariata rispetto al mese precedente e in calo dell’1,1 per cento rispetto al corrispondente mese dell’anno precedente. L’occupazione femminile invece diminuisce dello 0,4 per cento rispetto ad aprile e dell’1,2 per cento nei confronti di maggio 2009. Il tasso di occupazione maschile risulta pari al 67,9 per cento, invariato nell’ultimo mese e in calo di 0,8 punti percentuali negli ultimi dodici mesi. Il tasso di occupazione femminile a maggio è pari al 46,0 per cento, con una riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto ad aprile e di 0,8 punti percentuali rispetto a maggio 2009. La disoccupazione maschile è in diminuzione dello 0,6 per cento rispetto al mese precedente, ma in aumento del 16,8 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il numero di donne disoccupate aumenta invece dello 0,3 per cento rispetto ad aprile e del 14 per cento rispetto a maggio 2009. Il tasso di disoccupazione maschile è uguale al 7,7 per cento, stabile rispetto ad aprile e in aumento rispetto a maggio 2009 (1,1 punti percentuali). Il tasso di disoccupazione femminile è pari al 10,1 per cento, in aumento rispetto ad aprile (0,1 punti percentuali) e rispetto al mese di maggio 2009 (+1,2 punti percentuali).

Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni aumenta, a maggio 2010, dello 0,4 per cento rispetto ad aprile e dello 0,9 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009. Il tasso di inattività è pari al 37,7 per cento, con un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto sia al mese precedente sia a maggio 2009. Gli uomini inattivi sono in aumento dello 0,4 per cento tra aprile e maggio 2010 e dello 0,7 per cento su base annua, mentre le donne inattive presentano aumenti rispettivamente pari allo 0,5 per cento e all’1 per cento.

da www.repubblica.it

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«Giovani e senza lavoro: ecco gli «invisibili» della crisi», di Felicia Masocco

La crisi non è uguale per tutti, i giovani hanno pagato e pagano un prezzo davvero alto. Il governatore della Banca d’Italia ha dedicato a loro un passaggio importante delle sue considerazioni. È allarme, un grido di dolore, perché, una generazione si è persa, non ha futuro nel mercato. Il fatto è che quando il mondo è piombato nella recessione i giovani vivevano già un forte disagio.

«La crisi lo ha acuito» è la conclusione. Ed ecco i dati: nella fascia di età tra i 20 e i 34 anni la disoccupazione ha raggiunto il 13% nella media del 2009. Il calo sul 2008 della quota di occupati fra i giovani è stata 7 volte quella fra i più anziani». Le cause sono facilmente immaginabili, vanno ricercate nel ricorso irrefrenabile ai contratti a termine, che alla prima occasione saltano e non vengono rinnovati, e nel fatto che le aziende hanno contratto le assunzioni del 20%, di un quinto rispetto a quanto facevano in precedenza. Di più. Se la ripresa di cui pure si vede una luce fioca, non accelererà un po’ «a crescere sarà la probabilità di una disoccupazione persistente». Una condizione che, ha spiegato Mario Draghi, «specie se vissuta nelle fasi iniziali della carriera lavorativa, tende ad associarsi a retribuzioni successive permanentemente più basse».

Per non parlare delle pensioni. Disoccupati oggi, poveri occupati domani. Praticamente un dramma. Su come uscirne Draghi suggerisce il «completamento della riforma del mercato del lavoro», le segmentazioni vanno superate, la partecipazione stimolata. Da tempo si dice che che per la prima volta nella storia del Paese, le nuove generazioni non staranno meglio di quelle che l’hanno precedute. I figli non staranno meglio dei padri. «Da tempo vanno ampliandosi le differenze di condizione» tra le une e le altre, a sfavore delle nuove. Basti pensare che i salari di ingresso, «in termini reali ristagnano da 15 anni». Intanto la popolazione invecchia. Si pensi solo al fatto che sono i giovani che pagano (o dovrebbero)le pensioni dei senior ma ora è pressoché impossibile. Un altro allarme: «I giovani non possono da soli far fronte agli oneri crescenti di una popolazione che invecchia. Né potranno farlo i lavoratori stranieri».

Ed eccola l’altra anomalia del «mercato italiano», riguarda coloro che giovani non lo sono più. Solo 36 italiani su 100 tra i 55 e i 64 anni sono occupati contro i 46 della media Ue, il 56% della Germania. In pratica non sono loro che “rubano” il lavoro ai giovani. Draghi torna a chiedere «l’aumento dell’età lavorativa», spiega che «nell’ultimo trentennio, a fronte di un aumento della speranza di vita dei sessantenni italiani di oltre 5 anni, si stima che l’età media di pensionamento nel settore privato sia salita di circa 2 anni, attorno a 61».

Le aziende che prepensionano in massa al primo accenno di crisi dovrebbero riflettere. Nella relazione, Bankitalia non mostra ottimismo: ci saranno ancora blocchi del turnover e mancato rinnovo dei contratti a termine. Anche qui, i giovani pagheranno di più. Ancora: in una famiglia su 7 nessuno lavora e nessuno studia: nessun adulto tra i 25 e i 60 anni ha un’occupazione e nessun giovane tra i 18 e i 24 anni va a scuola o all’università. La quota è salita nel 2009 al 15% dal 13,3% del 2007. Al Sud è salita addirittura dal 21 al 24%.

da www.unita.it